Tasca d’Almerita - Cabernet Sauvignon 2016

Ha naso e palato fresco questo storico rosso di Tasca d’Almerita nonostante sia figlio di una estate calda in una terra baciata dal sole quasi tutto l’anno. Ma a questi nove ettari piantati nel 1985 fanno bene i 450 metri di altezza e le escursioni termiche. 


Un grande classico, un riferimento da sempre per la viticoltura di eccellenza italiana.

Il Mistero del Tintore di Tramonti e delle viti giganti


Tintore di Tramonti: il suo riconoscimento ufficiale è avvenuto giusto dieci anni fa anche se coltivato da sempre nel comune di Tramonti. Secondo le ricostruzioni scientifiche, si tratta di un vitigno nato dall'incrocio dell'Aglianico con la Tintora avvenuto molti secoli fa. Per comprendere la sua storia bisogna immaginare la Costiera Amalfitana come un'isola che si poteva raggiungere solo via mare dall'inizio dei primi insediamenti umani sino al 1800 quando i Borbone fecero costruire la prima carrozzabile unendo vari pezzi, una strada che è ancora oggi la stessa che percorriamo in auto da Vietri a Positano.

Vigne di Tintore a Tramonti

Questo isolamento, particolarmente catastrofico dopo il crollo della Repubblica Marinara di Amalfi, ha però consentito di preservare in campagna un immenso patrimonio di biodiversità, dai frutti ai legumi ancora oggi ci troviamo sempre di fronte a qualcosa di particolare quando entriamo nelle case. Una agricoltura povera, poverissima, che ha spinto la maggioranza della popolazione a scappare dalla fame emigrando nel Nord Italia e in America. Il cuore dell'agricoltura è il comune di Tramonti, un comune che non c'è, nel senso che è solo l'unione amministrativa di tredici frazioni, ciascuna delle quali ricche di storia, monumenti e resti di antiche chiese rupestri.


Solo l'apertura del Valico di Chiunzi, un tempo confine della Repubblica Amalfitana a 880 metri di altezza, al traffico veicolare alla fine dell'800, ha consentito di ridurre l'isolamento della zona. Tramonti è dunque un vero e proprio paradiso ampelografico dove il Tintore si è affermato nel tempo come unico vino rosso, coltivato a piede franco perchè il Vesuvio ha soffiato tanta cenere e materiali vulcanici nel corso dei millenni sino a ricoprire il primo stato del terreno roccioso. Confuso con l'Aglianico per tutti questi anni grazie alle caratteristiche sostanzialmente simili in campagna come nel bicchiere (tannini e acidità a go go): ha grappoli conici, dall’aspetto spargolo e allungato, con una foglia dal profilo increspato e una pelosità della pagina inferiore che al tatto si presenta assai vellutata. È un’uva tardiva, vista l’altitudine, vigorosa, ricca di antociani (da cui il nome), con un’invaiatura precoce rispetto alle altre varietà rosse presenti in zona, in particolare l’Aglianico, ma con un periodo di vendemmia che parte dalla terza decade di ottobre in poi.

Ecco le testimonianze letterarie sulla Tintora da cui ha avuto origine il Tintore:

Giuseppe dei Conti di Rovasenda (1877) cita nel suo “Saggio di una ampelografia universale” unaTintiglia Nera di provenienza napoletana, una Tintora di Ischia e una Tintora di Lanzara o VernacciaNera originaria di Salerno. Ma la Tintora descritta da Bordignon (1964) non corrisponde al Tintore di Tramonti, poiché la Tintora descritta possiede solo fiori femminili, caso rilevato solo nel 4% dei vitigni coltivati (dati INRADomaine de Vassal, Francia) e oggi giorno rarissimo. Ciò la rende facilmente distinguibile dal Tintore di Tramonti, suo diretto discendente. Infine la Tintora descritta da Pierre Galet (2000) è quella presente nella Collezione di Vassal, a fiorifemminili e che corrisponde geneticamente alla madre della pianta da noi analizzata in questo studio.

Le condizioni pedoclimatiche sono ben distanti da quelle che si potrebbero supporre: siamo al Sud, certo, e la luminosità non manca. Ma le escursioni termiche sono molto accentuate, l'agricoltura e la viticoltura si volgono su terrazzamenti faticosamente strappati alla roccia che sono sempre a rischio durante le piogge. Non è rara, siamo nel cuore dei Monti Lattari, la nebbia e persino la neve negli inverni più rigidi. Possiamo dunque tranquillamente definire la viticultura di Tramonti una viticultura del freddo. I venti di mare e di terra si alternano in continuazione lungo le vallate che risalgono al Valico di Chiunzi e questo consente una viticoltura faticosa sul piano logistico, ma abbastanza favorevole da punto di vista della sanità delle uve e del terreno.

Nelle verticali sin qui eseguite (soprattutto quella completa della 'A Scippata nel 2016 ea Ravello) , il Tintore di Tramonti dimostra una longevità incredibile: non bastano dieci anni a far rientrae l'acidità ed è per questo che lo si consiglia su piatti solidi e robusti della tradizione contadina.

Il Tintore ha quattro piccoli grandi protagonisti e taglia il traguardo dei 20 anni di produzione.

Giuseppe Apicella 

Il Vino in questione si chiama 'A Scippata Costa d'Amalfi doc, ed è la prima etichetta realizzata da Prisco Apicella dopo aver studiato Enologia ad Alba e rientrato nell'azienda fondata dal padre Giuseppe negli anni '70. Nasce nel 2000. La prima ad imbottigliare il vino che altrimenti veniva venduto sfuso ai mediatori napoletani che lo facevano diventare Gragnano. Qui il Tintore è insieme al Piedirosso, secondo un blend classico che rende più leggeri tannino e acidità. Dopo la vinificazione in acciaio si eleva in botti grandi e poi fa un anno in vetro. L'ultima produzione è di appena 2700 bottiglie a 30 euro circa in enoteca.

Giuseppe Apicella

Monte di Grazia

Come Apicella, anche questa piccola azienda nel suo Monte di Grazia Rosso assembla tintore e piedirosso. 3300 bottiglie a 20 euro circa.

Alfonso Irpino - Monte di Grazia

Reale

Il vino si chiama Borgo di Gete ed è stato il primo Tintore in purezza, realizzato da Gigino e Gaetano Reale in collaborazione con l'enologo Fortunato Sebastiano. Matura in legno grande e vetro. La prima vendemmia è del 2005 Solo 1700 bottiglie a 40 euro circa in enoteca.

Gaetano Reale - Foto: Roberto Sammartino

Tenuta San Francesco

E' Iss Prefilloxera il secondo Tintore in purezza prodotto nell'areale di Tramonti. Così chiamato per le viti giganti tipiche di questo vitigno che sono ancora a piede franco e che coprono interi versanti delle colline.  Prima annata 2003. In questo caso sono 4000 bottiglie a 35 euro in enoteca.
Pur nella diversità di interpretazioni il Tintore mantiene delle caratteristiche molto chiare anche con il passare degli anni. Il colore rosso rubino tiene perfettamente, così come l'acidità che resta scissa a lungo, soprattutto quando è in purezza.

Vigne di Tenuta San Francesco: che vista!!

Cascina degli ulivi - Monferrato Dolcetto DOC "Nibiô" 1998

di Carlo Macchi

Incredibile  e commovente! Un  dolcetto del 1998(!) dal particolare clone grasparossa fatto da Stefano Bellotti.


Oggi, Stefano non c’è più, la vigna è stata ripiantata, ma voglio immaginare  che la sorprendente struttura, finezza e complessità  aromatica di questo vino siano un messaggio da lui per tutti noi. Grazie Stefano.

La Lupinella - Chianti Lupinella Rossa 2017

Di Roberto Giuliani

Nel marasma dei Chianti in circolazione, non è facile selezionarne uno meritevole. A Vinci c’è quello della Lupinella, sangiovese in cemento, tonneau e legno grande, dai profumi invitanti di rosa, viola, ciliegia fresca, lampone e melagrana. 


Piacevolissimo in bocca, sapido, succoso, pura goduria!

Podere Paganico - Rosso di Montalcino 2013


di Roberto Giuliani

Quando ho conosciuto Anna Maria Buzdon e il marito Andrea, quindici anni fa, ebbi subito l’impressione di trovarmi a contatto con due persone che, pur non provenendo dal mondo del vino, ne erano pazzamente innamorate. L’azienda si trova fra l’altro in un punto fra i più belli del territorio di Torrenieri, a stretto contatto con la via Francigena, una frazione tranquilla che guarda a Montalcino con aria serena, senza alcun timore reverenziale.
Anna Maria è un vulcano, sempre attiva, dinamica, a volte un po’ apprensiva ma con il sorriso che fa capoccella molto facilmente, a evidenziare il suo carattere permeato di positività.

Anna Maria Buzdon

Dei tre vini prodotti, il Brunello, il Rosso e l’Abelardo, ho voluto dedicare uno spazio particolare a questo Rosso di Montalcino 2013, quindi non quello in commercio ora, che credo sia il 2017, perché ritengo che troppo spesso la tipologia venga sottovalutata o, quantomeno, poco considerata quando si parla di Montalcino, mentre molto spesso può dare notevoli sorprese.

Vista dell'azienda

Nel caso poi dei vini di Podere Paganico, l’attesa è sempre benefica, ne esalta tutte le qualità e li rende molto più stimolanti ed equilibrati.
Qui abbiamo un vino davvero aperto e generoso, con sentori che denunciano subito la grandezza del sangiovese ilcinese, la materia espressiva si espande man mano che passano i secondi e affiorano belle note di frutta appena matura, tanta ciliegia e prugna, ma anche un tabacco elegante, raffinato, poi sbuffi di liquirizia ed erbe aromatiche essiccate, a sprazzi si manifesta ancora una bella nuance floreale.


L’assaggio rivela proprio quell’equilibrio di cui parlavo, il tannino è setoso e ben amalgamato con il frutto, c’è freschezza e l’alcol non aggredisce in alcun modo, il sorso è godibilissimo, gioioso, mette in moto l’appetito, un valore non così scontato, privilegio di quei vini che hanno tutto al punto giusto, senza iperboli o picchi, ma piuttosto progressivi e mai stancanti.

Cascina Mogliasacco – Dolcetto d’Asti 2018

Grazie all’amico Gianluca Morino, produttore di Nizza DOCG, ho potuto scoprire questa piccola chicca prodotta da Sara Benzi in quel di Sessame (AT). Dolcetto assolutamente godurioso, lucente di frutta rossa e viole. 


Al sorso è nitido, ha grande scorrevolezza e grinta da vendere grazie alla stretta territorialità di questo dolcetto che invita continuamente alla beva. Bellissima scoperta. 

P.s: l’azienda non ha ancora un sito web ma ha un account Instagram molto dinamico ( @cascina_mogliasacco )

Sorpasso: a Carema va di scena la viticoltura eroica di Martina e Vittorio


Di Andrea Petrini

I principali problemi del vino di Carema, fino a qualche tempo fa, erano sostanzialmente due: l’estrema frammentazione dei vigneti, spesso suddivisi in piccolissime parcelle sparse per il territorio, e il progressivo abbandono della viticoltura visto che, tranne rare eccezioni, le vigne sono gestite o dagli anziani del paese che conferiscono per la maggior parte alla cantina sociale oppure, per eredità, appartengono a famiglie che non hanno nessuna intenzione di continuare a coltivarle.

Martina e Vittorio

Se è vero che il primo problema, oggi, rimane ancora in piedi, anche perché insito nel DNA di questo territorio, è vero anche che Carema e il suo vino, fortunatamente, stanno vivendo una sorta di seconda giovinezza perché da qualche tempo tanti ragazzi stanno investendo tempo e risorse in questa DOC dando vita a quella che chiamerei senza dubbio la Nouvelle Vague del Carema. E’ il caso, ad esempio, di Vittorio Garda e Martina Ghirardo, nati e cresciuti nel Canavese e nel comune di Carema, che invece di fuggire via dai luoghi natii, come tante coppie della loro età, hanno deciso di rimanere nel loro territorio cercando di costruire proprio là il loro futuro fondando nel 2012 l’azienda Sorpasso il cui nome si ispira ad una favola di Esopo.

La lepre un giorno si vantava con gli altri animali: Nessuno può battermi in velocità – diceva – Sfido chiunque a correre come me.
-La tartaruga, con la sua solita calma, disse: – Accetto la sfida.
-Questa è buona! – esclamò la lepre; e scoppiò a ridere.
-Non vantarti prima di aver vinto replicò la tartaruga. – Vuoi fare questa gara? -Così fu stabilito un percorso e dato il via.
La lepre partì come un fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un sonnellino. La tartaruga intanto camminava con fatica, un passo dopo l’altro, e quando la lepre si svegliò, la vide vicina al traguardo. Allora si mise a correre con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi per vincere la gara.
La tartaruga sorridendo disse: “Non serve correre, bisogna partire in tempo.
Come nella favola di Esopo, noi crediamo che non sia la velocità a dare i risultati. Servono tenacia e forza, le stesse che noi ogni giorno mettiamo nel nostro lavoro.

Vado a trovare Martina (Vittorio era in vendemmia) una mattina di ottobre, durante la festa del vino di Carema. Ci diamo appuntamento ad Airale dove ha parte dei suoi vigneti ed è inoltre situata anche al piccola cantina aziendale ricavata da una vecchia casa dell’800 di recente ristrutturazione. 


Da qua, con grande fatica, cominciamo ad arrampicarci sui ripidi pendi che portano in cima alla collina (siamo più o meno a 500 metri) da dove dominiamo la vallata sottostante. Non stanco mai di ripetermi: solo calpestando queste vigne, incastonate nella roccia, possiamo capire quanta fatica facciano questi ragazzi a gestire le loro bellissime vigne di nebbiolo (si trovano anche varietà autoctone come Neretto e Ner d'Ala) che in totale, sparse in tantissime parcelle, si "estendono" per circa un ettaro. I vigneti, per ora quasi tutti in affitto, sono per 2/3 allevati a pergola tradizionale e 1/3 a spalliera.




Riscendiamo verso la cantina, ultimata nel 2016 per cui, come mi spiega Martina, architetto prestato al mondo del vino, le prime due annate prodotte del loro vino, ovvero 2014 e 2015, sono state vinificate a Montestrutto, fuori dalla DOC Carema, ma comunque appartenenti alla DOC Canavese.
Entriamo, la struttura è piccola ma ordinatissima, tutto sembra fatto su misura per lavorare al meglio anche in un pochi metri quadri. 


"Tutti i vini che produciamo hanno una base al 100% nativa, dalla quale cerchiamo di estrarre quanto più possibile le caratteristiche del nostro territorio" - esordisce così Martina mentre mi spiega la loro filosofia di vinificazione proseguendo che "il vino viene fatto fermentare sempre in acciaio attraverso un pied de cuve dove il lievito proviene direttamente dal nostro vigneto. Dopo la fermentazione, il vino rimane sulle bucce per circa 3 mesi dopodiché, una volta torchiato, rimane per alcuni mesi in acciaio inox, a cui seguono mediamente 12 mesi di affinamento in botti di legno (barrique e tonneau) esauste prima di essere infine imbottigliato, senza filtrazioni né chiarifiche, in nemmeno 2000 unità". 
Nella testa di Vittorio e Martina c’è anche futura produzione di un metodo classico e di un bianco a base riesling ed erbaluce ma tutto è ancora in divenire.


La degustazione parte con alcuni assaggi dalla botte e Martina mi fa:” Andrea, questo è il vino proveniente dalle vigne dove siamo stati prima, è il vino di Airale, che nelle nostre intenzioni, anche se ora non ha senso vista la quantità, potrebbe diventare un Cru di Carema”. Ha ragione, il vino seppure ancora in affinamento, è già espressivo, luminosissimo, più spostato sul floreale che sul fruttato, e con una bocca talmente calibrata che già ora potrebbe incantare più di qualche palato allenato.


Ci sediamo, ancora frastornato per la sorpresa precedente, e mi viene versato il Canavese DOC Nebbiolo "Suflin" 2015 (85% nebbiolo, 15% Neretto e Ner d'Ala) il cui nome, in termini dialettali, significa pignolo, preciso, così come tutto il lavoro dei nostri giovani vignaioli di Carema. Pur essendo la loro seconda vinificazione, capisco che Vittorio e Martina hanno già le idee ben chiare su cosa cercano in un vino ovvero personalità associata a territorialità e questo Suflin ne è l'esempio lampante: fruttato, minerale, fresco, ammalia il palato per ritmo ed intensità sapida.


Il Carema 2016 (85% nebbiolo, 15% Neretto e Ner d'Ala), prima annata vinificata nella nuova cantina, è figlio di un millesimo più equilibrato ed ha un profilo olfattivo inizialmente terroso che poi si apre svelando una freschissima viola a cui seguono sensazioni di lampone e leggera speziatura. La mineralità di fondo spiega la sua longevità che la forza del sorso ribadisce. Finale rigoroso, rigoroso, col senso del tempo che fornirà ancora più sfaccettature al vino.


Seguite Martina e Vittorio, sono giovani, bravi, giustamente ambiziosi e non potranno che migliorare col tempo. Un po' come il loro vino!