Verticale storica di Serra Fiorese Garofoli

Garofoli e il suo Verdicchio non hanno bisogno di presentazioni, soprattutto il Serra Fiorese, un vino che con la sua struttura e complessità può cavalcare benissimo il tempo e offrire emozioni incontrollate all’appassionato che si avvicina per la prima volta al magico mondo dei vini bianchi invecchiati.
Per capire come può evolvere un grande Verdicchio, dieci persone sono partite da varie parti di Italia alla volta di Castelfidardo dove Carlo Garofoli ci aspettava per una fantastica verticale di Serra Fiorese. Dal 1988 ai giorni nostri abbiamo fatto un viaggio sensoriale veramente incredibile.
Il 1988 incanta da subito con il suo colore giallo dorato carico e i suoi profumi intensi di miele, zenzero, pesca e albicocca matura, cedro e accenni di crema. In bocca è ancora vivo, ampio, polposo anche se a tanta struttura non corrisponde forse una persistenza equivalente. Annata che a detta dell’enologo ha sofferto una poco ottimale influenza del legno. Gran bel vecchietto comunque!
Il 1990 è forse un capolavoro di vino, è tutto quello che vorresti da un bianco invecchiato quasi 20 anni: eleganza, complessità, persistenza e struttura in un unico sorso. Macedonia di frutta, agrumi canditi, spezie esotiche e tanta mineralità al naso e una bocca dove grandissimo equilibrio, struttura e persistenza infinita vanno a tessere una unica emozione. Grande!
Il 1992, complice l’annata un po’ minore, è già più evoluto del precedente e si caratterizza per un naso un po’ chiuso dove fa capolino un lieve minerale e qualche sensazione di frutta gialla matura. In bocca perde senza dubbio il confronto con i precedenti in quanto squilibrato tra acidità e alcol che non viaggiano su piani paralleli rendendo, purtroppo, la beva un po’ difficoltosa.
Il 1994 è un vino estremamente godibile, di grande beva oggi anche se mi da l’idea di un nobile decaduto visto che la sua precedente classe ed eleganza la si può solo dedurre dalla degustazione. Un Verdicchio dal quadro olfattivo comunque interessante che ci inebria odori di la frutta esotica matura, zafferano e tocchi di resina, il tutto condito da un lieve minerale. Bocca di media ampiezza e struttura e che stenta ad allungarsi nel finale. Forse bevuto due anni fa era un grandissimo Verdicchio!
Il
1997 è il mio preferito in assoluto, forse anche aiutato dall’annata che a detta di Carlo Garofoli è stata la migliore in tantissimi anni. E’ un monumento al Verdicchio questo Serra Fiorese, dotato di grande freschezza al naso dove vi sono stuzzicanti ed esuberanti accenti di albicocca matura, pesca sciroppata, agrume candito, anice e tanta elegante mineralità. Splendido alla gustativa, esplode in bocca intensissimo e rinfrescato da elegante acidità e sapidità. Persistenza infinita per un vino che stenta a lasciarci e ci accompagna per un viaggio ai confini della realtà!
Il 1999, a detta dell’enologo, è stato un millesimo strano ma di grande godibilità visto che dalle sue precedenti degustazioni di Serra Fiorese erano dotati di una invadente per quanto godibile nota mielosa che, ovviamente, ritroviamo anche nel Verdicchio che degustiamo. Non solo miele però, ma anche frutta gialla matura e spezie dolci per un vino che fa della morbidezza il suo punto forte ma che, fortunatamente, riesce a tirar fuori una nota fresco/sapida che tende riequilibrare il tutto.
Il 2001 è un vino che comincia ad avvicinarsi alla giovinezza, inodora il calice con intriganti note minerali, un po’ boisè, accompagnate da accenni di frutta gialla appena matura e tocchi di ginestra. Palato di grande equilibrio e spessore, molto piacevole ed appagante la persistenza finale.
Il 2002, figlio di un annata piovosa, ha sicuramente meno potenza e struttura dei vini precedenti, anche se questo presunto deficit è bilanciato dalle grandissime note di freschezza del vino che conferiscono grande beva al vino. Finale ammandorlato molto lungo e di buona persistenza. Sicuramente un Serra Fiorese che non avrà un grandissimo futuro ma che, nonostante tutto, fa capire quanto siano bravi in cantina da Garofoli anche in condizioni difficili. Sorprendente.
Il 2003, figlio del sole e del caldo, rispetto alla sua giovane età è già un vino maturo dove frutta matura, fiori gialli passiti e una discreta mineralità formano un quadro olfattivo di tutto rispetto. Bocca di grande potenza anche se manca quella finezza e quell’equilibrio che avevamo trovato negli altri vini precedenti, soprattutto in quei Verdicchio di annate altrettanto calde che, a differenza di questo e nonostante l’età, avevano mantenuto una maggiore freschezza.
Il 2004 è già oggi un grandissimo vino dove il ventaglio olfattivo propone toni intensi di frutta estiva, miele, crema pasticcera, mandorla e un tocco di elegante mineralità. Bocca di grande spessore ed equilibrio, molto diretta con un finale molto lungo da dimenticare. Tenetelo in cantina, sarà uno dei migliori Serra Fiorese degli anni 2000.
Il 2005 come già scritto durante la mia degustazione al Vinitaly è un vino di grande equilibrio ed intensità, dotato di grande femminilità con i suoi profumi aggraziati di pesca, melone, spezie dolci e muschio. Bocca che non ricorderemo per l’esplosività ma per la grande finezza e la cremosità che gratifica il palato.
Il 2006, in anteprima, a detta di Carlo Garofoli è figlio di una grande annata (così come lo sono state la 2007 e la 2008). Olfatti di grande intensità che regala aromi di fiori bianchi, pera, pesca bianca, litchi ed erbe di campo. Assaggio caldo subito mitigato da sapidità e freschezza, questo millesimo, per ora, è stato commercializzato solo in Svezia visto che questo Serra Fiorese da quelle parti ha già vinto un premio. Intenditori!

Energyawine e Tenute Rubino: coppia vincente

Fortunatamente a Vinòforum, se scegli bene e cerchi di evitare la fauna che ho descritto in un articolo precedente, c'è anche gente in gamba che propone vini interessanti.
Mauro, di Energyawine, è una persona appassionata e competente e ho avuto il piacere di seguire il suo consiglio, cioè degustare i vini di Tenute Rubino che la sua società distribuisce in tutta Roma. Tenute Rubino non sono certo una sorpresa (forse lo è per me) perché da tempo le principali guide italiane mettono questa importante realtà pugliese ai vertici dell’enologia non solo regionale ma addirittura nazionale con una gamma di vini estremamente interessanti e molto territoriali. Ma come nasce Tenute Rubino? A metà degli anni 80, la famiglia Rubino, inizia a costruire l’azienda agricola, realizzando delle acquisizioni che, in un decennio, formeranno Tenute Rubino, quell’importante base produttiva, oggi, pienamente in attività, con oltre 200 ettari dedicati ad una viticoltura d’eccellenza. Sono gli inizi di un percorso produttivo che porterà alla nascita, nel 2000, di una nuova cantina di vinificazione e di affinamento a Brindisi città, e alla realizzazione di un progetto imprenditoriale centrato sulla produzione di vini di qualità, in un territorio, quello del nord del Salento, particolarmente vocato alla coltivazione della vite. I vigneti aziendali si estendono si estendono dalla dorsale adriatica fino all’entroterra brindisino su quattro tenute (Jaddico, Uggio Santa Teresa, Marmorelle, Punta Aquila) e gli impianti, con qualche piccola eccezione, hanno una densità per ettaro che oscilla tra le 4000 e le 6000 piante ed un sistema di allevamento prevalentemente a spalliera. Le rese per ettaro, variano per le diverse tenute agricole e per varietà: si va da rese al di sotto dei 50 quintali per ettaro con massimi che non superano gli 80 quintali per ettaro. Grande attenzione al vigneto e moderna tecnologia in cantina danno vita, come detto in precedenza, ad una serie di vini estremamente interessanti a partire dalla gamma “base” dove mi hanno impressionato per piacevolezza di beva due vini: il Giancòla 2007 e il Negroamaro 2006. Il primo è un bianco molto gradevole a base di Malvasia Bianca che offre al naso un profumo molto intenso, aromatico di pesca gialla, susina, frutta tropicale croccante, ginestra, fiori di acacia e miele. Al palato ritroviamo la stessa personalità olfattiva accanto ad una struttura estremamente avvolgente e ad un equilibrio gustativo di grande rispetto. Ma è la beva e la sua piacevolezza la cosa che ammalia di questo vino che nella calda estate romana trova un ottimo alleato. Il Negroamaro 2006 è stata la vera sorpresa, non mi aspettavo un vino base così piacevole e territoriale, sarei curioso di farlo bere alla cieca insieme ad altri mostri sacri dell’enologia italiana, ci sarebbero secondo me delle sorprese. Mettendo il naso nel bicchiere e chiudendo gli occhi ci ritroviamo all’interno della macchia mediterranea pugliese e la scia aromatica, accompagnata anche da note di frutta di rovo, pepe e viola appassita, è pianamente coerente anche alla gustativa dove troviamo vino fresco, sapido con tannini ben integrati. Buona la persistenza finale. A 10 euro è un vino da prendere a casse!

E' in arrivo l'albo dei sommelier?

La notizia l'ho letta poco tempo fa sulla home page del Gambero Rosso. All'inizio non ci volevo credere, pensavo di aver letto male ma, invece, è tutto vero. I senatori Gamba, Butti, Saia, Totaro e Amoruso hanno posto in essere un disegno di legge per la discliplina della professione di sommelier.
Leggendo la bozza di decreto si legge che questo ha come obiettivo la"regolamentazione organica e uniforme della professione di sommelier, che ne disciplini le caratteristiche, i contenuti e i limiti dell’attivita, le forme e i requisiti di accesso, la formazione". La parte più "significativa" del decreto, e per me aberrante, è contenuta negli articoli 2,3 e 4. In pratica l'articolo 2 prevede l'istituzione di un albo provinciale dei sommelier istituito, presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Fantastico no? Scommettiamo che dovremo pagare quale euro per l'iscrizione? E poi, che utilità avrebbe questo albo? Non basta andare presso le associazioni di formazione come ad esempio AIS o FISAR e farsi dare un elenco dei sommelier certificati? Mah, un altro ordine professionale, come quello degli avvocati, degli ingegneri, etc.... L'articolo 3 prevede che per essere certificato sommelier bisognerà passare un esame (statale?) le cui modalità e contenuti saranno stabiliti dai vari Ministeri. Cioè...io che sono sommelier AIS devo fare un altro esame? E l'AIS e/o le altre associazioni di formazione che ne pensano di tutto questo? Forse l'articolo 4 va loro incontro stabilendo che "l’ammissione all’esame di abilitazione per l’esercizio della professione di sommelier di cui all’articolo 3 è subordinata ad una specifica formazione didattico-professionale conseguita, in alternativa, con diploma di laurea, diploma di istituto professionale per i servizi alberghieri e della ristorazione, statale o legalmente riconosciuto, oppure mediante corsi di specializzazione almeno biennali che prevedano adeguata formazione e addestramento attivati presso scuole di specializzazione universitaria ovvero presso istituti, associazioni o aziende, e comunque secondo programmi e in base a criteri di valutazione degli aspetti didattici e professionali specificatamente indicati nel decreto di cui all’articolo 3, comma 2". Quindi la novità del decreto sarà la creazione di un diploma di laurea specifico per esercitare la professione di sommelier? E se una persona ha fatto un corso di specializzazione di un anno e mezzo (vedi AIS) che succede? Deve fare altri sei mesi di corso (e pagare altri soldi) per poter dare sto benedetto esame statale? Oppure ci sarà una sanatoria per tutti i sommelier già diplomati per i quali l'esame verrà abbonato? Tante domande a cui chiederò delle risposte, all'AIS, alle altre associazioni di formazione e, soprattutto, ai nostri simpatici senatori...

Ma al Vinòforum si fa cultura del vino?

La domanda dopo essere stato a questa importante manifestazione romana me la sono fatta più volte, soprattutto dopo esser tornato a casa stanco ed accaldato come se avessi fatto una maratona. Serve davvero tutta questa organizzazione al vino oppure Vinòforum è un’altra occasione persa? Tempo fa Guzzanti mi avrebbe detto:” La seconda che hai detto!”
Le intenzioni magari erano anche buone, la presenza di AIS ed Athenaeum garantivano sicuramente un livello di degustazioni guidate di alto profilo (grande il Beaune ’59 degustato la scorsa settimana), però la parte interessante finisce qua perché appena ai mettteva il naso fuori dall’area degustazioni venivi investito da una folla isterica che girava all’impazzata per gli stand alla ricerca del pezzettino di formaggio da abbinare a qualunque cosa avessero nel bicchiere.
Per chi cercava un po’ di pace e fare due chiacchere col sommelier alla scoperta di qualche prodotto interessante doveva obbligatoriamente arrivare tra le 19.30 e le 21.00, una sorta di happy hour per eno-esigenti, perché dopo quella fascia oraria Vinòforum diventava, in ordine cronologico di entrata, preda di:
orde di ragazzini della Roma bene che cercavano uno “sballo” a poco prezzo. Alla fine per venti euro potevi bere quanto volevi senza che nessuno, purtroppo, tenesse conto del grado alcolico che questi ragazzini avevano nel sangue;
orde di “pappagalli” romani che passavano il tempo a girare per gli stand con il solo obiettivo di tampinare la standista di turno. Bellissima la frase di un tizio che vedendo una promoter di Moët & Chandon ha detto al suo amico:” Aò annamo a rompe le scatole a quella che oltre che bona c’ha pure er bianco frizzante fresco”.
orde di donne che pensavano che il Vinòforum fosse una sorta di ballo delle debuttanti in versione testaccina: tacchi a spillo, mise da prima dell’opera e tanto profumo che alla fine gli odori dei vini ti sembravano tutti uguali a Chanel n°5 (rigorosamente comprato sulla bancarella del mercato rionale).

A tutto questo poi deve aggiungersi una grave pecca dell’organizzazione riguardo la temperatura dei vini: col caldo che ha fatto a Roma in questi giorni, con minime serali di 24/25°, il mio palato ha "esultato" tantissimo quando degustavo i vini (brodi) rossi. Scaldati ulteriormente dalle luci degli stand, dopo due bicchieri ho capito che se volevo mantenere le gengive intatte ed evitare di bere una sorta di liquido amaro, dovevo per forza buttarmi sui bianchi che, almeno, erano leggermente freddati da quel po’ di ghiaccio che l’organizzazione forniva agli stand. E che fornitura!!! Per tutti i vini e gli stand erano previste solo due macchine del ghiaccio che veniva dato ai sommelier…..ben trenta minuti prima dell’apertura per cui, se arrivavi all’orario di apertura di dovevi “beccare” anche il bianco caldo. Evviva!!
Dite che sono diventato enosborone oppure qualcosa che non va c’è?

Voglia di bollicine,? Abate Nero!

Con questo caldo non avete voglia di bere un bellissimo spumante, magari un TrentoDoc?
La scelta di Percorsi di Vino, questa settimana, è andata ad una piccola cantina trentina, Abate Nero che, nel suo nome, evoca la figura dell’abate francese ritenuto il “papà” dello Champagne. Ma qua non siamo in Francia, ci troviamo in Italia, nello splendido Trentino, e la sfida ai cugini d’oltralpe è partita tempo fa dall’impegno di un gruppo d’amici, tutti legati al comparto agronomico e del vino, decisi ad elaborare delle “bollicine” di ottima qualità ma di grande originalità, indiscutibili esempi del TrentoDoc. La prima “cuvèe” viene assemblata quasi per gioco, per provare l’ebbrezza di far rivivere un vino in bottiglia. Il risultato? Un successo tanto che la sfida s’è trasformata in una gioiosa impresa produttiva.
Il carattere originario però è rimasto identico: produzione artigianale, rispettosa dei dettami della spumantistica classica, massima cura di ogni fase, a partire dalla cernita delle uve destinate ai “mosti base”, quelli che consentiranno al vino di rifermentare lentissimamente in bottiglia. E trasformarsi in Abate Nero. La pazienza qui è di casa. Il vino riposa sui lieviti “per la presa di spuma” molto più a lungo del solito. Non stupitevi, dunque, se in etichetta trovate date che risalgono a vendemmie di qualche lustro addietro. Ogni fase è manuale, per un controllo diretto di ogni singola bottiglia. Solo in questo modo l’Abate Nero raggiunge il suo fascino, uno charme che soprattutto il TrentoDoc Brut Riserva Cuvée dell’Abate pare avere incastonato nel suo DNA visto che, tutte le volte che l’ho degustato, mi ha davvero incantato.
Il millesimo 2003 non tradisce le aspettative, già appena si versa nel bicchiere si può subito notare l’eleganza della spuma e la finezza del perlage. Al naso è molto fresco, intenso, si percepiscono note di frutta bianca e un bouquet di fiori di montagna che ci rimanda con la testa alle rigogliose valli trentine dove lo Chardonnay, il Pinot Nero e il Pinot Bianco vengono piantati per dare origine a questa cuvée. Qualche sbuffo minerale esce alla distanza man mano che la temperatura del vino aumenta.
In bocca lo spumante mostra tutta la sua stoffa e la sua eleganza con una bocca di grande spessore, profondità ed eleganza. Ottima la scia finale che ancora una volta richiama i fiori bianchi, specialmente il giglio e la margherita, e una garbata mineralità.

Ma che bello il vino (italiano) di Hong Kong!!

Prendi qualche bella tonnellata di uva, congelala, mettila dentro un fantastico container e spediscila in Asia. All’arrivo prendi i grappoli, decongelali e, una volta pressati, fai fermentare, maturare e miscelare il tutto. E voilà, il fantastico vino made in Hong Kong!!
Leggengo qua e là mi sono imbattuto in questa notizia: quest’anno la The 8th Estate Winery ha creato in assoluto il primo vino Made in Hong Kong nonostante non abbia nemmeno una vite di proprietà. Vabbè ma dove sta la notizia visto che anche nel nostro Paese ci sono aziende che imbottigliano vini prodotti da uve comprate da altri vignaioli?
La prima cosa che fa storcere non poco il naso è sicuramente un problema di qualità della materia prima, congelare e decongelare l’uva non è certo il massimo perché, dal mio punto di vista, tale pratica fa perdere molte della sostanze polifenoliche presenti nel chicco d’uva con evidenti ripercussioni negative sulla qualità del vino. Non oso poi pensare alla possibilità che durante il lungo viaggio i grappoli possano decongelarsi….
Ma la “grande” notizia è che Lysanne Tusar, direttore dell’azienda, ha affermato che quest’anno tutte le uve, sia per i bianchi che per i rossi, sono state acquistate in Italia!! Ah però!
Saranno contenti questi anonimi conferitori di uva visto che la 8th Estate Winery produce circa 100.000 bottiglie all’anno di cui 60.000 già prenotare ed il resto lasciate in cantina a maturare.
Che l’uva congelata e decongelata sia la nuova frontiera dell’enologia mondiale?
Chissà, intanto in Italia qualcuno sta festeggiando….

Il bianco di Custoza di Aldo Adami

Altra serata AIS a Roma dove stavolta veniva presentata la produzione di alcuni cantine della zona del Custoza. Siamo in estate, perché non farci un bel bicchiere di bianco DOC?
Il Bianco di Custoza è un vino prodotto nella provincia di Verona, a Denominazione di Origine Controllata sin dal 1971. Porta il nome di un piccolo paese vicino a Sommacampagna, sorto in epoca romana come posto di guardia sulla via Postumia e divenuto famoso nel Risorgimento, quando le sue colline divennero lo scenario di due sanguinose battaglie combattute tra il regio esercito italiano e quello imperiale austriaco. L'area di produzione si estende sull'anfiteatro morenico del lago di Garda compreso tra i comuni di Sommacampagna, Villafranca, Valeggio, Peschiera, Caselnuovo, Sona, Bussolengo, Pastrengo e Lazise. Tra i vari produttori presenti, Percorsi di Vino vuole dare risalto alla Cantina Adami che ha ben figurato tra i bianchi con prodotti molto interessanti, semplici, diretti, che mi hanno portato più volte a riempire il bicchiere. L'Azienda Agricola Aldo Adami si estende su 13 ettari ai piedi dello storico obelisco che ricorda gli eroi delle tante battaglie risorgimentali che ebbero in Custoza il loro fulcro. Sul monticello Valbusa prosperano le viti scelte dal produttore per infondere armonia e struttura al Bianco di Custoza grazie anche al prezioso apporto del terreno sassoso, dei moderni impianti a Guyot e a cordone speronato e dell'irrigazione a goccia (ma solo come soccorso in caso di siccità).
Tornando alla degustazione, di Aldo Adami ho potuto apprezzare sia il Bianco di Custoza base, sia il Superiore.

Il primo, da uve Trebbiano (20 - 40%), Garganega (20 - 40%), Trabbianello (5 - 30%) più Cortese, Malvasia, Riesling, Pinot bianco e Chardonnay, da sole o congiunte in proporzione variabile tra il 20 e il 30%, si fa subito apprezzare nel bicchiere per le grandi doti di immediatezza e freschezza, piacevolissime sono le note di frutta gialla croccante e le sfumature floreali. In bocca grande spazio all'acidità e alla sapidità del vino e ad un finale pulito e piacevolmente amarognolo.
Il Bianco di Custoza Superiore “Ciampani”, da uve Trebbianello (10%), Garganega (40%), Trebbiano (20%), Fernanda (30%), ha maggiore stoffa del base, la resa per ettaro è molto minore e tutto il processo di vinificazione è improntato sull’estrema ricerca della qualità. Queste caratteristiche le ritroviamo subito nel bicchiere, il naso forse è meno immediato del base ma più maturo, complesso, in bella mostra troviamo la pesca, la nespola, il frutto tropicale, la ginestra, unite ad interessanti scie minerali e di freschezza che ritroviamo senza problemi alla gustativa. Finale di buona lunghezza ed avvolgenza per un vino meno beverino del fratello minore ma sicuramente più complesso ed appagante.

Percorsi di Vino al Premio Internazionale del Vino

Altro bellissimo articolo di Alessandro Sinibaldi che questa volta ci racconta le sue impressioni sul Premio Internazionale del Vino. Vediamo cosa ci racconta!

Domenica 31 maggio 2009 si è svolto nella splendida cornice dell’Hotel Cavalieri Hilton, alla presenza di star della televisione e con le riprese di RAI 1 il “Premio Internazionale del Vino”, organizzato da AIS Roma.
Tutto di grande effetto, con protagonisti vini e produttori decisamente interessanti. I vincitori sono stati determinati tramite la compilazione di un’apposita scheda anonima fornita con la guida Duemilavini 2009. Quando si partecipa a manifestazioni del genere, ma anche quando, tutti gli anni, escono le classifiche di Wine Spectator o simili, ci si chiede sempre che senso possa avere dichiarare cose del tipo “Il Miglior Vino Rosso” o, “Il Miglior Vino Spumante” o, peggio ancora “Il Miglior Vino del Mondo”. Come si fa a paragonare tra loro vini di vitigni e territori diversi, un Brunello con un Nero d’Avola, un Teroldego o un Syrah, e magari pure di annate diverse, quando in realtà ognuno ha la sua specificità? Ci sono ottimi vini, che per quanto fatti bene ed interessanti non potranno mai competere con la ricchezza aromatica e l’eleganza di un Barolo o di un Pinot Nero ma che, nonostante questo, hanno una loro giusta collocazione, i propri abbinamenti e anche il proprio pubblico.
Eppure è umano classificare. Si fanno i concorsi per il Mister o la Miss, si dichiara l’Auto dell’anno o l’Imprenditore del mese e, quindi, è in quest’ottica che va letta un’iniziativa del genere. E poi...non dimentichiamoci che comunque fa tanto marketing e vuoi mettere un produttore che nella sua bella brochure scrive a proposito dei premi presi dal proprio vino “Miglior vino dell’anno”? E’ con questo spirito e con quest’ottica che, comunque, ci siamo avvicinati al Premio che, a partire da quest’anno ha perso la dicitura di Oscar, da ora legalmente riservato solo all’unico e vero Oscar, quello del cinema, assegnato dall’American Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Un altro appunto che ci sentiamo di fare è che, trattandosi di un premio che si basa sull’opinione di un gran numero di votanti, sarebbe appropriato e significativo riportare il numero di schede valide pervenute e la percentuale di persone che ha votato un determinato vino. Quest’ultimo aspetto è, secondo noi, fondamentale data l’inevitabile dispersione di voto che ci può essere, stanti i motivi detti sopra.
Il fatto di dichiarare queste cose contribuisce sicuramente a una maggiore trasparenza e credibilità n
ei confronti del premio. Resta inoltre il fatto che, proprio a causa di tale dispersione di voto, rischia di vincere non il vino che ha le migliori caratteristiche ma il produttore che riesce a far votare il numero maggiore possibile di amici e parenti. E’ sufficiente, cioè, che un numero di persone appropriatamente istruito voti in modo compatto per falsare il risultato complessivo.
A nostro giudizio sarebbe addirittura preferibile, piuttosto che lasciare la scelta completamente in bianco al lettore e basata su parametri completamente arbitrari, individuare, magari attraverso un “comitato di saggi” una rosa ristretta a priori, indicando di ogni vino quali elementi valutare. Certamente questo renderebbe più complicato al lettore votare ma magari sarebbe più comprensibile capire perchè, all’interno di una certa categoria, un certo vino è stato ritenuto migliore di un altro. Tra l’altro, così messa la cosa, sarebbe anche più interessante per i produttori avere le motivazioni per la propria vittoria o sconfitta, perchè permetterebbe loro di concentrarsi nel migliorare quegli aspetti che il pubblico ha decretato come più deficitari.
Per quanto ci riguarda, la giornata, ottimamente organizzata, è stata un’occasione per degustare vini comunque interessanti, a partire dallo Champagne millesimato blanc de blancs “S” 1997 di Salon, azienda di Le Mesnil-sur-Oger. L’annata è la trentasettesima da quando questo vino ha cominciato ad essere prodotto. Profumi di zenzero, frutta esotica, miele e, in bocca, morbidezza controbilanciata da una buona acidità. Buono, per carità, ma alla fine non sappiamo proprio se possa a ragione essere considerato il “Miglior Vino Straniero”, anche relativamente ad altri Champagnes.
Personalmente abbiamo i nostri dubbi, soprattutto se tra i candidati era presente un Riesling Auslese di J. J. Prum.
Interessante anche la categoria dei vini rossi, con un ottimo Barolo Brunate Le Coste 2004 di Rinaldi. Ci ha molto favorevolmente colpito, vincitore tra i vini rosati, Il Rogito 2006 di Cantine del Notaio, di una persistenza davvero straordinaria.
Molto persistente e anche di intensa mineralità Colli Orientali del Friuli Rosazzo Terre Alte 2006 di Livio Felluga, della categoria vini bianchi.

Più combattuta, secondo noi, è stata la battaglia sul fronte del Miglior Vino dolce, vinta da Diamante d’Almerita 2007 di Tasca d’Almerita, ma contro pretendenti di tutto rispetto, quali Muffo 2006 di Mottura e Recioto di Soave Suavissimus 2005 di Nardello.
Meritatissimo il premio per Il Miglior Rapporto Qualità/Prezzo al Pian del Ciampolo 2006 di Montevertine.
La lista completa dei premiati è visibile al link http://www.bibenda.it/notizie_news.php?id=254.

Qualche notizia dal web: si amplia la Cantina di Terlano

I grandi vini hanno bisogno di spazi. La Cantina di Terlano ha fatto fronte a questa necessità con importanti lavori di ampliamento: nei 18.733 m³ di struttura ampliata, elegantemente ed architettonicamente integrata con i vigneti a poca distanza dal cuore del paese, dall’inizio di giugno vengono lavorate le gocce di Bacco di fama internazionale.

“La filosofia di qualità presuppone delle innovazioni tecnologiche e strutturali che permettono di continuare con successo la propria attività. Per realizzare tutto questo sono necessari più spazi. Cantina Terlano: Più spazio per i viniAl contempo desideriamo offrire ai nostri vini, che notoriamente hanno una lunga fase di sviluppo e maturazione, più spazi per il loro affinamento. Inoltre vogliamo rendere la Cantina un punto d’incontro accattivante per Terlano”, così l’amministratore delegato Walter Eisendle chiarisce i motivi dei lavori. Gli architetti TV TROJER VONMETZ su circa 3.860 m² hanno realizzato un moderato ampliamento del complesso esistente e permesso l’integrazione nella struttura del paese e nella natura. Dall’esterno la nuova ala convince grazie al rivestimento di porfido rosso, la roccia che caratterizza la zona e che contribuisce alla specificità del vino di Terlano. Il tetto è ricoperto di viti per sottolineare il graduale passaggio verso la natura circostante di cui la vite è l’incontrastata protagonista.

“I lavori di ampliamento sono frutto di una scelta avveniristica. Desideriamo ringraziare l’amministrazione comunale di Terlano e tutte le persone coinvolte per il loro sostegno e per la comprensione”, sottolinea Georg Höller presidente della Cantina. “Negli ultimi mesi abbiamo eseguito anche degli adattamenti architettonici, non solo per collocare circa 1,5 ml di bottiglie di Terlano, ma per dare spazio anche le circa 300.000 bottiglie dei vini di Andriano che dal 2008 vengono prodotte a Terlano.” Sotto le vigne appena piantate si nascondono diversi magazzini, l’impianto d’imbottigliamento e il fiore all’occhiello di tutta la struttura rinnovata: la ‘cantina del porfido’. “Con questo gioiello architettonico vogliamo sottolineare ulteriormente l’origine dei nostri vini: il Terroir”, chiarisce l’enologo Rudi Kofler. “Il terreno porfirico, ricco di minerali, contribuisce a rendere unico il carattere dei vini di Terlano. Il porfido ha conquistato adesso il suo posto direttamente in cantina”.

Per maggiori informazioni sulla Cantina Terlano: www.kellerei-terlan.com.
Fonte www.bereilvino.it

Donnardea e Percorsi di Vino dicono NO all'inceneritore di Albano Laziale

Pubblico volentieri la denuncia dell'Azienda Vitivinicola Donnardea che sta lottando insieme alla gente del posto contro la costruzione dell'inceneritore di Albano Laziale. La nostra sarà una goccia nel mare però...ci proviamo!

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Che ci fai con l'amore per il territorio, la passione e l'impegno? Oggi con la genuinità non ci campi, con la passione non ci vivi, con la tenacia non rendi forti le tue posizioni, con l'amore per la natura e per la tua terra non salvaguardi nè paesaggi nè territori. E nè te stesso.

Che ci fai con il BLOG se non esponi la tua anima, i tuoi successi e le tue battaglie, le tue difficoltà in vigna in cantina e non racconti nel bene e nel male il tuo territorio?

Che ci fai con internet se non diventa mezzo oltre che di comunicazione anche di RETE e di supporto, amplificando la tua voce e i tuoi propositi?

Tutto vano?

"L'Italia è bella tutta è vero, nessun luogo merita un inceneritore. "

Auto-denunciando il fatto che tra pochi mesi, SE NESSUNO FARA' NIENTE PER AIUTARCI a bloccare questo scempio, i marchi e i valori BIOLOGICO, BIODINAMICO, DOC di questi luoghi, saranno compromessi! ... non faccio certo l'INTERESSE DELLA NOSTRA AZIENDA .

E ciò la dovrebbe dirla tutta sulla genuinità della mia voce.

Molti mi hanno detto di tacere. Che l'inceneritore si farà lo stesso. Che non serve a nulla alzare polveroni...nè discuterne.

Tutto ciò tralasciando il fatto che qui oltre alle produzioni agricole, ci sono tantissime famiglie che ci vivono e bambini che vanno a scuola e all'asilo in quelle strutture che si troveranno a 200 mt dall'inceneritore!

Situazioni come la nostra la stanno vivendo e l'hanno vissuta in molti in Italia.

Valorizzare i nostri prodotti agricoli, i nostri Vini, vuol dire valorizzare la nostra campagna, i nostri panorami. Ma c'è chi non capisce e non vede chiudersi "il cerchio". Profeti in patria qui non se ne trovano.

Certo chi ha scelto i Castelli Romani come luogo preposto alla costruzione del più grande inceneritore d'Europa, non deve essere qualcuno che ha grande conoscenza e stima delle nostre DOC.

Forse è per lo stesso motivo che anni fa un'inceneritore era stato proposto a Montalcino e più di "qualcuno" si è mosso per evitarlo...

Ma post dopo post, lettera dopo lettera, incontro dopo incontro, riunione dopo riunione...tante belle parole e pochi FATTI.

L'unico FATTO è che a 500 mt in linea d'aria dalle nostre vigne, in un luogo da anni preposto alla salvaguardia della Natura e dell'Ambiente, oltre che alla valorizzazione dei nostri prodotti, sarà (?) costruito l'inceneritore.

Tutti dispiaciuti, tante pacche sulle spalle, nessun sostegno concreto, nè dalla gente. nè dagli amici, nè dalle istituzioni.

Soli si nasce e soli si muore?

"Paolo e Francesca tra i dannati, Dante non può fare a meno di provare un senso di profonda ed umana pietà e di compiangerne la sorte. "

E tu? Ho bisogno della tua voce e del tuo sostegno. Qui sul blog e oltre.

www.noinceneritorealbano.it

Il grande Verdicchio di Garofoli

Garofoli vuol dire Verdicchio dei Castelli di Jesi, il vino Doc piu' famoso e storicamente conosciuto delle Marche (la denominazione quest’anno compie 40 anni).
Le grandi virtù del Verdicchio erano conosciute fin dall’antichità: attorno al 200 d.C. a Cupramontana, città nata attorno ad un tempio eretto in onore della dea Cupra, i romani tenevano riti propiziatori con sacre bevute di vino, probabile antenato del Verdicchio, in onore, appunto, di Cupra, dea della ricchezza e dell'opulenza. Qualche secolo dopo Pietro Aretino, noto poeta toscano del '500, nonostante la fama di denigratore di tutto e tutti, per il Verdicchio spese parole soavi per esaltarne le virtù dietetiche e gustative. Oggi, il Verdicchio rappresenta uno dei grandi vini bianchi del panorama mondiale per il fatto che riesce a coniugare allo stesso tempo una assoluta complessità strutturale con una grande finezza ed eleganza. Il Verdicchio viene anche definito “un vino rosso vestito di bianco”, proprio per questo le migliori etichette reggono bene il medio/lungo invecchiamento e sono molto frequenti le vendemmie che esprimono notevoli qualità soltanto oltre il biennio. La Garofoli, così come altri produttori marchigiani, da sempre ha creduto nelle potenzialità di questo vitigno autoctono tanto che negli anni '50 Franco e Dante Garofoli non vendono più il loro vino sfuso nelle osterie ma lo imbottigliano per essere venduto anche nei negozi di generi alimentari sprovvisti di licenza per la mescita. Il successo per l’iniziativa è talmente tale che, alla fine degli anni '50, viene realizzata la cantina di Serra de' Conti, attualmente ancora in uso, per effettuare in zona di produzione la vinificazione delle uve di Verdicchio. Durante la mia incursione al Vinitaly 2009 allo stand Garofoli ho potuto apprezzare tre grandi vini prodotti da questo vitigno autoctono: il Brut Riserva 2004, il Podium 2006 e il Serra Fiorese 2005. Il primo vino rappresenta una delle tante sfide di casa Garofoli perché spumantizzare un Verdicchio non è certo cosa semplice, bisogna essere molto bravi per creare un vino base dalla buona acidità a partire da un’uva che offre il meglio di sé se vendemmiata leggermente surmatura. Una maturazione sui lieviti di circa 48 mesi danno vita ad uno spumante dal colore paglierino carico, quasi dorato, e dal perlage abbastanza fine e persistente. Al naso è soprattutto floreale, biancospino e tiglio accarezzano i nostri sensi, poi esce un delicato aroma di pesca e mela verde. Bocca di bella intensità, cremosa, è un vino che stupisce per freschezza e sapidità. Chiude abbastanza persistente. Lo abbinerei a tutto pasto senza problemi! Il Podium 2006 è un vino potente, complesso ed elegante allo stesso tempo, caratteristiche tutte che derivano dalle basse rese per ettaro, dalla raccolta posticipata delle uve e dall’affinamento in bottiglia di almeno un anno. Questo millesimo si caratterizza per un bouquet aromatico di tutto rispetto, il naso è tutto di fiori bianchi, pesca, pompelmo rosa, mandarino, litchi, a cui si sommano, man mano che il vino si apre, intensi sbuffi minerali e intriganti effluvi di erbe di campo. La bocca è polposa ed ampia, per fortuna i 14 gradi alcolici sono ben supportati dalla grande acidità e sapidità del vino. Buona la persistenza finale. Servitelo fresco in una notte d’estate! Il Serra Fiorese 2005 è un Verdicchio caratterizzato dalla grande struttura e longevità visto che fermenta e matura in piccoli fusti di rovere per almeno un anno ed affina in bottiglia per almeno 15 mesi. Al bicchiere rivela subito le sue grandi potenzialità, è molto più complesso e maturo del Podium aprendosi fin da subito a sentori di ginestra, fiori di tiglio, agrumi canditi, fieno, pesca matura, mela golden, erbe officinali e una leggera nota tostata che tradisce il passaggio in legno. E’ ancora giovane e questa sua caratteristica la rivela soprattutto al palato dove è ancora “troppo” grasso, cremoso, con le note burrose e vanigliate che forse coprono un po’ il resto. Buona la persistenza per un vino che deve essere solo lasciato in cantina, tra qualche anno riapritelo e vedrete che meraviglia…..

Tra Go Wine e l’Amarone ha vinto….il caldo

Qualche tempo fa Go Wine ha organizzato a Roma una interessante rassegna sull’Amarone della Valpolicella. L’Hotel Quirinale ha ospitato più di venti aziende vitivinicole e, fortunatamente, la maggior parte dei produttori era presente all’evento, tutti composti dietro i loro banchetti. Tutto perfetto allora? Assolutamente no, c’era una grande, grandissima nota stonata rappresentata dal clima tropicale che si è creato all’interno della grande sala di degustazione. Tantissime persone sudate fino ai calzini che giravano barcollanti, produttori che consumavano fazzoletti per asciugarsi la fronte e un unico grande sconfitto, proprio quell’Amarone che, per le sue caratteristiche organolettiche, fa a cazzotti con le alte temperature che, quella sera, sfioravano i 30°. Ma dico, te produttore che vai in giro per tutta Italia a promuovere il tuo vino perché non ti incavoli e non reagisci a questa pessima organizzazione? Ma te pensi veramente che la gente, con un clima equatoriale, possa realmente apprezzare il tuo Amarone? Boh io questi a volte non li capisco…
Lasciando da parte le polemiche, durante la serata ho degustato circa venti Amarone della Valpolicella con questi risultati:

Michele Castellani – Amarone Classico “I Castei” 2003: iniziamo veramente male, il caldo esalta molto la nota calda e alcolica del vino che risulta troppo squilibrato. Peccato che l’annata non dia una mano;

Corte S. Benedetto – Amarone Classico 2003: azienda molto giovane ma che parte subito col piede giusto. Il loro Amarone, nonostante fosse del 2003, non presenta i problemi del precedente vino. Ciliegia matura, ribes e un bel floreale sono le caratteristiche olfattive di questo vino che in bocca incanta per equilibrio ed eleganza. Nota di merito;

Cesari – Amarone “Bosan” 2001: l’unico produttore ad aver “osato” portare un’annata non troppo recente. Vino di bell’impatto che seduce con le sue delicate note di sottobosco, spezie e cacao. Bocca calda, vellutata ed elegante dove morbidezza, acidità e tannini nobili tengono il vino in grande equilibrio;

Manara - Amarone Classico 2005: naso scuro, selvatico, humus e frutta di rovo. Bocca interessante, poco aggressiva nonostante la giovane età. Buona la persistenza aromatica;

Nicolis - Amarone Classico 2004: l’alcol presente forse in eccesso veicolava note si frutta rossa sotto spirito e qualche nota di viola appassita. Bocca caratterizzata da un tannino ancora troppo aggressivo. Ancora scomposto ha bisogno di molto affinamento in bottiglia;

Santa Sofia - Amarone Classico 2004: quadro aromatico contraddistinto da frutta rossa matura, note ematiche e un tocco di balsamicità. Potente e molto fruttato in bocca, mostra buona tensione. Bella persistenza;

Tenuta S. Antonio – Amarone “Campo dei Gigli” 2003: nota alcolica in evidenza, poi esce la frutta sottospirito e interessanti effluvi di erbe medicinali e rabarbaro. Bocca calda, tanta polpa ma, purtroppo, anche tanto alcol che disturba la deglutizione;

Tinazzi - Amarone Classico 2005: Naso marcato da confettura di more, ciliegia matura, ribes e mora di rovo. Col tempo esce anche la grafite e un leggero speziato. Bocca giovane, non ancora equilibrata anche se l’allungo finale fa sperare in un vino dalle grandi prospettive;

Accordini Gino – Amarone Classico “Le Bessole” 2004: naso molto profondo, aristocratico, giocato su aromi di frutta matura, spezie, cuoio e humus. Bocca molto coerente al naso, esaltante per integrità, è un vino che non ci stanchiamo di bere. Nota di merito;

Zenato – Amarone Classico 2004: chiudo le degustazione con un bel vino, spezie, frutta di rovo e frutta secca sono i principali descrittori olfattivi. Alla gustativa è equilibrato, di sostanza e di bella persistenza.

Complessivamente buono ma non il migliore della batteria. Gli preferisco Accordini e Corte S. Benedetto, a Zenato la medaglia di bronzo insieme a Cesari.

Tra i Colli Tortonesi alla ricerca del Timorasso

Trenta e trentuno maggio sono stati due giorni importanti, finalmente dopo tante promesse ce l'abbiam fatta, siamo riusciti a partire alla volta dei Colli Tortonesi per scoprire tutti i segreti del Timorasso.
Accompagnati da Paolo Ghislandi di "Cascina I Carpini" (di cui vi parlerò in seguito) abbiamo partecipato alla rassegna enogastronomica "Assaggia Tortona" che poteva vantare tra i partecipanti (quasi) tutti i principali produttori di Timorasso. Quale migliore occasione per cogliere tanti piccioni con un fava?
Ma perché mi sono spinto fin lassù? Perchè dietro questo vitigno c’è tutta una storia, una storia che riguarda i vignaioli di quelle valli, il loro lavoro, la loro cultura e, soprattutto, le loro speranze.
Il Timorasso è un vitigno autoctono del comprensorio tortonese. In tale area è coltivato dal Medioevo e se ne hanno notizie già dalla prima enciclopedia agraria redatta nel XIV secolo dal bolognese Pier de Crescenzi. L’ampelografia descritta dallo stesso autore non lascia praticamente dubbi sull’originalità del vitigno. La sua diffusione ha riguardato soprattutto la parte medio alta delle principali valli tortonesi; da est verso ovest la Val Curone, la Val Grue e la valle Ossona. Contemporaneamente se ne allarga la coltivazione anche in Val Borbera, nel Novese e in Oltrepò pavese. Nel corso dei secoli conferma le proprie attitudini tanto da divenire il più importante vitigno bianco piemontese relativamente alla superficie e alle quantità prodotte. Esistono infatti, a riprova di ciò, presso l’archivio di stato a Torino, i documenti che, nel periodo compreso fra le due guerre, testimoniano gli acquisti di prodotto giovane e semilavorato che i sensali promuovevano verso l’Europa del nord e che chiamavano “torbolino”.
Il successivo dramma della fillossera e la malattia dei bachi da seta rivoluzionano tutto, si annienta in poco tempo l’economia contadina tortonese che, in quel periodo, era basata sul mercato tessile (i gelsi venivano venduti ai francesi) e sulla viticoltura (il vino è un prodotto pregiato da vendere ai négociant milanesi e pavesi). Risultato: annientamento dell’economia contadina che spinge all’abbandono delle campagne e all’emigrazione. Il timorasso, allora diffusissimo, è la prima vittima di questa rivoluzione forzata. Quando, dopo qualche decennio, si riprende la coltivazione dell’uva su piede americano, si preferiscono viti più produttive: barbera, croatina e cortese. Il timorasso sopravvive come presenza endemica in pochi filari o piante sparse, soprattutto nella zona del Tortonese orientale. E così rimane a lungo fino a quando qualcuno, dotato di intraprendenza, caparbietà e passione per la propria terra, non decide di riproporlo in grande stile. Quel qualcuno è Walter Massa, l’indiscusso autore della rinascita del timorasso.
Il primo raccolto di timorasso vinificato in purezza, risale alla vendemmia del 1987 e, da allora, l’esperienza nella lavorazione di questa varietà autoctona ha portato a capire, con il raccolto del 1995, che il vino ottenuto con il timorasso si esprime al meglio SOLO alcuni anni dopo la vinificazione che, secondo lo stesso vignaiolo, deve avvenire in acciaio e seguita da una lunga (di solito 12 mesi) permanenza sulle fecce nobili che in tale ambito cedono preziose componenti aromatiche e hanno una funzione antiossidante che predispone a invecchiamenti medio-lunghi.
Tornando ad “Assaggia Tortona” con Paolo ci siamo girati un po’ di banchetti e l’idea che mi son fatto è che tanti produttori di Timorasso ci stanno provando ma pochi riescono davvero a cogliere l’essenza di questo vitigno. Tra i vari vignaioli presenti vorrei segnalare:

Colli tortonesi bianco Derthona Timorasso Stato 2005 Az. Agr. Stefano Daffonchio
Daffonchio è uno dei pochi produttori che ha posto in degustazione un Timorasso con qualche anno sulle spalle e già questo è un merito. Il vino, il cui nome si ispira ad una canzone di Carmen Consoli, al naso rappresenta splendidamente i caratteri del Timorasso: dapprima è fruttato, soprattutto esce la pera matura e la mela cotogna, poi entra in gioco una splendida mineralità che oltre al territorio e dovuta anche al vitigno (il timorasso ha circa 20 geni in comune con il sauvignon blanc della Loira e del Graves). In bocca entra dritto, di una austera eleganza ed incanta per un garbato equilibrio tra morbidezza ed acidità/sapidità. Chiude molto lungo, potente, su note di roccia.

Colli tortonesi bianco Annozero Az. Agr. Vigneti Pernigotti 2007
Questa piccola azienda biologica del tortonese produce un Timorasso molto interessante, più fresco e delicato del precedente data la sua maggiore gioventù, esprime netti sentori di melone, pesca, mela cotogna, ginestra a cui fanno eco forti richiami minerali di selce. Di grande equilibrio in bocca, ha nella freschezza e nella conseguente bevibilità il suo punto di forza. Finale di buona persistenza. Provato col Montebore dovrebbe dare grandi soddisfazioni…

I turisti del vino secondo Donatella Cinelli Colombini

Da Donatella Cinelli Colombini, ideatrice di ''Cantine aperte'' e autore di due manuali sul turismo del vino arrivano le informazioni piu' specifiche sulla nuova segmentazione dell'offerta e della domanda di enoturismo. I 4 target in cui e' possibile dividere i turisti del vino: amanti del lusso, super esteri, turisti del vino e turisti per caso danno origine a tre tipologie di cantine aperte al pubblico. Ci sono le cattedrali di cui fanno parte le cantine d'autore che in Italia portano la firma di Renzo Piano, Gae Aulenti e Piero Sartogo, le cantine con identita' forte cioe' gli scrigni dei grandi produttori dove bussano i super esperti, le cantine classiche che proliferano imitandosi una con l'altra e le funzionali, dove domina la tecnica. L'analisi porta a 4 identikit di turisti del vino: l'amante del lusso e' quasi sempre straniero e adora le cantine famose e aristocratiche, il super esperto aspira a un numero illimitato di degustazioni in anteprima o di antiquariato. Meno ossessionato dal bisogno di collezionare cantine, il normale turista del vino coltiva il suo interesse con corsi, letture e assaggi, infine il turista per caso vede la tecnologia enologica come un elemento fortemente negativo. Ha un'esperienza diretta degli amanti del vino e del lusso Gelasio Gaetani Lovatelli d'Aragona un aristocratico che gira il mondo dando consulenze proprio ai miliardari wine lovers. Accanto alla sua testimonianza arriva quella del massimo esperto bel business enologico Nicola Dante Basile del ''Sole 24 ore'' e, a conclusione dei lavori, Eugenio Magnani Direttore Generale Enit (agenzia nazionale del turismo) ha disegnando il quadro d'insieme dell'enoturismo. E' un comparto che accresce la sua importanza ogni anno e prende caratteri propri staccandosi dagli altri turismi, soprattutto e' un segmento che tiene nonostante la crisi e anzi accetta la sfida con i competitori esteri rinnovandosi e qualificandosi costantemente.

Fonte Adnkronos

Tutta la Franciacorta di Ricci Curbastro

Ospite all’AIS di Roma qualche settimana fa, questa storica Azienda Agricola della Franciacorta, con sede a Capriolo (BS) e capitanata oggi da Riccardo Ricci Curbastro, è oggi una importante realtà vitivinicola che, con i suoi 26 ettari vitati, produce circa 200.000 bottiglia l’anno.
Interessantissimi i vini proposti in degustazione, una vera sorpresa Ricci Curbastro che ha incantato la folla presente proponendo una piccola verticale sia del suo Franciacorta Satén Brut (annate 2002, 2003, 2004, 2005), sia dell’Extra Brut (annate 2000, 2002, 2003, 2004) per poi terminare con il Franciacorta Rosè Brut e il Franciacorta non dosato “Gualberto”. Il Franciacorta Satén Brut (100% Chardonnay), a prescindere dai millesimi che analizzeremo successivamente, si è mostrato un vino estremamente elegante e sempre contraddistinto da un bel connubio tra note agrumate e minerali, caratteri tutti che ritroveremo all’interno dei vari bicchieri degustati anche se le singole annate influenzeranno non poco la percezione della loro complessità/intensità.
Iniziamo la verticale con il Franciacorta Satén Brut 2002, fresco, delicato, che al naso si caratterizza per eleganti sentori di
agrumi canditi, frutta tropicale, pera, mela e una grande mineralità che contribuisce a fornire profondità al quadro aromatico globale. Bocca che, nonostante gli anni, è ancora dotata di grande acidità e sapidità. Chiude lungo e piacevole su una bella scia minerale. Fermenta in legno per otto mesi prima del tiraggio in bottiglia.
Il Franciacorta Satén Brut 2003, figlio di un’annata calda, riprende tutti i caratteri del millesimo ed in bocca è più rotondo del precedente, la frutta è ancora più candita e più “cotta”, ritorna il minerale, troviamo una interessante nota fumè seguita da sensazioni di mandorla amara. Alla gustativa ritroviamo le stesse sensazioni olfattive anche se, rispetto l’annata precedente, la freschezza tende un minimo ad essere sovrastata dalla sensazione pseudo calorica portata dall’annata. Ottimo se abbinato a piatti con tendenza acida che, in questo caso, viene bilanciata dalla morbidezza del vino.
Con il Franciacorta Satén Brut 2004 il naso presenta una intensa dolcezza sfaccettata con note floreali ancora vive di biancospino, muschio, sambuco, agrumi, erbe aromatiche e la “classica”nota minerale di sottofondo. Bocca dove tornano tutte le componenti olfattive. Buon equilibrio tra acidità e morbidezza e grande persistenza.
Il Franciacorta Satén Brut 2005 è ancora un bimbo in fasce, non troviamo più le note dorate del colore, i riflessi tendono ancora al verdolino così come poco maturo ci appare il quadro aromatico dove troviamo l’erba limoncella, la pesca bianca, la mela golden, il mandarino, mentre una lieve nota burrosa tradisce un legno non ancora totalmente assorbito dal vino. Al palato il Franciacorta è gradevolmente fresco, intenso, morbido con una suadente scia sapida a chiudere la deglutizione. Di grande avvenire.
Passiamo ora al Franciacorta Extra
Brut (50% Chardonnay e 50% Pinot Nero), un vino per palati raffinati, un vino da prendere o lasciare che fa 48 mesi sui lieviti ed un vino che Ricci Curbastro fa uscire sempre millesimato. In tal caso, a differenza degli Champagne, le uve sono provenienti sempre tutte dalla stessa annata a prescindere dalla sua “grandezza”.
Il primo Franciacorta Extra Brut presentato è del 2000. Di uno splendido colore oro rosso al naso si apre con una iniziale note salina che poi viene seguita da
sapori di cotogna, miele, ciliegia (durone di vignola), agrumi canditi, susina, pera, pan grillè, nocciola e un intenso soffio minerale. Che naso fantastico! Bocca più minerale che fresca che chiude con un leggero amaricante finale che ci invita a berne un altro sorso. Peccato sia finito anche in azienda.
L’annata 2002 porta al naso un ventata di freschezza con i suoi intensi effluvi di pompelmo, camomilla, acacia, susina, nocciola e una lieve nota di pasticceria da forno. Gran millesimo questo 2002 anche in bocca dove il Franciacorta è ricco, intenso, minerale lasciando una bocca fresca delicatamente agrumata. E poi dicono che i vini di quest’anno son da buttare….
Il 2003 si conferma come il Brut, intenso al naso dove lime, pompelmo, mandarino, pesca matura e frutta tropicale candita dipingono un quadro aromatico mediterraneo. Bocca importante e voluminosa, l'aspetto fruttato dolce e maturo, causa annata calda, non è accompagnato da un'acidità fervida che potrebbe bilanciare a dovere il palato. Sicuramente un vino più di potenza che di finezza.
Il 2004, ancora una volta, lascia intravedere la sua bella gioventù con sensazioni agrumate, di pan grillè e mela golden. In bocca è molto fresco, frutto sottile accarezzato da un'acidità molto ben bilanciata. Bella la persistenza. Chiude su note di crosta di pane e frutta. Attendiamo una maggiore complessità dal vino.
Chiusura della degustazione con due interessanti Franciacorta: il Brut Rosè e il “Gualberto” Pas Dosè 2003. Il primo, di uno splendido colore corallo, al naso è molto immediato aprendosi su note intense e pulite di lampone, ciliegia, ribes, rosa, caramella all’amarena ed erbe di campo. In bocca una garbata astringenza e una delicata effervescenza lo rende di grande beva ed abbinabile anche ad una bella tagliata al rosmarino.
Il “Gualberto” Pas Dosè 2003 presenta un uvaggio insolito (Pinot Nero 70% e Chardonnay 30%) per un Franciacorta e matura in bottiglia almeno 60 mesi. Vino di grande morbidezza nonostante l’assenza di zuccheri, si caratterizza per una fusione di aromi agrumati, minerali e floreali. La bocca è rotonda e asciutta, tornano le note olfattive ben amalgamate con l'acidità che rinfresca un corpo importante ma non ingombrante. Buona persistenza.

E oggi parliamo di birra artigianale.....e vino.....

Circa un mese e mezzo fa qua a Roma si è svolto l'Italia Beer Festival (IBF) ovvero il festival italiano delle birre artigianali. Tanta la gente, tante le birre interessanti grazie anche alla selezione e alla preziosa collaborazione dei storici locali di Roma dedicati alla birra, ovvero il Ma che siete venuti a fà di Manuele Colonna e Fabio Zaniol, il 4:20 di Alex Liberati, il Mama Tequila di Stefano Battaglia coadiuvati dalla collaborazione gastronomica del Bir & Fud di via Benedetta a Roma.
All’interno dell’IBF si è svolta un’interessante degustazione, condotta dal bravissimo Paolo Mazzola (Domozimurghi), sulle birre artigianali prodotte con la frutta. Tra le tante degustate, per un appassionato di vino come me, interessantissima è risultata la BB10, grande birra prodotto dal birrificio sardo Barley. Che cosa c’entra questa birra col vino? Semplice, la BB10 ha tra i suoi ingredienti (tra cui sei malti inglesi di primissima qualità) la sapa, ovvero il mosto cotto d’uva che, trovandoci in Sardegna, non poteva che essere il Cannonau.
La BB10 è una birra dal colore scuro e presenta un naso estremamente ricco e complesso, frutto di quella fusione tra malto e mosto di Cannonau che conferiscono un bouquet aromatico caratterizzato da prugna matura, mirtillo, confettura di ciliegia, caramello, cioccolato fondente, chiodi di garofano, uva passa. Sembra davvero il quadro olfattivo di un grande vino, un grande Cannonau.
Alla gustativa la BB10 esprime ancora di più i caratteri del vitigno, la birra presenta una certa tannicità che asciuga dolcemente il palato lasciando comunque la bocca in grande equilibrio. Bella ed intensa la persistenza su ricordi di cioccolato amaro e frutta rossa matura. Per molti una birra da meditazione, per me una bella Chianina in abbinamento non ci starebbe male per niente. Per il resto che dire, una birra che a me, ma anche al resto della platea presente alla degustazione, è piaciuta molto, soprattutto perché nel bicchiere si fondono alla grande i caratteri della grande birra artigiana italiana e le peculiarità e la territorialità del vino utilizzato. Ben vengano questi esperimenti soprattutto da una Regione, la Sardegna, da troppe persone sottovalutata sia a livello enologico che a livello birrario. Ah, la BB10 viene venduta in serie limitata per cui prenotatela in tempo!

Il Wine Tasting Experience della Collezione Faber-Castell

Girovagando per via Ottaviano a Roma entro nel negozio Stilograph e chi ti vedo? Un collega, un sommelier AIS tutto intento a spiegare ad ignari avventori le qualità del Riesling della Franconia. Dopo qualche minuto capisco, sono appena entrato in uno dei tanti negozi di articoli stilografici di Roma che organizzano il Wine Tasting Experience della Collezione Faber-Castell. Che cosa? La più importane azienda di matite al mondo che produce anche vino? E' un scherzo? Pare di no, sembra infatti che i Principi Castell, oltre a gomme, matite, mine e stilografiche sia anche impegnata in altre attività tra cui l'azienda vitivinicola di famiglia che Ferdinand Castell-Castell porta avanti assieme al cugino Johann-Friedrich.
La Tenuta Castell è situata in Franconia, regione del centro Germania e può contare su 65 ettari di vigneti di cui il 70% sono disposti su colline ed il restante 30% su pendii scoscesi. Sei degli otto più conosciuti vigneti Castell sono nella proprietà del dominio Furstlich Castell'sches.

I vini in degustazione era:
  • Casteller Hohnar Silvaner Kabinett Trocken 2007: colore giallo paglierino con evidenti riflessi verdolini, il naso, causa temperatura di servizio troppo bassa, parte un pò muto anche se dopo qualche minuto si apre evidenziando delicati aromi di frutta gialla matura, glicine, gelsomino. Bocca di bella acidità, minerale, cremosa, anche se dopo la deglutizione il vino chiude con un leggero amarognolo che rovina un pò l'armonia complessiva della bevuta;
  • Casteller Bausch Muller-Thurgau Kabinett Trocken 2007: paglierino con riflessi dorati, il vino non fa impazzire per complessità olfattiva, qualche tocco di frutta matura e fiori bianchi chiudono il quadro aromatico. Gustativa che si conferma simile al Silvaner. Voto complessivo: MAH!;
  • Honart Riesling Trocken 2007 - Edition Graf Ferdinand: paglierino intenso, la "punta di diamante" della produzione vitivinicola della Faber-Castell, forse per la premesse che mi son state fatte dal sommelier, mi delude ampiamente: il Riesling è decente, di facile beva sicuramente, ma è privo di ogni complessità e anche la persistenza lascia molto a desiderare. Sarò abituato male con i Riesling della Mosella? Beh anche là non è tutto oro quello che luccica però difficilmente mi è capitato di bere un Riesling così modesto, privo di anima.
E se tornaste solo a produrre matite e stilografiche?