Cesanese? No, Cesanesi al Percorsi di Vino Wine Fest


Se organizzi una Wine Fest sei come lo sposo, non mangi nulla, non bevi nulla (o quasi) e vai da una parte all’altra come fossi una pallina da flipper.
Nonostante ciò, stremato, sono riuscito a partecipare alla degustazione di Cesanese che avevo organizzato.
Con grande emozione ed orgoglio posso dire che c’erano tutti quella sera, i migliori produttori e, soprattutto, i migliori Cesanesi in circolazioni.
Cesanesi, sì, al plurale, perché occorre distinguere tra Cesanese del Piglio, Cesanese di Olevano Romano e Cesanese d’Affile. Tre uve con caratteristiche diverse che Anton Maria Coletti Conti, Damiano Ciolli e Formiconi interpretano nel migliore dei modi e che Pierluca Proietti, Presidente della Strada del Vino Cesanese, ci ha raccontato nel migliore dei modi.

Veduta del Piglio
Il Cesanese ha origini antiche, riporta alla memoria i territori della Valle dell’Aniene che, dopo esser stati abitati dalle popolazioni italiche degli Equi e degli Ernici dall’anno 1000 a.C., divennero nel 133 a.C. colonia romana, con la conseguente suddivisione del territorio in piccoli appezzamenti e successiva deduzione ai coloni delle aree da coltivare
La tradizione vuole infatti che il termine Cesanese nasca nei luoghi dell’omonima terra, un tempo ricoperta di boschi, dove già da tempi antichi il vitigno veniva impiantato in terreni collinari che all’occorrenza venivano disboscati; da qui il termine Cesanese, vino prodotto nelle “caesae”, “luoghi dagli alberi tagliati”.
I primi testi storici in cui è citato il nome di Cesanese risalgono a Giuseppe Acerbi, archeologo con la passione per la botanica, che lo descrive come un vitigno “atto a produrre un vino generosissimo, acini sferoidi, azzurri, nerastri” ed è del 1888 la precisazione di Mengarini che per primo tratta in modo separato i due “Cesanesi”, Comune e d’Affile: “Essi differiscono – scrive – per alcuni caratteri: ad acino grosso, il comune o Velletrano, e ad acino piccolo, d’Affile o di Piglio, dov’è largamente coltivato”.

Veduta di Olevano Romano
Purtroppo in quell’epoca, tra fillossera – la malattia della vite che decimò i filari di tutta Europa nella seconda metà dell’Ottocento – e le condizioni dei coloni obbligati a versare ai proprietari terrieri gran parte del raccolto, il Cesanese visse un lungo periodo buio che si acuì nel territorio nel periodo postbellico dove le pessime condizioni socio economiche del territorio generarono un lento e inesorabile abbandono delle vigne.
Solo nel 1960 si ebbe la sterzata vincente quando un gruppo di vignaioli appassionati, convinti delle potenzialità del loro prodotto fondando la “cantina sociale del Cesanese del Piglio” che, grazie all’uso di nuove e moderne tecniche agronomiche ed enologiche, cominciò a produrre vini di grande qualità, in versione secca, che porteranno nel 1973 al riconoscimento della Doc del Cesanese di Affile, seguite negli anni successivi dalle Doc Piglio e Olevano. Nel 2008 arrivala Docg per il cesanese del Piglio.

Pierluca che spiega e io che...boh
Fatto questo breve ma necessario excursus torno al sodo della degustazione. Abbiamo bevuto con grande soddisfazione:

Romanico 2005Coletti Conti: sei anni e non sentirli, berlo significa avere ben presente che l’uva Cesanese, se trattata bene, può offrire grandi vini alla faccia di chi pensa che questo sia solo un rosso per i ciociari. Coletti Conti fa vini matrici e questo 2005, nonostante un’annata media, è ancora giovane e sprizzante nella sua straordinaria complessità dove ritrovo tutto il nero della frutta, delle spezie e del terreno. Bottiglia da magnum.

Coletti Conti in mescita

Cirsium 2005 – Damiano Ciolli: un vino che è uno spettacolo come eccezionali le vecchie vigne ad alberello da cui nasce il Cesanese di Olevano Romano. E’ un vino dove il terreno vulcanico si insidia inesorabilmente fornendo alla beva un carattere ferroso ed ematico da scena del delitto. 

Damiano Ciolli
Capozzano 2008 – Formiconi: questo Cesanese di Affile è una mano santa contro chi di questi tempi soffre di raffreddore: mettetelo al naso e la sua straordinaria balsamicità libererà le vie nasali. Beva nervosa per via di un tannino ancora da domare ma come classe e persistenza è un vino che non teme confronti.


Cirsium 2007 – Damiano Ciolli: rispetto al 2005, dove c’era il 50% di legni nuovi e 50% di secondo passaggio, la cantina ha provato anche un salasso col 10% dell’uva. Rispetto al vino degustato per la guida Slowine, ho trovato questa annata in fase di chiusura visto che lo spettro aromatico giocava “solo” su toni di marasca, mora e radici perdendo una buona parte di mineralità che ora è nascosta nella linfa vitale del vino. Sono riuscito a trovare l’ago nel pagliaio?

Cisiniamum 2009 -  Formiconi: è il Cesanese base della piccola azienda formata da Livio, Walter e Vito Formiconi. Ha tutto quello che deve avere un Cesanese d’annata, tanta frutta, tanta speziatura e una beva potente e succosa. Era un’anteprima, dovrebbe uscire in commercio a giorni.

Romanico 2008 – Coletti Conti: un’esplosione di materia sia al naso che in bocca che ti conquista e non ti lascia più. Sicuramente, ad oggi, la migliore espressione di Cesanese del Piglio mai uscita in commercio. Bere questo vino significa capire perché Antonello è un Signore e un gran Maestro per tutti.
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