Josko Gravner tra amore, odio e vecchie annate


Josko Gravner lo si ama indiscutibilmente perchè è un pioniere, un visionario e un ricercatore del vino e della figura ancestralmente collegata ad esso.

Josko Gravner lo si odia perché non gli si perdona che il suo vino, oggi, può sembrare uguale a tanti altri presenti sul mercato, lo si odia perché il suo vino a tavola può sembrare inabbinabile, perché può mancare di freschezza, perché troppo schivo, mentale.

Josko Graver, comunque la si pensi, genera emozioni.

E’ con queste pensieri che qualche giorno fa mi sono approcciato ad una nuova degustazione di “vecchie” annate di Gravner divise tra Chardonnay, Ribolla, Breg e Rosso che, come vedremo, tanto raccontano delle “sofferenze” enologiche dell’uomo Josko.

Chardonnay 1992: da subito iniziamo con un grande vino. Lo percepisco fin da subito visto l’assoluta eleganza sia al naso che in bocca. E’ uno chardonnay floreale e mistico, sa di ginestra e spezie indiane, poi arriva la nota minerale che sa di territorio. Bocca giovanissima, il vino entra, in punta di piedi si impossessa delle tue papille gustative e non lascia la morsa. Chiude sapido, fresco, fruttato, terso.


Breg 1992: cambiano registro, non solo con l’uvaggio, ma anche con il profilo gusto olfattivo che in questo vino è decisamente morbido, “dolce”, con note di miele, castagna ed erbe a costituire l’ossatura aromatica del Breg. In bocca è inaspettatamente guizzante, ha una vena acido sapida importante che, fortunatamente, tende ad addrizzare la beva verso una persistenza più che soddisfacente.


Ribolla 1999: si cambia registro, in tutto. Gravner nel 1997 abbandona la barrique e sceglie di usare la botte grande (30/35 hl), il torchio tradizionale, la pigiadiraspatrice. La Ribolla è il suo vitigno più amato, più coccolato. Il cambio di tendenza lo si intravede già dal colore del vino, poi lo si percepisce netto all’olfatto con un quadro aromatico più duro, austero. La Ribolla 1999 sa di fatica, ruggine, arancia amara, terra rossa, rame. In bocca è sicuramente ciò che voleva Gravner: trasformare un grande autoctono bianco in un vino che avesse struttura e forza di un grande rosso. C’è riuscito.

Ribolla 1999

Breg 1998: naso che sa di buccia di mandarino, cardamomo, caramella mou, mineralità austera. In bocca ancora una volta ti aspetti un vino stanco ed invece hai di fronte un liquido che invade il cavo orale, mette a folle in centro bocca per poi ripartire con una sgommata e non fermarsi più. Per qualcuno il vino della serata.

Breg 2001: ancora una rivoluzione, si torna indietro non di anni ma, forse, di millenni. Il vino ancestrale, la Georgia, il Caucaso e la voglia di ritornare a quello che fu e che non esiste più. Si passa all’anfora. Alla cieca, con i bicchieri neri stile evento sulla Vernaccia, diresti senza dubbio che questo è un vino rosso, al massimo un rosato di grande struttura. È un vino che sa di albiccocca disidratata, fragola, frutti di bosco, agrumi canditi. In bocca è ancora leggermente tannico, spiazzante, rotondo, finale di terra rossa e castagna.


Rosso 1990: eccoci ai rossi di Gravner anche se, dopo il precedente, potrei dire che ripartiamo con i rossi. Il Rosso Gravner, uvaggio di merlot e cabernet sauvignon, ha in questo 1990 un grande rappresentante. E’ un vino giovane, ancora ci inebria con profumi di frutta rossa, è integro nella sua struttura e nel suo giovanile equilibrio. Setoso, affascinante, chiude minerale e con ricordi vegetali. 


Rosso 1992: rispetto al precedente è un passo indietro sia al naso, ritroso, sia in bocca dove manca di grande complessità e persistenza. Nonostante tutto è un vino che non cede nulla all’età e che berrei anche ora.

Rosso 1994: tanta frutta e mineralità. Lo avrei capito se fosse un vino di tre, massimo quattro anni, ma da un prodotto di ben diciotto anni quasi grido al miracolo. Non trovo cedimenti su nulla. E’ un vino diretto, schietto, se avesse una maggiore complessità griderei al miracolo.

Rosso 1995: come bagnato nella piscina di Cocoon questo millesimo oltre al cesto di frutta rossa sa anche di fiori e spezie rosse. In bocca è fresco, teso, dinamico, nervoso come un bambino portato via dalle giostre prima dell’ultimo giro. La futura generazione potrà verificare a che punto sarà della sua evoluzione.

La batteria dei vini


"I miei vini degli ultimi anni non devono piacere, non hanno un gusto addomesticato, falso e velenoso di molti vini in commercio, quei gusti omologati, tutti uguali, a cui purtroppo ci stanno abituando. Dovranno passare parecchi anni prima che siano riconosciuti, ci si dovrà abituare alla loro sincerità, alla loro bontà, alla loro salubrità, al loro racconto, a profumi diversi, a una diversa struttura, una struttura autentica...”


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