Cesani - Vernaccia di San Gimignano "Clamys" 2017

Sarà la vigna ultratrentennale, saranno le argille su cui prospera, saranno i dodici mesi passati in acciaio sulle sue fecce e i sei in bottiglia, saranno i begli occhi di Letizia Cesani ma a noi questa Vernaccia pulita ma con gran nerbo, verticale e asciutta, lunga e gentile è piaciuta assai.



Domaine Comte Abbatucci - Faustine Vieilles Vignes 2017


Non lo beviamo perché biodinamico, e neanche perché nasce da vigne vecchie. 


No. Questo vermentino corso coltivato una quarantina di chilometri a sud di Ajaccio rilascia precisi ed eleganti sentori di macchia mediterranea esprimendo appagante freschezza.

Il territorio del Vesuvio in tre grandi vini tutti da scoprire


di Luciano Pignataro

Tre vini vesuviani per l’estate. Li abbiamo degustati nel corso del Festival della Dieta Mediterranea organizzato nel Museo di Pioppi, nel cuore del Cilento, il paesino dove visse a lungo il medico Ancel Keys studiando i comportamenti alimentari delle popolazioni meridionali.


Il Vesuvio, come ma non quanto l’Etna, è uno dei territori magici e onirici del nostro Paese. Nel corso della sua storia ha eruttato in continuazione e dunque questo silenzio che mantiene ormai dal 1944 è sicuramente una eccezione. Un territorio pedoclimatico che chiudeva a sud la Campania Felix dei romani con il fertile agro vesuviano. La pressione demografica, iniziata nel ‘600, ha progressivamente ridotto gli spazi agricoli e le costruzioni selvagge degli anni ’60 e ’70 hanno seriamente intaccato la bellezza dei luoghi, un tempo borghi di pescatori o residenze di stile hollywoodiano, come Portici ed Ercolano dove fu costruita la prima ferrovia proprio per collegare i nobili di Chiaia alle loro ville in campagna.
Dal punto di vista enologico, il Vesuvio è stata una delle dispense di Napoli: la corona di vinificatori che circonda la città parte proprio da qui per chiudersi poi al nord della città. Vino, vino e tanto vino per le mille taverne con uva coltivata ma anche comprata ovunque, nel vicino Sannio come in Puglia, finanche in Abruzzo. Poi, appunto, il declino di questo modello a partire dagli anni ’80, la pressione edilizia, lo sbandamento delle aziende tradizionali che si vedevano anno dopo anno ridurre i margini.


A partire dallo scorso decennio però abbiamo potuto registrare una ripresa basata sulla viticoltura di qualità, saldamente legata ai vitigni locali vulcanici, caprettone, catalanesca e piedirosso primi fra tutti, ma anche coda di volpe e, in misura secondaria, falanghina e aglianico. Alcune aziende si sono organizzate per l’accoglienza puntando sull’enorme flusso di turisti che visita Pompei e la Penisola Sorrentina. Certo, ci sono delle contraddizioni incredibili che andrebbero sciolte, prima fra tutte il fatto che il territorio di Pompei, dove l’uva è coltivata persino dentro gli scavi e che serve alla narrazione soprattutto quando si va all’estero, non rientra nella doc.
I vini vesuviani hanno la caratteristica di essere beverini, non impegnativi, sicuramente minerali, sapidi, con il finale amaro. Si accompagnano alla tavola e sono bicchieri della gioia, da bere senza rituali liturgici complessi come la messa ortodossa. Ma riservano anche sorprese inaspettate, come la incredibile longevità di alcuni bianchi che regalano emozioni dopo molti anni. Il Vesuvio insomma è sicuramente la nuova frontiera della piccola ma caratterizzata viticultura campana e questi tre vini che vi segnaliamo lo dimostrano.

LA BOLLICINA

Casa Setaro - Caprettone Spumante Metodo Classico "Pietrafumante"

Questo metodo classico con una sosta sui lieviti di 30 mesi dimostra come sia interessante questa corsa alla spumantizzazione che del resto riflette la mentalità anarchica italiana. 


Un vino che nel 2017 ha vinto il primo Napoli Wine Challenge. Perlage fine e sottile, sensazione di freschezza, chiusura amarognola, beva decisamente intensa.
Circa 18 euro in enoteca.
Casa Setaro è nel comune di Trecase, ha circa 12 ettari di vigna biologica che sul Vesuvio sono una fazenda argentina, piantati nel 1960.

IL BIANCO

Cantine Olivella - Lacrima bianco Lacryma Christi 2018

Ritroviamo il caprettone, stavolta insieme alla catalanesca, uva tipica del territorio a nord del Vesuvio, di tradizione soprattutto nel comune di Somma Vesuviana. Il progetto di Cantine Olivella si basa su queste due uve e sul piedirosso, senza altri vitigni autoctoni campani. Come sappiano la 2018 è stata una vendemmia difficile in Campania per le continue piogge di agosto che hanno messo in difficoltà la sanità delle uve. 


In questa apparizione pubblica il bianco, lavorato solo in acciaio come ormai è tradizione in Campania, si è dimostrato già in ottimo equilibrio, con note floreali di ginestra e di mela al naso e una sostenuta acidità al palato che regala un sorso sottile e compiuto sino alla chiusura amarognola molto precisa.
Circa 10 euro in enoteca
Catrine Olivella è nel comune di Santa Anastasia e lavora in regime biologico sin dal primo anno.

IL ROSSO

Territorio de’ Matroni - Lacryma Christi Rosso 2016

Il giovane Andrea, ultima generazione di una famiglia del territorio, è tornato alle origini laureandosi in enologia a Firenze e facendo esperienza in giro per il mondo, vendemmia dopo vendemmia, dalla Napa Valley all’Australia. E’ tornato con idee molto precise, a cominciare dalla decisione di piantare le viti ad alberello (prima volta sul Vesuvio) per poi passare alla conduzione biologica e in prospettiva biodinamica. Si tratta di un Piedirosso in purezza, fermentato in acciaio ed evoluto in botte grande. 


Un vino elegante, floreale, appena un po’ fruttato, con rimandi fumé a fare da corollario. In bocca essenziale, freschissimo, tannini setosi, chiusura piacevolmente amarognola.
Circa 15 euro in enoteca.
Cantine Matrone si trova a Boscotrecase, ha quasi cinque ettari di vigneto e produce in biologico.

Villa Russiz - Collio Chardonnay "Grǎfin de la Tour" 2014


di Carlo Macchi

Tranquilli, il caldo non mi ha fatto male! Vi parlo di uno chardonnay in legno della “tremenda” vendemmia 2014 perché non ho mai sentito tanto frutto “coprire” così bene il legno, tanta freschezza in un corpo dove la barrique lascia il segno, tanta finezza in una vendemmia tanto difficile. 


Un vino esemplare

Riflessioni guidaiole del primo agosto!


di Carlo Macchi

Con il caldo interrompo la tradizione che mi vede pubblicare nel gruppo IGP una recensione di un locale o di un vino per parlare… di vino. Più in particolare di guide vini, che in questi giorni (almeno per quelle cartacee) stanno chiudendo il lavoro di degustazione con gli assaggi finali.


A proposito di assaggi…

1.       “Non ti ho mandato i vini perché li valuti sempre male e io mi sono rotto! Sei l’unico (magari non è proprio vero ma non importa) che mi da questi voti bassi”. Al produttore in questione non conviene nemmeno ricordare l’altissimo punteggio ad un suo vino dato due anni fa.
2.       “Non le abbiamo mandato i vini perché quest’anno abbiamo deciso di non mandarli a nessuna guida”. Cosa non vera, dimostrata telefonando ad amici che collaborano con un’importante guida cartacea”
3.       “Guarda, siete gli unici a cui mando i vini, perché tutti gli altri mi trattano malissimo”. Ovvero l’altra faccia della medaglia.
4.       “Scusi, a parte il voto non adeguato,  come ha fatto a recensire il nostro xxxx se non glielo abbiamo mandato?”
“Semplice, l’ho comprato in enoteca!”
“Impossibile, il vino è uscito da pochi giorni”. Segue invio scontrino scannerizzato dell’acquisto, fatto appunto da pochi giorni.
5.       “Non vi ho mandato il vino perché è finito!”
“Se è finito in cantina siamo contenti, ma sicuramente non sarà finito in enoteca o a ristorante e quindi è adesso in commercio.”
“E’ vero, ma…”


Questi sono solo alcuni degli esempi che potrei fare delle difficoltà che ogni anno noi di winesurf e , credo, di qualsiasi altra guida vini, incontriamo nel reperire i campioni per gli assaggi. Naturalmente non considerando tutti quelli che si sono scordati di consegnarli, che ti chiedono di passare a prenderli, che ti vogliono far degustare solo e soltanto in cantina da loro, etc.
Tutte queste difficoltà mi portano ad un'unica conclusione, che si trasforma sempre in un megadomandone finale: per chi vengono fatte le guide vini?
Da sempre, in particolare dalla fine degli anni ottanta quando nacque la guida del Gambero Rosso, nell’aria c’è stato un grande fraintendimento: I produttori hanno sempre visto le guide come un modo a buon mercato per farsi pubblicità (e non si può negare che quella “pubblicità a buon mercato” abbia molto spesso mandato avanti il settore) e quindi, anche per i rapporti di amicizia che nel frattempo si erano creati con i degustatori, ricevere un brutto voto non solo era visto come un danno commerciale, ma quasi come il tradimento di un amico.


Dall’altra parte i lettori (preferisco dire consultatori o fruitori) non hanno mai capito perfettamente che tutto quel lavoro (e vi garantisco, era ed è veramente tanto) era ed è fatto per loro. Per questo siamo passati dall’osannare una guida, giudicandola dio in terra (ma magari consultandola facendosela prestare da un amico), al criticarle tutte in quanto prezzolate, non serie, poco credibili, autoreferenziali, elefantiache, inutili etc.
Quindi, da una parte i produttori si sentono i referenti  reali delle guide e le vogliono a loro immagine e somiglianza, i fruitori non credono (o credono poco) al valore delle guide e nel mezzo ci troviamo noi.


Se questa tendenza continuerà ogni guida vini dovrebbe avere come sottotitolo “Dei vini che i produttori ci hanno inviato” e rischierà, per assurdo, di parlare sempre bene di tutti i vini degustati, altrimenti l’anno dopo non arriveranno i campioni.
Qualcuno potrebbe dire “Basta andare a comprarli e il gioco è fatto!”, peccato che, oltre ad essere finanziariamente insostenibile sia anche materialmente impossibile sia perché richiederebbe un’organizzazione capillare per rintracciarli nelle varie enoteche italiane, sia perché molti vini, al momento dell’assaggio, non sono ancora in commercio. Per qualche vino puoi farlo ma certamente non per tutti.
Quindi si ritorna al punto di partenza: o si parla bene di tutti (o quasi)  o non si fa la guida, ma che guida è una fatta con questo criterio?
Personalmente credo che il solo fruitore di una guida sia il consumatore finale e noi “degustisti”, in futuro, dovremo vestire sempre più i panni dei giornalisti, per andare in cerca delle notizie (alias vini) che ci interessano. Tutto questo fregandosene alla grande se i produttori vogliano o meno farci degustare i loro vini.

Mauro Sebaste - Langhe Bianco "Centobricchi" 2017

di Roberto Giuliani

Un viognier in purezza, e allora? Che c'è di strano? Mauro Sebaste lo fermenta in botti da 400 litri e riesce a tirarne fuori un vino di personalità, intenso, con tanto frutto, erbe aromatiche e una succosità incredibile al palato, con acidità e sapidità generose nonostante l'annata calda. 


Buonissimo!

Miti di un tempo: Litra 1997 Abbazia Santa Anastasia


Forse non tutti se ne ricordano, ma il 1997 è stato in qualche modo uno spartiacque nel mondo del vino italiano, soprattutto dal punto di vista commerciale. Fu declamata annata del secolo, partirono gli acquisti “en primeur” (ovvero di annate ancora non in vendita, da prenotare a scatola chiusa), fu il periodo del trionfo del “nuovo vino italiano”, grazie alla spinta mediatica ottenuta nel decennio precedente con i vini ribelli, i cosiddetti “supertuscan”, ovvero quei vini prodotti al di fuori di DOC e DOCG, come “semplici” IGT o Vini da Tavola, quelli i cui nomi finivano per “aia”, “ello” e via discorrendo e che trascinarono ben presto dal Piemonte alla Sicilia in un percorso alternativo alla ricerca di premi e successi.


Uno degli enologi che aprì la strada al rinnovamento fu certamente Giacomo Tachis, un rinnovamento che coinvolse prima di tutto il comparto enologico e che fece presto proseliti in varie parti d’Italia, non sempre con gli stessi risultati qualitativi.
Oggi, quell’immagine del super vino si è un po’ sgonfiata, progressivamente si è passati dalle concentrazioni esasperate e l’abuso di legno piccolo, alla ricerca di un sempre minore e garbato intervento enologico, ma anche a una maggiore comprensione nei confronti delle piante: continuare a forzare sulle basse rese, su produzioni sempre più irrisorie per ceppo, significava anche produrre squilibri non considerati, soprattutto man mano che il clima andava trasformandosi (vedi una gradazione alcolica sempre più alta e un’acidità sempre meno adeguata, correzioni e aggiustamenti che non consentono al vino di trovare i propri equilibri naturali); inoltre le mode passano, si sa, fare vini potenti significa che sono prodotti più da guida che da pasto, la richiesta si è poco a poco spostata su vini meno manipolati e più digeribili, termine ancora troppo poco considerato per il vino, mentre sul cibo è essenziale.
La crescita esponenziale nel terzo millennio di vini biologici e biodinamici, la dice lunga sulle nuove strade che questa bevanda sta prendendo, soprattutto oggi si vogliono vini che non stancano, più “veri”, eccitanti, magari anche leggeri ma che abbiano qualcosa da raccontare del luogo dove nascono, la prova del nove è sempre a tavola: se la bottiglia viene velocemente finita, vuol dire che ha raggiunto il suo obiettivo principale.

Abbazia Santa Anastasia - Panorama sui vigneti

E il Litra 1997 dove si colloca? Beh, il periodo era quello che abbiamo descritto, quindi non può esimersi da avere certe caratteristiche, però ha dalla sua una tenuta e una sorprendente vitalità che testimoniano comunque una qualità non comune.
Vado in cantina e prelevo una delle due bottiglie che conservo dall’anno 2000.
Nonostante sia stata coricata per quasi vent’anni, il tappo di 5 cm. è in perfette condizioni, solo circa 1 centimetro è stato raggiunto dal liquido. Odore perfetto, di vino maturo e null’altro.


Andiamo a vedere il contenuto: il colore è un granato ancora compattissimo, senza cedimenti; la tecnica enologica è indubbiamente perfetta, trovare un vino chiuso vent’anni in bottiglia senza alcuna riduzione evidente è fenomeno davvero raro. Accostato al naso non si fa fatica a riconoscere i tratti del cabernet sauvignon, non solo, ma gli anni sembra portarseli molto bene; c’è ancora un frutto vivo e carnoso che avvolge i sensi odorosi, prugna, ribes nero neanche tanto in confettura (ne capitano di ben più maturi con meno anni di età), sensazioni di muschio, leggero catrame, ematite, liquirizia, scatola di sigari, cacao amaro, cenni di cuoio.


All’assaggio rivela la sua grassezza, la ricerca di una concentrazione che, però, trova bilanciamento in un’acidità decisa che richiama il cedro, un elemento che costituisce la giusta impalcatura per dare slancio al sorso; acidità e cremosità che convivono senza dare l’impressione di essere arrivati al capolinea.
Questo è un eccellente risultato, non c’è che dire, anche se, onestamente, l’impressione è di un vino un po’ “artificiale”, troppo voluto a tavolino, ineccepibile sul piano tecnico ma che non mi emoziona né mi trasporta nell’amata Sicilia. Lo stesso approccio che ho sempre ritrovato in vini come il sardo Turriga, sempre opera di Tachis. Erano altri tempi, altre visioni, probabilmente necessarie per smuovere quella polvere che, volenti o nolenti, si era depositata sull’immagine del vino italiano. Del resto lo stesso Tachis in epoca più recente aveva cambiato rotta in modo evidente, tanto da promuovere il vino “sano”, meno lavorato e proveniente da vigne trattate il meno possibile.
Come noi (che ne siamo i creatori) il vino ha un corpo e un’anima; quegli anni furono dedicati al corpo…