Sulla critica nel mondo del vino stringo la mano a Coletti Conti


Riporto integralmente una mail che mi è arrivata da uno dei produttori di vino che stimo di più in assoluto. E' una lettera personale che, al di là delle amichevoli lodi, pone quesiti e spunti molto interessanti sull'attuale critica del vino. Leggiamo.

È trascorso circa un mese dalla seconda edizione di Rosso Cesanese e, a bocce ferme e “malumori”  ormai  decantati,  voglio esprimere  il  mio  punto di vista  sulle  polemiche  nate dopo le recensioni pubblicate da Andrea Petrini in questo suo blog.


Con Andrea intrattengo da alcuni anni un bellissimo rapporto di sincera amicizia, fondata sulla condivisione della passione per il vino e, soprattutto, sul rispetto e la stima che proviamo l’un per l’altro. 

Ma quali sono le ragioni che mi spingono a scrivere?
 
Orbene, ciascun  produttore  vorrebbe  leggere  entusiastiche  recensioni  dei  suoi vini, è naturale: chi non proverebbe piacere e gratificazione nel veder premiato il proprio lavoro con apprezzamenti e lodi? Tuttavia, questa legittima aspirazione non può esser vissuta come se si trattasse di  un diritto. Sembrerebbe banale voler riaffermare un principio tanto scontato come quello della libertà di critica e di giudizio, ma, talvolta, certe reazioni scomposte possono renderlo necessario.

Veniamo al dunque: cominciamo a chiederci quale sia la funzione della critica. A mio avviso la critica enologica svolge una duplice funzione.
In primo luogo, essa è uno strumento conoscitivo messo a disposizione degli interessati (operatori  del  settore,  appassionati,  cultori  della  materia,  ecc.),  più o meno utile, più o meno interessante, più o meno stimolante, in funzione dell’autorevolezza della fonte.
 
In secondo luogo essa è, per il produttore,  un prezioso strumento di verifica della bontà del lavoro svolto. È, per l’appunto, su questo secondo aspetto che vorrei focalizzare la mia attenzione. Ho avuto, spesso, la fortuna di godere di ottime recensioni, anche in questo blog, e ne ho avuto, naturalmente, grande piacere e soddisfazione. Tuttavia, non mi è mai sfuggito che, ricevuto il generoso apprezzamento, tutto finisce lì: è come se ti si dicesse: ”Bravo! Hai lavorato bene, fai un vino buonissimo, continua così!”. Psicologicamente, non sei stimolato a migliorare, a cercare nuove strade, non hai nuovi spunti su cui riflettere... 


Accanto alle lodi, ho ricevuto anche feroci critiche:  non  ho provato alcun piacere, alcun narcisistico  appagamento, ma ho cercato di trarre, dalle  note critiche, degli spunti  di riflessione che fossero utili a migliorare la mia produzione, senza provare alcuna forma di rancore verso chi aveva “osato” criticare i miei vini. 

La mia  prima “stroncatura”  arrivò nel gennaio del 2008, sulle  pagine  di un  blog che recensiva con queste parole il mio Romanico 2005: “Ne avevo letto bene  di questo  vino,  un cesanese del piglio dell'azienda agricola Coletti Conti, di cui ho assaggiato il 2005. I due cesanesi laziali, sia quello del piglio che quello di affile, sono vini sempre vicini a diventare qualcosa di buono,  ma mai arrivano al risultato. Considerate che  qualcuno,  direi  eccessivamente, associa i cesanesi  del  piglio, in particolare, alla dizione "pinot noir del sud". Pur avendone gradito altri, questo in particolare non mi è piaciuto per niente. E dire che dall'aspetto non  si  presentava neanche  male. Eccessivamente morbido, al punto di risultare spesso dolciastro coprendo totalmente la tannicità. In bocca non è risultato per nulla persistente, e troppo  minerale.  Il tutto è stato poi condito da  un'enorme quantità di posa che si era creata nella bottiglia. Di conseguenza il costo (tra i 15 ed i 25 euro) non è assolutamente giustificabile. Stefano.” 

Credetemi, quella notte non chiusi occhio e,  per diversi giorni, un sordido senso di vuoto rese assai cupo il mio umore: "eccessivamente morbido”, “dolciastro”, “per nulla persistente”, “il costo (tra i 15 e i 20 euro) non è assolutamente giustificabile”... In pratica, incapace e ladro!

Cosa  avrei dovuto  fare? Cambiare lavoro alla velocità della luce?Oppure pensare  che quello Stefano non capiva niente di vino, insultarlo e magari citarlo in giudizio per danni?

La verità è che Stefano aveva legittimamente espresso il suo pensiero e che mi conveniva riflettere bene sulle sue considerazioni, perché le sue erano considerazioni che venivano da uno che si siede al ristorante ed ordina una mia bottiglia: erano, cioè, le considerazioni di un mio “datore di lavoro” (o, grillescamente parlando, di stipendio)!

Oggi, se incontrassi Stefano, non avrei alcuna difficoltà nello stringergli la mano. Le mie “disavventure” con la critica non finiscono qui: è rimasta scolpita nella mia memoria la bocciatura subita da un Romanico 2007 (5 Grappoli di Duemilavini e Tre Bicchieri del Gambero Rosso) accreditato di 14 miseri punticini nella guida Vini d’Italia dell’Espresso; ciò non mi ha impedito di serbare la massima stima ed amicizia per Giampaolo Gravina, uno dei principali artefici di quella guida, una guida che mai ha riservato al sottoscritto un gran  trattamento. Tra l’altro, l’attestazione  di  stima  per  Giampaolo non è solo formale: durante l’ultimo Vinitaly  si è svolta una degustazione verticale del Romanico, con tutte le annate fin qui prodotte (dalla 2003 alla 2009) e Giampaolo è stato invitato sul palco, dove ha affermato  che non  riesce  ad iscrivere il  Romanico  nel  club dei grandi  vini.  

Anche in questo  caso,  le critiche potranno non  far  piacere, ma sono e restano un indispensabile strumento di riflessione, stimolo e crescita. Per carità, nessuno pensi che io voglia fare il “primo della classe” ed ergermi a modello di comportamento: intendo solo esprimere il mio personale punto di vista, un modo di vedere che, secondo me, porta solo benefici a chi produce. Non è fair play: è convenienza!
Ed allora, chi produce deve accettare ogni critica? Deve subire qualsiasi giudizio negativo senza reagire in alcun modo? 

No, un limite c’è! Il limite sta nella buona fede e nella buona educazione di chi scrive recensioni: un conto è esprimere un motivato giudizio negativo su un prodotto, altro è calpestare la dignità di un produttore. Giudizi irridenti e spocchiosamente supponenti dati da giornalisti della cui competenza in fatto di vini è lecito dubitare, vanno al di là del limite dell’accettabilità e sconfinano nella pura maleducazione.
 
Un esempio? Eccovi serviti: "Il Cesanese del Piglio Hernicus alza 15 gradi, ottimo quindi per scaloppine e zabaione (consigliamo  vivamente alla Coletti Conti, ambiziosa  azienda  anagnina, di darsi una regolata in  quanto ad  alcol, magari  allargando gli  impianti,  cambiando potatura, raccogliendo l’uva un po’ prima, vedano loro, non è che possiamo insegnargli il mestiere.
Parte della colpa è nostra che ci ostiniamo a ordinare Cesanese, più una partita persa che un vino (vedi Diva Bottiglia). Camillo Langone» da IL FOGLIO del 26 giugno 2009
".


Ecco, in questo caso al dottor Langone che, con garbo oxfordiano, scrive usando il plurale majestatis, non stringerei mai la mano...
Neanche perderei tempo a consigliargli di continuare ad occuparsi di recensioni di messe (si,  non si tratta  di  un  refuso o della  mia  immaginazione,  trattasi  proprio di  guide  delle messe: Camillo Langone, Guida alle messe, Mondadori, 2009, pp. 291, Euro 15,00): haiu che fari! (per i non calabresi: ho ben altro da fare!).

Il caso di Andrea Petrini è ben diverso: non si tratta di un recensore di messe,  ma di un autentico  appassionato,  assai  competente  nonché sincero amante e difensore  del Cesanese. 
I suoi giudizi, non lusinghieri, possono essere condivisi o meno, ma trovano riscontro in altri commenti su Rosso Cesanese scritti da altri giornalisti e bloggers presenti all’evento; ed allora? Dov’è il problema? Il problema sta nei modi! Andrea  Petrini non me ne vorrà, ma, se la sua recensione ha  suscitato qualche risentimento (mentre sono passate sotto silenzio le critiche nella sostanza altrettanto in linea di Macchi e di altri) è perché, in alcuni casi, è stato eccessivamente diretto e qualche produttore può essersi sentito colpito. Ma,  sono  certo  di  poterlo  scrivere,  se  qualche eccesso  c’è  stato,  questo  si  deve all’amore  autentico  di  Andrea  per  la  nostra denominazione.  
Poi, e scusate se è poco, Andrea ci ha messo la faccia, con sincerità e lealtà, e non ha usato toni irridenti e sprezzanti: si è limitato ad esprimere giudizi negativi lì dove  i  vini  non lo  hanno  convinto. Qualche piccolo  eccesso (del  tutto  veniale) ha  fatto rumore perché qualcuno non vuole accettare critichenegative, auspicando esclusivamente aspersioni di incenso (il riferimento alle messe è puramente casuale).
 
Vivo quotidianamente il fermento del nostro territorio ed ho validissime ragioni per ritenere che la qualità media dei vini del nostro comprensorio crescerà, nei prossimi anni, in modo esponenziale: Andrea sarà tra i più felici nel poterlo constatare e, sotto sotto, potrà anche pensare  di  aver  contribuito,  con  le  sue  critiche,  a  stimolare  l’orgoglio  dei  produttori spingendoli verso il conseguimento di risultati migliori. 

Si, io ad Andrea Petrini stringo la mano, con affetto e stima.
 
Anton Maria COLETTI CONTI
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