Principe Pallavicini e il suo Amarasco 2005

Principe Pallavicini rappresenta una di quelle cantine laziale che, passo dopo passo, sta cercando da qualche anno di fare proporre prodotti di una sempre maggiore qualità, soprattutto in una zona come quella dei Castelli Romani, dove i vini girano spesso (purtroppo) in taniche di plastica.
Le origini della famiglia Pallavicini si perdono nella notte dei tempi visto che è presente nel Lazio fin dalla seconda metà del 1600.
Attualmente l’azienda ha circa 78 Ha di vigneti, nella Tenuta di Colonna e in quella di Cerveteri, coltivati a Trebbiano Toscano, Malvasia del Lazio, Malvasia di Candia, Chardonnay, Sauvignon, Greco, Grechetto, Bovino e altri per i vini bianchi, mentre per i rossi le uve coltivate sono Sangiovese, Cesanese, Merlot, Cabernet-Sauvignon, Montepulciano, Ciliegiolo, Petit Verdot.
La Tenuta di Colonna, che è quella che poi ho visitato durante la manifestazione “Benvenuta Vendemmia”, si estende per circa 64 ettari di vigneto è posta prevalentemente in posizione collinare, su terreni calcarei argillosi, ben drenati, collocati ad altezze varianti dai 100 ai 300 metri con orientamento est-ovest.L'azienda di Colonna si compone di tre corpi: Colonna, Pasolina e Marmorelle. Mentre nel seicentesco edificio di Colonna sono localizzate la cantina, gli uffici, i magazzini e il ristorante aziendale, è nella vicina "Pasolina", zona vulcanica con microclima caratterizzato da forti escursioni termiche, che la famiglia Pallavicini trova la culla ideale per le uve a bacca rossa per la produzione di grandi vini rossi da invecchiamento.
Nei vigneti di Marmorelle, dove i terreni sono di natura calcareo-argillosa, sono presenti, sia i vitigni a bacca bianca sia i primi vigneti rossi di Sangiovese e Cesanese, impiantati nel 1970 dalla famiglia; a questi si affianca il primo vigneto di Cabernet Sauvignon impiantato agli inizi degli anni '90. La forma d'allevamento, in tutti i corpi aziendali, varia dal tradizionale cazenave ai moderni e razionali cordone speronato e guyot, con una densità d'impianto che varia dai 3.000/4.000 ceppi per ettaro per i vini bianchi ai 5.000/7.000 ceppi per ettaro per i vini rossi.

Durante la manifestazione si è potuto degustare tutta la gamma dei vini aziendali e il mio interesse, oltre al sempre ottimi Stillato (buonissima la versione 2006) è caduto sull’Amarasco, vino ottenuto da uve Cesanese vinificate dopo un appassimento al sole per circa un mese, provenienti da un unico vigneto di circa 40 anni, posto a 250 metri di altezza in località “Marmorelle”.
Il vino presenta una veste cromatica di tutto rispetto con il suo bel rubino intenso e presenta al naso un bellissimo bouquet dove netti sono le sensazioni di mora, mirtillo, cassis, viola passita, rosa, melograno, papavero e spezie scure. In bocca la morbidezza, erede diretta dell’appassimento in pianta delle uve, si fonde con un’ottima spalla tannica, rotonda e ben equilibrata e con una sapidità figlia di quei vulcani dove le viti crescono e proliferano.
Finale molto lungo con ritorni ritorni di frutta nera matura, cioccolata e liquirizia dolce.
Una piccola gemma laziale, un punto di partenza che fa ben sperare per il futuro della mia regione troppo spesso bistrattata a livello enologico. Da bere anche come mero vino da meditazione, magari seduto a mirare uno dei tanti bellissimi panorami dei Castelli Romani.
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