Gabriele Succi e il mondo Costa Archi


Gabriele Succi fa parte di quel ristretto gruppo di giovani vignaioli (vedi Podere il Saliceto) che sta cercando di cambiare le sorti della viticoltura romagnola. 

Prima di descrivere i suoi vini, cosa che farò in settimana, mi è piacerebbe che il lettore leggesse quanto scritto di seguito perchè, in poche righe, Gabriele ci apre il suo mondo, un universo fatto di tanto sudore e pochi lustrini. Alla faccia di chi vuole i giovani svogliati e bamboccioni!

Ciao Gabriele, parlami della tua passione per il vino...

E' insita nel mio DNA! Mio nonno materno, cominciò a vinificare le uve dei vigneti piantati nei terreni di mia nonna già nei primi anni ’60. Dopo la sua morte, nel 1981, la cantina chiuse e rimasero i vigneti che erano condotti dai braccianti sotto l’occhio vigile del “fattore” in quanto sia mia madre che mia zia erano insegnanti e di agricoltura non ne capivano molto, anche se durante la vendemmia erano quotidianamente in azienda ad aspettare il camion che caricava le uve e a compilare tutte le varie scartoffie.
Le uve quindi erano vendute ad altre cantine e/o conferite alla cantina sociale. Il vino che veniva fatto con le nostre uve per consumo familiare, dopo la morte di mio nonno, era orrendo al che mi allontanai completamente da questo mondo fino alla fine degli anni ’80 quando mio zio mi portò una bottiglia di Brunello di Montalcino della Tenuta di Sesta. Rimasi folgorato e mi chiesi: ”Ma perché anche noi che abbiamo il sangiovese non riusciamo a fare una cosa così?”.

Gabriele a lavoro

Era iniziata la sfida?

Sì, perché nel frattempo mi ero iscritto alla facoltà di Agraria e, terminati gli studi, comincia ad occuparmi dell’azienda (che si era rimpicciolita a causa di altre successioni) svolgendo un lavoro già visto: vendita di uve alle altre cantine e/o conferimento alla cantina sociale. Non c’era molta soddisfazione in questo (la qualità non veniva e tuttora non è premiata) e per tale motivo decisi di vinificare in proprio le mie uve migliori e iniziai un lavoro di studio preciso del terreno (ho anche fatto fare una ricerca geologica sull’origine dei terreni su cui sono piantate le mie viti), una serie di impianti nuovi impuntati sulla selezione di diversi cloni di sangiovese per cercare di capire la loro diversa attitudine e la miglior destinazione enologica e non ultimo ho rinnovato il parco macchine aziendale che era, a dir poco, obsoleto.

Qual è la tua filosofia di cantina?

La frase che per me vale come parola d’ordine (quanto mai assai scontata) è il “vino si fa in vigna”, in cantina non si fa niente che non sia semplice. Niente controllo della temperatura, travasi e non filtrazioni, in fase di vinificazione non uso pompe ma solo follature manuali e uso dei lieviti selezionati solo in caso di accumulo di zuccheri fuori controllo (a dire il vero le ultime annate, 2010 esclusa, sono tutte così).

Com’è il legame col tuo territorio?

Il mio scopo è quello di portare avanti un territorio (la Romagna) che non ha storia, che non ha un background culturale (dal punto di vista tecnico di viticoltura di qualità), dove gli uomini hanno sempre pensato di fare il vino in damigiana dai grandi numeri, venire pagati subito ma alla fine, senza promuovere nulla. La generazione di viticoltori romagnoli attuale è la prima vera generazione che ha qualcuno che cerca di studiare, sperimentare, provare, utilizzare tecniche in modo diverso per poter comunque giungere ad un fine comune: riconoscere il proprio lavoro, come un lavoro “fatto bene” che possa essere riconosciuto tale anche da persone che non risiedono qui.
Il problema però è che molte aziende locali famose e meno si sono affidate a consulenti esterni che hanno stravolto un po’ tutto seguendo quella che era la moda del momento. Oggi solo qualche piccolo viticoltore (fra cui credo di esserci anch’io) cerca di fare ciò che ho descritto sopra facendo esperienza sulla “propria pelle”.

Grazie Gabriele..

Giovedì o venerdì posterò le mie impressioni circa i suoi vini che, vi anticipo, sono molto rock!
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