Conservare lo Champagne? Ci pensa Porsche...

Una volta Armani faceva solo i vestiti, Hello Kitty era solo un cartone animato e la Porsche si occupava solo di macchine. Una volta.
Oggi, purtroppo aggiungo io, se siete degli appassionati di bollicine made in France sapete benissimo che bere un flute di ottimo champagne non ha senso se non lo si fa rispettando una liturgia che va dalla coltivazione delle uve all’immagazzinamento del prezioso nettare divino. Il problema dell’invecchiamento dello champagne infatti è molto importante, in quanto una cattiva conservazione finisce per inficiarne gravemente il gusto.

Proprio per questo motivo Veuve Clicquot ha creato, grazie alla collaborazione dei tecnici del Porsche Design Studio, Vertical Limit, una vera e propria cantina anche se in senso moderno, molto elegante e raffinata, in cui conservare le singole bottiglie di pregiato champagne nelle condizioni ottimali.

In questo caso il concetto di cantina, di solito un luogo buio ed angusto, dal quale tenere lontani gli ospiti, viene completamente ribaltato, visto che Vertical Limit rappresenta un elemento di arredo che invece va mostrato a tutti.

La struttura, costruita interamente in acciaio e alta 1,80 metri, può ospitare fino a 12 bottiglie disposte in senso orizzontale; il materiale utilizzato è acciaio assemblato a mano, mentre all’interno la temperatura costante sarà di 12 gradi centigradi come nelle blasonate cantine francesi.

Vertical Limit sarà prodotto in edizione limitata, soltanto 25 pezzi, e sarà acquistabile esclusivamente nei Porsche Design Store di New York e Los Angeles ad un prezzo di 70.000 dollari (una schiocchezzuola..).

Ma con tutti quei soldi non mi affitto a vita una sana e "vecchia" cantina di tufo??

Le sagre enogastronomiche hanno ancora senso? Il caso della sagra del vino di Marino..

Ormai c’è una vera e propria mobilitazione contro le sagre paesane, troppe e soprattutto troppo poco controllate dagli enti competenti.
La media è altissima, in Toscana ad esempio si fanno circa mille sagre all’anno e, se moltiplichiamo tutto questo per le varie Regioni di Italia, possiamo ben capire la portata del fenomeno che è soprattutto concentrato in estate e durante i periodo festivi. Ma perché le sagre sono oggi contestate? Per vari e ragionevoli motivi:
  • solo due su tre sono autentiche, le altre sono “false“ sagre e propongono prodotti o piatti che non sono del territorio;
  • non c’è alcuna attenzione alle questioni ambientali o di igiene;
  • si crea danno alla ristorazione per via di una concorrenza a volte “troppo” sleale. I menù, infatti, durante queste feste vengono proposti dalle Pro loco a prezzi popolari grazie alla minor presenza di costi e tasse;
  • a volte gli incassi non sono destinati a fini umanitari ma vengono destinati ad “altro”;

Ma perché sta Percorsi di Vino si interessa delle sagre ora? Semplicemente perché non capisco il senso della Sagra del Vino di Marino. Sicuramente è una delle sagre italiane più antiche, sicuramente è territoriale e tutto quello che volete però, e qualcuno me lo spieghi, che vantaggio può dare, oggi, al mondo del vino, soprattutto laziale? Il nostro vino, quello della mia Regione, è poco considerato sia dalle guide sia dagli addetti ai lavori (sommelier, ristoratori, etc.), il vino dei Castelli Romani è in piena crisi, nel Lazio, secondo le ultime statistiche, c’è mediamente una resa per ettaro di oltre 120 quintali. La sagra del vino dovrebbe, pertanto, essere un’occasione per tutti i produttori di presentare i loro vini, di far vedere alla gente che, forse, si sta facendo qualcosa di buono, che qualcosa si sta muovendo, che ci sono giovani vignaioli che stanno percorrendo una strada diversa dai loro nonni. Le cose però stanno diversamente, nulla viene valorizzato, durante la festa il vino migliore che puoi bere, spesso gratis, è appena migliore di quello che compri presso il peggiore discount, per la rievocazione del corteo storico vengono invitati come star di eccezione Costantino Vitagliano e Sara Varone ed Eva Henger.
Di cosa stiamo parlando allora? Di rilanciare e valorizzare un territorio ed un vino?

Il corso sul sangiovese regala un'altra perla: Podere Il Palazzino - Grosso Sanese 2004

Oggi Percorsi di Vino vi porta a Monti in Chianti, a circa 400 metri di altezza s.l.m., in una delle zone più belle della Toscana e in uno dei più grandi Cru del Chianti Classico. Qua, fin dal 1793, sorge podere Il Palazzino, dimora che fa parte di quell’insieme di casolari e fattorie che furono costruite in quegli anni da Pietro Leopoldo, il Granduca di Toscana, che durante la riforma agraria introdusse una serie di miglioramenti in ogni campo, dall’economia all’amministrazione.
La famiglia Sderci, attuale proprietaria, ha acquisito il podere solo a metà ‘800 anche se, a quel tempo, ancora non si parlava di vino. Dobbiamo arrivare al 1970 affinchè questa parola cominci a diventare di uso comune al Palazzino, in quel periodo Andrea e Alessandro Sderci, poco più che ventenni, cominciarono a piantare i primi vigneti di Sangiovese andandoli a sostituire a ulivi e vigneti sparsi un po’ dovunque. L’obiettivo è semplice: attraverso l’ausilio di base rese per ettaro, scrupolose selezioni delle uve, fermentazioni in legno e affinamento in barriques e piccole botti, si cerca di produrre un grandissimo Chianti Classico.
Con la vendemmia '81 nasce il Grosso Sanese, da una piccola grande vigna di circa due ettari attigua al fabbricato aziendale. Il terreno ha una bellissima esposizione a sud-sudest, il suolo è calcareo di medio impasto e composto principalmente di alberese e galestro; le viti vengono potate con il metodo a cordone speronato, con un numero massimo di sei gemme. La resa viene limitata a 50/60 ql. a ettaro per una produzione totale di circa 10.000 bottiglie all'anno. La fermentazione si svolge in tini di rovere tronco conici da 50 hi. II processo di fermentazione e macerazione si prolunga in genere per circa trenta giorni, successivamente il vino viene passato in barriques dove prosegue la fermentazione malolattica.
L'affinamento in barriques di rovere di Allier (di cui un 30% viene rinnovato ogni anno) ha una durata di quattordici/diciotto mesi, dopo di che si procede al taglio finale e all'imbottigliamento. Prima della commercializzazione il vino riposa per altri sei mesi in bottiglia.
Abbiamo parlato troppo, il Grosso Sanese 2004 è un vino che non ha bisogno troppo di parole, lo possiamo capire anche ad occhi chiusi, annusando il nostro calice questo Chianti sembra quasi “nebbioleggiare” con la sua profondità, la sua complessità e quell’austerità che un po’ spiazza quelli che cercano nel Sangiovese un vino “facile” e subito pronto. Il vini si apre col passare del tempo, non va di fretta il Grosso Sanese, cavalca il tempo avanzando comunque inesorabile come inesorabili e netti sono tutti i profumi che sprigiona, dal frutto nero selvatico al cuoio fino ad arrivare alla terra, alla roccia, quel calcare che dà vigoria e potenza al tutto.
Bocca splendida, qua c’è tutto, c’è struttura, potenza, eleganza, finezza, persistenza, tutto è amalgamato ed armonico. Credetemi, un grande Chianti Classico, 25 euro di grande edonismo. Peccato che la vigna, ormai vecchia, sia stata espiantata per essere poi, successivamente, reimpiantata: dovremo aspettare qualche anno per vedere di nuovo questo vino in commercio per cui, se lo volete, assaltate le vecchie annate.

Tutta la crisi del vino di Frascati!

La notizia è stata già pubblicata da più parti: un centinaio di agricoltori hanno pestato l'uva dei Castelli Romani nel centro di Roma, dinanzi al palazzo della Provincia, per protestare contro gli alti costi della filiera che coinvolge la produzione di vino Frascati che, in questa situazione di crisi, avrebbe bisogno di un sostegno e di un rilancio. Negli ultimi 40 anni il prezzo delle uve del 'Frascati' è diminuito fino a livelli che oggi - sottolinea la Coldiretti - non garantiscono più neanche la copertura dei costi di produzione per effetto di un sistema drogato che ha finito col favorire soggetti esterni alla filiera agricola e impoverito le aziende. I prezzi proposti per le uve quest'anno sono quasi dimezzati rispetto ai 43 euro/quintale dello scorso anno. A rischio, sottolinea l'organizzazione, "non c'è dunque solo una attività economica, ma un intero sistema produttivo, ambientale e culturale fortemente radicato al territorio come quello del Lazio che può contare su 30 mila ettari circa di vigneto dai quali si producono mediamente oltre 2,7 milioni di ettolitri di vino all'anno". E’ chiaro che, pur essendo solidale con questi agricoltori che rischiano di entrare in seria crisi (se già non lo sono), due cose mi vengono in mente pensando al Frascati:
  • questi vignaioli perché invece di produrre 150/200 quintali per ettaro non si adeguano ad una viticoltura di qualità abbassando drasticamente le rese? Se fate un giro per i Castelli Romani trovate più tendoni che abitanti…
  • si lamentano del caro bottiglia? Il male di Roma, a livello di qualità di vino, sono sempre state e, forse, saranno tutte le fraschette e le osterie turistiche del centro che comprano vino a pochissimi cent al litro per poi rivenderlo, targandolo “della casa”, a 10/12 euro il litro. Perché allora questi valenti agricoltori non cambiano rotta producendo e commercializzando un vino che non permetta a questi osti da quattro soldi di fare sto giochetto? Negli anni passati gli è andato bene questo connubio, tanto Roma se beve tutto dicevano. E ora? Ora che c’è la crisi vi lamentate di scelte sbagliate? Solo i lungimiranti ora stanno gongolando.
Scusate lo sfogo ma, per me, Roma deve evitare di bersi tutta sta mondezza!

Un anno da wine blogger...

E’ un po’ di tempo che mi diletto a scrivere di vino, in internet ho questo diario digitale dove appunto tutte le sensazioni su ciò che bevo cercando di condividere le mie emozioni con quelle poche persone che mi seguono. Dicono che sono un wine blogger e come tale faccio parte di questo mondo, della blogosfera.
E’ più di un anno che redigo questo piccolo blog e, volente o nolente, sono dovuto entrare in relazione con gli altri colleghi di tastiera (una volta si diceva pen friend), a piccoli passi sto entrando nel mondo dei wine blogger, un microcosmo che ha caratteristiche specifiche e che, forse, non è altro che lo spaccato della nostra società attuale.
Ma di cosa parliamo? Senza che si offenda nessuno posso dire che, ad oggi, questo mondo (forum compresi), secondo la mia personale opinione e con le dovute eccezioni, ha queste caratteristiche:
  • Molti wine blogger si conoscono, sono amici o pensano di esserlo. Questo genera due tipi di fenomeni: all’interno di molti blog i commenti spesso vengono fatti sempre dagli amici/colleghi wine writer, sono poche le persone veramente esterne che partecipano alla discussione dicendo la propria. Tutto ciò certamente non è disdicevole, anzi, però c’è il rischio di creare una sorta di circolo chiuso che spinge il semplice appassionato, il neofita, a non intervenire mai per paura di essere crocifisso stile Fantozzi. L’altro aspetto è che questo pugno di wine blogger, spesso influenti nell’ambiente, creano una sorta di casta, un piccolo ordine professionale con tutti i difetti che questo si porta dietro. Entrare nel giro è difficile, se non fai parte di una certa scuola di pensiero (e ce ne è più di una) rischi di venire respinto con forza in quanto personaggio potenzialmente pericoloso per il loro ego. La prova? Vedere come sono stato trattato a Maggio durante le nomination per il miglior blog di vino.
  • Se entri nel giro giusto, se sei popolare, allora godi di grandi tutele e tutti ti linkano anche se scrivi delle vaccate tremende;
  • I wine blog sono spesso autoreferenziali e, per questo, non universalmente comprensibili;
  • I wine blogger pensano, forse sperano, di capire davvero di vino e guai a contraddirli, potrebbero sparare bordate di insulti incredibili e sbatterti in faccia il loro diploma di sommelier;
  • Guai a stilare classifiche o a pubblicizzare qualche iniziativa personale, verresti subito bombardato di critiche, spesso non costruttive;
  • Attenzione massima anche quando si recensisce un vino, i produttori a volte sono permalosi e pensano di fare il vino migliore del mondo. Diplomazia ed indipendenza devono sempre viaggiare a braccetto.
La domanda, come direbbe qualcuno, nasce spontanea: ma è così tremendo sto mondo? Come ho scritto in precedenza, ribadisco anche ora che le eccezioni sono tante, tantissime, e c’è il serio “rischio” di divertirsi sul serio e conoscere, anche indirettamente, tanta gente seria, simpatica e appassionata. A volte penso di essere Alice nel Paese delle Meraviglie o un orso in una mare di barattoli di marmellata.
Il mondo che abbiamo fuori sta anche qua dentro, basta scegliere, selezionare, a volte tapparsi il naso, e alla fine vedrete che pure voi vorrete essere un wine blogger, c’è spazio per tutti qua ma non dite che ve l’ho detto io….

Fattoria del Cerro Vinsanto "Sangallo" 2003

Fattoria del Cerro, acquistata nel lontano 1978 da Saiagricola S.p.A., anni difficili quelli, quasi pionieristici, quando Montepulciano e i suoi vini stavano vivendo un singolare periodo di crisi, sia d'immagine che di vendite. La denominazione di origine controllata è garantita non era ancora entrata in vigore e lo sarebbe stata solo a partire dalla vendemmia del 1980 e i vini sarebbero poi stati messi sul mercato solo dal Gennaio del 1983.

La Fattoria del Cerro non solo ha tenuto duro ma è stata anche traino della crescita qualitativa di tutto il comparto del Vino Nobile e oggi, con i suoi 93 ettari iscritti all'Albo del Vino Nobile, è la più grande realtà privata produttrice di Vino Nobile di Montepulciano, in provincia di Siena. L’azienda, però, con i suoi 173 ettari di vigneto totale non produce solo Vino Nobile e Rosso di Montepulciano, ma commercializza tutta una gamma di vini che spazia dal Chianti dei Colli Senesi allo Chardonnay di Toscana, dal Brandy fino ad arrivare, ovviamente, al Vinsanto di MontepulcianoSangallo”, vino dolce prodotto in onore di Antonio Giamberti da Sangallo - detto il Vecchio che costruì nei primi del ‘500 la Chiesa di San Biagio a Montepulciano, capolavoro tardorinascimentale che possiamo visitare nella città poliziana.

Il Vinsanto, come da tradizione, è a base di Pulcinculo (Grechetto) e Trebbiano i cui grappoli sono stesi sui cannicci per avvizzire. In tale ambito, l’attività di appassimento avviene all’interno della Fattoria del Cerro che, per questo, ha destinato l'ampio sottotetto del "Podere Argiano" che, essendo ben aerato e giustamente umido, è il miglior ambiente per farle giungere sane fino a gennaio, o addirittura a febbraio, quando vengono pigiate. Il vino viene poi fatto maturare all’interno dei classici caratelli per minimo tre anni al fine di permettergli di sviluppare complessità ed armonia, caratteristiche tutte che ritroviamo nei grandi vini dolci.

Nel mio bicchiere è stato versato il millesimo 2003, di un suadente colore oro fulvo che al naso esprime un quadro olfattivo caratterizzato da frutta stramatura, uva sottospirito, vaniglia, cannella, leggero mentolato ed una punta di tabacco biondo. In bocca il calore e la dolcezza dell’annata calda vengono subito compensati da una bella vena acida che impedisce, fortunatamente, ogni stucchevolezza. Palato cremoso, ricco di ritorni di frutta stramatura e spezie dolci. Chiude sapido con una persistenza che certo non ci fa strappare i capelli.
Un Vinsanto buono anche se il confronto con altre tipologie potrebbe risultare abbastanza deleterio, sia per la complessità che per la persistenza complessiva del vino.
Da provare forse in annate migliori?

La Porta di Vertine 2006, un grande Chianti Classico Riserva

Ieri sera ho iniziato all’AIS di Roma il corso sul Sangiovese curato e condotto da Armando Castagno, un uomo, e anche un amico, che trasuda passione per il vino da ogni poro della sua pelle.
Gaiole in Chianti e Castelnuovo Berardenga sono stati le prime zone che il docente ha preso in considerazione, si parla ci Chianti Classico, un vino che, come vedremo, è capace e sarà capace di darci emozioni uniche, da riscoprire.
Il vino del Gallo Nero lo troviamo ormai dappertutto, dal discount sotto casa al supermercato delle stazioni di servizio, troppa robaccia in giro, difficile ormai trovare qualcosa di decente se non si è consigliati da persone col pelo sullo stomaco. Ecco, il corso sul Sangiovese vuole insegnare proprio questo, vuole accompagnarci per mano alla ricerca del vero Sangiovese, quello territoriale, quello emozionante e che berremmo a tavola in un solo sorso, magari accanto ad una bistecca fiorentina.
Uno di questi piccoli grandi capolavori enologici porta la firma della Porta di Vertine, azienda nata solo nel 2006 quando Dan ed Ellen Lugosch acquistano un vigneto a forma di anfiteatro nel borgo di Vertine, a Gaiole, nella zona del Chianti Classico con l’obiettivo di nell’esplorare le caratteristiche del Sangiovese, selezionando vigneti e scegliendo i terreni che meglio ne fanno risaltare complessità e la sua attitudine all’invecchiamento. La Porta di Vertine deve moltissimo a tre uomini: Giacomo Mastretta, responsabile ed enologo, l’agronomo Ruggero Mazzilli, sotto la cui guida i vigneti sono stati convertiti al metodo biologico e, soprattutto, Giulio Gambelli, consulente enologo, maestro assaggiatore e una leggenda nel mondo del Sangiovese.
I vigneti sorgono su terrazze abbandonate nelle quali, grazie alla composizione del terreno ricco di galestro ed alberese che, essendo piuttosto povero, riduce naturalmente la vigoria della pianta, limitando la rese in modo naturale.
La vinificazione dei vini è naturale, a La Porta di Vertine si opera nella convinzione che, intervenendo il meno possibile durante la vinificazione, le caratteristiche dei vigneti traspaiano più chiaramente. In cantina i lieviti naturali e la temperatura ambiente la fanno da padrone. Il fatto che la cantina non abbia alcuno strumento di controllo della temperatura non è considerato un impedimento, ma parte della filosofia di non intervento.
Il Chianti Classico Riserva è il vino di punta dell’azienda ed è il frutto della selezione dei migliori grappoli della vigna della Conca d’Oro e del Campino dei Visconti a Vertine.
Alla metà di Ottobre i grappoli sono stati raccolti manualmente in piccole cassette. Non c’è aggiunta di solforosa in questo stadio. L’uva viene semplicemente disparata e messa in piccole vasche di accaio e cemento senza essere pigiata. La fermentazione si svolge ad opera dei lieviti indigeni, senza alcun controllo diretto della temperatura: la freschissima temperatura naturale della cantina ne facilita uno svolgimenti molto lento e regolare, preservando così il profumo elegante del Sangiovese. La durata e la cadenza dei rimontaggi dipendono dalla qualità dell’uva senza seguire uno schema prefissato. Alla fine dalla fermentazione alcolica, si effettua un solo delestage, durante il quale il vino è resta separato dalle bucce per una notte. Questo insolito metodo consente una maggiore estrazione in quanto, in assenza del vino, la temperatura delle bucce può salire notevolmente.
Dopo la fermentazione, il vino è stato lasciato sulle bucce per altre due settimane prima del travaso in barrique e doppia barrique. Qui il vino svolge la fermentazione malolattica alla fine della quale si valuta l’eventuale aggiunta di solforosa. Non viene poi sottoposto a ulteriori manipolazioni ad eccezione delle regolari colmature che servono a reintegrare il vino che naturalmente evapora attraverso le doghe del legno.
Il vino non viene sottoposto ad alcun travaso per i primi otto – dieci mesi, al fine di mantenerlo in contatto con le fecce fini che lo proteggono e gli conferiscono più ricchezza e complessità. L’affinamento in legno ha avuto una durata complessiva di circa sedici mesi.
Dopo l’imbottigliamento il vino riposa per almeno sei mesi prima di essere commercializzato.
Eccola qua questa Riserva, nel mio bicchiere, ho di fronte l’annata 2006 che si presenta di una straordinaria freschezza, esplode al naso la viola mammola e una leggera terrosità, poi frutta a buccia matura, liquirizia e chiodo di garofano. Un olfatto, rispetto ad altri Chianti Classico meno elaborato, monumentale ma più diretto, espressivo.
Bocca di grande corrispondenza col naso, la grande materia del vino, soprattutto il tannino, è ottimamente equilibrato dalla grande acidità del vino (i dati analitici ci dicono che siamo sui 7 g\l). Ritorna la frutta e la florealità. Un Chianti di grandissima beva, fresco e di grande pulizia, in stile Gambelli. Per una volta tanto 23 euro spese bene. Grazie Armando per avermi fatto scoprire questo vino anche se, lo so, non sarà l’unico……