Domaine Jacques Frédéric Mugnier: piccola verticale di Musigny

Dal 1863 questa proprietà famigliare ha sede presso Château de Chambolle-Musigny, dove occupava, fino al 2004, una superficie a vigneto di soli 4 ettari. Dapprima specialista di piattaforme petrolifere poi pilota di linea Frédéric Mugnier si è convertito da qualche anno alla viticoltura rilevando la direzione dell’azienda. Possiede delle vigne nel cuore di Chambolle-Musigny nelle migliori denominazioni del comune: Musigny, Bennes Mares, Les Amoureuses e Les Fuées. I suoi vini sono un modello di classicità, privilegiano la finezza e l’eleganza tradizionale dei vini di Chambolle. “Un grande vino è prima di tutto l’espressione di un vigneto; il territorio deve essere accompagnato e protetto dal vignaiolo nel pieno rispetto dell’equilibrio naturale. Per ottenere questo è nostro impegno praticare una viticoltura rispettosa dell’ambiente, cioè senza l’utilizzo di fertilizzanti industriali, diserbanti e insetticidi. L’uso di una coltura biologica o biodinamica prevede la convinzione che esistano dei prodotti buoni o cattivi. La nostra convinzione invece è che non esistano dei buoni prodotti, per questo è fondamentale limitarne l’uso al minimo vitale. Bisogna talvolta convivere con la presenza di malattie e parassiti per permettere il giusto equilibrio naturale. Anche in cantina evitiamo il più possibile gli interventi come estrazioni eccessive e la standardizazione creata dall’utilizzo del legno nuovo. L’obiettivo da raggiungere è quello di ottenere vini che siano l’espressione del territorio, dell’annata e soprattutto sinceri”.
Salendo la gerarchia delle denominazioni queste sono completate da una maggiore struttura, profondità e da un adattamento all’invecchiamento superiore. Les Fuées e Bonnes Mares, situate a nord del villaggio hanno uno stile più maschile con un attacco più potente e austero in gioventù e con una spiccata mineralità. Les Amoureuses e Musigny, situati a sud, sono più sottili e floreali con una lunga persistenza gustativa. Bonnes Mares è frutto di una striscia di 35 acri, le vigne più vecchie furono piantate nel 1961 metre il rimanente negli anni ’80. Racchiude le caratteristiche dei due comuni che si dividono questo Grand Cru: la solidità di Morey-St. Denis dove sviluppa aromi di frutti rossi a cui si miscelano le sfumature minerali e di sottobosco caratteristiche di Chambolle. Gli è necessario un invecchiamento minimo di 8-10 per potere esprimere tutto il suo potenziale; la produzione annuale varia dalle 900 alle 1′500 unità. Les Amoureuses è senza dubbio il più prestigioso Premier Cru di Chambolle-Musigny, in grado di rivaleggiare con i Grands Crus della Côte d’Or. La nostra parcella occupa 53 acri, dove i ceppi più vecchi hanno più di 60 anni. Il suo suolo è costituito da uno strato argilloso di 30-50 centimetri di spessore che ricopre delle rocce calcaree nelle quali le radici penetrano in profondità. Il vino presenta un perfetto equilibrio tra la ricchezza (intensità aromatica, struttura e persistenza gustativa) una grande delicatezza. È necessario concedergli almeno 7-8 anni di affinamento, ma se avete pazienza il potenziale d’invecchiamento supera certamente i 40-50 anni. La produzione annuale varia dalle 1′000 alle 2′500 annue.

Musigny è considerato come uno dei maggiori vini rossi della Borgogna, la parcella di proprietà è di 1.14 ettari interamente situata nella frazione detta Grand Musigny. Tutte le vigne furono piantate tra il 1947 e il 1962, il suolo varia a seconda dell’altezza della collina. La parte bassa è del tutto simile a quella di Les Amoureuses con una roccia che permette un veloce drenaggio. La parte più alta è formata da detriti calcarei che assicurano una buona riserva idrica rendendo questa parcella poco sensibile alla siccità estive garantendo ogni anno una maturazione completa e regolare. La cuvée prodotta evoca grande eleganza, profondità, intensità e una persistenza ineguagliabile. Questo grande vino si sviluppa lentamente, almeno 10 anni sono necessari per affinarsi; il suo potenziale d’invecchiamento nelle migliori annate è pressoché senza limiti. La produzione annua varia dalle 2′000 alle 5′000 bottiglie.

Di seguito trovate alcune note di una piccola grande degustazione effettuata col mio club:

2005 - Rosso rubino brillante. Naso incredibile caratterizzato da aromi di frutta rossa selvatica, violetta, roccia rossa, spezie esotiche, cioccolato amaro, caffè e sottobosco, in un avvolgente sensazione complessiva. Grande maestosità al palato, ricco, profondo e setoso. Esprime una progressione gustativa impressionante con un tannino non ancora perfettamente equilibrato e sorretto da una spina acida che, per quanto non immediatamente avvertibile, c’è, e permette al vino di distendersi in un finale lungo e avvolgente che ritorna su toni minerali e fruttati. Che dire? Forse oggi è ancora giovane, gli farà bene un ulteriore affinamento di 10 anni e, quando sarà adulto, rappresenterà un vero e proprio monumenti dell’enologia mondiale.

2004 – Rosso rubino intenso. All’olfattiva il vino esprime sensazioni di ribes, mora, ciliegia, caffè e sottobosco. In bocca è ampio, morbido, carezzevole con una rapporto tra parti dure e parti morbide in perfetto equilibrio. Finale interminabile che gioca sui toni fruttati e coccolatosi. Un vino anche questo da aspettare se si vuole dargli maggior eleganza, ma da bere con grande goduria anche oggi. Uno schiaffo a chi pensa che in vini del 2004 in Borgogna sono figli di un’annata minore. Solo chi sa ben lavorare in vigna sa produrre certi capolavori. Sempre.

2003 – Rosso rubino carico. Al naso si distinguono aromi maturi di frutti di bosco, cioccolato amaro e catrame. Qualche cenno balsamico. Da media a piena concentrazione all’attacco sul palato, acidità leggera, tannino ben modellato. Finale lunghissimo con retrogusto di carrube e fiori rossi passiti. Un vino da intense passioni.

Grazie a Stefano e Giorgio per il contributo sul Domaine (http://vinidiborgogna.wordpress.com)

Verticale storica di S.Leonardo: l'eleganza nel bicchiere

Ve lo dico subito, questo post non è obiettivo. Volete sapere perché? Semplice, andrò a descrivere una pura emozione, una emozione di tipo enoico che solo il S.Leonardo può darmi. Quindi, se volete sapere perché questo vino è il mio preferito, continuate a leggere, altrimenti…..

La Tenuta S. Leonardo si trova in Trentino, a metà strada tra i paesi di Masi e di Borghetto, nel cuore della Vallagarina, area che da Castel Beseno sopra Rovereto si estende verso sud sino a Borghetto, e compone una piccola comunità organica cementata da forti ragioni storiche, culturali ed economiche, posta nella parte più meridionale del Trentino, immediatamente confinante con la provincia di Verona.
La famiglia Guerrieri Gonzaga è proprietaria della Tenuta da oltre 200 anni, ma la storia del S.Leonardo risale a tempi molto più recenti ed ha un preciso nome e cognome: Marchese Carlo Guerrieri Gonzaga che, dopo la scomparsa del padre, prese in mano le redini dell’azienda. Avvalendosi degli studi di enologia e delle esperienze maturate in Francia e in Toscana, e con i preziosi consigli di un grande esperto come il dottor Giacomo Tachis, primo grande enologo del S.Leonardo, Carlo Guerrieri Gonzaga ha cercato di valorizzare al meglio i suoi vini attraverso la scelta dei vitigni più adatti (il Lambrusco a foglia tonda, il Marzemino e il Teroldego hanno lasciato spazio ai vitigni dell'Haut Médoc quali Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot), la cura dei vigneti (adozione del sistema guyot ottenendo rese per ettaro da 50/60 quintali), l'attenta selezione in vendemmia, il rigore delle pratiche di cantina, la pazienza nell'affinamento, le straordinarie potenzialità di questo territorio e di creare, anno dopo anno, vini che ne rispecchino e ne esaltino il carattere peculiare.

Il San Leonardo è un classico “taglio bordolese” e nasce da un sapiente assemblaggio del vino di
tre uve, vinificate ed invecchiate separatamente: Cabernet Sauvignon 60%, Cabernet Franc 30%, Merlot 10%. Dopo una permanenza in piccole vasche di cemento, dove viene avviata la fermentazione malolattica, i vini trascorrono almeno sei mesi in botti di rovere di Slavonia da 60 ettolitri per poi sostare in piccoli fusti di rovere francese, nuovi, ma anche di secondo e terzo passaggio, per un periodo di 24 mesi. Prima dell'imbottigliamento viene effettuato il taglio e le esatte proporzioni vengono decise solamente dopo una severissima degustazione barrique per barrique (in questa fase sono estremamente preziosi la lunga esperienza e il talento di grande assaggiatore dell’attuale enologo, Carlo Ferrini). Prima della commercializzazione il vino viene affinato in bottiglia per almeno 18 mesi. San Leonardo è prodotto solo nelle annate che assicurano un risultato qualitativo all'altezza e quando tutti gli elementi assicurano di poter ottenere un vino di grande personalità e carattere. Per questo motivo sono stati "saltati" millesimi come il 1984, il 1989 (annata grandissima in Piemonte e a Bordeaux ma non in Trentino), il 1992, il 1998 e il 2002.


LA DEGUSTAZIONE

Nella splendida cornice del Parco dei Principi di Roma, alla presenza del Marchese Carlo Guerrieri Gonzaga e dell’enologo Carlo Ferrini, si è svolta una bellissima degustazione di 16 annate di S.Leonardo:

1985 - Rosso granato con riflessi arancio. Al naso il vino presenta sentori terziari di cardamomo, tabacco, china, cappero, lievemente salmastro. La bocca è sapida, levigata, con un tannino ormai alla fine della corsa ma sostenuto ancora da una buona spalla acida. Chiude con lievi note di scorza d'arancia. Elegante nonostante tutti gli anni.

1986 - Rosso granato, più cupo rispetto alla precedente annata. All’olfatto il vino ha netti sentori di goudron, catrame e cuoio; più maschile dell'85. In bocca il vino è maggiormente tannico rispetto alla precendente annata pur avendo meno acidità e meno persistenza. Grande potenza anche se stona una una nota troppo alcolica nel finale.

1987 - Rosso granato scuro. Il naso, poco espresso, gioca su note di prugna, salamoia ed ematiche (ferro?). In bocca il vino è un compendio dei precendenti assaggi in quanto presenta una acidità vibrante, come il 1985, e una buona potenza alcolica, come il 1986. Chiude con buona persistenza e sapido.


1988 - Rosso granato compatto, senza alcuna unghia aranciata. I naso viene pervaso immediatamente da una bella nota balsamica, seguita da sensazioni di frutta rossa in confettura e note affumicate. Splendido alla gustativa con una bocca elegante e un tannino fine sorretto da una buona acidità. A detta dell'attuale enologo Carlo Ferrini un San Leonardo didascalico nella sua prima grande annata.

1990 - Rosso granato. Al naso arrivano di nuovo le sensazioni mentolate, seguite da accenni di humus, terra bagnata e rabarbaro. Bocca molto ricca, strutturata, densa, con tannini avvolgenti sorretti da una acidità meno vibrante rispetto al 1988. Finale lungo con reminiscenze di tabacco e accenni minerali.

1991 - Rosso granato con lieve sfumatura mattonata scura. All’olfattiva il vino si presenta con aromi Al di tabacco scuro,cuoio, fungo, sottobosco. Manca stavolta la vena balsamica. In bocca è avvolgente, sapido, con un tannino e la nota alcolica in evidenza. Elegante nonostante il peccato della scarsa persistenza in bocca.

1993 - Rosso granato scuro. Al naso ritorna in maniera prepotente la bella nota balsamica, seguita da sentori di tabacco da pipa, scorza di arancia, tamarindo e legno di cedro. Attacco gustativo di gran classe ed eleganza caratterizzata da un tannino finissimo sorretto da una bellissima vena acida. Superiore ai precedenti. Da paragone.

1994 - Granato leggermente scarico. Naso leggermente chiuso dove trapelano note minerali e di china molto fresche che vanno a fondersi ad una sensazione di affumicato. Nessuna nota balsamica. Alla gustativa il vino è morbido e si amplia in bocca attraverso una bella nota sapida. Chiude non troppo persistente su note minerali.

1995 – Color granato scuro. Al naso torna la bellissima note mentolata seguita da aromi di tabacco a cui seguono rabarbaro, tamarindo, erbe officinali, noce moscata e chiodo di garofano. Palato importante: Palato importante: l'impatto è dominato da acidità e tannini avvolgenti, acui fa seguito un bel ritorno di frutta. Giovane, ancora da aspettare per qualche anno.

1996 - Granato cupo. L’olfatto gioca su note ben distinte di china, caffè e un chiaro sentore mentolato che ricorda l'After Eight . La bocca ha una buona corrispondenza al naso e tutta la struttura del vino si caratterizza per il grande equilibrio. Pronto.

1997 - Rosso rubino tendente al granato. Naso intenso in cui spiccano eucalipto e ginepro. Ad una seconda olfazione escono le note di frutta nera, cuoio e leggeri sentori speziati. La bocca è elegantissima, calda, caratterizzata da tannini morbidi, dolci e carezzevoli e da una chiusura molto persistente su note agrumate. Di maggior struttura rispetto alle annate precedenti. A detta dell'enologo il paradigma di ciò che vuole ottenere dal San Leonardo nel futuro.

1999 - Rosso rubino tendente al granato. Naso dominato ancora una volta da sentori di eucalipto, seguiti da sentori minerali, tabacco e prugna. Alla gustativa il vino è ricco, polposo, con un tannino evidente anche se leggermente slegato se paragonato all’annata precedente. Chiude di media persistenza su ricordi minerali.

2000 - Rosso rubino scuro. Vino che al naso, oltre alla “classica” note balsamica e di frutta rossa, comincia ad esprimere anche sentori floreali di viola. Alla gustativa presenta un tannino e un’acidità perfettamente integrati anche se si sente una nota alcolica che ricorda l’annata calda.

2001 - Rosso rubino. Naso su note medicinali, mentolate poi appena fruttato e speziato. Caratteristico. In bocca ha buona struttura e morbidezza anche se ancora si percepisce una barrique ancora non completamente digerita. Chiude con grande persistenza su ricordi fruttati.

2003 - Rosso rubino inteso. Naso che gioca su sentori di ribes, mirtillo, di prugna secca e di note note balsamiche come la clorofilla e la menta, per poi continuare con note di erbe aromatiche. La bocca risulta essere di gustosa tessitura, polposa, caratterizzata da una sapidità che si percepisce nettamente. Un'altra interpretazione del San Leonardo con un maggior estratto dovuto all’annata che va a discapito, forse, di una snellezza di beva che verrà col tempo.

2004, non in commercio - Rosso rubino. Naso che gioca su effluvi di grafite, eucalipto e su note ancora poco espresse di frutta rossa. Armonico al palato, il vino possiede una buona progressione gustativa e sembra, nonostante l’età, che le sue componenti strutturali siano già perfettamente equilibrate. Di buona persistenza, chiude su note fruttate.

Grazie al sito della Tenuta S.Leonardo per il contributo di contenuti e immagini.

Etna Rosso "Guardiola" TERRE NERE 2004: un altro grande vino dell'Etna

E' nel cuore del mediterraneo che nasce questo vino, bevanda che, alle pendici del vulcano più alto d’Europa, l’Etna, trova una delle sue massime espressioni. Salvo Foti, importante consulente enologico siciliano e profondo conoscitore della regione etnea, in un articolo apparso su Porthos (www.salvofoti.it), spiega le caratteristiche della vitivinicoltura del vulcano, peculiarità che ci permetteranno, successivamente, di comprendere il vino degustato.

Nella regione etnea esistono delle sostanziali differenze climatiche, non solo rispetto al resto della Sicilia, ma anche tra una zona e l'altra del vulcano. Ciò è dovuto al fatto che esso si sviluppa su una superficie troncoconica e alla vicinanza del mare. La particolare giacitura dell'Etna influenza profondamente il clima, nei diversi versanti, mediante due fattori: l'altitudine e l'esposizione. Questi, correlati tra di loro, danno origine a differenti microclimi e quindi a diverse microzone più o meno vocate, per la coltivazione della vite, anche all'interno di uno stesso versante del vulcano. Nella zona etnea si trovano rappresentati, nel giro di alcune decine di chilometri, paesaggi naturalistici ed agricoli che vanno dal sub tropicale a quelli prettamente montani. L'uomo, nella selezione che ha svolto sui vegetali destinati alla coltivazione, ha dovuto tenere conto, oltre alle esigenze tecniche e commerciali, della particolarità degli ambienti etnei. Tant'è che i vitigni selezionati (autoctoni) dal viticoltore, nei secoli, per i diversi ambienti dell'Etna, tranne nel caso del Nerello Mascalese diffusosi nel resto della Sicilia, sono coltivati esclusivamente nel territorio etneo o addirittura solo in alcune contrade di esso. Significativo è il periodo della vendemmia dei vitigni autoctoni etnei, che sull'Etna inizia un mese dopo (ottobre) rispetto al resto della Sicilia.
Sull'Etna si possono considerare tre grandi zone elettive per la coltivazione della vite. La prima è quella compresa tra i 400 e i 900 m.t. s.l.m., nel versante rivolto ad est, la seconda è quella compresa tra i 400 e gli 800 metri s.l.m., nel versante rivolto a nord e la terza fra i 600 e i 1000 m.t. s.l.m. nel versante rivolto a sud. Al di fuori di questi limiti altimetrici si va, quasi sempre, incontro a difetti o eccessi di alcuni costituenti fondamentali delle uve, con conseguente decadimento qualitativo dei vini prodotti.
Il Clima
Il clima della zona etnea, oltre ad essere diverso da quello siciliano, cambia in relazione al versante del vulcano ed all'altitudine. Nella zona interessata alla viticoltura, si registrano temperature medie più basse rispetto a quelle dell'Isola. Le temperature minime, specie nel versante nord, in inverno e anche nel periodo dell'inizio germogliamento, non di rado scendono sotto lo zero, potendo così arrecare qualche danno alla vite. Le temperature massime in estate non sono quasi mai elevate. Particolarmente interessante, dal punto di vista enologico, è l'elevata differenza di temperatura (escursioni termiche anche di 30°) che si registra nel periodo primaverile-estivo. Una differenza sostanziale rispetto al resto della Sicilia si ha nel caso delle precipitazioni: dipendono dal versante e sono molto più elevate nella parte est del vulcano che nord e sud. Le piogge, praticamente assenti in estate, sono per lo più distribuite nel periodo autunno-inverno e non di rado in concomitanza con il periodo vendemmiale: questo in alcune annate e per certe zone può essere un fattore limitante della maturazione e della sanità delle uve.
I Terreni
La natura del terreno della zona etnea è strettamente legata alla matrice vulcanica. Può essere formato dallo sgretolamento di uno o più tipi di lava, di diversa età e da materiali eruttivi quali lapilli, ceneri e sabbie. Lo stato di sgretolamento e la composizione delle lave e dei materiali eruttivi da origine a suoli composti, o da particelle molto fini (terreni di Verzella, Caselle), o formati da tantissimo scheletro di pomice di piccole dimensioni (Monte Serra, Monte Gorna nel versante sud-est), detto localmente "ripiddu", con capacita' drenante molto elevata. I terreni vulcanici etnei sono a reazione sub-acida, ricchi in microelementi (ferro e rame) e mediamente dotati di potassio, fosforo e magnesio. Sono poveri in azoto e calcio.
Versanti e contrade
In ogni versante dell'Etna si possono ancora ammirare le migliaia e migliaia di terrazze in pietra lavica, sovente senza più viti, che l'uomo ha costruito per conquistare i terreni più impervi, ma spesso i migliori per la qualità. Le Terrazze dette " i custeri" mantenute dai neri muri "a crudu", cioè a secco, chiazzati di licheni e muschio "u lippu" con le "rasole" stradine livellate su i muri stessi, armonicamente integrate con l'ambiente.

Ed è proprio nella parte Nord del vulcano che si producono i rossi più importanti e qualitativamente migliori dell'Etna. La Tenuta delle Terre Nere di Marc de Grazia, famoso importatore di vini, si trova proprio su questo versante. I vini sono prodotti da vigneti che si trovano in tre cru: Guardiola, Calderara e Feudo di Mezzo. Il vigneto Guardiola, di circa due ettari, è situato tra gli 800 e i 900 metri sul livello del mare ed è coltivato per il 98% a Nerello Mascalese e per il restante a Nerello Cappuccio, entrambi con età media delle piante di 100 anni. Il processo di vinificazione prevede una macerazione sulle bucce per 10-15 giorni, una fermentazione malolattica e un successivo affinamento in rovere (25% legno nuovo). Il vino viene imbottigliato senza filtrazione dopo 18 mesi.

Il vino, di un bel color rosso rubino intenso, presenta al naso una bellissima nota di macchia mediterranea, sembra di camminare in un campo di mirto e corbezzolo. Ruotando di nuovo il vino nel bicchiere escono poi dolci sensazioni di frutta rossa di rovo, scorza di arancia e viola. A chiudere, degli accenni ferrosi e iodati, tipici della zona e del terroir etneo.

In bocca ha buon attacco, complessità, con una fitta trama tannica che sembra ricordare il nebbiolo. Chiude molto lungo su note sapide e minerali.
Il Guardiola, concludendo, è un vino che molti accostano come note degustative ad un classico borgogna, anche se per me è, e rimarrà, uno splendido esempio di vino siciliano, un vino che ha personalità e sensualità da vendere, figlio di un'uva autoctona di grandissima eleganza e di grande futuro enologico grazie alla presenza nel territorio di tanti produttori in fermento che, finalmente, puntano su una viticoltura di qualità. Se proprio dobbiamo raffrontare il Nerello Mascalese ad un Pinot Noir allora ben venga il confronto, purchè gli italiani sappiano in questo imparare dai francesi che, nel corso degli anni, hanno saputo valorizzare un territorio e un vitigno puntando sulla costanza qualitativa. Ce la faremo a trasformare Randazzo in una sorta di Vosne-Romanée?

"El Maestro Sierra" - Pedro Ximénez Viejísimo: un piccolo gioiello spagnolo

José Antonio Sierra, maestro bottaio, lavorava nello Jerez per tutte le principali case prodruttrici di sherry dell'epoca. Noto come "El Maestro Sierra", nel 1832 costruì la sua piccola cantina per iniziare anch'esso il commercio dello sherry. Visto che al tempo tale attività imprenditoriale era effettuata solo esclusivamente dai nobili, al Mastro Sierra non fu certo dato il benvenuto anche se alla fine, dopo aver superato notevoli difficoltà, riuscì a stabilire e sviluppare il suo commercio. A ricordo di tali contrasti, l'etichetta delle sue bottiglie mostra una allegorica caccia alla volpe dove i nobili, appunto, cercano di cacciare la volpe, cioè il Maesto Sierra.
L’attività relativa al deposito di vini è poi stata portata avanti dalla famiglia di Sierra fino a pochi anni or sono. I discendenti del maestro hanno poi finalmente deciso di imbottigliare in proprio il vino delle soleras che di solito veniva acquistato dalle grandi cantine. Da notare che le soleras della cantina hanno una età che va da un minino di 60 ad un massimo di 100 anni circa. Un autentico tesoro che fornisce al vino una qualità straordinaria.
Per i pochissimi che non sanno ancora in cosa consiste, il metodo soleras è un sistema per l'invecchiamento dei vini, che consiste nel disporre delle botti di rovere su alcune file sovrapposte, iniziando a riempire di vino solo le botti più in alto; dopo un anno una parte del vino viene travasato nelle botti che si trovavano al livello inferiore, e quelle superiori vengono riempite con il nuovo vino, ed il procedimento si ripete di anno in anno; in tale maniera il vino che si trova nelle botti alla base, pronto per il consumo, risulta composto da uve di annate diverse, e di anno in anno si arricchisce di particolari sapori. Già conosciuto in Portogallo ed in Spagna per la produzione rispettivamente del Porto e dello Sherry, fu introdotto da John Woodhouse in Sicilia per l'affinamento del Marsala. In pratica, si mettono cinque botti, costruite con legni differenti, in verticale una sopra l'altra e piene per 2/3. Nel momento in cui si aggiunge del vino ad invecchiare nella botte posta in sommità, 1/3 del contenuto viene trasferito nella botte sottostante, e così si prosegue fino ad arrivare a quella posta al suolo ("solera", appunto)piena, dove 1/3 del vino di almeno cinque anni, tolto viene imbottigliato. Esiste il Soleras Stravecchio, che ha un minimo di dieci anni di invecchiamento(1).
Venendo alla degustazione, già dal nome Viejísimo possiamo capire che siamo di fronte ad un prodotto molto invecchiato: il sito aziendale, in tal senso, ci dice che si tratta un un prodotto da soleras dove i vini hanno passato almeno 50 anni all'interno delle botti.
Il vino, di un bellissimo color mogano, ha un profilo olfattivo segnato da note di oliva nera in salamoia, frutta nera di bosco, accompagnate da lievi note di miele di castagno, liquerizia, fico secco e mallo di noce. Qualche accenno di mandorla tostata.
Alla gustativa il vino è denso, oleoso, quasi masticabile. La grande acidità e il perfetto equilibrio lo vivacizzano in un sontuoso e lunghissimo finale giocato su note di liquerizia e castagna. Grandissimo vino dolce, una delle mie migliori bevute di sempre.
(1) descrizione presa dal sito wikipedia

Lo Champagne Rosso: Otello Nero di Lambrusco Ceci

Vi ricordate quando nei primi anni ’80 partivano per gli Stati Uniti navi container contenenti ettolitri ed ettolitri di lambrusco? Vi ricordate quando gli americani chiamavano il “nostro” vino con il vezzeggiativo di “Red Cola”? Se la risposta è affermativa allora vi state richiamando alla mente i tempi bui del lambrusco, indifferentemente che sia di Modena, Reggiano o Mantovano.
Ora le cose stanno cambiano perché il lambrusco, uno dei vini italiani che di più racconta la sua terra, sta vivendo finalmente una fase di rilancio ed accanto alle molteplici produzioni dozzinali, si stanno facendo largo molteplici realtà aziendali che stanno coniugando tradizione con nobilissime tecniche di presa di spuma quali il metodo Champenois. Esistono lambruschi che stanno sui lieviti mesi per poi una volta in bottiglia essere girati sulle “puprites” ad attendere il degorgement. Tecniche raffinate d’oltralpe che qui si devono chiamare obbligatoriamente, Metodo Classico a riprova che esiste una nobiltà di questo vino talmente prestigiosa da ergersi a nuova frontiera per gli spumanti-frizzanti rossi. Questi lambruschi all’assaggio risultano entusiasmanti. Le caratteristiche organolettiche pazientemente esaltate dalle lunghe permanenze a contatto con i lieviti ci consegnano vini dai colori brillanti, equilibrati, dal perlage fine e persistente, dai profumi delicati ma persistenti straordinari al palato, imperdibili.
Il lambrusco che andremo a degustare è stato per me un vero e proprio colpo di fulmine, segno tangibile di quella riscossa detta in precedenza e che mi ha fatto capire come si possa bere in Italia bene ed ad un rapporto qualità/prezzo eccezionale. Il mio nuovo amore enologico si chiama Otello Nero di Lambrusco, un IGT prodotto dalle Cantine Ceci. L’attività di questi produttori di Torrile, vicino Parma, inizia nel 1938 quando Otello Ceci, famoso oste della bassa parmense, investì su una varietà originale di uve Lambrusco, per colori accesi e aromi intensi: il "Maestri”. Questa passione venne successivamente trasmessa ai suoi figli maschi, i quali nel primo dopoguerra hanno continuato con dedizioni l’attività lasciata dal padre. Ora al comando delle Cantine Ceci ci sono i nipoti del Sig.Otello: Alessandro Ceci, enologo, Maria Teresa Ceci, Maria Paola Ceci e Chiara Maghenzani.
L’Otello Nero di Lambrusco, vino che ha messo d’accordo tutti i più raffinati esperti e redattori di guide specializzate fra cui Vini d’Italia 2007, Duemilavini, Annuario dei Migliori Vini Italiani 2007.
Vendemmiato i primi giorni di ottobre, subisce una macerazione sulle bucce a bassa temperatura di 5-7 giorni per esaltare gli aromi ; l'affinamento è in acciaio e la presa di spuma in autoclave dura 3 mesi. Quest'ultima operazione della durata di circa 3 mesi precede la filtrazione sterile e l'imbottigliamento.
Venendo ora alla degustazione vera e proprio, il vino si presenta con un bellissimo colore rosso porpora con una spuma di pari colore che ci anticipa la grande qualità della degustazione. Al naso il vino esprime belle note di frutti rossi: fragola, lampone e visciola, accompagnate da eleganti fragranze di viola e rosa canina. Al gusto il vino si presenta morbido, con un attacco tannico molto suadente, con un alcol molto misurato e un frizzante gradevole. Finale persistente giocato su note fruttate. Uno splendido lambrusco che gioca la sua carta vincente sulla grande piacevolezza di beva e che accosterei ad un buon culatello e perché no, ad un Parmigiano-Reggiano o ad un bel proscitutto di Parma. Fantastico, ovviamente, con il cotechino!

Produttori di Champagne: Egly-Ouriet

Il Domaine Egly-Ouriet è il regno di Francis Egly, coscienzioso e qualificato vigneron, che gestisce l'azienda con il padre Michel che, a sua volta, ha ereditato le vigne dal proprio padre Charles. Il Domaine è composto da circa otto ettari di vigneti, tutti classificati come Grand Cru, localizzati ad Ambonnay, patria del Pinot noir, Bouzy e Verzenay. Le vigne hanno una età compresa tra i 30 e i 50 anni, e sono costituite prevalentemente da Pinot Nero (circa il 75%) e Chardonnay (il restante 25%). Queste cifre non tengono conto, tuttavia, di una importante e recente acquisizione del Domaine rappresentata da vecchie viti di Pinot Meunier a Vrigny, le quali vengono vinificate come una distinta cuvée.
Il Domaine può contare su un terroir particolarmente prezioso in quanto le vigne poggiano su strati di gesso che riflettono i raggi del sole e rilasciano calore alla pianta nelle ore notturne, permettendo l'assorbimento dell'acqua in eccesso e donando all'uva un carattere estremamente minerale. Inoltre, i vigneti, curati dall’agronomo Claude Bourgignon, sono gestiti in maniera ecologicamente corretta prevedendo la forte riduzione dei diserbanti e pesticidi chimici e il conseguente grande utilizzo del letame e della fertilizzazione del suolo utilizzando i rifiuti della città di Parigi. Le rese sono controllate attraverso l’uso di ampie potature verdi che riducono di circa le metà il raccolto rispetto alla media della regione. In cantina, i vini sono fermentati in legno di quercia e non vengono mai filtrati prima di essere imbottigliati per la seconda fermentazione. L’uso dello zolfo è mantenuto il più basso possibile. Il vino, imbottigliato con un liqueur de tirage il cui impatto viene ridotto al minimo, trascorre tra i tre e i quattro anni sulle fecce, nel caso di Champagne non millesimati, fino ad arrivare a sei anni ed oltre per gli Champagne millesimati. Una scelta che permette ai vini di di sviluppare le caratteristiche che derivano loro dal terreno e dal clima abbandonando a poco a poco gli aromi di fermentazione, come la tipica crosta di pane. Da notare bene che ogni bottiglia porta informazioni sulla lunghezza di invecchiamento e la data di sboccatura.

Gli champagne che possiamo degustare sono i seguenti:


Brut Tradition - Grand Cru
75% Pinot Noir e 25% Chardonnay, di cui circa il 50% con vini di riserva. Fermentazione naturale senza lieviti aggiunti, si utilizzano solo lieviti indigeni. Primo élevage sui lieviti che dura circa un anno senza bruciare le tappe; il vino si chiarifica lentamente come si faceva 50 anni fa. Messa in bottiglia senza filtraggio nè collatura;


Les Vignes de Vrigny - 100% Pinot Meunier
100% Pinot Meunier, di cui il 20% con vini di riserva. Sempre gli stessi processi di vinificazione, ma l'originalità di questa cuvée proviene dal fatto che è composta unicamente da Pinot Meunier di vecchie vigne (non c'è dunque assemblaggio con altri vitigni). L'uva proviene esclusivamente dai vigneti di Vrigny, comune classificato Premier Cru dal 2003. Dosage di 4g per litro.

V.P. - Grand Cru - Extra Brut
60% Pinot Noir e 40% Chardonnay, di cui 50% con vini di riserva. La capacità dei Grand Cru di invecchiare bene non è più un fatto da dimostrare, ma il nostro gusto personale e lo stile della Maison ci incitano a continuare in questa direzione. Questa cuvée, dopo 6 o 7 anni di invecchiamento in cantina, esprime tutta la sua potenza e la sua eleganza con un dosage praticamente inesistente.

Blanc de Noirs Grand Cru - Vieilles Vignes « Les Crayères »
Vigna di puro Pinot Noir piantata nel 1947 su un terreno eccezionale, chiamato "les crayères", dove la terra è di soli 30 centimetri al di sopra della craie, che in quel luogo è profonda decine di metri. Vinificato al 100% in fusti. La vigna è fortemente radicata nella craie; fa risaltare note di frutti rossi grazie alla concentrazione ed alla maturità dei vecchi Pinot ed una certa mineralità "crayense" che dona eleganza al vino ed un grosso potenziale all'invecchiamento.

Brut Rosé Grand Cru
60% Pinot Noir e 40% Chardonnay. Fermentazione naturale senza lieviti aggiunti, si utilizzano solo lieviti indigeni. Primo élevage sui lieviti per circa un anno senza bruciare le tappe; il vino si chiarifica lentamente come si faceva 50 anni fa. Messa in bottiglia senza filtraggio né collatura.

Brut Grand Cru Millésime - Millesimato
70% Pinot Noir e 30% Chardonnay, con vigne situate unicamente sul terreno di Ambonnay. Fermentazione naturale senza lieviti aggiunti, si utilizzano solo lieviti indigeni. Primo élevage sui lieviti per circa un anno senza bruciare le tappe; il vino si chiarifica lentamente come si faceva 50 anni fa. Messa in bottiglia senza filtraggio né collatura.

Magie di Borgogna con lo Chambertin di Rossignol-Trapet

Insieme ai nostri amici svizzeri di nonsolodivino.com vi conduciamo a Gevrey-Chambertin che, con Nuits-Saint Georges, è uno dei villaggi più estesi e popolati della Côte de Nuits. Il comune, dicono i produttori locali, è il limite nord per la perfetta maturazione del pinot nero. Il nome Gevrey deriva da “Gibriacus” che significava pastore di capre, lavoro molto in voga all’epoca che, grazie ai terreni secchi e aridi che impedivano qualsiasi coltura, permetteva alla popolazione locale di vivere. Il Domaine Rossignol-Trapet, creato dalla divisione, nel 1990, del Domaine Trapet, è una azienda familiare diretta magistralmente da Nicolas Rossignol e dal fratello David. Il Domaine, con i suoi 15 ettari, ha patrimonio viticolo di inestimabile valore, secondo solo a quello di Armand Rousseau, in quanto vanta parcelle nei Grands Crus di Chambertin, Latricières-Chambertin, Chapelle-Chambertin e nei migliori Premiers Crus confinanti con il settore Grand Cru. Dal 2004 la conduzione della vigna è stata modificata seguendo i canoni della coltura biodinamica, tecnica che permette di salvaguardare la flora e l’evoluzione dei suoli. Le protezioni contro le malattie e i parassiti, applicate solo se estremamente necessarie, avvengono con prodotti naturali rispettosi dell’ambiente, composti in grado di stimolare una difesa naturale.

Le vendemmie sono eseguite manualmente con selezioni degli acini perfettamente maturi e sani. Prima delle pressature, le uve sono solo parzialmente diraspate, le fermentazioni attivate dai lieviti naturali e la maturazione dei vini avviene in botti nuove a seconda del livello delle denominazioni (massimo 50%) con l’obiettivo di un utilizzo del legno non invadente.

Chambertin è il più celebre tra i crus di Gevrey, 12.9 ettari di vigna che furono “il campo di un certo Bertin”. I Burgundi arrivarono qui nel V secolo per una occupazione pacifica, uno di questi possedeva un campo adiacente a Clos de Bèze, il suo nome era Bertin e la sua proprietà fu battezzata “Champs de Bertin”. Si riporta che sull’esempio dei monaci suoi vicini Bertin decide di coltivare il proprio appezzamento a vigna e di utilizzare gli stessi vitigni. Documenti del 1566 rilevano l’esistenza di un Grand Chambertin di circa 8.5 ettari e di un Petit Chambertin di circa 4.5 ettari, il totale di queste due aree corrisponde alla superficie attuale. Nel XVIII secolo questo vino è considerato il migliore vino della Borgogna. È compreso tra la zona boschiva che occupa la parte superiore della collina, la strada denominata Rue des Grands Crus, Latricieres a sud e Clos-de-Bèze a nord ad un’altezza compresa tra i 270 e i 280 metri. Ha pendenze meno importanti rispetto al vicino e benché sia di piccole dimensioni le caratteristiche microclimatiche non sono omogenee. Le correnti d’aria fredda possono influire sul periodo di maturità delle uve, i venti freddi che vanno a scomparire totalmente nella parte nord del vigneto, al confine con il Clos de Bèze, permettono la giusta maturazione delle uve con una settimana d’anticipo. Perfettamente rivolto verso levante beneficia perfettamente dei primo raggi mattutini, poggia su un suolo di roccia calcarea rivestito da un fine strato di detriti e di terre brune le più adatte al Pinot Nero. I 12.9 ettari sono divisi tra 21 produttori, con parcelle minime di 0.05 ettari come quella posseduta da Dugat-Py e Thomas-Moillard fino ad una superficie massima di 1.95 ettari di proprietà del Domaine Rousseau.La parcella di Chambertin del Domaine copre una superficie di 1.6 ettari, vigne con un’età media di 55 anni (piantate tra il 1920 e il 2002), la loro densità è elevatissima 12′500 ceppi per ettaro.

Stefano, di nonsolodivino.com, e il sottoscritto, abbiamo degustato questa piccola verticale:

Chambertin 2006: La forza e l’eleganza di questo vino è sublime anche se ancora reticente a mostrarsi, con il tempo esprime un fondo floreale, mora, mirtilli e minerale con sfumature boisè ancora da integrare perfettamente. In bocca è suntuoso, l’attacco ha grande energia, freschezza ed eleganza, l’unione di queste sensazioni dà un finale di incredibile seduzione. Dopo la straordinaria vendemmia 2005 una grande conferma. Superbo.
Chambertin 2004: In un’annata irregolare si è dovuto selezionare con grande severità per ottenere vini di alto livello. Il risultato è stato, come sempre, impeccabile, un vino meno potente ma di grande eleganza e finezza. L’attacco è delicato seguito da una bellissima progressione, i tannini setosi sono perfettamente integrati nella struttura, il finale è di grande equilibrio con una bellissima vena minerale. Armonioso.
Chambertin 1999: E' sufficiente portare al naso questo vino per scoprire la sua grande eleganza: i profumi si aprono e si muovono ad ogni olfazione, passando dalle note di mora e ciliegia in confettura, alle note fumé e di goudron fino ad esprimersi in un bellissimo sottofondo minerale; in bocca non delude, mostrando tannini finissimi e una trama gustativa densa e avvolgente, ancora ricca di freschezza e dal finale lunghissimo.
Chambertin 1990: Di un coloro rubino con riflessi granato, inizialmente al naso parte un pò chiuso con leggere note animali. Dopo una mezzora il vino si apre e comincia a scalpitare come fanno i veri cavalli di razza: frutta rossa in confettura si fonde ad un bel minerale. Ruotando il bicchiere esplondo le sensazioni di mora e visciola accompagnate da lievi effluvi fumè e di grafite. L'attacco è fresco e lineare e la trama tannica, finissima, viene retta da una vena fresca che "tiene" perfettamente in equilibrio la massa del vino. La persistenza è interminabile, complessa, ricca, che ci mette davanti ad un vino di una gioventù ancora impressionante e che faremo fatica a dimenticare. Questa è la Borgogna ragazzi, questo è Rossignol-Trapet.

Mini Verticale Bellavista - Uccellanda: lo chardonnay secondo la Franciacorta

La Franciacorta, oltre ad essere un territorio molto vocato per produrre spumanti di buona qualità, si conferma anche un luogo particolarmente felice per la realizzazione di grandi chardonnay, certo non come quelli della Borgogna, ma che comunque presentano, e la degustazione che seguirà ne è una prova, un elevata potenzialità di invecchiamento tipica, e questa volta lo possiamo affermare senza problemi, dei grandi vini francesi.

La degustazione, svoltasi all'AIS di Roma con la presenza del produttore, ha posto a confronto tre annate: 2004, 2003, 1998.

Il Bellavista Uccellanda proviene da uve provenienti dal vigneto denominato Uccellanda, coltivato in frazione Nigoline, nel Comune di Cortefranca, ad una quota altimetrica media di 300 metri s.l.m.. I filari sono disposti parallelamente alle curve di livello, in numero variabile a seconda della profondità delle terrazze. L’esposizione del vigneto è totalmente verso Sud-Est. La raccolta avviene a perfetta maturazione dopo un’attentissima selezione in pianta. Dopo la pigiatura, sottoponiamo il mosto ad una leggera macerazione con le bucce e quindi ad una fermentazione in pièces da 228 litri dove, per circa 12 mesi, esso svolge tutta la sua completa evoluzione.Il vino Uccelanda terminerà la sua evoluzione in contenitori inox dove riceverà il freddo dell’inverno; nella seconda primavera dalla vendemmia, se la commissione di degustazione darà parere favorevole, il vino verrà imbottigliato e si affinerà per almeno altri 6 mesi prima di essere commercializzato.

Il 2004, di un giallo paglierino con lievi riflessi verdi, presenta al naso dolci effluvi di fiori bianchi, frutta gialla matura con note che ricordano la mela golden e l'albicocca matura. Il quadro olfattivo si chiude con delle belle note burrose tipiche del passaggio in legno. Al palato il vino mostra buona ampiezza, piacevole succosità e un finale discretamente lungo giocato su note fruttate e vanigliate.

Il 2003, dn un bel giallo paglierino, ha un olfatto di discreta intensità e finezza che si apre con delle belle note di fiori bianchi (tiglio, acacia) e gialli (mimosa) e sentori di frutta gialla matura. In bocca il vino gioca la sua carta vincente sulla notevole sapidità e freschezza che, combinandosi, prolungano la persistenza al palato.

Il 1998, di un giallo oro con riflessi verdi, presenta al naso bellisime note di pan grillè, miele di castagna e un sentore di nocciola tostasta che, dopo dieci anni di invecchiamento, non dipende più dalla barrique ma dal territorio che, ricordo, è formato da un terroir di tipo morenico-glaciale. In bocca il vino è morbido,cremoso, sorretto da una grande acidità e sapidità. Chiude lungo su note tostate e fumè. Chi lo diceva che il vino bianco non poteva essere invecchiato?
(le foto sono tratte dal sito aziendale)

Gli strumenti del Sommelier: il Tastevin

Questo articolo è tratto da Dolium, il trimestrale di approfondimento dell'Enoclub Roma (www.enoclubroma.it). Visitate il sito e associatevi per far parte della nostra grande famiglia.

Il tastevin è uno strumento fondamentale per ogni sommelier, anche se nel tempo il suo utilizzo è stato via via sostituito dal bicchiere. Le origini sono antichissime, probabilmente si possono far risalire fino a 3500 anni fa,ma è con lo sviluppo nella borghesia francese del XVII secolo che trova la ,sua consacrazione. Esistono due modelli fondamentali di tastevin: il bordolese e il borgognone. Il borgognone ha la forma di una tazza, è largo circa8,5cm e alto 2,9cm. Il bordolese invece è più largo con un diametro di11,2cm ed altezza di 4,8cm. Per degustare il vino rosso il tastevin, staccato dalla sua catena, deve essere impugnato con la mano destra. In questo modo il vino rosso va a riempire le incavature o cupole. Quando invece si degusta un vino bianco il tastevin va impugnato con la mano sinistra ed il vino servito con la mano destra. In questo modo il vino bianco va a riempire le striature presenti sul fondo e contrapposte alle cupole. L’ombelico centrale funge da bolla di livello oltre la quale il vino non deve mai andare durante la degustazione. L’esame olfattivo viene effettuato esaminando il vino nelle che ricopre con un velo le perline centrali intorno all’ombelico. Le perline permettono di ossigenare meglio il vino agitando il tastevin. Il tastevin è in argento per favorire la dispersione dell’anidride solforosa presente nei vini bianchi giovani; una volta usato, non va bagnato ma pulito con un panno in modo da non indurre la formazione di muffe. Il tastevin non può essere usato con gli spumanti perché non permette di valutare il perlage. Oggi, l’erede del tastevin è il bicchiere ISO ottimo non solo per l’esame visivo ma soprattutto per quello olfattivo, poiché garantisce un migliore percorso degli odori al naso rispetto al tastevin caratterizzato da una forma molto aperto. In Borgogna da anni è presente la Confraternita del tastevin a conferma di quanto sia importante dal punto di vista storico-culturale questo strumento.

Piccoli Appunti dal Vinitaly

Basta e avanza. Passare una giornata al Vinitaly basta e avanza per non voler più sentire parlare di vino per almeno una settimana ma io, che sono un "enomalato", già sentivo la mancanza del mio blog per cui....... eccomi qua a buttar giù qualche piccolo appunto. Dico subito che ho evitato di andare in mezzo al marasma generale dello stand della Toscana e del Piemonte preferendo, come ho visto fare a tanti, le piccole grandi cantine delle regioni meno blasonate.

STRADE VIGNE DEL SOLE - LAZIO: provata l'intera gamma dei vini della famiglia Cugini. Una nota particolare merita l'Adelaide bianco, molto fresco e dai gradevoli profumi floreali ed erbacei, il Varrone, blend di Sangiovese e Tor de Passeri, dai profumi intesi di frutta rossa matura, viola e liquerizia e il Niveo, 100% malvasia rossa, dai gradevoli profumi fruttati e da una nota di salvia bellissima.

CANTINA CERQUETTA - LAZIO: per me il suo Antico Canacolo rappresenta il miglior frascati in circolazione con i suoi profumi complessi di mela golden, pesca e le leggere note di fiori gialli di campo. Vai avanti così Claudio.

COLETTI CONTI - LAZIO: la conferma che Antonio Coletti Conti rappresenta il re del Cesanese del Piglio con un Romanico spettacolare e un Cosmato di una eleganza sorprendente nonostante sia giovane e con una botte ancora da digerire.

CASTEL DE PAOLIS - LAZIO: questa splendida realtà di Grottaferrata, alle porte di Roma, conferma la grande qualità della sua gamma di prodotti con un Quattro Mori, blend di Shyraz, Merlot, Cabernet Sauvignon e Petit Verdot, intenso elegante e dalle note bellissime note di frutti di bosco, spezie e cioccolato.

CANTINE CIOLLI - LAZIO: piccola realtà laziale che presenta un Cesanese d'Olevano Romano "Cirsium", da vigne di oltre 50 anni, con netti riconoscimenti di viola, visciola e che presenta una bocca estremamente pulita, elegante e persistente.

POGGIO ALLA META - LAZIO: ottima azienda condotta dal prof. Mariano Nicòtina, ha presentato secondo me il miglior passerina 100% da me degustato fin d'ora. Il Piluc, che vuole il suo nome da un gioco di parole tra passeri (ghiotti dei chicchi tardivi) e, appunto stato di appassimento delle uve al tempo della maturazione fenotipica, ha un bellissimo naso minerale e in bocca, nonostante abbia un estratto secco da vino rosso, è elegantissimo con un finale interminabile. Splendido.

CUPANO - TOSCANA: degustati sia il Brunello 2002 che il Brunello 2003. Il primo, nonostante l'annata pessima, l'ho trovato molto complesso, dai toni balsamici e fruttati, mentre il 2003, nonostante abbia ancora tanti tannini da smussare, mi sembra ottimo e dalle note speziate molto intriganti. Lionel Cousin mi sembra un ottimo produttore, di quelli non troppo blasonati, da scoprire.

STELLA DI CAMPALTO - TOSCANA: il rosso di Montalcino 2005 è un piccolo gioiello che viene immesso nel mercato dopo 10 mesi di affinamento. Ricercato, presenta intrigantissimi aromi speziati e fruttati e si può definire, visto che le uve son le stesse e con la stessa qualità, un vero e proprio "piccolo" Brunello di Montalcino.

CANTINA GIUSEPPE SEDILESU - SARDEGNA: ho degustato tutta la gamma di prodotti e devo dire che sono rimansto senza parole dalla qualità dei loro Cannonau prodotti da viti anche centenarie. Splendidi sono il Mamuthone, dagli aromi di marasca sotto spirito e melograno, e il Carnevale, cannonau in purezza passato in barriques (nuove e usate), che presenta al naso note finissime di frutta rossa perfettamente amalgamate dal legno. Elegantissimi e caldi, entrambe i vini hanno una persistenza infinita. Nota particolare per l'unico bianco prodotto da questa cantina: il Perda Pinta, vino da 16 gradi alcolici, dalle sensazioni terrose e mature, che nasce da vecchissimi vitigni sconosciuti localizzati in mezzo alle vigne di cannonau.

AZIENDA AGRICOLA EMIDIO PEPE: siamo di fronte ad un altro pezzo di storia dell'enologia italiana. Accolto dalle figlie Daniela e Sofia, vengo coccolato attraverso una serie di assaggi di varie annate di Montepulciano d'Abruzzo che sfociano in un fantastico quanto "giovanissimo" 1979, carnoso, ampio, elegante, persistente, eletto da me e dai miei colleghi vino da meditazione dell'anno. Uno splendido prodotto da una grande cantina che forse non tutti amano ma che, negli ultimi tempi, mi ha regalato grandissime emozioni anche col suo 1977.




Vinitaly...un breve tour

Ragazzi so che non mancherò a nessuno ma domani mattina partirò per il Vinitaly.
Farò un giro per i piccoli produttori e poi posterò le mie considerazioni.
Sarà anche un modo per conoscere alcuni di voi e il mio amico svizzero Stefano.

Chateau De La Tour Vieilles Vignes 2001: un grande pinot nero

Château de la Tour appartiene alla famiglia Labet dalla sua nascita, fu infatti costruito per ospitare le raccolte delle vendemmie nel 1890 dagli antenati delle famiglie Labet e Déchelette. Si erige nella parte nord circondato dai muri del Clos de Vougeot poco lontano dal maniero Cistercense oggi di proprietà dei Chevaliers du Tastevin. I 5.5 ettari posseduti fanno di François Labet il maggiore proprietario del Clos, l’unico a vinificare e a imbottigliare i vini all’interno delle mura di cinta. Il 15% di queste terre consistono in vigne centenarie lavorate con rendimenti naturali estremamente bassi (9 hl. per ettaro). Da questi vecchi ceppi Château de la Tour, considerato uno dei massimi esponenti di questa denominazione, elabora una cuvée denominata “Vieilles Vignes”, rare bottiglie considerate come un vino fuori classe. La versione classica invece consiste in un assemblaggio dei vini delle varie parcelle (età media 45 anni), vinificate separatamente. Anche in questo caso le basse rese, di gran lunga inferiore a quanto richiesto dalla legislazione della denominazione Grand Cru, generano un vino di grande eleganza e personalità.

La degustazione:

Di un bellissimo rosso rubino, al naso nuance di cacao si compongono con i toni mentolati in una gradevole sensazione di after-eight. Esce poi il bouquet floreale di violetta e iris seguito da sfuggenti note di tamarindo, carruba e liquerizia. In bocca il vino entra in bocca morbido con tannini che devo ancora ingentilirsi, il buon equilibrio tra la struttura alcolica e la spalla acida lascia spazio per una buona evoluzione. Una buona persistenza retrolfattiva si chiude con toni floreali di viola e gradevole nota balsamica di eucalipto. Strepitoso ora, non immagino cosa sarà tra qualche anno!

(per le note aziendali fonte http://vinidiborgogna.wordpress.com/ )

Verticale Storica Montepulciano Valentini: l'elogio della variabilità

Un altra gita verso gli amici di Siena e un'altra degustazione emozionante. Questa volta, ospiti della Compagnia dei Vinattieri, abbiamo organizzato una splendida quanto unica verticale di Montepulciano Valentini.
Le annate proposte erano:
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1977
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1987
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1990
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1992
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1993 (tappato)
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1994
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1995
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 1997
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 2000
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 2001
Montepulciano d’Abruzzo Valentini 2002
L'intruso di lusso: Montepulciano d’Abruzzo Pepe 1977
Al di là delle singole note di degustazione che posterò successivamente, mi piace sottolinerare il fatto che tutte le bottiglie sembravano avere una storia personale, ogni bottiglia era un essere vivente che mutava continuamente. Molti dicono che se confrontiamo più bottiglie di Valentini della stessa annata non ne troveremo una uguale all'altra, mentre io, dopo questa verticale, sostengo che non solo non troveremo bottiglie simili, ma che esiste una variabilità all'interno della stessa bottiglia visto che qualche bicchiere al naso era diverso dall'altra (ciò ha influenzato anche i punteggi individuali). Confermato poi il filo conduttore dei descrittori tipici del montepulciano Valentini: note animali, ematiche, di polvere di caffè, talvolta ancora grezze e con pazzesche volatili in apertura, via via ripulite salvo poi tornare e scomparire di nuovo.
Veniamo alle note degustative:

1977: Colore granato con unghia aranciato, al naso, secondo me, questo vino rappresenta l'archetipo del Valentini terziarizzato: esplodono le note animali di pelle, cuoio, odori stallatici ed ematici, poi la grafite, il fungo, la scatola di sigari. Qualcuno sente note di velluto e frutta rossa sotto spirito. In bocca il vino è emozionante, polposo, primordiale, con un tannino perfettamente integrato sorretto da una spina acida che definirei da vino bianco. Vino di razza superiore. Trentuno anni portati alla grande!!

1987: Rubino con unghia granato, al naso sprigiona in sequenza profumi complessi di humus, fungo, sottobosco. Col passare del tempo si apre ed escono note affumicate e di torrefazione. Alla gustativa il vino risulta potente ma al tempo stesso elegante, con grande afflato calorico, su nerbo acido presente ma più contenuto rispetto alla 77. Un altro gioiello di casa Valentini.

1990: Il vero dilemma della giornata. C'è chi lo ha sentito splendido e chi, come me, lo ha declassato in quanto, secondo il mio parere, la bottiglia non era in splendida forma. Il vino, infatti, appena aperto aveva un nota alcolica (aldeide acetica) fastidiosa e predominante che è sparita solo un pò col passare del tempo. In bocca torna la nota bruciante dell'alcol rendendo difficile l'analisi delle altre componenti gustative.

1992: Rubino intenso, all'olfattiva si caratterizza per le note dolci di frutta rossa in confettura, cioccolato al latte, sensazioni balsamiche. Aprendosi escono le classiche note terziarie di pelle di animale e la meno pregiata ma altrettanto comune nota alcolica di aldeide (che sparirà con l'ossigenazione). In bocca il vino è intenso, potente, caldo, con un finale interminabile giocato su toni minerali e fruttate. Splendido.

1994: Rubino intenso, presenta un naso meno espressivo inizialmente che pian piano si pulisce e che fa emergere note di frutta sciroppata, cioccolata, rabarbaro e un buon floreale (fiori viola appassiti). Ancora un volta, aprendosi, il vino tira fuori la classica nota di caffè e una fastidiosa, quanto temporanea, nota volatile di acetica. In bocca il vino entra con garbo ed accarezza il palato con tannini morbidi al punto giusto, sostenuti da una spalla acida ben presente. Strutturato, complesso e bilanciato rimane lungamente nel retronasale con arie di frutta rossa e minerale

1995: Rubino intenso, ha un naso decisamente fruttato, confettura di ciliegia, si apre piano una nota animale di pelo e un sentore di liquirizia. In bocca il vino risulta frizzante, segno di una artigianalità di produzione che porta il vino a rifermentare in bottiglia. Sembra quasi un lambrusco. Corto in bocca. La variabilità del vino e la sua anima si determinano col passar del tempo quando, ridegustando a distanza di un'ora circa, la carbonica è del tutto scomparsa. Bottiglia da punto interrogativo.

1997: Rubino intenso, all'olfattiva il vino si apre con una bella nota di frutta rossa matura seguita da lievi effluvi di fiori viola macerati. Notan animale che compare col tempo segno di un liquido in continuo movimento. In bocca ancora un frutto rosso molto dolce e piacevole e, per la prima volta, si avverte un tannino ancora scalpitante. Chiude con buona persistenza.

2000: Rubino intenso, parte con note fruttate di visciola e mora di bosco, china, pelliccia, più una leggera nota balsamica. Al palato il vino risulta caldo, strutturato, convincente anche se è presente, ancora una volta, un lieve carbonica che certo non fa piacere e che fa perdere un pò di punti al vino. Chiude di media lunghezza.

2001: Rubino intenso, presenta un naso tutto piacevolmente calcolato di frutto dolce più note ferrose, quasi ematiche. La bocca è ricca, calda, avvolgente, con una buona spalla acida a supportare un tannino elegante ma ben presente. Finale e persistenza di ottima fattura.

2002: Rubino intenso, presenta un olfatto molto complesso giocato su note ematiche, di animale, di humus. Sembra di mettere il naso all'interno di un sottobosco autunnale. In bocca, l'impatto è importante, ma lascia spazio subito alla morbidezza e ad una freschezza incantevole. Chiude lunghissimo su note fruttate e vegetali. Un'annata su cui non avrei scommesso ma che rimane, per me, la migliore degli anno 2000.

Montepulciano Pepe 1977: Colore granato intenso, all'olfatto il vino spiazza decisamente tutta la compagnia in quanto presenta un naso che esprime sentori di prugna matura in confettura, cacao amaro, grafite, con netti riconoscimenti di salamoia e foglie bagnate di bosco. In bocca ha una perfetta corrispondenza con l’olfatto, dimostrandosi morbidissimo ma quasi salato, con un perfetto equilibrio; vino maturo, che può conservarsi perfettamente per altri quaranta anni. Per me il vero campione della serata insieme al 77 di Valentini.

Concludendo, la degustazione ci ha offerto sicuramente tante emozioni e tanti spunti di discussione su un vino e un vitigno, il montepulciano d'abruzzo, capace di esprimere grandi vini di qualità dalla lenta evoluzione.
Il grandissimo montepulciano, invece, si riesce a farlo solo se si è un vero artigiano del vino come era Edoardo Valentini. Grazie.