Sangiovese Purosangue a Roma: la conferenza stampa tra video e lettere al pubblico


La conferenza stampa di Sangiovese Purosangue ha proposto molti spunti di riflessione. I video qua sotto riportano integralmente quella interessante mattinata romana.




Per chi si stufa a vedere tutti i video, riporto integralmente gli interventi di Stefano Cinelli Colombini e Gian Luca Mazzella.

Intervento di Stefano Cinelli Colombini

Montalcino e i suoi sangiovese rappresentano un caso davvero curioso, qui i miti sono così affascinanti che nessuno si cura davvero della storia e della realtà del territorio. Tutto questo potrebbe andare benissimo, perché le leggende fanno vendere il vino molto di più delle cifre, però c’è un problema; se ci si basa solo sui miti non si riesce a capire quello che accade, è accaduto e accadrà a Montalcino. Per questo penso sia utile dedicare questo intervento ad una breve analisi “multi disciplinare” su Montalcino, mettendo insieme dati noti su storia, economia e enologia. Tutto ciò che cito proviene da materiale ben noto, disponibile in libri e pubblicato varie volte, ma purtroppo in genere è ignorato dagli addetti ai lavori.
Quando e perché nascono le fortune dei vini di Montalcino? Tutto ha inizio dal medioevo e da una strada. Con i mari invasi dai pirati saraceni e le antiche vie romane degradate le alternative per i viaggiatori si erano ridotte a poca cosa; chi voleva andare a Roma doveva per forza usare la Francigena. E la Francigena passava da Montalcino. In più dal XIII° secolo il Comune aveva ottenuto il diritto di porto franco, divenendo così una specie di Duty Free del Medioevo. Ben presto Montalcino scoprì che i milioni di viaggiatori che transitavano sotto le sue mura gradivano molto i suoi vini, e iniziò a farne sempre di più. E con di più intendo davvero tanti, perché dai dati dei catasti e dei censimenti le vigne vanno da duemila ettari a quattromila e cinquecento; tanto per dare un’idea, oggi ce ne sono tremila seicento e produciamo circa venti milioni di bottiglie all’anno. La strada di Roma era la strada per il centro della cristianità, un luogo dove chiunque fosse qualcuno prima o poi doveva andare. Da Carlo Magno in poi ogni imperatore del Sacro Romano Impero ha mangiato nelle nostre taverne e re, nobili, papi, cardinali e personaggi di ogni tipo hanno camminato nelle nostre strade. È la richiesta che crea il prodotto e noi avevamo in casa la migliore clientela d’Europa, gente abituata ai vini più raffinati. Così nacque il Moscadello, che dal seicento verrà progressivamente sostituito da un grande sangiovese in purezza affinato per 4 o 5 anni in botte; il Brunello. Guglielmo III° d’Inghilterra ne importava ogni anno per la mensa reale, come risulta da una corrispondenza datata dal 1688 al 1710. Un libro di viaggi del Conte Pieri del 1790 ne descrive esattamente nome, composizione ampelografica e tempo di affinamento. Dai primi decenni dell’ottocento i Padelletti vendono Brunello con etichette stampate in tipografia, e nel 1875 la Commissione Ampelografica della Provincia di Siena redige la più antica analisi chimico degustativa ufficiale di un Brunello che ci sia pervenuta; si tratta di un Castelgiocondo del 1843, un vino di 32 anni dal colore rosso rubino con 14,2 di alcol, acidità totale 5,1 e estratti secchi di 23,28, dati del tutto in linea con i migliori Brunelli attuali. Nel 1869 Clemente Santi è premiato con medaglia d’argento al Comizio Agrario del Circondario di Montepulciano per un Brunello 1865, nel 1870 Tito Costanti partecipa all’Esposizione Provinciale del 1870 con un Brunello 1865 e nel 1874 la Fattoria dei Barbi ottiene una medaglia d’argento dal Ministero dell’Agricoltura, il primo premio nazionale per un vino di Montalcino. Negli anni tra il 1890 ed il 1910 Paccagnini vince 45 medaglie con i suoi Brunelli in tutta Europa. In questo periodo gli agronomi ilcinesi fanno ricerche fondamentali sul sangiovese, che vanno dalle selezioni clonali dei Biondi Santi al manuale di vinificazione del Brunello di Paccagnini alle ricerche sulle vigne di Anghirelli. Montalcino nel 1900 è la terza città del sud della Toscana dopo Siena ed Arezzo, è un centro vivace che ha nel Brunello la sua punta di diamante.
Ma è nella prima metà del novecento che Montalcino evolve ancora e diviene pioniere; pochi lo sanno, ma è qui che nascono tante idee che sono alla base della moderna commercializzazione e produzione del vino di qualità italiano. Nel 1931 Fattoria dei Barbi inizia a vendere il Brunello per corrispondenza, con una mailing a tutti gli avvocati e medici d’Italia. Negli stessi anni i Biondi Santi iniziano a spedire Brunello in USA ed in vari paesi esteri; interessante una foto del primo camion per gli USA, e la innovativa bottiglia da 0,100 Litri in confezione antiurto per l’invio dei campioni. Nel 1932 una dozzina di aziende di Montalcino partecipano alla prima Mostra Mercato del Vino Tipico d’Italia a Siena e dichiarano una produzione complessiva di 35.000 ettolitri, pari a 4,7 milioni di bottiglie. Nel 1937 il Podestà Giovanni Colombini inaugura la prima Enoteca Pubblica d’Italia nella restaurata Fortezza, e il regolamento obbliga alla vendita dei soli prodotti agricoli confezionati del territorio. Nel 1950 la Fattoria dei Barbi realizza la prima cantina d’Italia sempre aperta ed attrezzata per la degustazione e vendita al pubblico del vino in bottiglia; da quell’anno al 2011 la visitano tre milioni di enoturisti. Commercializzazione diretta e con i metodi più innovativi in Italia e nel mondo, alti prezzi, cura del prodotto e uso di territorio e cantine come veicolo di vendita e di promozione del vino; sono le regole che governano il mercato del vino di qualità, ma qui tutto questo è stato attuato oltre mezzo secolo prima che nel resto d’Italia. Il Brunello in quegli anni è così importante che il grande poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti gli dedica lo slogan della Prima Mostra Mercato dei Vini Tipici Italiani, che si tiene a Siena nel 1931; il Brunello è benzina, nel senso che è il carburante che muove il mondo.
Nel 1964 due eventi traumatici distrussero quasi tutto quanto era stato faticosamente creato. Il primo fu nazionale; venne abolita la mezzadria e le aziende non trovarono le risorse economiche per riconvertirsi a lavorazioni meccanizzate. Il secondo fu locale, ma per noi devastante; venne aperta l’Autostrada del Sole, e all’improvviso da Montalcino non passò più nessuno. Il paese perse improvvisamente quei milioni di transiti all’anno su cui viveva, ed è come se una città portuale si trovasse senza il mare. Basta un dato per dare l’idea della crisi; in dieci anni il Comune perse il 70% della popolazione. Delle Fattorie che avevano fatto la storia del Brunello ne sopravvissero cinque o sei, e a loro si aggiunse qualche decina della neonate aziende a conduzione diretta. Quello è il periodo in cui nasce la stampa del vino in Italia, e chi arrivava qui in quel periodo poteva legittimamente pensare di essere finito in un deserto; fu per questo che molti si si fecero un’idea del tutto falsa del nostro vino, e da qui sono nate molte delle leggende assurde che ora passano per storia. La realtà è che il Brunello ed il Montalcino di oggi nascono da una grande storia, da grandi famiglie e da grandi aziende avevano costruito nei secoli, ma uno tsunami imprevisto ha spazzato via quasi tutto. I fortunati ed i capaci che sono sopravvissuti si sono trovati davanti un’opportunità unica; avevano un grande prodotto già perfettamente evoluto e tanto spazio per crescere.
Servirono dieci anni per riorganizzare il sistema produttivo, ma poi la ripresa fu rapidissima e realizzata con mezzi del tutto inusuali. La prima straordinaria innovazione fu l’integrazione tra produttori, società civile ed istituzioni; senza distinzione di partito, origine sociale e ideali tutti si dettero da fare per il rilancio della comunità. Non c’erano più i viaggiatori verso Roma e così nel 1964, per richiamare gente e consumi, la popolazione si inventò due “Sagra in costume medioevale” con sfilate, gare e soprattutto mangiate e bevute di prodotti tipici; erano le prime del loro genere in Italia, poi moltissimi le copiarono. I sindaci Raffaelli e Bindi si fecero “ambasciatori” del Brunello incoraggiando imprenditori di ogni luogo a venire a Montalcino; nel pieno dei conflitti del sessantotto qui si fecero realizzare senza problemi tutte le cantine, opifici e strutture che servivano, aiutando le imprese in ogni modo possibile. Ma rispettando sempre qualità edilizia e territorio. I viticoltori unirono i loro sforzi sotto l’egida del Consorzio del Brunello, con enormi economie e vantaggi; questo Consorzio è l’unico in Italia da aver rappresentato sempre oltre il 90% della produzione. Negli anni ’70 ed ’80, quelli in cui si è creato il mercato ed il mito mondiale del Brunello, Montalcino è stato un esempio di collaborazione di un intero territorio nello sviluppo. A conferma di un successo ormai consolidato nel 1981 Biondi Santi e Fattoria dei Barbi furono incluse da Wine Spectator tra le 100 aziende più prestigiose del mondo nella prima New York Wine Experience. Due entro le prime 100 del mondo intero!
Altri fattori di successo furono quelli classici, ma qui applicati fino alle ultime conseguenza; l’innovazione di prodotto e di processo. Le innovazioni di prodotto di Montalcino sono state solo due, ma enormi; sono i nostri vini, il Brunello ed il Rosso di Montalcino. In che senso il Brunello è stato un’innovazione di prodotto? Perché è stato il primo vino rosso italiano di alta qualità venduto a milioni di bottiglie su tutti i mercati del mondo, un prodotto che ha creato un segmento di mercato che prima non esisteva. Del Rosso di Montalcino vi parlerà di più e meglio il dott. Tiezzi, che né praticamente il padre, io mi limito a indicare una peculiarità; è stata la prima DOC nata specificamente per drenare gli eccessi di produzione di un altro vino, funzione che ha svolto egregiamente per un quarto di secolo. Le innovazioni di processo a Montalcino sono state innumerevoli, causate da una fertilità imprenditoriale senza pari; dal 1975 al 2000 sono nate da cinque a dieci nuove cantine all’anno, molte delle quali realizzate con la tecnologia più innovativa. Ogni nuova struttura spostava l’asticella della qualità un pochino più in alto. Tutti i migliori enologi d’Italia hanno lavorato qui, e anche questo ha innescato competizione ed interesse nei media. Non possiamo negarci che la continua competizione per la qualità ha portato anche ad eccessi, e che questi eccessi ci sono costati molto cari. Però la salute intrinseca del sistema è stata così forte da permetterci di usare la malattia per crescere; sono salite alla ribalta nuove aziende, altre si sono confermate nella qualità e altre hanno avuto qualche battuta di arresto, ma Montalcino nel suo complesso è sempre e comunque ai vertici dell’enologia italiana. La rinascita dopo la crisi mondiale e Brunellopoli si spiega proprio con la natura peculiare di Montalcino, che ho cercato di far capire in queste poche righe; qui non siamo di fronte ad un qualcosa creato da un singolo genio, che sarebbe morto con lui, né alle iniziative straordinarie di un’azienda leader di mercato, perché qui leader di mercato non ci sono mai stati dato che nessuno in tempi recenti ha mai raggiunto il dieci per cento del venduto totale. Solo noi della Fattoria dei Barbi abbiamo superato questo limite, ma più di quarant’anni fa. Montalcino ed i suoi sangiovesi sono il frutto del lavoro secolare di una collettività che è partita da poche famiglie locali ed ha saputo arricchirsi accogliendo tanti nuovi contributi. Montalcino ha certamente dei grandi protagonisti, ma ne ha così tanti e sempre nuovi che sono un coro. Ed un coro non muore mai.
Per chiudere alcuni dati sul sangiovese a Montalcino. Il Comune ha 3.600 ettari di vigna, di cui sono certamente di sangiovese i circa 2.100 iscritti a Brunello più i 550 iscritti a Rosso di Montalcino. Dei restanti 950 ettari circa 300 sono dichiaratamente sangiovese, che così raggiunge la quota dell’82% dei vigneti di Montalcino. È divertente anche notare un’ulteriore elaborazione del dato; se escludiamo i vigneti delle cinque aziende con più vitigni “non indigeni” la percentuale del sangiovese sale al 97% di media; basta questo dato a spiegare perché il taglio nei DO di Montalcino viene sempre respinto con percentuali bulgare. E questo dato racconta anche con i fatti, e non con le parole, che chi è venuto o ha sempre fatto vigna a Montalcino la ha fatto perché crede nel sangiovese. I rivendicatori delle DO di Montalcino sono 309, di cui 235 iscritti al Consorzio; occorre però tenere conto che quei 235 rappresentano oltre il 95% del Brunello imbottigliato. Come tutte le realtà anche quella di Montalcino presenta mille sfaccettature, io vi ho dato una prospettiva che non pretende di essere la verità ma è un’analisi basata su dati verificati fatta da chi ha vissuto direttamente o tramite i ricordi di famiglia tutta l’avventura del Brunello. La Storia con la S maiuscola è ben altro, ma spero che questa fonte vi possa essere utile.
 

Intervento di Gian Luca Mazzella

Il ruolo Montalcino nell’Italia della denominazione di origine tradita
Seguo il vino da oltre 20 anni, Montalcino da oltre 15 (da quando feci i primi corsi Ais e poi quello di Bordeaux), meno tempo di voi (non tutti diciamo la verità), ma mi sento particolarmente legato ai vostri vini, allo splendido borgo medievale e soprattutto al Sangiovese: che potrei bere ogni giorno, e sottolineo bere non degustare, al contrario di un Nebbiolo non maturo.
Con l’entrata in vigore della nuova legge europea che regolamenta il settore vinicolo, nell’ambito d’una Organizzazione Comune del Mercato (la cosiddetta Ocm), per quasi due anni la Gazzetta Ufficiale ha riportato modifiche di disciplinari, richieste di nuove Docg, o perfino di nuove Doc per intere produzioni regionali. Le richieste di modifica o di riconoscimento sono avvenute appena in tempo per avere l’approvazione d’un semplice comitato nazionale, e non europeo. Rallegriamoci! Abbiamo battuto la Francia per numero di riconoscimenti, oltre 500 (fra Docg Doc e Igt), ma non per la loro riconoscibilità. Giacché in Francia non ammettono il Sangiovese (vitigno italiano più piantano al mondo) nella AOC del Bordeaux o del Borgogna, ma nemmeno delle appellazioni meno note. Ma noi siamo così, ci piacciono i primati di quantità non di qualità vedi i totali della produzione vinicola nazionale e i costi bassi dei vini che esportiamo (rispetto ai Francesi). In questa prospettiva assume un valore rilevante il ruolo di Montalcino come denominazione di origine.
Difatti, la maggior parte delle nostre denominazioni di origine (concetto ormai quasi anacronistico e paradossale) ha ampliato la griglia dei vitigni autorizzati o perfino raccomandati, che era già ampia: ammettendo ovunque vitigni francesi e internazionali. Non parliamo poi delle pratiche enologiche che negli ultimi 20 anni si sono omologate come mai prima nella storia, tanto che nei diversi continenti è possibile ormai riscontrare i medesimi procedimenti coi medesimi vitigni. Ossia medesimi vini. E poi ci mettiamo a disquisire di terroir… ma ormai solo i prezzi e le etichette sono diverse! Non vorrei però generalizzare troppo.
Dunque concentriamoci su un dato: in Italia i vini da monovitigno rappresentano circa il 4% della produzione nazionale: quindi un gruppo che (almeno per ragioni numeriche) deve stare al vertice delle qualità e deve guidare l’eccellenza, specie se annovera vini quali il Barolo o il Brunello. Dato che il Taurasi ha ormai un disciplinare “misto”.
Ebbene negli ultimissimi anni, anziché a un affinamento del vertice della qualità, si è assistito al contrario: non è soltanto la vigna a degradare dalla collina alla pianura… ma anche i disciplinari. Sicché ad esempio nel 2010 si è tentato di cambiare il disciplinare del Barolo, ammettendo vigne con la speciale vocazione di essere esposte a nord. E solo grazie alla tenace opposizione di un singolo produttore e a una sentenza del Tar Lazio, come ho riportato sul quotidiano, oltre a un cambiamento del CDA del consorzio, il Barolo ha mantenuto l’attuale foggia del disciplinare quasi per intero (si è comunque oscuramente ridotta l’acidità minima in un vino fatto con un cultivar che non difetta di acidità).
Tralasciamo poi di riferire tutto quello che è avvenuto a Montalcino, e che continua ad accadere, considerando le ultime dichiarazioni di Antinori e di Cernilli a proposito di un auspicabile cambiamento dei disciplinari (e uso volutamente il plurale disciplinari): e dunque un apertura degli stessi alle altre varietà. Ecco, io sono stato io coinvolto nella vicenda quasi a forza anni fa, dal momento che volevo astenermi da parlare di una frode meramente commerciale (giacché continuavo a scrivere da anni in Europa solo di vini che ritenevo autentici). Però ricevendo alcune interviste in Germani e in Austria, dalle televisioni nazionali, mi accorsi di quanto si ignorasse il Brunello e quanto il vino italiano fosse frainteso: oltre che accusato di essere nocivo alla salute. Allora ero in contatto con uno dei tre più noti quotidiani nazionali che però voleva solo cinque righe a settimana di giallo paglierino con riflessi dorati, e non voleva affatto inchiesta, anche per non spaventare le inserzioni pubblicitarie. Dunque rifiutai la collaborazione e di occuparmi di approfondire una indagine in cui la Procura non voleva dare notizie nemmeno al New York Times.
Ma dopo un anno e mezzo che assistetti a un circo di dichiarazioni false, ben riportate da pubblicazioni di tutto il mondo come Decanter che non ha mai smentito, o pennaioli (ululanti come sirene) prestatisi a confronti da ring in ambiti universitari, senza aver fatto informazione (alcuni hanno poi esaltato i vini che avevano ghigliottinato dopo aver letto il nome sulla Nazione), ebbi lo stimolo di fare chiarezza. La denominazione pareva come abbandonata a è stessa. Allora nasceva il quotidiano per cui lavoro oggi in Italia, e mi chiesero di occuparmi dei due aspetti dell’agroalimentare: il racconto della qualità ma anche quello della froda. Così ho riportato tutti i fatti e nomi e patteggiamenti, e siamo stati l’unico quotidiano o pubblicazione a farlo (e soltanto dopo i patteggiamenti, dunque in controtendenza al giustizialismo becero), peraltro senza prendere querele o denunce, ma anche senza che nessuno dei cosiddetti siti internet o blogger di si azzardasse a riprendere le notizie per timore di fare informazione ed essere querelato.
Ecco tutto questo circo mediatico è segno di una denominazione troppo importante per essere adolescente.
Una denominazione che ha bisogno di uno gruppo unito di produttori con le idee chiare, che non banalizzino concetti e contenuti, che non parlino male l’uno dell’altro, che progettino il futuro della denominazione d’origine del vino italiano più famoso al mondo.
L’inchiesta sul Brunello è stata un forte momento di delusione personale.
Vorrei chiarire il perché con una recente notizia che è passata inosservata, la pubblicazione sull’American Journal of Enology, delle ricerche del prof. Vicenzini, microbiologo dell’Università di Firenze: il Sangiovese di Montalcino è stato finalmente profilato sotto un punto di vista degli antociani, dopo 6 anni di studi fatti con vari metodi di vinificazioni, annate, condizioni e terroir dell’intera Toscana. Si è dimostrato quello che sappiamo tutti, e che si era già dimostrato in occasione delle indagini della Procura di Siena per separare una partita dall’altra di quelle sequestrate: ossia che l’aggiunta di Merlot o Cabernet, anche se minima, altera in maniera evidente il profilo antocianinico del vino. Aggiunge un particolare tipo di antociani che non sono altrimenti presenti in quantità rilevanti nel Sangiovese. Ebbene gli studi del prof. Vicenzini sono oggi scienza, a differenza di quanto è stato affermato e riaffermato fino a qualche mese fa da alcuni produttori, avvocati, da ex direttori del vino di storiche riviste del settore o da altri frequentatori di chiacchiere.
Ecco, appunto qui sta la mia delusione: dapprima mi sento deluso da una comunicazione giullaresca dell’accaduto, poi da buona parte della critica che per due decenni anni ha esaltato Brunelli e Rossi che si è scoperto essere fatti in blend col Merlot dal 1985 (come attestano le schede di massa scoperte dalla Procura di Siena), e non ha saputo non dico fare giornalismo ché quello è un altro mestiere, ma nemmeno ha saputo fare autocritica, scusandosi di non aver capito il Sangiovese e i vini di Montalcino. E anzi in occasione d’un possibile cambiamento del disciplinare del Rosso, ha fatto un bel trenino e si è schierata contro il cambiamento perché faceva salvator patriae, con lo strombettio acritico dei siti internet, senza precisare che per anni è stata lei stessa, critica internazionale più nota, a favorire i vini più colorati e grossi premiandoli col massimo dei riconoscimenti: dunque le frodi e i possibili cambiamenti di disciplinare.
Di conseguenza sono stato un poco deluso anche dai produttori che hanno permesso e favorito questa tipo di comunicazione ipocrita o prezzolata, vantandosi in pubblico (ma lamentandosi in privato) che i loro vini finissero sulle pagine dei periodici accanto a quelli fatti con Lambrusco e Lancellotta (con cui si blenda il Sangiovese in Romagna e del resto anche la selezione clonale del Sangiovese fatta nei decenni precedenti ha portato ad avere cloni di Romagna perfino a Montalcino). Questo è anche un modo di tradire la denominazione. Alimentare un meccanismo perverso che premia la quantità e non la qualità, che favorisce professioni ambigue e stipendia la comunicazione.
Uno dei pochi che allora, in pubblico, ha invocato coerenza e onestà è stato Soldera. Che avrà pure tutti i difetti del mondo, ma di coerenza non manca, anzi ne ha pure troppa essendo caparbio: immaginate che è riuscito far servire nei suoi bicchieri (sapete che Soldera ha concepito dei bicchieri adatti ai suoi vini) i vini di Biondi Santi, tre giorni fa in occasione di una celebrazione tardiva del compleanno deui novant’anni di Franco. Ebbene è paradossale che ad invocare onestà e coerenza sia un produttore parvenu di Treviso che non è spaventato dalle guide o dalla critica, e che arriva ad amare Montalcino e i suoi vini soltanto dopo aver bevuto i grandi vini del mondo . A differenza di molti altri che hanno investito a Montalcino e sono divenuti vittime di taluni enologi. Ma in fondo forse vittime sono anche gli enologi che mancavano di una guida aziendale.
Ecco, per non tradire la denominazione di origine bisogna conoscere anche i grandi vini degli altri, per comprendere meglio le peculiarità dei propri. I vini di Montalcino sono vostri, il disciplinare è vostro, non dei critici o del Consorzio o degli enologi. La denominazione, la terra, i vini sono vostri, come avete saputo dimostrare con rifiuto a un cambiamento del disciplinare: appare comunque assurdo, a un occhio esterno, che ci siano produttori che debbano lottare contro i loro rappresentanti in Consorzio.
Non sono i giornalisti che vi devono aiutare mostrando o celando le magagne, siete voli che dovete evitarle e fare il cosiddetto sistema: solo unendovi strettamente potrete programmare un futuro di qualità, una strategia che permetta un catasto serio, una zonazione conseguente, e un albo dei vigneti che non accetti o induca migrazioni di ettari da territori di diversa vocazione come San’antimo, per poi dover cambiare il disciplinare per giustificarli.
Insomma la strada è ancora lunga, ma è la vostra, ed è comprensibile come il vino italiano più famoso al mondo, il Brunello, rappresenti tutta l’Italia nelle sue eccellenze gastronomiche: l’unicità dell’Italia. Il monovarietale è unico al mondo, un genius loci che racconta e induce a scoprire l’Italia. Sicché temo che dovrete dimostrate ancora di essere in tanti a puntare sul futuro del monovarietale. Occorre frenare le maldicenze fra produttori, che sono di moda in questo paese, e anzi bisogna promuovere meglio tutti assieme i vostri vini persuadendosi che siano fra i più buoni al mondo: questo evento è un buon segno. Ce ne potranno essere molti altri, ognuno di voi ne è responsabile: pensate solo a come sono stati celebrati i quarant’anni del Consorzio, cioè con una degustazione improvvisata e non comunicata. Bastano poche persone, e non servono miliardi, per fare un evento di qualità eccelsa cui si parli nei migliori periodici al mondo, non dimentichiamolo.
È tempo di fare chiarezza, con pubblicazioni e divulgazioni serie (e ricerche), sul vitigno Sangiovese, sui vigneti più vocati che ne permettono la massima espressione e sulle differenze fra di essi, sulla storia di un vino che sin dal Settecento è uno degli unici monovarietali d’Europa (anche se mai del tutto) assieme al Riesling: insomma non fu solo il Principe Abate di Fulda a decidere di piantare un unico cultivàr nel suo vigneto sotto un castello lungo le sponde del Reno.... E se consideriamo che si sente ancora (l’Ais insegna) parlare erroneamente di Sangiovese Grosso…
Bisogna smettere di agire come negli anni 90 quando si è fatto e venduto qualunque cosa. Occorre una pianificazione. Si pensi al Rosso di Montalcino, un vino dalle incredibili potenzialità a un costo contenuto, eppure dai natali infausti:

- Biondi Santi non menzionato tra i soci fondatori del Consorzio in quanto non entrò a far parte del il nascente Consorzio proprio per una disputa sul primo nome del Rosso (Rosso da Vigneti di Brunello), sull’etichetta e sul prezzo che dovevano essere uguali per tutti. Il padre putativo del Brunello rientra solo una decina di anni fa nel Consorzio. E perfino Fattoria dei Barbi, che alla nascita del Consorzio produceva oltre la metà del Brunello totale, non entrò a far parte del Consorzio.
- Soldera, uno degli interpreti più autorevoli di Montalcino, oltre che ricercatore indefesso (sta per piantare anche lui alberello) smise di fare il Rosso nel 1986 in quanto inflazionato e svilito dalle grandi case…
Ecco mi piacerebbe che questo passato ci insegnasse qualcosa, e la denominazione diventasse adulta e consapevole. Insomma un tutt’uno. Voglio concludere con una frase di un noto teologo (mi spiace ma quelli sono i miei studi e vecchio lavoro): in paradiso si va soltanto tutti assieme, all’inferno ognuno ci va per conto suo. Grazie.
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