InvecchiatIGP: Sartarelli - Verdicchio dei Castelli di Jesi "Tralivio" 2013


di Luciano Pignataro

La mia passione per i bianchi invecchiati mi ha trasformato in una funicolare che sale verso il Verdicchio e scende verso il Fiano di Avellino. E viceversa. Intendiamoci, ci sono tanti (ma non tantissimi) vini bianchi italiani pensati per durare a lungo e che mi piacciono, altri che riservano inaspettate sorprese, ma la mia opinione è che queste due uve sono quelle veramente al top per evolvere con naturalezza anche se lavorate con grande semplicità, in acciaio per la precisione. Intendiamoci, acciaio o legno sono strumenti e non costituiscono di per sé un plus, almeno per chi ama il vino oltre le mode del momento.


Tralivio
non ha mai tradito e conferma anche un’altra mia idea: che cioè dietro i vini buoni c’è sempre il valore della famiglia italiana che li sostiene. I Sartarelli producono vino dal 1972, poco più di mezzo secolo e, dopo Ferruccio il fondatore, il figlio Patrizio con la moglie Donatella, sono alla terza generazione con i figli Caterina e Tommaso, ossia export e produzione.


Il Tralivio che vi propongo è del 2013, ha dunque dieci anni e benché nelle premesse aziendali ci sia la specifica di una bottiglia vocata al lungo invecchiamento, direi che è il caso di lavorarci con ancora più determinazione verso questo risultato perché il vino che ho avuto la fortuna di stappare in famiglia aveva energia da vendere, un vigore da esprimere, ancora per qualche anno.
Non è retorica dire che i buoni vini nascono da grande agricoltura come premessa, questo è uno dei sei di casa Sartarelli, nasce da una selezione di uve a Poggio San Marcello, nel cuore del Verdicchio di Jesi, a circa 350 metri su terreni di altezza su terreno calcareo di medio impasto e una produzione di circa 80 quintali per ettaro.


Non un cru, dunque, ma una selezione. E che selezione. Il bianco, speso poi su una spigola al forno straordinariamente cucinata da mia moglie in casa, ha subito evidenziato il suo carattere regalando una sensazione di benessere a tutti quanti noi. Colore giallo paglierino carico e vivo, al naso presentava una decisa complessità aromatica capace di spaziare dalle note balsamiche alla frutta gialla sciroppata, alle note di macchia mediterranea sino ana buona declinazione di leggero fumè capace di esaltarne il sapore.


Al palato si presenta molto equilibrato, con una freschezza decisa ma che, dopo tutto questo tempo, più che un gioco di anticipo è impegnata nel sostenere una beva piena, appagante, che riporta integralmente le promesse fatte dal naso, sino alla chiusura lunga, pulita, assolutamente precisa.
Un altro aspetto riguarda il rapporto qualità prezzo: se fate un giro su Google, trovate le ultime annate ad un prezzo imbattibile, sui 16, massimo 18 euro. Ed è per questo che molti bianchi italiani costituiscono ancora una occasione di fare affari per chi compra, un po’ come avveniva negli anni ’90 per altre regioni. Con un po’ di pazienza, senza aspettare magari i dieci anni, se ben conservato, il Tralivio è un vino assolutamente competitivo e in grado di reggere qualsiasi paragone. Provare per credere.

Legras & Haas - Champagne Les Sillon 2012


di Luciano Pignataro

Può sembrare strano ma in realtà è sullo spaghetto con le cozze che abbiamo stappato Chardonnay, lavorato in rovere proveniente da una particella della Maison dei fratelli Legras impegnati nella produzione dal 1991 a Chouilly. 


Perlage fine e persistente, salino e austero al palato, un bicchiere che si ricorda.

Cantine dell’Angelo - Greco di Tufo DOCG "Miniere" 2020


di Luciano Pignataro

Uno dei miei bianchi preferiti di una delle mie cantine preferite. Chi avrebbe mai pensato di incontrarlo a New York? Invece è andata proprio così perché Giuseppe Di Martino, proprietario di The Oval al Chelsea Market, dedicato alla pasta che produce e porta il suo nome, è un grande appassionato di bianchi o, meglio, di Champagne e vini bianchi campani. La sua è una carta colta perché nasce dalla gioia di berli, prima condizione di una carta che abbia carattere e che si ricorda. E così, dalla Coda di Volpe di Perillo ai Fiano di Avellino, ecco spuntare, durante una serata, il Miniere 2020, il cru di Angelo Muto che prende il nome da una vigna piantata proprio sopra le antiche miniere di zolfo che all’inizio dell’800 fecero di Tufo un importante riferimento minerario nel Regno delle Due Sicilie.


Di tutto questo zolfo è rimasta traccia nei vini della piccola docg campana che declina dalle note di zolfo a quelle di frutta agrumata man mano che ci si allontana dall’epicentro da cui prende il nome il vino, un vero rosso travestito fa bianco.
La storia è recente, neanche vent’anni. Parte dalla vendemmia del 2006 quando la famiglia Muto, Angelo è la terza generazione direttamente impegnata nei filari, considerato il continuo abbassamento del prezzo delle uve, ha deciso di difendere il reddito agricolo vinificando in proprio, prima appoggiandosi a terzi, poi dalla vendemmia 2008 nella cantina garage di casa in collaborazione con il bravissimo Luigi Sarno, l’enologo che esprime il suo carattere deciso nelle bottiglie più che nella comunicazione. E per fortuna: i suoi bianchi, coda di volpe, fiano e greco, si ricordano sempre e hanno prezzi più che abbordabili.

Angelo Muto

Il sodalizio tra Luigi e Angelo è di amicizia oltre che professionale, il triangolo è completato dai ragazzi del Cancelliere con l’Aglianico di Montemarano e quello che mi piace di queste tre aziende è che hanno fatto quello che tutte le piccole cantine dovrebbero fare per essere credibili sul mercato degli appassionati e non su quello degli ignoranti: mettere insieme le loro specialità, in questo caso Greco, Fiano e Taurasi e presentarsi insieme invece di fare tutti tutto.


L'agricoltura di Angelo è a basso impatto, proprio come quella del nonno e del padre, molto attenta alla salubrità del suolo, viene da dire già di per se ricchissimo di zolfo. Il Miniere 2020 è il vino del lockdown, l’anno in cui non si trovava personale nelle campagne. Un problema che non riguarda Angelo Muto che fa tutto da sé nei suoi cinque ettari. Il vino sprizza energia nel bicchiere, a New York direi che è perfetto! Il naso gode dei rimandi di frutta e di zolfo, proprio la sensazione del fiammifero appena spento, al palato è ampio, di corpo, ancora freschissimo, lungo, maturando la giusta complessità che il tempo sempre regala ai grandi bianchi. Intendiamoci, il Greco non è il Fiano, sui tempi lunghi, diciamo oltre i sei, sette anni, è sempre una scommessa, ma sicuramente nel tempo medio esprime il meglio di sé, spendibile davvero su qualsiasi piatto. E sicuramente questo Miniere 2020 farà ancora parlare a lungo di sé.

InvecchiatIGP: Villa Saletta - Toscana IGT "Saletta Riccardi" 2015


di Carlo Macchi

Per noi toscani il detto “Peggio Palaia” (anche nella versione più tragicamente ironica “meglio Palaia”) è sinonimo di grande disgrazia, come quella, appunto, che capitò durante il medioevo al borgo fortificato di Palaia, dove assedianti e assediati fecero quasi tutto una brutta fine. Per gli amanti del vino, non solo toscani, però “vicino a Palaia” d’ora in poi sarà sinonimo di gioia e piacere, perché a pochi chilometri da quel piccolo paese si trova Villa Saletta, una cantina, pardon un borgo con cantina e molte altre “cosucce” agricole come silvicoltura, tenuta di caccia, oliveti, tartuficoltura che fanno di questa tenuta di 1400 ettari un progetto (nato nel 2001) a cui dedicare molta attenzione.


La parte vigneti conta circa 40 ettari, che vedranno futuri ampliamenti grazie all’acquisizione della tenuta di San Gervasio, il tutto sotto la giurisdizione dell’enologo toscano David Landini. Qualcuno potrebbe obiettare che un così grande dispendio di energie e fondi forse sarebbe stato meglio farlo in zone più famose, tipo Montalcino o il Chianti Classico, ma a questo qualcuno rispondo con un dato storico. “Solo” un secolo fa la situazione vitata in Toscana era molto diversa da adesso: la zona enoica del pisano, grazie anche alla situazione viaria, era tra le più importanti della regione, mentre Montalcino e le scoscese colline del Chianti Classico erano praticamente sconosciute dal punto di vista. Nobiltà fiorentina, pisana, lucchese facevano a gara per accaparrarsi questi terreni che, allora come adesso, producevano ottimi vini, cosa conosciuta e riconosciuta in precedenza anche dagli stessi Granduchi di Toscana.


Oggi gli ottimi vini di Villa Saletta nascono soprattutto da Sangiovese, anche se in azienda sono presenti diversi ettari di vitigni internazionali. E tra i Sangiovese che ho assaggiato ce n’è stato uno che mi ha veramente conquistato: sto parlando del Toscana IGT Saletta Riccardi 2015, un vino che non ha niente da invidiare ai più blasonati sangiovese toscani.


Si parte dal color rubino ancora molto giovane per passare subito ad un naso dove note balsamiche portano in alto sentori ancora fruttati. In bocca questa giovinezza porta ad una tannicità viva ma rotonda e gustosa, con un alcol importante (14.5) che però non incide, anzi accompagna il sorso. Chi mi conosce sa che amo moltissimo l’annata 2015, anche perché ogni volta che me la trovo davanti ne rimango profondamente soddisfatto. Anche questo Saletta Riccardi 2015, pur avendo trenta mesi di legno è perfettamente equilibrato ed ha quella “ruvida dolcezza” che contraddistingue i rossi toscani dotati di attributi. Un vino memorabile, una memorabile sorpresa, vicino a Palaia.

Muratori - Franciacorta Brut DOCG Simbiotico


di Carlo Macchi

Va bene, è senza solfiti aggiunti! Ok, è un metodo classico biologico, sboccato nel 2022! Rigiro il bicchiere in mano ma il colore è giovanissimo. Naso troppo maturo? Quando mai! Frutto si, ma fresco e scortato da florealità. 


Bocca? Concreta, dinamica, lunga. Cedimenti? Zero! Che gran bella sorpresa!

Cosa aspettarci dai vini bianchi italiani dell'annata 2023? Ve lo diciamo noi!


di Carlo Macchi

Siamo quasi alla metà di luglio 2024 e scagli la prima pietra chi non ha ancora assaggiato un bianco italico del 2023. Winesurf a questo punto, grazie agli assaggi per la guida vini online, ne ha già degustati alcune centinaia e mi sembra il momento giusto per dare qualche dritta su cosa ci possiamo aspettare dai bianchi del 2023, annata funestata nel centro e sud Italia dalla peronospora e comunque non facile per grandine, siccità, e piogge “a tradimento”, anche al nord.
In queste righe non faremo nomi o daremo voti ai vini: chi volesse saperne di più basta vada a consultare la nostra guida vini su www.winesurf.it


Alto Adige

Partiamo proprio dal “nord-nord” cioè dall’Alto Adige, dove l’annata 2023 ha mostrato una caratteristica comune per tanti vitigni, cioè la scarso peso al palato. I vini, vitigno per vitigno. hanno profumi classici, ma solo in pochi casi abbiamo trovato dei corpi abbastanza importanti. E’ vero che i primi vini ad uscire sono sempre i “base” e sicuramente l’anno prossimo degusteremo dei 2023 più concentrati, ma questa è la situazione attuale, quella che ognuno di noi troverà se acquista un bianco altoatesino del 2023. Se dovessimo sbilanciarci su qualche vitigno ci sentiamo di fare un nome classico e uno, per noi, a sorpresa: il primo è il Pinot Bianco, non certo a livello di altre annate ma con corpi e profili aromatici centrati e il secondo è, udite udite, lo Chardonnay. Quelli di annata (e non solo) per noi sono sempre stati vini semplici, quasi noiosi e invece i 2023 (anche i 2022!!) hanno una marcia in più.

Roero Arneis

I 2023 di questa denominazione ci hanno colpito molto positivamente, anche sul fronte aromatico, pur non trovandoci di fronte a note imponenti e variegate. Ho detto “anche” perché la bella notizia viene dal corpo e dalla sapidità degli Arneis, nettamente superiore rispetto ad annate come la 2022 e la 2021. Forse non invecchieranno per lunghi anni ma sicuramente sono buoni adesso e lo saranno per i prossimi 3-4 anni.

Vernaccia di San Gimignano

Non certo l’annata del secolo ma da una vendemmia così difficile ci saremmo aspettati molto meno. Per noi è chiaro ormai che un vitigno autoctono come la Vernaccia di San Gimignano si adatta meglio di altri vitigni alloctoni ai cambi climatici e crediamo anche che i produttori abbiano assecondato questo adattamento, senza cercare forzature di cantina. Quindi un’annata giocata in difesa ma con tanti bei “contropiede”: fuori da paragoni calcistici la Vernaccia di san Gimignano 2023 si è mostrata in bocca sapida, rotonda e ampia più che fresca e verticale, con profumi che puntano più sul balsamico/floreale che sul fruttato e soprattutto con una piacevole prontezza, che forse non la farà maturare per molti anni ma che sicuramente la rende molto piacevole nell’arco di 2/3 anni.

Orvieto

Qualche anno fa forse non avremmo nemmeno citato i vini d’annata di questa denominazione ma le cose cambiano anche a Orvieto e quest’anno gli Orvieto Classico 2023 ci sono sembrati molto meno “fatti solo per fare” di tanti altri anni. Certo niente di eclatante ma trovandosi di fronte a vini che costano da 4 a 8 euro in enoteca ci sembra un risultato da segnalare.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico

Sapete dove l’uso del tappo stelvin è più diffuso? Non in Alto Adige o in denominazioni altolocate e famose ma proprio nel Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico. Quasi il 50% dei campioni degustati usa infatti questa chiusura e noi ne siamo felici perché si tratta di vini bevuti non da espertoni ma da semplici consumatori, dimostrando così che questa chiusura è sempre più accettata e forse viene discussa solo dagli “espertoni” citati in precedenza. Ma parliamo del vino che ha prezzi al massimo attorno ai 10 euro ma corpi, sapidità, pienezza da vini di almeno 2/3 livelli superiori. Magari i nasi devono ancora pagare il dazio alla solforosa, magari i colori sono più carichi del normale e preannunciano una non grande longevità, ma in quanto a corpo, pienezza, “cicciosità” i Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico ci hanno lasciato a bocca aperta, sempre considerando che siamo di fronte a prodotti sotto i 10 euro.


Non vi parlerò adesso dei Verdicchio dei Castelli di Jesi Superiore o dei Riserva, come del resto lascerò al prossimo articolo agostano per gli IGP I bianchi del Friuli, i Soave, gli Etna Bianco, i bianchi campani, quelli sardi e altri che adesso mi scordo. Ma già da questi consigli qualcosa da assaggiare di buono lo troverete di sicuro

InvecchiatIGP: Poggio Scalette - Il Carbonaione 1998


di Roberto Giuliani

Il legame con il sangiovese da parte di Vittorio Fiore, enologo di lungo corso originario di Fortezza (BZ) ha radici lontane figlie di un percorso di vita che lo ha portato nel 1979 a trasferirsi in Toscana. Classe 1941, completati gli studi tecnici prima a San Michele all’Adige e poi a Conegliano, inizia la sua attività di consulenza in aziende del nord Italia, soprattutto in Piemonte, parliamo degli anni ’60, quando la figura dell’enologo consulente era ancora quasi del tutto sconosciuta. Negli anni ’70 diventa Direttore Generale di Assoenologi (allora Associazione Enotecnici Italiani), incarico che mantiene fino al 1979, quando decide di trasferirsi in Toscana per una serie di motivi, da una parte il desiderio di cambiare luogo di residenza a causa del clima troppo umido della casa di Agliate in prossimità del Ticino, dall’altra l’incontro con un industriale che aveva acquistato la Fattoria Le Bocce a Panzano, gli portava i campioni al laboratorio di Assoenologi e gli aveva proposto di lavorare per lui in azienda. Ovviamente a Panzano in Chianti il clima era ben diverso, così la famiglia si trasferì senza esitazioni in questo noto comune toscano.

Vittorio Fiore

Fiore lavorò a Le Bocce per un paio d’anni, nel frattempo fece anche le sue prime consulenze nel territorio e si rese conto che il sangiovese chiantigiano doveva liberarsi delle uve bianche per esprimersi al meglio (ma anche di quel 15% di prodotto proveniente da altre zone consentito dal disciplinare di allora), puntando però a un vigneto rinnovato e concepito non per produrre quantità ma qualità. Facile a dirsi, difficile a realizzarsi, soprattutto quando un vino ottenuto da un approccio di questo tipo, cambia radicalmente le sue caratteristiche organolettiche, rischiando di essere rimandato indietro dalle commissioni di assaggio.


Il tempo gli ha dato ragione, infatti Vittorio Fiore, insieme a Maurizio Castelli e Franco Bernabei, sono giustamente considerati coloro che hanno portato il rinnovamento nel mondo del vino toscano. Intanto, nel 1991, Fiore acquista sulla collina di Ruffoli a Greve in Chianti il Podere Poggio Scalette, che condivide con il figlio Jurij fresco del diploma di enologo ottenuto a Beaune.


Qui, al Chianti Classico rigorosamente ottenuto da sole uve sangiovese, affianca dall’annata 1992 un vino che lascerà il segno e potremmo definire un supertuscan profondamente toscano, visto che anch’esso è ottenuto da sole uve sangiovese, ma maturato in carati da 350 litri (allora forse erano 450).


La versione ’98 (IGT Alta Valle della Greve, 13,5% vol.) è a mio avviso la migliore prodotta in quel decennio, lo dimostra l’incredibile tenuta dopo 26 anni, grazie anche a un tappo in sughero che oggi difficilmente potrebbe avere le stesse capacità: colore granato di buona profondità con unghia appena aranciata. Il bouquet chiede rigorosamente tempo, non potrebbe essere altrimenti, e infatti dopo circa 5 minuti in cui il vino manifestava riduzione e sentori terziari avanzati, si è potentemente ripreso regalando note di confettura di ciliegia e prugna, cioccolato fondente, liquirizia, sottobosco, incredibile la delicatissima presenza di funghi, cuoio e tabacco, che testimonia quanto il percorso di questo sangiovese non volge al termine, il vino viaggia su toni vivi, ariosi, stimolanti e cangianti, ma mai tendenti al decadimento.


Al palato conferma una vitalità entusiasmante, grande freschezza e un’integrità di frutto che impressiona, con finale al cacao con cenni di cardamomo e legno di liquirizia e una persistenza in bocca quasi interminabile. Un vero Fiore all’occhiello!

Sosol - Venezia Giulia Bianco IGP Borjač 2022


di Roberto Giuliani

Il giovane Ivan Sosol di Oslavja ha realizzato questo splendido bianco a base ribolla gialla, friulano, chardonnay e malvasia, dai profumi che ti conquistano: pesca, arancia, acacia, erbe balsamiche e tanto altro in un sorso che ti coinvolge, salino, intenso, lunghissimo. 


Un vero spettacolo!

La Bellanotte, Friuli Pinot Nero "Spartaco" 2019 : il sogno realizzato di Paolo Benassi


di Roberto Giuliani

Ci sono voluti quasi vent’anni per realizzare un pinot nero come Paolo Benassi lo aveva immaginato nel 2001. Sì perché in Italia sapete bene che il vitigno d’oltralpe è tutt’altro che semplice da realizzare, ha bisogno di condizioni a lui congeniali, altrimenti si rischia di fare un prodotto del tutto diverso, privo di quell’eleganza che lo ha reso noto in tutto il mondo. Ci hanno provato in tanti, dal Piemonte alla Sicilia, ma di esempi che hanno lasciato il segno e che siano in grado di offrire un esempio calzante delle straordinarie doti del pinot nero, ce ne sono pochini.


Ora, io non so cosa paolo volesse ottenere, se non ciò che lui stesso mi ha confidato: “Spartaco nasce da un’idea/sogno del 2001, quando nel cassetto avevo già questo amore per un Pinot Nero che non dovesse avere somiglianze con altri territori, tanto meno con la Borgogna, ma una propria personalità, il timbro di La Bellanotte. Tutto ha inizio in quell’anno, quando decidiamo di piantare un clone da rosso e destiniamo le uve fino al 2017 alla produzione di vino spumante. Da quell’anno iniziamo le prime prove in rosso fermo ma senza ottenere i risultati sperati. Finalmente con l’annata 2019 raggiungiamo il nostro obiettivo. Così decidiamo di imbottigliare le prime 1400 bottiglie nel 2023 e uscire sul mercato con il Vinitaly 2024”.


La fermentazione a contatto con le bucce e i suoi lieviti è durata 28 giorni, poi pressatura e svinatura, passaggio in barrique dove sosta 18 mesi, infine almeno un anno di bottiglia. In etichetta una simpatica civetta che sembra dire “ce l’ho fatta!”. Chi conosce i vini de La Bellanotte, in quel di Farra d’Isonzo, sa che la gamma che propone è davvero ampia e trova non pochi punti d’eccellenza fra cui il merlot Roja de Isonzo, il Conte Lucio Ramato, il Luna de Ronchi bianco, per citarne alcuni.


Spartaco era la ciliegina sulla torta che mancava, il rosso a cui Paolo puntava da anni, un pinot nero che raccontasse il territorio isontino con un carattere ben delineato e stimolante. A mio avviso ci è riuscito molto bene, perché nel calice mostra una notevole finezza sia nei profumi che al gusto, una struttura che si avvicina a certe riserve altoatesine, un timbro fresco dove il frutto (mirtillo, prugna, ciliegia matura e una vena agrumata) spiana la strada a viola e magnolia e ad una speziatura finissima, sfumature di tabacco e liquirizia, una delicata vena balsamica.


Generoso al palato, intenso e maturo al punto giusto, con un tannino totalmente integrato e un ritorno speziato dove affiorano curcuma, cardamomo e un velato richiamo al rabarbaro e allo zenzero.Un Pinot Nero dalle longeve prospettive, che già con questa prima annata annuncia il suo posizionamento ai vertici della linea Bellanotte. Bravo Paolo!

InvecchiatIGP: Antichi Poderi Jerzu – Cannonau di Sardegna Riserva “Josto Miglior” 2000


Visto che negli ultimi anni parte delle mie vacanze estive sono spese in Sardegna, in particolar modo a Bari Sardo, nello splendido territorio dell’Ogliastra, che dal punto di vista vitivinicolo rappresenta un’areale produttivo molto esteso che prende la forma di un anfiteatro naturale dove i pendii del Gennargentu conducono fino al mare noto per le sabbie bianchissime e le sue mille sfumature di blu.


Questo territorio è il regno del Cannonau che, pur essendo prodotto in tutta l’isola, trova nell’area dell’Ogliastra, soprattutto a Jerzu, uno dei comuni più antichi di Italia dove si coltiva la vita, il suo territorio di elezione tanto che propria da questa sottozona, prevista dal disciplinare, proviene oltre il 30% di tutto il Cannonau della Sardegna.


Essendo Bari Sardo a pochi chilometri da Jerzu non mi sono fatto scappare la possibilità di visitare Antichi Poderi Jerzu, cooperativa sociale fondata nel 1950 per volere del medico Josto Miglior (personaggio divenuto leggendario in Sardegna per il suo valore), che col passare degli anni è diventata via via sempre più centrale nell’economia della zona vantando oggi la gestione di 500 ettari di vigneti, distribuiti nei comuni di Jerzu, Ulassai, Osini, Gairo, Cardedu e Tertenia, appartenente a 430 soci.

Vigneti

Tra i tanti assaggi effettuati in cantina, grazie alla squisita gentilezza di Franco Usai, direttore generale della cooperativa, mi ha particolarmente emozionato, tanto da volerla inserire nell’InvecchiatIGP, la degustazione del vino dedicato al fondatore ovvero il Cannonau di Sardegna Riserva “Josto Miglior” declinato nel millesimo 2000. Wow!!

Cannonau

Proveniente da sole uve dei più importanti appezzamenti della cooperativa, questo cannonau in purezza, nonostante quasi venticinque anni, rimane ancora spaventosamente lussureggiante ed energico con profumi ancora di tipo secondario che ammiccano a ciliegie e cioccolato, peonie e lentisco, tabacco dolce e mirto e sbuffi di iodio. Il sorso, ancora giovanissimo, è ancorato a due concetti che, soprattutto negli anni duemila, erano molto in voga ovvero concentrazione e avvolgenza di sorso. Josto Miglior annata 2000 di certo non passa inosservato e non può non rimanere nel cuore come la bellezza ancora selvaggia di questo territorio ogliastrino tutto da scoprire.

Radovič – Raro 2020


Peter Radovic, giovane e talentuoso vignaiolo del Carso, ha il dono di trattare i vitigni autoctoni del suo territorio con leggerezza e profondità.


Prova ne è questo Raro, terrano in purezza, che inebria il palato attraverso un signorile tannino e una succosità di beva assolutamente irrefrenabile.

Follis: stare bene a Fiumicino dal pranzo fino al dopo cena


Via della Torre Clementina, la prima strada realizzata nella piccola comunità marinara di Fiumicino, tra l'antico Borgo Valadier ed il fiume Tevere, da qualche anno sta diventando una delle vie gourmet più importanti in Italia visto che in poco più di un chilometro, accanto al molo dei pescherecci, troviamo una quantità infinita di pizzerie, enoteche, pescherie e ristoranti d’eccellenza (l’ultimo nato è Mare Bistrot e porta la firma, tra gli altri, di Gianfranco Pascucci) tra cui spicca, per la tipologia e la qualità del concept scelto, Follis.


Il progetto enogastronomico, nato poco più di un anno fa, si sviluppa all’interno di uno spazio di design di ben 600 metri quadri, in stile Art Decò, che i due soci del ristorante ovvero Francesco Matteucci e Marco Tosti, professionisti di lungo corso nel settore della ristorazione, hanno voluto valorizzare puntando sulle due anime simbolo del locale ovvero la cucina e la mixology.

Daniele Celso

Follis (il nome latino di una moneta romana) rappresenta quindi un ristorante a due facce diviso sostanzialmente tra la cucina gourmet proposta dal bravissimo Daniele Celso, executive chef, e miscelazione di qualità che rappresenta la parte “living” di questo locale dove, una volta varcata la soglia, si viene letteralmente avvolti da un lungo american bar attorno al quale sono disposti vari sgabelli, tavoli e divanetti su cui accomodarsi per un drink veloce, per un aperitivo ma anche per un calice del dopocena. In particolare, gli amanti del bere miscelato troveranno da Follis, oltre ai grandi classici irrinunciabili, anche una innovativa drink list curata dai quattro barman del locale - Samantha Parente, Tiziano Moscioni, Claudia Bonavita e Damiano Bosco – che hanno ideato una carta della miscelazione, a tema viaggio, che si concretizza in un passaporto pronto ad essere timbrato ad ogni drink. 

Drink list

Sono 6 i paesi in cui viaggiare – Italia, Olanda, Francia, Messico, Giappone, Egitto – e ben 15 drink (di cui 3 analcolici) da provare e riprovare. “Ero in viaggio in Egitto, nel bel mezzo del deserto, e provavo un senso di spensieratezza infinita. Sembrava che il tempo si fosse fermato e, in un attimo, ho pensato che sarebbe stato fantastico far provare quella sensazione agli ospiti di Follis solo attraverso un drink” racconta Samantha, ideatrice del concept tematico della nuova drink list. 


Il vino, invece, si sceglie da una carta che conta oltre 700 etichette in cui, oltre a una attenta selezione di vini italiani, trovano ampio spazio champagne, bianchi e rossi francesi.


La sala ristorante, invece, ubicata di fianco all’American Bar, è uno spazio più intimo e riservato, formato da tavoli rotondi di vetro con basi di legno di quercia, dove è possibile degustare i piatti del menù, sia di mare che di terra, proposti da Daniele Celso che punta tutto su una cucina dove il rispetto della materia prima e della tradizione non contrasta con la volontà, a volte, di stupire il cliente andando oltre certe le solite convenzioni. Per raggiungere questi obiettivi sfidanti lo chef si avvale di una grande brigata composta da ben 12 cuochi, tutti under 30, ben orchestrati dal Restaurant Manager Mauro Di Vilio.


Dal menù, in costante evoluzione grazie al grande rispetto della stagionalità e del pescato locale, ho voluto provare vari piatti. Tra gli antipasti, tartare di pescato, fagiolini corallo, crumble di pane alle olive taggiasche e salsa alla puttanesca, il sorprendente carpaccio di lustrino, orto di primavera, vinaigrette alle fragole, erbe e fiori di campo. Strizzano l’occhio alla Sardegna le seadas alla genovese di totani, miele, fave e pecorino mentre il trionfo della stagionalità avviene grazie ad una golosa porzione di capesante, crema di carciofi e asparagi scottati. E poi certo, per chi vuole, ci sono grandi crudi di Follis! Dei plateaux realizzati rigorosamente con pesce locale come mazzancolle, scampi siciliani, gamberi rossi e tutto ciò che il mare offre giornalmente e secondo stagione.

Tartare di pescato

Tra i primi, anch’essi suddivisi tra mare e terra, ho scelto gli ottimo ravioli del plin ripieni di robiola artigianale "ammano", gambero rosso locale crudo e asparagi.

Seadas

Riproponendomi di bissare la visita da Follis per dedicarmi solo ai secondi basati sul pescato freschissimo, proposto in tante cotture, e da un paio di piatti di terra tra cui spicca un notevole capocollo di maiale toscano, senape ed agretti, l’ultimo spazio nella mia pancia l’ho riservato ai golosissimi dessert, creati da Eleonora Ciletti, come la torta caprese al gianduia con tre cioccolati. 

Torta caprese

Per il dopo cena si può continuare, per chi vuole, con una selezione decisamente importante di distillati tra grappe, rum e whisky e referenze in continua evoluzione e ricerca.


Follis, dunque, si conferma come locali tra i più innovativi e trendy di Via della Torre Clementina, un locale poliedrico in cui tutti gli ospiti possono trovare il loro spazio costruendosi addosso il menu: che sia un semplice calice o la proposta aperitivo, il pranzo o la cena, Follis c’è sempre!

CONTATTI
Via della Torre Clementina, 146 - Fiumicino
TEL. 0639915713
Aperto tutti i giorni dalle 12.00 alle 01.00

Enoturismo, un modo nuovo per scoprire i tesori della Sardegna


E’ possibile scommettere sulle zone interne dell’Isola per uscire dalla secca stagionalità? A questo tema che da decenni attanaglia il settore turistico, hanno provato a dare una risposta le cantine sarde riunite all’interno del Movimento del Turismo del Vino, che in occasione dell’edizione 2024 del Vinòforum di Roma, mercoledì 19 giugno alle 19:00 ha presentato alla stampa: Vino e Sardegna. Viaggio nell'isola tra vigne, storia e natura. La prima guida digitale dedicata all’enoturismo e realizzata da Lonely Planet.


Il Movimento del Turismo del Vino della Sardegna, guidato da Valeria Pilloni di Su’entu, oggi rappresenta ben trentasei aziende vitivinicole sarde distribuite sull’intero territorio isolano, che dell’accoglienza in cantina hanno fatto una parte integrante della propria attività. A fine 2023 è nata la voglia di promuovere una vera e propria guida dell’enoturismo che raccontasse i territori del vino attraverso le bellezze architettoniche, ambientali e artistiche, così è nata la collaborazione con Lonely Planet, che ha affidato alla giornalista Luciana Squadrilli la realizzazione dei testi di Vino e Sardegna. Viaggio nell'isola tra vigne, storia e natura. L’autrice ne ha parlato all’interno dell’evento svoltosi nel Circo Massimo con il giornalista Andrea Febo e a Domenico Sanna del Movimento del Turismo del Vino.


Luciana Squadrilli, giornalista e autrice della guida ha dichiarato: “Dalle vacanze estive da adolescente alle più recenti e numerose visite per realizzare articoli e reportage dedicati soprattutto agli aspetti enogastronomici dell'isola, la Sardegna è diventata per me una seconda casa. Grazie alla guida preziosa di tanti amici - e di vignaioli, chef, pizzaioli e produttori - ho imparato a conoscerne anche gli aspetti meno noti e spesso più affascinanti. Basta allontanarsi un po' dalle coste meravigliose per scoprire un patrimonio davvero unico di storia, archeologia, tradizioni e sapori, lasciandosi abbracciare dall'accoglienza calorosa e sincera dei sardi. Il mio viaggio è tutt'altro che completo, e ogni volta che torno l'isola sa sorprendermi con nuove scoperte e nuovi assaggi. Ho provato a condividere nelle pagine della guida i miei "incontri" più entusiasmanti e a raccontare, anche con l'aiuto di chi è più esperto di me su temi specifici come l'archeologia o il muralismo, qualcuno dei motivi per cui amo tanto la Sardegna. A cominciare, naturalmente, dai vini unici che nascono nelle diverse regioni storiche e che ne sanno raccontare così bene la sfaccettata identità". Domenico Sanna ha sottolineato: “Con la guida facciamo un primo e importante passo per comunicare la bellezza e la ricchezza della nostra Isola dalle coste verso l’interno, trasformare la nostra Isola in una destinazione del turismo enogastronomico è per noi una priorità”.


InvecchiatIGP: Podere Morini - Il Savignone 2004


di Lorenzo Colombo

Non è stato facile trovare il vino adatto per l’InvecchiatIGP di questa settima, abbiamo infatti dovuto aprire tre bottiglie prima di trovare quella giusta poiché le due aperte in precedenza, uno Chardonnay della Valle d’Aosta fermentato in legno del 2014 ed un vino macerato, ovvero una Rebula 2013 della Vipava Valley presentavano alterazioni dovute al lungo invecchiamento. Alla fine però abbiamo trovato ciò che faceva al caso nostro, e come spesso accade l’abbiamo scovato in uno di quei vini sui quali non avevamo molte aspettative.


Il vino in questione è un Igt Ravenna Rosso, si chiama Il Savignone e viene prodotto da Poderi Morini, sull’etichetta frontale troviamo scritto Il Savignone Savignôn Rosso.

Ma di cosa si tratta?

Iniziamo dal vitigno, il nome col quale è stato inserito nel 2004 nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite è Centesimino ed il nome attuale del vino si chiama per l'appunto Sauvignone Ravenna Rosso Centesimino Igt, di quest’uva il censimento del 2010 dichiarava esserci unicamente 24 ettari.


Perché allora il nome Sauvignone e addirittura Savignôn Rosso? Perché glie l’ha dato Luigi Veronelli, che riteneva riduttivo il nome Centesimino preferendo italianizzare il nome col quale i locali chiamavano questo vitigno, ovvero facendo diventare Sauvignone il dialettale Savignôn.

La degustazione

Le uve provengono da un vigneto situato in località Oriolo dei Fichi, nel comune di Faenza, a 170 metri d’altitudine, il suolo è di medio impasto ed il sistema d’allevamento è a Cordone speronato con densità d’impianto di 3.500 ceppi/ettaro. Sia la vinificazione che il breve affinamento (due mesi) si svolgono in vasche d’acciaio. Un vino di simile tipologia è concepito per essere consumato fresco, infatti l’azienda così lo descrive: colore rosso rubino con riflessi violacei, profumi di frutti freschi del sottobosco e viola mammola. Sapore aromatico e intenso, con note di rosa selvatica, fragole di sottobosco e melograno.


Ovviamente nulla di tutto questo abbiamo trovato a vent’anni dalla sua vendemmia.
Ma partiamo dall’inizio, ovvero dalla stappatura che non ha presentato alcuna difficoltà, il tappo è infatti uscito integro con colorazione data dal vino per meno della metà della sua lunghezza. Appurato che non ci fossero odori anomali l’abbiamo decantato per eliminare eventuali sedimenti che però si sono rivelati minimi.


Il primo approccio, appena versato nel bicchiere non è stato dei migliori, il colore appariva infatti mattonato scuro, tendente al color prugna secca ed al marrone, non certamente molto invitante. Procediamo comunque con l’assaggio, la sua intensità olfattiva è discreta anche se all’inizio il vino appare un poco chiuso, s’apre dopo una mezzoretta nel bicchiere sprigionando sentori balsamici, di cioccolato alla nocciola, di prugne e ciliegie in confettura, di foglie bagnate e di radici, con accenni di vaniglia, caffè, mirto e timo. Decisamente ampio e sopra ogni più rosea aspettativa.


Alla bocca il vino appare morbido, con tannino ancora ben presente senz’essere assolutamente fastidioso, ancora buona la sua vena acida, vi cogliamo note di Pocket Coffee ed accenni mentolati e di radici dolci, spezie ed erbe aromatiche, non lunghissima la sua persistenza. In definitiva un vino ancora molto interessante, soprattutto all’analisi olfattiva.

Tenute Luspada - Igp Salento Negroamaro Rosato Biologico “Tuffetto” 2022


di Lorenzo Colombo

Da uve Negroamaro provenienti da vigneti situati a livello del mare si ottiene questo vino dal color rame, succoso, sapido, con una buona vena acida e con sentori di frutti di bosco macerati.


Il suo nome è quello di un uccello acquatico che nidifica nel lago del Cillarese, a pochi metri dalle vigne.

Riesling: cosa abbiamo capito confrontando Alto Adige e Germania?


di Lorenzo Colombo

Un’interessante masterclass dove si sono messi a confronto Riesling provenienti da diversi territori (Palatinato, Nahe e Val Venosta) si è tenuta lo scorso 14 maggio a Forlì, presso la Tenuta Condé, dove l’azienda Pellegrini ha presentato buona parte del suo catalogo. Noi eravamo presenti e abbiano fatto un piccolo report!


Bürklin-Wolf

L’azienda, che s’estende su 85 ettari vitati, ha una lunga storia che risale al 1597, è situata nel Palatinato ed ha sede nel villaggio di Mittelhaardt, la produzione è focalizzata principalmente sul vitigno Riesling col quale si realizzano diverse tipologie di vino. Dal 1990 l’azienda è gestita da Bettina Bürklin von Guradze e abbiamo bevuto i seguenti riesling:

Wachenheimer Riesling Village 2022

Viene prodotto con un blend di uve provenienti dal comune di Wachenheim, la fementazione avviene in parte in vasche d’acciaio ed in parte in botti di rovere da 24 ettolitri, negli stessi contenitori avviene poi l’affinamento del vino. 


Color giallo paglierino di buona intensità. Molto intenso al naso dove si colgono sentori di frutta tropicale, ananas, melone maturo e frutta a polpa gialla matura. Intenso anche alla bocca, strutturato, quasi grasso, morbido e piccante (zenzero) note sulfuree, spiccata vena acida, fruttato, frutta tropicale, accenni d’idrocarburi, buon la sua persistenza.

Wachenheimer Gerümpel PC 2021

Gerümpel è uno dei vigneti più famosi della Germania, s’estende su 13 ettari poco meno della metà dei quali sono di proprietà dell’azienda Bürklin-Wolf, il suolo è in part sabbioso ed in parte basaltico-vulcanico. Fermentazione ed affinamento si svolgono in botti di rovere dove il vino sosta per 10 mesi. 


Paglierino luminoso. Discretamente intenso al naso, fruttato, note d’agrumi, accenni d’idrocarburi, buona eleganza. Verticale, fresco, intenso, note piccanti, spiccata vena acida, agrumi un poco acerbi, pompelmo verde, lunga la persistenza.

Due vini completamente diversi.

Falkenstein

L’azienda Falkenstein si trova a Naturno, in Val Venosta, una valle famosa soprattutto per la produzione di mele che ormai da anni vanta una viticoltura di notevole qualità, favorita anche dalle particolari condizioni climatiche. Si tratta di un’azienda familiare di proprietà della famiglia Pratzer, posta ai piedi del Monte Sole dove dispone di 14 ettari di vigneti terrazzati esposti a Sud ed a Ovest ad altitudini tra i 600 ed i 900 metri s.l.m. I vitigni coltivati, oltre al Riesling sono Pinot bianco, Sauvignon blanc, Gewürztraminer e, unico a bacca rossa, Pinot nero, la produzione annuale s’aggira sulle 90.000 bottiglie. Abbiamo degustato:

Riesling Alte Rebe A.A. Val Venosta Doc 2020

Le uve provengono da un piccolo appezzamento situato sopra il podere, le viti hanno un’età tra i 30 ed i 35 anni e sono poste su suolo composto d’ardesia. Sai la fermentazione che l’affinamento si svolgono in botti di legno d’acacia dove il vino sosta per 10 mesi, viene quindi spostato in vasche d’acciaio dove rimane per altri cinque mesi per poi finire il suo affinamento in bottiglia per un periodo di 18 mesi.


Molto bello il colore, giallo paglierino di buona intensità tendente al dorato luminoso. Buona l’intensità olfattiva come pure l’eleganza, frutta tropicale, ananas, note d’idrocarburi. Dotato di buona intensità e discreta struttura, sapido, con vena acida in evidenza, agrume un poco acerbo, pompelmo, note piccanti, lunga la persistenza.

Riesling Anadûron A. A. Val Venosta Doc 2019 

Per la sua produzione vengono utilizzate le migliori uve, i suoli sui quali sono posti i vigneti sono composti da ardesia e granito. Fermentazione ed affinamento si svolgono in tonneaux francesi dove il vino sosta per 12 mesi, segue assemblaggio in vasche d’acciaio per altri cinque mesi ed infine un riposo in bottiglia per 31 mesi.


Giallo paglierino intenso tendente al dorato. Meno intenso rispetto al precedente vino, il frutto a polpa gialla appare più maturo, buona l’eleganza. Ci è parso più armonico del precedente. Intenso alla bocca, fresco, sapido, verticale, dotato di buona struttura, succoso, agrumato, con un bel frutto nota idrocarburica delicata e non invadente, lunga la sua persistenza. Un vino dalla notevole qualità.

Schlossgut Diel

L’azienda di Caroline Diel – settima generazione di viticoltori- si trova a Burg Layen nella Valle di Trollbach, nel basso Nahe dove dispone di 25 ettari di vigna su suoli di grande diversità, nelle zone più prestigiose della regione. L’azienda si è specializzata nella produzione di Riesling prodotti in una grande varietà di tipologie tra le quali abbiamo bevuto:

Burgberg Riesling Grosses Gewächs 2018

L’associazione VDP (Verband Deutscher Prädikats und Qualitätsweinguter), fondata nel 1910, rappresenta l’elite della produzione tedesca e rappresenta circa il 3% della produzione vinicola della Germania. Vi si possono produrre vini nelle tipologie di Pradikät: Kabinett, Spätlese, Auslese, Beerenauslese, Trockenbeerenauslese e Eiswein. A partire dal 2012 i vini vengono classificati su quattro livelli qualitativi al vertice dei quali troviamo i Grosse Lage.
I Grosses Gewächs corrispondono più o meno a quelli che in Francia vengono definiti Grands Crus e rappresentano il vertice della piramide qualitativa tedesca.
Le vigne sono poste su suoli composti da quarzite e ricchi di ferro, il vino fermenta e s’affina per un anno in botti prodotte con querce locali, viene quindi posto in vasche d’acciaio dove sosta sui lieviti per un altro anno prima d’essere imbottigliato.


Color giallo paglierino di buona intensità tendente al dorato. Buona la sua intensità olfattiva, sentori idrocarburici, note minerali. Verticale, con vena acida pronunciata, sapido, agrume un poco acerbo, pompelmo, note d’idrocarburi.

Pittermänncher Riesling Kabinett Grosse Lage 2018

La tipologia Kabinett comprende i vini meno dolci e prevede un contenuto zuccherino del mosto non inferiore a 70° Oechsle. Nel caso del vino in assaggio il contenuto zuccherino è di circa 54 gr/litro. Le uve provengono dall’omonimo vigneto che, con la sua estensione di poco superiore all’ettaro è il più piccolo dell’azienda, il suolo è composta da ardesia sopra uno strato roccioso.


Color giallo paglierino luminoso. Buona l’intensità olfattiva come pure la verticalità, fresco, sentori d’agrumi e di mela, leggeri accenni idrocarburici. Fresco, verticale, con spiccata vena acida, agrumi (arancio)note piccanti di zenzero, accenni d’idrocarburi, residuo zuccherino, lunghissima la persistenza. Notevole.