Fattoria Casabianca e il buon Chianti dei Colli Senesi

Valentino Ciarla oltre ad essere un amico è soprattutto un bravissimo enologo e poco tempo fa mi ha fatto scoprire Fattoria Casabianca, una realtà toscana decisamente interessante che si estende per oltre 600 ettari di proprietà nei dintorni di Murlo, un'area di origini etrusche in provincia di Siena il cui terroir, dicono, è molto simile alla vicina Montalcino.


Di proprietà della famiglia Cenni, l'azienda dal 1997 ha iniziato un grande lavoro di ristrutturazione dei vigneti, che coprono oggi circa 70 ettari in conversione biologica, suddivisi tra sangiovese grosso, canaiolo, cabernet sauvignon, colorino, merlot e vermentino (piantato recentemente).

In cantina troviamo Giacomo Sensi oltre che al già citato Valentino Ciarla.

Tre sono state le bottiglie degustate, il Chianti dei Colli Senesi "base" e due Riserve. Le valutazioni? Eccole qua sotto!

Fattoria Casabianca - Chianti dei Colli Senesi 2013 (sangiovese 80%, merlot, cabernet sauvignon, canaiolo e colorino 20%): il colore rubino vivo permeabile alla luce mi mette già di buon umore che non passo odorando il vino che ha un olfatto variopinto, coeso ed intenso dove ritrovo subito la bella nota di ciliegia rossa che viene accompagna da sensazioni di violetta e ricordi balsamici.In bocca ha un corpo calibrato caratterizzato da freschezza e sapidità e da tannini di buona fattura. Piacevolissimo il finale fruttato. Un Chianti dei Colli Senesi diretto e senza troppo fronzoli che ha proprio della facilità di beva il suo punto forte. Vinificazione in acciaio e affinamento in barrique di secondo passaggio per alcuni mesi prima di passare in bottiglia per almeno due mesi.



Fattoria Casabianca - Chianti dei Colli Senesi Riserva 2011 (sangiovese 80%, merlot 5%, canaiolo 5% e colorino 5%): il respiro profondo di una Riserva lo si percepisce immediatamente mettendo il naso nel bicchiere che emana fini sensazioni di mora matura, tabacco da pipa, humus, cuoio, eucalipto. Al sorso è pieno ed avvolgente e caratterizzato da un equilibrio evidentemente raggiunto grazio ad un fitta trama tannica mirabilmente integrata. Il finale è lungo e sapido anche se un leggero amarognolo nel finale, figlio dell'affinamento in legno, ci avverte che questa Riserva è lungo dall'essere un vino ancora pronto. Vinificazione in botti di legno da 40 hl e in vasche di acciaio mentre l'affinamento avviene in barrique francesi per circa 6 mesi a cui segue un ulteriore riposo in bottiglia per almeno 300 giorni.


Foto:vinopolis.co

Fattoria Casabianca - Chianti dei Colli Senesi Riserva "Belsedere" 2008 (sangiovese 100%): inizialmente pensavo di aver letto male l'etichetta visto che la scritta è abbastanza stilizzata ma poi, la retroetichetta della bottiglia,ha confermato che si tratta proprio di quella parola che, a parte gli scherzi, deriva dal nome del podere situato in una colle tondeggiante dal quale, mettendosi a sedere, si poteva contemplare lo splendido paesaggio toscano.
Prodotto da cinque cloni di sangiovese, il vino si caratterizza per un'anima irruenta e verticale che, con le dovute distanze, mi rimanda a certi Brunello di Montalcino appena messi in commercio con un quadro olfattivo in divenire fatto di viola, more, lamponi, bacche di ginepro e sbuffi balsamici. In bocca è quasi arrogante grazie alla sua acidità sferzante e ai tannini decisi anche se leggermente verdi. E' giovanissimo, lo grida scomponendosi leggermente nel finale che rimane comunque sapido e con tocchi minerali. Va solamente aspettato, non si sa quanto, ma potrebbe valerne decisamente la pena. Fermentazione in barriques da 225 l in barriques francesi per circa 18 mesi ed affinamento in bottiglia per circa 6 mesi.


Devo ancora degustare il loro Colorino in purezza, rimanete sintonizzate perchè questa è un'azienda da tenere in considerazione. Grazie a Valentino Ciarla per la dritta e a Lorenzo Laschetti, responsabile commerciale, per il supporto informativo. Alla prossima!

Il Colle Gaio di Casal Pilozzo alla prova del tempo

Di culto, secondo il dizionario, è un film, un libro o, nella fattispecie, un vino che, per particolari motivi, continua ad avere un pubblico di appassionati, seppur ristretto, anche per molto tempo dopo la sua uscita.

Prendendo come buona questa affermazione possiamo perciò affermare che il Colle Gaio di Casal Pilozzo è senza ombra di dubbio un vino cult anche perchè, aggiungo io, la sua fama è tutt'altro che dipendente dagli aspetti commerciali della piccola azienda laziale che sembra far di tutto per non apparire nel circo mediatico del vino italiano.


Casal Pilozzo,di proprietà della famiglia Pulcini, è situata nel comune di Monte Porzio Catone su una splendida collina, posizionata a nord/est che domina Roma e il suo hinterland.

Antonio Pulcini. Foto: Winesurf.it

Colle Gaio, in particolare, è un vero e proprio Cru di tre ettari di Malvasia del Lazio piantata sul classico suolo dei Castelli Romani ovvero un terreno di origine vulcanica ricco di potassio, fosforo ed altri microelementi.
Le uve, dopo la vendemmia manuale, vengono vinificate in acciaio e il vino, subito dopo l'imbottigliamento che avviene poco prima della vendemmia successiva, viene messo a maturare nelle grotte di tufo che si trovano sotto l'azienda per un periodo variabile che può raggiungere e superare anche i venti anni.

La prova, a quanto appena scritto, lo avuto qualche giorno fa durante la verticale storica di Colle Gaio tenuta da Marco Cum e dallo stesso Antonio Pulcini che, dalle proprie cantine, ha tirato fuori le annate 2004, 2001, 1998, 1997, 1994 e.... 1992.


Colle Gaio - Casal Pilozzo 2004: iniziamo la verticale dal più "giovane" al fine di comprendere, nel tempo, come questo vino evolve grazie alla sua lenta maturazione. Questa malvasia del Lazio si presenta subito come te l'aspetti, molto legata al terroir di provenienza, per cui largo spazio agli aromi di ginestra, frutta gialla non troppo matura e l'immancabile cornice minerale, che in questo caso prende la forma della grafite, che ci accompagnerà lungo tutta la degustazione anche se con profili diversi. Bocca piena, intensa, di struttura, che viene compensata da una importante vena sapida.


Colle Gaio - Casal Pilozzo 2001: opulento già dal ventaglio aromatico che regalo sensazioni di crema di limone, cedro, mela cotogna ed erbe aromatiche essiccate assieme ad un pizzico di miele di castagno. L'orizzontalità del vino emerge anche al sorso la cui parte fruttata, copiosa, viene (fortunatamente) raddrizzata da una nota fresca che, probabilmente, è maggiore rispetto alla 2004 anche se non è così intuibile dato lo spessoro del vino. 

Colle Gaio - Casal Pilozzo 1998: naso profondo ed enigmatico che inizia leggermente a svelare la terziarizzazione aromatica del Colle Gaio che vira verso effluvi che ricordano il cherosene e la ghisa e che, per certi versi, fanno somigliare la malvasia del Lazio al grande riesling tedesco. Al sorso il vino conferma la sua durezza e la sua aristocraticità ma, sopratutto, entusiasma per equilibrio e persistenza sapida. Qualcuno, durante la verticale, ha parlato di un play boy che, nonostante l'età, non rinuncia a sedurre e conquistare le sue prede...

Colle Gaio - Casal Pilozzo 1997: tornano le note di ghisa e cherosene che sono associate stavolta a sensazioni odorose di foglie autunnali e frutta bianca non matura. Un vino, pertanto, che sembra dipinto in chiaroscuro e che si connota anche per un sorso di grandissima finezza e sobrietà. Il suo perfetto equilibrio e la sua grande bevibilità fanno di questo Colle Gaio una malvasia "di pancia" che avresti dubbi a portare a tavola stasera con un bel piatto di fettuccine ai funghi porcini.


Colle Gaio - Casal Pilozzo 1994: l'annata e l'evoluzione lasciano esplodere, con tutta la loro severità, le note di idrocarburo che, metaforicamente, mettono la freccia alle sensazioni di mineralità vulcanica tipiche della annate più giovani. Vino maschio e difficile per eccellenza anche per via di un contorno aromatico che, via via col tempo, prende i contorni della gomma bruciata, del ferro arruginito, del fieno secco e delle erbe aromatiche (salvia e origano). La bocca è straordinaria per via di una freschezza e di una vivacità inaspettata che portano a rimorchio tutte le note sapide del vino determinando una persistenza lunghissima su note ferrose. 

Colle Gaio - Casal Pilozzo 1992: vino incantevole, un caleidoscopio di sensazioni minerali (cercatele tutte!!) che vengono letteralmente prese a sberle da una esuberanza acida, tipica dei grandi vini del nord, che rimescola e confonde ogni certezza gustativa donando alla malvasia di Antonio Pulcini non solo venti anni in più ma, soprattutto, tutta la dignità che merita un grande bianco dei Castelli Romani il cui territorio, diciamolo chiaramente, dal punto di vista vitivinicolo è stato spesso violentato da scelte quanto meno sbagliate. Piccola postilla elimina polemica: il Colle Gaio 1992 è ancora in vendita in azienda per cui no abbiate timore di contattare la famiglia Pulcini per acquistarlo.


Etichette di vino?????


Forever Amber  


Questo è un vino Sudafricano e l'etichetta mostra una donna che, a mio parere, a un sex appeal pari ad un cartoccio di alici fritte. L'etichetta è stata dipinta da George Paul Canitz, un artista degli anni '20 che pare si sia ispirato nel nome ad un famoso libro del tempo. Il vino è una sorta di moscato fortificato. Dalla serie bere per dimenticare l'etichetta...

Mad Housewife
Mad Housewife Cellars

C'erano una volta le Casalinghe Disperate, oggi invece abbiamo le Casalinghe Pazze che si mettono in testa di bere dello Chardonnay californiano del 2004 al sapore di Ikea, cioè legno..... Forse la pazzia è berlo?

Sogno uno
Savanna Wines

Ecco, forse questa è un'etichetta sexy e non poteva essere altro visto che il vino,70% Cesanese, 20% Sangiovese e 10% Montepulciano, è il "famoso" Sogno Uno prodotto dalla porno star Savanna Samson, un vino dicono ormai introvabile che ha ricevuto attenzioni, ben 91 punti, da quell'allupato di Robert Parker. Ah, volete sapere com'è Savanna Samson? Eccola!

Savanna Samson

Ed infine....

Tiny Bubbles 
Harper Hill

Mamma mia, dopo il vino della porno star arriva il vino della Buzzicona. La cantina produttrice è sempre l'americana Harper Hill's Oildale Winer che ci ha deliziato in passato gli occhi e (non) il palato con il White Trash White.   
Oggi la gamma dei vini di questa imbarazzante cantina si amplia con queste bollicine a base di Syrah e Zinfandel particolarmente consigliato per le feste perchè:"You can't have a party without Tiny Bubbles". Terribbbbile!!!!!!

Hollande bandisce lo Champagne: roba da ricchi!!!!

Niente Champagne, siamo francesi!

Sembrerebbe una presa in giro, un non senso considerato il loro livello di nazionalismo becero, ma la realtà è proprio questa.

Oggi, vari organi di stampa riportano la notizia che il presidente della Repubblica francese, Francois Hollande, ha deciso di bandire le bollicine dall'Eliseo durante le cerimonie ufficiali in quanto ritenuta è una bevanda da ricchi......

Foto: TGCOM

Ma chi ha spifferato tutto ciò? Ovviamente un produttore di Champagne cioè quel Pierre-Emmanuel Taittinger, presidente della celebre maison di champagne di Reims, che a distanza di due anni riporta le presunte dichiarazioni di Hollande avvenute a luglio 2012 durante la visita della cancelliera Angela Merkel che il presidente ha incontrato proprio a Reims, la capitale dello Champagne.

Ovviamente la presa di posizione non è piaciuta affatto ai produttori e anche parte della stampa francese di schiera contro le dichiarazioni di Hollande reo di ostacolare un comparto produttivo fondamentale per l'economia francese.

"Tassati e supertassati come se fossero un pericolo pubblico" - scrive Jean Nouailhac su Le Point prendendone le difese - sono loro ormai la Cenerentola di Francia. Impossibilitati a far pubblicità al prodotto di cui sono i primi esportatori al mondo e che ha portato nelle casse del Paese 7,6 miliardi nel 2012, i loro vini «controllati e supercontrollati come fossero prodotti da banditi e truffatori. Potete immaginare una pubblicità più negativa per i nostri vini all'estero?"

Come dargli torto?

Fonte: TGCOM, Il GIORNALE

Verticale storica del Chianti Classico Riserva dell'Agricola Monterinaldi

Dopo aver scritto dei vini di Castello di Monterinaldi un paio di anni fa (qua trovate gli appunti di degustazione), la mia seconda visita presso questa storica azienda raddese ha coinciso con l'organizzazione di una emozionante verticale storica del loro Chianti Classico Riserva partendo dal 2009 fino ad arrivare al millesimo 1968

Ad aspettare me e Stefania, come sempre, Daniele Ciampi, storico proprietario dell'azienda, e Fabrizio Benedetti, responsabile marketing ma, soprattutto, amico ed appassionato di vino. 

Le annate in degustazione, oltre alle sopracitate 2009 e 1968 sono 2008, 2007, 2005, 1999, 1995, 1988In totale otto vini, otto personalità diverse!


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 2009: solamente da tre mesi in bottiglia, ha materia davvero importante ma, purtroppo, ancora sconta un leggero odore di legno dato dal passaggio di parte del vino in tonneaux di primo passaggio. Resta comunque il fatto che il vino, passata questa fase giovanile, darà grandi soddisfazioni. Parte della critica già se ne è accorta per cui....


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 2008: giovanissimo ma senza alcun cenno di legno, è una spremuta di frutti rossi e fiori freschi a cui segue un'accennata nota fumè che, come vedremo, risulterà un "timbro di fabbrica" del Chianti Classico dell'azienda. Bocca ruggente, viva, caratterizzata da una decisa vena fruttata e da una persistenza lunga e molto sapida. Tornano per via retronasale gli aromi fumè.


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 2007: metti il naso nel bicchiere e capisci subito che le cose cominciano a farsi decisamente "serie". L'evoluzione del grande Chianti Classico di Radda ci mette davanti ad un vino elegante e, sulle prime, decisamente femminile visto che emana intense sensazioni di rosa e di mammola. La parte fruttata rimane un pò nascosta nella complessità aromatica e solo con l'ossigenazione e il giusto tempo nel calice, cominciano a sprigionarsi aromi di visciola a cui seguono ritorni di terra e di finocchio selvatico. La parte affumicata, leggerissima, fa da contorno. Al sorso è vibrante come deve essere un sangiovese che si rispetti, puro territorio che si allunga al palato con chiusura su toni sapidi e leggermente minerali. 


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 2005: l'annata abbastanza fredda si fa sentire dando vita ad un vino più timido dei precedenti e, forse, meno complesso anche se tutto ciò che esprime è di grande eleganza. Tornano in prima linea, rispetto al precedente millesimo, le sensazioni fruttate con accenni di cuoio, grafite, tè nero Lapsang Souchong. Le sensazioni floreale sono più nascoste e sembrano virare verso la viola essiccata. Sorso davvero interessante, dinamico, succoso, sempre teso e con la ormai "classica" chiusura a metà tra il fruttato e il sapido con ritorni retronasali fumè. 


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 1999: lo stacco dai vini precedenti, dal futuro di Monterinaldi è abbastanza netto visto che con questo Chianti si affacciano senza troppi indugi gli aromi terziari che forniscono al vino tutta una serie di complessità affascinanti e inedite per la verticale che fino ad ora aveva preso in considerazioni vini ancora scalpitanti e ricchi di fervore giovanile. Il '99 si apre con un complesso aromatico molto intenso dove la prima nota che sento è quel tono empireumatico che nelle precedenti annate faceva solo da contorno. Questa sensazione autunnale, da camino spento, è ben integrata da eleganti note di tabacco da pipa, prugna secca, spezie rosse e catrame. Bocca matura, di grande equilibrio, con un tannino perfettamente fuso e corroborato da una decisa spinta sapida e minerale.


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 1995: più austero del precedente grazie ad una maggiore ricchezza di sensazioni terziarie che vanno dal fungo alla terra bagnate fino ad arrivare alla frutta essiccata. Il tempo e l'ossigenazione non aiuta molto il vino che rimane un pò sulle sue, un pò troppo monocorde. Al sorso, invece, è tutt'altro che "andato" visto che le sensazioni dure e morbide del vino sono ancora perfettamente assemblate e tengono. Gli manca forse un pò di complessità e di spinta sapida ma, nonostante tutto, è un Chianti Classico di quasi 20 anni che si lascia bere senza troppi fronzoli.


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 1988: entrare nel mondo dei vini "invecchiati" è sempre un viaggio affascinante anche se sono pochi ad apprezzare certe sfumature grige. Questo Chianti è perfettamente didattico dotandosi di una complessità aromatica che spazia dalla terra umida al caffè, dal cacao amaro al torroncino fino ad arrivare al finocchio selvatico e all'inconfondibile nota di tè nero affumicato. Il sorso, così come abbiamo visto col precedente vino, veste panni decisamente meno austeri datosi che il Chianti è dotato di un tannino ancora capace di graffiare e di una struttura ben composta legata ancora una volta da una spina acida decisa e corroborante. Chiusura lunga, sapida, su toni di torrefazione e terra.


Castello di Monterinaldi - Chianti Classico Riserva 1968: è la seconda Riserva dell'azienda visto che la prima è stata la '67 la quale nella cantina storica di Monterinaldi è presente in unico esemplare. Colmo di emozione per via di una certa predilezione per le vecchie annate mi accorgono quasi subito che, nonostante venti anni di differenza col predente sangiovese, questa Riserva risulta essere già al naso quasi meno evoluta della precedente. Il ventaglio aromatico è da grande Chianti di razza invecchiato dove la parte ferrosa, minerale la fanno da padrone accanto a bellissime sensazioni di erbe balsamiche e pietra focaia. Col passare del tempo, parliamo di almeno due ore, il vino si apre e, a prescindere dai tanti riconoscimenti aromatici percepiti, quello che mi preme sottolineare è che questo Chianti durante tutta la degustazione non si è seduto nemmeno per un istante. Mai una sensazione brodosa, mai una sensazione di fungo e di tartufo. Mai! 
Il sorso, contro ogni previsione iniziale, non solo ha confermato ma addirittura ha amplificato la sensazione di freschezza del vino che al gusto è dotato di acidità da vino bianco altoatesino che tramuta questo sangiovese di quasi 50 anni di età in un ragazzino dalla schiena dritta e vigorosa. Certo, gli manca un pò di polpa per essere immenso, ma sapere che questo Chianti è stato vinificato senza alcun uso di legno presumibilmente da un mezzadro dell'azienda è davvero una bella storia troppo ghiotta per non essere raccontata su Percorsi di Vino.





Piccole note finali: le uve bianche, come prevedeva il vecchio disciplinare, sono state usate nelle annate '68, ''88, e '95. Il 1988, da una ricostruzione dei libri di cantina, risulta affinato in botti di rovere di Slavonia non tostate da 65 HL. Sia il '95 che il '99 sono stati affinati in botti di rovere di Slavonia da 50 HL. Il '05, '07, '08 e '09 sono stati affinati sia tonneau, parte di primo passaggio e parte vecchi, sia in vecchie barrique.

Le Miccine - Chianti Classico 2012

Sono sicuro che questo vino lo conosceranno in pochi e, a dirla tutta, se non fosse stato per Armando Castagno e il suo corso sul Chianti, fino a pochi giorni nemmeno il sottoscritto ne aveva consapevolezza.
Oggi parliamo di nuovo di Chianti Classico puntando il faro dell'attenzione verso una delle aziende meno comunicate di Gaiole in Chianti: Le Miccine.


Paola Papini Cook, canadese di nascita ma di origini italiane, è la giovane proprietaria ed enologa della piccola tenuta che si estende per circa 7 ettari di vigneto, esposizione sud sud-ovest, piantato prevalentemente a sangiovese, presente con sei cloni, e in via residuale a malvasia nera, colorino, merlot e vermentino. 

Paola Papini Cook - Foto: grandepassione.com
Paola, dopo aver studiato enologia in Francia, ha acquisito la tenuta nel 2008 e fin da subito, assieme alla sua famiglia, ha cercato di gestire Le Miccine nel modo più naturale possibile attraverso l'ausilio di pratiche colturali biologiche che, come scrive lei stessa, hanno il compito di tutelare le biodiversità del territorio, ridurre la perdita di terreno fertile, favorire la presenza e l'attività dei microrganismi che consentano al vigneto di vivere quasi come un sistema autosufficiente al fine di adattarsi, anno dopo anno, ai cambiamenti del clima e produrre così sempre la migliore uva possibile.

In cantina, ovviamente, si lavora costantemente per preservare la purezza e la qualità delle uve che vengono sempre vinificate in acciaio. Il vino, a seconda della tipologia, verrà poi affinato in tonneaux o botti grandi di rovere da 20 hl.


Paola Papini Cook produce un vino bianco a base vermentino, un rosè, un rosso a base merlot (Carduus) e due tipologie di Chianti Classico (annata e riserva).

Grazie ad Armando e all'AIS Roma ho potuto bere, scoprire e, di conseguenza, innamorarmi del Chianti Classico 2012 (85% Sangiovese, 5% Merlot, 5% Malvasia nera, 5% Colorino) de Le Miccine che in questa versione "basic", a mio parere, è in grado di leggere schiettamente le potenzialità del terroir di Gaiole in Chianti. 


Il colore rubino del vino, già così vivo ed brillante, premette e prometto un olfatto dove emergono intense fini sensazioni che hanno nella violetta e, in generale, nella florealità rossa la propria centralità che viene puntellata da una cornice formata da una marea di agrumi rossi e ricchi spunti speziati e minerali.
Al sorso non può che conquistare chiunque grazie ad un timbro tannico di razza e ad una freschezza quasi citrina che sembra amplificare, nel finale, la dimensione irradiante del vino al quale, se proprio vogliamo trovare un difetto, manca un pizzico di persistenza gustativa. Quella che resta, comunque, è un Chianti Classico tipicamente gaiolesco la cui beva, dirompente, rappresenta un ulteriore ed importante bonus per questo piccolo grande vino uscito dalle cantine di Paola Papini Cook. 

Piccolo dato tecnico: il vino, nel 2012, è stato affinato per circa 14 mesi in tonneaux e botti grandi di rovere da 20 HL a cui sono seguiti ulteriori 6 mesi di bottiglia.

La verticale storica del Faro Bonavita dal 2006 al 2012

Giuro, non sapevo come iniziare il post ma, scorrendo tra i tanti scatti della serata, questa foto mi è sembrata troppo emblematica per non partire da qui.


Un padre e un figlio, il primo che guarda il secondo con amore ed orgoglio perchè quel piccolo sogno, nato quasi per gioco nel 2004, è diventato realtà concretizzandosi in quelle sette bottiglie di Faro Doc che Giovanni Scarfone ha voluto personalmente aprire e coccolare assieme a suo padre Carmelo.

Da Bologna, dove si è laureato in agraria, a Faro Superiore, il passo non è certo breve soprattutto per quei pochi come lui che tornano e non scappano dalle sue radici ben piantate in quel lembo di terra a due passi dallo Stretto di Messina che accoglie vecchie e nuove vigne, circa due ettari, di Nerello Cappuccio, Nerello Mascalese e Nocera abbarbicate su una collina vista mare e protetti a sud da un bosco di querce e castagni secolari che proteggono l'uva dal caldo e umido Scirocco.

La famiglia Scarfone, da generazioni, da sempre in vigna ha avuto un approccio "naturale" che, al di là di certificazioni varie, significa grande rispetto per tutto l'ambiente circostante che viene tutelato bandendo erbicidi ed insetticidi ed utilizzando solo ramo e zolfo per difendersi dalle varie malattie della vite.


Comincio a servire i vino (eh sì' mi è toccato anche questo) mentre Giovanni continua a parlare come un fiume della vinificazione del suo Faro Doc le cui uve, ci spiega, vengono fermentate in acciaio separatamente attraverso medio/lunghe macerazioni che, in qualche caso, sono durate anche 40 giorni. L'affinamento, tradizionalmente, è avvenuto in vecchie barrique e tonneaux per circa 16 mesi anche se, ci confida Givanni, dall'annata 2013 i vini provenienti dal vecchio vigneto di Contrada Bonavita avranno un passaggio in botti grandi da 30 HL. Quattro mesi di bottiglia e il vino è pronto per essere commercializzato.


Il vino è pronto nei bicchieri, si parte!

Faro Doc 2012: è un'anteprima visto che verrà commercializzata solo tra qualche mese ma, nonostante questo, sembra avere ben presente quali dovranno essere i suoi compiti futuri ovvero riempire (per ora) il naso di aromi di macchia mediterranea e spezie e convincere il palato che questo non è un vino piacione ma bensì un liquido oscuro che ama essere svelato. Quando la giovinezza cederà il passo alla maturità scopriremo anche che questa, nonostante il caldo, sarà un'annata da ricordare per il Faro di Giovanni Scarfone.

Faro Doc 2011: ex post non capisco perchè questo vino non sia stato apprezzato come doveva visto che la maggior parte dei presenti alla degustazione non lo ha messo tra i preferiti. Eppure il mio Moleskine parla di una grande eleganza olfattiva giocata su note di iodio, tamarindo, frutta rossa di rovo e arancia sanguinella. Al sorso rivela freschezza, sapidità e un tannino ancora graffiante, basi tutte di una struttura il cui calore dell'annata si fa sentire solo in fase di chiusura ma, come dice Giovanni, è giusto che sia così perchè non si vuole nascondere nulla.


Faro Doc 2010: rispetto ai precedenti ma,in generale, rispetto a tutti i vini in degustazione, questo Faro si differenzia dagli altri per una maggiore luce a livello olfattivo che si compone di sensazioni balsamiche purissime accompagnate da vere e proprie "mitragliate" minerali accompagnate da lampi di fiori e piccoli frutti rossi. Il sorso è il grande preludio al Faro maturo dove tutte le componenti dure sembrano essere mirabilmente domate per regalare al degustatore un abito in pura seta rossa siciliana. Piccola annotazione: è la prima annata in cui entra a far parte del blend anche la nuova vigna del 2007.


Faro Doc 2009: dopo una 2010 così estroversa ed accattivante è difficile confrontarsi soprattutto se la fragranza dei profumi risulta tutta su toni molti bassi dove la sensazione ematica e di frutti neri derivano il vino in una inedita e scabrosa versione dark. Sorso di grande struttura e balsamicità che risulta leggermente sgradevole nel tannino non propriamente messo a fuoco. Finale come di consueto sapido con tratti salmastri.


Faro Doc 2008: come un novello stregone, Giovanni sembra aver creato questo vino gettando nel calderone magico tutte le componenti aromatiche che definiscono un grande Faro aggiungendo un tocco di eleganza e sostanza. In principio ha il profumo della brezza marina, poi, pian piano, svela il timo, la salvia, la menta, i fiori rossi selvatici, il tabacco, la frutta di rovo, il cuoio, le spezie nere, la mineralità e, infine, il rabarbaro e il ginepro. Al sorso è perfettamente equilibrato, succoso, goloso e dotato di quella espressività territoriale che fanno di questa annata la migliore in assoluto.


Faro Doc 2007: l'annata è stata davvero difficile e lo ammette lo stesso Giovanni che ci confida in estate le temperature hanno superato anche i 45° portando alla fine il vino ad avere un grado alcolico di circa 14°. Probabilmente la mia bottiglia non era al 100% ma la sensazione pseudocalorica che ho percepito, sia al naso che in bocca, era tale da confondere tutte le altre componenti del vino che stranamente poteva essere equiparato ad un surrogato del mon cheri. Dilemma: da aspettare ancora o da bere subito?

Faro Doc 2006: dopo due vinificazioni casalinghe di prova questa è stata la prima annata prodotta da Giovanni che parla di questo annata e di questo vino, lo ammette lui stesso, con una enfasi particolare visto il carico di ansia e sogni che lo accompagnavano. Il risultato dipende dalla bottiglia che era in degustazione. La mia, la prima di due, conteneva un Faro abbastanza ordinario e franco i cui aromi di tamarindo, tabacco e cuoio sembrano precursori di una evoluzione abbastanza repentina ed inaspettata che viene confermata anche al sorso la cui tessitura sembra tenuta in vita solo da uno scheletro acido ancora abbastanza pimpante che rende la beva comunque sicura e piacevole. La seconda bottiglia, quella del tavolo di amici a mio fianco, pare sia stata talmente performante che il voto più basso al vino è stato 90. 


Conclusioni: Giovanni Scarfone e tutta la sua famiglia, anno dopo anno stanno diventando sempre più bravi tanto che le possibili sorprese rispetto al Faro Bonavita potrebbero essere proprio le annate 2013 e 2014 che, ci confessa il vignaiolo, sono state più fresche e, pertanto, più nelle corde di un grande Faro Doc. 

Il  mio podio: 2008-2010-2012