InvecchiatIGP: Marchesi di Barolo - Barolo "Vinclap" 1943


di Stefano Tesi

Guai a parlar male delle vecchie zie. Anche di quelle che quando andavi a trovarle ti inchiodavano col rosolio e i racconti della Belle Epoque, se poi tra tante cianfrusaglie ti lasciavano bottiglie d’epoca di cui ignoravano il valore e che quindi avevano conservato per un’esistenza intera – e bene o purtroppo anche no, sempre involontariamente si capisce – nella fresca penombra di un’odorosa cantina. Se poi le bottiglie in questione oggi si rivelano d’epoca davvero, diciamo con più di mezzo secolo di vita, l’affare si può ingrossare. Al netto dei fatali rischi naturali dettati dall’età, si capisce.


È lo strano caso di questo Barolo Vinclap del 1943, ritrovato in garage tra decine di altre bottiglie di cui spero di poter presto riferire, con l’etichetta distaccatasi dal vetro e rimasta lì integra, appoggiata allo scaffale, come una foglia d’autunno.
Così l’ha prelevata, tra i lasciti, un mio caro amico, nipote di cotante zie.

E ha deciso di testarlo con e la sua famiglia.

Dopo breve ricerca , del vino ho scoperto esistere due versioni, una intestata agli “Antichi poderi dei Marchesi di Barolo” e un’altra, quella de quo, intestata alla Vinclap (acronimo di Vini Classici del Piemonte) con riportato in etichetta “Antichi poderi dei Marchesi di Barolo”. Non ho avuto modo né tempo di indagare più a fondo e di capire le differenze tra le due varianti, né sulla pur intrigante questione della quotazione (in rete si va dai 150 ai 300 euro) delle bottiglie, perché mi pareva inutile e perfino irrispettoso verso un vino di quasi ottant’anni, sopravvissuto a una guerra e che, lo sottolineo o anzi di più, si è rivelato alla fine non solo bevibile, ma perfino godibile. Il che, per tante comprensibili ragioni non era affatto scontato.

Il livello del liquido pareva accettabile e ciò era incoraggiante.
La stappatura, eseguita con mille cautele, è stata più semplice del previsto. Il tappo, per quanto assai corto rispetto agli standard odierni, si è rivelato sostanzialmente integro.


Io e il mio amico abbiamo officiato alla cerimonia sospesi tra l’emozione, la curiosità e i timori. Sulle prime, portato al naso il vino pareva andato, nonostante il colore ancora relativamente pieno e vivo.

Mai, però, dare per morti i grandi vecchi.

Si decide così di concedergli fiato per un’oretta. Diciamo una rianimazione.
E lui risorge. Quasi resuscita, direi.

Lo fa ovviamente come fanno certi anziani parecchio anziani, alternando momenti di lucidità ad altri di appannamento, in una cangianza rutilante che però ha riempito di rabbocchi sorpresi i nostri bicchieri durante il pranzo.



Non ho voglia di addentrarmi nel dettaglio, anche perché le mutazioni, a tratti radicali, si sono susseguite davvero ogni dieci minuti e sono state tante. Ognuna a suo modo piena di pneus, il soffio vitale. Per un paio d’ore nei calici si è avvertito, col disincanto anche dissacrante della circostanza, “di tutto”, come in un bel volo a planare (cit.) sovrastato dal compiacimento e dall’emozione dell’imprevisto successo. Naso e palato hanno potuto esercitarsi, scandagliare.
È stata un’esperienza altamente formativa sul Barolo, sul Nebbiolo e soprattutto sulla libertà mentale che ti aiuta quando avvicini i sensi a qualcosa da cui ti aspetti di tutto e niente.

C’è chi li chiama miracoli enologici, chi magia del vino.

In ogni caso, grazie zia!

La Combàrbia - Vino Nobile di Montepulciano DOCG 2018


di Stefano Tesi

Il Nobile di Montepulciano è un’amante che ora ti esalta e ti gratifica, ora ti tradisce e ti delude. In ciò sta il brivido. 


Qui siamo nella prima categoria: tipico fin dal colore, profumi giusti e ricchi, bocca lunga e composta, profonda ma viva. Bella bevuta e bravi l’enologo Giuseppe Gorelli e il produttore Gabriele Florio. 

Monte Oliveto e i suoi vini di Abbazia


di Stefano Tesi

La settimana scorsa, su questa rubrica, l’ottimo Luciano Pignataro si interrogava sul significato da dare all’espressione “vino elegante”. 

Per parte mia voglio rilanciare e chiedere: che vuol dire, invece, “vino territoriale”?  

In teoria è facile rispondere: dicesi territoriale il vino che rispecchia il territorio in cui nasce e viceversa. 

Ma in pratica? 

In pratica credo sia difficilissimo: per farlo con serietà di argomenti è necessario possedere una conoscenza così specifica e particolare di suoli, luoghi, climi, odori, essenze, usi, tecniche e così via possibile solo a chi )o quasi) nelle zone interessate ci vive ed è perciò capace di cogliere sfumature e sentori “ambientali” altrimenti non individuabili. 

Ebbene, di recente ho avuto l’opportunità di assaggiare dei vini che ho davvero trovato territoriali. E lo dico a ragion veduta, in quanto prodotti più o meno a casa mia, nelle Crete Senesi. 

Abbazia di Monte Oliveto

Si tratta di quelli dell’Abbazia di Monte Oliveto, il grandioso complesso monastico fondata nel 1317 dal beato Bernardo Tolomei e casa madre degli Olivetani, congregazione obbediente alla regola di San Benedetto: “Ora, labora et lege”. Regola che i monaci osservano alla lettera. Sono infatti monaci-agricoltori e pertanto, da sempre, anche vignaioli. 

Perdersi qui e ora nell’inesauribile aneddotica su questo luogo straordinario, dall’atmosfera profondamente mistica, rischierebbe però di distogliere l’attenzione dal vino in sè. Anche se per comprenderlo a fondo occorre anche sapere che, come forse da nessun’altra parte, nella grande fattoria olivetana la compenetrazione tra agricoltura, missione, tradizione, stile di vita è assoluta. E in nessun caso se ne potrebbe prescinderne. “Il rapporto lavoro-liturgia è per noi vitale”, spiegano l’economo generale don Antonio e in responsabile della produzione vinicola don Andrea. “Per restare al comparto vitivinicolo, basti dire che ogni operazione in vigna e in cantina, dall’inizio della vendemmia all’imbottigliamento, fa sempre riferimento a precise ricorrenze liturgiche”. 

Molto più recente, circa vent’anni fa, è invece la messa a dimora del vigneto specializzato per la produzione di vino destinato al mercato: cinque ettari e mezzo in un unico corpo, su un suolo in prevalenza argilloso esposto ad est, sul versante della collina che guarda verso Chiusure e San Giovanni d’Asso, nel cuore della grande tenuta facente capo all’Abbazia, come racconta l’enologo Gianni Terzuoli (uno che, tanto per rendere l’idea del senso della continuità insita nel modello olivetano, proviene da una famiglia a servizio dell’Abbazia da sette generazioni). Varietà coltivate: Vermentino, Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon. 

Ancora più recente la svolta qualitativa, con l’abbandono della cantina storica nelle viscere del monastero (ora trasformata in affascinante luogo di vendita diretta e di degustazione, nonché tappa obbligata della visita al grande complesso), la realizzazione della nuova, il passaggio al biologico (“il biodinamico non è invece di nostro interesse”, specificano i monaci), e un restyling enologico generale i cui frutti si sentono, eccome, nel bicchiere. 


La prima di queste evidenze è la coerenza stilistica tra i vari vini. Il che non guasta, vista anche la vastità della produzione: ben otto etichette, cui si aggiungono liquori, distillati e amari, tra i quali la tradizionale Flora a base di erbe. 

La seconda evidenza è appunto la territorialità. Ho trovato corrispondenza tra le caratteristiche intrinseche dei vini e le aspettative dettate dalla conoscenza dei luoghi di produzione: la sensazione di calore e di compattezza, la mancanza di fronzoli e di concessioni alle mode commerciali, insomma una personalità marcata ma non per questo ostica, o tecnicamente inadeguata, o compiaente. Schiettezza è forse l’espressione più giusta. 

Ecco una carrellata degli assaggi che più ci hanno convinto: 

- In Albis 2021 Toscana Igt, un Vermentino al 100% decisamente fuori dal comune, oro pieno all’occhio, naso screziato con note quasi mature e accenni di ginestra e fiori di campo, bocca sapida e consistente, appena amarognola: un vino godibile e terragno, anzi “territoriale”; 

- Sancte Benedicte 2021 Toscana Igt, Sangiovese 100% fatto solo in acciaio: è il rosso “d’ingresso” della gamma ma spicca per ricchezza olfattiva e pulizia, molto diretto e verace, gratificante nonostante la gradazione importante (14°); 


- “1319” 2018 Toscana Igt, fatto col 60% di Sangiovese, il 30% di Cabernet sauvignon e il 10% di Merlot, è il vino creato per il 700° della fondazione dell’Abbazia: selezione delle uve in vigna, poi vinificate separatamente e messe per un anno in botte da 27 hl (95%) e tonneaux (5%). Rosso ovviamente importante, dal colore rubino intenso e caldo e dal naso solenne, quasi austero, equilibrato ma ricco di sfumature che si ritrovano al palato in una rotondità niente affatto stucchevole (ci sono però cambi in vista: dalla vendemia 2021 viene prodotto in un tino-botte, spiega Terzuol)i; 

- Passito del Priore 2021, Toscana Igt da uve Vermentino 100% lasciate appassire per due mesi sui graticci, poi torchiate e fatte fermentare in acciaio per 45 giorni con un po’ di bucce, il tutto viene messo in barrique per cinque mesi: ne risulta un vino di colore paglierino dai riflessi verdognoli, molto fruttato e suadente al naso, che in bocca si mantiene agile ma dura a lungo, rivelandosi particolarmente gradevole e versatile. 


Facendo la somma delle produzioni dei vini descritti sopra e di quelli di cui parleremo una prossima volta (il vivace Rosatum di Sangiovese vinificato in bianco, il Coenobium Grance Senesi doc a taglio bordolese, il cangiante Monaco Rosso e il singolare Vinsanto), si arriva a circa 50mila bottiglie prodotte. Ora, se dicessimo che i vini di Monte Oliveto valgono da soli la visita faremmo un grave torto tanto all’abbacinante bellezza artistica, architettonica e paesaggistica del luogo, quanto al messaggio più ampiamente culturale e spirituale di cui esso è portatore. 

Ma faremmo anche un torto ai vini dicendo che essi rappresentano solo un quid pluris della visita, nemmeno fossero una sorta di souvenir. Non a caso, su prenotazione, si possono fare anche degustazioni guidate. 


Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Ed è pure la meno prevedibile: tranne qualche rara eccezione nei ristoranti in zona, infatti, attualmente l’unico modo per procurarsi i vini dell’Abbazia è andarci di persona (cosa di cui, come detto, vale assai la pena). Oppure comprarli sull’e-commerce della congregazione. 

Più territoriali di così… 

Amen!

Assovini Sicilia lancia l'allarme:"Il caro energia mette in discussione la vita di tante aziende vitivinicole!"


L’aumento dei costi di energia, del vetro e del packaging, così come i problemi di reperibilità di molti accessori mettono a rischio la produttività delle aziende vitivinicole siciliane. Assovini Sicilia si fa portavoce delle difficoltà delle aziende associate che riscontrano un aumento dei costi dei beni e dei materiali di consumo come tappi di sughero, cartoni di imballaggio, gabbiette per i tappi degli spumanti, etichette, macchinari, costi di trasporto e logistica.

Laurent Bernard de la Gatinais, presidente di Assovini Sicilia, fa il punto della situazione: “Si prospettano tempi difficili per le nostre aziende a causa del caro bollette che rischia di vanificare non solo il recupero post Covid che ha ravvivato i primi mesi dell’anno, ma anche di mettere in discussione la stessa continuità di molte aziende. Il risparmio energetico e i tagli ai consumi elettrici possono rappresentare una risposta non sempre praticabile a livello aziendale. Quello che conta è trovare soluzioni tampone per il breve periodo e percorrere con la massima determinazione la strada della transizione ecologica per il medio-lungo termine”.


“I rincari delle bollette del gas e dell’energia elettrica, anche di cinque volte rispetto alla situazione pre-crisi, sono ingiustificati e generati, molto probabilmente, dalla forte speculazione di molte aziende energetiche, che acquistano, distribuiscono e vendono il gas in Italia” – continua il presidente di Assovini Sicilia.

“Forse la tassazione sugli extra profitti delle compagnie attive in tale comparto potrebbe essere una soluzione immediata per trovare coperture finanziarie alle manovre di sostegno alle imprese. Se oggi ci fosse una azienda statale di produzione di energia, un intervento dello Stato nel calmierare i prezzi di vendita dell’energia ci sarebbero soluzioni più incisive. Dovremmo riflettere sull’eccessiva liberalizzazione del mercato energetico e dei meccanismi di formazioni dei prezzi dell’energia – vedi il sistema dei prezzi agganciato alle quotazioni della borsa di Amsterdam. 
Spero che l’Unione europea riesca ad influenzare il mercato di contrattazione e di acquisto del gas e i prezzi di vendita dell’energia elettrica. Bisogna che la politica – in particolare quelle italiana ed europea – si occupi di attuare un piano energetico efficace ed efficiente e una produzione energetica nazionale sostenibile. 

Laurent Bernard de la Gatinais - Foto: vinup

Mi sembrano molto poco “green” le soluzioni che puntano a riaprire le centrali a carbone e l’utilizzo di gas liquefatto proveniente dagli USA, estratto con metodi devastanti per l’ambiente e dai costi improponibili, rigassificatori compresi. 
Se da un lato, gli aumenti dei costi di produzione delle nostre aziende rischiano di portare ad incrementi di listino in un periodo di incertezza dei consumi, dall’altro, la qualità della vendemmia 2022 si presenta ottima e questo ci fa ben sperare sul posizionamento dei nostri vini sul mercato”conclude de la Gatinais.

InvecchiatIGP: Guido Marsella - Fiano di Avellino 2006


di Luciano Pignataro

L’ultima volta che abbiamo provato il 2006 è stato appunto tre anni fa, prima dell’inizio del Covid e della fine della favola del neoliberismo che tutto aggiusta e tutto fa progredire, il tapis roulant economico della globalizzazione.
Sempre straordinari questi Fiano perché, tanti per cominciare, ormai li apro con la stessa sicurezza con cui potrei aprire un Aglianico: non c’è più dubbio sulla tenuta del vino nel tempo. Di più: non c’è alcun dubbio sulla crescita olfattiva e gustativa. Se abbiamo potuto godere di vini anni ’80 di Mastroberardino vent’anni dopo, tanto più il problema non si pone adesso che molti hanno iniziato a ragionare sui tempi lunghi. Guido Marsella per primo, un anno dopo la vendemmia 1997, ossia nel 1998, e poi due anni a partire dalle 2013.


La 2006 di presentava all’inizio come una annata più diluita, mezzo grado dichiarato in meno rispetto a quella precedente. Beh, nel corso del cammino di questo vino non abbiamo potuto far altro che godere della sua tenuta e della sua inarrestabile crescita fino ad una strepitosa magnum stappata, appunto, nel settembre 2019.


Questa bottiglia esce invece dal cappello a cilindro di Nando Salemme, grandissima cantina nella sua osteria Abraxas a Pozzuoli, ove si beve e si gode sempre buon prezzo. Il Fiano di Avellino di Marsella non teme di arrivare dopo uno Champagne, o un rosso. Tanta è la sua struttura, anche in una stagione più debole come questa, da appagare le sensazioni tattili del palato a tutti i livelli. Al naso prende corpo l’idrocarburo che in ogni degustazione fa pronunciar la parola Riesling ma che a me riporta in mente i bagni nel porto che facevo da bimbo.
Immutata la freschezza che trascina il vino velocemente, immersa nelle buone sensazioni di mela matura, un po’ di miele millefiori, zafferano, sino alla chiusura piacevolmente amara. Un grande vino, un bianco chiamato a fare la storia enologica in un settore che ha in Italia ancora troppi bevitori distratti dalla Borgogna.

Tasca D'Almerita - Sicilia Chardonnay DOC "Vigna San Francesco" 2017


di Luciano Pignataro

Un grande classico pensato oltre 40 anni fa in Sicilia, ricco di fruttae di sentori speziati, cremoso, complesso al palato, pulito e lungo nel finale. 


Perfetta fusione tra frutto e legno. Una delle più belle espressioni di Chardonnay che con gli anni migliora senza sosta.

Proprietà Sperino - Lessona DOC 2016


di Luciano Pignataro

Non sono un grande esperto di alto Piemonte, ma voglio approfittare del turno di Garantito IGP per urlare il mio assoluto godimento dopo aver provato questo rosso di assoluta eleganza.


Già, ma quando possiamo definire tale un vino? Cosa significhiamo con questo termine sempre più di moda e che ha sostituito potenza? Diciamo che l’eleganza è equilibrio, nelle persone come nei vini, quando tutti gli elementi si compensano a vicenda senza che un, un particolare, sovrasti sull’altro al punto da distrarre l’attenzione dal resto. L’eleganza si può avere anche con la potenza, chi non ricorda Cassius Clay, ma in questi ultimi tempi si associa sempre più alla finezza: dei profumi, dei tannini, della beva al palato, nella chiusura.
Il Nebbiolo ha questa vocazione anche se negli anni ’90 molti hanno pensato all’Amarone o al Primitivo mentre lo lavoravano e la finezza, il riserbo di questo vitigno lo si trovava spesso altrove, nel. Barbaresco tanto per cominciare, ma soprattutto in Valtellina e poi, sempre più chiaramente, in Alto Pimonte. Ed è qui che è nata la fortuna di tante denominazioni ritenute minori ma che hanno conquistato la simpatia degli appassionati, anche perché sicuramente più accessibili per i prezzi. Il Lessona, siamo in provincia di Biella, suolo sabbio sotto le Alpi, è uno di questi e Proprietà Sperino, ripreso dalla famiglia De Marco lo ha rilanciato alla grande interpretando alla perfezione il ruolo a cui aspira questo vitigno. Dodici ettari di vigneto, poco più di 50mila bottiglie l’anno.


Il gioco è tutto nell’uso del legno, che dipende a sua volta dalla esperienza maturata anno dopo anno, a seconda dell’andamento vendemmiale.. In questo caso la stagione è apparsa regolare, Primavera giustamente piovosa ed estate non troppo calda. Un settembre che ha permesso la assoluta maturazione del Nebbiolo, vendemmia fra il 15 e il 19 ottobre. Fermentazione spontanea su tini aperti. Il vino passa poi in maturazione nei tonneaux e botti da 15 ettolitri per altri tre anni. Ancora un anno di bottiglia e ci siamo.


Il risultato lo abbiamo visto su un piato di polipetti alla luciana, con il rosso che ci ha deliziato non solo per l’abbinamento, ma anche quando poi ci siamo goduti l’ultimo bicchiere in assoluto. Giusto tono di freschezza, beva immediata, facile ma non banale, bella complessità olfattiva. Finale lungo, lunghissimo.
Un grande rosso piemontese. Un grande rosso italiano.