Alfio Nicolodi - Vigneti delle Dolomiti IGT Schiava Nera 2016


di Lorenzo Colombo

La Schiava è un vitigno che ci piace molto e spesso beviamo vini prodotti con quest’uva. Li troviamo estremamente duttili e di facile abbinamento con una moltitudine di piatti. 


Quando poi se ne trova una che regge benissimo anche il trascorrere del tempo, come quella prodotta da Alfio Nicolodi si raggiungono i vertici dell’appagamento.

Cristina Inganni e i primi venti anni di Cantrina

di Lorenzo Colombo

Conosciamo Cristina Inganni da molti anni, praticamente dall’inizio della sua avventura nel mondo del vino; ci era stata presentata da un’amica produttrice in quel di Lugana e quindi abbiamo potuto assaggiare i suoi vini diverse volte nel corso degli anni.
Più tardi abbiamo conosciuto anche Diego Lavo che è diventato successivamente comproprietario dell’azienda Cantrina.

Cristina Inganni e la sua famiglia

Cantrina è una piccola frazione del comune di Bedizzole, qui nel 1999 Cristina Inganni decide di portare avanti il sogno del marito Dario Dattoli ristoratore bresciano -morto in un incidente l’anno prima- appassionato di vini francesi, aveva impiantato una decina d’anni prima alcune vigne per la produzione di vini da consumarsi nei propri locali.
In quest’impresa le viene in aiuto Diego Lavo, che aveva un’azienda specializzata in impianti di vigneti.


Nascono così i primi tre vini, commercializzati a partire dall’annata 1999.
Nel corso degli anni la superficie vitata è aumentata, ora sono otto gli ettari a vigneto, divisi in tre diversi appezzamenti, per una produzione di circa 40 mila bottiglie, suddivise in otto diverse etichette.
In occasione del ventennale della cantina, sono stati proposte tre verticali dei primi vini prodotti dall’azienda, dalla prima annata, ovvero la 1999, sino a quelle attualmente in commercio.

I tre vini, che nel corso degli anni hanno visto notevoli cambiamenti nella loro elaborazione sono: Igt Benaco Bresciano Bianco “Rinè”, Igt Benaco Bresciano Rosso “Nepomuceno” e Vino Bianco Passito “Sole di Dario”.

Degustazione del ventennale

Noi c’eravamo, ecco quindi quant’abbiamo riportato:

Rinè

Attualmente il vino, che nel corso degli anni ha visto diverse modifiche, sia nella sua composizione, come nello stile produttivo, è composto da un blend di Riesling (65%), Chardonnay (30%) e Incrocio Manzoni (5%).

Riesling ed Incrocio Manzoni fermentano in acciaio, dove maturano sulle proprie fecce per sei mesi, mentre parte dello Chardonnay fermenta in tonneaux dove poi sosta per cinque mesi. La resa è di 40 hl/ettaro e le bottiglie prodotte sono 3.500. Parte delle uve provengono dai primi impianti, quelli del 1991.

1999 – Color giallo dorato luminoso.
Intenso al naso, presenta decise note tostate e di caffè, il legno, ancora in evidenza, non è stato completamente assorbito.
Discretamente strutturato, sapido e succoso, ancora decisamente fresco, con legno in evidenza e lunga persistenza. 

2002 – Color oro antico, intenso e luminoso.
Mediamente intenso al naso, presenta note tostate ed affumicate, con leggeri accenni d’idrocarburi.Succoso e fresco, con sentori di legno dolce e note aromatiche, buona la persistenza. E’ il vino che abbiamo preferito in questa batteria, ci ha ricordato stilisticamente alcuni Borgogna. 


2005 – Color oro luminoso.
Di media intensità olfattiva, si colgono leggere note di legno ed accenni idrocarburici. Fresco e sapido, leggermente esile, con sentori d’idrocarburi su lunga persistenza. 

2008 – Giallo dorato.
Discretamente intenso al naso, con note tostate-vanigliate e sentori di fiori appassiti.
Succoso e molto fresco, verticale, con bella vena acida e note minerali, lunga la sua persistenza. Altra annata da porre ai vertici. 

2013 – Color paglierino scarico, con riflessi verdolini.
Di buona intensità olfattiva, minerale, elegante, con sentori d’idrocarburi. Discretamente strutturato, fresco, sapido verticale, con spiccata vena acida (citrino) e lunga persistenza. 

2017 (Non ancora in commercio) – Verdolino luminoso.
Di buona intensità olfattiva, fresco e minerale, presenta sentori d’agrumi.
Fresco, succoso, agrumato, minerale, leggermente esile, di media persistenza. Il vino che maggiormente abbiamo apprezzato è stato quello dell’annata 2002, seguito a ruota a quello del 2008.

Nepomuceno

Anche questo vino ha subito diverse modifiche nel corso degli anni, la sua composizione attuale prevede: 70% Merlot, 15% Rebo e 15% Marzemino.
Le uve provengono da un vigneto di 1,35 ettari, collocato a circa 200 metri d’altitudine che fornisce una resa di 50 ettolitri/ha.La fermentazione avviene in acciaio, con lieviti indigeni, mentre l’affinamento, per 18 mesi in tonneaux. Dopo l’assemblaggio la massa riposa per ulteriori 18 mesi in botti di grandi dimensioni. Se ne producono circa 6.000 bottiglie/anno.

1999 – Bellissimo il colore, rubino-purpureo luminoso. Quasi impensabile per un vino di vent’anni d’età.
Intenso al naso, vegetale (peperone), con frutto rosso ancora in evidenza (altra cosa impressionante). Freschissimo e succoso, con un bel frutto rosso e sentori di radici, buona la persistenza. In tutta onestà non ci aspettavamo una simile tenuta nel tempo, soprattutto su simili livelli. 

2001 – Campione purtroppo ingiudicabile, tutte le bottiglie aperte presentavano purtroppo sentori di riduzione e ossidazione piuttosto pronunciati. Peccato.

2005 – Rubino-granato, intenso e luminoso.
Mediamente intenso al naso, elegante, presenta leggere note balsamiche e di confettura.
Fresco, balsamico, succoso, con un bel frutto rosso ed una buona trama tannica, note dolci su lunga persistenza. 


2007 – Profondissimo il colore, unghia purpurea.
Bel naso, intenso e balsamico, con accenni di radici e di salamoia.
Molto fresco, elegante e complesso, con tannini importanti ma mai fastidiosi, sentori di radici su lunghissima persistenza. 

2011 – Color rubino-purpureo, di discreta intensità.
Mediamente intenso al naso, delicato, con accenni aromatici e leggere note balsamiche.
Fresco, pulito, fruttato, succoso, con tannini in perfetto equilibrio e buona persistenza. 86-87

2015 (Non ancora in commercio) – Rubino-purpureo-violaceo.
Di media intensità olfattiva, fruttato, presenta note balsamiche. Fresco e pulito, con un bel frutto ed una buona persistenza. Ancora molto giovane. 

Grandi vini quelli delle annate 1999, 2007 e 2005.

Sole di Dario

Suavignon, Semillion e Riesling compongono questo vino. Piantato nel 1991 con densità di 5.000 ceppi/ettaro, il piccolo vigneto, collocato accanto alla casa padronale s’estende su 0,3 ettari, la resa è di 16,5 ettolitri/ha. Prodotto unicamente in annate che possono garantirne la qualità, dopo un’accurata selezione le uve vengono poste ad appassire in cassette per tre mesi, l fermentazione avviene in barriques nuove, dove il vino rimane in affinamento per ventiquattro mesi. Nell’annata 2012 ne sono state prodotte 1.290 (mezze) bottiglie.

1999 – Color ambrato scarico.
Intenso al naso, presenta elegantissime note ossidative e sentori di caramella al rabarbaro.
Fresco, verticale, succoso, elegantissimo, si colgono sentori di rabarbaro e di caramella all’orzo, lunghissima la sua persistenza. Un prodotto di classe assoluta che ha retto meravigliosamente il passare del tempo. 

2001 – Ambrato-topazio di buona intensità.
Intenso al naso, con sentori di caramella all’orzo. Molto intenso al palato, piacevolmente ossidativo (ci ricorda uno Sherry).


2006 – Color ambrato-topazio.
Discretamente intenso al naso, elegante, con sentori di caramella all’orzo, datteri e fichi secchi. Fresco al palato, dove presenta una leggera pungenza, lunga la persistenza. 

2009 – Ambrato luminoso.
Mediamente intenso al naso, dove si coglie frutta secca e sentori d’orzata. Fresco ed intenso alla bocca, discreta la persistenza. 

2012 – Colore tra l’ambrato e l’oro antico.
Discretamente intenso, al naso presenta sentori di canditi, datteri e fichi secchi. Fresco e succoso, si colgono note di scorza d’arancio candito, lunghissima la sua persistenza. 

Grandissimo (secondo noi) il 1999, seguito dal 2012.

Castello di Volpaia - Chianti Classico Gran Selezione DOCG "Il Puro" 2015

di Stefano Tesi

Mi era piaciuto alla cieca alle Anteprime e mi è piaciuto anche di più adesso, a conferma che il caldo penalizza sì i vini, ma quelli cattivi: un cru di Sangiovese autoctono 100%, bio, da una vigna di 60 anni. 


Rubino pieno,  naso asciutto e elegante, bocca ricca ma sobria, con accenni di liquirizia e spezie finali. Sontuoso.

Mangiare bene in Toscana: Ristorante Mulino a Vento - Fattoria Lavacchio

Più che l’emaciato Don Chisciotte, qui andrebbe a nozze il fidato Sancho, nel senso di Panza.
Perché, sì, c’è in effetti un mulino settecentesco, costruito tra l’altro in base ai disegni leonardeschi (ottima scusa per una visita culturale, considerate le celebrazioni in corso per il 500° della morte del genio toscano), contro cui l’impavido cavaliere potrebbe scagliarsi. Ma c’è soprattutto un ristorante, anzi un agriristorante visto che fa parte della Fattoria di Lavacchio e cucina piatti basati sui prodotti aziendali, più che meritevole. Su cui il fidato scudiero del cavaliere potrebbe fiondarsi con pari slancio.


La formula è collaudata: un gran bel posto panoramico, con tavoli all’aperto in primavera ed estate (la quota di 450 metri giova assai alla frescura), servizio, arredi e apparecchiature molto lontani dalla rusticità gratuita di certi locali consimili, tutto intorno le vigne e i vini di una cantina affermata e bio come quella di Lavacchio, una zona di pregio come quella del Chianti Rufina.
Il valore aggiunto però – parrà banale, ma non lo è affatto – sono proprio i piatti. I quali  appunto beneficiano non solo degli ingredienti aziendali a chilometro zero, che non è poco, ma pure della mano felice e delle reminiscenze di uno chef autoctono come Mirko Margheri, tornato nella terra natia dopo le fatali e formative esperienze lontano da casa.
Qui però casca l’asino. O, meglio, l’asino sta in piedi.


Perché tra il dire e il fare ce ne corre e noi abbiamo potuto personalmente sperimentare che in questo caso le due cose coincidono, nonostante i pericoli a cui spesso la dialettica e il marketing espongono i cuochi quando, tra le parole che li presentano, leggi “cucina della memoria” e la pascoliana “aurorale meraviglia”, con l’immancabile contorno, magari veritiero ma ovvio, di orti domestici o di mamme e nonne in cucina.
Insomma c’è il rischio dell’infiocchettamento.

Tortellino rivisitato
Invece, sorpresa: l’uovo cotto a bassa temperatura, servito piccante su una crema di verdura, ha una sapidità e un’abbondanza perfino opulenta, inusuali in questo tipo di portata, e i già ottimi gnudi di pecorino alla crema di fave e purè di pere sono esaltati dall’aura del profumo del baccello che li precede. Il “tortellino rivisitato” ripieno di bardiccio (il gustoso insaccato povero tipico della Val di Sieve) e crema di formaggio, con spolverata di prosciutto crudo, si scopre essere una molto godibile rilettura del tortellino alla panna degli anni ’60, mentre attinge al classico cortile contadino anche il coniglio in tre preparazioni: coscio ripieno con carciofi, lombo con pomodori secchi, costine con crema di mele e cannella.
Insomma per una volta la parola “rivisitazione” non è usata a sproposito e si esce soddisfatti, convinti e satolli.
In cantina, ovviamente, l’agriristorante è tenuto a servire tutti i vini della Fattoria di Lavacchio, ed è un bel bere, oltre alle bollicine del Carpineto Brut e al Dea Rosa della Tenuta Buonamico come rosato. Spesa sui cinquanta euro, vini esclusi.

RISTORANTE MULINO A VENTO - FATTORIA LAVACCHIO
Via di Montefiesole 48, Pontassieve
Tel. 055/8317472
Aperto solo a cena (19.30 alle 22,45) e nei weekend anche a pranzo, chiuso mercoledì.

Iovine - Piedirosso 2018

di Luciano Pignataro

Il Piedirosso, l'anima del Gragnano: leggero, setoso, fresco, gioviale. Uno dei migliori produttori ce lo propone per la prima volta in purezza: geranio al naso e incredibile vivacità al palato. 


Inutile e fuorimoda la bottiglia pesante. Il Piedirosso non è un Aglianico. Per fortuna. Sulla pizza e la cucina di mare.


www.iovine.eu

Intervista a Giulio Somma per i primi 90 anni del Corriere Vinicolo


di Luciano Pignataro

Il Corriere Vinicolo compie 90 anni e proprio oggi questo importante traguardio viene festeggiato. Abbiamo pensato di intervistare il direttore Giulio Somma per affrontare a tutto tondo un po’ di rgomenti, in particolare il cambiamento in atto nel mondo del vino e il ruolo, se c’è ancora, del cartaceo.


Novant'anni sono molto più di un secolo, forse anche più di due. Mai il mondo è cambiato a questa velocità. Com'era il mondo del vino italiano 90 anni fa?

Profondamente diverso nella struttura economica e imprenditoriale; con un livello qualitativo medio del prodotto ben lontano da quello di oggi, seppur con diverse importanti eccellenze produttive, con numeri di export notevolmente ridotti ed un consumo pro-capite interno triplo rispetto all’attuale. Si potrebbe scrivere un libro per rispondere a questa domanda. Comunque un contesto tutto diverso dall’attuale dove il valore della filiera era nelle mani del commercio che aveva il compito, e la responsabilità, di far conoscere e portare il vino sui mercati interno e internazionale. E questo è uno degli aspetti più interessanti raccontati nel volume storico realizzato per i 90 anni del nostro giornale: i commercianti hanno avuto un ruolo molto importante nel costruire l’immagine del vino italiano nel mondo aiutando il settore a crescere e svilupparsi.

Come affrontò il Corriere la grave crisi del metanolo?

Direi con grande coraggio e onestà intellettuale. Ampio spazio viene dedicato alla denuncia dell’Unione Italiana Vini che si costituisce parte civile contro le aziende coinvolte nello scandalo. Viene pubblicato tutto l’elenco delle imprese incriminate (anche se non tutte verranno alla fine condannate) per mettere in evidenza come all’origine di quei fatti molto gravi, ci fosse, in realtà, uno sparuto gruppi di aziende ai margini del settore. Il giornale non si è mai sottratto al coraggio della verità facendosi strumento politico del settore nella battaglia verso la qualità, le leggi a tutela dell’origine e la nascita del moderno sistema dei controlli. Insomma, il Corriere Vinicolo è stato in prima linea nel lungo lavoro che sta dietro il “rinascimento” del vino italiano. Un brano di storia che ripercorriamo nel nostro volume.

Oggi il mondo del vino italiano è la punta di diamante della nostra agricoltura, praticamente tanti prodotti stanno ripercorrendo la stessa strada: investimento sulla qualità assoluta, packaging e marketing, occhio al futuro. Cosa c'è ancora da fare secondo te?

I fronti su cui si sta la lavorando sono molti e tutti importanti. Volendo, però, identificare tre obiettivi macro potremmo parlare di sostenibilità, caratterizzazione e promozione del “sistema paese”. In vigna, la sostenibilità è ormai una priorità che va oltre gli indirizzi e le scelte produttive; in cantina, una caratterizzazione dei vini legata ai territori – che sia  riconoscibile nel bicchiere - è indispensabile per valorizzare le identità dei vini italiani e vincere la sfida competitiva di un mercato diventato globale mentre, sul fronte promozione, le istituzioni pubbliche devono lavorare di più - e meglio - per far conoscere il sistema “vino italiano”. I numeri dell’export, al di là di oscillazioni positive di breve periodo, rallentano: dobbiamo pensare e progettare a medio-lungo termine per garantire un futuro al vino italiano. Ma non sempre si ragione in questa prospettiva.

Parliamo adesso un po' da comunicatori: il cartaceo ha ancora un senso?  E quale?

Continua ad avere un ruolo fondamentale. Se vuoi studiare, approfondire, analizzare, la carta rimane il supporto più utile al lettore. Noi lo vediamo quotidianamente: abbiamo anche la versione digitale del Corriere ma nessuno è disposto a rinunciare al cartaceo. Forse è perché, come settimanale, non inseguiamo l’attualità, che lasciamo ai colleghi dell’on-line, ma proponiamo analisi e approfondimenti che si  leggono meglio sulla vecchia, e da me molto amata, carta. Non è banale dire che i due supporti, oggi, convivono bene quando si rimandano lettori l’un con l’altro. Ed è quello che cerchiamo di fare, mi sembra, con un buon successo.

Come si pone il Corriere rispetto ai social e alle nuove forme di comunicazione?

In generale con grande apertura e interesse anche se la comunicazione politica ed economica del nostro settore ancora non viaggia molto sul digitale. Utile e prezioso per la comunicazione di prodotto, per l’informazione al consumatore – come fai molto bene con il tuo blog - il digitale deve ancora trovare uno spazio specifico nell’informazione istituzionale sul vino. Stiamo lavorando ad un progetto che ci porterà a breve sui principali canali social, ma come supporto e integrazione del settimanale cartaceo, la cui formula giornalistica, a distanza di 90 anni, rimane ancora efficace.

Secondo te il mondo del vino italiano è autoreferente rispetto a quello  che succede nel mondo?

Sempre meno, anche se vanno fatte valutazioni differenziate a seconda dei soggetti di cui si parla. Le aziende, ormai, che vivono di export, hanno occhi e sensibilità globali avendo superato quel certo provincialismo che per molti decenni si sono portate dietro. Il sistema fieristico, Vinitaly in testa, sta velocemente recuperando un gap di internazionalizzazione che abbiamo più volte segnalato negli anni scorsi. Anche se una maggior apertura al dialogo con le imprese non guasterebbe. Le istituzioni pubbliche e la politica, invece, sono ancora drammaticamente indietro. Al di là delle contingenze di posizioni politiche dell’oggi, ad ascoltare i politici o gli amministratori locali sembra proprio che anche Bruxelles – dove ormai si decide la politica del vino - sia in un altro mondo. Per non parlare dei grandi mercati, dagli USA al far-east: realtà sconosciute, lontane, indecifrabili nonostante rappresentino oltre il 50% del nostro fatturato.

Anche le fiere stanno cambiando. Quest'anno Bordeaux,a detta di molti,  ha segnato un po' il passo. Come valuti l'azione di Vinitaly e cosa vedi  in Italia da questo punto di vista?

Le fiere del vino, nonostante la rivoluzione digitale, continuano a svolgere un ruolo importante forse perché questo prodotto, alla fine, per conoscerlo veramente va assaggiato. Ma la capacità di promozione internazionale delle nostre imprese è ormai molto sviluppata e non c’è più bisogno di aspettare lo stand per farsi conoscere sui mercati. E Vinitaly ha colto questo trend evolvendosi da fiera a sistema di promozione globale del vino italiano. Ma anche gli altri competitor fieristici stranieri lo stanno facendo. Per questo, ribadisco, è importante e urgente che Vinitaly si apra di più al dialogo con le imprese del vino. Non avrebbe che da guadagnarne anche nei confronti delle istituzioni. Noi, e Veronafiere lo sa, ci siamo.

Giulio Somma, una vita dedicata al vino con ruolo diversi ma sempre prestigiosi e interpretati con professionalità. Come è cambiato questo mondo da quando hai iniziato ad occupartene? Era più facile prima o adesso? E quali sono le cose che davvero non sopporti di questo mondo?

Il mio battesimo nel vino avviene negli anni del metanolo. Stagione molto difficile. Nella comunicazione del vino eravamo pochissimi; giornali e tv erano insensibili all’argomento, considerato volgare. Oggi il mondo sembra essersi ribaltato ma, come ben dice Aldo Grasso nella sua videointervista realizzata per i 90 anni del Corriere, la situazione del vino in televisione è peggiorata rispetto al secolo scorso. La distanza da Soldati o Veronelli sembra incolmabile. Oggi è forse più facile portare un vino in televisione o sui giornali: ma il racconto si è fatto banale, superficiale, ripetitivo. Ed è questo che non sopporto: l’approssimazione e la superficialità dei media, il dilettantismo di chi si avventura a fare il “comunicatore” del vino senza preparazione, facilitato, a volte, anche da un certo provincialismo dei produttori. Il mondo del vino, e tu lo sai bene, è un mondo serio, articolato, fatto di lavoro ed economia. Ma raramente la comunicazione rende giustizia di questa complessità.

Quali obiettivi hai come direttore del Corriere nei prossimi anni, diciamo almeno sino ai festeggiamenti del primo secolo di vita?

Reinterpretare la mission originaria del giornale, essere “voce della classe”, che oggi significa travalicare gli steccati degli interessi di settore, pensare il vino italiano nel più ampio contesto economico, sociale e culturale del paese, e non solo, con una politica dell’informazione fedele nel racconto, arguta, pungente verso le istituzioni e le rappresentanze politiche, efficace nel fornire strumenti culturali e professionali all’imprenditore e al management dell’impresa. Un giornale di servizio, in forte sviluppo, dove arriveranno nuovi dorsi, rubriche di approfondimento e spazi giornalistici orientati a far crescere i contenuti sui temi della ricerca e della qualità produttiva, del management, dello sviluppo d’impresa e del lavoro. Sempre più piattaforma di contenuti verso una multicanalità dove carta e digital diventano complementari per una informazione che sa proporsi come strumento culturale di crescita del settore.

Candidaterra - Pandataria 2016

Vino e mare, un binomio assolutamente intrigante soprattutto se i ricordi dell'estate, non troppo rarefatti dall'imminente stagione autunnale, ancora mi regalano i colori e i sapori di uno dei luoghi più belli del nostro Mediterraneo: l'isola di Ventotene.
Situata al largo della costa al confine tra Lazio e Campania. L'isola ha origini vulcaniche, e fa geograficamente parte dell'arcipelago pontinomentre geologicamente è parte delle isole flegree, insieme a Ischia, Procida e Vivara.


Ventotene - Credit: Corriere.it

Conosciuta sin dai tempi preistorici come tappa commerciale obbligata nelle rotte del Mediterraneo, denominata dai Greci "Pandataria o Pandateria" (dispensatrice di ogni cosa) per la sua floridezza, Ventotene nel corso dei secoli è diventata non solo isola di pescatori ma, strano a dirsi, soprattutto culla di abilissimi agricoltori che hanno cercato sostentamento sfruttando intelligentemente anche la loro terra diventando eccezionali produttori di legumi ed ortaggi. 



L'isola, nonostante l'antica dominazione dei Romani che usavano Ventotene come porto per commercializzare il Garum, non ha mai avuto una grande vocazione per la coltivazione della vite soprattutto, almeno penso, per via del clima non particolarmente facile visto che il vento (da cui deriva il nome Ventotene) da queste parti la fa da padrone rendendo più facile e meno onerosa la coltivazione dei lenticchie e fave che già a partire dagli anni '50 venivano esportate in grande quantità anche negli Stati Uniti. 


Luigi Sportiello

Fortunatamente, la mancata luna di miele tra vino e isola di Ventotene ha subito un brusco stop grazie a Luigi Sportiello, un ragazzo di 25 anni di Ventotene, che assieme al bravo enologo Vincenzo Mercurio hanno dato vita ad un progetto vitivinicolo, nato nel 2012, chiamato Candidaterra (il nome è un omaggio a Santa Candida, patrona di Ventotene) che vede in località "Colle Ulivi, al centro dell'isola, l'impianto di circa un ettaro e mezzo di varietà di greco, moscato di Terracina, falanghina e fiano piantate su aspri terreni di origine piroclastica.



Il primo vino prodotto, un vero e proprio esperimento che ha preso la forma di poco più di 1000 bottiglie, è stato etichettato nel 2016 col nome di Pandataria ed è un blend di fiano, falanghina e greco che si fa apprezzare per la vivacità della sua carica di melone e pesca gialla matura e per una succosità gustativa dove l'ampia carica fruttata viene smussata da veementi nervature sapide che riportano al terroir di appartenenza.
Purtroppo il vino è di difficile reperibilità ma, da quello che ho capito, già la prossima annata  dovrebbe essere in vendita in quantità decisamente più consistenti, circa ottomila bottiglie pronte ad invadere le nostre e le vostre cantine.