Il mito chiamato Brunello di Montalcino Riserva Biondi Santi

A volte basta qualche premio dato per due anni di fila e già si parla di un vino "mito". Il marke(t)ting è anche questo.
Quando si vuole parlare di vini mito, non solo in Italia, la mia mente, scevra da ogni condizionamento, corre incontro solo verso pochissimi nomi tra cui, indelebile, spicca quello del Brunello di Montalcino Biondi Santi
Una famiglia, un vitigno, un territorio, legati indissolubilmente da un percorso qualitativo iniziato a fine '800 e che oggi, come ieri, ci garantisce grandi suggestioni nel bicchiere.

Emozione. Non ho altro termine per descrivere ciò che si stagliava davanti a me qualche giorno fa, probabilmente una delle migliori verticali di vino al mondo, ed era Sangiovese, puro Sangiovese Grosso chiamato Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi che, incredibilmente per quel pomeriggio, era declinato nelle annate 1985, 1983, 1975, 1971, 1964 e....1955!


Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi 1985: vendemmia di buona qualità anche se non eccelsa. Jacopo Biondi Santi, presente alla degustazione guidata da Armando Castagno e Paolo Lauciani, parla di un vino che sarà "pronto" prima di altri anche se non scommette sulla sua estrema longevità. Al naso è l'archetipo del sangiovese tattile, non è affatto facile, popolare, la sua armatura ferrosa lo tempra e lo rende rigido, solido, a tratti inaccessibile. E' anche salino, calcareo, solo in lontananza si riescono a percepire aromi più "delicati" di tiglio, arancia amara e mallo di noce. In bocca è coerente, duro, sembra di aver degludito dell'allume che vibra nel palato grazie alla sferzante acidità agrumata che chiude il sorso con ritorni di arancia rossa. Lunghissimo.
 

Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi 1983: da una vendemmia di ottima qualità nasce un Brunello molto differente dal precedente. Ora è tutto più estroverso, è un sangiovese che ti prende sotto braccio e come un romantico seduttore ti parla di rose, violette, giaggioli e di succosi cesti di frutta rossa. I toni più "dolci" si percepiscono anche quando, col tempo, escono soffi di tabacco da pipa, cuoio ai quali fanno da cornice timidi accenni minerali, sottobosco ed erbe aromatiche. Sicuramente meno duro del 1985 anche in bocca dove il tannino è maggiormente cesellato rispetto al millesimo precedente dove tutto era più imponente. Rimane un sangiovese vivissimo, fresco, appagante, emozionante e, soprattutto, di grandissima bevibilità.


Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi 1975: un andamento stagionale ottimale ha dato vita, a detta di Jacopo Biondi Santi, ad un Brunello di Montalcino didascalico dove, in maniera netta, è possibile percepire uno dei descrittori simbolo delle Riserve Biondi Santi: il catrame. Il bouquet olfattivo, inoltre, si arricchisce di sensazioni balsamiche di menta, quasi in olio essenziale, visciole disidratate, sottobosco, castagna. La struttura è ancora sorretta da una buona acidità ma il sorso, con quache sensazione "datterosa" di troppo ed un tannino abbastanza sciolto, sembra essere più avanti rispetto al naso. E' un vino che sta iniziando la sua lenta discesa per cui, se lo avete in cantina, è arrivato il momento di aprirlo.


Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi 1964: difficile descrivere un capolavoro assoluto dell'enologia mondiale a parole, sicuramente le vertigini e lo stato confusionale che mi hanno attanagliato dopo aver bevuto il primo sorso sono segni inequivocabile della Sindrome di Stendhal. Davvero, è una grande prova far capire quanto ancora ricco possa essere il naso dopo 48 anni. 48! L'odore ti riporta all'asfalto dopo un temporale estivo, è sapido, austero, balsamico di timo e drangoncello e poi ci sono i fiori, quelli secchi del diario del cuore, l'agrume cangiante in base alla fervida acidità presente. Una punta di concentrato di pomodoro ci dice che oggi sta iniziando un lenta, lentissima evoluzione. Al sorso poco da dire, questo '64 è un capolavoro fatto di finezza, eleganza, equilibrio e persistenza. Finale salino, quasi salmastro. Biondi Santi come Michelangelo Buonarroti, questo Brunello è il Mosè del vino.


Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi 1958: dopo un sangiovese spaziale arriva un vino più terrestre dotato di aristocratici sentori di pietra focaia, mentuccia, nocciola, carne, foglie secche, noce, ghisa. Bocca semplice, meno roboante e psichedelica della precedente ma, comunque, dotata di un condimento sapido e minerale molto saporito. Chiusura piacevole senza troppi orpelli. Difficile, difficilissimo arrivare dopo la '64 e precedere la '55. Forse è il sangiovese meno convincente dell'intera batteria ma, se facessimo un'orizzontale di Brunello pari annata, probabilmente non avrebbe rivali.
 

Brunello di Montalcino "Riserva" Biondi Santi 1955: frutto di una vendemmia che in azienda definiscono epica, questo millesimo si caratterizza per una maggiore carnalità rispetto alla '64 che, per molti presenti in sala, era un vino più etereo e subliminale. Si nota subito che questo sangiovese grosso di quasi 60 anni di età è stato temprato e non plasmato dall'ossigeno che invece di ridurre ha aggiunto classe e complessità senza tempo al vino. All'olfatto la carnosità del vino si percepisce nettamente visto che la prima cosa che mi viene in mente odorandolo è lo spezzatino, vorresti addentare quel bicchiere che sa di carne, pomodoro e spezie che, all'interno di un registro olfattivo di grandissima complessità, vanno a comporre un quadro aromatico generoso che fa emergere col tempo sentori di tabacco fermentato, orzo, prugna secca, zenzero, curry, gesso, torba. Il vino in bocca è austero, teso, vibrante, sa di caffè verde, ebanisteria, terra, sangue. Tannini e acidità sono perfettamente fusi all'interno di una struttura che rimarrà in equilibrio chissà per quanto tempo ancora. Persistenza da lacrime. Non vorrei finesse mai. Un esempio magniloquente dell'evoluzione del sangiovese di razza nel tempo. Capolavoro senza se e senza che Wine Spectator (stranamente) ha inserito tra i 12 migliori vini del XXº Secolo. E per dirlo loro....
 

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