Villa del Cigliano Docg Chianti Classico Riseva 2009

Niccolò Montecchi, che avevo conosciuto tempo fa a Sangiovese Purosangue a Roma, è un nobile contadino, ma vale anche il viceversa, che assieme alla sua famiglia ha ereditato Villa del Cigliano il cui nome deriva dall'omonimo edificio, da sempre di proprietà degli Antinori, costruito nella seconda metà del '400 su preesistenti edifici medievali e che ancora oggi conserva un fascino immutato grazie ai suoi interni rinascimentali e al muro di cinta che racchiude un giardino storico di grande bellezza con annessa statua del Nettuno.

Foto: archivio.gonews.it

Ci troviamo in prossimità di San Casciano in Val di Pesa, a circa 20 km da Firenze, in territorio di Chianti Classico dove l'azienda si estende per 60 ettari, di cui 25 coltivati a vigneti (situati tra i 300 e i 350 metri di altitudine) e i restanti a oliveto. 

Le vigne. Foto: portovinoitaliano.com

La famiglia Montecchi attualmente produce: Chianti Classico DOCG (base e Riserva), Toscana Rosso e Rosato IGT, Vinsanto del Chianti Classico DOC, Grappa, Olio Extravergine di Oliva.

Elisabetta e Niccolò Montecchi . Foto: thewaywewine.com

Fatta questa opportuna premessa andiamo al sodo, che dite?

Il sodo stavolta prende la forma del loro Chianti Classico Riserva 2009 che ho potuto ribere durante il master sul Chianti Classico tenuto da Armando Castagno che ha voluto descrivere il territorio di San Casciano in Val di Pesa anche con questo vino composto da sangiovese (90%), canaiolo (7%) e colorino (3%).

Foto: www.wineverse.it

I Chianti Classico di Villa Cigliano me li ricordavo buoni e rigorosi e anche questa Riserva non è da meno perchè nulla concede a modernismi e finte piacionerie. Tutt'altro, questo vino sembra essere un perfetto discendente e allievo della vecchia scuola del sangiovese che profuma intensamente di violetta e rosa canina. Il resto, il contorno, è pura eleganza ed austerità dove anche la frutta rossa, le spezie e i toni vegetali sono solo sussurrati e, comunque, sembrano usciti da La Primavera di Botticelli per via della loro entusiastica freschezza.

Al sorso coniuga perfettamente rotondità e durezze in un tutt'uno armonico che regala simmetrie gustative di grande classe. Chiude regalando una scia finale sapida da cavallo di razza.

Se non lo avete mai bevuto vi consiglio di farvi un regalo anche perchè costa poco.


Piccola nota tecnica: il Chianti Classico Riserva di Villa del Cigliano fermenta in acciaio e viene maturato, all'interno delle vecchie cantine aziendali, per 24 mesi in botti di rovere da 20 Hl, seguiti da un ulteriore affinamento di 8-12 mesi in bottiglia.

Vi ricordate dello Champagne trovato negli abissi del Mar Baltico? Beh, ci sono novità!!

Ok, se non vi ricordate nulla ne avevo scritto qua:

http://percorsidivino.blogspot.it/2010/07/bollicine-abissali.html

Se non avete voglia di leggere il post ve lo riassumo in poche righe: nel 2010 furono scoperto nei fondali del Mar Baltico 30 bottiglie di champagne di 230 anni fa sono state scoperte sul fondo del Baltico. Secondo gli esperti, grazie alle ottime condizioni di conservazione, potrebbe trattarsi dello champagne ancora bevibile più invecchiato della storia. I vini, appartenente alla Maison Veuve Cliquot, sono stati trovati da alcuni sub a una profondità di 55 metri farebbero parte di una spedizione effettuata da Re Luigi XVI allo zar russo Pietro il Grande.
Foto: Repubblica.it
La notizie di questi giorni, riportate su Repubblica e su Il Messaggero, rappresentano una sorta di aggiornamento, forse un po' tardivo visto che sono passati 5 anni, circa la tipologia e il profilo gustativo dei 168 champagne ritrovati.
Infatti, i ricercatori della National Academy of Sciences (PNAS) ha diffuso quanto segue: "Ho personalmente assaggiato 100 microlitri, due sole gocce, iniettate con una siringa sulla mia mano" racconta Philippe Jeandet, professore di biochimica alimentare presso la facoltà di scienze dell’Università di Reims, tra i co-autori dello studio. Citando enologi professionisti che, come lui, hanno potuto assaggiare vari campioni di questo champagne, che comprendeva Veuve Clicquot, dell’Heidsieck e del Juglar (stando a quello che era scritto sui tappi), il prof. Jeandet l’ha definito "molto giovane, di spiccata freschezza, con una nota floreale o fruttata". Ha poi aggiunto: "Siamo rimasti davvero sorpresi nel constatare che questo champagne era perfettamente conservato, sia dal punto di vista della composizione chimica sia da quello dell’aroma. Ci ha sconvolto il fatto che le percentuali di acido acetico erano solamente poco più elevate degli champagne moderni».
Foto: Repubblica.it
Inoltre, le analisi di laboratorio hanno attestato che gli champagne avevano al loro interno tracce chimiche di legno, derivanti sicuramente da una vinificazione in botti di quercia, una gradazione alcolica di 9,5% vol. e un residuo zuccherino di circa 150 g/l. 

In tutto questo c'è sola una cosa che non mi mi torna e non mi fa dormire tranquillo di notte: cinque anni fa è stato scritto che ad assaggiare per la prima volta lo champagne è stata l'esperta finlandese Ekka Gruessner Cromwell-Morgan la quale avrebbe definito il contenuto delle bottiglie di colore oro scuro con un forte retrogusto di tabacco, di grappa, di frutti bianchi, quercia. 
Ma i primi ad assaggiare sti champagne non sono stati i ricercatori francesi? Mah, a me sta notizia mi sa tanto di fuffa giornalistica.....

Cantina Terlan - Pinot Bianco "Vorberg" 2010

L'annata 2010, caratterizzata da un inverno asciutto e freddo e da un'analoga primavera, ha avuto un'estate particolarmente calda che ha anticipato la maturazione delle uve portando la vendemmia in condizioni estreme tanto che la produzione è risultata la più scarsa degli ultimo venti anni

Foto: L'arcante

Il vino, di conseguenza, è risultato maggiormente rotondo del precedente e, ovviamente, maggiormente espresso visto che le consuete note di durezza minerale del vino sono ben bilanciate da componenti morbide più cremose ed accattivanti. Magari non sarà un vino da maratona ma la 2010, oggi, è davvero ottima e ben bilanciata e rappresenta per gli amanti del pinot bianco di Terlano un acquisto sicuro.


THYPICO - ECCELLENZE DEL GUSTO QUESTO WEEK END A ROMA


Domenica 19 aprile dalle ore 11:00, Produttori di Vino e della nostra gastronomia nazionale faranno degustare i loro prodotti:
Uno sguardo importante verrà dato all’Aglianico del Vulture, vino in continua ascesa in questi ultimi anni,
ma sarà protagonista anche il Ciliegiolo di Narni, e come sempre altre cantine del nostro territorio.
Ma avremo anche formaggi e gastronomie e pasticcerie, i panettoni della pasticceria Terenzi e golosità varie...
...un trionfo di sapori e di profumi.
Come sempre a corredare l’evento, presso la sala Sette Conference seminari e laboratori di approfondimento con il contributo di grandi degustatori:
*ore 12:00: Degustazione Blind Tasting con riconoscimento dei vini su Calici neri a cura di Davide Bonucci
*ore 15:00: L’identità di un grande vitigno: Il Verdicchio di Jesi e di Matelica a cura di Marco Cum
*ore 17:00: L’Aglianico del Vulture a cura di Riccardo Viscardi
(costo di ogni seminario 25€, con l’acquisto di almeno un seminario, l’ingresso sarà gratuito)
Sul sito dell’evento: www.thypico.com potete trovare la lista di tutti i produttori presenti alla manifestazione e termini e condizioni per la partecipazione.
Location dell’Evento: Radisson Blu Hotel, Via Filippo Turati 171 (di fronte alla Stazione Termini)
biglietto di ingresso: 15€

La Sardegna di Dettori alla prova del tempo

Alessandro Dettori e la terra di Badde Nigolosu, un binomio indissolubile e viscerale perchè, lo scrive lo stesso Alessandro, senza quel territorio la loro attività vitivinicola non avrebbe un senso, non esisterebbe.

Siamo in Romangia, sulle colline di Sennori, dove regna l'alberello sardo che punta le sue radici all'interno di un terreno prettamente calcareo, bianco come la panna, che fa da sfondo, oltre che alla vite che lotta contro il maestrale, ad una vegetazione composta da oliveti, fichi d'India, fichi e macchia mediterranea. Nel cielo, falchi e poiane fanno da guardiani a questa Natura struggente, primordiale.

Alessandro fa parte di una famiglia di pastori agricoltori che, come scrive sempre Alessandro, hanno la necessità, da sempre, di consegnare in eredità alle generazioni future una terra fertile e sana. I Dettori, perciò, si considerano piccoli artigiani del Vino il cui frutto, l'uva, viene lavorata naturalmente per creare vini di territorio e non prodotti che piacciono al mercato. Vivono le loro Terra in maniera profonda e consapevole tanto che la tecnica usata per capire quando vendemmiare è molto semplice: passeggiare tra i vigneti e “masticare” l’uva che, messa nelle cassette, viene portata in cantina dove viene lavorata immediatamente.

La Cantina è semplice, tradizionale, sarda e costruita totalmente interrata dopo anni di osservazione ed analisi che hanno permesso di individuare l’area da destinare alla vinificazione e quella per la maturazione in bottiglia. 

Badde Nigolosu
L’uva, selezionata manualmente, viene diraspata ma non pigiata e viene lasciata a macerare nei tini di cemento senza aggiunta alcuna di solforosa. La durata della macerazione dipende dalle caratteristiche del mosto. Può durare dai due ai venti giorni. La svinatura avviene sempre a mano per preservare la buccia. Il mosto prosegue il suo cammino nelle piccole vasche di cemento sino al suo imbottigliamento, di solito dopo due – tre anni. 
Non viene usato alcun prodotto di chimica di sintesi se non lo zolfo. Bellissime sono le retroetichette dei vini di Dettori che riportano tra gli ingredienti solo Uva e Zolfo.

Tutto ciò è ben conosciuto da noi appassionati di vino perchè Alessandro lo ripete ogni volta che lo si incontra alla fiere e perchè, da sempre, è scritto a chiare lettere sul sito dell'azienda. Quello che probabilmente Alessandro non sa, almeno fino in questo momento, è che un piccolo gruppo di romani si è riunito attorno ad un tavolo per valutare il rapporto dei suoi vini col tempo che passa.  Vediamo come è andata? Ma sì, vediamo!
Dettori Bianco 2007 (100% vermentino): giallo dorato, ti corrompe per la sua territorialità che evoca la macchia mediterranea, il miele sardo di asfodelo, il fieno disidratato e la frutta solare, calda, ma non marmellatosa. Al sorso esplode il tratto quasi tannico del vino ma, soprattutto, la grande sapidità del vino che, lo anticipo, rappresenta il tratto comune di tutti i vini di Dettori. Lunga persistenza salmastra che vale un tuffo nel mare cristallino della Sardegna. I 15,5° di alcol non pervenuti o, meglio, ben racchiusi nella struttura del vino.
Dettori Bianco 2006 (100% vermentino): rispetto al precedente il vino ha una veste cromatica meno intensa che prende la forma del giallo paglierino quasi scarico. Al naso il vermentino esplode con un connubio perfetto di olive nere, mela cotogna, anice stellato, timo. Al sorso il vino è un Freccia Rossa che corre in verticale donando freschezza e sapidità alla beva che rimane "tipica" e gradevolissima. Avrà ancora tanto futuro sto vino.

Foto: dobianchi.com
Dettori Bianco 2005 (100% vermentino): cromaticamente è il vino più evoluto col suo aspetto ambrato ma all'olfattiva riprende decisamente punti perchè sembra regalarti un viaggio all'interno di un bazar indiano con le sue note di spezie orientali che regalano una balsamicità inaspettata. Sorso scontroso, salino, politicamente scorretto e, forse per questo, di grande carattere e unicità.
Chimbanta 2003 (100% monica): nato per celebrare i 50 anni di Paolo Dettori, papà di Alessandro, è il prototipo di vino che ti aspetti da un territorio come la Sardegna: caldo, mediterraneo, strutturato e passionale. Per dirla come il mio amico Massimo Abbate, questo è un monica in purezza cazzuto adatto all'uomo che non deve chiedere mai.
Tenores 2003 (100% cannonau): già dalla veste cromatica, più simile a quella di un pinot nero di Borgogna che ad un Cannonau sardo, capisci che hai di fronte un vino diverso e, per questo straordinario. Lo pensi e, subito dopo, hai la conferma che nonostante i 17° di alcol questo è un vino senza peso in grado di volare e far volare. Più nordico che mediterraneo ti conquista con le note di rosa sotto spirito, frutti rossi di rovo, curcuma, coriandolo e freschissima balsamicità. La bocca sai che è imponente ma non te ne accorgi grazie alla sua vitale freschezza, alla sapidità dirompente e alla struttura tannica di nobile setosità. Persistenza iodata, indimenticabile.


Tuderi 2001 (100% cannonau): la seconda annata di questo cannonau di Badde Nigoluso regala una veste cromatica granato la cui territorialità dei profumi viene raccontata da note di lentisco, timo, rabarbaro, chinotto, amarene sotto spirito a cui seguono, col tempo, odori di torroncino e caffè tostato. Il grado alcolico del vino, sempre sopra i 16° è fortunatamente schiantato dalla debordante sapidità del vino che dona un vigoroso ma duraturo equilibrio. Finale di grande impatto mediterraneo.
Tuderi 2000 (100% cannonau): la prima annata di Tuderi di Dettori ricalca bene o male quanto percepito per la 2001 anche se alle note di chinotto, amarene sotto spirito e torroncino si sostituiscono quelle di tabacco da pipa, eucalipto e terra arsa al sole. Sorso ancora arrogante, sapido, sinuoso con finale accattivante e balsamico. 

Sono vini, quelli di Dettori, che potranno dire molto anche nei prossimi anni nonostante l'assenza di chimica. Qualcuno aveva detto il contrario?

Masseria Murata - Coda di Volpe 2008

L'avevo degustato qualche anno fa durante la visita a Masseria Murata dove, oltre a questo vino, degustai altri grandi prodotti irpini tra cui uno splendido Fiano di Avellino 2010.

Gianluca Argenziano e i suoi vigneti

Di questo Coda di Volpe nel 2013 avevo scritto così:

Sarà che le vigne sono quasi centenarie, sarà che la famiglia Argenziano crede molto in questo vitigno, il risultato è affascinante: il Coda di Volpe, di cinque anni fa, è ancora un vino vivo, freschissimo, verticale, non ha grande complessità ma le poche cose che ha le esprime ai massimi livelli. Fresca è una bottiglia che berrei in un minuto da solo.


Pochi giorni fa ho voluto riprovare il vino per capire a che punto era e da subito, dopo il primo sorso, ho capito che due anni fa mi ero sbagliato.
In che senso? Nel non capire le capacità evolutive di questo Coda di Volpe che oggi oltre alla freschezza gustativa che ha mantenuto si arricchisce di una complessità aromatica che prima, causa giovinezza, ancora non esprimeva al meglio e che oggi è caratterizzata da un registro olfattivo dove spicca la pera, i fiori di zagara e la nocciola. Sorso equilibratissimo e armonico sospinto nel finale da una sapidità sopra la media.

Costa poco e fa godere molto. Cosa volere di più per questo week end?