«Tranquillo, ho travasato tutto»: il pranzo che mi ha fatto temere l'estinzione del vino


di Carlo Macchi

Qualche giorno fa ho vissuto un’esperienza che a prima vista mi ha fatto molto ridere ma poi, riflettendoci, mi ha letteralmente terrorizzato: ve la racconto.


Per la celebrazione dei 50 anni di un’associazione di cui faccio parte è stato organizzato un pranzo per circa 60 persone e io mi sono offerto di portare il vino. Ho quindi preso varie bottiglie di spumante, vino bianco e vino rosso e mi sono presentato nel luogo dell'evento: una struttura (pure bella) di proprietà di un comune e data in gestione a un’associazione. Dal momento in cui sono arrivato sono capitate alcune scene che potranno farvi ridere e inorridire allo stesso tempo. Ve le elenco sotto, precisando che ogni dialogo è avvenuto con persone diverse.

- Mi faccio aiutare a portare il vino; io personalmente ho in mano un cartone con 6 bottiglie di spumante.

Carlo: «Questo è spumante, ma non è freddo, quindi avrei bisogno di una cella più fredda delle altre.»

X: «Perché? Se è spumante va alla fine.»

Carlo (sorpreso e quasi infastidito, ma comprensivo): «Questo è uno spumante secco

X: «Che vuol dire secco

Carlo (ancor più sorpreso): «Che non è dolce

X: «Esiste non dolce?»

- Un responsabile della struttura, vedendomi arrivare con tutti questi vini, mi viene incontro.

Y: «Non sapevo arrivassero tutti questi vini, vuoi che ti metta due bicchieri?» (il primo era il classico bicchiere da osteria, ndr

Carlo (un po’ in guardia ma speranzoso): «Grazie ma… che tipo di bicchiere

Y: «Come quello che è già in tavola!»

- Arriva un signore dopo che avevamo già stappato i vini. In teoria doveva essere l’esperto di turno; meravigliato, mi chiede:

Z: «Quanto ci ha messo a lavare le bottiglie e a infiascare tutto questo vino?»

Carlo (che cade dalle nuvole): «Scusi, non capisco!»

Z: «Volevo dire… dato che sono tutte bottiglie diverse, per lavarle e poi travasare il vino da una damigiana ci avrà messo parecchio.»

- Alla fine del pranzo arriva un signore che, con manifesta soddisfazione, mi dice:

W: «Guardi che le bottiglie da riportare via sono già pronte: le ho travasate tutte una nell’altra e ho rimesso i tappi!»

- A corollario di tutto, devo dire che a tavola c’erano uomini e donne di età variabili dai 10 ai 60 anni, e ben pochi hanno bevuto più di mezzo bicchiere di vino.

Tenetevi a mente tutto questo e andiamo avanti

Perché tutto questo mi ha terrorizzato? Al di là delle facili battute, ho dovuto rifletterci un po’ e mi è venuto in aiuto un bellissimo articolo di Pauline Vicard dal titolo “The future of wine depends on culture”, pubblicato sul sito di Jancis Robinson (qui il link), di cui riporto alcuni stralci.

Pauline si chiede quali passaggi porterebbero a una lenta ma inesorabile estinzione del vino: «Cosa succederebbe se… l'idea del vino come qualcosa che unisce le persone e consente convivialità, gioia e conversazione cominciasse a erodersi? Come sarebbero le città se il vino scomparisse del tutto? Quali forme di interazione sociale, ospitalità e vita pubblica scomparirebbero con esso? Sebbene il contributo economico del vino sia ben documentato, il suo ruolo più ampio nel plasmare la consistenza e la qualità della vita urbana rimane molto meno articolato.»

Come far sopravvivere il vino, dunque? «L'obiettivo del vino è quello di entrare a far parte del tessuto visivo e sociale di come vivono realmente le persone che ancora non si considerano bevitori... Per gran parte della sua storia, il vino è stato intrecciato nel tessuto della vita culturale. Appariva naturalmente nei luoghi in cui le persone si riunivano, celebravano, creavano, discutevano e costruivano comunità. Oggi molte di queste istituzioni culturali si sono indebolite o frammentate, mentre ne sono emerse di nuove. Tuttavia, gran parte dell'attenzione dell'industria vinicola resta concentrata sul dialogo con se stessa: attraverso fiere, concorsi, premi, pubblicazioni specialistiche ed eventi di settore… Se il vino vuole rimanere culturalmente rilevante, deve essere presente dove si crea cultura, non solo dove si discute di vino… Ciò significa impegnarsi più seriamente nel mondo dell’arte, della musica, del cibo, dello sport, dei giochi, dell’intrattenimento, dell’ospitalità e della vita pubblica.»

Teniamo bene a mente questo concetto e torniamo al nostro pranzo "shock". Molti degli organizzatori e dei cuochi erano persone anziane, che hanno vissuto in prima persona il cambiamento sociale che dalle campagne ha portato all’industrializzazione e all'urbanizzazione. Settant'anni fa la percentuale di chi lavorava in campagna era del 40%, oggi arriva a malapena al 2%. Questo significa che prima una grande fetta della popolazione era a contatto diretto con la terra e con la vigna, sia dal punto di vista visivo che sociale ed economico. Le persone bevevano vino perché lo avevano sempre fatto, avevano storie e conoscenze da tramandare e non potevano immaginare un mondo senza di esso.

Oggi, vivendo in città, la campagna e le vigne si vedono solo in TV. Non siamo più parte di una cultura storica che vedeva la vite come fondamento e parte integrante della quotidianità. Oggi il vino, per i non addetti ai lavori, è un prodotto “televisivo” di cui non si percepisce il bisogno, perché non viene riconosciuto come elemento identitario della società, ma solo come un optional da consumare in rari momenti.

Torno all’articolo di Pauline Vicard: «Jean-Noël Kapferer, professore emerito presso l'HEC Paris e autore di The Luxury Strategy, descrive quella che lui chiama l'‘equazione dei sogni’, ovvero: visibilità, desiderabilità e acquisto… Tutto inizia con la visibilità. Il vino deve prima essere visto da un vasto pubblico, prima di poter essere desiderato da alcuni e, infine, acquistato da pochi.»

Quindi, se la campagna e la vigna non vengono più “viste” e tenute presenti nemmeno da chi ci è nato, come si può pensare che il vino continui a interessare? Da una parte le nuove generazioni non hanno più l’equazione dei sogni, dall’altra la stragrande maggioranza delle manifestazioni è riservata agli addetti ai lavori. Se vogliamo che il vino rimanga nella nostra cultura, dobbiamo “esportarlo” in altri luoghi e in contesti diversi, che altrimenti lo terranno sempre più a distanza. Così, in 50-60 anni, mentre la qualità e l’immagine del vino crescevano, il prodotto stesso – senza che la filiera se ne accorgesse – usciva da quel tessuto agrario, culturale e storico che lo aveva perpetuato per secoli e che oggi non esiste praticamente più.

Oggi non solo manca un sostrato culturale, ma i numerosi attacchi “salutistici” tendono sempre più a isolare il vino, a farne un prodotto di nicchia di cui si può tranquillamente fare a meno. Vi faccio un esempio terra terra: tutti sognano una Ferrari perché ha vinto e vince tuttora; ma se smettesse oggi stesso di partecipare a ogni competizione motoristica e azzerasse la pubblicità, tra 20 o 30 anni venderebbe lo stesso numero di auto?

Pauline Vicard fa un esempio ancora più calzante: quello dell’industria delle pellicce, floridissima fino a cinquant'anni fa e oggi, per varie motivazioni sociali, ridotta praticamente a zero.

Il pranzo di cui vi ho raccontato mi ha dimostrato come il vino, persino in un contesto di ristorazione, possa essere ridotto a un inutile suppellettile, a qualcosa di facilmente sostituibile perché non se ne capisce il valore. E siamo in Toscana, nel bel mezzo di zone produttive famose in tutto il mondo, dove la cosiddetta “cultura del vino” dovrebbe essere radicata nel DNA di ognuno!

In definitiva, se non vogliamo fare la fine delle pellicce, dovremo fare tutti un bagno di umiltà. Dobbiamo smetterla di parlare di tecnicismi che non interessano alla stragrande maggioranza della popolazione e riavvicinare il vino ai vari ambiti da cui oggi è bandito o messo in un angolo.

Occorrerà uscire dalla propria comfort zone. Dobbiamo avere il coraggio di parlarne non solo tra noi addetti ai lavori – in manifestazioni autoreferenziali dove chi fa il vino ne parla a chi lo beve e viceversa – ma nelle scuole, nel mondo dello sport, della medicina e della sanità (ormai il vino è bandito dagli ospedali, tanto per fare un esempio, ma chi si è rotto una gamba deve per forza bere solo acqua?).

Dobbiamo dimostrare, con dati storici, medici e sociali, che un bicchiere di vino buono (e accessibile a tutti) non è un veleno, ma uno storico e insostituibile compagno di vita. Questa è forse l’unica strada percorribile per salvarlo da una lenta ma inevitabile estinzione.

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