Un rubino rosso chiamato Brunello di Montalcino Biondi Santi 2003

Non si diventa Biondi Santi per caso e non si passa indenni attraverso generazioni di amanti del buon vino senza un perché, una motivazione che renda per certi versi il loro Brunello unico ed inimitabile nel tempo, al di là dei lustrini e dei cotillons che troppo spesso invadono il mondo del vino.

Il libro dedicato a Franci Biondi Santi

L’annata 2003 del Brunello Biondi Santi ci regala un vino di grandissima purezza, un vera e propria ode al sangiovese grosso di Montalcino che si concretizza nell’essenzialità e la limpidezza di beva.
Non vi travierò stavolta con i tanti descrittori che ho potuto ritrovare nel bicchiere perché questa volta non ha senso parlare di ciliegia, goudron, carruba, tè nero e carcadé, no amici, qua siamo di fronte ad un rubino rosso che, nonostante non abbia l’immortalità e le mille sfaccettature della grande annata (vedi riserva 2004), è pur sempre un dono raro ed inimitabile della Natura toscana.


In tutto questo sapete cosa mi ferisce di più? Che l’annata 2003, generalmente battezzata come calda, non la vuole nessuno, nemmeno se si chiama Biondi Santi e nemmeno se si pensa che il produttore, non realizzando la Riserva, ha messo tutte le uve, anche le migliori, nel vino d’annata.
Cavolo questo è un vino che ho visto in vendita, e non acquistato, per 35 euro!
Ma possibile che l’ignoranza possa creare questi danni, non tanto al produttore, quanto al nostro palato????
Io ve l’ho detto, acquistatelo e poi mi farete sapere!


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