Certe vicende non nascono a tavolino ma si incontrano, proprio come fiumi sotterranei che scorrono per secoli prima di affiorare in superficie, ed è proprio questa la trama che vi racconterò: un percorso scritto tra i filari e il destino, capace di far riconoscere e unire indissolubilmente due famiglie. Da una parte Roberto Giacobbo, il divulgatore che per una vita ha raccontato i misteri del mondo, dalle piramidi di Giza ai segreti del Rinascimento. Dall’altra i Faretra, custodi silenziosi di Terre di Maria, una solida realtà agricola nel cuore della Daunia, a Orta Nova, dove i suoli custodiscono memorie antichissime.
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| Cataldo Faretra, Maria Pasquariello, Roberto e Giovanna Giacobbo |
A rappresentare la nuova generazione, capace di fare da vero e proprio ponte tra questi due mondi, ci sono Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, compagni nella vita prima ancora che nel business. È dal loro legame affettivo che è nata la scintilla: l'unione tra l'esperienza agricola dei Faretra e la sensibilità narrativa e sensoriale di Giacobbo. Il manifesto di questo incontro di generazioni e intuizioni si chiama Torreclava, il progetto enologico nato per unire ufficialmente queste due anime e portare nel calice l'eccellenza della Daunia. Qui il vino non è mai soltanto vino. È memoria, ricerca, identità. È una costruzione paziente fatta di equilibri invisibili, proprio come la cupola del Brunelleschi evocata dallo stesso Giacobbo, che abbiamo incontrato per farci svelare cosa si cela davvero dietro ogni sua singola bottiglia.
L’Intervista
Dottor Giacobbo, la sua passione per la terra sembra avere radici profonde, quasi una questione di DNA familiare...
Proprio così. Mio padre era veneto, di Bassano del Grappa, un ingegnere elettronico che ha contribuito alla nascita dei primi computer parlanti in Italia. Mi ha insegnato a ragionare con rigore scientifico, ma mi ha anche trasmesso il bisogno profondo di evadere dalla tecnologia per tornare alle origini. Nel 1968, in Sabina, piantò i suoi primi tre filari di Sangiovese e Trebbiano. Conservo ancora nitido il ricordo di quel torchio, del profumo del tino e di quei trecento litri di vino prodotti per la famiglia. Quei fine settimana trascorsi in campagna hanno forgiato in me una consapevolezza precisa: la terra non è solo un luogo di lavoro, è un ritorno costante, una radice che non si spezza mai. Possono passare gli anni, possiamo viaggiare ovunque per lavoro ma, alla fine, quel richiamo ancestrale verso la terra torna sempre a casa.
Nelle precedenti interviste Lei ha ammesso di avere un "super-potere" che guida costantemente le sue scelte a livello enogastronomico. Ci racconta questa peculiarità?
Si tratta di una sorta di "ipersensibilità genetica" al gusto: un pregio e un limite al tempo stesso, poiché amplifica tanto le note eccellenti quanto le eventuali imperfezioni. È una caratteristica che ho affinato in ventisei anni di viaggi ininterrotti per il mondo: duecento giorni l’anno trascorsi a esplorare culture e sapori, un bagaglio che ho messo a sistema durante le mie esperienze come giudice e presidente di giuria al Girotonno di Carloforte. Ricordo ancora quando, assaggiando il piatto di un cuoco peruviano composto da trentasei ingredienti, fui in grado di isolare e riconoscere delle alghe di montagna rarissime che avevo incontrato anni prima in contesti remoti. Ecco, questa memoria analitica del gusto oggi la metto nel vino, il mio vino!
Veniamo a Terre di Maria. Un nome che evoca famiglia e appartenenza. Come è arrivato in questo angolo di Puglia e cosa le ha fatto scattare la scintilla per questo progetto?
È una storia che profuma di affetti e di scoperte, dove il destino ha giocato il ruolo di un abile tessitore. La mia complice in questo viaggio è stata mia figlia Giovanna: è lei, legata sentimentalmente a Cataldo Faretra – suo compagno di vita e di percorso – ad avermi spalancato le porte di questo angolo di Puglia. Lì ho incontrato Maria Pasquariello e suo marito Alfonso, anime vibranti di un’azienda che porta con orgoglio il nome di lei. Frequentando queste terre, ho avuto il privilegio di vedere oltre la semplice agricoltura: mi sono reso conto che Maria e Alfonso custodivano un tesoro silenzioso, una vocazione antica che meritava di essere finalmente celebrata. E così, senza pensarci troppo, ho deciso di mettere assieme una squadra per poter finalmente comunicare al mondo l'eccellenza di Terre di Maria e del suo territorio.
Da come parla lei, anche da divulgatore scientifico, sembra particolarmente affascinato da questo angolo di territorio pugliese. Cosa ha trovato di interessante?
Siamo a Orta Nova, nella zona della bonifica della Daunia, in un’area che è un vero unicum geologico: un antico alveo fluviale dove il limo si è stratificato per millenni. Ma c’è un dato ancora più antico che mi ha catturato: queste terre erano così fertili che gli uomini del Neolitico vi si stabilirono ben prima che l’agricoltura, come la intendiamo oggi, venisse codificata. La terra regalava loro frutti spontaneamente, in una generosità che, migliaia di anni dopo, ritroviamo intatta. È un legame profondo con la preistoria che abbiamo voluto imprimere fin nel nome di una nostra linea di vini: "Neolitico". Ma questo terra regala un'altra sorpresa....
Quale?
La sorpresa è legata a una specifica "macchia di leopardo" di limo e argilla grigia su cui poggiano i nostri vigneti. Mentre tutto intorno domina la terra rossa e ferrosa, tipica dell'immaginario pugliese, noi operiamo su questo sedimento grigio, argilloso e con fondo sabbioso: una preziosa eredità del ritiro dell'antico Mar Adriatico. Quando abbiamo analizzato il suolo, il riscontro è stato clamoroso: la composizione chimico-fisica è incredibilmente affine a quella delle colline del Barolo, ma con il sole della Puglia e la brezza marina. Una combinazione che non dovrebbe esistere, come la cupola del Brunelleschi che, contro ogni logica, riesce a stare in piedi sfidando le convenzioni.
Interessante questo riferimento al Brunelleschi, ci fa capire meglio?
La metafora della cupola non è casuale: la viticoltura e l'enologia, così come l'architettura, necessitano di una sequenza di scelte precise e vincolanti; se si spezza l'equilibrio di un solo passaggio, la struttura dell'eccellenza crolla. Il nostro metodo si fonda su un decalogo di pilastri fondamentali. Un primo segreto è l'acqua: le nostre viti sono innaffiate goccia a goccia con tre sorgenti minerali che nascono nel terreno. Diamo acqua minerale da bere alle piante. Poi c'è la potatura: un lavoro di mesi per rispettare la pianta, insegnando agli operai a superare i metodi dei nonni per guardare a quelli dei nipoti. Infine, il nutrimento: abbiamo bandito ogni forma di chimica di sintesi in favore di una fertilizzazione biologica complessa, basata su un mix di cinque specie erbacee specifiche. Queste vengono seminate, fatte crescere e successivamente interrate come sovescio, restituendo al suolo un nutrimento organico puro. È un processo che stiamo ulteriormente affinando in collaborazione con il CNR, per elevare la precisione gestionale a standard scientifici ancora più rigorosi.
Le altre scelte, che avete raggruppato in un vero e proprio decalogo chiamato “Cure Antiche e Tecnologie Moderne”, prevedono cure maniacali anche in fase di vendemmia che, da quello che so, somiglia ad un vero e proprio film di fantascienza....
Sì, grazie ad Alfonso, vengono usati dei "Transformer". In venti ettari, se raccogli a mano col cestino, rischi di iniziare con l'uva acerba e finire col passito. Noi usiamo macchine di ultimissima generazione che arrivano di notte, alle tre del mattino, come UFO. Grazie a sensori e microvibrazioni staccano solo il chicco perfetto, lasciando il graspo nudo. Alle otto il raccolto è finito e alle undici è già mosto. Frutta fresca, senza ossidazioni, lavorata subito a temperature controllate per fermentazioni rigorose e lunghissime grazie alla sapienza dell'enologo Tommaso Pinto.
Dott. Giacobbo, fino ad ora ha descritto tanti passaggi tecnici fondamentali per produrre un vini unici come la Cupola del Brunelleschi ma, per raggiungere questo risultato, c'è bisogno anche di un importante lavoro di squadra o sbaglio?
Hai colto nel segno. Quando ho iniziato il mio percorso in azienda, ho subito messo le cose in chiaro con i miei collaboratori: "Ragazzi, Leonardo da Vinci è morto cinquecento anni fa. Se qualcuno tra voi pensa di essere lui, faccia pure un passo avanti, perché è da secoli che il mondo lo sta cercando". Ovviamente, il silenzio che è seguito mi ha permesso di lanciare il vero messaggio: se nessuno di noi è Leonardo, allora l'unica strada percorribile è quella della squadra. È proprio nell’unione di intenti che risiede la nostra vera forza. È un lavoro corale che nasce dalla sinergia profonda tra me, Maria Pasquariello e Alfonso Faretra, dalla visione tecnica di Cataldo, dalla determinazione di Giovanna, dall’apporto prezioso di Tommaso Pinto e di tutti i ragazzi che ogni giorno, con dedizione, mettono il proprio talento al servizio di questo progetto. Sono loro il vero cuore pulsante di Terre di Maria; senza questo gioco di squadra, il raggiungimento di certi standard qualitativi sarebbe semplicemente impensabile.
In che modo si è concretizzato questo vostro lavoro?
C’era già una base solida, quella della linea Neolitico — che oggi annovera il Nero di Troia, il Susumaniello, il Primitivo, due espressioni di rosato da Susumaniello e Nero di Troia e un bianco di grande carattere — affiancata dalle bollicine Trionpho, Metodo Classico sorprendenti come la Falanghina 48 mesi e il Rosato da Primitivo 60 mesi. Volevamo però produrre qualcosa che fosse "altro", un vino da porre accanto a queste linee già eccellenti, ma che rappresentasse un nuovo apice. È lì che ho messo a disposizione il mio talento di "gusto assoluto": volevamo qualcosa di unico. Così è nato il progetto Torreclava che, come sapete, curo in prima persona.
So che su questo vino c’è un aneddoto molto divertente…
Il Torreclava, il vino della svolta, è un primitivo 100% che affina 4\5 mesi botti di rovere per poi passare in bottiglia per almeno 24 mesi prima della commercializzazione. Portammo alcuni campioni delle prime mille bottiglie a un concorso nazionale, ma erano "nude", senza ancora un’etichetta ufficiale.
Il risultato fu sorprendente: conquistammo il primo gradino del podio. Ricordo ancora vividamente gli sguardi degli altri produttori, alcuni dei quali calcavano la scena da oltre trent'anni; c’era una tensione palpabile, quasi divertita. Si chiedevano sbigottiti: "Chi sono questi che arrivano con una bottiglia anonima e portano via il primo premio?". (ride, ndr). Credo che quella vittoria schiacciante sia stata possibile proprio grazie all'assenza di condizionamenti: non essendoci etichette o blasoni a parlare, i giudici si sono trovati di fronte alla purezza del contenuto. Hanno valutato soltanto ciò che c’era nel calice, e il calice ha espresso, senza filtri, la verità della nostra terra.
Allo scorso Vinitaly avete fatto un passo in più ed è arrivato il Torreclava Gold. Ce ne parla?
Il Torreclava Gold non è semplicemente un vino: è una visione che abbiamo voluto cristallizzare. Abbiamo scelto di produrne solo 499 esemplari in formato Magnum, una tiratura limitata che ne sottolinea la preziosità e l’unicità. Lo definisco il nostro "Super Apulian Blend", perché nasce dal desiderio ambizioso di racchiudere l’anima profonda di questa terra in una sola bottiglia È un intreccio sapiente di tre anime diverse: il Primitivo, con la sua avvolgente potenza; il Susumaniello, che dona freschezza e un’identità rara; e il Nero di Troia, che apporta quella struttura austera e nobile tipica della nostra tradizione. Abbiamo voluto che questi vitigni, ognuno portatore di un carattere distintivo, dialogassero tra loro per creare un’armonia superiore. Stappare un Torreclava Gold significa compiere un viaggio sensoriale attraverso la Puglia più autentica: è il nostro omaggio alla complessità e alla generosità di un territorio che non finisce mai di stupire.
Abbiamo parlato di terra, di segreti e di tecnologia. Ma c’è un aspetto che mi ha colpito guardando la bottiglia: la cura quasi maniacale per i dettagli. Sembra che per voi anche l’accessorio faccia parte della narrazione.
Assolutamente sì, perché i dettagli non sono solo estetica, sono una promessa di qualità. Se tratti bene il piccolo, significa che hai avuto un rispetto immenso per il grande. Prendi il tappo del Torreclava: è un monopezzo di sughero di altissima qualità personalizzato al laser. Inoltre, il tappo a forma di torre, che è il nostro sigillo, è diventato un vero e proprio accessorio visto che in tanti lo hanno trasformato in portachiavi. Un altro modo per non farci dimenticare!
Un’ultima curiosità: dopo aver svelato i misteri di piramidi e civiltà perdute, qual è l'enigma più grande che ha trovato in una bottiglia di Torreclava?
Il mistero è come faccia a finire così in fretta quando è in tavola! (ride, ndr). Scherzi a parte, l'enigma affascinante è la capacità di questo suolo di custodire memorie millenarie e continuare a parlarci con tale nitidezza. Ogni calice è un portale su una storia iniziata nel Neolitico che oggi, finalmente, possiamo tradurre in un linguaggio contemporaneo. Ma per scoprire il resto del mistero non basta leggere: vi aspetto in Puglia, tra i nostri filari. O, se preferite, assicuratevi una delle 499 Magnum del Gold prima che diventino, come ogni reperto raro, introvabili.





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