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Il vino dell'Etna a Roma: piccoli appunti di degustazione

I vignaioli dell'Etna sono sbarcati a Roma grazie ancora a Tiziana Gallo che a Roma, cominciando dai Vini Naturali, organizza sempre degustazioni di grande interesse.

Devo dire che la curiosità di partecipare all'evento era tanta, ero curioso di capire la strada che sta intraprendendo questa tipologia di vino che, osannato da alcuni come il Borgogna italiano, ha sofferto un pò del paragone visto che, tranne rare eccezioni, nel lungo periodo non ha mai offerto le risposte che ci si aspettava.

Ma che territorio è quello dell'Etna, una delle più antiche DOC italiane (1968)? 

L'area di produzione interessa parte del territorio dei comuni di Aci, Sant'Antonio, Acireale, Belpasso, Biancavilla, Castiglione di Sicilia, Giarre, Linguaglossa, Mascali, Milo, Nicolosi, Paternò, Pedara, Piedimonte Etneo, Randazzo, Sant'Alfio, Santa Maria di Licodia, Santa Venerina, Trecastagni, Viagrande e Zafferana Etnea, sulle pendici dell'Etna, in provincia di Catania.


I vitigni, coltivati ad alberello su terreni sabbiosi di origine vulcanica, sono piantati fino ad oltre 1000 metri di altezza, una viticoltura spesso eroica che, anno dopo anno, anche per via del clima sempre più caldo, cerca nuovi spazi scalando quel vulcano che i siciliani chiamano a' Muntagna.

Il patrimonio ampelografico è estramamente interessante e, per quanto riguarda le uve a bacca bianca, è costituito prevalentemente da vitigni anche centenari come il carricante ed il cataratto, le due principali uve con cui si producono le due Doc Etna Bianco ed Etna Bianco Superiore. Più rara è la Minnella bianca.

L'Etna Rosato Doc e l'Etna Rosso Doc, invece, è costituito da due storici vitigni autoctoni come il nerello mascalese e il nerello cappuccio.

Fatta questa premessa un pò didattica, devo dire la degustazione è stata di ottimo livello, nell'areale dell'Etna Doc ci sono aziende estremamente valide con punte di assoluta eccellenza. Di seguito, gli appunti di degustazione dei migliori assaggi

Graci: dei dui vini presentati mi ha colpito moltissimo l'Etna Rosso Doc Quota 600, un nerello mascalese in purezza che colpisce per la sua mediterranea complessità accompagnata da tocchi di fiori viola. Ottimo per equilibrio e persistenza.


Foto: Andrea Federici

Valcerasa: la prima menzione speciale è per il loro l'Etna Bianco Doc 2009 che sprizza territorialità da tutti i pori con un quadro gustativo dove spicca la sapidità del terreno. Il sorso salato dell'Etna. Altra segnalazione per l'Etna Rosso Doc 2007, un mix di frutta rossa e macchia mediterranea che conquista subito il palato..e l'animo

Girolamo Russo: per me una delle sorprese della giornata. a' Rina, Feudo e San Lorenzo (nerello mascalese con piccola percentuale di cappuccio), tutti annata 2010, rappresentano vini di un livello qualitativo medio pazzesco. La mia preferenza va al San Lorenzo, il Cru aziendale, che mostra una profondità intrigante fatto di frutta nera croccante, fiori, spezie e mineralità vulcanica. Fresco, lungo, sapido, inarrestabile.


Foto: Andrea Federici

Tenuta di Fessina: oltre al solito grande Musmeci 2008, volevo segnalare l'Etna Bianco Doc a' Puddara 2010, un esempio di come il Carricante in Sicilia può venire davvero elegante e leggiadro. Ottimo anche il Nakone, uno chardonnay in purezza sapido e fresco che diverge da certe tipologie che possiamo trovare nella stessa isola. A buon intenditor poche parole...

Benanti: l'Etna Bianco Superiore Doc Pietramarina 2008, uno dei grandi vini bianchi italiani, è talmente giovane e citrino che alla cieca non lo piazzerei in Sicilia. Il vero marchio di fabbrica di Benanti è stato invece l'Etna Rosso Doc Serra della Contessa 2004 un vino grandioso che fa comprendere le reali potenzialità dei vari nerello se coltivati ed amati come si deve. Ferroso, mentolato, speziato, bastava un sorso per essersi ripagato l'ingresso.

Feudo Cavaliere: altra azienda a me sconosciuta che invece si è rivelata di grande interesse. Da segnalare il Etna Rosato Doc Millemetri 2010 dal sorso sapido e terroso e l'Etna Rosso Doc Millemetri 2008 dal carattere austero, quasi oscuro, che incanta per la sua scia minerale nell finale di beva.

Passopisciaro: chapeau a questa azienda che ha mi ha incantato con i suoi due vini in degustazione. Il primo, Sicilia IGT Rosso Passopisciaro 2010, è un nerello mascalese in purezza da vecchie vigne che sa di frutta rossa e macchia mediterranea e che conquista il palato per la sua estrema bevibilità. Il Contrada P 2010, da una piccola parcella posta in contrada Porcaria, aggiunge al precedente profondità, mineralità, eleganza e persistenza record. Un vino da ricordare.


Foto:Andrea Federici

I Vigneri di Salvo Foti: anche in questo caso la linea dei vini presentati era di grande livello ma la mia menzione speciale va al Sicilia Rosato IGT Vinudilice 2010 da uve alicante, grecanico, minnella e altre poste ad una altezza di 1.300 metri. E' un rosato spaziale, non convenzionale, una porzione di anima di Sicilia in rosa.

I Custodi delle Vigne dell'Etna: anche se forse l'annata non lo valorizza al massimo, l'Etna Bianco Doc Ante 2010, da uve carricante, grecanico e minnella, rappresenta sempre un gran bel bere. Si propone con toni agrumati, mimosa, erbe mediterranee fresche e sapidità marina. Bocca fresca, intensa, minerale.

Ho saltato, per questione di tempo altri interessanti vignaioli tra cui l'azienda agricola Calcagno e, a giudicare da quello che leggo in internet,  la mia mancanza non ammette perdono. Spero di rifarmi in futuro. Alla prossima!


Gruppo Enoroma


I Vignaioli dell'Etna a Roma questo fine settimana

La stagione autunnale 2012 inizia con un nuovo evento voluto da Tiziana Gallo e legato a una delle massime espressioni della vitivinicoltura siciliana, quella etnea. Il 15 e il 16 settembre saranno due giornate dedicate ai vini del Vulcano, una terra magica, antica, dove l’uomo ha dovuto convivere per millenni con lo sguardo rivolto verso l’alto, perennemente attento all’attività dei crateri.

Vignaioli dell'Etna vuole portare a Roma gli straordinari vini di una realtà in cui gli impervi vigneti delimitati da muretti in pietra lavica sono coltivati ad alberello sulle pendici della montagna, secondo la tradizione iniziata dalla dominazione greca. Siamo nella patria di vitigni autoctoni come il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio, il Carricante e la Minnella, che su questo terreno vulcanico sabbioso riescono a raggiungere la loro massima espressione. La “Montagna di Fuoco”, cosi definita da Salvo Foti - uno dei pionieri del recupero della viticoltura etnea - sulla costa orientale della Sicilia è un maestoso punto di riferimento, un dominatore silenzioso capace di condizionare, nel bene e nel male, l’esistenza di migliaia di abitanti: dal Vulcano gli anziani agricoltori per secoli hanno ricavato premonizioni, auspici e previsioni climatiche, tramandandone il fascino e cercando di concentrarlo nei prodotti della terra e soprattutto nel vino.

Ogni versante che si dirama dalla cima del cratere regala dei vigneti singolari e diversi nelle loro espressioni, anche solo per pochi metri di distanza l'uno dall'altro. A rappresentare la sorprendente esperienza delle viticoltura etnea saranno diciassette produttori, appartenenti alle quattro pareti del vulcano, che proporranno sui banchi d’assaggio le differenti e personali interpretazioni delle varietà che contraddistinguono l’enologia etnea: Barone di Villagrande, Benanti, Calcagno, Ciro Biondi, I Custodi delle Vigne dell’Etna, Edomè, Feudo Cavaliere, Girolamo Russo, Graci, Mannino Giuseppe, Passopisciaro, Tasca d’Almerita, Tenuta di Fessina, Terrazze dell’Etna, Terre dell’Etna, Valcerasa e I Vigneri, oltre alle prelibatezze dolciarie di Donna Elvira, una delle migliori pasticcerie dell’isola e alle specialità gastronomiche del Corriere Marchigiano, che ormai abbiamo imparato a conoscere negli eventi organizzati da Tiziana Gallo.


L’appuntamento è nelle eleganti sale dell’Hotel Victoria, in via Campania 41, di fronte a Villa Borghese e a cento metri da Via Veneto, e gli orari previsti sono sabato 15 settembre dalle 14 alle 20 e domenica 16 settembre dalle 12 alle 20.
È la prima volta che a Roma si possono assaggiare, tutti assieme, i vini dei più importanti produttori del Vulcano ed è per questo che Vignaioli dell’Etna è un evento a cui gli enofili di tutte le categorie non possono proprio mancare!

Tutte le info sull'evento le trovate al seguente link.

Io ci sarò sabato e so che anche qualche sbevazzone sarà dei nostri...Beoni compresi!!

I territori del Fiano con Luciano Pignataro e Slow Food


Il Fiano di Avellino, uno dei più grandi vini bianchi italiani, è stato al centro di un seminario tenuto da Luciano Pignataro in collaborazione con Slow Food Roma e Slow Food Ciampino. Il tema, impegnativo, era quello di capire le varie anime di questo vitigno che, a seconda del terroir di elezione, offre caratteri ed espressioni diverse, spesso anche in contrasto tra in loro, in un gioco che, alla fine, fa ritornare la mente del degustatore ad un unico grande concetto: il Fiano, quando fatto bene, è pura emozione.

Fonte: winesurf.it

I territori di elezione di questo vitigno sono stati studiati negli anni da molti giornalisti ed appassionati, Pignataro in testa, che in maniera più o meno empirica hanno individuato le seguenti zone: Lapio, Summonte, Cesinali e Montefredane.

Lapio

Questa è una zona storica del Fiano visto che già negli anni ’80 molti contadini hanno impiantato questo vitigno per contrastare la crisi del vino rosso a base Aglianico che in quel periodo stata soffrendo parecchio per via dello scandalo del metanolo.
Questa è una zona collinare, siamo sui 500 metri s.l.m. e i terreni sono prettamente argillosi. I vini che ne escono, pertanto, sono tutti di grande impatto e ben leggibili nelle loro caratteristiche di grande presenza di frutta dolce, succosa, suadente.
Il territorio è stato rappresentato da due produttori: Clelia Romano e Rocca del Principe.

Il Fiano della prima produttrice, annata 2010, esplode all’olfatto con un cesto di frutta gialla e bianca che non conosce confini. C’è rotondità ma, attenzione, non dolcezza perché il tutto viene smussato da una vena minerale semplice ma efficace. In bocca, invece, diventa austero e non concede quello che il naso prometteva. E’ una bella donna che seduce ma non porti a letto. Finale lievemente e tipicamente amarognolo.

Il Fiano 2010 di Rocca del Principe è più verticale di quello precedente, la vena minerale e acida si fa sentire in maniera netta come più intense sono le note di erbe aromatiche. E’ un Fiano meno pacioccone di quello di Cleria Romano, più sapido e meno diretto. Il mio preferito tra i due.


Summonte

Siamo all’interno del versante opposto a Lapio, alle pendici dal monte Partenio, sede del Santuario di Montevergine. I suoli, meno profondi, sono meno argillosi e più calcarei e dotati in superficie di uno strato di cenere vesuviana derivante da antiche eruzioni del vulcano. I vini, in questo territorio, sono dotati di maggiore componente minerale, fumè, e spiccate note vegetali e balsamiche. I produttori rappresentativi del territorio sono Ciro Picariello e Guido Marsella.

Il Fiano di Avellino di Picariello, anch’esso 2010, pur giovanissimo rivela la sua anima minerale ed affumicata che col tempo si amalgama con una vena agrumata e vegetale che completa il profilo olfattivo. In bocca è lui, intenso, equilibrato, ammandorlato e con un finale sapido che non termina mai. Promette benissimo.

Il Fiano di Guido Marsella, unico 2008 della degustazione, ti fa capire quanto evolva bene il vitigno nel tempo. Al naso si apre sapido, salmastro, si percepiscono note di idrocarburo, poi col tempo, aprendosi, il vino diventa più agrumato, muschiato. In bocca, dopo un attacco leggermente amaro, si distende e si “addolcisce” gestendo al meglio la sua anima affumicata mediata da sentori di crosta di pane. Un cavallo di razza da non perdere.

Fiano di Picariello in primo piano 

Cesinali

Questa fascia collinare ad est di Avellino è rappresentata da terreni più sciolti, sabbiosi con una dotazione, se scaviamo in profondità, di ciottoli e minerali. I vini che ne risultano sono di immediato impatto, leggibili e dotati di carattere tostato. Due le aziende scelte come rappresentanti del territorio: I Favati e Cantine del Barone.

Il Fiano Pietramara etichetta Bianca 2010 de I Favati sprigiona aromi agrumati, di gesso, erbe aromatiche, camomilla e frutta a pasta gialla. E’ morbido, casalingo, beverino, di buona freschezza e sapidità. Posso dire che, per certi versi, mi riporta nel territorio di Lapio?

La particella 928 di Cantine del Barone, altro Fiano 2010, è spiazzante, un vino totalmente opposto al precedente che fa traballare un pochino le mie convinzioni sulla perfetta leggibilità del territorio. Il vino di Luigi Sarno è di stampo (quasi) naturale: nel vitigno di quasi mezzo ettaro, infatti, non vengono usati sistemici e diserbanti e la vinificazione viene effettuata senza ausilio di lieviti selezionati. L’impatto olfattivo del vino è verticale, floreale, di fiori di acacia, erba, col tempo escono nel Fiano dei tratti crudi e inestricabili che rendono la componente olfattiva molto personale. Bocca tesa, austera, sapida, unica e dinamica. Bevendolo ho la sensazione di avere di fronte un vino ancora troppo in fasce per capire come sarà da grande. Sarei curioso di bere le vecchie annate.

La platea

Montefredane

La collina di Montefredane vanta un terroir per certi versi estremo come estremi sono i suoi vini. Da queste parti c’è tanta argilla e roccia e i Fiano che escono sono inconfondibilmente minerali, boisè, vulcanici. Due le aziende scelte in rappresentanza: Pietracupa e Vadiaperti.

Il Fiano 2010 di Pietracupa è inesorabilmente, indissolubilmente e visceralmente salato, salmastro, con tratti non troppo accennati di idrocarburo a cui seguono, col tempo, soffi di pera e agrumi.
In bocca è scontroso, dinamico, freschissimo, sapido, controverso e affascinante. Lunghissimo. Il mio preferito.

Il Fiano 2010 di Raffaele Troisi è meno estremo del precedente in tema di mineralità e boisè visto che il corredo olfattivo è in parte mediato e smussato da toni di nocciola ed erba di campo. Anche al gusto è meno sapido e salmastro pur mantenendosi freschissimo e di grande intensità. Chiude, lunghissimo, con un retrogusto autunnale che ricorda la brace spenta.




Sangiovese Purosangue a Roma - Secondo giorno


In attesa del primo seminario di Armando Castagno.

Ieri sera prima di uscire ho potuto apprezzare il Rosso di Montalcino 2008 di San Lorenzo. Me lo ricordavo già dall'anno scorso come un grande sangiovese e confermo che è un Rosso di razza, galoppante, fresco e progressivo. Bono davvero.

Stiamo per iniziare il seminario dove, alla cieca, verrà fatto un confronto tra sangiovese e pinot nero.

Armando ricorda Gambelli leggendo un passo del libro di Carlo Macchi.

Forte compressiome aromatica, colori simili, buoni tannini, sono i punti di contatto tra i due vitigni.

In degustazione ci sono due Village e un Grand Cru.

Piccola grande lezione sulle denominazioni di Borgogna e sulle mancanze nel territorio di Montalcino.

Iniziamo col primo bicchiere. Al naso bella apertura aromatica, grande respiro, una vocazione aerea molto interessante. Balsamico, sa di felce, piccole bacche di bosco, canfora. In bocca è puro, equilibrato, fresco, proporzionato, elegante. Finale sassoso. Per me un Rosso. Infatti è un Rosso di Montalcino 2009 Le Ragnaie. Grande Riccardo!!


Secondo vino. Nota leggerissima di ridotto che fa incupire il vino. Richiami di buccia di uva nera, primordiale, poi diventa floreale, minerale, tocchi liquirizia. Bocca dove l'acidità ti attacca subito e non lascia molto spazio al resto. Acidità frena un pò l'apertura e lo sviluppo del vino. Finale abbagliante e "vinaccioloso". Per me Borgogna Village. Infatti è un Gevrey Chambertin V.V. Fourrier 2008.

Terzo vino. Naso esile,  felce, pietra bagnata, florealità esibita di rose. Bocca sodica, tannino vivo, progressivo. Per me Rosso ma non sicuro.. E' un Borgogna però. Givry Village 2008 Domaine Ragot.

Quarto vino. Naso che prende il meglio da entrambe i territori. Naso che ti investe di profumi, dalla liquirizia alla menta, incenso pazzesco, terra, viola, iris, glicine. Bocca con una coerenza straordinaria dove l'acidità non è scoperta come il numero 2 ma è perfettamente inserita nella struttura e nella massa aromatica. Per me Grand Cru... Infatti ho preso una fregatura.. E' un Rosso di Montalcino San Giuseppe (Stella di Campalto) 2008. Assaggiato ieri, ottimo, ma non aveva raggiunto ste performace.

Quinto vino. Naso tridimensionale, intenso, da essenze farmaceutiche, fiori azzurri, incenso, oli essenziali. Sorso di eleganza e di ciccia, lunghissima persistenza rugginosa di grande classe con tutto il resto a fare da contorno. Indecifrabile. A bottiglia scoperta è un Corton Bressandes 2008 Grand Cru Chandon De Briailles. 

Sesto vino. Coerenza olfattiva che colpisce, naturale, spontaneo, austero. Vino che sembra provenire per una diversa cilindrata da vecchie vigne di sangiovese. E' Rosso di Montalcino 2008 Biondi Santi. Beccato come sangiovese. Le vigne hanno 10 anni.


Pausa Pranzo in attesa del seminario sulla zonazione a Montalcino.

Rosso di Montalcino 2002 Cupano: bel sangiovese, le vigne a Sud hanno tenuto meglio l'annata restituendo un Rosso elegante, fine, non di struttura ma assolutamente godibile e bevibile. 

Rosso di Montalcino 1986 Mastrojanni: sangiovese che si esprime su toni caffettosi, di cacao, terra, arancia amara. In bocca grande vitalità, struttura, è un bell'atleta di 26 anni, nel pieno delle sue performane. Altra grande "vecchia" bottiglia.

Rosso di Montalcino 1995 Marchesato degli Aleramici: rispetto ai precedenti, vista l'annata, è un pochino esile e magro. Piacevolmente sapido il finale di bocca. 

Rosso di Montalcino 2009 Il Marroneto: da vigne di Brunello che è stato declassato, rappresenta un esempio di sangiovese austero dal roseo futuro visto il tannino vivo e galoppante. Forse è il primo vino della manifestazione che berrei tra qualche anno. Costo circa 15 euro a scaffale. Ottimo investimento. 

Manca pochissimo al secondo seminario di Castagno. Otto vini in degustazione espressioni di otto territori diversi della zona di Montalcino.

Si inizia!

L'idea è altamente auspicabile è doverosa per una denominazione chiave del nostro sistema vinicolo. Viene presentato Francesco Leanza di Podere Salicutti e Jan Hendrik Erbach di Pian dell'Orino.

Viene presentato l'areale di Montalcino da un punto di vista geologico. La zonazione non può prescindere dall'altrimetria e dai giochi di vento. A Montalcino esiste, ad esempio, una dorsale che tocca punte di oltre 600 metri (Passo del Lume Spento). 

Nella parte Nord di Montalcino possiamo trovare molte differenze di altitudine, si passa dai 505 metri di Nacciarello per arrivare ai 138 metri di Vadossi.

La zona centrale presenta una situazione altimetrica che tende a degradare man mano che ci si avvicina al fiume Ombrone (Pian delle Vigne è a 195 metri). Da notare, in zona centrale, Le Ragnaie di Riccardo Campinoti che ha vigne a 607 metri.

La parte sud ha le quote più basse della denominazione con quasi 70 metri s.l.m. della zona di S.Angelo Scalo. Ottime aziende nella parte orientale con Poggio di Sotto e Stella di Campalto.
Questa parte sud è costituita prevalentemente da argille sabbiose.

Spostandoci verso la parte centrale troviamo matrici di galestri e palomini e arenarie quarzose mentre nella parte nord-orientale, ritroviamo le argille sabbiose.

Inizia la degustazione. 
Rosso di Montalcino 2010 Piancornello: vino potente che grida il suo territorio di appartenenza nella sua solarità. Naso di irruenza alcolica giovanile, ricco, materico con tanta frutta sotto spirito e nota di corteccia e spezie. Bocca morbida, potente, c'è tanto di tutto..
Rosso di Montalcino 2009 Marchesato degli Aleramici: rarefazione aromatica in evidenza figlia di un territorio ben irradiato dal sole. Bocca più a fuoco del naso che mantiene caratteri leggermente empireumaitici. L'acidità tiene su la beva. 
Rosso di Montalcino 2009 Baricci: vino fedele alla tradizione agricola dell'areale. Toni minerali ed eleganti. Bocca austera, tannino galoppante, molto schietto ma di grande fascino.
Rosso di Montalcino 2009 Le Potazzine: molto equilibrato, buona serenità espressiva, non ha nulla di sparato, tutto è ben amalgamato. Succoso, proporzionato in bocca, grande classico. 
Rosso di Montalcino 2009 Salvioni: ha il suo punto di forza nella delicatezza tattile e nell'equilibrio. PAI di grande personalità supportata da grande acidità. Vino senza spigoli molto simile al suo Brunello 
Rosso di Montalcino 2009 Lisini: gioca su elementi di durezza, terrosità e mineralità che conferma il suo carattere austero e "campagnolo", totalmente diverso alla sfericità di Salvioni. Gran bel vino.

Rosso di Montalcino 2008 Poggio di Sotto: naso splendido, di fiori anche azzurri, ginger, incenso, cera, nota rugginosa e balsamica. Bocca coerente col naso, lineare, equilibrata, lunghissima.  
Rosso di Montalcino 2009 Podere Salicutti Vigna della Sorgente: da cru dedicato esclusivamente al Rosso di Montalcino. Naso complesso e originale custodito da un filo di riduzione da cui filtra la dotazione minerale di ferro. La potenza alcolica trasfigura il frutto che diventa sotto spirito. Poi terra e fiori amari. Bocca con allungo micidiale, una vera grancassa che spinge da tutte le parti. Persistenza sassosa

I forumisti romani del Gambero Rosso si riuniscono!


Giovedì scorso, finalmente, si è svolto il primo RRFGR ovvero il Raduno Romano dei Forumisti del Gambero Rosso, un evento che ha visto coinvolti una ventina di appassionati che, con la scusa di parlare di vino, sfidano gli etilometri e i posti di blocco della città.

Ci siamo visti al Larys di Roma con un'idea: portare solo magnum stagnolate in modo da cercare di esprimere giudizi poco condizionati. La verità? Capire chi la spara più grossa. Dei vini sapremo in anticipo solo annata e gradazione alcolica.

Iniziamo con la bolla portata dal mitico Santolo. Il colore è abbastanza evoluto, a primo impatto, anche dal naso che si esprime su odori di frutta secca e cotognata, sembra essere uno champagne millesimato di media levatura. In bocca cadono alcune certezze, troppo corto e decadente per essere d'annata. Santolo ci parla di un evento tragico legato a questo champagne, era la bollicina bevuta sul Titanic. Ora capisco la decadenza. Comunque è uno Champange Heidsieck & Co. Monopole Brut.


Il primo bianco, portato da Francesco F.V., spicca per balsamicità e mineralità. In bocca è bello, speziato, lungo, godibilissimo. Non ci arriva nessuna a scoprire che si tratta di un Roero Arneis 2008 di Vietti.


Altro bianco stagnolato. Note idrocarburiche, frutta bianca, sassi bianchi. La bocca è una lama, splendida, un vino alla Kill Bill. Trattasi di Villa Bucci Riserva 2001, caz... che vino!! Qualcuno se lo ricordava diverso, più evoluto, per cui abbiamo deliberato che la bottiglia era particolarmente fortunata. Grazie Marco!


Arriva l'ultimo bianco, dal colore chiaramente biodinamico con macerazione sulle bucce. Naso noccioloso, di arancia amara, miele. In bocca è ampio e grasso, spinge tanto, forse troppo, mi ricorda per certi versi una birra artigianale senza gas. Anche qua nessuno arriva a dire che trattasi di un romagnolo, un Albana di Romagna 2006 di Andrea Bragagni. Il suo nome? Rigogolo. Patricia, che ha portato la bottiglia, giura che il produttore non fa macerazione ma solo affinamento sulle fecce....


Arriva il rosato. Beluga, così si chiama sul forum, ci dice che è del Sud. Beccato, è un Bandol di quelli seri, da invecchiamento. La macchia mediterranea e quell'amarena mi fanno ricordare la Provenza che ho visitato tra anni fa. Fine in bocca anche se forse un pò piatto nel finale. E' un Bandol AOC – Château Pradeaux 2004.


Arrivano i rossi! No, non sono i comunisti ma una batteria di vini emozionanti. Il primo, dal colore e dall'odore ci porta dalle parti della Borgogna. Capiamo che è un pinot nero. Il frutto rosso è croccante, forse ancora immaturo visto che la nota vegetale col tempo prende piede. In bocca è ancora indietro, acerbo, bisogna attendere anni per apprezzare un vino di questo stampo. Ah, non siamo in Francia ma in Alto Adige perchè abbiamo bevuto un Pinot Nero Riserva 2007 di Stroblhof


Il secondo rosso non tarda ad essere accostato al Piemonte ma tutti non riusciamo a capire che è un Barbaresco. Il colore è del nebbiolo ma, almeno inizialmente, ci sembra un vino dove tannino ed austerità non sembrano far parte del suo DNA. Un eccesso di alcol me lo fa lasciare praticamente nel bicchiere quasi tutto. Si è bevuto un Barbaresco Bric Mentina 2006 dell'azienda La Cà Nova, Tre Bicchieri lo scorso anno...


Il rosso portato da Paolo "Birrachiara" è polposo, piacione, "gradevolmente" legnoso e dal gusto pieno e persistente. Non mi piace la tipologia e infatti, pensando fosse un vino del sud, scopro che trattasi di Montepulciano Testarossa di Pasetti, un abruzzese doc!

Arriva forse il migliore rosso della batteria e uno dei vino più eccitanti della serata. E' chiaramente un nebbiolo, il colore e l'eleganza del naso non possono tradire. E' di una complessità da lacrime, il tempo svela un frutto croccante, vibrante, a cui si accompagnano note di fiori rossi, tè, spezie nere, caffè. Potrei continuare per ore. Bocca sopraffina e di persistenza stupefacente. Il must della serata è un Gattinara: Osso San Grato 2004 di Antoniolo. Grazie Andrea!


Il prossimo vino l'ho portato io, volevo "stupire" in qualche modo. Parte con sentori mediterranei di cappero, oliva, pino, alloro. Poi si apre e diventa fruttato, speziato. In bocca ha carattere, è scuro, dinamico, persistente. Molti alla cieca pensano sia un syrah. Piace e molto. Scoprendo che è un Montiano 2004 qualcuno si fa il segno della croce. Sì, piace un merlot del Lazio di Cotarella. E ora?


Il prossimo vino lo "becco" alla cieca. Son contento. E' rosso rubino trasparente, ha sentori minerali, salini, ha tratti selvatici. Non può essere pinot e sangiovese. Per me è un nerello. In bocca si notano i primi segni di cedimento anche se rimane ancora "grande". Non ho dubbi: Faro Palari 2004.


Bernardo porta un vino che molti, alla cieca, piazzano a Bolgheri per la mediterraneità e la presenza dolce di legno al naso. In bocca l'attacco è nettamente dolce anche se subito si equilibra lasciando la bocca densa e persistente. E' puro succo di frutti neri e china. E' un Kurni 2002. E ora chi glielo dice a Vignadelmar!!??


Arriva il rosso più vecchio della serata, è un 1995. Il colore è ancora scuro, il centro del bicchiere rimane impenetrabile. Riconosco il sangiovese e i tratti mediterranei e pepati del vino mi fanno pensare alla costa toscana. Butto là che sia figlio della Maremma. C'ho preso anche se mi viene detto che è un blend e non monovitigno. In bocca è ancora un giovincello, tira fuori le unghie, emoziona per vigoria e spessore. Un piccolo mostro. Vado a Scansano e butto là che sia un vecchio Avvoltore. Preso! Az, che vino!


Finalmente un vino dolce, e che vino! Oro dorato, suadente, carezzevole, piacevolmente austero con le sue note di cotogna e cera d'api. Poco grasso nonostante la muffa nobile. E' un Sauternes, lo riconoscono, la classe francese su queste tipologie è inarrivabile. Equilibrio perfetto. E' uno Chateau Lafaurie-Peyraguey 1985. Chiudiamo alla grande questa splendida serata!


Tutte le foto sono di Andrea Federici del blog Degustazioni a Grappoli

Al MOMA di San Francisco il vino diventa arte moderna


Sabato 20 Novembre si è inaugurata al MOMA di San Francisco - il celeberrimo museo d’arte moderna -  l’esposizione How Wine Became Modern: Design + Wine 1976 to Now, un affascinante viaggio che esplora le trasformazioni del vino nella cultura visiva e materiale delle ultime tre decadi, dando modo di comprendere appieno la cultura contemporanea del vino e il ruolo svolto dal design nell’economia di questa metamorfosi.


La mostra, organizzata da Henry Urbach e Helen Hilton, può essere considerata la prima esposizione della storia che prende in esame la cultura globale del vino come facente parte di una più ampia rete di fenomeni culturali, nonostante abbia una sua forte connotazione individuale.

L'esposizione dispone di manufatti storici, modelli di architettura, installazioni multimediali, opere d'arte e anche di una "smell wall", parete aromatizzata per fornire al visitatore una vivida esperienza sensoriale nelle singole gallerie.

Ecco alcune delle opere che potrete vedere se passate da quelle parti:

Etienne Meneau, Carafe No. 5, 2009
Nella sua vasta opera murale dal titolo "In [ ] Veritas", Peter Wegner illustra più di 200 colori legati al vino e dimostra in modo vivace quanto il vino e il linguaggio da esso generato sia diffuso nella vita di ogni giorno. Questo è un dettaglio dell'installazione.

Peter Wegner, In [ ] Veritas, 2010; 216 in. x 1000 in.; paint (mural), graphic tape, vinyl lettering; installation detail; © Peter Wegner
La direzione del MoMa di San Francisco ha invitato anche due designer italiani di talento, Laura Fiaschi,1977, e Gabriele Pardi,1966, insieme Gumdesign. I due parteciperanno con due collezioni di calici da degustazione. La prima è la serie "Calici" prodotta da Seguso dedicata ai degustatori: c'è il calice per l'astemio, quello per l'equilibrato e infine il calice per lo smodato. Un divertente foro posizionato a diverse altezze smaschererà fin da subito le intenzioni di chi chiede il bicchiere! "Calici" è stato selezionato anche per il Museo del Design della Triennale di Milano.

Gumdesign, Calici, prodotto da Seguso
 
Libri, televisione, Youtube ma anche fumetti: il vino viene traghettato verso la popolarità da molti mezzi. Nella sezione Popular Culture anche un' esposizione degli Anima di Kami no Shizuku, di cui riportiamo alcuni esempi. Meraviglioso il montaggio dei cin cin più celebri del cinema, nella stessa area dell'esposizione.

Kami no Shizuku (Drops of God / Les Gouttes du Dieu); 2004-ongoing; book; © Tadashi Agi/Shu Okimoto/Kodansha Ltd.
Terroir, ovvero quel mix speciale di condizioni chimiche, fisiche e climatiche che definiscono l'identità di un vino. Con la globalizzazione dell'enologia, ogni produttore reclama un terroir unico, quasi come un Santo Graal. L'installazione, dal titolo "Terroir", mostra le diverse caratteristiche, tra cui il tasso di umidità, di 17 località produttive di tutto il mondo.

Terroir Gallery, image courtesy Diller Scofidio + Renfro
Una vetrina che contiene una profonda vasca di liquido rosso scuro fa da sostegno luminoso a un'esposizione di 30 calici sospesi.

Glassware Gallery, image courtesy Diller Scofidio + Renfro
Al termine dell'esposizione, dopo aver imparato tutto del vino e del terroir, una parete offre ai visitatori un'esperienza olfattiva diretta: è la Smell Wall. Sette vini diversi, sospesi a una parete, sono accompagnati da alcuni termini tecnici che danno corpo, voce e senso all'esperienza.

Smell Wall, image courtesy Diller Scofidio + Renfro
Nel cuore della Napa Valley, la Clos Pegase Winery è stata costruita sul progetto vincitore del concorso indetto dal MoMa di San Francisco nel 1984. Tre anni dopo, il centro Pompidou di Parigi organizzò un concorso simile. Era iniziata l'era dell'architettura delle vinerie.

Michael Graves, Clos Pegase Winery, 1987; image courtesy Michael Graves
Dennis Adams, SPILL, 2009; production still; single channel video
Courtesy the artist, Kent Gallery New York and Galerie Gabrielle Maubrie Paris

Fonte: Lei Web

Il Movimento Turismo del Vino Puglia mi risponde...


Vi ricordate la mia crociata estiva contro “Calici alle Stelle” in salsa pugliese? No? Vabbè, l’articolo era questo.
Tre giorni fa, meglio tardi che mai, mi risponde la signora Lucia Amoroso, ufficio stampa del Movimento Turismo Vino Puglia, che gentilmente rimanda al mittente tutte le mie “accuse”. 
Ecco il testo della mail: 

Egr. dott. Petrini,
Le scrivo in seguito a quanto ho letto sul Suo blog relativamente agli eventi organizzati dal Movimento Turismo del Vino e, in particolare, dalla delegazione Puglia.
Seguo da diversi anni le attività dell'associazione in qualità di addetto stampa e sono rimasta sorpresa, oltre che rammaricata, nel constatare con quanto livore e parzialità Lei giudichi il nostro lavoro.
Mi riferisco in particolare all'articolo da Lei citato come esempio di “risultato di alchimia enogastronomica” pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno lo scorso 12/08 .
Premesso che sono una convinta sostenitrice della libertà di pensiero di ciascuno, mi chiedo come mai Le siano sfuggiti i tanti altri articoli che hanno descritto in modo del tutto diverso la manifestazione e, in particolare, l'articolo in cui La Repubblica, proprio nello stesso giorno, asseriva esattamente il contrario.E mi sorprende ancor più che non abbia fatto caso alla rettifica che lo stesso Corriere, allertato sull'errore commesso dalla giornalista, ha pubblicato qualche giorno dopo.
Dott. Petrini, Le garantisco che non organizziamo eventi con l'intento di “creare meno caos nei Pronto Soccorso cittadini” (cito un Suo recente pensiero) ma mettendo la nostra professionalità al servizio dei produttori pugliesi che credono nella qualità. Siamo tuttavia consapevoli che ogni azione ha sempre un margine di miglioramento e che, il confronto, se onesto e costruttivo, può sempre rappresentare un valido supporto.
Mi dispiace di non poter leggere nelle Sue esternazioni il medesimo spirito.


Purtroppo non ho trovato in rete la rettifica fatta dalla giornalista del Corriere del Mezzogiorno ma, comunque, resto del mio parere. Queste manifestazioni stanno diventando sempre di più eventi simili alle sagre del vino dove, a mio parere, molti giovani approfittano di questi immensi open bar all’aperto senza alcun interesse per la cultura del vino. 


E’ vero, c’e gente che invece partecipa in maniera consapevole però la struttura dell’MTV potrebbe e dovrebbe rendersi conto anche di questi sviluppi negativi e, conseguentemente, cercare di organizzare le cose in altro modo puntando meno sulla quantità e più sulla qualità dell’utente finale. Un po’ come dovrebbe fare col vino..

Il Direttore Commerciale che tutti vorremmo!!!

Roma Wine Festival 2010. Sala di degustazione colma di persone. Presenza importante di giornalisti del Gambero Rosso. Uno di questi chiede al rappresentante di un'azienda che aveva il vino in degustazione di descrivere il prodotto che abbiamo nel bicchiere.

Il tizio si alza, si mette a posto la giacca, prende in mano il bicchiere e scandendo bene la voce dice:"Questo vino è stato costruito per andare incontro al consumatore, lo abbiamo concepito come vino ruffiano, deve essere piacione.......".


Troppo onesto oppure troppo sicuro di sè? Sicuramente il produttore, suo datore di lavoro, sarà contento di lui...

Flora e Fauna del Roma Wine Festival 2010

Passando tra i banchi del Roma Wine Festival puoi scoprire davvero un mondo, un universo fatto di persone eterogenee che prendono questo genere di manifestazioni in maniera molto seria perché proprio qui possono soddisfare il proprio ego. Di cosa sto parlando? Ma di loro!!!

Quello che…..la sa lunga: è il classico capogruppo, il presunto esperto di vino che porta in gita l’allegra truppa inebetita di amici che a mala pena sanno la differenza tra un Barolo ed un Prosecco. Frasi del tipo:”Senti che ti faccio assaggiare” oppure “Vieni qua che ti faccio bere una chicca indimenticabile” sono il suo cavallo di battaglia, il suo ultimo escamotage per far colpo sulla bellona del gruppo che pende dalla sue labbra. Il problema si porrà, magari, quando un giorno qualcuno dirà loro che gli ha fatto bere vini indecenti….


Quello che…c’ho la guida che mi guida
: è il classico appassionato che, in qualunque manifestazione vada, ha la sua guida protettrice, una sorta di angelo custode che consiglia lui cosa bere o non bere. Sei un produttore premiato con tre bicchieri o cinque grappoli? Allora verrai tartassato dalle mille domande che potranno spaziare su tutto lo scibile dell’enologia mettendo a dura prova la controparte che deve anche resistere a circa otto ore di fiera senza avere una sedia a disposizione. Sei un produttore non premiato da nessuna guida, nemmeno quelle contenute su Cioè o Gente Motori? Allora fai schifo, nemmeno ti guardo visto che il tuo è vinaccio da quattro soldi. Ad avercene di gente così, magari qualche grande vino a piccolo prezzo ancora lo trovo.


La ghepardona enogastronomica
: è un classico, possiamo andare alla sagra della cipolla di Tropea oppure all’inaugurazione del più burino dei ristoranti, e lei c’è. Parlo di loro, delle donne imbellettate, un misto tra Liz Taylor ed Eva Grimaldi che, cariche di profumi e innalzate da metri di tacchi, si aggirano per i banchi senza una meta precisa. Si vogliono far vedere, il Roma Wine Festival per loro è come un ricevimento al Quirinale, in abiti da sera e succinti cercano l’uomo della loro vita oppure cercano il prossimo amante da spennare. Non gliene frega nulla del vino, loro sono là per dare una svolta alla loro vita….


Er magnone compulsivo: trattasi di esemplare onnivoro a digiuno da tempo immemore che attende questo genere di eventi enogastronomici per rifarsi dall’astinenza con gli interessi da usuraio. Solitamente sono persone distinte, ben vestite, che si attaccano come sanguisughe ai banconi dove vengono serviti salami, prosciutti e ogni tipo di formaggio. Non ti fanno passare, si riempiono il piatto fino a formare una sorta di Torre Eiffel alla norcina, fanno la fila n volte finchè il tavolo non è sgombro da ogni mollica di pane o resto di pecorino. Non gli piace bere, lo fanno solo per ingurgitare il cibo e per non strozzarsi, venti euro di ingresso le pagano solo se ottengono alimenti per un valore più che proporzionale. Da evitare durante la fase di masticazione per possibili lapilli non meglio identificati..


Il sommelier disintegrato
: sono stanchi, sudati, versano vino come se fossero all’interno di una catena di montaggio. E’ il sommelier da evento enogastronomico, una vittima del sistema che è tenuto d’occhio per ore dal vigilante produttore che ha insegnato loro la storiella da raccontare e che non aspetta altro che una loro dimenticanza per redarguirli davanti alla platea. Traditi da un infame destino qualora debbano servire vini di serie B, il loro bancone in tal caso avrà come avventori solo quelli che…la sanno lunga. Se, invece, servono grandi vini il loro successo durerà una sera, forse due, un po’ come i protagonisti del Grande Fratello si sveglieranno il giorno dopo da un sogno che non è divenuto realtà.