La Famiglia Zonin e il Feudo Principi di Butera: il primo vino “open source”

Il progetto

Il progetto My Feudo nasce dalla tenuta Feudo Principi di Butera allo scopo di coinvolgere alcuni
esperti del mondo del vino nell’esperienza creativa di un vino tutto loro. Come? Mettendo a loro disposizione le stesse basi che Franco Giacosa, enologo e winemaker di Casa Vinicola Zonin, ha utilizzato per elaborare il nuovo blend che verrà presentato al Vinitaly del 2010.
Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot: una volta ricevuti i campioni d
i vino a casa, i partecipanti dovranno combinare in diverse percentuali gli uvaggi per arrivare, dopo tutti gli esperimenti necessari, al perfetto assemblaggio che verrà imbottigliato in una dozzina di esemplari e degustato in una tavola rotonda tra azienda e partecipanti al Vinitaly (purtroppo non beneficerà dell’affinamento in bottiglia).
Saranno i partecipanti, a descrivere, degustare e valu
tare alla cieca al Vinitaly 2010 i diversi blend insieme a Francesco Zonin, Franco Giacosa – direttore tecnico di Casa Vinicola Zonin, e Antonio Cufari - direttore della tenuta. Una concezione del vino “open source” aperto all’interattività e alle idee del suo pubblico, che svela passo passo i progressi dei partecipanti e del processo di creazione del blend sul blog.

Il progetto potrà essere seguito quotidianamente sul blog dedicato (www.myfeudo.it)


L’idea


Il primo progetto di vino open source, frutto della filosofia con cui Casa Vin
icola Zonin combina la tradizione del vino di alta qualità e l’eccellenza versatile del territorio con l’innovativa volontà di aprire nuove strade di comunicazione e interazione con il suo pubblico: ecco Myfeudo, un progetto che nei primi mesi del 2010 coinvolgerà attivamente blogger, ristoratori ed esperti del settore.

Molto spesso l’interazione tra produttore e consumatore avviene dopo la creazione di un vino, e si chiede agli appassionati un giudizio ed eventuali commenti. Con il progetto Myfeudo si cerca di portare questa interazione in cantina, si cerca di far calzare agli appassionati le scarpe dell’enologo con tutti i du
bbi che questi ha nel momento più critico del suo lavoro, nell’assemblare il vino proveniente da diverse vigne dopo un anno di lavoro. Per il primo anno “di rodaggio” il progetto riguarda la creazione di un taglio bordolese tra le varietà Petit Verdot, Merlot e Cabernet Sauvignon prodotte da cru all’interno della Tenuta Feudo Principi di Butera. In futuro a questi vini si potranno affiancare anche il Syrah ed il Nero d’Avola se il gruppo di lavoro lo riterrà interessante. Ai partecipanti quindi verrà chiesto di creare un blend personale che sarà degustato insieme al blend creato da Franco Giacosa per cominciare la discussione su cosa ci si aspetti da un taglio bordolese made in Sicily. Ogni proposta verrà imbottigliata e degustata durante un incontro al Vinitaly 2010, in un confronto costruttivo e divertente fra le proposte del produttore e i gusti del suo pubblico che ne determineranno le scelte e gli orientamenti futuri.

Feudo Principi di Butera è la tenuta siciliana della famiglia Zonin che ha dato vita e sostanza al progetto, fornendo la prestigiosa materia prima.

Il sondaggio


Ma il coinvolgimento del pubblico non finisce qui: a battezzare il nuovo vino di Franco Giacosa saranno i lettori del blog MyFeudo www.myfeudo.it., che avranno la possibilità di scegliere il nome del nuovo vino attraverso un sondaggio aperto e articolato in tre opzioni. Le proposte saranno rese pubbliche all’inizio di febbraio.


I partecipanti


I tredici partecipanti al progetto MyFeudo appartengono al mondo del vino a 360º gradi: si tratta di blogger, giornalisti specializzati, proprietari di enoteche e ristoratori.


Verranno presentati sul sito di My Feudo giorno dopo giorno e condivideranno le loro riflessioni, le loro prove e i loro esperimenti online.


(fonte: http://www.socialmedianews.it/myfeudo)

Piccoli vini del Lazio crescono: Donato Giangirolami - Peschio 2005

Ho comprato questa bottiglia diverso tempo fa presso la Città dell’Altra Economia di Roma con la convinzione che, prima o poi, riesca a bere un vino biologico laziale di una certa qualità.
Mi avevano parlato bene di Donato Giangirolami, piccolo vignaiolo laziale che da un po’ di tempo si è convertito ai metodi di produzione naturali.
L’azienda si compone di quattro corpi di cui due ricadenti nell’area dei Castelli Romani Doc, una ricadente nella zona Doc di Aprilia e l’ultima é iscritta all’albo dei vigneti I.G.T. Lazio.
Giangirolami, come detto, pratica l’agricoltura biologica, la sua uva è prodotta senza l’ausilio di prodotti chimici di sintesi, sia per i trattamenti che per la concimazione. In alternativa viene usato rame (max 5kg per ettaro all’anno) e zolfo, nonchè il bacillus thuringensis contro la tignoletta, in caso di necessitá, dopo aver verificato l’effettiva presenza delle uova del parassita sui grappoli.
Il vigneto é allevato a spalliera con potatura tipo guyot o cordone speronato.
La densitá di impianto é di 4.000 piante per ettaro. I vitigni sono Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah, Petit Verdot, Sauvignon, Malvasia Puntinata, Pignoletto, Vermentino, Grechetto di Orvieto, Chardonnay, Viognier, Falanghina, tutti con portinnesto SO4 per complessivi ha 38.
Non viene praticata l’irrigazione se non quella di soccorso.
La resa produttiva per ettaro é contenuta grazie alla mancanza di qualsiasi tipo di forzatura.
Il Peschio è uno dei suoi tre vini rossi (produce anche un syrah in purezza e un blend di petit verdot e syrah) dell’azienda agricola, figlio dell’unione di Cabernet Sauvignon (50%) Merlot (25%) e Syrah (25%) prodotti in località Le Ferriere (LT), zona particolarmente vocata nel Lazio visto che da quelle parti, nel 1968, piantò i suoi vigneti anche Bernardino Santarelli di Casale del Giglio.
Il millesimo 2005 che ho nel mio bicchiere ha un naso dolce, poco dinamico, composto da frutta rossa matura, mirtillo e ribes su tutti, poi cioccolato al latte, vaniglia, qualche tocco di pepe e una nota artificiale di gomma pane che un pò disturba il quadro olfattivo.
Va meglio in bocca dove pensavo fosse più stucchevole data le dolcezza del naso, invece le cose cambiano, migliorano leggermente in quanto il vino risulta equilibrato e le varie componenti sono ben fuse. Sicuramente un vino semplice, con una persistenza abbastanza limitata che comunque non va ad inficiare la bevibilità del Peschio che si mantiene di buon livello. Sarei curioso di provarlo con meno anni sulle spalle, forse ne gioverebbe la parte olfattiva che, dopo quasi quattro anni, segna decisamente il passo.
Per quasi 6 euro di costo allo scaffale è un vino da preferire a tanti altri prodotti da supermercato.

Tignanello 2001: pura emozione nel bicchiere

La Famiglia Antinori si dedica alla produzione vinicola da più di seicento anni per cui non è certamente un caso se Piero Antinori, intorno alla fine degli anni ’60, sull’onda del buon successo della commercializzazione del primo Sassicaia, decide di cambiare le cose nella zona del chiantigiano, un’area in crisi profonda sia dal punto di vista enologico che commerciale per gli stessi Antinori che non si rispecchiano nel vino che si produce in questa zona.
All’epoca si produceva un Chianti rosso estremamente blando, composto da una percentuale intorno al 20% di uva bianca che rendeva il prodotto finale estremamente facile e di scarsa qualità.
Bisognava cambiare, creare qualcosa di rivoluzionario e l’uomo giusto per raggiungere questo obiettivo era Giacomo Tachis che, va ricordato, a quel tempo lavorava con la famiglia Incisa, cugini degli Antinori, alla produzione del Sassicaia.
Antinori e Tachis, un connubio di menti lungimiranti che diedero vita ad un “Nuovo Chianti” abbandonando anzitutto l’ottocentesca pratica di utilizzare anche le uve bianche , retaggio di antiche necessità, riconducibili alla ricetta dettata dall’allora ministro dell’agricoltura Bettino Ricasoli.
Successivamente, si modificò la pratica di vinificazione, approfondendo l'allora semisconosciuta fermentazione malo lattica. Poi si cambiò anche la metodologia della maturazione e dell'invecchiamento che dovrà avvenire esclusivamente nelle barriques di allier, nuove, e non più nelle capienti, vetuste e storiche botti padronali. La maturazione, inoltre, non più di molti mesi ma verrà accorciata a circa 18 mesi con un successivo affinamento in bottiglia per altri dodici mesi, consentendo così un'evoluzione lenta e costante delle caratteristiche organolettiche del vino.
E’ il 1970, un anno di prove tecniche generali quando nasce il Chianti Classico Riserva vigneto Tignanello" vinificato per la prima volta da un unico cru, sposando Sangiovese con Canaiolo, Trebbiano e Malvasia.
Con l'annata 1971 nasce il primo vero Tignanello, non più un vino Doc ma un “semplice” vino da tavola che aprirà la strada al filone dei Super Tuscans.
Con l'annata 1975 le uve bianche sono state totalmente eliminate e sostituite da piccole percentuali di cabernet sauvignon e cabernet franc.
Dal 1982 la composizione del vino rimane invariata e rispecchia l’attuale con un 80% Sangiovese, un 15% Cabernet Sauvignon e un restante 5% di Cabernet Franc.
Oggi il vigneto Tignanello si trova su un terreno di 47 ettari esposto a sud-ovest, di origine calcarea con elementi tufacei, ad un'altezza tra i 350 e i 400 metri s.l.m. presso la Tenuta di Tignanello.
La vigna è tra le ultime a essere vendemmiate: i cabernet intorno al 20 di settembre e il sangiovese circa una settimana dopo. Le uve sono vinificate separatamente, la macerazione viene svolta in recipienti aperti in legno da 50 hl, con periodiche sommersioni del cappello. Durante questo periodo (circa 15 giorni per il sangiovese e 20 per i cabernet), si completa la fermentazione alcolica a una temperatura che non supera mai i 30°C. Il vino viene poi trasferito in barrique da 225 litri (nuove e di primo passaggio, Tronçais e Alliers), dove la fermentazione malolattica termina entro la fine dell’anno. I vini vengono poi travasati, assemblati e rimessi in barrique per un periodo che parte da 12 e arriva anche a 24 mesi, per poi essere imbottigliato e affinato per ulteriori 12 mesi in bottiglia prima di essere messo in commercio.
Ogni volta che bevo questo vino, tranne in rare eccezioni, sono letteralmente sommerso di emozioni, le stesse sensazioni vibranti che hanno accompagnato la degustazione dell’annata 2001 che giudico una delle migliori di sempre di questo vino e che, senza ombra di smentita, elevano il Tignanello nell’olimpo dei migliori vini al mondo.
Il naso è qualcosa di abissale profondità, raffinatezza allo stato puro che, minuto dopo minuto, si concede regalando aromi di frutti di bosco, caffè, cacao amaro, liquirizia, cola, tamarindo, essenze vegetali ed una esplosività balsamica che si fondono tutte insieme attraverso una reazione alchemica di difficile comprensione per noi umani.
Alla gustativa conferma la sua magia, corpo, equilibrio e persistenza da applausi sono tutte note dello stesso spartito gustativo, unico e irripetibile come una sonata di Mozart.
330.000 bottiglie, è questo che meravigliosamente spaventa, una qualità diffusa che andrebbe assaporata fino all’ultima goccia.

Beata Eno-Ignoranza!!


Il post non brillerà certo di originalità visto che la foto sopra ormai è stata già pubblicata da molti siti e forum enogastronomici però io ancora sto ridendo e, per questo, vorrei condividere tutto questo con voi.

Anzi, dopo essermi fatto un giro su internet e dopo una chiacchierata con alcuni amici enotecari e sommelier sul tema, aggiungo all’argomento altri strafalcioni che queste persone, durante il loro lavoro, hanno sentito e dovuto gestire:

Mi può versare un spumnate metodo champignon?”

Mi può dare uno Champagne proveniente da Cramant?”. Risposta:” Questo non e' uno champagne vero, e' un Cramant". Si era confuso con il Cremant (ndr).

Coppietta all'aperitivo:"Ci porti per favore due greci? Volevano indicare due bicchieri di vino greco di tufo.

Un sommelier durante una degustazione:” Vi porto questo vino piemontese sconosciuto, la lacrima di Morro d'Alba.."


Si si allarga il discorso all'enogastronomia in generale le cose si fanno ancora più tristi visto che, un recente sondaggio, ha messo in luce alcune (gravi) mancanze dell'italiano medio in cucina.

La dieta mediterranea? Un'alimentazione ipocalorica a base di pesce. Il capocollo? Un formaggio stagionato. La tinca? Un vino. La parmigiana? Un piatto tipico a base di formaggio.

A questo punto mi sorge un dubbio. Non è che tutte queste persone hanno incontrato lui??

Un grande pinot grigio alsaziano: Domaine Ernest Burn - Pinot Gris Sélection de grains nobles 2000

Ho visitato questo piccolo Domaine alsaziano lo scorso anno durante il mio viaggio(gelido) in terra francese grazie ai preziosi consigli di Wineduck, un utente del forum del Gambero Rosso.
Non starò qua a descrivervi di nuovo la grandezza di questo piccolo produttore alsaziano che penso di aver ampiamente descritto qua, oggi, infatti, mi vorrei soffermare più specificatamente su uno dei grandi vini dolci che ho avuto la fortuna di bere durante le ultime feste di Natale: il Pinot Gris Sélection de Grains Nobles 2000.
Come scritto precedentemente le mie feste, dal punto di vista enologico, sono state all’insegna del buon vino quotidiano con l’unica eccezione del vino dolce che, da amante del genere, ricerco sempre nelle sue massime espressioni.
La bottiglia di pinot grigio Ernest Burn era da tempo che volevo aprirla per cui non ho avuto esitazioni al momento della scelta. E che scelta.
Un nettare che scende nel bicchiere nella sua veste ambra, senza densità eccessive e che avvolge il bicchiere con lente lacrime discensionali che si immergono in un bicchiere che, rotazione dopo rotazione, libera nella stanza aromi di cera d’api, legni nobili, frutta secca, miele di castagno, mela cotogna, caramello e zenzero.
Assaggiandolo non possiamo che rimanere ammirati e piacevolmente sconvolti per l’assoluta integrità, equilibrio ed eleganza del vino, davvero uno schiaffo per tutti coloro che pensano al pinot grigio come ad un vitigno di seconda fascia. Imparate dagli alsaziani e lavorate sodo.
Da lacrime la persistenza finale su ricordi di frutta secca e caramello.
Il Pinot Gris Sélection de Grains Nobles 2000 costa 55 euro e si può comprare anche on line sul sito del Domaine.
E per chi ci crede ha avuto anche 98+\100 da Parker.

Ma in Chianti cosa succede ai vigneti?

Io non so se a volte i giornalisti ci fanno o ci sono, soprattutto quando parlano di argomenti che trattano vino e, magari, tanto appassionati della materia non sono.
Di cosa sto parlando? Lunedì 28 Dicembre su Repubblica esce un articolo in prima pagina dove si scrive che il Chianti restaura i suoi vigneti. Accidenti, penso io, un notizia di grande importanza se addirittura uno dei principali quotidiani italiani sbatte il comunicato appena sotto la cronaca italiana.

Corro in edicola, compro l’articolo e cosa leggo?

Esattamente questo: "Al posto dei filari che con perfezione geometrica scalano in verticale le colline e le solcano come tanti graffi sulla pelle, ecco di nuovo i terrazzamenti, un po’ più arruffati, che vennero abbandonati dagli anni Sessanta, sbancati con i Caterpillar e sostituiti da sistemi di coltivazione che chiamano a "rittochino", più agevoli per i potenti trattori.

Anche Paolo Socci piallò le colline dove da decenni la sua famiglia faceva il vino. «Così si deve fare ora, dicevano tutti. E così feci anch’io». Poi si accorse che, oltre ad aver stravolto un assetto di paesaggio che durava da secoli, quel sistema da agricoltura industriale riduceva i costi, è vero, ma il vino che veniva fuori non era buono come un tempo. Sulle piazze internazionali sbarcavano bottiglie provenienti dall’est europeo o dal Sud America che, Chianti o non Chianti, scalzavano i concorrenti.


E allora si mise a studiare le tecniche tradizionali, si confrontò con l’urbanista Paolo Baldeschi, che stava elaborando un progetto d
i tutela dell’intero Chianti fiorentino, e capì una cosa importante: il paesaggio del Chianti era un paesaggio storico, anzi, culturale, nel senso che aveva ben poco di naturale, ed era esattamente il prodotto di una serie di adattamenti selezionati nel tempo e di regole produttive tutte orientate a ottenere un vino buono. Risuonavano nella sua memoria le parole di Emilio Sereni, quelle sul paesaggio come costruzione cosciente di una comunità, da cui discende che ogni comunità ha il paesaggio che si merita.

E così Socci invertì la rotta. Chiese e ottenne un contributo attraverso il Piano di sviluppo rurale della Toscana, che recependo norme nazionali e comunitarie favoriva la tutela dei paesaggi, e iniziò a restaurare le terrazze, segnalate qui fin dal Settecento, o a costruirle ex novo, ma con le tecniche antiche e recuperando un geniale sistema di drenaggio. Le terrazze evitano il dilavamento del terreno causato dalle piogge, che invece è favorito dal "rittochino" e dai trattori che salgono e scendono dalle colline. L’erosione, o
ltre ad agevolare il dissesto in caso di grandi piogge - è un fenomeno che interessa tutto l´Appennino - , fa scivolare giù la sabbia, che è essenziale per le viti ad alberello e che le terrazze, invece, custodiscono.

L’erosione, inoltre, diminuisce la fertilità del terreno e impone i concimi chimici. E non è tutto: le pietre dei muraglioni sono una specie di radiatore, trattengono il calore del sole e lo ri
lasciano lentamente, favorendo una giusta maturazione dell’uva. Maturazione che le terrazze agevolano anche perché i filari sono orientati da Nord a Sud, e quindi incamerano più sole rispetto al "rittochino".

«Tutti questi sistemi allungavano le ore di fotosintesi», racconta Socci. «Poi sono arrivati i vigneti standard dell’agricoltura meccanizzata
, venduti come un kit di montaggio». Ora sono pronte le prime bottiglie con le uve nate lungo i ciglioni della collina. Il vino si chiama "Antico Lamole. San Gioveto Terrazzi". Niente etichetta, scritto a mano. Insieme a Socci, altri proprietari di Lamole hanno o ripristinato o realizzato muraglioni a secco che seguono in orizzontale il tracciato delle colline. Non tutti abbandonano il "rittochino", ma intanto il paesaggio di Lamole va riacquistando l’antico aspetto. «Restaurare il paesaggio», dice Mauro Agnoletti, professore di agraria a Firenze e curatore del Catalogo dei paesaggi rurali storici (dove figura anche Lamole), «non è solo un’operazione estetica, pure indispensabile visto il valore che queste colline hanno assunto. Ma incontra un’esigenza della futura agricoltura: un prodotto ha più forza sui mercati se è riconducibile a una storia e a un luogo e se è il frutto di tecniche specifiche».

Socci si fa aiutare da boscaioli che vengono da Laviano, in provincia di Salerno, il paese distrutto dal terremoto del 1
980, e da Rocco Falivena che di Laviano è il sindaco. Ma se per l’avvio dei lavori sono arrivati contributi pubblici, per la manutenzione non ci sono erogazioni. Il Piano di sviluppo rurale nazionale 2007-2013 stabilisce che il paesaggio è elemento essenziale per una buona agricoltura e ha dato alle Regioni la possibilità di finanziare progetti di recupero e di promuovere prodotti legati a questi paesaggi. Ma non tutte le Regioni si sono attrezzate. E senza sostegni, questo tipo di agricoltura e di paesaggi stentano".

Ora mi chiedo se parlare di Paolo Socci e della sua bella azienda possa essere equiparato a parlare di tutto il Chianti. Magari qualcuno lo imiterà, qualcuno l’ha già fatto ma non ha dato la notizia e soprattutto molti, come penso, non ci penseranno proprio a fare tutto sto lavoro.
Ah, se andate su Intoscana.it, troverete lo stesso articolo con il titolo corretto: Lamole restaura gli antichi vigneti del Chianti.

Che è un’altra cosa…..

Rocca di Montemassi Astraio 2008

Francesco Zonin è uno dei pochi imprenditori vinicoli che ha aperto un wine blog con lo scopo dichiarato di portare il web all’interno della sua Casa Vinicola che, come sappiamo, distribuisce in tutto il mondo e ha tenute sparse in tutta Italia e una anche in Virginia (USA).
Così come fece per primo Gianpaolo Paglia, anche Francesco Zonin nel 2008 ha lanciato il suo tasting panel aprendo una lista di degustazione per i soli wine blogger italiani con l’intento di far degustare a noi apparenti professionisti del palato i nuovi vini della Zonin, al fine di trarre dai successivi feedback importanti spunti di analisi (spesso commerciale). Con molto orgoglio sono entrato anche io nel suo tasting panel e la prima bottiglia che mi è arrivata è stata l’Astraio 2008, un bianco maremmano da solo uve viogner proveniente dall’azienda Rocca di Montemassi.
Siamo nel territorio della denominazione del
Monteregio di Massa Marittima, in una terra aspra, a tratti selvaggia, dove molti imprenditori del vino stanno investendo con la convinzione che questo sia un territorio certamente vocato ma anche sottovalutato. Si spera forse in un altro miracolo così come successe anni fa nel territorio di Bolgheri. Le scelte della famiglia Zonin, come si legge su un vecchio articolo di winenews, hanno privilegiato un approccio rigorosamente coerente con la tradizione di questi luoghi: da un lato, un intervento sulle strutture pre-esistenti per la realizzazione degli edifici aziendali, stilisticamente conforme alla storia edilizia dell’area, piuttosto che una ristrutturazione tutta votata alla modernità; dall’altro, l’inserimento di un Museo della civiltà rurale nella tenuta, a memoria della vita contadina della Maremma “amara”, citando il titolo della famosa canzone popolare, immagine storica di questa terra, dove la vita era spesso duro lavoro soprattutto per i braccianti, che arrivavano nei periodi di semina e mietitura, offrendosi a giornata alle grandi fattorie del territorio.
“Questa nuova cantina la consideriamo - spiega Gianni Zonin - un piccolo gioiello della Maremma, la dimostrazione di come la costa Toscana sia uno straordinario territorio da vino, oltre che un luogo d’incanto. Ma è anche la dimostrazione di come la nostra famiglia ha sempre operato alla ricerca della massima qualità e per la valorizzazione dei territori e dei principali vitigni autoctoni italiani”.
La proprietà si estende su 430 ettari di cui 160 sono a vigneto piantato su un terreno di tipo siliceo-argilloso arricchito da preziosi minerali che, grazie anche al clima mediterraneo e la presenza costante di brezze marine, contribuiscono a mitigare le alte temperature estive e a mantenere sani i grappoli che maturano perfettamente.
Fatta questa opportuna premessa torniamo all’Astraio, un bianco inusuale da uve viognier che provengono da vitigni piantati su un banco calcareo che, secondo l’intento del produttore, dovrebbe fornire al vino una spiccata aromaticità.
Scusandomi immensamente con Francesco Zonin per il colpevole ritardo nella degustazione (gli altri l’hanno fatta circa 6 mesi fa) , h. o trovato l’Astraio 2008 di un bel colore paglierino carico, molto vivo, con al naso acuti aromi di pesca, agrumi, frutta tropicale che, man mano che il vini si apriva, si amalgamavano al chiaro richiamo del terroir che prendeva vita e forma in una forte e decisa scia minerale.
Ricordate gli aggettivi acuto, forte e deciso, saranno determinanti in fase di commento finale.
In bocca il vino entra ampio, morbido, abbastanza equilibrato, tornano le note sentite all’olfattiva con un tropicale misto ad un sapido minerale che prende il palato e lo lascia se non dopo qualche decina di secondi.
Un buon vino, certamente, ma che a me non ha convinto fino in fondo perché manca di quell’eleganza che ricerca, troppo opulento al naso, forse troppo generoso, un cavallo maremmano selvaggio non ancora domato alla perfezione.
In tale ambito condivido pienamente il commento che fece Mike Tommasi sul blog di Poggioargentiera quando parla del viogner come di un vitigno difficile, che raramente esprime qualcosa di buono al di fuori della zona Condrieu e che ci vuole poco per farlo diventare stucchevole, troppo generoso invece che dritto e senza storie come un grande Condrieu.
Spero che Francesco Zonin possa trovare qualche spunto di riflessione dalla mia degustazione per aggiustare il tiro e creare in futuro un vino che ha tutte le qualità per diventare un grande bianco italiano, soprattutto da invecchiamento.
Alla prossima!