Antonella Pacchiarotti – Lazio IGT Rosso “Cavarosso” 2018

di Andrea Petrini

La Tuscia è anche grande aleatico e questo vino sa rendere onore al territorio grazie ad una suadenza olfattiva, giocata su ricordi di rosa canina e amarena carnosa, che al gusto viene ben bilanciata da una sapidità sferzante tipica di questi suoli vulcanici. Bottiglia finita in un amen. 


Il Lazio che mi piace ha la tenacia dei vini di Antonella!

Joy Kull è La Villana di Gradoli!

di Andrea Petrini

Ci sono storie che partono da lontano, molto lontano, dove l’amore per il vino può diventare la scintilla decisiva per cambiare l’andamento di una realtà che non era così come la progettavamo o, meglio, la sognavamo.

Joy Kull

Joy Kull, originaria del Connecticut, a due passi dalla frenetica New York, può essere tranquillamente la protagonista di una di queste storie dove la trama ha imboccato strade talmente vorticose ed inaspettate da farle cambiare vita in pochissimo tempo “scaraventandola” dai grattaceli di Manhattan fino alle più bucoliche colline di Gradoli, nella zona nord-ovest del Lago di Bolsena, dove oltre a vecchie vigne di aleatico ha trovato un altro amore, forse più grande, quello per suo marito Simone, pastore locale, con il quale da qualche anno ha anche messo su famiglia. 


E’ proprio tra i vigneti della sua azienda agricola, La Villana, che incontro Joy Kull la quale, dopo anni di gavetta, è diventata in tutto e per tutto uno dei tasselli fondamentali della “nuovelle vague” del vino dell’Alta Tuscia laziale che ha preso il via circa 15 anni fa grazie a Giammarco Antonuzi che è stato un punto di riferimento fondamentale per avviare la sua attività.


“Dopo la laurea – mi spiega Joy mentre passeggiamo tra i grappoli di aleatico - ho subito iniziato a lavorare negli USA nel Food and Beverage Management svolgendo quasi tutti i lavori dedicati al vino, dal sommelier fino alla vendita on-line, ma nessuno di questi mi dava piena soddisfazione. Allora, quasi per sfida, mi sono detta: “Joy, perché non inizi a produrre vino?”. L’idea iniziale, ti confesso, era quella di venire in Italia, imparare il mestiere e poi ritornare negli USA, magari in Oregon, e avviare là la mia azienda agricola. Grazie ad un mio amico ristoratore di New York, amante dei vini naturali, sono stata messa in contatto con Antonuzi (Le Coste) al quale ho chiesto di fare un anno intensivo di stage al fine di imparare tutto il possibile. Era il 2013, me lo ricordo bene, sono bastate due settimane a Gradoli, che non conoscevo assolutamente, per innamorarmi visceralmente di questo territorio e dei suoi vini. Sono bastate due settimane di lavoro per capire che questo era il mio sogno e che non sarei più tornata negli Stati Uniti…”


Dopo un anno passato a lavorare presso Le Coste, Joy ha deciso di fare il passo successivo ovvero mettersi in proprio e capire se poteva concretizzare tutto ciò che aveva imparato. Per perseguire questo obiettivo, per capire se la strada intrapresa era quella gusta, inizia a prendere in affitto e gestire tre ettari di vecchi vigneti non più gestiti dagli anziani della zona e nel 2015, all’interno di una grotta, quasi clandestinamente, produce le sue prime 3000 bottiglie che, mi confida, verranno quasi tutte bevute l’anno dopo durante i festeggiamenti per il suo matrimonio.

Oggi, dopo quattro vendemmie, Joy Kull alleva secondo metodi biologici (certificata dal 2017) e biodinamici vigne, sia vecchie che di nuovo impianto, di aleatico, grechetto rosso, montepulciano, ciliegiolo, procanico, roscetto, malvasia e moscato e gli ettari vitati, grazie anche al contributo economico di una sua amica americana, sono passati da circa tre a cinque col progetto di costruire finalmente una nuova cantina più funzionale alle esigenze di una azienda agricola in fase di crescita come La Villana.


Joy, a proposito, perché questo nome, La Villana?”

Beh, quando sono arrivata a Gradoli molti anziani della zona mi raccontavano storie agricole locali al centro delle quali, spesso, c’erano i litigi e le contrapposizioni tra il villano, ovvero l’agricoltore, e il pastore che con le sue pecore rovinava i suoi raccolti. Da queste parti, perciò, sono considerata una vera e propria villana anche se molto atipica visto che ho sposato un pastore le cui pecore, strano il destino, sono invece mie care amiche visto che mi aiutano moltissimo nella concimazione delle mie vigne. Secondo me questi racconti contadini dovrebbero essere rivisti…...”


Con Joy decidiamo di scendere giù a Gradoli per degustare qualche bottiglia e per farmi visitare l’attuale cantina di vinificazione, circa 60 metri quadri, ospitata all’interno di un locale posto al piano terra di un vecchio palazzo nel centro del Paese.


Il Bianco La Villana 2019, blend di procanico e malvasia, è un po’ il simbolo dell’artigianalità del lavoro di Joy che dà vita ad un bianco deciso, essenziale, spiazzante per chi è abituato ai vini troppo tecnici ed industriali. Con questo Bianco si beve puro succo d’uva, sembra di masticare le uve da cui proviene e la territorialità è assolutamente debordante grazie alla sapidità finale di questo vino che ti fa ricordare che Gradoli è territorio vulcanico.


Il Rosato La Villana 2019, 100% aleatico, è succoso, dinamico, la sua leggera aromaticità lo rende poliedrico nei profumi e assolutamente complesso al palato caratterizzato da acidità vibrante che dona freschezza, carattere e, soprattutto, una beva irresistibile.


Il Rosso La Villana 2019, greghetto (sangiovese) in purezza, è pieno, polposo, nitidamente varietale. L’ho apprezzato per il suo essere vivo, tagliente, per certi versi rustico, ma al tempo stesso appagante grazie ad un sorso scorrevole grazie ad una trama tannica viva ma decisamente controllata. Vino assolutamente delizioso e senza sovrastrutture che rende bene l’idea del timbro che Joy vuole dare a tutti i suoi vini che, dietro un’apparenza di semplicità, sono di una purezza e di una territorialità disarmante.


In anteprima ho anche degustato sia il Bianco che il Rosso “Uovo” che Joy affina in cemento all’interno di un'altra cantina. Il bianco è il blend di due uova di cemento dove il procanico, proveniente sia da vigne giovani che vecchie, ha tempi diversi di macerazione (una settimana e quattro giorni). Il risultato? Un vino che ad oggi è assolutamente graffiante, denso, dalla sapidità esplosiva la cui complessità non potrà che essere esaltata col tempo in bottiglia.


Il Rosso Uovo 2019 invece sembra già avere quella maturità e quella eleganza che il bianco ancora deve ricercare. A mio giudizio già oggi è un vino di assoluta piacevolezza e finezza e, tra i tanti greghetto assaggiati in zona, per me è quello che, ad oggi, potenzialmente avrà il futuro più radioso.

Ceraudo - Val di Neto Bianco IGT “Grisara” 2017

di Lorenzo Colombo

Dalla riscoperta del Pecorello vitigno minore calabrese, allevato sulle Colline di Strongoli, Roberto Ceraudo ha ricavato questo vino dai netti sentori di fiori gialli e frutto tropicale. 


La sua elevata nota alcolica (14,5% vol.) è talmente ben integrata nell’insieme che non si percepisce, morbido e ben strutturato non perde comunque in equilibrio ed eleganza.

Berlucchi e la verticale del loro Franciacorta Riserva DOCG "Palazzo Lana Extrême".

di Lorenzo Colombo

La scorsa settimana si è tenuta a Milano la Milano Wine Week, evento organizzato da Federico Gordini che, come dice il nome, coinvolge l’intera città per un’intera settimana.  Il programma era fittissimo (vedi) e anche con la massima buona volontà non era possibile partecipare alla moltitudine d’eventi. Tra le diverse Masterclass tenutesi a Palazzo Bovara, alle quali abbiamo partecipato ci ha molto colpito quella organizzata dalla Berlucchi, intitolata “Berlucchi: le Riserve Raccontate” e condotta da Arturo Ziliani, enologo e amministratore delegato della Guido Berlucchi.

Arturo Ziliani

La Berlucchi è la più grande azienda vitivinicola della Franciacorta, basti pensare che dei 2.900 ettari che costituiscono il vigneto franciacortino, ben 550 vengono gestiti da quest’azienda, 110 di questi ettari sono in proprietà, mentre gli altri 440 appartengono ad una settantina di conferitori. Tutto questo si traduce in una produzione che supera i 4 milioni di bottiglie annue (poco meno di un quarto di tutta la produzione della denominazione), suddivise in diverse linee produttive.

Palazzo Lana - Berlucchi

Dal 2016 i vigneti in proprietà sono certificati BIO e si sta pian piano convincendo i vari conferitori ad adottare questa pratica agronomica. La degustazione ha riguardato il Franciacorta Riserva Extrême l’unico vino appartenente alla linea Palazzo Lana, la più prestigiosa dell’azienda, ottenuto da uve Pinot nero in purezza. Non sono molti i Franciacorta prodotti unicamente con Pinot nero, e questo neppure tra quelli Rosé, poiché questo vitigno occupa unicamente il 15% del vigneto franciacortino, a fronte dell’oltre 80% di Chardonnay.


Le uve per la produzione di questa Riserva provengono da due piccoli vigneti di proprietà rinnovati nel 1999, il vigneto Brolo, situato in fronte alla sede dell’azienda, allevato a Cordone speronato con alta densità d’impianto (10.000 ceppi/ettaro), con esposizione Nord ed il vigneto Quindicipiò, collocato in media collina, su suoli leggeri, ricchi di ciottoli, con esposizione Est-Ovest. La resa in mosto è bassissima (inferiore al 30%), sfruttando unicamente il mosto fiore ricavato dalla prima spremitura delle uve (anziché la suddivisione nei due classici tagli di spremitura, per questo vino se ne effettuano quattro). 


La fermentazione alcolica si svolge in vasche d’acciaio, dopo di che una piccola parte del vino viene trasferita in barriques usate dove s’affina per sei mesi. La fermentazione malolattica viene in ogni caso evitata, per mantenere tutta la freschezza del frutto. Dopo la preparazione della Cuvée, che avviene nella primavera successiva alla vendemmia, il vino viene posto in bottiglia per la rifermentazione e vi rimane per almeno nove anni prima della sboccatura. Prodotto per la prima volta nel 2004, il Palazzo Lana Extr
ême rappresenta il vino di punta dell’azienda. La produzione è assai limitata e non supera le 5.000-6.000 bottiglie/anno.

Cantina Storica Berlucchi

Tre le annate poste in degustazione: 2009, 2007 e 2005. Un piccolo appunto sulla luminosità dell’ambiente, che non permetteva di valutare correttamente il colore dei vini, ma in fin dei conti questo non è così importante.


2009:
 115 mesi d’affinamento in bottiglia, 3,5 gr/l il residuo zuccherino, sboccato da 9 mesi.
Il colore è paglierino di buona intensità. Intenso, fragrante, elegante e complesso al naso, si colgono sentori di nocciole tostate, frutta a polpa bianca, canditi, pasticceria. Decisa l’effervescenza al palato, il vino è molto fresco e decisamente sapido, quasi salino, bella la vena acida, che s’esprime su sentori d’agrume maturo, lunghissima la sua persistenza. Un grandissimo vino con davanti a sé una lunga vita.


2007
: 107 i mesi d’affinamento in bottiglia, 2,5 gr/l il residuo zuccherino, 40 i mesi trascorsi dalla sua sboccatura.
Color paglierino, leggermente più scarico del precedente. Intenso al naso dove si presenta con sentori di nocciole tostate, brioche, pasticceria, marzapane e con accenni floreali. Intensa e decisa l’effervescenza al palato, sapido, presenta leggeri accenni vegetali e chiude leggermente amarognolo. Seppur di indubbia qualità è quello dei tre che meno ci ha convinti, apparendo un poco sottotono rispetto agli altri due.


2005
: 112 i mesi d’affinamento in bottiglia e 58 quelli trascorsi dal suo dégorgement, 4 gr/l il residuo zuccherino.


Il colore è paglierino luminoso di buona intensità. Mediamente intenso rispetto agli altri due vini, più delicato, si colgono note di crema pasticcera e di fiori secchi. E’ però alla bocca che il vino ci ha maggiormente colpiti, soprattutto per la sua freschezza e verticalità, la sua vena acida è decisa, spiccata, quasi tagliente, gli agrumi sono freschissimi e citrini (pompelmo, lime), leggere le sue note vegetali e lunghissima la sua persistenza. Un grandissimo vino, che, ancora una volta demolisce il luogo comune che racconta che dopo la sboccatura inizia il decadimento dei vini spumanti.

A Bologna il manifesto Slow Wine per il vino buono, pulito e giusto!

L’11 ottobre alle 14,30 c’è un evento imperdibile per tutti i vignaioli e gli appassionati del vino artigianale. Si terrà, infatti alla Fiera di Bologna, durante le giornate del Sana il convegno di presentazione del Manifesto per il vino buono, pulito e giusto.

Di che si tratta?

Nel 2020 Slow Food ha deciso di coronare un lungo lavoro che iniziò nel 2007 con la prima edizione di Vigneron d’Europe a Montpellier, proseguita nel 2009 con l’edizione della stessa manifestazione in Toscana. A Firenze fu letto, nella Sala dei Cinquecento, di fronte a centinaia di produttori, il Manifesto dei Vigneron (clicca qui per saperne di più). Fu un momento toccante e carico di significato. Non per nulla da quelle due esperienze prese vita la Fivi. 
Ora, Slow Food ha deciso di rivisitare quello stupendo documento e di aggiornarlo creando il Manifesto Slow Food per il vino buono, pulito e giusto.

Un decalogo che fissa alcuni punti fermi sul mestiere del vignaiolo, sull’agronomia e sull’enologia, allargando il discorso anche ad altri ambiti quali la biodiversità, la tutela del paesaggio e il rapporto con chi lavora in vigna e cantina.

Si tratterà di un punto di partenza per la creazione di una grande comunità internazionale che unisca produttori e appassionati che si riconoscono nei 10 principi enunciati dalla Carta. Infatti, dall’11 di ottobre in poi, durante i sei mesi di Terra Madre verranno organizzati momenti di firma e di adesione al Manifesto per coinvolgere tutti i vigneron che vorranno far parte di questo progetto di valorizzazione del vino buono, pulito e giusto.

Ecco il programma del convegno:

Moderatore:

  • Fabio Giavedoni – curatore della guida Slow Wine

Relatori:

  • Maurizio Gily – agronomo, giornalista e direttore di Millevigne, il periodico dei viticoltori italiani
  • Saverio Petrilli – vignaiolo, enologo e consigliere della FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti)
  • Francesca Rapisarda – architetto del paesaggio
  • Paolo Fontana – presidente della World Biodiversity Association – onlus
  • Maria Grazia Mammuccini – vignaiola e presidente di FederBio
  • Giancarlo Gariglio – curatore della guida Slow Wine

Scrivi a slowine@slowfood.it per iscriverti alla presentazione e ricevere il codice omaggio che consentirà l’ingresso gratuito alla Fiera Sana.

Ricordiamo, per chi non potrà essere presente a Bologna, che sarà possibile seguire la presentazione in streaming sul sito terramadresalonedelgusto.com

Pomona - Chianti Classico 2017

di Stefano Tesi

Ecco un vino che, anche in un’annata calda e siccitosa, sa mantere il nerbo vibrante e spigliato della sua produttrice, Monica Raspi, vignaiola in quel di Castellina: un naso vivo e quasi croccante, una bocca corposa ma agile ed elegante, con un finale godibile e finissimo. 


Da bere con levità e attenzione

Il Pecorino dei Fratelli Farina è un grande formaggio delle Crete Senesi

di Stefano Tesi

Non c’è nulla di meglio, per esprimere un giudizio equanime, che approcciarsi a qualcosa verso cui non hai particolari aspettative né pregiudizi. Qualcosa che, in altre parole, ti aspetti “normale”. E’ in questo modo che giorni orsono mi sono avvicinato a un formaggio che avevo in dispensa da qualche settimana. Chi lo aveva assaggiato mi aveva detto che sì, era un ottimo formaggio, ma nulla di più però: un pecorino delle Crete Senesi arricchito con chicchi di pepe interi. 


Così, preso da un certo languorino, sono andato a frugare tra gli scaffali e ho trovato questa mezza forma. Formato massiccio, scalco alto, colore della buccia grigio-ambrato. Ottima premessa. Prendo il coltello e affetto.  Bellissima sezione compatta, di un giallo paglierino rotto qual e là dal nero dei grossi chicchi di pepe. Alveolatura ridotta e concentrata nella parte interna, buccia sottilissima.  Al tatto la fetta è dura, consistente, con un accenno di friabilità dettato dalla stagionatura che – ricostruisco – a questo punto dovrebbe essere di circa cinque mesi.  Subito si leva un profumo intenso e fragrante, penetrante, acuto, che racchiude l’aroma del pepe e quello delle erbe di campo, dei fiori secchi, di certi arbusti e del latte di pecora.

La sensazione olfattiva generale è quella di un prodotto che sta vivendo il massimo della sua evoluzione. Ingolosito, proseguo. Taglio tutto a losanghe e assaggio: la friabilità appena denunciata all’occhio e già più avvertibile al taglio si riconferma al morso, con l’elasticità del boccone resa più fragile e gentile dalla granulosità dell’incipiente scagliatura. In sostanza una tattilità perfetta. 


In bocca il sapore è pungente, netto e pulito, ma complesso e cangiante. E durante la masticazione si apre in un melange di piccantezze da pepe e da stagionatura, con ritorni retronasali a ondate di erbe, di pascolo e di campagna. Sentori che, con compiaciuta sorpresa, riconosco come familiari. 

E’ buonissimo, altro che storie! 

Un formaggio importante, quasi solenne ed eppure anche gastronomico, che invita al riassaggio e non satura certamente al primo boccone: si fa mangiare, ti chiama, soddisfa.  Io ci ho bevuto mezza bottiglia di Morellino di Scansano, con quel poco di ruvidezza perfetta per sposarsi col gusto scabro e verticale del formaggio. In sintesi: farne scorta, metterlo a maturare in cella frigo (o in cantina, alla faccia dell’Asl, se è una casa privata), curandolo ogni tanto con olio e cenere e ricordandosi che, portatolo in tavola, è difficile che duri.  Difficile spendere meglio 18 euro per un kg di formaggio 

Il problema casomai è procurarselo: lo fanno nel loro caseificio nel mezzo alle Crete, tra Asciano e San Giovanni d’Asso, in minuscole quantità, i fratelli Farina, sardi “intoscanati” di terza generazione, che lo vendono in un minuscolo food truck agricolo (ora va di moda chiamarli così, ma io la chiamerei miniroulotte) piazzato in mezzo all’aia-aia del podere di famiglia. 


Ed ecco, dalla viva voce di una delle titolari, la testimonianza di come il formaggio nasce, raccolta da un incuriosito giornalista-consumatore. 

ST: ma come nasce questo formaggio? 

Alessia Farina: semplicemente mettendoci i chicchi di pepe dentro. E’ un formaggio che ha un successo strapitoso anche senza pepe. Non perchè siamo bravi, ma perché è eccezionale la materia prima. 

ST: ma il formaggio come si chiama? 

Alessia Farina: semicotto, dal di lavorazione. E’ quella tradizionale di casa nostra. Un casaro specializzato ha ascoltato la spiegazione del mi’ babbo e l’ha adattato a una macchina ultramoderna. 

ST: e come funziona? 

Alessia Farina: si caglia il latte a 40 gradi e poi, mentre si taglia la cagliata molto fina, si riscalda tutto fino a 46. Fatto il formaggio, lo si mette a stagionare in cella. Mio nonno in Sardegna aveva anche le vacche e lo faceva misto. Diceva: “la cagliata va riscaldata fino a quando ci riesci a tenere le mani”. E’ stato ganzissimo scoprire sul display della macchina che le mani ci si tenevano esattamente fino a 46 gradi! Poi sulla paiola di rame formavano una specie di grosso cilindro che tagliavano secondo la misura delle fuscelle. Noi con la caldaia elettrica e il controllo dei parametri riusciamo a fare un buon prodotto con molta più facilità. Comunque il formaggio va strizzato molto e, se vogliamo dargli un po’ di piccantezza, lasciamo dentro un pochino di siero che, fermentando, forma dei piccolissimi buchi. Con la misurazione del ph sappiamo esattamente fino a quando dobbiamo stringere le forme, perché l’acidità è una buona indicazione di quanto siero sia rimasto all’interno. 


ST: quindi? 

Alessia Farina: si tiene una notte in frigo e poi in salamoia. Mio babbo dice: “la salamoia è pronta, cioè l’acqua ha la giusta quantità di sale, quando se ci butti un uovo galleggia”. Noi ovviamente usiamo un densimetro. Terminata la salamoia in base al peso delle forme, le asciughiamo e le ungiamo con extravergine e cenere di legna di quercia.

Podere Conca: a Bolgheri c'è una bella novità!

L’areale di Bolgheri è sicuramente una delle zone dove negli ultimi tempi si è investito moltissimo e la nascita di nuove realtà vitivinicole non è ormai una novità. Una delle ultime arrivate è sicuramente Podere Conca, azienda nata nel 2015 grazie alla determinazione di Silvia Cirri (primario del servizio di Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva dell’Istituto Clinico Sant’Ambrogio del Gruppo San Donato di Milano) che dopo aver frequentato i corsi AIS Milano, ha voluto investire nella sua passione per il vino andando ad affiancare alla produzione dell’olio Bio, che da anni viene prodotto a Podere Conca, la proprietà di famiglia, anche quella del vino. Nell’avventura viene affiancata anche dall’amico Livio Aloisi, esperto e appassionato di agricoltura biologica.

Silvia Cirri

Fin dall’inizio Silvia ha un’idea precisa della tipologia dei vini che vuole produrre: ha una passione per il ciliegiolo e, appoggiata nella sua scelta anche dall’enologa Laura Zuddas, decide di accostarlo a cabernet franc e cabernet sauvignon per il rosso Agapanto Bolgheri DOC: un blend a cui vengono riconosciuti carattere e originalità. Per il bianco, Elleboro, si preferisce al vermentino, tipico del territorio, l’uso di uve internazionali quali il viognier, lo chardonnay e il sauvignon blanc, da poco entrati di diritto nel disciplinare Bolgheri DOC.


Nei primi anni Podere Conca decide di selezionare per i suoi blend le uve di piccoli viticoltori della zona, attentamente seguiti nella produzione dall’agronomo Paolo Granchi, e di vinificare presso la cantina di un produttore Bolgherese.
  Questa scelta ha permesso di sperimentare i blend nell’attesa che i vigneti raggiungessero la piena produzione. Oggi l’agronoma Linda Franceschi, sorveglia con un attento e competente lavoro quotidiano i 5,8 ettari di proprietà suddivisi in due terreni: 0,2 ettari tra le file degli ulivi che crescono intorno al Podere dove si coltiva il cabernet franc che sarà riservato al nuovo vino previsto per il 2021 e 5,6 ettari in località Ferruggini Sant’Uberto a un paio di chilometri di distanza in direzione del mare. Inoltre dalla vendemmia 2020 le uve, di produzione aziendale saranno vinificate e affinate nella nuova cantina di proprietà che sorge sulla via provinciale che collega Donoratico a Castagneto Carducci. 



In cantina si è scelto di privilegiare gli investimenti per la tecnologia, i contenitori in acciaio e cemento, le barriques in rovere, e, non ultimo, per la sicurezza, piuttosto che investimenti rivolti più all’estetica e al design.



Sono passato a trovare Silvia Cirri tornando dalle mie vacanze estive in Liguria, la Via Aurelia passa proprio parallela all’azienda bolgherese e non mi sono fatto sfuggire l’occasione di conoscere la vulcanica proprietaria che una mattina di estate mi ha organizzato una bellissima doppia mini verticale dei suoi due vini: Elleboro ed Agrapanto nelle annate 2017 e 2018. 

Podere Conca - Elleboro 2019: grande vivacità aromatica per questo bianco bolgherese dove il tocco graffiante e fruttato del sauvignon blanc viene ben modulato dall’uso di viognier e chardonnay che donano complessità ed un tocco di eleganza ad un vino che, in loro assenza, scalcerebbe in maniera sovrabbondante. Al sorso è teso, vigoroso, mediterraneo e di grande persistenza sapida. Buono oggi ma tra un paio di anni darà il meglio di sé stesso. Con la cucina di mare si abbina favolosamente.


Podere Conca - Elleboro 2017
: su posizioni nettamente diverse rispetto al precedente sia dal punto di vista aromatico che gustativo. Infatti questo bianco gioca una partita, di qualità, su toni leggermente meno marcati, ha un carattere austero, rigoroso, la complessità olfattiva sembra definita su toni più minerali che fruttati e anche al sorso tende ad essere meno invasivo facendosi apprezzare per compostezza e godibilità. Un vino assolutamente meno gridato del precedente che, in certi casi, richiama uno charme più francese che italiano.


Podere Conca - Agrapanto 2018
: come accaduto per il bianco pari annata, anche questo rosso bolgherese è assolutamente dirompente al naso dove si denota una componente fruttata assai compatta in cui l’amarena sotto spirito, la frutta nera di rovo e la prugna della California la fanno da padroni. Col tempo è la giusta ossigenazione arrivano anche i sentori di fiori passiti e spezie dolci. Calda e di grande rigore la struttura gustativa dove la trama tannica, vibrante, è ben calibrata ed integrata da una vena acido-sapida. Lungo e fruttato il finale.


Podere Conca - Agrapanto 2017
: a tre anni dalla vendemmia si inizia a capire la stoffa di questo blend bolgherese che, iniziando a perdere le sgrammaticature giovanili, comincia a mettere su complessità ed eleganza che vedranno la loro massima espressione sicuramente tra un paio di lustri. Ad oggi questa 2017 mi piace molto di più dell’annata precedente, ha un ritmo olfattivo più rigoroso, sinuoso, con chiare percezioni di ciliegia ancora croccante, spezie anche piccanti, chiodi di garofano, tabacco, rabarbaro, timo e soffi minerali rossi. In bocca mostra un buon equilibrio, ravvivato da un tannino deciso e fitto ma ben fuso nella struttura. Finale accattivante con chiari richiami aromatici.



Marisa Cuomo - Costa d'Amalfi “Fiorduva” 2018

Un bianco nazionale che nasce sui terrazzamenti strappati alla roccia della Costiera Amalfitana. 


A due anni dalla vendemmia ancora giovane ma 
già ricco al naso e appagante al palato, finale travolgente, iodato. In attesa di una sua promessa evoluzione.

Di Cantine Astroni e di come evolve il loro grande Piedirosso

di Luciano Pignataro

Quanto vive il Piedirosso?  Dopo venti anni di degustazione prove, protocolli in acciaio, in legno piccolo e grande, cemento e compagnia cantando, si può ragionevolmente affermare che dal punto di vista del consumatore questo vino può essere stappato subito per godere i suoi generosi respiri floreali oppure lasciarlo maturare mediamente tra due ai tre anni, in ogni caso non più di cinque. Si tratta di una regola generale e come ogni regola, soprattutto nel vino, può avere le sue eccezioni, ma per arrivare a queste conclusioni dobbiamo anzitutto dire cosa è il Piedirosso.

Grappolo di piedirosso

Si tratta di un vino ottenuto da uve omonime allevate prevalentemente in provincia di Napoli, entra di forza nella doc Lacryma Christi, è l'unica cultivar della Campi Flegrei doc, importante nella Penisola Sorrentina doc (nel Gragnano) e in Ischia doc. E' un uva antichissima, tipica della Campania (non si trova fuori dalla regione come invece accade per l'altro rosso campano, l'Aglianico, presente in Basilicata, Molise, Puglia e Calabria) che ama il suolo vulcanico e il caldo. Viene coltivato, con poca convinzione ma con ottimi risultati, anche nel Sannio e in minima parte nel Salernitano.


Il Piedirosso rappresenta il carattere del proprio territorio, è un vino allegro, beverino, dai tempi brevi, non impegnativo dal punto di vista gustativo, che ben si adatta a gran parte della cucina partenopea, è il vino della costa campana sostanzialmente. Ha tannini poco pronunciati, e questo lo rende immediatamente bevibile oltre che usato per tagliare l'Aglianico, vino dai tempi lunghi per eccessi di acidità e presenza in esubero di tannini.


Il Piedirosso è un vino difficile in vigna perché poco prolifico, anche se questo ormai è diventato un pregio e non un difetto nella viticultura moderna. Ma è difficile anche in cantina dove solo da una ventina d'anni, appunto, si sono centrati i protocolli giusti per evitare gli eterni sentori di ridotto e di poca pulizia olfattiva e gustativa che lo hanno segnato per un lungo passato. Ogni vino deve fare la sua parte, un po' come le auto: meglio una Smart di una Ferrari sul Grande Raccordo Anulare o nelle strade delle città. La strada che ha puntato a farne un vino in stile anni '90, con legno piccolo e surmaturazioni in vigna, non ha dato grandi risultati perchè alla lunga ci si è fermati proprio di fronte alla caducità di questo vino e al suo crollo immediato in bottiglie dimenticate per qualche tempo e rovinosamente stappate poi tra la delusione generale. Insomma, il risultato è lo stesso quando si vogliono fare vini pronti con forzature enologiche di uva che regalano bottiglie strutturate come l'Aglianico. Venti anni di degustazione hanno fissato una volta per tute il concetto che l'Aglianico giovane e il Piedirosso invecchiato sono due ossimori.


Sono queste le considerazioni che si sono fatte al termine di una verticale a Cantine Astroni, la bella azienda dei Campi Flegrei protagonista della riscossa di questo vitigno insieme ad una bella pattuglia di giovani vignaioli. Una cavalcata iniziata nel 2007 e proseguita sino alla 2019 nella quale si è potuto vedere questa continua progressione qualitativa.

Ma il colpo finale a sorpresa sono state le due bottiglie prodotte quando l'azienda si chiamava ancora Varchetta datate 2003 e 1999

Famiglia Varchetta 1940

Questo il cognome di una delle famiglie di vinificatori che sin dall'800 circondavano Napoli in una sorta di tangenziale del vino che partiva dai Campi Flegrei con i Martusciello e proseguiva con Varchetta a Napoli, De Falco a San Sebastiano al Vesuvio, Russo a Terzigno, Scala a Portici. Un'altra era geologica che termina grosso modo con la crisi del metanolo del 1986 che costringe tutti ad un ripensamento globale in Italia e che trasforma alcuni vinificatori in produttori. La storia di Varchetta è proprio questa, con le nuove generazioni, prima Gerardo Vernazzaro e poi Vincenzo Varchetta a studiare Enologia e a fare esperienze in giro. Ecco perchè è affascinante bere queste vecchie bottiglie, figli di un'epoca di transizione, che all'epoca costavano circa quattro mila lire diventate poi quattro-cinque euro.

Gerardo Vernazzano e le sue bottiglie

Quando passa tanto tempo si finisce a parlare delle annate più che delle bottiglie. Due annate particolari perchè la 2003, ricorderete, è stata la prima annata tropicale che abbiamo vissuto in Italia con un caldo estenuante e lungo e temperature pazzesche. Annata che però per le varietà tardive alla lunga sono state molto generose. In questo caso il Piedirosso ha sicuramente retto bene alla prova del tempo presentandosi scarnificato ma con una buona acidità che lo teneva in piedi e una nota fumè, di gomma bruciata, che aveva completamente offuscato i sentori di frutta e di geranio tipici del vitigno.


La 1999 è annata particolare per la sua perfezione, potremmo dire l'ultima vera grande annata per gran parte del vino italiano che dopo non ha avuto eguali in vigneto. In questo caso il vino è apparso sicuramente più tonico, fine, con spunto di frutta rossa sotto spirito e una verve al palato decisa ed intrigante.

Si tratta della prima annata che ha visto l'ingresso in azienda di Gerardo Vernazzaro e da allora veramente si sono fatti grandi passi in avanti nella conoscenza del comportamento di questo vitigno apparentemente allegro e gioioso ma in realtà difficile e complicato per chi lo lavora.


Dunque, per rispondere alla domanda iniziale, quanto viva il Piedirosso? Molto a lungo, almeno vent'anni. Ma è meglio berlo non oltre il quinto anno dalla vendemmia.