Quando bere è un lusso per pochi eletti

Ha iniziato Salvatore Calabrese, barman del “Salvatore at Playboy” di Londra. Il suo Salvatore’s Legacy, con un prezzo di 5.500 sterline a bicchiere, veniva giustamente considerato il cocktail più costoso al mondo tanto da entrare di prepotenza nel Guinness dei Primati. Il motivo? E' realizzato con quattro ingredienti: Cognac Clos de Griffier Vieux del 1778, liquore Kummel del 1770, Curacao Dubb Orange del 1860 e due gocce di angostura bitter del 1900.

Salvatore Calabrese, l'ideatore
Le bottiglie

C'era una volta il Salvatore's Legacy perchè in Australia Joel Heffernan ha deciso di strappare lo scettro del barman più cool del mondo. 
Infatti, all'interno del Club Crown Melburne 23, ha realizzato The Winston, un cocktail da ben 12.900 dollari composto da un rarissimo cognac Croizet del 1858, con l’aggiunta di un pizzico di Grand Marnier Quintessence, Chartreuse Vieillissement Exceptionnellement Prolonge e un sorso di buon Angostura Bitters.

Joel Heffernan e il suo The Winston

In questo contesto di bevute sfarzose per pochi eletti non poteva mancare sua maestà lo Champagne che balza all'onore delle cronache per la sinergia appena costituita tra la Maison Goût de Diamant e il designer Alexander Amosu al fine di realizzare per un facoltoso cliente una bottiglia speciale, unica, tanto che per acquistarla ci vogliono ben 1.2 milioni di sterline.....!!!!
Come si fa ad arrivare a queste cifre mostruose? si prende una placca di oro bianco massiccio da 18 carati (simile allo stemma di Superman) e la si piazza sulla bottiglia assieme ad un diamante da 19 carati
L'etichetta, anche essa in oro, è lavorata a mano e porta inciso il nome del cliente. Dentro, ma non sembra essere importante in questi lidi, c'è pinot nero, pinot meunier e chardonnay proveniente dal villaggio di Oger. Insomma, anche le uve sono Grand Cru.



La domanda che mi pongo è: quando dovremo aspettare perchè anche questo record sia battuto? Secondo me poco, molto poco....

Cantine Federiciane oggi in degustazione

Si terrà venerdì 28 giugno alle 20, la serata evento che apre le porte delle Cantine Federiciane, un percorso sensoriale che unisce le due anime delle cantine: la tradizione e l’innovazione.
Vino da osservare, da annusare, da assaporare, da toccare e ascoltare.
Un viaggio per solleticare i sensi che lega ogni prodotto delle cantine ad una diversa percezione sensoriale, un gioco divertente per proporre una nuova idea di degustazione, per rendere l’esperienza dell’assaggio di un vino ancora più coinvolgente.
Accanto al Piedirosso, al Lettere, al Gragnano ed alla Falanghina, storici prodotti delle cantine, ognuno dei quali sarà associato ad uno dei nostri sensi, i riflettori saranno puntati su Flaegreo, lo spumante di falanghina, simbolo del rinnovamento e della speranza per le Cantine Federiciane.
La famiglia Palumbo produce vino da ben quattro generazioni nel territorio dei Campi Flegrei. La loro storia affonda le radici nei primi del 900:  ha origine a Bacoli con Paolo che vinificava le uve tipiche del territorio, falanghina e per’’e palumm’ ed offriva ospitalità ai villeggianti di Napoli.
L’effetto di un marketing rudimentale, ma quanto mai efficace, il passaparola, ha richiamato sempre più acquirenti aprendo la strada a quella che oggi è diventata una vera e propria realtà imprenditoriale.




Oggi, infatti, le Cantine Federiciane continuano a produrre vino nel territorio dei Campi Flegrei ed i giovani fratelli Luca, Antonio e Marco hanno preso, con grande energia, le redini dell’azienda di famiglia. Luca ha appena 27 anni, si è laureato in enologia presso l’Università degli Studi di Milano con il professor Attilio Scienza. 
Lo spumante da falanghina Flaegreo segna la sua entrata in campo e le bollicine flegree sono quindi simbolo di rigenerazione e di temperamento giovane. 
Le uve utilizzate provengono dal vigneto ai Camaldoli, entro le mura della città di Napoli. Una vera e propria chicca considerando la forte urbanizzazione cittadina. Anche se, pochi sanno che Napoli è uno dei centri urbani italiani più vitati.

I vigneti sono posti ad un’altitudine che va dai 350 ai 500 metri, particolare che permette di mantenere una certa acidità delle uve e un buon corredo aromatico. 
Il suolo sciolto e vulcanico dà il timbro territoriale al vino, arricchendolo di sentori minerali e conferendo una buona agilità al sorso. 
Flaegreo fa quindi da ponte tra la storia millenaria legata alla viticoltura di questo territorio e l’innovazione delle tecniche moderne ben presenti in cantina. 

La filiera di produzione si compie interamente in azienda, dove le uve, appena arrivate dalla vendemmia, sono vinificate e poi spumantizzate con il metodo Charmat nelle proprie autoclavi. Se ne producono con grande successo 60.000 bottiglie. E’ uno spumante molto versatile, che offre grandi possibilità di abbinamento con il cibo. I profumi minerali e agrumati insieme al sorso sottile e fresco lo rendono particolarmente piacevole. 

Flaegreo sarà il protagonista della serata Welovewine, i cinque sensi, la grande festa prevista per venerdì 28 giugno.

Vino + cooperazione + buone pratiche = la ricetta per il successo?

Vi segnalo questo interessante workshop organizzato per sabato 29 giugno 2013 presso il Teatro Castagnoli di Scansano nell’ambito delle celebrazioni per i 40 anni della Cantina Vignaioli del Morellino di Scansano.

L’obiettivo di questo workshop sarà quello di sondare la ricetta del successo, raccogliendo testimonianze variegate e importanti, anche da fuori regione, su vino, cooperazione e buone pratiche, cercando di offrire spunti di riflessione utili in un’epoca di crisi. E se fosse infatti proprio la cooperazione, assieme alle buone pratiche e a un vino di qualità, vera ricetta vincente? Non a caso i due universi a confronto saranno quelli della Toscana, ovviamente, ma anche del Veneto, un’altra regione di fondamentale importanza nel panorama vitivinicolo e cooperativo italiano.

Nel corso della mattinata interverranno Flavio Tosi, sindaco di Verona, Matteo Renzi, sindaco di Firenze, l’antropologa dell’alimentazione Lucia Galasso, Luigi Turco, presidente di Cantina Valpantena, Gianni Bruno, brand manager di Vinitaly e per finire Sergio Bucci, direttore della Cantina Cooperativa dei Vignaioli del Morellino di Scansano.
Saranno presenti anche Leonardo Marras, presidente della Provincia di Grosseto, Gianni Lamioni, presidente CCIAA di Grosseto, Sabrina Cavezzini, Sindaco di Scansano. A chiudere la mattinata, le conclusioni verranno tirate dal presidente della cantina dei Vignaioli del Morellino di Scansano, Benedetto Grechi.

Hashtag ufficiale per seguire il live-tweeting dell’evento: #coopevino


Il Greco di Tufo di Cantine dell'Angelo: percezioni sulfuree allo stato puro

Pietre intarsiate di giallo e di bianco che affiorano dal terreno, ovunque le calpesti all'interno di questo vigneto che gira dietro la collina. Tutto attorno solo il silenzio squarciato a tratti dal rumore dei trattori agricoli.

A Tufo, da questo parti, l'aria sapida ti entra nei polmoni, il respiro sulfureo non esce dalla bocca del drago ma direttamente dalla terra che fa da tetto alle vecchie miniere di zolfo che Francesco Di Marzo scoprì nel lontano 1866 e che per molto tempo furono il fulcro dell'attività economica non solo locale ma di tutta la Campania visto che, in pieno regime, davano lavoro ad oltre 900 persone provenienti da tutta la Regione.




Angelo Muto, terza generazione di una famiglia vignaioli, è orgoglioso della sua Terra, del suo Territorio e dei suoi Vigneti di Greco di Tufo situati in zona Campanaro, cinque ettari ???? le cui altitudini variano dai 350 metri ai 500 metri s.l.m.


Il vigneto sopra la miniera


Una parcella di Greco di Angelo Muto. Viticoltura eroica!
Dopo aver visitato i suoi vigneti, Angelo ci porta a scoprire un pò tutta la zona vinicola di Tufo che, a mia sorpresa, è composta quasi esclusivamente da piccolissime parcelle di vigneto, a volte suddivise tra più proprietari, il cui aspetto mi richiama, più che la Campania, i paesaggi della Mosella.
Passiamo di fianco al Vigneto Cicogna di Benito Ferrara, ai vari appezzamenti di proprietà Di Marzo (bellissima la loro storica cantina) fino a giungere al "mitico" Vigneto Cutizzi, quello dei Feudi di San Gregorio. Il loro vino non è più nelle mie corde ma la bellezza del paesaggio merita la foto!


Cutizzi
Dopo un giro per il centro di Tufo arriviamo nella casa/cantina/sala di degustazione di Angelo per una mini verticale del suo Greco magistralmente vinificato e maturato in acciaio grazie anche all'ausilio di Luigi Sarno, giovane enologo e produttore di Cantina del Barone. Prima, però, piccola visita nella cantina!


Angelo Muto in cantina
Greco di Tufo 2010: il terreno che entra dentro l'uva che restituisce tutto al vino. E' questo quello che ho pensato dove aver odorato il vino che sbuffa zolfo e gesso da ogni atomo. E' un vino duro, tosto, al cui corredo aromatico vanno aggiunte anche incalzanti note di idrocarburi e frutta tostata. Al sorso è come mordere e succhiare quei sassi visti all'inizio, ha un'acidità sferzante e tagliente che crea dinamicità e beva compulsiva. Se ti innamori di Tufo non puoi non apprezzare questo vino che nasce dalle sue viscere.



Greco di Tufo 2011: rispetto alla precedente annata c'è un maggiore bilanciamento tra la parte fruttata e la parte minerale. Col tempo, infatti, le durezze tipiche di questo Greco vengono smussate dal vigore del frutto che prende le sembianze dell'agrume, sopratutto cedro e pompelmo, e della mela quasi verde. Echi di erbe aromatiche e fiori bianchi. In bocca il vino è perfettamente bilanciato e dotato di suprema sapidità che ben si armonizza con una certa avvolgenza del Greco di questa annata.



Angelo produce mediamente 20.000 bottiglie. Non perdete occasioni di portare un piccolo pezzo del terroir Tufo a casa vostra!

Cantina Bambinuto e la scoperta di un grande Greco di Tufo: il Picoli!

Marilena Aufiero, "La Tosta", come l'hanno soprannominata da queste parti, ci aspetta dietro il bancone della sua saletta per degustazioni attigua alla cantina. Per certi versi tutto il suo mondo, vigneti esclusi, si trova racchiuso in pochi metri quadrati.

E' primo pomeriggio e, sebbene abbiamo fatto un piccolo spuntino a pranzo, la frittata con asparagi selvatici che ci aspetta è troppo invitante per non sbranarla in un attimo. 


Marilena, la figlia e...la frittata

Nel frattempo, Marilena ci racconta un pò di sè e degli inizi di Cantina Bambinuto datati 2006 dopo che le uve del territorio avevano subito un brusco calo di prezzo. Il valore agricolo e il lavoro famigliare dovevano essere difesi per cui, invece di vendere le uve a terzi, tutta la famiglia decise di mettersi in proprio per dar vita ad un progetto enologico coadiuvati dal bravo Antonio Pesce.

Prima di passare alla degustazione dei vari vini, Marilena ci porta nella piccola cantina, una spazio ristretto ma ben modulato dove trovano spazio vasche di acciaio e poche barrique.


Torniamo a sedere perchè ci aspetta il primo bianco, una Falanghina IGT Campania 2011 molto fresca e fruttata che scorre giù che è una meraviglia. Finale pulito, sapido, un ottimo aperitivo. Notare anche olive di fianco...


Questa zona, però, è famosa per il Greco di Tufo, l'antico vitigno indicato col nome di Aminea gemina dai Georgici latini ed importato dai Greci della Tessaglia nel 2000 a.C. circa.

Siamo nel territorio di Santa Paolina dove, a differenza di Tufo in cui prevale il calcare, i terreni sono costituiti in larga misura da puddinghe poligeniche, più o meno cementate, generalmente con alternanze di livelli sabbiosi o sabbioso–argillosi di età pliocenica.

Marilena produce due tipologie di Greco, un "base" e un Cru chiamato Picoli. 

Il primo, che ci viene declinato nell'annata 2011, si caratterizza per un corpo snello e dinamico e per un bel bouquet aromatico che spazia tra i fiori bianchi e la frutta, mela limoncella e pesca su tutti. Sorso nervoso, sapido, di ottima persistenza. Gran bel Greco di Tufo, accidenti.

Il Picoli, rispetto al precedente, proviene da uno specifico vigneto situato nell'omonima località e, come ci racconta la stessa Marilena, viene vendemmiato circa 10 giorni dopo il greco base e fa sosta per circa sei mesi sulle fecce. Ovviamente, essendo un vino "importante" ha colore e struttura più intensi del "base" e, visto che è spesso più  indietro del suo fratellino minore, esce sul mercato più tardi. Quando? Ovviamente quando "La Tosta" decide assieme all'enologo che è pronto!


Del Picoli abbiamo degustato un mini verticale iniziando dall'annata 2011 che caratterizza il vino con tutte le durezze che un greco minerale deve avere. Sorso sontuoso, teso, di grande progressione e sapidità. E' giustamente ancora molto indietro ma la materia prima c'è tutta. Da aspettare!

La 2010 si conferma grande annata per i bianchi qua in Irpinia ed il Picoli, ovviamente, non è esente dalla questione. Anzi! Rispetto alla 2011 questo millesimo si caratterizza per una maggiore profondità, sia olfattiva che gustativa. Al naso la ricchezza di frutto fa da contraltare alla mineralità mentre la ginestra e le erbe aromatiche creano una cornice aromatica di grande personalità. Al sorso è un vino assolutamente tridimensionale con un equilibrio tra morbidezze e durezze da far invidia. Non so se è nel momento di massima espressione ma, oggi, è una bevuta assolutamente di livello.

La sorpresa Marilena la riserva sul finale della degustazione quando apre una bottiglia del suo spumante metodo classico a base Greco.


Come è possibile notare dalla foto sopra, il vino è ancora in fase di affinamento e la nostra visita è stata la scusa per valutare tutti assieme lo stato evolutivo della spumante che, alla vista, si presenta in questo modo....


Di buone speranze la parte olfattiva mentre al sorso il vino è ancora molto indietro, ha un'acidità assolutamente tagliente e, per questo, ha ancora bisogno di molto...molto...riposo. Vero Lello?

Prima di andare, ci salutiamo con un piccolo bicchiere di Gre.Cò, splendida acquavite a base di greco e mele cotogne Marilena ha magistralmente abbinato ai cioccolatini fatti da lei stessa.  

Fonte: Pignataro Wine Blog


Come salutarsi in maniera migliore?


Ciro Picariello: Fiano di Avellino 2011

Se passi in Irpinia come fai a non andare a trovare Rita e Ciro Picariello? No, non si può, soprattutto se per questa famiglia hai una stima e una simpatia infinita.

La prima cosa che noti, arrivando a Summonte, è che Ciro ha messo i cartelli stradali per indicare la cantina. Gli investimenti, in tempo di crisi, crescono. Sorriso.

La seconda cosa che noti, arrivando in azienda, è che le vigne ubicate proprio davanti sono meravigliose anche se, così mi confida Ciro, leggermente in ritardo. Il cattivo tempo dei mesi scorsi sta lasciando i suoi strascichi nonostante il caldo improvviso che è arrivato.

Le vigne di Ciro
Non vogliamo rubare troppo tempo a Ciro e a sua moglie Rita, conosciamo bene la gestione dei loro vigneti e la loro cantina per cui, visto che è anche ora di pranzo, ci dirigiamo verso la piccola sala di degustazione per capire quanto sarà grande il loro Fiano di Avellino 2011.

Ciro mi dice simpaticamente di "andarci piano", che il vino è quasi finito e che lo stanno centellinando per andare incontro a tutte le richieste. 

"Beati voi! Vuol dire che se mi piace mi ruberò solo poche bottiglie...". 



Rita sorride mentre il  marito stappa con orgoglio la sua ultima creazione.

Annuso il vino e penso subito alla fondatezza circa tutti i responsi positivi che ho letto in giro su questo vino irpino.


Questo è un Fiano profondo, carnale, che sbuffa mineralità, energia, vivacità, corroborato da un contorno aromatico che prende la forma del biancospino, del mughetto e della pesca nettarina. Le "classiche" note fumè, almeno in questa annata e in questa fase evolutiva del vino, sono ancora piuttosto nascoste.
In bocca è fremente per la sua carica acido e per un epilogo fruttato e quasi salino. Persistenza da vendere.



Da questi parti, da questo angolo della provincia di Avellino, non si sbaglia un colpo e a me, come al solito, non resta che fare ulteriore spazio nella mia cantina per accogliere ancora qualche cassa di Fiano di Ciro Picariello. Sono i problemi della vita....

P.S.: ho bevuto anche il Brut Contadino 2011 e il ragazzo sta migliorando...eccome.....

Masseria Murata: appunti di viaggio irpini. Capitolo 1

Masseria Murata, a Mercogliano, è la prima azienda che ho visitato durante il mio viaggio alla scoperta dei vini dell'Irpinia grazie all'aiuto dell'infaticabile Lello Tornatore.

Geograficamente siamo appena sotto l'Abbazia di Loreto, i cui terreni, parte dei quali ora sono  di proprietà della Masseria, sono da più di otto secoli impiegati per produrre grande uva da vino. Un atto notarile del 1138, infatti, attesta che questi poderi erano già coltivati a vigneto quando il conte Enrico, signore di Sarno e di Avellino, rinunciò al censo che gravava sul vigneto a favore dell'Abbazia dei monaci Benedettini.

I vigneti e l'Abbazia di Loreto

Masseria Murata oggi appartiene ai fratelli Argenziano che, dopo aver conferito uve ad altre aziende, hanno deciso, visto anche che non ne valeva più la pena dal punto di vista economico, di iniziare un progetto imprenditoriale tutto loro.

Attualmente l'azienda si estende per circa 8 ettari di cui 4 a fiano (piantati per due terzi a Mercogliano e un terzo a Candida), 2 a greco (piantato a Chianchetelle) e 2 a coda di volpe (impianti a Mercogliano di età anche centenaria).

Vigneti con Gianluca Argenziano

Vigneti di Fiano
In cantina, aiutati dall'enologo Carmine Valentino, per i bianchi si usa solo acciaio mentre per i rossi, un Aglianico e un Taurasi, si converge verso l'uso di un legno mai invasivo.

Acciaio
Legno

All'interno della sala degustazioni, assieme a formaggi dal sapore antico, beviamo una mini verticale del loro Fiano.

Fiano di Avellino 2012: ancora in embrione con un residuo zuccherino piacione. Difficilmente valutabile oggi ma, a leggerlo attentamente, mi fornisce l'idea di un vino dalle grandi potenzialità. Basta farle esprimere al meglio.

Fiano di Avellino 2011: naso che profum di glicine, erba, agrumi con striature tostate. Bocca piena, equiibrata, con preziosi rimandi alle percezioni sapide ed erbacee. 

Fiano di Avellino 2010: vabbè, si inizia a capire che la 2010 è un'annata clamorosamente buona per il fiano. Almeno da queste parti. Spiccata intensità di glicine, mandorla, fieno, mela, cedro, echi minerali. Bocca sapida, dinamica, dà soddisfazione sorso dopo sorso stentando ad andare via. Gran bel bere!

Greco 2011: da vigneti posti a circa 700 metri di altezza nasce un vino di grande freschezza e sapidità il gusto profilo gusto olfattivo vira tra toni fruttati e minerali. Chiusura bella sapida.

Coda di Volpe 2008: il vino che non ti aspetti, davanti a Fiano e Greco sembrava piccolo piccolo ed invece il piccolo Davide non sfigura contro i Golia irpini. Sarà che le vigne sono quasi centenarie, sarà che la famiglia Argenziano crede molto in questo vitigno, il risultato è affascinante: il Coda di Volpe, di cinque anni fa, è ancora un vino vivo, freschissimo, verticale, non ha grande complessità ma le poche cose che ha le esprime ai massimi livelli. Fresca è una bottiglia che berrei in un minuto da solo.

Peccato 2009: questo aglianico 100% si caratterizza per la grande dinamicità. Profuma di fiori e frutti rossi e, grazie alla freschezza, va giù che è un piacere. Per chi non rinuncia a bere aglianico anche d'estate!

Passione 2007: il Taurasi di Masseria Murata, rispetto al precedente, ha profumi più terrosi e maschili e in bocca è di maggiore avvolgenza. Ottima anche in questo caso la bevibilità. Uva proveniente dai vigneti di Venticano.

Passione 2009: ancora in fasce si caratterizza per una maggiore carica materica e un carattere più definito. L'uva, questa volta, viene da Montemarano.


Star Trek diventa anche un vino. Anzi, tre vini!

E te pareva!!!

Aò so Ammmericani per cui non si lasciano mai sfuggire l'occasione di fare business anche se  a noi europei certe cose ci fanno ridere o...inorridire.

Vabbè, fatto sta che in occasione del lancio mondiale del film Into Darkness - Star Trek dodicesima pellicola della serie cinematografica di Star Trek, è uscito il vino legato alla famosa saga fantascientifica che ha avuto inizio nel 1966 con la serie televisiva ideata da Gene Roddenberry.


Il vino, da quanto leggo in giro, è stata prodotto dalla Viansa Winery, azienda italo americana (ahhhhhhh, ci siamo anche noi allora?!!?) localizzata a Sonoma, distretto vinicolo della California estremamente interessante.

I vitigni usati per produrre il vino? Uno strano connubio di italianità e internazionalità: merlot, sangiovese, cabernet franc, dolcetto, tinta cao e tempranillo. Roba da far drizzare i capelli ad un pelato!

Le etichette, ben tre ispirate a tre episodi della serie originale di Star Trek, portano i seguenti nomi:  The City on the Edge of Forever” “The Trouble with Tribbles” e “Mirror, Mirror”.


Ma il vino è lo stesso!! Potere del marketing e del collezionismo sfrenato..

Ah, i bicchieri giusti ve li possono ordinare io. La scelta può andare sui seguenti:




Ok, Ciao a tutti!!




Vino come garanzia per le banche? Forse si può!

I vini super pregiati come colleterale di un prestito? Sì, se a ricevere il finanziamento è una persona di alto rango che in passato ha lavorato tra i vertici della banca creditrice. E quel che è successo a Goldman Sachs, che ha accettato quasi 15.000 bottiglie di vino proveniente dalle regioni francesi del Bordeaux e della Borgogna come forma di garanzia per un prestito concesso a Andrew Cader, ex direttore della divisione di trading specializzato dell'istituto finanziario. E' quanto emerso da documenti depositati presso le autorità competenti americane secondo cui tra le bottiglie pregiate ce ne sarebbe una datata 1929 e prodotta dal Domaine de la Romanée-Conti.

La mossa, a giudicare dai commenti che circolano negli ambienti bancari e negli studi legali americani, sembra piuttosto insolita: le banche sono state generalmente poco propense a proteggersi da un eventuale default di un cliente debitore con vino, per quanto pregiato. Nemmeno la performance dell'indice benchmark della bevanda pregiata è attraente: il Liv-ex 100 Fine Wine Index, che riflette la variazione dei prezzi dei 100 vini più ricercati, è cresciuto in media a un tasso annuale dell'11% negli ultimi 10 anni fino allo scorso aprile, meglio del +7,9% dell'S&P 500. Eppure opere d'arte e immobili sono sempre stati preferiti come collaterale. Perché? Non è tanto il sapore di tappo a intimidire le banche quanto il sapore di truffa che potrebbe nascondersi dietro casse di vino dall'apparente valore inestimabile.
Lo sa bene il miliardario americano William Koch: pensava di aver comprato 24 bottiglie di pregiato Bordeaux francese e invece si trattava di vino contraffatto. Il fondatore dell'azienda attiva nel campo delle materie prime, Oxbow Group, in Florida, ha ora ottenuto giustizia e, dopo aver vinto una causa da 379.000 dollari contro il venditore truffaldino, ha anche ottenuto 12 milioni di risarcimento danni dalla stessa giuria.
Il giudice di Manhattan che lo scorso aprile ha emesso il verdetto ha giudicato il venditore Eric Greenberg colpevole di aver imbrogliato Koch circa l'autenticità e la provenienza del vino. La cifra stabilita dalla sentenza comprende il costo totale sostenuto da Koch per le bottiglie – comprate all'asta nel 2005 – e 1.000 dollari di risarcimento danni per ogni bottiglia. Cifre, queste, in linea con il valore stimato della collezione di vini dell'ex manager di Goldman Sachs, intorno alle decine di milioni di dollari. Insomma, la banca ribattezzata la 'piovra della finanza' nel mezzo dell'ultima crisi finanziaria si sta proteggendo con quanto prodotto dai migliori vigneti francesi.
Cader si è trincerato dietro un no comment attraverso il suo legale Seth Lapidow, dello studio newyorchese Blank Rome. Goldman Sachs ha replicato all'articolo di Bloomberg - che ha pubblicato la notizia - con la seguente nota: "mentre non rilasciamo commenti in merito a prestiti individuali nel rispetto della riservatezza dei clienti, abbiamo estrema cura nell'usare standard di gestione del rischio di alto livello per valutare ogni forma di collaterale su tutti i prestiti".
Per quanto i termini del prestito restino sconosciuti, quel che è certo è la stretta relazione tra Cader e Goldman. Il manager era a capo di Spear, Leeds & Kellogg quando la banca acquisì la società specializzata nelle transazioni di opzioni put e call per 6,2 miliardi di dollari nel novembre del 2000. Attraverso l'operazione di buyout, Cader ha ricevuto azioni Goldman Sachs. Tra gennaio e ottobre 2002 ha venduto 1,1 milioni di quei titoli con profitti di almeno 85 milioni di dollari. Probabilmente sta ancora brindando all'incasso.
Fonte: America24

A Terroir Vino con il mio Cesanese!

Se lunedì 17 Giugno siete a Genova per Terroir Vino non potete non passare a trovarmi durante la degustazione di Cesanesi del Lazio.

La degustazione, che inizierà alle 13, farà parte delle Degustazioni dal basso (#ddb) organizzate da Filippo Ronco. 

 #ddb1: La grandezza dimessa del Cesanese
Il Cesanese è un antichissimo vitigno autoctono del Lazio tanto che i documenti storici fanno risalire la sua coltivazione al tempo dei Romani i quai, inizialmente, disboscarono le colline di Affile per impiantarlo; da qui il termine Cesanese, vino prodotto nelle "caesae", "luoghi dagli alberi tagliati". Nonostante i fasti storici, il Cesanese ha passato periodi bui che solo nel recente passato sono stati superati grazie al riconoscimento della DOC Affile e Olevano Romano e, nel 2008, della DOGG Cesanese del Piglio. La #ddb Cesanese sarà l’occasione per scoprire chi sono i vignaioli e i vini che, tra viticoltura biodinamica e tradizionale, hanno dato nuova luce al vitigno e a tutta l’economia locale.

Lunedì 17 giugno 2013, ore 13.00 
Dove: Magazzini del Cotone, Modulo 8 secondo piano, sala "Aliseo"
Racconta: Andrea Petrini di Percorsi di Vino
Partecipazione: solo su prenotazione (20,00 € p.p. vale anche per TerroirVino)

In degustazione:

Cesanese del Piglio Docg Colle Ticchio 2012 - Corte dei Papi 
Cesanese del Piglio Docg Casal Cervino 2010 - Agricola EMME 
Cesanese del Piglio Docg Bivi 2012 - Elena Sinibaldi
Cesanese di Olevano Doc Cirsium 2009 - Damiano Ciolli
Cesanese del Piglio Docg Tenuta della Ioria 2011 - Casale della Ioria 
Cesanese del Piglio Docg Romanico 2010 - Coletti Conti 
Cesanese del Piglio Docg Jù quarto  2011- La Visciola 
Cesanese di Affile Capozzano 2010 - Cantina Formiconi 



Tra il Chianti di Lamole e quello di Radda

Come sempre il  mio amico Davide Bonucci, presidente dell'Enoclub Siena, organizza in Toscana degustazioni non solo di grande livello ma anche didattiche.
L'ultima è stata strutturata la scorsa settimana a Lamole in occasione della manifestazione "I Profumi di Lamole" che ogni anno presenta la produzione del suo Chianti Classico.


Il wine tasting, totalmente alla cieca, prevedeva il confronto fra i Chianti Classico 2009 di Radda e quelli di Lamole per capire, se ci sono, differenze tra le due espressioni territoriali.

Ovviamente le figuracce che ho fatto sono state notevoli ma, a prescindere da tutto, voglio raccontarvi di due/tre vini che mi hanno fatto grande impressione. Alcuni, come vedrete, sono vere e proprie new entry per gli appassionati.



Pruneto - Chianti Classico 2009 : il loro vino non mi ha mai fatto traballare dalla sedia ma questo 2009 è davvero bello per il suo naso ben espresso tra frutta rossa e fiori e per una bocca intensa e vellutata caratterizzata da tannini ben fusi e grande equilibrio. Un Chianti dal buon rapporto q/p.



Montevertine - Pian del Ciampolo 2009 : sono sempre più convinto che Martino, adoratore di Borgogna, vinifichi questo IGT in terra francese. Ha tutto per essere considerato un grande village.

Fattoria di Lamole - Chianti Classico Vigna Grospoli 2009: come si fa a non mettere questo vino a Lamole? E' un grande vino di territorio che pare abbia discendenza diretta con ogni tipologia di fiore rosso presente sulla Terra. Eterea, setosa ed elegante la bocca. Paolo Socci, i love you!

Caparsa - Chianti Classico Caparsino Riserva 2009: è la seconda volta che bevo questo vino e, dopo qualche mese dalla mia prima volta, trovo un Chianti ancora più profondo e complesso. Il Caparsino di Paolo Cianferoni quasi nebbioleggia con le sue note di agrume e viola. Bocca freschissima, coerente, dotata di un finale di bella lunghezza.



Bibbiano - Chianti Classico Montornello 2009: l'intruso, non essendo nè di Radda nè di Lamole, ha conquistato tutti per la sua freschissima vena agrumata dove l'arancia sanguinella la faceva da padrone accanto a meno marcati accenti di lampone, mammola, eucalipto. Gran bella bocca, minerale, agrumata, sottile, dotata di fitti tannini e sapida persistenza. Bella sorpresa!

Poggerino - Chianti Classico 2009: mettere il naso nel bicchiere e ritrovarsi in un cesto di frutta rossa croccante che si trasforma in seta dello stesso colore in bocca.Tannino di grana fine, bellissimo equilibrio, meno acido dei precedenti vini ma sicuramente più rotondo e pronto. Altra bella sorpresa.




Podere Castellinuzza - Chianti Classico 2009: è il vino dell'estate, ha una straordinaria nota di anguria e frutta rossa in macedonia che, più che berlo, te lo mangeresti! Solo ancora troppo giovane ma il resto, sorso compreso, è davvero ottimo. 

I Fabbri - Chianti Classico Terra di Lamole 2009: il "base" di Susanna è sempre una piacevole conferma. Succoso, polposo, deciso quanto basta e, soprattutto, territoriale. 

Val delle Corti - Chianti Classico 2009: giovanissimo eppure già profondo e luminoso.  Sorso fresco e beva compulsiva. Roberto Bianchi è diventato davvero uno dei grandi del Chianti. 

Le Masse di Lamole - I Cortacci di Lamole IGT 2011: et voilà, ecco il colpo a sorpresa. Dopo una 2009 problematica che non aveva lasciato grandi ricordi a nessuno, Davide arriva con questa bottiglia di riserva che ha sorpreso tutti per il suo essere intensamente floreale e lamolese. E' un vino con poca gravità che va ascoltato ed ammirato. Piccola curiosità: è un blend di Sangiovese 80%, Canaiolo 5%, Malvasia e Trebbiano bianchi 15%. W la vecchia ricetta del Chianti!




Vi lascio con una splendida vista da Lamole


La classificazione dei Grand Cru d’Italia in occasione dell’Expo 2015? No, grazie

Tutto è nato da questo post inserito da Flaviano Gelardini all'interno del forum del Gambero Rosso:

Cari Forumisti,

come forse alcuni di voi avranno letto la settimana scorsa abbiamo presentato a Roma la Classificazione dei Grand Cru d’Italia: le 30 etichette italiane più ricercate nelle aste, classificate in base ai maggiori livelli di prezzo ed alla minore percentuale di lotti invenduti, registrati alle nostre aste (dal 2005 al 2013).

Dal 2009 abbiamo redatto questa classificazione basata su criteri oggettivi di prezzo ritenendo che possa essere uno strumento utile, ad integrazione delle nostre denominazioni, che definiscono più una tipicità che una qualità assoluta, per la promozione del vino italiano nel mondo, questo il link per scaricare la Classificazione aggiornata 2013: http://www.grwineauction.com/classifica ... tyPhoto/0/

La domanda del sondaggio è:

Sareste favorevoli ad ufficializzare la Classificazione dei Grand Cru d’Italia in occasione dell’Expo 2015 per consentire di inserire la dicitura “Grand Cru” nelle etichette classificate?

Facciamo un salto temporale all'indietro.

Una settimana fa molti organi di stampa riportavano che la Gelardini & Romani, famosa casa d'aste italiane specializzata in vino, avevano stilato la SUA classificazione dei Grand Cru d'Italia sulla base del seguente metodo:

La Classificazione riguarda le etichette di vino italiane più ricercate ed apprezzate da collezionisti ed investitori di tutto il mondo, classificate in base ai maggiori livelli di prezzo ed  alla minore percentuale di lotti invenduti registrati dalla Gelardini & Romani Wine Auction. Il metodo di classificazione dei Grand Cru d'Italia della Gelardini & Romani Wine Auction ricalca quello utilizzato per la classificazione dei Grand Cru di Bordeaux, voluta da Napoleone III in occasione dell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1855, ovvero il livello di prezzo dei vini di Bordeaux riscontrabile sui mercati secondari.


Su tale base, i vini che sono reputati Grand Cru sono i seguenti:

★Brunello di Montalcino Riserva Biondi Santi 
★Masseto Tenuta dell’Ornellaia 
★Barolo Riserva Monfortino G. Conterno
★Amarone Dal Forno
★Barolo Riserva Rocche del Falletto B. Giacosa
★Redigaffi Tua Rita
★Amarone Quintarelli 
★Sassicaia Tenuta San Guido
★Montepulciano d’Abruzzo Valentini
★Barbaresco Riserva B. Giacosa
★Brunello di Montalcino Riserva Soldera
★Messorio Le Macchiole
★Barolo Brunate Voerzio 
★Sperss Gaja 
★Barolo Riserva Granbussia A. Conterno
★Solaia Antinori
★Barolo Cascina Francia G. Conterno 
★Ornellaia Tenuta dell’Ornellaia 
★Barolo Cannubi Boschis Sandrone
★Barbaresco Gaja
★L’Apparita Castello di Ama 
★Brunello di Montalcino Riserva Madonna del Piano Valdicava 
★Le Pergole Torte Montevertine 
★Brunello di Montalcino Riserva Frescobaldi 
★Tignanello Antinori 
★Flaccianello Fontodi 
★Saffredi Le Pupille 
★Oreno Sette Ponti 
★Paleo Le Macchiole 
★Barbaresco Riserva Produttori del Barbaresco 

Torniamo ora al forum del Gambero Rosso. 

Purtroppo la proposta, che secondo me aveva più il fine di cercare incoraggiamenti, non ha ricevuto un grandissimo successo, anzi, in quanto sono venute fuori tutte debolezze di una classifica stilata con questo metodo.

Noi appassionati veri, anzitutto, poco tolleriamo una graduatoria basata su caratteri prettamente commerciali. Il più buono, il Grand Cru, è quello che viene venduto al prezzo maggiore? No, la risposta è no e per due motivi: il primo è che in questo modo, alla fine, la scelta la fanno i grandi ricchi del mondo. La seconda, più romantica forse, è che almeno io sono più legato ad una classificazione dei Cru di tipo borgognone cioè basata sulla qualità del vigneto. I migliori vini sono quelli che derivano dai migliori vigneti.

Sul forum, poi, sono state mosse altre critiche, tutte condivisibili. Siamo sicuri che Il Brunello di Frescobaldi sia davvero un Grand Cru? E l'Oreno Sette Ponti?
Poi ci sono delle imprecisioni: scrivere Barbaresco Riserva Produttori del Barbaresco non ha senso visto che che di questo vino abbiamo ben 9 Cru. Quale è quello preso in considerazione? 
Stesso discorso, secondo l'utente Pippuz, vale per il Barbaresco riserva di Giacosa. Quale? L'unica riserva "generica" etichetta rossa è il 1990, anno in cui sono usciti pure Asili e S.Stefano sempre et. rossa.

Forse, come scrive Andyele, "...quello che proprio non riesco a capire è la logica che sta sotto questa "classificazione" e se proprio proprio si volesse fare sono anche io del parere che "Gran cru" proprio non c'azzecca niente...tutta al più "Gran Vin".

Caro Flaviano, con simpatia, prova a riformulare la questione e vedrai che avrai maggior incoraggiamento!