Habemus di San Giovenale. Il Lazio ha il suo futuro?

"Blera fino ad ora è stata famosa per tre cose: il suo ottimo olio, gli allevamenti di animali, specialmente ovini, e i suoi tartufi. Il mio sogno è che un giorno diventi importante anche per il vino che produce. Io sto iniziando a perseguire l'obiettivo!!"

Queste sono le parole di Emanuele Pangrazi, giovane proprietario di San Giovenale, mentre con la sua Range Rover tutta ferro ci porta tra i vigneti della sua azienda. Prima di arrivare, tra una buca e l'altra, mi faccio spiegare perchè, lui che è un importante imprenditore del settore dei servizi aeroportuali, ha deciso di stravolgere quasi completamente la sua vita diventando un aspirante vignaiolo.

Aspetta a rispondermi finchè non arriviamo in cima alla collina da dove è possibile vedere gran parte dei suoi vigneti, panorama compreso.


"Vedi Andrea, quando tanti anni fa sono arrivato da queste parti ho capito subito che questo posto, come minimo, doveva accogliere la mia casa di campagna. Da qua lo sguardo spazia a 360° e, partendo dai Monti Cimini, Sabatini e della Tolfa, proseguendo per la Valle del Mignone, arriva fino al Mar Tirreno. La Natura da queste parti è ancora selvaggia e incontaminata, come facevo a non investire in questo posto? 
Dopo aver costruito la mia casa avevo deciso di produrre olio ma poi, visto che non c'erano le condizioni adatte a fare qualità e quantità, il mio agronomo mi ha confidato:"Secondo me su questo terreno ci verrebbe un gran vino". Quello è stato per me il momento del non ritorno. Da lì è partito tutto! Di vino non ne sapevo molto per cui ho cominciato a girare per capire come dovevo impostare il mio progetto, cercavo qualcuno che mi consigliasse la strada migliore senza però stravolgere ciò che avevo già in mente: puntare al massimo dando vita ad un grande vino. Ho contattato e parlato con molti consulenti, anche blasonati, ma nessuno mi ispirava fiducia finchè non ho incontrato Marco Casolanetti. Con lui è stato amore professionale a prima vista, l'unità di intenti era al massimo e così gli ho chiesto di passare a visitare questa collina".



Emanuele è un fiume in piena ma una domanda ancora non gli ho fatto: perchè la scelta di questi vigneti?

"Quando Marco è venuto a Blera ed ha camminato su queste colline meravigliose non ha avuto dubbi nel dirmi che ci rivedeva il Rodano visto che secondo lui le condizioni pedoclimatiche sono le stesse di quell'area. Siamo nel 2007, si parte, e decidiamo di impiantare grenache, syrah e carignan. Non pensare che siano uve totalmente alloctone da queste parti. Il carignan, ad esempio, è il nostro cannonau e questa è una zona dove ci sono molti pastori sardi che, già moltissimo tempo fa, avevo piantato e selezionato questa uva. Se fai un giro ne troverai molti di filari. Ovviamente, ma questo già lo sai perchè ne abbiamo parlato a Cerea, siamo certificati biologici e usiamo solo prodotti vegetali per le nostre viti, a volte anche propoli".




I terreni della zona, di impasto argilloso, hanno inizialmente visto la dimora di circa 4.5 ha di vigneti, disposti a circa 300/400 metri s.l.m., che poi col tempo sono arrivati agli attuali 10 ha (in produzione nel 2013 solo 7.5 ha) grazie anche all'introduzione di varietà come il cabernet franc (3 ha) e tempranillo (1.5 ha). Grenache, syrah e carignan, attualmente, si estendono rispettivamente per 2.5, 1.5 e 1.5 ha.

Con Emanuele entriamo a fare un giro nei vari vigneti aziendali, tutti  che sono stati concepiti ad altissima densità d'impianto, siamo a 11.000 piante per ettaro che producono rese "ridicole". E quando parlo di "ridicole" intendo uno o, al massimo, due grappolini di uva per pianta. Roba da estremisti del vino.





Emanuele, come facilmente si può pensare, vuole il massimo anche in cantina che è racchiusa in una bellissima struttura, di recente costruzione, che si avvale di tetti giardino, pareti e coperture ventilate e di un sistema di controllo della temperatura di tipo geotermico decisamente all'avanguardia ed a basse impatto ambientale. 

Entrando si nota un grande spazio con ai lati le vasche d'acciaio per la fermentazione del vino. Anche in questo caso Emanuele tende a precisare che:"....queste vasche rappresentano delle eccellenze tecnologiche. Qua il nostro Habemus, blend di grenache, syrah e carignan, fermenta per circa 15 giorni e poi, per caduta, viene messo in barrique. Scendiamo che ti faccio vedere....".




Poche scale in discesa ci portano in un altro locale della cantina, un altro grande spazio dove riposano le barrique che, attualmente, contengono quello che diventerà l'Habemus 2012. In tale ambito va sottolineato che San Giovenale vinifica tutti i vigneti separatamente per poi fare massa alla fine.

Se verrete a trovare Emanuele e girerete con lui per la barricaia non esitate, ad esempio, di chiedergli un assaggio della Grenache 2012, un vino mostruosamente buono che ai profumi mediterranei coniuga una freschezza di beva che definirei quasi alpina. Lo sa, gliel'ho detto, è un peccato avere un vino così e poi metterlo in blend. Se uscisse per conto suo ne vedremmo delle belle qua nel Lazio...



Continuiamo con gli assaggi e, dopo aver assaporato le speziature dei vari Syrah in affinamento e ascoltato la schiettezza delle varie anime del Carignan, è il momento di degustare l'Habemus 2011. Lo stile di Casolanetti, la sua mano, è inconfondibile anche in questo vino che si caratterizza per una struttura "monstre", quasi carnosa, cesellata da aromi di spezie scure mediterranee, frutta a bacca nera, cacao, liquirizia, pepe nero e moltissime altre cose. L'Habemus 2011, così come l'annata precedente, è un vino che punta tutto su razza, muscoli e spudorato estratto che, nonostante tutto, rimane mobile e fresco nell'esito. La chiusura è lunghissima, equilibrata, sensuale. Io, come Emanuele, siamo curiosi di capire come evolverà il vino nel tempo. 



Nel frattempo, nella sua testa e in quella di Casolanetti, stanno per partire altre idee. Che fare, ad esempio, del Cabernet Franc e del Tempranillo? Ai posteri l'ardua sentenza....


Posta un commento