InvecchiatIGP: Perillo - Taurasi DOCG 2004


di Luciano Pignataro

Perillo mi dà la possibilità di definire bene, secondo la mia opinione ovviamente, il produttore artigiano. In realtà, al di là dei protocolli, dell’uso o meno di lieviti indigeni o selezionati, di barrique o botti grandi, di trattamenti con fitofarmaci o lotta integrata, secondo me quello che distingue davvero l’artigiano è il rapporto con il tempo. Ossia la decisione di mettere il vino in vendita non quando lo richiede il mercato ma quando è effettivamente pronto. Tutto il vino, non una linea solamente.
Michele Perillo, che ha iniziato a vinificare sulle silenti colline di Castelfranci, ossia nella parte più alta dell’areale compreso dalla DOCG, corrisponde esattamente a questa definizione che alla fine è l’unico discrimine vero, fino al paradosso, magari, di fare uscire una annata più vecchia prima dell’ultima s ne ha le caratteristiche.


Un altro elemento che distingue questa piccola azienda, che produce meno di 20mila bottiglie da nove ettari di proprietà curati personalmente, è il fatto che affianca solo la Coda di Volpe all’Aglianico, secondo quelle che sono le vere tradizioni dell’areale taurasino che non conosceva Fiano e Greco. E tanto meno la Falanghina, il trittico bianco che quasi tutte le cantine irpine presentano a prescindere.


La capacità di distinguersi è sempre il nocciolo del problema che appare difficile da comprendere a chi lavora in questo settore. Michele Perillo, oggi affiancato dal figlio Daniele, fresco di studi di Enologia, conosce nel dettaglio i terreni argillosi, calcarei e tufacei sparsi fra Montemarano e Castelfranci e le loro esposizioni realizzando una lunghissima vendemmia a seconda delle maturazioni raggiunte dall’uva. Giusto per dare una idea dei tempi di uscita, le ultime annate in commercio sono la Coda di Volpe 2019, il Taurasi 2011 e il Taurasi riserva 2010.


Capirete bene, allora, che stappare una 2004 non ha quasi nulla di straordinario in questo caso. Lo facciamo come deve essere bevuto il vino, in una allegra e spensierata giornata di agosto fra numerosi amici accorsi in cantina per sfidare il caldo. Tra pasta al forno, salumi, mozzarella, capretto e pollo ruspante, pizze rustiche e pasta con i ceci, una dopo l’altra le bottiglie vengono sacrificate all’altare della gioia collettiva.


La 2004 fu una annata di riprese dopo la difficile 2003, la prima vera annata caldissima che prese di sorpresa un po’ tutti. Anche in Irpinia si registrò un considerevole aumento della produzione e un ritardo rispetto alla vendemmia precedente dovuto ad un andamento climatico decisamente più fresco che ha regalato vini più snelli ed eleganti. Il 2004 di Perillo si presenta bene all’appuntamento con lo stappo dopo quasi vent’anni, o profumi di frutta sono concentrati, cotognata, carruba, inseriti in un contesto di accenni balsamici e spezie, sul finale una piacevole nota fumè. Al palato l’acidità risulta bilanciata, frutto e legno sono perfettamente integrati sial gusto che all0olfatto, il finale lungo, sapido, i tannini levigati dal tempo ma ficcanti.


Un bel bicchiere che ha chiuso il nostro convivio agostano, purtroppo ormai lontano ricordo dopo il rientro nel logorio della vita moderna (cit. Calindri).

Miani - Chardonnay 2017


di Luciano Pignataro

Il sommelier è appassionato, tutto può succedere. Come riuscire a trovare questa bottiglia di Miani assolutamente straordinaria ovviamente fuori carta. Una interpretazione austera dello Chardonnay, che in questa fase privilegia frutta e freschezza per chiudere pulita. 


Precisa. Promessa di eterna e gaia giovinezza.

Arianna Occhipinti e il suo Frappato 2020


di Luciano Pignataro

Era l’ormai lontano 2011, annata calda, caldissima, dal Ferragosto in poi come la 2003 quando visitai Arianna Occhipinti: era proprio all’inizio di quello che poi sarebbe stato un travolgente successo. Si dice spesso che per diventare famosi bisogna saper comunicare e in ogni caso smanettare alla grande con i social. Ma questa affermazione è vera solo a metà, perché se dietro non c’è sostanza il successo dura il tempo di un battito d’ali di una farfalla.
Arianna, al contrario, nel corso degli anni è diventata una vera e propri star, un riferimento non solo per l’Italia ma anche negli Stati Uniti dove non è facile affermarsi. E la sostanza è che ho visto una ragazza nel 2011 immersa nella sua vigna, con le mani piene di lavoro manuale, che ci racconto dello zio Giusto, ci fece fare il giro dei terreni e poi bere i suoi vini nel suo salotto: una visita talmente improvvisata che andai con Leo Ciomei che è vigorosamente astemio.
Compresi subito che mi trovavo a qualcosa di nuovo, era ormai il nuovo millennio che si affermava sui blog e sui forum del Gambero. Se negli anni ’90 i personaggi erano creati dalla guida Slow-Gambero Rosso, la musica era ormai cambiata. Era anche l’epoca in cui la cavalcata trionfale del mondo dl vino aveva conosciuto prima la crisi dell’attacco alle Twin Tower, poi quella successiva, forse più pesante dal punto di vista commerciale, del crollo finanziario del 2008-2009.


Arianna capì subito l’importanza di un racconto diverso, forse meno edulcorato, del lavoro nella terra, ma soprattutto colse l’importanza di due fenomeni nascenti: la narrazione autoprodotta e non figlia dell’ipse dixit e la sensibilità verso l’ambiente come bene comune e premessa della salute del consumatore.
Inutile adesso stare a discutere nel merito di questi due temi, fatto sta che Arianna è riuscita a comunicare direttamente alla sua generazione che in quel momento si affacciava al racconto del vino in modo semplice e colloquiale, senza filtri di addetti stampa e comunicatori specializzati, per la verità molto pochi in un paese come l’Italia. E ha trasmesso questi valori come interprete autentica della sua Sicilia, liberandosi dall’assedio della guerra dei prezzi al ribasso tipica proprio della zona di Vittoria e di Avola costruendo vini semplice ma complessi, facili da leggere ma lunghi da raccontare.


Come questo Frappato. Lo beviamo, assetati, una domenica di questo agosto quando il sole declina dietro l’orizzonte del mare di Paestum: abbiamo bisogno di rilassaci, di godere questo piatto di totani al sugo e ci lanciamo sul rosso senza esitazioni perché ne conosciamo le caratteristiche: tannini presenti ma setosi e non invasivi, un bel frutto e soprattutto. Tanta, tanta acidità, freschezza, la chiusura amara e precisa che rimanda subito al secondo sorso. Nasce da uve in collina, quasi trecento metri, la fermentazione parte con lieviti non selezionati, la macerazione lunga e l’affinamento in botti grandi di rovere di Slavonia lo fanno crescere fondendo il frutto con sentori di legna che ci suggeriscono il tostato non omologante e tranquillizzanti note balsamiche.


La bottiglia finisce, impossibile bere un vino senza pensare al produttore quando lo hai conosciuto, perché la bottiglia è un rimando continuo a ciò che ho visto e sentito. Poi, prima di scrivere, leggo nelle note aziendali: “È il vino che più mi somiglia, coraggioso, originale e ribelle. Ma non solo. Ha origini contadine, per questo ama le sue radici e il passato che si porta dentro; ma, nello stesso tempo, è capace di lottare per migliorarsi. Conosce la raffinatezza senza dimenticare mai se stesso”. Tutto vero.

InvecchiatIGP: Tiefenbrunner - Alto Adige Müller Thurgau DOC "Feldmarschall Von Fenner" 2012


di Carlo Macchi

Il Feldmarschall ha una storia particolare che va raccontata: la vigna si trova a più di 1000 metri e il primo impianto venne fatto nel 1972 dal padre di Christof Tiefenbrunner. Il primo imbottigliamento è stato nel 1974. Stiamo quindi parlando di un’idea di vino che allora, vista l’altezza del vigneto non era rivoluzionaria, era vicino alla follia.


Christof Tiefenbrunner

Follia che oramai è divenuta solida realtà e che mi ha spinto a passare una mattinata molto educativa con Christof Tiefenbrunner, dove non solo ho potuto godere di questo 2012 (e del 2015 e del 2020 e di altri vini che meriterebbero ognuno un articolo) ma ho imparato molte altre cose che voglio condividere con voi 
Oramai anche i sassi conoscono la mia strampalata (o forse no…chissà) idea che i produttori (quelli che il vino lo fanno davvero) assomigliano ai loro vini e viceversa: nell’eleganza e la compostezza di Christof ritrovo tanti caratteri dei suoi vini, dove non si privilegia certo la potenza ma l’equilibrio e finezza. Nelle sue parole misurate e ben scelte, trovo la precisione enologica di ogni suo vino. Nella conoscenza e competenza estrema e nella passione che riesce benissimo a mascherare ritrovo l’anima profondi di tanti suoi vini, “perfetti ma con anima”.

Christof Tiefenbrunner

Da interista molte volte nella vita mi è risuonata in testa una frase di Mourinho che, quando ci portò in cima al mondo, disse “A certi livelli la differenza la fanno i particolari.” Mi è tornata in mente anche da Tiefenbrunner quando abbiamo parlato di solforosa e Christof mi ha spiegato le prove che stanno facendo in cantina, diminuendo la solforosa e controllando il successivo invecchiamento dei vini. Le varie prove partono da 40 mg/l di libera fino a 30 mg/l e le parole di Christof sono state molto chiare. “I vini con meno solforosa libera (ferma restando la bontà di tutti i passaggi enologici precedenti, n.d.r.), diciamo quelli attorno a 32-33 mg/l non solo sono risultati più aperti subito ma maturano e invecchiano in maniera diversa, sicuramente migliore.” Quindi diminuire la solforosa non serve solo come gesto salutistico ma risulta anche un vantaggio per un buon vino.


Sugli zuccheri residui il discorso è stato altrettanto importante e chiaro. Molto spesso si sente dire da un produttore che il suo vino avrà “2/3 grammi di zucchero residuo”, che in qualche caso è un modo per dire che è praticamente secco. Da Tiefenbrunner dire “2 o 3 grammi” è quasi una bestemmia perché, anche a quei livelli di zucchero (che possono essere definiti come vini che non hanno zuccheri residui) il decimo di grammo in più o in meno cambia la struttura del vino, rendendolo più o meno aperto, profondo, equilibrato, elegante. Quindi quando d’ora in poi sentirò un produttore che spara grammi di zucchero come noccioline saprò (e saprete) che non ha un reale controllo sui suoi vini e sulla sua cantina o che semplicemente reputa, sbagliando, che sotto certi livelli non sia importante avere un quadro chiaro.

Il vino

Torniamo alla storia del Feldmarschall e del vitigno da cui nasce: nell’inverno 1980/1981 il gelo fece seccare tutte le viti e quindi si riparti quasi da zero. Nel 1987 il vigneto venne ampliato ma non fu l’ultima volta, tanto che oramai la vigna è stata praticamente rifatta tre 3 volte e le ultime parcelle hanno un impianto a 0.60x0,80, con una media di produzione di 300/350 grammi a pianta.
Da un po’ di tempo avevo un dubbio latente sul Feldmarschall, perché negli ultimi anni era diventato più chiuso, meno aromatico e seduttivo al naso, meno rispondente ai canoni e ai caratteriali del vitigno.


Non per niente questo 2012, assaggiato alla sua uscita circa 10 anni fa non mi aveva fatto impazzire ma adesso mi ha lasciato a bocca aperta: idrocarburo netto accanto a note di pesca e albicocca mature, poi miele. Bocca sapida e austera, ma nello stesso tempo rotonda e di infinita lunghezza. Alla base di questo bellissimo sorso ci sta l’acidità, non per niente siamo attorno a 7 g/l. Inoltre questo 2012 ha una piccola parte di uva botritizzata che porta a sensazioni particolari. Questo vino esce da canoni di semplicità e freschezza che ha il vitigno in Alto Adige e in Trentino per ricercare una complessità futura che si basa su concentrazione ma anche acidità molto alta. Per far quadrare tutto questo bendiddio ci vuole tempo e infatti oggi il vino entra in commercio a quasi a tre anni dalla vendemmia.


Insomma, alla fine dell’assaggio ho capito che il Feldmarschall non è un Müller Thurgau, è il Feldmarschall, un vino unico da un vigneto unico.

Roberto Cipresso - Chalone Pinot Noir 2021


di Carlo Macchi

L’ AVA Chalone si trova nelle contee di Monterey e San Benito, in California. Roberto Cipresso, enologo “onnivoro” di zone e di novità, raccoglie il pinot nero a altezze elevate e crea un vino che ha le stimmate aromatiche del Pinot Nero e la delicatezza del vitigno. 


Prezzo elevato ma semel in anno…

Alla scoperta del Gavi di Roberto Mazzarello


di Carlo Macchi

Bosio è il comune più a sud del territorio del Gavi, probabilmente quello con le vigne più alte e sicuramente con la maggiore concentrazione di boschi, che accompagnano la denominazione fino al confine con la Liguria. Anche qui i terreni sono bianchi, molto calcarei e il cortese nasce con quella sana verticalità che il cambio climatico sta, da qualche anno, attenuando.

Roberto Mazzarello

Ma non nei 10 ettari di vigne di Roberto Mazzarello, una delle ultime etichette nate nella denominazione. Roberto ha vigneti anche a Parodi Ligure ma quelli a cui è più legato sono in località Le Zucche a Bosio, vicino alla sua piccola cantina minimalista, dove troviamo solo semplici vasche termocondizionate in acciaio e una linea d’imbottigliamento degna di una cantina che può produrre 50/60000 bottiglie e non 7000.


Ho parlato di cantina e quindi vi do subito un consiglio: se volete fargli visita telefonategli (le mail non fanno per lui) e fatevi venire a prendere a Bosio, altrimenti non lo troverete mai! Infatti La prima cosa che ho detto a Roberto è di mettere almeno 4/5 cartelli che indichino la strada per arrivare in azienda. Ma Roberto è così: pensa a fare il vino, non a venderlo. La seconda cosa che gli ho detto è che nelle sue vigne non si vedeva neanche una foglia colpita da peronospora, che quest’anno ha falcidiato mezza Italia. Lui ha sorriso compiaciuto e ho capito di essere di fronte ad una persona che ama lavorare bene, costi quel che costi in termini di tempo e di impegno. Non si tratta tanto di passione quanto di voglia di capire e di fare bene le cose.


La stragrande maggioranza di quello che produce nei suoi 10 ettari lo vende sfuso ad altre cantine, ma dal 2020 ha deciso di mettersi in gioco in prima persona e così ecco nascere le sue due etichette, il Gavi DOCG e la selezione Gavi DOCG Vigna Le Zucche.


Li assaggiai la prima volta un anno fa e mi colpirono sia per freschezza che per nerbo e dinamicità, ma soprattutto per essere dei vini antichi, cioè dei Gavi austeri e senza fronzoli, come nascevano 20-25 anni fa, quando la fama e la nomea del Gavi doveva ancora rinascere dalla crisi dei primi anni ‘90. Vini che vedono solo acciaio, con profumi floreali e note minerali, che al palato mettono l’acidità ben in mostra ma affiancata da un corpo di livello.


Non vi dico il prezzo a cui vende i vini perché gli ho consigliato di aumentarlo, ma in azienda siamo molto al di sotto dei 10 euro.

Fateci un salto!

InvecchiatIGP: Corino - Barolo Vigna Giachini 1995


di Roberto Giuliani

Qualche decennio fa il mondo del Barolo era spaccato in due, da una parte la corrente modernista dei Barolo Boys (e di altri che li hanno poi seguiti), dall’altra la resistenza dei tradizionalisti. Due visioni che allora non sembravano avere alcuno spiraglio d’incontro. E anche dal punto di vista della critica enologica i giudizi erano del tutto eterogenei. Da una parte chi apprezzava le estreme concentrazioni, i colori impenetrabili, la potenza (che erano tutte novità per quei vini a base nebbiolo), dall’altra chi preferiva ritrovare certe espressioni più affini all’immagine di sé che il Barolo aveva tramandato sin dalla sua nascita.


Si dice che la verità sia nel mezzo, ma in questo caso nel mezzo non ci stava quasi nessuno, o eri pro barrique, rotomaceratori, fittezza d’impianto, rese bassissime, macerazioni brevi, o eri pro botti grandi di rovere di Slavonia, macerazioni medio-lunghe, colori scarichi da nebbiolo ecc.
C’è da dire però che almeno fino agli anni ’80 si produceva molta più uva, si concimava anche troppo, le maturazioni erano tardive e le gradazioni piuttosto basse, tant’è che non era rara la pratica dell’arricchimento. La scelta innovativa, quindi, aveva anche le sue ragioni in un contesto con quelle caratteristiche. I cambiamenti climatici, le cui prime avvisaglie potrebbero risalire al 1997, hanno fatto sì che oggi le rese basse e le concentrazioni di sostanze in vigna come in cantina, stiano diventando un serio problema per i vini, le cui gradazioni sono sempre più elevate, le maturità di frutto eccessive e l’acidità più bassa (nei bianchi poi i profumi primari sono sempre più difficili da mantenere).


La lezione, come sempre, arriva dalla natura, non esiste una formula standardizzabile e perenne, bisogna imparare a seguire i ritmi che la natura stessa suggerisce, senza prendere scorciatoie, senza fare improvvisi stravolgimenti in vigna e in cantina, perché i processi devono essere sempre progressivi e misurati, altrimenti si rincorre sempre, con esiti spesso deludenti.


Il
Vigna Giachini 1995 (oggi solo Giachini in etichetta), che fu messo in commercio nel 2000, è figlio di un’annata non facilissima, soprattutto perché il 3 e 4 agosto una maledetta grandinata fece non pochi danni nei vigneti. C’è da dire però che le vigne di Giuliano Corino guardano tutte all’Annunziata e, almeno allora, c’era una buona ventilazione e freschezza. 
Sono passati, dunque, 28 anni dalla vendemmia, un ottimo modo per testare la tenuta di questo vino e dello stile con cui è stato concepito. Va detto che quando uscì, mise in mostra una condizione difficile, tannini tosti e una trama ancora squilibrata, prevederne gli sviluppi futuri non era certo semplice. Con enorme gioia, e un certo stupore, ho davanti un vino di un’integrità impressionante, fra l’altro il tappo ha tenuto perfettamente e non ci sono odori né di muffe né di deterioramento del vino.


Il colore è un impressionante granato vivo e compatto, senza cedimenti, mentre il bouquet (lasciato respirare per parecchie decine di minuti) è davvero sorprendente, perché pur non essendo particolarmente intenso, mostra toni per nulla stanchi, devi insistere a lungo per trovare tracce di funghi, goudron, polvere da sparo, scatola di sigari e cuoio, vince ancora un frutto solido, non marmellatoso, addirittura si coglie una punta di arancia rossa, mentre la speziatura è finissima e non vira verso pungenze da chiodo di garofano.


L’assaggio non fa che confermare un vino che, da una parte manifesta la parte terziaria (sarebbe un marziano se non lo facesse), ma dall’altra mostra una freschezza, un tannino perfettamente integrato e un frutto ancora vivo, accenti ben lontani da lasciare immaginare anche lontanamente che abbia 28 anni!
Forse non raggiunge l’eleganza dei grandi Barolo, ma chapeau per il risultato e la tenuta, veramente eccezionali. Ah, per i più curiosi, la gradazione è di 13,5, oggi ve la potete scordare!

Casali Viticultori - Colli di Scandiano e di Canossa DOC Ca’ Besina Metodo Classico Pas Dosé


di Roberto Giuliani

Ottenuto dal vitigno Spergola, presente in Emilia sin dal XVII secolo, sosta 48 mesi sui lieviti e regala piacevoli note di gelsomino, mandarino, cedro, mela verde e renetta, pesca bianca, erba tagliata. 


Al gusto è ampio, saporito, con accenti di crosta di pane e un finale davvero rinfrescante.

Cantina Crociani - Rosso di Montepulciano 2019


di Roberto Giuliani

Rosso di Montepulciano dieci anni dopo. Sì, perché era il 21 luglio del 2016 quando per Garantito IGP scrissi del 2009, sottolineandone le capacità d’invecchiamento.Mi sembrava giusto tornare a farlo per il 2019, perché Susanna Crociani è una garanzia, con le dovute differenze non ho mai trovato un’annata fiacca, poco stimolante, sottotono, segno di quanta attenzione ci mette già in vigna; poi la selezione delle uve, disponendo di vigne in posizioni leggermente diverse, hai maggiore possibilità di scelta, indirizzandole al Rosso o al Nobile in base a quello che vuoi ottenere.


Dal punto di vista generale a Montepulciano si può parlare di un’annata di qualità più che buona, qualcuno ad aprile ha dovuto fare i conti con la tignoletta, mentre ha avuto problemi di attacchi fungini; nelle prime due settimane le temperature sono state sempre inferiori alla media, superando di poco lo zero termico della vite (10° C), rallentando il periodo di germogliamento. Le piogge sono state frequenti per buona parte del mese e per quella iniziale di maggio. Tra fine maggio e inizio giugno le temperature sono salite velocemente, accelerando i processi vegetativi delle piante. A metà giugno le temperature erano decisamente aumentate, favorendo una rapida fioritura; durante questo processo si è assistito ad alcuni fenomeni di colatura e acinellatura, non di rado i germogli hanno generato due grappoli invece di uno, ma essendo mediamente spargoli non ci sono stati rischi particolari. L’assenza di piogge per tutto il mese di giugno e parte di luglio ha frenato l’attività vegetativa, che si è ripresa dopo le piogge del 28-29 luglio, evitando stress idrici. Poi di nuovo caldo intenso (sopra la media) e il 23 e 24 agosto pioggia rigenerante.


Le temperature di settembre sono tornate nella media, ma le piogge concentrate tra il 22 e i 24 e quelle successive dei primi di ottobre hanno concentrato in un lasso di tempo abbastanza breve la fase di raccolta delle uve. Un’opportuna riduzione dei carichi produttivi ha consentito di salvaguardare la qualità.

Susanna Crociani

Al netto di tutto questo i profumi inebrianti del Rosso di Montepulciano 2019 di Susanna Crociani mi confortano, Antonio Albanese nella sua nota parodia del sommelier direbbe “sa di vino”, pare scontato ma non lo è affatto, il sentore cosiddetto vinoso è sempre meno frequente, come se fosse un limite, invece non c’è niente di meglio di questa premessa alla succosità, alla piacevolezza, all’estasi del frutto. Qui è espresso benissimo e lo ritrovo in un sorso carnoso, fresco e deliziosamente dolce, non per residuo zuccherino ma per la perfetta maturità del prugnolo gentile, il tannino è fine, setoso, non morde, si sente in positivo l’annata calda, segno che è stata ben gestita, tanto che la gradazione si ferma a 13,5 e tutto è avvolto in una felina eleganza. Ennesima dimostrazione che la Cantina Crociani è una sicurezza.

INVECCHIATIGP: Faraone – Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG “Santa Maria dell’Arco” 2006


Le Colline Teramane sono una porzione di Abruzzo di magnificente bellezza dove l'intreccio tra Uomo, Natura e Tempo ha origini antiche come la storia della viticoltura di questo territorio che, per sua natura, ha l'attitudine a creare vini profondi e scalpitanti, di grande identità, immediatezza ed eleganza.


L'area di produzione abbraccia l’intera collina litoranea ed interna della provincia di Teramo ed è caratterizzata, a est, da ampie colline che scivolano verso il mare Adriatico e dalla presenza imponente del Gran Sasso e dei Monti della Laga, a nord–ovest.


In questi luoghi da cartolina, tra brezze di mare e di montagna e terreni di natura argillo-limosa, il Montepulciano trova un habitat assolutamente unico e di questo, fortunatamente, se ne sono accorci anche i vignaioli locali che, nel corso del tempo, hanno fatto scelte di preservazione del territorio grazie, ad esempio, di l'uso di pratiche agricole improntate alla sostenibilità ambientale visto che oltre il 70 per cento delle aziende, infatti, opera in regimi di qualità certificata come il Biologico, la Lotta integrata, la Biodinamica, etc.


Faraone, nel territorio delle Colline Teramane, è sicuramente una delle aziende storiche visto che già dal 1930 ha iniziato coltivando passerina, sangiovese e, ovviamente, montepulciano che ha iniziato a imbottigliare e commercializzare solo a partire dagli anni ’70 assieme a Trebbiano di Abruzzo e Cerasuolo d’Abruzzo.


Non è difficile, se si cerca bene soprattutto all’interno delle enoteche della zona, imbattersi in qualche vecchia annata di Montepulciano di Abruzzo di Faraone che ha nel Santa Maria dell’Arco il suo fiore all’occhiello essendo il rosso di punta dell’azienda agricola da sempre il cui nome prendi ispirazione da una vecchia cappella dove un tempo, nei primi anni ’90, l’azienda possedeva dei vigneti. Oggi il nome è rimasto per contrassegnare i vini di riserva aziendale sia di Montepulciano (DOCG) che Trebbiano e nello specifico le uve provengono dalla particella più alta del vigneto di Collepietro caratterizzato da terreno sabbioso e ciottoloso con esposizione sud\est.


Il millesimo 2006 che ho bevuto a casa di amici non fa altro che confermare la grande capacità di evoluzione del Montepulciano d’Abruzzo che, come scritto in precedenza, grazie alle specificità tipiche del terroir delle Colline Teramane non si rivela il classico “vinone” tutto muscoli e scarsa beva. Anzi, questo Santa Maria dell’Arco svela un lato di sé decisamente leggiadro e affascinante grazie ad un naso profondono dove iodio, sensazioni agrumate ed erbe medicinali creano un mix aromatico di invidiabile territorialità. Al sorso l’acidità, quasi agrumata, è ancora sugli scudi tanto da prevalere sulla presenza tannica e, in generale, sulla sostanza di questo Montepulciano ancora vivo, affilato e dalla generosa scia sapida finale. Diciassette anni e non sentirli!

Gaetano Di Carlo - Terre Siciliane IGP “Lù Catarratto” 2021


Gaetano è ritornato nella sua Corleone per dare speranza ad un territorio difficile dove, ad oltre 700 metri, sono state piantate vigne di catarratto su terreni ricchi di calcareniti mioceniche.
 

Ricco e dalla forte influenza iodata, il Lù Catarratto è un vino profondo che sa di memoria e riscatto.

Bertinga, la nuova via del Sangiovese e Merlot in Toscana


A Gaiole in Chianti, nel cuore del Chianti Classico, Bertinga è una delle realtà vitivinicole più giovani e, a guardare bene le sue caratteristiche, potrebbe essere descritta aiutandoci con le dita di una mano: un territorio, due vitigni, tre vigneti e quattro vini.


Adagiata su colline che arrivano a sfiorare anche gli 800 metri s.l.m., l’azienda, attualmente capitanata da Luca Vitiello (direttore commerciale), Elisa Ascani (direttore di produzione) e dall’agronomo David Picci, dispone attualmente di circa 17 ettari di vigneto, in conversione biologica, suddivisi in tre località: Bertinga, appunto, Vertine e Adine.

Elisa Ascani e Luca Vitiello

Il corpo principale, come facile pensare, si trova in località Bertinga, ai piedi del borgo di Lecchi in Chianti, e il suo toponimo sembra risalga agli insediamenti Longobardi del VI sec d.C. facendo riferimento ad antico proprietario di nome “Berto”, da cui “Le Bertinghe” e, più di recente, “Bertinga”.


Nome a parte, si tratta di una alta vallata suddivisa in cinque parcelle, i cui suoli, di origine eocenica (50 milioni di anni fa), sono di colore chiaro, marno-calcarei, compatti, pesanti e “freddi”, dove il Sangiovese e il Merlot danno il meglio di sé. La vallata offre diversi orientamenti e in particolare gli appezzamenti rivolti a nord sono proprio quelli maggiormente argillosi dove il Merlot ha trovato il suo habitat ideale.

Il suolo del Sassi Chiusi

L’appezzamento di Vertine, quello più settentrionale, conta 3 ettari, completamente esposti a sud. Si trova ai piedi dell’omonimo Castello, è un vigneto, diviso in 3 parcelle, che insieme disegnano un ventaglio. Qui la pendenza è molto severa, tanto che i piccoli trattori utilizzati per le attività agronomiche in vigna riescono con difficoltà a risalire la china.

Adine

Ad Adine si trova infine il terzo corpo e anche la cantina. Le viti di questi ulteriori 4,5 ettari (altri 3000 metri quadrati sono in fase di impianto) sono unicamente destinate al Sangiovese le cui piante, con esposizione sud/sud-ovest, sono piantate su suoli di origine marina talmente ripidi che sembrano precipitare letteralmente ai piedi della cantina, oggi in fase di ampliamento, che risulta completamente mimetizzata grazie ai materiali con cui è costruita ovvero pietra e corten, dal caratteristico col ruggine.


La cantina, diretta dal winemaker Stéphane Derenoncourt, affiancato da Romain Bocchio, prevede una zona vinificazione composta da tini di acciaio termocontrollato e vasche di cemento, mentre alla maturazione sono dedicati botti grandi, tonneaux di rovere austriaco e barriques di rovere francese.

Stéphane Derenoncourt

Attualmente l’azienda concentra le sue strategie produttive su quattro rossi IGT Toscana che, secondo l’intenzione della proprietà, hanno il compito di tradurre l’essenza del terroir nella maniera più semplice e diretta possibile. “Sono chiantigiani per DNA, non per denominazione” specifica l’enologo Stéphane Derenoncourt. “E neanche si specchiano pedissequamente nelle loro - pure nobili - varietà. Sono vini profondamente territoriali e per questo emozionanti”.


Per cercare di comprendere al meglio il progetto con Luca Vitiello ho avuto il piacere di degustare a Roma le ultime annate della produzione aziendale iniziando dal Sassi Chiusi 2018, vero e proprio second vin di Bertinga, composto da sangiovese, in netta prevalenza, e merlot. Concepito con l’obiettivo di leggere i vigneti aziendali in modo orizzontale e con un approccio più fresco e accessibile, è un vino dinamico e luminoso i cui cinque anni di affinamento, tra acciaio, cemento e vetro, hanno solo regalato tridimensionalità senza cedere nulla alla piacevolezza di beva.


L’IGT Toscana Bertinga 2017, col suo cuore metà sangiovese e metà merlot (ovviamente le percentuali possono leggermente variare in base alla vendemmia), rispecchia la summa del territorio di provenienza delle uve che vengono vinificate, in acciaio e cemento, per singola parcella dopo di che la maturazione, avverrà in legno (tonneaux per il sangiovese e barrique per il merlot) per almeno un anno e mezzo a cui seguono altri 18 mesi di bottiglia. Il vino degustato, prodotto in un’annata decisamente siccitosa, ha toni mediterranei e sfumature minerali e in bocca mostra una grande armonia tra morbidezza, tipica dell’annata, e sapidità. Affiora nel lungo e caldo finale una peculiare nota di ginepro ed eucalipto.


Punta di Adine, è sangiovese in purezza prodotto dalla parcella numero 100, la terrazza alta, ovvero la punta, del vigneto Adine, che rappresenta per l’azienda il cru più “verticale” ed elegante vista anche la sua esposizione. Vinificato in cemento e maturato in botti da 25 hl di rovere austriaco, questo IGT Toscana, degustato anch’esso nel millesimo 2017, vanta uno scenario aromatico prepotente di ciliegia, ribes, tabacco conciato e ghisa, poi più lieve nella successione di alloro e tabacco mentolato. Di grande sapidità e freschezza, caldo e graffiante nel tannino, percorre il palato con dinamismo e carattere per poi distendersi in un lungo finale balsamico.


Il Volta di Bertinga, degustato nell’annata 2016, è invece un merlot in purezza proveniente da singola vigna, l’unica rivolta a nord, posta all’interno del vigneto Bertinga. Non essendo amante del vitigno, il Volta di Bertinga è sicuramente tra i quattro vini presentati da Luca Vitello quello che, a mio gusto, mi ha stupito maggiormente per il fatto di non essere il solito merlot magniloquente e lussurioso in grado di affossare le potenzialità del territorio che in questo caso, fortunatamente, esce fuori in maniera prepotente imprimendo una fattura chiantigiana a questo merlot che potremmo definire “d’altura” grazie a molti connotati eterei. Al naso, infatti, esprime chiare sensazioni floreali di peonia, ferro, grafite, agrumi rossi e macchia mediterranea. Al sorso è succoso, salino, pur mantenendo ricchezza gustativa ed articolata struttura. Finale vibrante, fresco e misurato.

InvecchiatIGP: Colli di Salerno Rosso IGT “Montevetrano” 2003


di Lorenzo Colombo

Quando si citano i grandi vini rossi del Sud Italia il Montevetrano è uno di quelli che certamente non può mancare. Si tratta di un vino ad Indicazione Geografica Tipica, e precisamente Colli di Salerno Igt, prodotto tramite un blend tra due vitigni internazionali, il Cabernet sauvignon ed il Merlot più il vitigno locale per eccellenza, ovvero l’Aglianico.

Ma quando questo vino è stato prodotto per la prima volta, ovvero nel 1991, la sua composizione era ben diversa, ovvero il Cabernet sauvignon la faceva da padrone con un 90% sul totale, mentre la presenza dell’Aglianico era limitata ad un 10%.

Ma andiamo con ordine.

Dopo una “prima” vita da fotoreporter di successo in quel di Roma che l’ha portata a girare il mondo, Silvia Imparato decide di tornare alla sua terra d’origine, ovvero San Cipriano Picentino, in provincia di Salerno, dove i suoi nonni avevano acquistato, prima della Seconda Guerra Mondiale, una casa di campagna con annessi 26 ettari di terreno, cinque dei quali vitati.


Durante il soggiorno romano Silvia, frequentando una famosa enoteca situata nei pressi di Piazza di Spagna aveva conosciuto diversi personaggi legati al mondo del vino, tra i quali i due fratelli Cotarella, Renzo e Riccardo ed in loro compagnia aveva potuto conoscere e bere grandi vini.
Ad un certo punto si chiede se non sia possibile produrre anche nel suo vigneto un grande vino ed i Cotarella l’aiutano nel scegliere le giuste varietà da mettere a dimora –Cabernet sauvignon e Merlot- da affiancare all’Aglianico già presente e, nel 1983 il progetto ha inizio.

Silvia Imparato

Con l’aiuto di Riccardo Cotarella in poco tempo il sogno di Silvia si realizza e nel 1991 vengono prodotte le prime bottiglie di Montevetrano, nome derivante dal Castello situato a San Cipriano Picentino, non sono destinate alla vendita, ma unicamente a testare il risultato del lavoro compiuto, dopo essersi resi conto della qualità del vino ottenuto si decide per la sua commercializzazione che avviene con l’annata 1993, ovvero giusto trent’anni fa.

Silvia Imparato e Riccardo Cotarella

Nel corso degli anni sono stati messi a dimora in azienda anche vitigni a bacca bianca, Greco e Fiano e vent’anni dopo la nascita del Montevetrano è nato il Core Rosso frutto di Aglianico in purezza, seguito nel 2015 dal Core Bianco ottenuto da un blend di Fiano e Greco.


La responsabile di questa nuova linea di prodotti è Gaia, la figlia di Silvia entrata definitivamente in azienda, la quale s’occupa anche delle etichette e dell’immagine dell’azienda. L’azienda si sviluppa su un totale di 26 ettari, dei quali 5,5 ettari sono occupati da vigneti condotti parte a Guyot e parte a Cordone speronato con una densità di 4.000 ceppi/ettaro, i suoli sono argillosi, ricchi di scheletro e la resa è di 60 q.li/ettaro, nella parte rimanente troviamo querce, castagni, noccioleti, agrumi ed ulivi. La produzione annuale è di circa 60.000 bottiglie, divise più o meno in parti uguali tra i tre vini prodotti, oltre a Silvia ed a Gaia lavorano in azienda Domenico La Rocca, vignaiolo-cantiniere nativo di Montevetrano, Patrizia Marziale e Monica Martino, mentre sia la conduzione agronomica che quella enologica è affidata all’amico Riccardo Cotarella.

Il Montevetrano 2003

Frutto di un’annata caldissima ha visto iniziare la vendemmia nella prima settimana di settembre.
La fermentazione si svolge in vasche d’acciaio con un salasso su una piccola parte del mosto, l’affinamento s’effettua in barriques di rovere di Nevers, Allier e Tronçais dove il vino sosta per 12 mesi, segue quindi un riposo in bottiglia per almeno sei mesi. Nel corso degli anni la composizione del vino è cambiata, sino ad arrivare attualmente a 60% Cabernet sauvignon, 30% Aglianico e 10% Merlot.


Il colore è granato profondo e compatto con unghia aranciata, ha perso solamente un poco in brillantezza ma d’altra parte stiamo parlando di un vino con vent’anni d’età. Intenso al naso, ampio e complesso, elegante, note balsamiche, sottobosco, tabacco biondo, spezie dolci, cannella e vaniglia, frutto rosso leggermente macerato, prugna, ciliegia matura, accenni di caffè.


Tannino deciso ma vellutato e perfettamente integrato nell’insieme, sapido e morbido, asciutto il giusto, accenni di caffè, frutta rossa matura, note mentolate, cioccolatini After Eight, liquirizia dolce, cioccolato amaro, ancora integro e dalla lunga persistenza. Crediamo comunque (dalla bottiglia assaggiata) che sia giunto il momento di goderne e che non sia consigliabile prolungarne ulteriormente la conservazione in cantina.