Fonterenza - Pettirosso 2017


di Roberto Giuliani


Chi le conosce sa che le sorelle Padovani sono qualcosa a parte nell’emisfero di Montalcino, il Pettirosso ne rappresenta l’essenza, un sangiovese nato per essere goduto, ogni giorno, immediato e gustosissimo, con un frutto generoso e una bevibilità trascinante, da farne scorta senza esitazione.

Ca’ Ferri e il fascino dei Colli Eugani declinato in tre annate di Taurilio


di Roberto Giuliani

Come scrivevo giorni fa, il mondo del vino è affascinante anche perché spesso è frutto di scelte improvvise, di cambiamenti di percorso che testimoniano come chiunque possa essere colto da improvvisa passione, non importa se non ha esempi famigliari, né se fino a un attimo prima faceva tutt’altro lavoro.
È quello che è accaduto a Gian Paolo Prandstraller, dopo una vita da avvocato, invece di godersi la meritata pensione, una quindicina di anni fa decide di “osare” l’esperienza di produttore di vino.


Siamo nel Padovano, nel cuore dei Colli Euganei e Gian Paolo punta a due zone ben precise, una nell’area settentrionale nel comune di Torreglia e l’altra più a sud nel comune di Casalserugo.
Torreglia è situata ai piedi del Monte Rua, in un ambiente spettacolare nel cuore del Parco dei Colli Euganei. Si pensa che il nome del comune possa essere dovuto alle numerose torri erette nella zona dopo la caduta dell’Impero Romano, ma altre testimonianze riferiscono di tradizionali lotte fra tori organizzate dal fondatore di Padova, Antenore, come ringraziamento agli Dei.

Vigneti - Fonte: Euganamente

Dopo anni di produzione di due linee ben distinte, la famiglia Prandstraller ha deciso di concentrarsi sui vigneti di Torreglia; le uve sono quelle che da tempo si utilizzano in queste zone, ovvero merlot e cabernet franc, da cui nasce il Colli Euganei Rosso Taurilio, non c’è interesse a espandersi ma a raggiungere la massima qualità possibile, tutti gli sforzi sono concentrati su questo vino, ottenuto da 8000 piante per ettaro che non raggiungono il chilo d’uva ciascuna.
Dopo una macerazione di due settimane, a fine fermentazione il vino matura in barrique nuove e di secondo passaggio per un anno, poi gode di almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia. “Siamo una piccola cantina, ma mettiamo molto lavoro e molto amore nel fare un prodotto che pensiamo di qualità”, mi dice Andrea Prandstraller, amministratore dell’azienda.

Le annate che andiamo a raccontare sono 2013, 2015 e 2016.

Colli Euganei Rosso Taurilio 2016, uve merlot e cabernet franc, gradazione 14% vol.
Nonostante le basse rese e la ovvia concentrazione di zuccheri e materia colorante delle uve, non ci troviamo di fronte a un vino dalle tonalità scure e impenetrabili, tipo buccia di melanzana per intenderci, ma piuttosto a un bel rubino vivace che si lascia comunque attraversare dai raggi luminosi.
Accostato al naso rivela una bella intensità di frutto, vibrante e carnoso, di prugna, mora, marasca, ma a dare lustro e conforto alle sensazioni odorose arrivano presto la menta e la liquirizia, venature d’inchiostro e ginepro su una base piacevolmente minerale, ferrosa.
La bocca racconta di una freschezza da grande annata, tannino fine e vellutato, pregevole ritorno di frutta e spezie che si mantengono a lungo, vaghi richiami boisé e di vaniglia che presto spariranno. In divenire ma già decisamente promettente e ben inquadrato, lo attende un lungo futuro.


Colli Euganei Rosso Taurilio 2015, stesse uve e stessa gradazione
Non mi ripeto sulle formalità estetiche da sommelier, il colore del vino è più o meno identico, il cambio di tonalità avviene al naso e al palato; nel primo troviamo un’espressività appena più reticente, un frutto meno espresso sebbene freschissimo (ribes nero e ciliegia), una speziatura elegante e garbata, un legno ben integrato, particelle di terra vulcanica, cioccolato, nessuna presenza vegetale a sentenziare come il cabernet franc maturi molto bene.
Al palato è quasi più giovane del 2016, dal nerbo pimpante, vitale e diretto, senza per questo avere un tannino più rigido, la levigatura è perfetta, nel complesso è finissimo ma tutto in prospettiva, ora godibile ma meno ampio e profondo, sicuramente effetto di un’annata diversa che dovrà fare il suo percorso per mostrare tutte le sue indiscutibili qualità.


Colli Euganei Rosso Taurilio 2013, stesse uve e stessa gradazione
China e cenere, le prime sensazioni che mi sono arrivate appena “sniffato”, liquirizia e cacao poi, prugna sotto spirito; man mano che si ossigena sembra convogliare ciascun sentore in un unico, ben fuso, “suono”, un bel suono che sa anche di sottobosco, muschio, felce, radici, senza però esagerare sui terziari, niente funghi o pelli conciate, il vino è ben eretto, senza cedimenti.
Lo conferma al gusto, dove esprime una ricchezza e una beata solidità, profondo e ben sorretto da un’acidità sotterranea e fondamentale, di quelle che senti solo dopo, quando ti viene voglia di berne ancora… e di mangiarlo con una gallina padovana imbriaga.

Verrone Viticoltori – Cilento Dop Fiano “Vigna Girapoggio” 2018


Un grande Fiano del Cilento, come questo prodotto dalla famiglia Verrone, lo riconosci subito grazie al perfetto connubio tra il caldo abbraccio delle terre del Sud e quella nota di timo, mandorla, agrumi e sale che ti ricordano come queste vigne, con vista sul Golfo di Salerno, siano legate intimamente al Mediterraneo con i sui colori e profumi.



Il Vinco: l'Alta Tuscia, con il Mistione, ha il suo vino rock!


Non c’è assolutamente dubbio che, assieme al basso frusinate, l’Alta Tuscia viterbese (delimitata a sud dalla provincia di Roma, ad est dall'Umbria, a ovest dal Mar Tirreno ed a nord dalla Toscana) sia l’area vitivinicola più dinamica, e per certi versi anche più anarchica, del Lazio.
Da qualche anno, infatti, tanti giovani vignaioli stanno cercando di dar vita a vini, spesso “naturali”, attraverso i quali si punta decisamente a rompere con un passato e, purtroppo, con un presente costellato da DOC, la più importante delle quali è l’Est!Est!!Est!!! di Montefiascone, che poco hanno valorizzato, tranne eccezioni, la viticoltura di un territorio la cui caratteristiche, se adeguatamente sfruttate, potrebbero senza problemi portare ad una alta qualità diffusa di tutto il comparto vitivinicolo locale.

L'Alta Tuscia

Il centro nevralgico di questa “nouvelle vague” del vino della Tuscia è caratterizzato da un luogo ben preciso: il lago di Bolsena. Questo specchio d’acqua, con i suoi 114 Kmq di superficie, rappresenta il più grande lago vulcanico d'Europa (tecnicamente è considerato una caldera) e la viticoltura in questa zona, storicamente, si è sviluppata attorno alle colline dei comuni più importanti: Montefiascone, Marta, Capodimonte, Gradoli, San Lorenzo Nuovo e Bolsena.

Il Lago di Bolsena

L’areale, come facile pensare, è costituito da terreni di origine vulcanica e ricchi di potassio anche se è possibile avere al loro interno delle importanti differenziazioni: nell’area nord-ovest l’attività intercalderica ha prodotto prettamente terreni ricchi di lave e scorie saldate, la sabbia è praticamente assente mentre la troviamo in abbondanza nella zona sud-orientale accanto, ovviamente, ad abbondanti formazioni di tufo. Le vigne, in queste zone, godono soventemente di una esposizione sud, sud-ovest e possono avere altezze variabili che possono arrivare anche ad oltre 600 metri s.l.m. da dove, ve lo posso garantire, si aprono scorci panoramici sul lago di Bolsena e le sue due isole (Bisentina e Martana) che lasciano senza fiato.
I principali vitigni a bacca bianca che possiamo trovare camminando tra questi filari sono procanico, grechetto, malvasia, moscato, verdello mentre a bacca rossa troviamo canaiolo, aleatico, ciliegiolo, roscetto e greghetto rosso (clone locale di sangiovese).

Gianmarco Antonuzi - credito: tutto wines

Come scritto in precedenza, l’Alta Tuscia Viterbese oggi è una vera e propria fucina di giovani produttori che stanno più o meno sperimentando nuove vie del vino riprendendo e sviluppando, è opportuno sottolinearlo, il grande lavoro fatto da Gianmarco Antonuzi (Le Coste) che nel lontano 2004, prima di tutti, aveva compreso la grandezza di un territorio vitivinicolo soprattutto se vigna e cantina venivano in qualche modo “slegati” da protocolli convenzionali poco rispettosi della Natura. Questo movimento “naturale ed indipendente” iniziato da Antonuzi, nel corso del tempo, ha avuto altri punti fermi come, ad esempio, Andrea Occhipinti arrivando oggi a contare almeno sei o sette cantine di riferimento tra cui Il Vinco

Daniele, Nicola e Marco: Il Vinco

Questa azienda agricola, situata nella parte sud del Lago di Bolsena (Montefiascone), è un progetto fortemente voluto e realizzato da tre amici Daniele ManoniNicola Brenciaglia e Marco Fucini che attorno al 2014, dopo una serata ad alto contenuto di alcol, decisero di diventare anche soci intraprendendo questa nuova via di vita assieme.
Attenzione – mi blocca Nicola mentre giriamo per le vigne – eravamo alticci, euforici, ma non pazzi perché alla fine, tutti e tre, oltre ad essere grandi appassionati di vino, proveniamo da ambiti agricoli che conosciamo bene. Infatti, io e Daniele siamo anche produttori di olio mentre Marco alleva vacche da carne. In zona, poi, ogni famiglia tradizionalmente ha un pezzetto di vigna con la quale fa il vino di casa, per cui qualche rudimento enologico già lo sapevamo. Ci siamo detti, perciò, visto che avevamo un minimo di esperienza, un po’ di terra e anche i mezzi meccanici, perché non iniziare?”


E così Daniele, Nicola e Marco hanno cominciato a rimboccarsi le maniche prendendo in affitto piccole parcelle di vigneto dagli anziani del posto che lasciavano. Le vigne in produzione, gestite dal 2017 secondo i principi della biodinamica, sono coltivate solo con uve locali (canaiolo nero, rossetto, procanico, malvasia bianca lunga) e sono site a Capodimonte (la parcella più grande di circa 1.2 ettari), Montefiascone, da dove si produce il bianco, mentre una vigna più piccola, di canaiolo nero a piede franco, si trova a Marta. In totale circa tre ettari a cui si devono aggiungere altri tre ettari e mezzo di nuovi impianti (tutti attorno la cantina) dove troviamo anche piante di verdello (clone locale di verdicchio).


Mentre scrivo mi trovo all’interno della nuova cantina de Il Vinco, a due passi da Montefiascone, dove i ragazzi stanno vinificando in autonomia, non senza difficoltà, dopo essere stati ospitati da Andrea Occhipinti per i primi due anni di produzione. All’interno della nuova cantina, che in futuro si avvarrà anche di una sala degustazione con vista sui vigneti, troviamo sia vasche di cemento, usate per la fermentazione a scalare dei vini, sia tini in vetroresina (i loro preferiti) ed acciaio inox che sono invece usati per l’affinamento dei vari vini della gamma. Per ora non viene usato legno anche se per la prossima annata, la 2020, è in programma di acquistare una botte grande per affinare il greghetto rosso.


Dopo vari assaggi da vasca, tutti sorprendenti per identità e territorialità, chiedo di degustare il loro rosato, il così detto Mistione, che tanto sta spopolando, soprattutto in queste giornate estive, tra gli amanti dei vini naturali. Il vino non altro che un blend, ovvero un mischione\mistione (da qua il nome), di uve sia a bacca bianca che rossa come canaiolo nero, procanico, rossetto, malvasia bianca lunga che dopo una breve macerazione di due giorni vengono fermentante spontaneamente in cemento per poi affinare, una volta creata la cuvée, in acciaio e vetroresina per circa sei mesi a cui seguono altri tre mesi di bottiglia. 


Degustandolo, capisco perché questo rosato sta facendo tanto parlare di sé: è assolutamente originale, parte leggermente abboccato ma poi la forte componente sapida del vino, tipica della zona vulcanica dove sono piantate le viti, tende subito a controbilanciare la beva che, come un perfetto equilibrista, scorre lenta ma inesorabile su quel filo sottile che si chiama emozione gustativa e voglia di riempire un altro calice. Amici, siamo ovviamente di fronte ad un vino pop, sicuramente non è il miglior rosato bevuto nella mia vita ma, vivaddio, siamo nel bicchiere finalmente ho qualcosa di assolutamente inedito ed innovativo per l’Alta Tuscia abituata forse un po’ troppo abituata a vini tecnici e troppo uguali a se stessi.


Ultima curiosità: Il Vinco deriva il suo nome dal salice da vimini (Salix viminalis) con il quale un tempo si formavano delle corde per legare i le viti o le piante dell’orto. Il Vinco, perciò, sta ad indicare il forte legame con la terra di origine del progetto ma suggella anche il forte rapporto di amicizia tra Daniele, Nicola e Marco.

Ayala - Champagne Brut “Collection N°7” 2007

Lanciato in Italia lo scorso 23 Luglio con un evento unico che si è svolto in contemporanea in sette città italiane, il N° 7 è la seconda opera della "COLLEZIONE AYALA", champagne unico nel suo genere, prodotto in piccole quantità e presentate solo quando raggiunge il suo apice. Questa cuvée nasce da un blend (2/3 chardonnay e 1/3 pinot nero) di 7 Grands Crus della Côte des Blancs e della Montagne de Reims, tutti dell'annata 2007, è ha un dosaggio di circa 6 grammi/litro.


In particolare le uve nascono da 5 Grands Crus della Côte des Blancs : 
Avize : mineralità gessosa 
Chouilly : generosità, finezza 
Cramant : struttura, vinosità 
Le Mesnil-sur-Oger : vivacità, tensione 
Oger : frutta, opulenza 

e 2 Grands Crus de la Montagne de Reims
Aÿ : generosità, finezza 
Verzy : vivacità, carisma 


Queste sette anime, sapientemente assemblate da Caroline Latrive, una delle 3 donne Chef de Cave di tutta la Champagne, dopo circa 11 anni di affinamento nelle cantine della Maison Ayala, hanno dato vita ad uno Champagne assolutamente di carattere e potenza aromatica sciorinata in un ampio quadro olfattivo che spazia dalla frutta secca fino allo zenzero e la mineralità, passando per agrumi canditi e prugna Mirabelle.  Al sorso è goloso, strutturato ma, al contempo, elegantemente vivace e sinuoso. La chiusura, sapida, sfuma in un caldo e vibrante abbraccio agrumato.

Caroline Latrive

Ayala N°7 si abbina perfettamente a cibi ricchi ma dalla consistenza delicata, come un'aragosta alla griglia in burro salato servita con risotto allo zafferano, un medaglione di filetto di vitello in salsa cremosa o semplicemente un Comté stagionato 18 mesi!

De Bartoli - Marsala Vergine Riserva 1988


di Lorenzo Colombo

E poi ti capita d’assaggiare questo vino e commiseri coloro che dicono di non amare il Marsala.


Un vino questo che richiederebbe un’intera pagina per poter essere descritto, e probabilmente non basterebbe: miele di castagno, fichi cotti, frutta secca, un’ampiezza olfattiva e gustativa con pochi uguali, e poi non finisce mai. Ovviamente non ci riferiamo alla bottiglia, finita troppo presto.


Due belle trattorie da scoprire se passate in Lunigiana!


di Lorenzo Colombo

La Lunigiana è una regione storicamente divisa tra Emilia, Toscana e Liguria, dopo l’unità d’Italia e la creazione delle varie province il suo territorio è stato un poco smembrato ed attualmente per Lunigiana s’intende l’insieme di alcuni comuni situati lungo il corso del fiume Magra, suddivisi tra le province di La Spezia e di Massa Carrara.

Dal punto di vista gastronomico le preparazioni più conosciute sono gli Sgabei, pasta lievitata (la stessa del pane), tagliata a strisce e fritta in olio d’oliva, che vengono solitamente abbinate a salumi vari ed utilizzati come antipasti, famosi inoltre sono i Panigacci ed i Testaroli.

In realtà tra i due non è ci si sia molta differenza, si tratta sempre di un impasto simile, ovvero una pastella di farina, acqua e sale, leggermente più densa per quanto riguarda i Panigacci, per entrambi la cottura di questa pastella avviene in testi, di ghisa o terracotta. Ciò che cambia è l’utilizzo, infatti i testaroli, che si ottengono tagliandi in quadrati di circa 4 centimetri di lato il disco cotto, vengono bolliti per pochi minuti in acqua e quindi conditi in genere con pesto di basilico, ma anche con altri sughi, mentre i Panigazzi vengono in genere serviti caldi (sembrano delle piccole piadine) accompagnati da salumi o formaggi.


Ma veniamo ai nostri locali: sei giorni in Lunigiana e sei trattorie visitate, in tutte abbiamo mangiato più che bene, assaggiando a volte diverse versioni degli stessi piatti, qui andiamo a riferire dei due luoghi dove ci siamo trovati meglio, sia per quanto riguarda l’accoglienza, ma soprattutto per quanto riguarda il cibo e non ultimo il prezzo pagato.

Il primo locale è Da Fiorella, situato a Nicola, frazione di Luni, in provincia di La Spezia. Situato a 180 metri d’altitudine, ci si arriva affrontando alcuni tornanti dopo aver lasciato l’Aurelia in prossimità del sito archeologico di Luni. Ci siamo stati domenica 12 luglio a pranzo. Visto dal di fuori non è che ci abbia fatto una grande impressione, le cose però cambiano appena entrati Un’ampia sala luminosa arredata in maniera moderna, con ampie finestre che spaziano sulla Val di Magra, sino al mare. I numerosi ed interessanti piatti in carta ci costringono ad una non facile scelta, optiamo quindi per un Antipasto misto, composto da torta di verdure, torta di riso e cipolla, caponata, polenta incatenata e verza ripiena e per un Gatzpacho e vaporata di mare. Buonissimo quest’ultimo piatto, anche se ce lo immaginavamo diverso.

Antipasto misto

Tra i primi piatti scegliamo il Bis di Panigacci (con olio e parmigiano e con pesto fatto in casa), Pappardelle all’amatriciana di polpo e pecorino e Tagliolini cacio pepe e cozze. I Panigacci sono dei pani non lievitati a forma di cerchio (ricordano nella forma la piadina) cotti a fuoco vivo in un testo di terracotta, gli ingredienti sono semplicemente farina, acqua e sale. Vengono poi serviti con varie pietanze, soprattutto salumi e formaggi, ma anche in maniera più semplice, ma non meno gustosa, come nella versione assaggiata da Fiorella.

Panigacci

Difficile la scelta anche per quanto riguarda i secondi piatti, alla fine decidiamo per dei gustosissimi Muscoli di Spezia ripieni e, mentre chi è più tradizionalista opta pe Filetto di manzo e Chips di patatine fritte.

I muscoli!

Un gelato alla crema e due caffè chiudono il nostro pasto che è stato innaffiato con un Trento Doc “Salísa” Millesimato 2016 di Villa Corniole e, per bere locale, un Vermentino “Vigne Basse” 2019 di Terenzuola, vini scelti in un’ampia carta che comprende sia vini locali che di altre regioni, il tutto con ricarichi più che onesti. 


Notevole la soddisfazione, sia per quanto riguarda il palato come pure per il portafoglio.


Il secondo locale di cui andiamo a scrivere, si trova invece a Fosdinovo, in provincia di Massa Carrara, proprio ai piedi del Castello Malaspina, si tratta del castello più grande e meglio conservato di tutta la Lunigiana, famoso per aver ospitato tra gli altri anche Dante Alighieri.


Ma torniamo al nostro locale, ovvero la Trattoria Quinta Terra, una sala a volte in pietra e pochi tavoli all’esterno ci accolgono mercoledì sera, 15 luglio, all’interno i tavoli sono ben distanziati, il menù si trova su un paio di lavagne, c’è pure il QR Code per scaricarlo, come può essere scaricata la carta dei vini.
Delicato il Flan di cavolfiore con salsa al gorgonzola che scegliamo tra gli antipasti; proseguiamo poi con i primi piatti, ovvero Orecchiette, cozze, pecorino e cannellini e Zuppa di farro con calamari al rosmarino.
Entrambi piatti assai deliziosi e saporiti.

Orecchiette, cozze, pecorino e cannellini

Tra i secondi piatti tortino di acciughe, melanzane, pomodoro e mozzarella e baccalà alla ligure gratinato al forno. Il tutto innaffiato da Breganze Vespaiolo Doc “Angarano Bianco” 2018, di Villa Angarano, un vino che con la sua acidità s’è sposa più che bene con i piatti scelti. 


Non molte le etichette nella carta dei vini caratterizzata da un ricarico onesto, l’azienda ha anche una propria produzione, abbiamo assaggiato per curiosità il loro Vermentino “Tziveta” trovandolo molto interessante. Conto finale onestissimo, con notevole rapporto qualità/prezzo.