Alla scoperta del Lessini Durello, lo spumante che nasce dal vulcano

Nel panorama italiano degli spumanti da vitigni autoctoni sicuramente il Lessini Durello è senza dubbio quello che negli ultimi tempi sta ricevendo la giusta attenzione mediatica e il crescente interesse del pubblico verso queste bollicine, prodotte tra tra la provincia di Verona e quella di Vicenza, l'ho potuto toccare con mano durante il seminario che ho organizzato a Roma con l'enoteca Trimani e sotto la guida esperta di Giovanni Ponchia.

Paolo Trimani e Giovanni Ponchia

Prima di passare alla descrizione dei vini degustati vorrei inquadrare al meglio questo spumante partendo proprio dall'uva col quale viene prodotto ovvero quella durella attestata nei dintorni del veronese almeno fin dal Medioevo quando era chiamata durasena, dal latino Durus Acinus, in quanto si faceva riferimento allo spessore della sua buccia che è una delle caratteristiche di questa uva assieme all'elevata acidità e, soprattutto, sapidità che deriva direttamente dal suo terroir di elezione ovvero le alti vallate dei Monti Lessini che, anche alla vista, tradiscono la loro natura vulcanica con suoli composti da tufi e basalti ricchi di ferro e magnesio. Attualmente a durella sono coltivati circa 366 ettari sulle colline veronesi e 197 ettari su quelli vicentine per un totale di 428 viticoltori e 23 aziende.

uva durella
La DOC “Lessini Durello” o “Durello Lessini” è suddivisa in due categorie:
  • Lessini Durello o Durello Lessini” spumante
  • “Lessini Durello o Durello Lessini” spumante riserva
Per entrambe le tipologie il vino deve essere ottenuto per almeno l'85% da durella mentre possono concorrere, da soli o congiuntamente, fino a un massimo del 15%, i vitigni garganega, pinot bianco, chardonnay, pinot nero.

Sempre secondo il disciplinare il “Lessini Durello" spumante deve essere ottenuto esclusivamente per fermentazione naturale a mezzo autoclave, mentre il “Lessini Durello" spumante riserva deve essere ottenuto ricorrendo esclusivamente alla pratica della rifermentazione in bottiglia secondo il metodo classico, con permanenza del vino sui lieviti per almeno 36 mesi.


In degustazione a Roma abbiamo degustato i seguenti spumanti:

Cantina di Soave - Lessino DOC Spumante "Settecento33": uno charmat fatto con tutti i crismi che, con la semplicità che lo contraddistingue, fa egregiamente il suo lavoro deliziando il palato con sentori freschi di mela e .fiori bianchi. Finale sapido.


Tamaduoli di Bastianello - Lessini Durello DOC spumante "Agliaia": altro charmat che evidenzia note maggiormente mature dove spicca la frutta esotica e la nocciola. Sorso rotondo e diretto.


Le Macine Lessini Durello DOC Metodo Classico: spumante da durella in purezza che si fa apprezzare per la sua vivace freschezza grazie ad un corredo aromatico che punta decisamente verso l'agrume e la scorza di limone. Sorso verticale e persistenza "vulcanica" grazie ad importanti ritorni sapidi.


Tonello - Lessini Durello DOC Metodo Classico: altra durella in purezza che dona profumi di frutta bianca e biancospino e si fa apprezza per al sorso per la sua grande bevibilità esaltata da un tocco salino nel finale.


Società Agricola Fattori - Lessini Durello DOC "Roncà" Metodo Classico: Antonio Fattori coltiva la sua durella sopra i suoli vulcanici del Monte Calvarina e questo suo spumante riflette il carattere austero e scuro di questo terroir che dona al vino personalità e profondità da vendere.


Casarotto Lessini Durello DOC "Roncà" Spumante Riserva: metodo classico 100% durella che convince per la sua verticalità e la predominanza di aromi di litchi e mela verde. Sorso agile citrino e agile, chiusura lievemente sapida e avvolgente.


Sandro De BrunoLessini Durello DOC Metodo Classico: Sandro Tasoniero ha prodotto per la prima volta questo spumante nel 200 da vigneti di durella (85%) e pinot bianco (15%) situati sul monte Calvarina, in località Terrossa di Roncà-Montecchia di Crosara, a circa 600 metri d'altezza. Il vino palesa sentori fragranti di frutta gialla matura, cedro ed erba cedrina. Al gusto vanta struttura elegante e ottima tensione. Finale scuro, leggermente amarognolo.


Fongaro Lessini Durello DOC Metodo Tradizionale Classico 2009: questo spumante, durella in purezza, matura sui propri lieviti almeno 48 mesi prima da essere commercializzato. Al naso è complesso, profondo nelle sue sensazioni fruttate e floreali che ritroviamo anche al sorso, appetitoso, caratterizzato da una cornice salina intervallata da tocchi di agrume candito e nespola. Un grande metodo classico che a più di qualche persona farà ricredere sulle qualità evolutive del Lessini Durello. 

Marcato Lessini Durello DOC A.R. 2006: l'azienda, fondata a Roncà nel 1904, da sempre interpreta al meglio il Lessini Durello Spumante e anche oggi che è diventata di proprietà della famiglia Tessari l'obiettivo della qualità ad ogni costo non è di certo cambiato. Questo spumante metodo classico è infatti un chiaro esempio di durella e pinot nero possono tranquillamente convivere dando vita ad un vino di grande complessità olfattiva dove aleggiano aromi di frutta gialla matura, mimosa, spezie, nocciola ed erba cedrina. Bocca carnosa, rotonda che è tenuta in tensione da una bellissima nota sapida. 


Tenuta Camaldoli, la riserva del Piedirosso di Cantine Astroni in tre annate - Garantito IGP

Di Luciano Pignataro


Antico ma moderno: il Piedirosso. Quasi tutte le aziende campane producono Aglianico, poche, pochissime il Piedirosso. Eppure, a volerla dire tutta, è proprio questo vitigno a bacca rossa il segno tipico della viticoltura regionale. Circoscritto da sempre nell’area flegrea, negli ultimi vent’anni ha trovato buone espressioni anche nel Beneventano e nel Sannio.
Gerardo Vernazzaro
Un bicchiere molto sottovalutato negli anni ’90, quando andavano di moda vini più strutturati, poi, lentamente, c’è stata una ripresa significativa grazie ad un pugno di viticoltori flegrei, Giuseppe Fortunato di Contrada salandra, Raffaele Moccia di Agnanum, Vincenzo di Meo della Sibilla e Gerardo Vernazzaro di Cantine Astroni primi fra tutti.
Oggi parliamo di Tenuta Camaldoli, il vino su cui Gerardo ha puntato tutto, con un passaggio in legno. Alt, fermi, non vi spaventate. Non è un tentativo di fare l’Aglianico dei poveri, ma di cercare di recuperare pratiche antiche poggiando sulla conoscenza moderna senza stravolgere il senso di questo vino che è fresco, dai tannini sottili, dal profumo di geranio e di frutta rossa fresca, salato e minerale in bocca con una chiusura quasi amarognola.
Cantine Astroni nasce da Varchetta, oltre cento anni di vinificazione sul cratere degli Astroni, una deller iserve naturali più spettacolari che i Borbone deciso di salvaguardare rinforzando il muro già in precedenza eretto dagli aragonesi. Dentro il cratere una delle ultime tracce di foresta europea. Il presidio viticolo è spettacolare, sulla collina dei Camaldoli, un tempo luogo di preferito per la Pasquetta, c’è la più grande estensione di questo vigneto, il suolo è sabbia nera frutto delle eruzioni degli ultimi cinquemila anni su una base di tufo giallo tipcia di questo areale. Per chi non lo sapesse, i Campi Flegrei sono una sorta di frullato ottenuto dall’attività di un centinaio di vulcani. Non a caso gli antichi romani pensavano che qui fosse l’ingresso dell’Inferno.

In questo territorio onirico, dove tracce di masserie costruite duemila anni fa si intrecciano con palazzoni di cemento in stile anni ’60 l’armonia è proposta proprio dal vigneto. Quasi un vigile urbano che regola il traffico caotico delle costruzioni fermate dal mare.
Gerardo, come gli altri suoi colleghi, è riuscito a cogliere l’anima allegra di questo vitigno, di questo vino. Un vino di beva allegra, da spendere senza ritegno come abbiamo fatto noi su ragù, coniglio alla cacciatora e anche su capretto, un vino della tavola felice, di accompagnamento, da bere senza stanchi rituali ammosciapalle.
Sì, lo studio è stato necessario, ma forse il segreto oggi è riportare il vino nella sua dimensione conviviale, senza voler fare populismo enologico.
Naturalmente non vogliamo esagerare nel tessere le lodi di questo vino, ma la modernità del Piedirosso, in questa espressione di Tenuta Camaldoli che viene travasato in botte di castagno e in due tipi di rovere francese (media e bassa tostature), si esprime con la gioa balsamica del naso ben fusa ai sentori tipici di geranio, con una beva leggera e vivace, veloce, di buono spirito. Insomma, non è greve ed è molto preciso.
La 2011 è forse l’annata più incerta, la 2012 è nel pieno della sua maturità espressiva, la 2013 secondo me è un grandissimo vino da serbare ancora un annetto.


Il Piedirosso non ha bisogno del tempo dell’Aglianico, ma nell’assestamento ci guadagna e con il buon protocollo messo a punto da Gerardo, capa a chicco d’uva, è in grado di competere con molti rossi della categoria. Anche illustri.
Solo che invece del petto d’anatra laccato ci mangio una bella frittata di maccheroni. Alè.

www.cantineastroni.com



Il premio Gambelli raddoppia: sono due i giovani enologi vincitori dell'edizione 2017

Sono ben due quest'anno i vincitori del PREMIO GIULIO GAMBELLI, riconoscimento alla quinta edizione istituito da ASET (Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana) ed IGP (blog network  “I Giovani Promettenti”) che premia il giovane enologo under 35 il cui lavoro abbia saputo incarnare l'idea di vino portata avanti dal grande Maestro del Sangiovese: rispetto ed esaltazione delle tipicità di ogni singolo vitigno, delle caratteristiche del territorio e delle peculiarità dell'annata vendemmiale.

A spuntarla fra le numerose candidature (e autocandidature) arrivate da tutta la Penisola sono stati DIEGO BONATO e LUCA FACCENDA, operanti rispettivamente in Toscana e Piemonte, i cui vini degustati - rigorosamente alla cieca - da una giuria formata da 10 giornalisti ASET ed IGP hanno più di tutti rispecchiato le finalità del Gambelli.

Diego Bonato e Luca Faccenda
La premiazione si è svolta martedì 13 febbraio nell'ambito della Chianti Classico Collection, kermesse organizzata dal Consorzio Vino Chianti Classico alla Stazione Leopolda di Firenze. Ai vincitori oltre alla targa ricordo un assegno da 1500 euro, grazie al contributo del Consorzio Vino Chianti Classico e di alcune delle aziende di cui Giulio Gambelli è stato amico e consulente: Bibbiano, Collemassari-Poggio di sotto, Fattoria Rodano, Il Colle, Montevertine e Ormanni.

DIEGO BONATO - Az. Tolaini (www.tolaini.it), Castelnuovo Berardenga (SI)
Classe 1982, è cresciuto tra i vigneti di famiglia nei Colli Euganei, nel padovano (Az. Agr. Reassi). Dopo la Laurea in Viticoltura ed Enologia presso l’Università di Padova nel 2004, inizia un percorso professionale che lo porta a diverse esperienze tra Veneto, Nuova Zelanda,  Toscana e Australia. Nel 2008 il ritorno in Toscana presso la famiglia Tolaini, a Castelnuovo Berardenga, dove inizia occupandosi dei vigneti, poi di vigneti e cantina e via fino ad arrivare alla direzione generale dell’azienda.

LUCA FACCENDA – Az. Agr. Valfaccenda (www.valfaccenda.it), Canale (CN)
Diplomato alla Scuola Enologica di Alba nel 2002 e laureato ad inizio 2006 a Torino, dopo le prime esperienze durante gli studi presso la Matteo Correggia di Canale e quelle successive alla laurea in Nuova Zelanda (Sacred Hill e Pegasus Bay) e a Barolo (Az. Agr. G.D. Vajra), a partire da novembre 2006 è nello studio Cordero Consulenze di Priocca (CN) a fianco dell'enologo Cordero Gianfranco e degli altri collaboratori. Contestualmente a questa attività di consulenza, svolta principalmente sul territorio piemontese ma anche in Calabria, Sicilia, Veneto, Liguria e Lombardia, a partire dal 2010 ha ripreso alcuni piccoli vigneti di proprietà e, insieme alla moglie Carolina, ha aperto a Canale l'Az. Agr. Valfaccenda.

Il regolamento del Premio Gambelli è visionabile sul sito www.asettoscana.it

I vini della Russia esistono e sono in mezzo a noi

Il Ministero dell’Agricoltura sta valutando la possibilità di aumentare i dazi sull’importazione di vini e derivati e di ridurre il volume di mosti e materie prime importati nei prossimi 5-7 anni. È quanto ha dichiarato il ministro dell’Agricoltura Aleksandr Tkachev in un’intervista concessa lo scorso dicembre a Rossijskaya Gazeta. Si tratta di una misura necessaria per incrementare la quota di vino prodotto localmente nel mercato russo.
vendemmia a Krasnodar, 23 agosto 2016. Fonte: Vitalij Timkiv/TASS
La produzione locale
“Oggi la Russia si colloca solo all’11esimo posto nella classifica della produzione mondiale di vino, ma abbiamo delle chance concrete d’incrementare la nostra produzione e di destinare dei volumi anche all’export”, sostiene Tkachev.
Oggi la Russia sta intensificando la produzione vinicola locale. Secondo Tkachev, negli ultimi 10 anni la superficie vitata è aumentata del 30%, raggiungendo gli 85mila ettari. “Per non dipendere dalle importazioni entro il 2020 dovremo piantare altri 50mila ettari di nuovi vigneti”, afferma il ministro.
Negli ultimi due-tre anni sono avvenuti in Russia dei cambiamenti profondi nel settore della produzione vinicola  e della legislazione che lo riguarda: il prezzo delle licenze alle aziende vinicole è diminuito e la viticoltura ha assunto la stessa importanza dell’agricoltura col risultato che i produttori hanno potuto accedere alle sovvenzioni statali.
Gli aiuti da parte dello Stato ai viticoltori e ai produttori di vino sono stati quasi quadruplicati, passando da 9,5 milioni di euro (600 milioni di rubli) a 37,5 milioni (2,4 miliardi di rubli) nel 2016, spiega Evgenij Akhpashev, direttore del dipartimento dell’industria agroalimentare del Ministero dell’Agricoltura della Federazione Russa. A detta di Akhpashev, nel 2017 si prevede di estendere tali misure e di garantire a questo settore volumi di finanziamento non inferiori a quelli del 2016.

La riduzione dell’import
Parallelamente il Ministero dell’Agricoltura sta prendendo in esame una serie di progetti per ridurre l’importazione di mosti e materie prime per la produzione del vino. Nelle aziende vinicole russe viene prodotto attualmente un terzo di tutto il vino presente sul mercato.
“Il mercato del vino in Russia si suddivide grosso modo in tre segmenti, quello del vino russo, o prodotto da uve russe, del vino d’importazione, imbottigliato in Russia, e del vino 'ordinario' a basso costo, prodotto con materie prime importate, ma magazzinato ed etichettato con un marchio russo”, spiega a Rbth Dmitrij Kovalev, coordinatore del progetto “Il nostro vino”.
A detta di Kovalev, il divieto d’importare vini dall’estero risulta poco realistico e delle trasformazioni concrete in questo settore potranno avvenire più verosimilmente nel segmento del vino “ordinario” che implica l’impegno dei produttori vinicoli russi. “In tale direzione è possibile compiere dei passi per ridurre l’importazione di materie prime per consentire alla Russia di sviluppare la produzione locale in condizioni di concorrenza”, dichiara l’esperto.
Il Ministero dell’Agricoltura ha già messo a punto un disegno di legge che rende obbligatoria l’etichettatura con l’indicazione geografica per vini e spumanti destinati alla vendita al dettaglio.
Una rivalutazione dei vini del Mar Mero
“All’estero, e soprattutto in Francia, il vino migliore è quello prodotto dalle piccole aziende”, spiega Dmitrij Kovalev. A suo avviso, oggi in Russia cominciano a comparire aziende simili con vigneti dell’estensione di 10 ettari. “Per esempio, l’anno scorso a dicembre due di queste piccole aziende hanno ottenuto le licenze di produzione”, racconta Kovalev.
Malgrado l’elevata concorrenza del mercato mondiale, la Russia, a detta degli esperti, ha delle discrete chance di diventare un protagonista del mercato globale. “Dal 2008-2009 i produttori vinicoli russi partecipano regolarmente a concorsi internazionali, come quello di Londra, e negli ultimi 5-6 anni hanno ricevuto 300 menzioni”, dichiara Vadim Drobiz, direttore del Centro di ricerca dei mercati federali e regionali degli alcolici (Tsifrra).
A detta di Drobiz, i vini russi possono tranquillamente competere con quelli stranieri, inclusi quelli europei, e anche nel segmento dei vini di alto livello. Tuttavia, rileva l’esperto, ai produttori vinicoli russi occorreranno almeno altri 10 anni per lanciarsi sul mercato globale.
“In Europa ora si guarda con molta attenzione alla regione del Mar Nero, come territorio per l’incremento della produzione vinicola e quindi alle coste della Bulgaria, della Georgia e della Russia. La Georgia ha ottenuto, tra l’altro, una buona affermazione sul mercato con il vitigno Saperavi”, dice Kovalev. Le coste del Mar Nero, spiega l’esperto, si caratterizzano per il loro clima prevalentemente assolato e l’eterogeinità dei terreni, grazie ai quali si ottengono, per esempio, dei buoni rossi secchi, utilizzando vitigni Cabernet, Sauvignon, Syrah, Grenache, Pinot nero. 
I territori russi del vino
I vini russi vengono prodotti nel distretto di Krasnodar, in Crimea, a Sebastopoli, nella regione di Rostov e nelle repubbliche del Caucaso.
L’associazione di  viticoltori e produttori di vino russi ha attribuito la denoninazione di origine protetta ai vini “Kuban” (distretto di Krasnodar), “Dolina Dona” (regione di Rostov), “Stavropol”  (distretto di Stavropol), “Daghestan” (Repubblica del Daghestan), “Dolina Tereka” (Repubblica di Cabardino-Balcaria), “Nizhnyaya Volga” (regioni di Astrakhan e Volgograd), “Krym (repubblica di Crimea”. 

Ucantin - Maccaia è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Carlo Macchi

Chi dice si scriva scimiscià, chi ximiscia, chi scimixa.
Non è arabo, è ligure: è un vitigno bianco praticamente scomparso che in Val Fontanabuona qualche anima buona sta recuperando.


Naso con tanta frutta, bocca dolce ma non stucchevole grazie all'ottima freschezza.
Con Maccaia vi passa la Macaja.
 



Cascina Zeledria: che bello sciare a Madonna di Campiglio se lì vai a mangiare! - Garantito IGP

Di Carlo Macchi

Sono definitivamente tramontati i bei tempi in cui iniziavo a sciare alle 8 di mattina e, mangiando al volo una barretta di cioccolato o addirittura trangugiando un intero tubetto di maionese (lo so, lo so, mea culpa, mea culpa, mea maionesissima culpa) arrivavo fino alle 17.


Oramai le mie residue forze sciatorie devono essere centellinate, il che vuol dire dopo quattro ore al massimo devo mettere le gambe sotto un tavolo per riposarmi e mangiare qualcosa.
Questo qualcosa di solito è una minestra abbinata ad una bottiglietta d’acqua, quindi un menù quasi da malato di stomaco, ma aumentando il cibo in pancia diminuisce esponenzialmente la voglia delle mie gambe di rimettersi a sciare.
Ma… (c’è sempre un ma in ogni cosa) se è l’ultimo giorno che sci e poi devi partire, se riesci a sciare fino alle 13.30 e andare a mangiare più tardi e soprattutto se il posto dove vuoi andare  è la Cascina Zeledria, dove hai mangiato da papa due sere prima, allora altro che minestrina!


In effetti la cosa è andata proprio così: lo scorso genaio la prima sera che ero a Madonna di Campiglio mi hanno portato in auto ai quasi 1800 metri della Cascina Zeledria: questa bellissima baita è praticamente sulle piste da sci e di solito ci arrivi con un gatto delle nevi,  ma la sua mancanza (della neve, non del gatto) ci ha fatto arrivare tranquillamente  in auto.
Cena memorabile e così, quando si è trattato di pranzare prima di partire da Campiglio, ho imposto una sosta non da brodino caldo alla Zeledria.

Adesso farò soffrire quelli che amano sciare: giornata di sole stupenda, neve perfetta, quasi nessuno sulle piste e io soddisfattissimo di me stesso con un nuovo paio di sci che mi facevano sentire il Thöni de noantri. Dopo aver sciato più a lungo del normale prendiamo la pista Zeledria: normalmente si arriva davanti al rifugio con gli sci mentre al ritorno si viene riportati  in pista attaccati ad una fune trainata da cavalli, ma in quei giorni vista la carenza di neve (non di cavalli) c’era un pulmino che faceva avanti-indietro di continuo.
Arriviamo, molliamo gli sci ed entriamo. Veniamo subito accolti dai numerosi e gentilissimi camerieri  che ti accompagnano ad un tavolo ben apparecchiato (tovaglia bianca, sovratovaglia di stile montanaro, tovagliolo di stoffa, posate, piatti e bicchieri adeguati). Non siamo infatti in un rifugio spartano dotato di self-service, da Zeledria si mangia seduti e serviti come dio comanda.


Anche se era un pranzo “non da sciatori” saltiamo l’antipasto: io mi tuffo su un piatto di buonissimi strangolapreti al burro fuso, qualcuno preferisce il ricchissimo orzotto mentre altri vanno sui classici canerderli al burro fuso.
A proposto di burro, Zeledria produce e vende burro e formaggi sia di produzione propria che di altri caseifici trentini e si possono acquistare nello spaccio davanti alla baita. Per questo forse il burro abbonda nei piatti, ma dopo aver sciato cosa volete che siano 50 grammi di burro in più o in meno.

E cosa volete che siano 250 grammi di formaggio fuso con dell’ottima polenta (ma veramente ottima!) per colmare la fame rimanente e bere con soddisfazione il buon teroldego della casa. Qualcuno invece opta per la pietra ollare su cui cuocere carni e verdure, mentre altri al posto del formaggio fuso puntano su salsicce e finferli, ferma restando la meravigliosa polenta.


Come capite siamo davanti ad una cucina territoriale fatta da ottime materie prime e da una mano rispettosa e molto “sostanziosa”.
Abbastanza sostanziosa è anche la carta dei vini, composta quasi essenzialmente da vini trentini di buon livello, ma torno a consigliare, specie per un pranzo “sciatorio”, il teroldego della casa.
Ala fine abbiamo speso 35 euro a testa (vino e caffè compreso) e ci siamo alzati belli allegri, pronti per altre tre…forse meglio due…anzi un’ora di sci.
Comunque non ci crederete ma in quell’ora ho sciato da dio, alla faccia della minestrina!

Ristorante Cascina Zeledria
Località Zeledria
Madonna di Campiglio (Tn)
Tel./Fax 0465 440303
info@zeledria.it

Una magnum di vino...è per sempre

Una bottiglia di vetro formato Magnum, che ha una capacità doppia rispetto alla consueta Bordolese da 0,75 litri, o ancora di più i formati particolari Jéroboam, pari a tre litri (4 bottiglie), e Mathusalem, che contiene sei litri di vino (8 bottiglie), sono non solo di prestigio ma anche le migliori barriere contro il rischio ossidazione dei vini destinati a lunghi invecchiamento. A studiare l'effetto-formato sulle bottiglie è una ricerca compiuta da Gianpaolo Andrich del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali dell'Università di Pisa e illustrata a Roma in occasione di un convegno di Assovetro. 

Foto: Fondazione Sommelier d'Italia
Dalle analisi emerge che nei quattro vini in esame (un bianco, un rosé, un rosso novello e un rosso strutturato) al diminuire del volume del contenitore utilizzato, tende ad aumentare il rapporto che intercorre tra la superficie esposta al trasferimento di materia (O2) e il volume del vino in questo contenuto. Nella Magnum, ha detto il ricercatore toscano, c'è il migliore rapporto tra volume e superficie esposta. 


A far la parte del leone nelle forniture dell'industria del vetro alle aziende vitivinicole, precisa Marco Ravasi, presidente della sezione Contenitori in vetro di Assovetro, "restano comunque i formati Bordolese e Collio per spumanti. Il comparto vitivinicolo è un ottimo cliente: su 4 milioni di tonnellate di vetro prodotte l'anno sono destinate alla produzione di bottiglie in vetro 1,6 milioni di tonnellate e di queste circa 300mila vanno alle aziende spumantistiche, comparto in netta crescita e a forte vocazione all'export. Come lo è la produzione generale dei contenitori in vetro - conclude Ravasi - che nei primi dieci mesi del 2016 è cresciuta, rispetto allo stesso periodo del 2015, del 2,4%. 

La nostra sfida è renderle sempre meno fragili e al contempo più leggere per garantire trasporti e export del made in Italy abbattendo i costi per le imprese del vino"