Tenuta Montagnani - Co’i B1otto 207

di Roberto Giuliani

Il nonno di Federico Montagnani aveva del verdacchio in vigna, ma non lo sapeva. Macerato per 12 ore con il verdicchio e rifermentato in bottiglia, fa davvero il botto per le note di pesca bianca, albicocca, uva pizzutello, agrumi, bergamotto, erbe aromatiche e mandorla. 


Va giù che è una meraviglia.


Scialo Passito 2012 Dionigi: un grande vino passito di Montefalco

La storia del sagrantino viaggia indietro nel tempo fino a quasi mille anni fa. Certo, non esistono documenti di quel periodo che attestino la presenza di questo vitigno a bacca rossa nel territorio di Montefalco, la “Ringhiera dell’Umbria”, ma già nel 1088 ci sono testimonianze scritte che raccontano di terre coltivate a vigneto e nel ‘200 numerosi documenti confermano lo sviluppo della viticoltura in questo lembo di terra. Già allora molte aree erano occupate da viti, persino nel piccolo centro storico, testimoniato ancora oggi dal circuito di viti secolari che si possono osservare percorrendo i numerosi vialetti che digradano dalla piazza del Comune. Sicuramente il sagrantino veniva coltivato dai frati, infatti con tutta probabilità il nome trova origine nei Sacramenti, e furono proprio i frati a utilizzare quest’uva per produrre un passito destinato ai riti religiosi.
Oggi si racconta, come elemento di certezza, che la tradizione di fare il passito dall’uva sagrantino era dovuta alla sua strepitosa mole tannica, un’impalcatura in grado di impallidire qualunque altra varietà esistente e rendere impossibile farne un vino secco apprezzabile. Chiacchierando con un produttore locale, in realtà, mi viene rivelato che negli anni ’20 esisteva già una versione secca, ma con tutta probabilità non aveva avuto diffusione per le ragioni appena spiegate

foto: http://www.riparelais.com

Se, però, il sagrantino avesse continuato nella sua tradizione di vino passito, probabilmente sarebbe rimasto un fenomeno locale assai poco conosciuto.
La ricerca e la sperimentazione, ad opera soprattutto di Marco Caprai, figlio di Arnaldo, attraverso indagini approfondite, selezioni clonali, metodi di allevamento e di vinificazione, hanno portato negli anni ’90 a ottenere una versione secca imponente ma ben lavorata, in grado di smussare quei tanto vituperati tannini.
Come spesso accade, per moda, per cambiamenti sociali e culturali, un fenomeno prende il posto di un altro e, manco a farlo apposta, oggi è più facile che si dimentichi l’esistenza del Sagrantino Passito, o quanto meno che se ne faccia sempre meno uso, anche perché tutti i vini dolci hanno il preciso limite di non poter accompagnare gran parte della nostra cucina.
Per fortuna ci sono ancora moltissime aziende, storiche e non, che continuano a produrlo, una di queste è quella di Roberto Dionigi, situata a Bevagna, l’altro comune coinvolto nella produzione del Sagrantino.

uva sagrantino

A questo punto immagino vi aspettiate che parli del Sagrantino Passito di Roberto, peraltro buonissimo, e invece no! Non sarebbe divertente. Preferisco spiazzarvi, cogliervi di sorpresa con un vino che da queste parti se non è unico poco ci manca. Non vedo perché, essendo rimasto io per primo sconvolto da questo passito, non dovrei parlarvene in barba a quanto raccontato fino ad ora…
Del resto il bello di questo mondo è che ancora oggi ci possono essere sorprese, situazioni imprevedibili che stravolgono il regolare processo della storia.
Insomma, in barba al fondamentale sagrantino, in casa Dionigi c’è una vera chicca, si chiama Scialo ed è ottenuto, indovinate un po’, da uva moscato bianco, che è prevista dal disciplinare IGT Umbria, ma sono in pochi ad allevarla e a investirci tempo e denaro, non essendo questa la zona privilegiata per la sua produzione.
Eppure lo Scialo è un esempio straordinario delle sorprese che può riservare questo territorio, del resto lo stesso sangiovese meriterebbe maggiore entusiasmo di quanto ne suscita da queste parti, ma non è questo il contesto in cui aprire un ulteriore spunto di riflessione.


Per produrre lo Scialo Passito 2012, le uve sono state raccolte a fine agosto e poste sui graticci ad appassire per un paio di mesi. Dopo la diraspatura e la pressatura subisce la fermentazione in acciaio a temperatura controllata di 15 °C, dopodiché permane in vasca per circa 6 mesi, il processo si completa con altri 6 mesi di bottiglia. Le bottiglie prodotte sono un migliaio da 375 ml, del resto si tratta di una chicca, una ciliegina sulla torta, non è che il mercato sia lì ad aspettare un vino del genere, ma localmente funziona molto bene, nonostante il prezzo di ben 50 euro.
Comunque il vino è già conosciuto ben oltre la regione, tanto che l’annata precedente ha ottenuto la corona di Vini Buoni d’Italia. A mio avviso la 2012 è ancora più convincente, ha un colore oro intenso e caldo, un bouquet che richiama i caratteri dell’uva aromatica espandendosi su note di arancia e albicocca candite, pesca sciroppata, uva passa, miele di zagara, croccantino, nocciola tostata.


Ma è all’assaggio che fa sobbalzare dalla sedia, perché nonostante sia un vino dolce ha un’acidità perfetta che lo solleva da qualsiasi stucchevolezza, le sensazioni scorrono lasciando una scia agrumata piacevolissima e sfumature tostate leggere che trovano ulteriore forza espressiva nella base sapida.
Veramente un eccellente vino passito, da apprezzare sia da solo che a fianco di biscotteria alle mandorle e nocciole, di crostate di albicocche, ma anche di formaggi importanti, dal gorgonzola al bettelmatt di almeno 36 mesi.

Langhe Nebbiolo D.O.C. Autin 'd Madama 2007 – Simone Scaletta


Una bottiglia, un ricordo, il mio primo viaggio nella Langhe. Autin 'd Madama 2007 ha subito tre traslochi, è rimasto in cantina per anni, senza troppe coccole. 


Lo apro, a sorpresa è ancora splendido nei suoi terziari appena accennati, puro succo di Monforte d’Alba, la terra dove vive Simone Scaletta, vignaiolo vero, verace e lontano da ogni tipo di sensazionalismi.


Grandi vini italiani: l’Erbaluce di Caluso “13 Mesi” di Benito Favaro alla prova del tempo

Parlare di vino del Canavese, attualmente, non è assolutamente facile sia a causa di una comunicazione che solo da poco tempo sta decollando sia, soprattutto per i vini bianchi, a causa di una qualità media altalenante che spesso e volentieri non riesce a mantenere il passo di una concorrenza sempre più agguerrita anche a livello regionale. Eppure, le potenzialità per produrre grandissimi vini non mancano vista la bellezza e la propensione del territorio alla viticoltura che nel Canavese si pratica fin dai tempi dei salassi, popolo di origine celtica che, come ci tramanda Plinio, conservavano già al tempo il vino in botti di legno.
Ma dove siamo esattamente? Il Canavese è una vasta area che si estende tra laghi, castelli, borghi antichi e boschi fatati, nella provincia di Torino, area Nord e nord-Est, fino alla Valle D’Aosta, comprendendo anche una piccola parte delle provincie di Biella e di Vercelli. Caratteristica fondamentale di questo territorio è l’anfiteatro morenico di Ivrea, risalente al periodo Quaternario, che fu creato durante le glaciazioni dal trasporto dei sedimenti del grande ghiacciaio Balteo che, dall’attuale Svizzera, scendeva fino all’attuale area canavesana di vinificazione caratterizzata oggi da un microclima mite, protetto dalle colline ed equilibrato dalla presenza di numerosi laghi e da terreni poveri di azoto, ricchi di potassio e fosforo e con un ph quasi sempre sub-acido.

Nel Canavese, e in particolar modo sulle colline di Piverone, cuore dell’areale di produzione di Caluso, dove il vitigno erbaluce è il re della DOCG Erbaluce di Caluso, nel 1992 nasce quella che oggi è per me una delle aziende agricole “faro” di tutta la denominazione: Favaro Benito. Il signor Benito, così come racconta suo figlio Camillo, oggi alle redini dell’azienda di famiglia, è un pre-pensionato Olivetti che da sempre ha avuto la passione per il vino del suo territorio e così, a 52 anni, è tornato nel suo paese natale, Piverone, con l’intenzione di acquistare vigne solo ed esclusivamente nelle zone più vocate ovvero in quelle che da giovane gli avevano indicato i vecchi del posto e da cui, senza alcun dubbio, proveniva il vino più buono. La scelta della zona fu abbastanza facile: il neo vignaiolo Benito Favaro scelse senza ombra di dubbio la zona de “Le Chiusure” i cui terreni, circa un ettaro diviso in sette parcelle, furono al tempo quasi regalati visto che, racconta sempre Camillo, la spesa maggiore fu quella per il notaio visto che si dovevano stipulare otto atti notarili.

Area produzione Caluso

Le prime vinificazioni, sperimentali, sono avvenute nel 1996 e 1997 mentre la prima annata uscita in commercio, parliamo sempre di pochissime bottiglie, è stata la 1998. Racconta Camillo:”A quei tempi cercavi di far assaggiare l’Erbaluce, lo regalavi anche, ma non te lo ricompravano per due motivi: c’era, e c’è forse ancora, un retaggio di Erbaluce di Cantine Sociali che davano vita a prodotti di poca qualità per cui, anche se il nostro vino era forse migliore, i potenziali clienti spesso non lo volevano nemmeno assaggiare. Il secondo motivo era che il vino era acido, tanto acido, e in quegli anni la moda era quella dei vini bianchi morbidi e legnosi. L’Erbaluce, come caratteristiche intrinseche, non ha nulla di tutto ciò visto che è duro come il ferro e ha una acidità fissa molto molto alta”.

credit: Camillo Favaro

I primi anni, perciò, oltre ad essere stati difficili a livello di vendite sono stati complicati anche per ciò che concerne la filosofia di produzione visto che, racconta sempre Camillo, all’inizio si cercava di produrre qualcosa di decente ispirandosi al vino di qualche amico produttore e ai protocolli di un enologo, che è ancora lo stesso, i quali venivano seguiti pedissequamente dai Favaro che al tempo poco o nulla sapevano di vinificazione.

Camillo e Benito Favaro

Col tempo e la relativa esperienza Benito e Camillo, che dal 2007 lavora è il deus ex machina della sua azienda, hanno capito che si poteva dar vita ad un Erbaluce di Caluso di grande qualità grazie ad una maggiore attenzione in vigna (abbassamento drastico delle rese per ettaro) ed evitando sovrastrutture enologiche e così, anche grazie ad una moda che pian pian ha virato verso i vini più acidi e meno rotondi, hanno cominciato a vendere sempre più bottiglie diventando oggi come oggi una delle aziende “cult” in Italia soprattutto se, come accade al sottoscritto, si ama bere grandi vini bianchi con qualche anno sulle spalle.

Vigneti. Credit: Camillo Favaro

I Favaro producono due tipologie di Erbaluce: Le Chiusure, forse il vino più famoso, che fa solo acciaio e il 13 Mesi che, a differenza del precedente, dall’annata 2010 è composto da un 70% di erbaluce che fermenta in acciaio e successivamente affina in vasche di cemento non vetrificato da 7hl senza subire in alcun modo bâtonnage. Il restante 30% fermenta in legno e viene successivamente affinato in barriques di rovere francese, mai di primo passaggio dove subisce, se necessario, pochi interventi di bâtonnage. Le due parti vengono assemblate dopo 12/13 mesi di affinamento e imbottigliate dopo 1 mese.


Con Camillo, giunto appositamente a Roma, abbiamo organizzato al Sorì una verticale storica del 13 Mesi. Vediamo come è andata?
Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2017: annata segnata da germogliamento precoce, gelata a fine aprile che ha ridotto del 35% la produzione e siccità nei mesi di luglio e agosto. Vendemmia iniziata il 2 settembre.
Ha solo due anni, si sente nettamente la gioventù di questo erbaluce estremamente vivo e scalpitante che sa di artemisia, sambuco, agrumi salati, erbe campestri e pesca. Bisogna berlo e riberlo per comprendere come l’annata calda, a dispetto delle teorie bislacche da Facebook, quasi non si faccia notare causa vibrazioni intermittenti di luce che rendono questo nettare del Canavese una supernova in attesa di esplosione.


Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2016: primavera e inizio estate umidi. Il resto dell’estate è stato caratterizzato da fiammate di caldo e frequenti temporali che hanno portato rilevanti escursioni termiche giorno/notte a partire dal 20 agosto. Vendemmia iniziata il 20 settembre.
Quando abbiamo versato questa annata, al di là dei freddi dati tecnici, Camillo è stato abbastanza chiaro ovvero la 2016 è una grandissima annata per l’erbaluce e solo gli stolti potevano sbagliare questo millesimo. In effetti già al naso, rispetto alla precedente annata, si avverte un cambio di passo, questo 13 Mesi risulta completo in ogni sfaccettatura aromatica, inizialmente chiusa ed aristocratica, che col tempo svela una filigrana odorosa che passa dalla pesca alla lavanda per poi virare sul finocchietto selvatico, lo zenzero ed il muschio. Sorso di precisione millimetrica, di riservata eleganza e dannatamente didattico per far capire a tutti i neofiti in cosa dovrebbe consistere l’equilibrio di un grande vino bianco. Finale sapidissimo e lungo come il ricordo che ho ancora di questo erbaluce.


Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2015: annata simile alla 2017, punte di 40°C a fine giugno/inizio luglio ma con qualche pioggia in più a partire da fine luglio. Vendemmia iniziata l’8 settembre.
Anche in questo caso l’annata calda è stata gestita con sapiente maestria dai Favaro e questo erbaluce ne è la prova provata visto che dopo quattro anni dalla vendemmia il vino non cede di un millimetro a sentori vagamente terziari ed è ancora là, bello dritto, con i suoi stuzzicanti ed esuberanti sentori di cedro, lime, pesca bianca, sambuco e zenzero. Al sorso sfuma lentamente, dopo un assaggio snello e agile, nella suo “classico” finale sapido e fresco ben equilibrato da una struttura la cui spina dorsale cederà il passo, forse, ai miei nipoti.


Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2014: primavera iniziata in modo regolare e poi, a partire da inizio giugno, si sono avuti continui temporali, anche prolungati. Ciò che ha salvato un po’ l’annata sono stati gli ultimi giorni di agosto dove segnati da sole, ventilazione e caldo. Vendemmia iniziata il 25 settembre.
Sapete cosa è un mantra? Il mantra è una formula verbale che viene ripetuta per un dato numero di volte con lo scopo di ottenere un preciso effetto, spesso un condizionamento mentale o fisico. Quante volte ci hanno ripetuto che in Italia l’annata 2014 è generalmente pessima? Questo mantra, spesso di origine giornalistica, con me non attacca e, soprattutto, non attacca con i vignaioli veri, come ad esempio i Favaro che, nonostante tutti i problemi, indubbi, hanno dato vita ad un 13 Mesi da far strabuzzare gli occhi per purezza e linearità. Non avrà certo le stimmate della 2016 ma questo erbaluce è un inno al vino del nord e, soprattutto, un regalo per chi, come me, ha sempre preferito Audrey Hepburn a Sofia Loren.


Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2013: estate regolare, molto calda tra metà luglio e metà agosto. Vendemmia iniziata il 16 settembre.
Dopo un’altalena di emozioni abbastanza significative, derivate dagli assaggi precedenti, arriva il vino che durante la verticale, probabilmente, mi ha fatto meno impressione forse perché “schiacciato” tra due annate che, per motivi assolutamente diversi, hanno conquistato il mio cuore di degustatore. Se dovessi berlo da solo, non confrontandolo con gli altri vini, rimarrebbe un’ottima espressione di 13 Mesi, assolutamente integra nei profumi di pesca, mela cotogna, buccia di cedro e toni agrumati che al sorso, sfortunatamente, cedono leggermente il passo ad un ritorno aromatico di legno e vaniglia, assolutamente inaspettato, che rende il finale leggermente più “piacione” rispetto agli altri vini della batteria. Un dettaglio, in un campionato di eccellenza come questo, che fa la differenza.


Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2010: estate altalenante, piogge frequenti ma sempre intervallate da caldo mai eccessivo. Agosto regolare, senza umidità e con buone escursioni termiche. Vendemmia iniziata il 19 settembre.
Anche stavolta i freddi dati analitici forniti da Camillo potrebbero celare fortemente, se non si passa rapidamente dalla teoria alla pratica, la grandezza assoluta di questa annata che, degustata rigorosamente alla cieca, potrebbe portare i Favaro virtualmente in Mosella per via di un profilo aromatico e gustativo del loro erbaluce che, dopo quasi 10 anni, si trasforma e prende le sembianze di un grande Riesling. Vino assolutamente caleidoscopico che si schiude su un incantevole ventaglio di pesca matura, cedro, pompelmo candito, mughetto, incenso, fiori alpini, sensazioni minerali e, ancora, toni salmastri. In bocca conferma una finezza non comune, con sapidità minerale e freschezza sublimemente dosate e capaci di regalare un finale equilibratissimo e pregno di richiami olfattivi. Un erbaluce che è un monumento al grande vino bianco italiano. Amen!


Benito Favaro - Erbaluce di Caluso DOCG "13 Mesi" 2009: l’annata è stata piuttosto simile alla 2013 ma la vera differenza di questo vino la troviamo nella vinificazione dove il 70% era affinato in barriques e il 30% in acciaio inox.
E’ chiaro che dopo la 2010 qualsiasi vino avrebbe sofferto ma, con mia sorpresa, devo dire che anche questa 2009 si è comportata bene regalando una successione aromatica composta da melone invernale, mela cotogna, mandorla amara e ginestra su un tappeto di agrumi canditi. Al sorso l’approccio è nettamente sapido e fruttato, l’apporto del legno è già invidiabilmente integrato e il finale, fresco, intenso e pretenzioso, è un invito a ribere il vino che anche in questo caso sembra molto lontano dall’evidenziare la sua parabola discendente.


E ora chi glielo dice ai tanti appassionati di vino che l’Erbaluce di Caluso dà il meglio di sé con qualche anno sulle spalle? Camillo, ci pensi tu, vero?

Inchiesta: Giornalisti Italiani, esteri, blog, influencer: quale categoria preferite e perché?

Grazie all'input di Carlo Macchi, noi del network di Garantito IGP da oggi lanciamo un sondaggio che rivolgiamo espressamente ai produttori di vino. Leggete e, mi raccomando, partecipate!


Caro produttore,

in tempi in cui il giornalismo enogastronomico italiano (cartaceo e sul web) è considerato sempre meno importante e spesso è surclassato da una parte dalla stampa estera e dall’altra edulcorato da un enorme numero di blog personali, di influencer etc, noi del Gruppo IGP (I Giovani Promettenti) crediamo sia giusto chiedere a voi cosa ne pensate della stampa, italica e non.

Naturalmente non si tratta di fare il nome di X o di Y ma semplicemente di rispondere ad un questionario.

I risultati, rigorosamente anonimi, verranno pubblicati su tutti i giornali del Gruppo IGP

Per rispondere vi consigliamo di copiare direttamente le domande su una mail del vostro sistema di posta (outlook o altro), rispondere e poi spedire a  redazione@winesurf.it , oppure evidenziare le domande, copiarle su un foglio word, rispondere e poi spedire il tutto, sempre per mail  a redazione@winesurf.it. Per chiarimenti o informazioni scrivete sempre a redazione@winesurf.it

Questionario


Vi è chiara la differenza tra giornalista e blogger?     SI      NO
Vi è chiara la differenza tra blogger e influencer?     SI       NO

Nel caso rispondiate si ad una o a tutte e due le domande, in poche parole, in cosa consistono le differenze?
________________________________________________________________________________________________________________________________

Mediamente quanti giornalisti (cartacei e web) italiani  visitano in una anno la vostra azienda?_______
Mediamente quanti giornalisti (cartacei e web) esteri  visitano in una anno la vostra azienda?_________
Mediamente quanti blogger e/o influencer, italiani visitano in un anno la vostra azienda?__________
Mediamente quanti blogger e/o influencer, esteri visitano in un anno la vostra azienda?________
Vedete delle differenze di approccio fra le categorie?   SI       NO

Se si quali?
________________________________________________________________________________________________________________________________

Avete ottenuto maggiori ritorni (pubblicitari, di immagine, di vendite o altro) dalla carta stampata e dal mondo del web estero o dalla  carta stampata e dal mondo del web italiano?________________________________________________________________________________________________________________________________

Avete ottenuto maggiori ritorni (pubblicitari, di immagine, di vendite o altro) dalla carta stampata italiana o dal mondo del web italiano?_________________________________________________________
Sul web avete ottenuto maggiori ritorni ((pubblicitari, di immagine, di vendite o altro) da giornali online, da blog  o da influencer?________________________________________________________________________________________________________________________________

Credete sia più importante dialogare con la stampa estera o con quella italiana?______________________
Credete che i giornalisti esteri siano più preparati di quelli italiani?      SI   NO
Credete che in generale i giornalisti siano più preparati dei blogger?   SI   NO
Credete che in generale i giornalisti siano più preparati degli influencer?  SI  NO
Qual è il maggior pregio e il peggior difetto dei giornalisti italiani?
________________________________________________________________________________________________________________________________

Qual è il maggior pregio e il peggior difetto dei giornalisti esteri
________________________________________________________________________________________________________________________________
Qual è il maggior pregio e il peggior difetto dei blogger italiani
________________________________________________________________________________________________________________________________
Qual è il maggior pregio e il peggior difetto dei blogger esteri
________________________________________________________________________________________________________________________________
Qual è il maggior pregio e il peggior difetto degli influencer italiani?
________________________________________________________________________________________________________________________________
Quale consiglio dareste ai giornalisti italiani?
________________________________________________________________________________________________________________________________
Quale consiglio dareste ai giornalisti esteri?
________________________________________________________________________________________________________________________________
Quale consiglio dareste ai blogger italiani?
________________________________________________________________________________________________________________________________
Quale consiglio dareste ai blogger esteri?
________________________________________________________________________________________________________________________________
Quale consiglio dareste agli influencer italiani?
________________________________________________________________________________________________________________________________

Vi sentite di aggiungere qualcosa? Vi ricordiamo che i commenti, come il questionario, saranno rigorosamente anonimi.
________________________________________________________________________________________________________________________________

Vi ringraziamo per la vostra disponibilità



Fattoria Nittardi - Maremma Toscana Bianco Doc Vermentino “BEN” 2018


di Lorenzo Colombo

BEN, abbreviazione di Beniamino, nome tradizionalmente dato al figlio più giovane e più atteso della famiglia e questo Vermentino della Maremma è il primo, da tempo desiderato, vino bianco di Nittardi.


Fresco, sapido, con sentori di fieno ed erbe officinali e con un fin di bocca piacevolmente amaricante.

                                      www.nittardi.com


Piovene Porto Godi e il suo Sauvignon


di Lorenzo Colombo

Una famiglia radicata sul territorio dei Colli Berici da tempo immemorabile, e già d’allora dedita alla coltivazione della vite, quella di Alessandro Piovene Porto Godi, colui che ha dato il nome all’azienda. Una mappa catastale del 1584 mostra infatti un embrione dell’attuale azienda agricola, allora proprietà di Flavio Barbarano, che per discendenza diretta è arrivata agli attuali proprietari.

vecchia foto

Una proprietà famigliare in tutti i sensi dunque, che vede coinvolti nell’attività produttiva, spesso figli e nipoti di precedenti dipendenti.
La cantina è situata in una grande e complessa struttura, che comprende anche la villa padronale, tutto qui porta il segno del tempo che passa.
Il cambio di passo nella produzione si colloca all’inizio degli anni novanta, e vede impegnate le nuove generazioni. Rinnovamento dei vigneti e dei sesti d’impianto con grande attenzione all’ambiente e netto interesse per il vitigno locale, il Tai Rosso, prodotto in diverse versioni, tra cui quelle concepite per un lungo affinamento.


L’azienda ora dispone di oltre 220 ettari, ventotto dei quali vitati, diverse le varietà coltivate, dal già citato Tai Rosso (attuale nome dato al Tocai Rosso), sino agli internazionali Cabernet Franc e Sauvignon e Merlot.
Questo per quanto riguarda i vitigni a bacca rossa, tra quelli a bacca bianco troviamo Garganega, Pinot bianco e Sauvignon, quest’ultimo frutto della nostra degustazione.
In realtà di Sauvignon se ne producono due: il Fostine (Colli Berici Doc) ed il Campigie (Igt Veneto).


Il primo viene ottenuto da un singolo vigneto policlonale, sitato in pianura (30 metri slm l’altitudine), esposto a sud-est su suolo calcareo, con densità di 4.000 ceppi/ettaro, i vigneti sono stati impiantati parte nel 1986 e parte nel 2002. Fermentazione ed affinamento avvengono in acciaio. Circa 11.000 le bottiglie prodotte annualmente.

Assai diverso il Campigie, che viene affinato in barrique ed è ottenuto dalla raccolta di uve sovramature in un vigneto policlonale situato a Toare di Villaga, sede dell’azienda, esposto a sud, su suoli calcarei ad altitudini variabili tra i 30 ed i 70 metri slm, densità d’impianto di 5.000 ceppi/ha e vigneti impiantati nel 1986 e nel 2003. La fermentazione avviene in acciaio mentre l’affinamento in barriques di diverse essenze (acacia e rovere) per sei-otto mesi e per almeno altri sei in bottiglia. La produzione è di circa 4.000 bottiglie/anno.


Di quest’ultimo vino abbiamo assaggiato tre diverse annate ed a colpirci particolarmente sono state la 2015 (strepitosa) e la 2003, dalla quale non ci aspettavamo certamente tanta freschezza.


Due vini con espressioni aromatiche assai diverse, come potete leggere nelle sintetiche note di degustazione.

Vigneto Fostine 2017
Il colore è paglierino-verdolino. Intenso al naso, vegetale, con sentori di pompelmo e sedano. Fresco alla bocca, con bella vena acida, vegetale, tornano i sentori di pompelmo, buona la persistenza.


Campigie 2016
Color paglierino luminoso. Di buona intensità olfattiva, sentori di melone, pompelmo maturo, frutto tropicale, accenni vegetali e leggere note tostate che rimandano al caffè.


Campigie 2015
Color paglierino-verdolino luminoso. Intenso al naso, presenta note boisée, sentori di melone maturo e frutta tropicale. Strutturato, elegante, tornano i sentori di melone maturo, buona la persistenza.

Campigie 2003
Paglierino, con riflessi oro verde, luminoso. Intenso al naso, accenni di verdura, sedano, leggere note di legno. Buona la struttura, il vino è ancora fresco, verticale, con lunghissima persistenza. In ottima forma, considerando l’età, anche se ci pare si sia espresso meglio alla bocca che non al naso.


La Sala - Chianti Classico Gran Selezione Il Torrino 2015

di Stefano Tesi

Assaggiato in chiaro tempo fa e riassaggiato alla cieca alla Collection 2019, con giudizio identico: una sorta di normotipo della categoria, quindi bene per chi la ama e meno per chi la odia: naso intensamente vellutato, bocca importante e solenne, senza spigoli. 


Un vinone ma, nel suo genere, assai godibile

Al Palio delle frittelle c'è un solo vincitore - Garantito IGP

Vorrei preliminarmente rassicurare tutti quelli che, e immagino saranno parecchi, troveranno da ridire su questo articolo, trovandolo parziale e partigiano. Perché, sì: hanno ragione.


Ma per me parlare delle frittelle di San Giuseppe che si fanno a Siena è come parlare delle madeleine proustiane: un tuffo irresistibile nel gusto e nel profumo del passato. Di quelli che, trascorsa l’Epifania, ti fanno contare i giorni nell’attesa che a fine mese le bancarelle cittadine riaprano per le solite, sole sei settimane all’anno. Poi, altri dieci mesi e mezzo di astinenza.


Il loro arrivo – fatte le debite proporzioni - mi ricorda quella stessa, sottile eccitazione che, e i senesi sanno di cosa parlo, immediatamente precede e poi coincide con la “terra in piazza”:  il segno finalmente tangibile che si sta per correre il Palio.
Ecco: il tempo delle frittelle di San Giuseppe è l’ennesima e compiaciuta riscoperta di un imprinting incancellabile. Non solo per me, sia chiaro, ma per chiunque abbia la fortuna di assaggiarle almeno una volta.


Esse non sono però, come la gente ignara potrebbe pensare, delle comuni frittelle di riso. No: le spappolose, aromatizzate con i più bassi sentori e perfino liquori, unte, appiccicose, stucchevoli frittelle di riso cosparse di zucchero a velo le fanno altrove. Quelle sono una specie di dessert da mangiare freddo, col piattino e il cucchiaino altrimenti ci si sbrodola.
Insomma, un altro mondo. Le nostre sono invece dorate e croccanti fuori, cremose e candide dentro. Non colano, non si sbriciolano, non cadono, non si disfano. Anzi, una volta estratte dalla grande padella dove vengono fritte rimangono strettamente legate tra loro, così gli avidi polpastrelli devono brancolare nel cartoccio per afferrarle. E, per mangiarle, nella foga spesso le si prende a brani, con lo zucchero semolato che resta attaccato alle dita per farsi leccare e dopo scricchiola sotto i denti, mentre l’inconfondibile profumo di riso cotto e di scorza di agrumi sale verso le narici, sospinto dal calore della frittella appena estratta dall’olio bollente. Hanno un gusto gentile ma penetrante, una dolcezza prolungata ma non stucchevole, che induce a infiniti bocconi.


Non mi perdo in ricette, che non sono il mio settore (ma chi volesse cimentarsi può trovare istruzioni qui). Dico solo che si fanno con latte, riso, acqua, scorza di limone o arancia e zucchero. E che, salvo preparazioni domestiche, in città le cucinano in diretta e le vendono solo tre baracchini: uno in Piazza del Campo (ai tempi belli, ahimè, erano di più), uno nella zona dell’Acqua Calda, periferia nord-ovest della città, e un’altra in via Massetana Romana, periferia sud. Si tratta di tre gestori diversi, ma producono frittelle comunque e puramente tradizionali, tra le quali non trovo grandi differenze. Tranne il fatto che a comprare le prime ci devi andare a piedi, godendoti però l’incomparabile scenario della Torre del Mangia e il Palazzo Pubblico, mentre a comprare le altre ci vai in macchina e parcheggiando davanti, ma tra i palazzoni grigi di cemento.


Sottolineo quest’aspetto architettonico e ambientale per una ragione precisa: la frittella di san Giuseppe senese va infatti mangiata calda, anzi caldissima, lì per lì, all’aperto, per strada, tirata fuori a mano dal cartoccio, col freddo che morde ed esalta per contrasto le sensazioni. Sporcandosi le dita di zucchero e ustionandosi la lingua. Cosa inevitabile, perché il profumo e l’acquolina in bocca non consentono alternative.


Esperienza tanto notevole da essere consigliabile non solo a chi è di passaggio a Siena: vale il viaggio!