L'anima rock dei vini dell'azienda agricola Costa Archi


Se ci fosse Adriano Celentano a commentare i vini di Costa Archi direbbe inesorabilmente che sono “rock”. 
Gabriele Succi nel creare i suoi vini non bada a mezze misure e, da appassionato di hard rock, in cantina sembra imbracciare la Fender Stratocaster per creare dei riff di grande potenza, non per tutti i palati.

L’Assiolo 2009 (Sangiovese 100 %) nonostante il suo grande estratto quasi 15° alcolici è un vino fresco e beverino, di grande complessità fruttata, quasi croccante nella sua vena ciliegiosa (oddio mi sento Maroni). L’ho bevuto e ribevuto con grande piacere affianco alla regina della gastronomia romagnola: la lasagna. Nel suo essere popolare lo abbinerei al riff di 7 Nation Army dei White Stripes.


Il Beneficio 2008 (Sangiovese 60%, Merlot 40%) è forse il vino più “borghese” di Costa Archi, il merlot conferisce la giusta morbidezza ad un vino che è meno rustico e più profondo del precedente. Il bicchiere diffonde subito nell’aria gli aromi di frutta rossa sotto spirito, pepe, eucalipto, sandalo, sottobosco. In bocca l’attacco caldo è subito stemperato da grande freschezza. Tannini di buona fattura ed in evoluzione. Ottima lunghezza finale. Un vino  molto rappresentativo che sembra ispirarsi al riff di My Generation degli Who.


Il Monte Brullo 2007 (Sangiovese 97 %, Ancellotta 3 %) rappresenta l’assolo di chitarra che ti porta dentro il cuore della musica, bastano poche note (olfattive) e comprendi tutte le declinazioni della frutta rossa, delle spezie nere, dei fiori appassiti. L’assolo va avanti inesorabile col sorso che rimane avvolgente, succoso ed inesorabile nella sua grandezza strutturale. Mi vengono in mente le note di Back In Black degli AC/DC dove con tre semplici bicordi ripetuti (E5/D5/A5) si riesce ad esprimere potenza ed energia allo stato puro.


Il Prima Luce 2007 (Cabernet con un pizzico di Merlot) è una sorta di piccolo Frankestein creato da Succi che ha il merito di contenere tutti i pregi dei vini precedente. Non si gioca più con le tonalità dark del sangiovese, qua il cabernet si presenta monolitico, inscindibile, un tetragono di profumi densi e cangianti che man mano prendono le forme aromatiche del catrame, del pepe, della liquirizia, della frutta nera di rovo, del vegetale, del balsamico. La musica, inizialmente scura e gotica del vino, si trasforma al sorso dove il cabernet avvolge il palato saturando ogni poro gustativo con un tale equilibrio che i quasi 16° alcolici del vino sembrano inconsistenti come le parole dei nostri politici. Finale piacevolmente devastante, balsamico, speziato. Sul mio palco emozionale considero il Prima Luce alla stregua dell’assolo di Mark Knopfler in Sultan Of Swing: lungo, ipnotico e per intenditori.




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