Capitoni - Troccolone Orcia Doc Sangiovese 2017

di Stefano Tesi

Da vent'anni tondi, con coraggio e passione, dalle parti di Pienza Marco Capitoni fa vini sinceri. 

Foto: Trentino Wine Blog

Per celebrare la ricorrenza ha invitato gli amici e ha abbinato questo potente, sapido, ruspante, verace Sangiovese fatto in anfora con gli antichi piatti di pesce dei laghi di Chiusi e Montepulciano, tipo brustico e tegamaccio. Connubio lacustre azzeccato.

Il Chianti Classico Lamole di Lamole alla prova del tempo - Garantito IGP

di Stefano Tesi

Una frazione di Greve che però, per questioni di antiche pertinente abbaziali, è da sempre considerata un’enclave di Radda e, di conseguenza, è sempre stata ricompresa nei confini del Chianti storico, quello del trittico Radda-Gaiole-Castellina.
Un antico insediamento a circa 600 metri di quota, vitato fin dal ‘300, con cloni locali di Sangiovese ed alcune vigne vecchie di quasi ottant’anni. Insomma uno dei luoghi-simbolo del Gallo Nero.


Qui, a Lamole, oggi proprietà del gruppo Santa Margherita, si produce in biologico il Lamole di Lamole, Chianti Classico che si potrebbe definire “di riferimento” sotto molti punti di vista.
E’ a questo vino, nella versione riserva, che Life of Wine, la rassegna dedicata alla longevità vinicola e organizzata ogni anno a Roma, ma con divagazioni itineranti, ha riservato una interessante verticale al ristorante Konnubio di Firenze, mentore l’enologo Andrea Daldin.
Occasione imperdibile per farsi un’idea dell’evoluzione del prodotto a cavallo di vent’anni fatidici, dal 1995 al 2014, con i campioni abbinati per decennio: 2014 e 2012, 2005 e 2001, 1999 e 1995.


Infatti non ce la siamo persa. Se l’avessimo fatto, ci saremmo persi anche l’eccellente (cosa da non dare sempre per scontata in queste circostanze) cena a due mani preparata dalla chef del Konnubio Beatrice Segoni (superlativi, va detto, i passatelli in brodo di faraona e tartufo nero) e da Riccardo Vivarelli del Vitique, il ristorante di Lamole.
Ed ecco le note.

Lamole di Lamole Chianti Classico Riserva 2014
Al bellissimo colore rubino caldo abbina al naso una freschezza quasi croccante e un frutto fine, etereo, elegante, mentre in bocca è profondo e asciutto, con retrogusto di mora e di amarena, a conferma di un’annata evolutasi assai meglio del previsto.


Lamole di Lamole Chianti Classico Riserva 2012
Rubino dai toni più cupi, all’olfatto è un po’ duro ma già evoluto, pronto da bere, con accenni di cuoio naturale. Al palato risulta vellutato e di buona lunghezza, pieno ma nell’insieme un po’ sfuggente.

Lamole di Lamole Chianti Classico Riserva 2005
Di colore rubino decisamente scuro, al naso offre un impatto piacevole e lineare, con sentori di cuoio usato, una nota calda e una sottile scia balsamica. In bocca è importante, strutturato, con grandi spalle e alcool in evidenza.


Lamole di Lamole Chianti Classico Riserva 2001
E’ una magnum e si sente. All’occhio è rubino scuro, mentre al naso si affaccia un pot pourrì di fiori grassi e di erbe di campo che poi si acquietano in un bouquet intenso ed elegante. Anche in bocca non delude: integro e solenne, lungo e severo.


Lamole di Lamole Chianti Classico Riserva 1999
Vino di tonalità decisamente scura, all’olfatto risulta molto evoluto, con marcate note terziarie di cuoio usato e sottobosco. Meglio in bocca, ove è ricco e sapido, elegante e solido, vagamente speziato.

Lamole di Lamole Chianti Classico Riserva 1995
Scurissimo, al naso è integro e denso, profondo, con sentori terziari in bell’equilibrio, accenni di viola e frutti di bosco, mentre in bocca è caldo, intenso, quasi abrasivo e molto vivo, ancora pienamente godibile.

La Biancolella 2016 delle Antiche Cantine Migliaccio ha la profondità e la luce del mare di Ponza

Ponza, situata davanti al Golfo di Gaeta, assieme alle isole Gavi, Zannone, Palmarola, Ventotene e Santo Stefano fa parte dell'arcipelago delle isole Ponziane o Pontine. Escludendo la stagione estiva, dove diventa meta turistica di eccellenza grazie alle sue bellissime spiagge sempre troppo affollate, Ponza negli altri periodi dell'anno rimane un luogo tranquillo ed incantato dove passare del tempo alla scoperta delle sue bellezze nascoste come, ad esempio, le splendide Grotte di Pilato di epoca romane la cui visita, da sola, vale già il viaggio da qualunque parte di Italia.

Il mare di Ponza - Foto: Proloco Ponza

Per chi, come me, è appassionato di vino questa isola è una rivelazione anche dal punto di vista vitivinicolo: la storia, infatti, narra che già nel 1734 Carlo di Borbone, colonizzando l'isola, assegnò in enfiteusi perpetua vari appezzamenti di terra ai coloni partenopei tra i quali c'era anche il signor Pietro Migliaccio, ischitano doc, che si aggiudicò un bellissimo podere in località Punta Fieno che, a differenza di altri che erano definiti “a bosco” o “incolti”, risultava già vitato con piante di biancolella, per’ ’e palummo, guarnaccia, aglianico e forastera, che ancor oggi Emanuele Vittorio Migliaccio, pronipote di Pietro, assieme a sua moglie Luciana stanno cercando di coltivare e, al tempo stesso, valorizzare grazie al progetto, nato nel 2000, che prende il nome di Antiche Cantine Migliaccio.

Punta Fieno - Foto: Luciano Pignataro
Emanuele Vittorio e sua moglie - Foto: www.wining.it

Non so chi di voi è andato a trovare Emanuele Vittorio Migliaccio ma, credetemi, arrivare a Punta Fieno non è un gioco da ragazzi e ti fa comprendere come anche a Ponza si debba parlare di viticoltura eroica. Infatti per raggiungere i vigneti (circa 3 ettari) si deve fare un percorso di circa un'ora a piedi su una mulattiera che parte da Via Pizzicato oppure si può andare via mare lanciandosi al volo dalla barca) visto che non esiste un vero e approdo turistico) e salendo successivamente attraverso sentieri sterrati composti da muretti a secco, chiamati localmente parracine, che poco hanno potuto contrastare la furia della Natura che ad inizio Novembre, causa abbondanti piogge, ha provocato danni ingenti a Punta Fieno distruggendo viti, ulivi e piante secolari di lauro e melograno, colpendo soprattutto i terreni delle Antiche Cantine Migliaccio.

Vigne - Foto: Luciano Pignataro
Vigne e pendenze - Foto: Luciano Pignataro

In questo luogo impervio e difficile, sospeso tra cielo e mare, grazie alla preziosa consulenza enologica di Vincenzo Mercurio, Emanuele Vittorio, ha prodotto fino ad oggi quattro tipologie di vino ovvero l'IGT  Lazio Fieno di Ponza Bianco (biancolella e forastera), l'IGT Lazio Biancollella (100% biancolella), l'IGT Lazio Fieno di Ponza Rosato (piedirosso, guernaccia) e l'IGT Lazio Fieno di Ponza Rosso (piedirosso, aglianico, guernaccia rossa, nero d'avola).

La cantina scavata nella roccia

Qualche giorno fa, dopo una ricerca non facilissima per le enoteche di Roma, ho potuto apprezzare finalmente l'IGT Lazio Biancolella 2016, dal colore quasi dorato, che come sempre, avendo apprezzato anche annate precedenti, riesce a sorprendermi per essere un vino fuori da qualsiasi schema predefinito. 


Il suo carattere d'antan, i suoi pigri aromi di timo, muschio e mandorla, associati ad una scintillante mineralità fanno da sempre da preludio ad un sorso leggiadro, proporzionato e di innata succosità. Indugia senza fretta in persistenza rilasciando lentamente al palato tutti i sapori del mare da cui è nato. L'abbinamento perfetto: su una tagliata di freschissimo tonno rosso!

Librandi - Gravello 1988 è il Vino della Settimana di Garantito IGP


di Luciano Pignataro

Fa trent'anni il Gravello, blend di Cabernet Sauvignon e Gaglioppo pensato dai fratelli Antonio e Nicodemo Librandi prima con Severino Garofano e poi, dal 1998, con Donato Lanati. Riproviamo la prima annata di questo vino che ha fatto storia: sentori di frutta, cenere, al palato e vivo, freschissimo, sapido. Buonissimo.


Per altri 30 anni.

Falanghina e Piedirosso tra Napoli e Campi Flegrei


di Luciano Pignataro

Resilienza contadina nel cuore della città più urbanizzata d’Europa. Già, perché se è vero che tra le grandi città italiane Roma può vantare il maggior numero di superficie vitata, Napoli è sicuramente la metropoli con il maggior numero di vigneti dentro il suo perimetro urbano. Il vigneto di Raffaele Moccia, premiato come Produttore dell’anno dalla Guida Mangia&Bevi 2018, è un esempio classico di resistenza contadina che difende la bellezza contro la bruttura delle nuove costruzioni in cemento che hanno invaso il cratere spento di Agnano, lì dove iniziano i Campi Flegrei. Gestendo il vigneto del padre e poi quello adiacente le mura Borboniche, Raffaele ha contribuito a salvare parte del paesaggio antico, quando questi territori erano la dispensa nord di Napoli e producevano frutta, verdure, legumi e uva in abbondanza.

Falanghina

Discorso simile, proprio ai bordi del cratere degli Astroni, è quello di Gerardo Vernazzaro che, dopo aver studiato enologia a Udine, ha di fatto riconvertito la storica azienda Varchetta trasformandone il dna produttivo da vinificatore a viticultore.
Le bandiere enologiche di queste produzioni dentro la città, a cui si aggiunge quella di Rosiello a Posillipo e alla tenuta Amato Lamberti dove si coltiva un terreno confiscato alla camorra, sono il piedirosso e la falanghina, le due uve simbolo della città da cui si producono gli omonimi vini da sempre ritenuti freschi e beverini.

Ma proprio il lavoro dei produttori napoletani e dei Campi Flegrei ha invece dimostrato le grandi potenzialità di queste uve, ritenute secondarie rispetto ad aglianico, greco e fiano, proponendo vini moderni, di spessore e sicuramente molto affascinanti grazie al rapporto con il suolo vulcanico. Ma c’è di più: queste uve da sempre abituate a suoli caldi, anche se carezzati dalla brezza marina, hanno dimostrato di rendere ancora meglio con i mutamenti climatici e di non soffrire come invece è successo ad altri vitigni. La Falanghina ha dimostrato di essere certo un vino beverino ma anche complesso e capace di regalare belle sensazioni con il passare del tempo. Ma la vera sorpresa è costituita dal Piedirosso, da sempre bestia nera di contadini e trasformatori per le difficoltà di gestirlo sia in vigna che in cantina. Le moderne conoscenze e l’attenta applicazione di un’agricoltura di precisione in campagna hanno consentito di bere negli ultimi anni degli splendidi rossi, non eccessivamente alcolici, abbastanza morbidi, sapidi, freschi al palato e capaci di abbinarsi a gran parte della cucina tradizionale e d’autore. Portabandiera di questo cambiamento, oltre le due aziende citate, sicuramente la Sibilla della famiglia Di Meo a Bacoli e Contrada Salandra di Peppino Fortunato a Pozzuoli. Sono loro, i quattro moschettieri, che hanno dato quella spinta necessaria a questi due vitigni ripresi all’inizio degli anni ‘90 dall’azienda Grotta del Sole della famiglia Martusciello.

Piedirosso

Adesso ovviamente non sono più solo loro, ci sono per esempio Salvatore Martusciello, che continua l’attività di famiglia insieme alla moglie Gilda Guida, Carputo a via Viticella, Cantine del Mare. Insomma una vera e propria rinascita vitivinicola dei vini tradizionali di Napoli che è l’unica capace di fermare l’avanzata del cemento.

Melini - Chianti DOCG Governo All'Uso Toscano 2015

di Carlo Macchi

Sangiovese in purezza, 40% di uve messe ad appassire per almeno 60 giorni. Profumato, rotondo con la giusta freschezza e corpo da Chianti Classico. 


Ancora devo capire se questo vino sia un salto nel passato o nel futuro. Volete un consiglio? Saltate il problema e, come me, finitevi  la bottiglia!

Manuale di sopravvivenza all'Asta degli Hospices de Beaune

di Carlo Macchi

13.968.750! Forse non è molto bello iniziare un articolo con una cifra, però credo sia il modo migliore per far capire immediatamente il “peso” dell’asta che ogni anno, la terza settimana di novembre, si svolge nel cuore della Borgogna, a Beaune.
L’istituzione ospedaliera Hospices de Beaune, proprietaria tra l’altro della meravigliosa struttura dell’Hôtel Dieu, venne fondata addirittura nel 1443 e praticamente da allora, in modi diversi (con la formula dell’asta sin dal 1859) si autofinanzia vendendo il vino prodotto dai suoi vigneti.

Partecipanti

Le vigne dell’Hospices, tutte avute in dono nel corso dei secoli, ammontano oramai a 60 ettari, di cui l’85% è composto da Premiers e Grand Crus. Un patrimonio notevole che mette gli Hospices al terzo posto, come ettari, tra i produttori borgognoni.
Grazie al ricavato dell’asta (una parte viene anche data in beneficienza) l’istituzione si è finanziata nei secoli e contemporaneamente ha fatto anche la storia della Borgogna. L’evento è quindi qualcosa di irrinunciabile, non soltanto per i borgognoni, ma per tutti quelli che amano i grandi vini di questa terra

vini bianchi all'asta

I vini messi all’asta sono divisi in pièces (alias barriques borgognone da 228 litri) raggruppate a loro volta in cuvées: quest’ultime, in soldoni, rappresentano i vari vigneti. Quest’anno le pièces in vendita erano 828 suddivise in 50 cuvées.
L’asta non solo ha fatto la storia, ma ha rappresentato da sempre una cartina di tornasole per monitorare le annate e il valore commerciale dei vini. Per esempio nel 2011 il prezzo medio di aggiudicazione di una pièce era di 6.494€  ed erano ormai una decina d’anni che tale prezzo fluttuava al massimo tra i 4.000 e i 7.000 euro. Nel 2012 il prezzo medio è schizzato a 10.238 €, per poi arrivare nel 2015 (annata di raccolta magra) a 17.645. Quest’anno, tanto per farvi subito capire che sarà sempre più costoso comprare in zona, il prezzo medio è stato di 18.750€! Praticamente in meno di 10 anni i prezzi sono triplicati e noi amanti della Borgogna, purtroppo, lo sappiamo bene.

vini rossi all'asta

Ma come funziona l’Asta? E’ abbastanza semplice: ognuno in teoria può iscriversi, anche se la parte del leone la fanno sempre negociants e produttori locali (la Maison Albert-Bichot partecipa dal 1880, tanto per dire). Una volta “vagliati” e iscritti ci si presenta nella grande sala, si viene forniti dell’elenco delle pièces e di una paletta numerata. Alle 14.30 di ogni terza domenica di novembre inizia l’asta, da diversi anni organizzata da Christie’s, e le offerte vengono fatte sia sul posto che tramite collegamenti video o sul web.
Attenzione, il costo di aggiudicazione non corrisponde al costo finale. A quello vanno aggiunti la percentuale per la casa d’aste (di solito il 7%) e soprattutto il prezzo per l’invecchiamento del vino e il successivo imbottigliamento. Alla fine dei salmi un “particulier” cioè un comune mortale, se spende 10 all’asta si ritroverà un conto finale di 14-15€.
Ci sono negociants che investono più di un milione di euro, soldi tra l’altro che devono essere pagati a stretto giro e non, come si dice dalle nostre parti, “a babbo morto”.
Naturalmente c’è sempre una madrina o un padrino d’eccezione all’asta e quest’anno era l’attrice Emmanuelle Béart.

Fonte: https://it.france.fr

Come ho scritto all’inizio in quest’asta sono stati battuti tutti i record precedenti, raccogliendo la bellezza di 13.968.750€, con un incremento medio di quasi il 20%: in particolare l’aumento ha toccato più i vini bianchi (20.41%) dei rossi (16.43%).
L’asta è talmente sentita che France 3 la trasmette in diretta e la piazza fuori dalla sala è strapiena di persone che la seguono su un maxischermo, partecipando con un calore pari a quello di una partita di calcio. Forse questo calore deriva anche dai vini e dai cibi che decine e decine di bancarelle vendono nelle vie e nelle piazze di Beaune, trasformata per l’occasione in un chiassoso, profumato e saporito mercato.
Però la cosa migliore è seguire l’asta nella sala: io ero nel baldacchino riservato alla stampa e dall’alto ho potuto seguire le varie fasi, i gesti degli inservienti che attirano l’attenzione del battitore d’asta su chi alza la paletta per fare un’offerta, i modi piacioni ma decisi del battitore, il rumorio che aumenta quando si arriva a battere pièces al di sopra dei 100.000€.
Indubbiamente è appassionante, talmente appassionante da farmi pensare di partecipare (assieme ad alcuni amici cofinanziatori naturalmente) alla prossima asta. Mi raccomando però, non ditelo a mia moglie.

Tiziano Mazzoni - Vino Bianco "Iris" 2016 è il Vino della settimana di Garantito IGP

di Roberto Giuliani

Lo straordinario Ghemme di Tiziano Mazzoni rischia di celare un vino da erbaluce di assoluto rispetto come questo (2016): cedro e limone appena colti, nespola, susina, erba tagliata, quote minerali. 


Bocca agrumata con acidità spiccata a ricordarci che l’erbaluce emerge quando altri sono già morti.

Paola Lantieri e la sua grande Malvasia delle Lipari Passito 2009 - Garantito IGP


di Roberto Giuliani

Conosco Paola Lantieri da parecchio tempo, non dimenticherò mai la lettera che mi spedì 8 anni fa in cui mi raccontava la sua storia, il suo cambio totale di vita alla bellezza di 59 anni, lei che di vigna non sapeva nulla. Se non ci fosse stato Giovanni Scarfone (giovane produttore di grandi vini Doc Faro, azienda Bonavita) a darle una mano, in un’impresa già folle, forse l’avventura avrebbe avuto esiti diversi, quantomeno un’evoluzione ancora più complessa e lenta. Cinque ettari di vigna ad alberello nell’unica valle incontaminata di Vulcano, ma potremmo quasi dire di tutto l’arcipelago, vigna che Paola ha dovuto ricostruire quasi totalmente, lasciando traccia del passato in alcuni filari di passolina, ovvero il corinto nero, che contribuisce in minima parte alla produzione della sua Malvasia delle Lipari Passito.

Paola Lantieri - Foto: www.meteri.it

Venticinque quintali d’uva per ettaro, questa è la media produttiva di Paola di fronte a un disciplinare che consentirebbe di produrne anche 90; non è solo per volontà di Paola che la produzione è così bassa, in una terra dove la sabbia è l’elemento principale è inevitabile che le rese siano inferiori alla media. La prima vendemmia fu nel 2006, ma si trattava veramente di pochissime bottiglie, l’annata che effettivamente ha preso corpo ed è uscita dal distretto isolano è questa 2009, 2.000 bottiglie da 500 cl. dal contenuto straordinario.

Ma di questo ne parliamo dopo.

Quello che, invece, mi preme dire è che nonostante questo vino sia stato apprezzato da un sempre maggior numero di appassionati ed esperti, e nonostante siano poche migliaia di bottiglie, Paola fa una fatica enorme a venderlo. Perché? Probabilmente perché, salvo alcune zone d’Italia dove c’è una tradizione più costante per i vini passiti, legati spesso a dolci e formaggi, il resto dello Stivale beve vini secchi o spumanti e considera i vini dolci qualcosa da assaggiare sporadicamente, per cui non vale la pena comprarne qualche bottiglia.

Punta dell'Ufala - Foto: Meteri

Errore, perché quando ci si trova davanti a un vino così, non è necessario mangiare nulla, è talmente emozionante che la cosa migliore è sorseggiarlo in assoluto silenzio, magari immaginando di essere sull’isola di fronte al mare, dove dimorano le vigne. Insomma, Paola, che non è certo più una ragazza, è in seria crisi, e la capisco, vale la pena continuare a impegnarsi tanto per fare un prodotto unico, straordinario, se poi non viene apprezzato come meriterebbe? Bella domanda. Io non so come mi comporterei al suo posto, soprattutto pensando che questo vino non può darti certamente un sostegno economico tale da giustificare tutto questo lavoro, tanto più ora che ogni anno è sempre più bizzarro e complicato da affrontare a causa di un clima davvero impazzito.


Io spero che resista, perché la sua Malvasia delle Lipari è uno dei gioielli che rendono grande questo disastrato Paese, nonostante la 2009 sia uscita ben 8 anni fa è tutt’ora sorprendente, il colore è oro antico con riflessi ambrati, il bouquet sontuoso di nocciola zuccherata, zagara candita, albicocca secca, miele di castagno, noce, fumo, cera calda, tabacco da pipa, fichi e cioccolato, ma potremmo andare avanti ancora per molto. E al palato? Ancora vivissima, con quel guizzo acido che sostiene la nota dolce, per altro delicata, non stucchevole, qui giocano anche le spezie orientali, cannella, zenzero, poi mela cotogna e ancora agrumi canditi, su una base piacevolmente salina.


Un passito, quindi, che è capace anche di invecchiare bene, c’è bisogno di vini così e di donne coraggiose come Paola Lantieri, se non capiamo questo, allora avremo perso un’altra artigiana vera, una donna che non ha mai staccato la spina del proprio cuore per fare compromessi e adeguarsi a un mondo sempre più distratto e impoverito. Già, senza la sua Malvasia, saremo tutti un po’ più poveri.

Meditate gente, magari con un calice di Malvasia delle Lipari Passito Lantieri.

SanVitis - Cesanese di Olevano Romano DOC 2015

di Andrea Petrini

Nel Lazio la zona del Cesanese è in grande fermento e chi scrive il contrario è in palese errore. 


Prova ne è questo Cesanese di Olevano Romano di San Vitis, giovane azienda che si affaccia sul mercato con questo cesanese decisamente succoso, equilibrato e di grande personalità nonostante sia, se non sbaglio, alla prima annata ufficiale.
www.sanvitis.it

Feudi di San Gregorio e il progetto Feudi Studi sulla territorialità del vino dell'Irpinia

Erano gli anni ’90, ero adolescente o giù di lì, e mi ricordo bene che per fare bella figura con gli amici, pur non capendo nulla, come ora, di vino, compravo spesso al supermercato o il Greco di Tufo o, meglio ancora, la Falanghina di Feudi di San Gregorio. Andavo sul sicuro, piacevano a tutti, erano nettari molto “piacioni”, dopo oltre venti anni ancora non posso dimenticare i loro profumi di frutta tropicale e la morbidezza all'assaggio. Per molto tempo le cose sono andate avanti così, Feudi di San Gregorio, grazie soprattutto alla GDO, oggi come ieri, era una azienda forte, premiata, “pop” come i suoi vini distribuiti in ogni dove, eppure qualcosa non andava, il "suono" che Feudi emanava non era pulito, lineare, perché mancava, forse, la cosa più importante ovvero il legame profondo dei suoi vini col territorio. 



Questa distorsione, a mio giudizio, viene finalmente assorbita quando entrano in azienda due persone: la prima è Antonio Capaldo, Presidente di Feudi di San Gregorio dal 2009, che con fatica ha fornito gli input per reimpostare l’anima agricola di Feudi cercando di sfruttare il carico di sapienza, lentezza e di emozioni che fornisce un territorio unico, ricco di biodiversità, come la terra irpina.
Tutto ciò, ovvero la volontà di produrre vini finalmente profondi e spontanei non potrebbe determinarsi senza la presenza di un’altra figura determinante per l’azienda ovvero Pierpaolo Sirch, agronomo appassionato già collaboratore di Feudi, che Capaldo ha voluto fortemente prima come Amministratore Delegato e poi anche come Direttore Tecnico.

Sirch e Capaldo - Foto: Luciano Pignataro

Con Sirch, da me ribattezzato "uomo-pianta" per le sue immense conoscenze agronomiche, ho avuto il privilegio di girare tra le vigne di proprietà di Feudi (l’azienda possiede anche vigneti in affitto) che senza troppi giri di parole mi contestualizza in questo modo: “l’Irpinia, di fatto, è un’immensa banca dati genetica, uno scrigno di profumi e sapori diversi scomparsi dalla nostra memoria gustativa che devono essere salvati. La sfida di Feudi di San Gregorio - continuaè quella di cercare e proteggere la diversità per se stessa. La non-omologazione è un valore portante per il vino del futuro, e non solo per Feudi”. 

vecchie vigne di Feudi

Poi, arriva il concetto che mi apre il cuore e mi rende più che speranzoso: “Quello che mi è stato chiesto quando sono arrivato è di riportare l’azienda con i piedi nel vigneto. Dobbiamo pensare che negli anni passati si piantava un po’ ovunque, dove capitava, senza una piena conoscenza delle potenzialità dei terreni. Per raggiungere questo obiettivo ci vogliono le persone, non i numeri. E’ necessario riportare l’uomo nei campi e riconquistare la sensibilità per capire quello che sta succedendo nella vigna".


Entrata della cantina

Il nucleo originario dei vigneti di Feudi di San Gregorio si trova nella zona di Sorbo Serpico, dove c’è anche la cantina. Nel tempo, sono stati acquisiti vigneti nella zona di Tufo, a Taurasi e a Santa Paolina. Tutti sono situati su pendii compresi fra i 350 e i 700 metri per un totale di circa 250 ettari. Di questa totalità circa 60 ettari sono piccole parcelle di vigne storiche (in totale Feudi gestisce circa 895 parcelle e circa 700 ettari di vigneto totale), gestite con lunghi contratti di affitto che hanno non solo l’intento di raccogliere grappoli preziosi ma anche di salvare letteralmente il patrimonio vinicolo anche grazie alla collaborazione con varie università italiane e internazionali per la ricerca, lo studio genetico e la riproduzione delle vigne vecchie (dai 70/80 fino a oltre 200 anni) che ancora popolano l’Irpinia.

Vista dalla cantina
interno cantina

Per sfruttare appieno queste potenzialità nasce nel 2011 il progetto FeudiStudi.  L’idea – mi conferma Sirch - è interpretare le medesime varietà su suoli diversi, per esprimere l’essenza del vitigno in rapporto al territorio, riducendo al minimo l’intervento dell’uomo”. 
Ad oggi i FeudiStudi hanno esplorato tre varietà (aglianico, fiano di Avellino e greco di Tufo) rappresentative di dodici vigneti e cinque vendemmie, dal 2011 al 2012. 
Assieme a Sirch abbiamo degustato l’annata 2015 dove, come sempre, i vini sono prodotti in tiratura limitata di 2.000 esemplari in una speciale bottiglia del XVII secolo rivisitata. 


Fiano di Avellino “Campo Aperto” 2015: da una vigna di tre ettari piantata nel 2000 in zona Sant'Angelo a Scala nasce questo fiano in purezza vibrante dotato di acidità agrumata e soffi aromatici di fiori di acacia e pietra bianca. Al sorso è tesissimo, una vera e propria sciabolata sapida che inonda il palato determinando un finale lunghissimo.


Fiano di Avellino “Fraedane” 2015: nel territorio di Montefredane, dove Feudi nel 1995 ha piantato una vigna di 0,8 ettari, il Fiano viene così ovvero dotato di inconfondibili toni aromatici fumè e, in generali, di frutta matura mentre al sorso è generoso, leggermente morbido e caldo nel finale.


Fiano di Avellino “Arianello” 2015: A Lapio, zona dove Feudi ha una vigna del 2003 di circa un ettaro, il Fiano risulta inconfondibile, ha maggiore struttura e “grassezza” rispetto ai precedenti da cui si distingue ulteriormente per una componente di erbe aromatiche e gesso che lo rende davvero complesso e suadente. Al sorso la materia del vino è ben bilanciata da tanta freschezza e sapidità che rendono la beva armonica e succosa.


Greco di Tufo “Bussi” 2015: da 2 ettari di vigneto di circa 15 anni piantato su argille compresse nasce questo vino dalla grande spinta minerale e dotato di un sorso verticale, citrino arricchito da tinte sapide che ne allungano la persistenza in maniera decisiva.


Greco di Tufo “Laura” 2015: il vigneto, circa un ettaro piantato su terreno argilloso-calcareo, è molto più vecchio del precedente e il vino che ne deriva ha un registro olfattivo agrumato, erbaceo, e alla beva garantisce tanta freschezza, e non sapidità come il Bussi, che ben lavora ai fianchi per gestire un corpo complesso e di spessore.


Greco di Tufo “Arielle” 2015: il vino, prodotto da vigne di poco più di 20 anni piantate a 600 metri di altezza su terreno argilloso, è il più austero dei tre, ha evidenze salmastre, sapide, sa di erbe officinali e mela golden. All’assaggio è coerente, dimostra carattere, sostanza e una persistenza “da vendere” subissata da percezioni sulfuree.



Taurasi “Candriano” 2012: proveniente da vigneti del 1950 posti a circa 650 metri di altitudine, dove l’escursione termica tra notte e giorno registra sbalzi di anche 25°, il Candriano è un aglianico in purezza molto estroverso e di grande solarità dove ritrovo all’olfatto frutta rossa croccante associata a sbuffi di spezie orientali e guizzi balsamici. Sorso ancora esuberante, giovane nella trama tannica, e finale robusto e sincero.

Taurasi “Rosamilia” 2012: proveniente da un vigneto del 1960, questo Aglianico si caratterizza per una maggiore austerità rispetto al precedente, apprezzo moltissimo i suoi profumi di tabacco, humus, rabarbaro, spezie scure e frutta nera. La bocca è imponente, ben sciolta nella setosa intelaiatura tannica. Grintoso nel finale, con persistenza decisa, senza strappi, che non molla per lunghi minuti.

Tenuta La Pergola - Cisterna d’Asti Doc 2013 è il Vino della settimana di Garantito IGP


di Lorenzo Colombo

Non è certamente una tra le denominazione più conosciute la Cisterna d’Asti Doc, per la cui produzione s’utilizza il vitigno croatina per un minimo dell’80%.


Dopo quest’assaggio pensiamo però che la sua conoscenza debba essere senz’altro approfondita.Questo vino è elegante, balsamico con un perfetto equilibrio gustativo.


Nel profondo del Quor con La Montina


Di Lorenzo Colombo

L’occasione era quella di presentare alla stampa ed agli addetti ai lavori il nuovo prodotti aziendale, il “Quor 2910”, un Franciacorta Extra Brut in edizione unica, un vino che vedrà quest’unica produzione e non sarà più replicato. 10.000 bottiglie sboccate a giugno 2018 e che entreranno in commercio a novembre di quest’anno, in occasione delle festività natalizie.


“Quor” sta per “cuore”, un errore ortografico commesso da nonno Fiore in una lettera indirizzata all’amata moglie Gina. Più complessa da decifrare la sigla “2910” che assume diversi significati: 9 sta per 2009, anno della vendemmia delle uve (65% chardonnay e 35% pinot nero), 10 sta per 2010, anno del tirage, mentre 2910 sta per i giorni di sosta sui lieviti, ovvero 95 mesi. Si tratta di un Extra Brut con meno di 4,5gr/l di zucchero residuo, un vino dal color paglierino dorato luminoso. Intenso al naso, fresco, agrumato, con sentori di pesca gialla. Fresco e verticale anche al palato, decisamente sapido, minerale, con spiccata vena acida, alla bocca si colgono note d’agrumi leggermente acerbi, mentre la lunga persistenza chiude su leggere note vegetali.      


Quello appena descritto è il vino che ha chiuso una degustazione particolare, un qualcosa che, nonostante le migliaia di vini assaggiati non avevamo ancora provato.
Capita infatti di assaggiare una bottiglia di Metodo Classico, frutto della medesima annata e con uguale data di “tirage” ma con diverso periodo di sboccatura e di notare che i due vini sono diversi, spesso si tratta di sboccature con pochi mesi di differenza, ma le modificazioni all’interno della bottiglia seguono l’andamento delle stagioni, da qui le differenze.
Ma ciò che ci aspettava, a Villa Baiana, sede de La Montina, era qualcosa di decisamente più spinto, ossia l’assaggio di due diversi Franciacorta, entrambi di due diverse annate, con sboccature assai diverse, non differenze di mesi, ma anni.


Le nostre impressioni le trovate di seguito, qui volevamo unicamente sfatare una volta per tutti uno dei tanti luoghi comuni che girano attorno al vino, agli spumanti in questo caso, ovvero che, dopo la sboccatura il vino inizia pian piano a morire, da qui l’assunto che gli spumanti non vadano conservati nel tempo. Non è assolutamente vero. Dopo la sboccatura inizia a vivere, con la parabola tipica di tutti gli esseri viventi, prima è come se il vino si trovasse ancora nel ventre materno, in uno stato di pre-vita. Ebbene, assaggiando queste quattro coppie di vini, e rileggendo le note di degustazione, vediamo che le differenze sono notevoli e, in tre casi su quattro il vino che abbiamo preferito è stato quello con la sboccatura più recente, ovvero quello che ha goduto di una lunga sosta sui lieviti.


Diversamente è stato per la coppia di Saten 2004, dove, il vino sboccato a suo tempo ci è piaciuto molto più dell’altro, anzi, è il vino che più c’è piaciuto in assoluto, dotato com’era di una freschezza decisamente inaspettata. Tutti gli otto vini degustati, con le dovute differenze, erano ancora bevibilissimi, oltre al già citato Saten 2004, sboccatura ottobre 2007, i vini che abbiamo maggiormente apprezzato sono stati nell’ordine: Millesimato 2004 con sboccatura giugno 2018 e Millesimato 2002 con sboccatura giugno 2018.


Ecco per concludere le nostre sintetiche impressioni (l’annata tra parentesi indica quella della vendemmia, anche se il vino non è stato presentato come Millesimato):

Saten (2002)

Chardonnay in purezza, tiraggio maggio 2003
Sboccatura novembre 2005 (30 mesi sui lieviti)
Color oro antico tendente al ramato. Intenso al naso, sentori di crosta di pane e scorza d’arancio, accenni tropicali, caramella al rabarbaro, note tostate e leggeri accenni ossidativi.
Cremoso al palato, sapido, con spiccata vena acida, leggere note tostate ed accenni di caramella al rabarbaro, lunga la persistenza.

Sboccatura giugno 2018 (181 mesi sui lieviti)

Oro antico, intenso e luminoso, tendente al ramato.
Intenso al naso, sentori di confettura di mele cotogne, note di brioche ripiena di marmellata d’albicocche.
Decisa l’effervescenza al palato, succoso, con buona vena acida, sentori di mela, lunga la persistenza.

Saten (2004)

Chardonnay in purezza, tiraggio maggio 2005
Sboccatura ottobre 2007 (29 mesi sui lieviti)
Color paglierino luminoso.
Buona l’intensità olfattiva, fresco, pulito, agrumato, elegante.
Intenso alla bocca, fresco, cremoso, agrumato, con bella vena acida e lunga persistenza.
Impressionante la sua freschezza.

Sboccatura giugno 2018 (157 mesi sui lieviti)
Paglierino luminoso.
Intenso al naso, pulito, sentori di mela matura e d’albicocca, leggere note tropicali.
Buona l’intensità gustativa, fresco, agrumato, cremoso, succoso, con leggeri accenni tostati.


Brut Millesimato 2002

60% Chardonnay, 40% Pinot nero, tiraggio maggio 2003
Sboccatura aprile 2007 (47 mesi sui lieviti)
Color oro antico, luminoso.
Intenso al naso, tostato/affumicato, sentori di crosta di pane.
Cremoso alla bocca, intenso, con bella vena acida, sentori di mela matura e crema pasticcera, leggeri accenni ossidativi, lunga la persistenza.

Sboccatura giugno 2018 (181 mesi sui lieviti)

Color paglierino luminoso di buona intensità.
Discreta l’intensità olfattiva, si percepisce una pesca gialla e succo di pesca, elegante.
Intenso alla bocca, cremoso, con bella vena acida, torna il sentore di pesca, questa volta sciroppata, buona la persistenza.

Brut Millesimato 2004

60% Chardonnay, 40% Pinot nero, tiraggio maggio 2005
Sboccatura febbraio 2008 (33 mesi sui lieviti)
Color paglierino luminoso tendente al dorato.
Buona l’intensità olfattiva come pure l’eleganza, si colgono sentori di crema pasticcera e zabaione, uniti a leggeri accenni tostati.
Intenso alla bocca, cremoso, sapido, con bella vena acida e leggeri accenni ossidativi che ricordano la buccia di mela, lunga la sua persistenza.

Sboccatura giugno 2018 (157 mesi sui lieviti)

Paglierino tendente al dorato.
Intenso al naso, elegantissimo, si colgono sentori di frutta gialla maura (pesca gialla), note tropicali e leggeri accenni tostati.
Mediamente strutturato, con decisa effervescenza alla bocca, sapido, cremoso, con bella vena acida, tornano i sentori di pesca gialla.