Il mio punto di vista sull'articolo di Nossiter su GQ


L'articolo a firma Jonathan Nossiter come previsto a suscitato molto clamore sul web per via di una serie di prese di posizione che non possono lasciare indifferenti. Nel mio piccolo, sapendo già di non apportare nulla di nuovo ad un argomento già affrontato da blog e giornalisti, provo a dire la mia per punti.

Punto uno: sono d'accordo con Nossiter quando sottolinea il fatto che i "naturali" siano una bella ed importante rivoluzione culturale, non solo italiana. Ma siamo sicuri che al loro interno non ci siano i soliti furbetti che stanno là per moda, opportunismo o altro. Quanti produttori fiutando l'affare si sono convertiti? E vogliamo parlare del prezzo franco cantina di alcuni vini bioqualcosa? Sarebbe auspicabile indagare anche all'interno del movimento dei naturali per capire, ad esempio, i motivi della frattura tra le varie assciazioni (non sono tutte dalla stessa parte?) oppure per comprendere come garantiscono la salubrità dei loro prodotti.

Punto due: nutro personalmente dubbi sul fatto che zolfo e rame rappresentino il punto più alto dell'agricoltura ecosostenibile. Il rame è un metallo pesante che si accumula nel terreno e la stessa Commisione Europea l'ha definito un male necessario. Siamo sicuri che poi tutti i piccoli agricoltori possano rischiare ogni anno di perdere tutto o parte il loro raccolto perchè amanti del BIO a tutti i costi? Se non raccoglie i frutti della terra questa gente non sa come campare e allora mi chiedo in tutto questo dove sta l'etica.

Punto tre: sono d'accordo con lui che le carte dei ristoranti siano spesso deprimenti e piene degli stessi nomi. Il problema, secondo me, è che il 90% dei ristoratori, esatto specchio della popolazione italiana, non conosce il vino per cui è inevitabile che si lascino consigliare da chi teoricamente ne sa più di loro: enoteche o, peggio, agenti che sponsorizzano la cantine che hanno in portafoglio. C'è soluzione a tutto questo? Sì, aumentare il livello di cultura del vino che obbligherebbe necessariamente i ristoratori a mettere certe bottiglie in carta.

Punto quattro: Nossiter ha ragione a scandalizzarsi di certi ricarichi folli ma, a mio parere, il consumatore in questo ambito ha un grande potere: non prendere quelle bottiglie, cambiare locale la prossima volta, portarsi il vino da casa. A Roma esistono ristoratori che ti fanno portare il tuo vino senza problema e senza chiedere il diritto di tappo. E poi, quando è che il ricarico è etico? E' giusto che bettole di quartiere e locali stellati abbiano lo stesso ricarico? Auspicare un ricarico medio del 50/100%, tipico delle enoteche, va bene anche per il ristorante che ti porta al tavolo un vecchio Borgogna che, nel caso, ti cambia se sa di tappo?

Punto cinque: Nossiter pone dei pesanti dubbi sul vino semi-industriale ed industriale facendo dedurre al lettore che sia tossico e/o che tradisca l'identità del storica del territorio. Io, fossi stato in lui, avrei approfondito il concetto perchè a ben vedere tutto il vino è tossico in quanto contiene alcool. Forse parla di tossicità in quanto contiene i pesticidi provenienti dalla vigna? Dovrebbe dimostrare che tutti i vini non naturali son così, altrimenti si generalizza e si fa passare, ad esempio, Biondi Santi per uno che spaccia chissà cosa. Qualcuno pensa che il suo sangiovese sia un vino tossico e non territoriale?

Punto sei: Nossiter, nonostante abbia avuto il coraggio di fare i nomi, poteva evitare di associare ll Convivio al bunga bunga. E' vero, i ricarichi documentati sono esagerati, però il lettore potrebbe pensare che il ristorante sia un covo di mignotte e papponi e questo, mi scuserà Nossiter, non rende giustizia al lavoro della famiglia Troiani. Lavoro onesto. Il gossip politico lasciamolo fuori dal vino.

Punto sette: non amo Casale del Giglio ma parlare di una azienda del tradimento che confonde il consumatore dichiarandosi "ecocompatibile", sia troppo duro e non mi stupisco della reazione di Santarelli che sta pensando di querelare il regista americano. Spero che Jonathan avrà tutte le prove per difendersi ma una cosa è certa: Casale del Giglio non è l'unica azienda nel Lazio ad avere certi parametri e il successo commerciale che ha avuto se l'è guadagnato sul campo non puntando la pistola alla testa di nessuno.

Punto otto: carte dei vini etiche dovrebbero corrispondere a menù etici. Non si può esaltare la carta di un ristorante quando poi quello mi propone una cacio e pepe a 13 euro o un tiramisù a 12 euro. Vogliamo parlare di questi ricarichi?

Potrei andare avanti per ore, ho toccato secondo me solo alcuni aspetti del problema, ma una cosa è certa: l'etica, in un contesto di grave crisi economica come questa che stiamo vivendo, sarà in futuro il giudice supremo del mercato. Gli operatori economici non speculativi, in un'ottica di auspicato consumo critico, garantiranno non solo noi clienti finali ma, soprattutto, la loro stessa esistenza perchè, piccoli o grandi che siano, prima o poi dovranno fare i conti con una povertà globale sempre più evidente.

Cliccando sulle foto qua sotto si può leggere, un pò piccolo per la verità, l'articolo integrale così ognuno è libero di farsi la sua idea.


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