Contrade dell’Etna 2026: la XVII edizione è “la migliore di sempre”: numeri da record


Si chiude con numeri straordinari, entusiasmo diffuso e un forte senso di comunità la XVII edizione di Contrade dell’Etna, confermandosi senza esitazioni la migliore di sempre. La manifestazione, ideata dal produttore Andrea Franchetti, è oggi organizzata dalla società Crew, che ha saputo interpretare l’evoluzione del settore accompagnando la crescita dell’evento e rafforzandone il profilo anche in chiave internazionale, mantenendo al contempo il principio fondante della democraticità.


Il successo dell’edizione 2026 è certificato da numeri significativi: circa 3.000 bottiglie stappate, per un totale di oltre 45.000 assaggi, quasi 100 cantine partecipanti, 60 giornalisti tra stampa nazionale, estera e locale, e una grande presenza di operatori del settore Horeca, a conferma del ruolo centrale dell’evento come piattaforma di incontro e sviluppo per il comparto.


Due giornate intense al Sikania Garden Village di Randazzo, che si è dimostrato un luogo perfettamente adatto ad accogliere una manifestazione di questo livello, tra banchi d’assaggio, momenti di confronto e approfondimento. Ad aprire la manifestazione è stato il talk inaugurale “L’arte di vendere il vino”, moderato da Fabrizio Carrera, direttore del giornale online di enogastronomia Cronache di Gusto, che ha visto il confronto tra Francesco Cambria (presidente Consorzio Etna Doc), Federico Veronesi (Ceo Signorvino), Francesco Ferreri(presidente Coldiretti Sicilia), Giuliano Rossi (presidente associazione Vinarius), Giusy Vitale (founder di Prezzemolo & Vitale), Vito Bentivegna (direttore Irvo) Giuseppe Figlioli (presidente Assoenologi Sicilia).


Dal dibattito è emersa una visione chiara e condivisa: il vino non è in crisi, ma attraversa una fase di trasformazione profonda. Al centro, la necessità di semplificare la comunicazione senza perdere autenticità, rafforzare il legame con il territorio e puntare sul valore più che sui volumi. Un modello, quello dell’Etna, che si distingue per posizionamento, qualità percepita e versatilità produttiva, capace di rispondere alle nuove dinamiche del mercato. Tra gli spunti più rilevanti emersi, anche il lancio di un contest internazionale dedicato ai vini dell’Etna, proposto da Assoenologi Sicilia, come leva strategica per valorizzare ulteriormente il territorio, stimolare il confronto tra produttori e rafforzare la presenza sui mercati esteri.


A seguire, un ricco programma di masterclass dedicate al vino, organizzate dal giornale Cronache di Gusto (media partner dell’evento), forum tecnici e incontri tematici. Tra questi, “il vino nell’era dell’intelligenza artificiale”, dedicato all’impatto dei dati e delle nuove tecnologie nella gestione delle cantine, e gli approfondimenti tecnici sulla nuova frontiera enologica. Fondamentale il contributo di Coldiretti Sicilia, che oltre a curare uno spazio dedicato al valore della terra, ha organizzato e promosso le masterclass sull’olio extravergine di oliva in collaborazione con la Fondazione Evoo School, offrendo momenti di approfondimento di grande qualità su uno dei prodotti simbolo del territorio etneo.


Grande partecipazione anche da parte delle istituzioni locali: numerosi sindaci del territorio hanno preso parte all’inaugurazione, tra cui Antonio Bonanno (Biancavilla), Alfio Cosentino (Milo), Concetto Stagnitti(Castiglione di Sicilia), Emanuele Motta (Ragalna) e il vicesindaco di Linguaglossa Davide Spartà, che hanno partecipato attivamente al momento inaugurale. La loro presenza ha rappresentato un segnale forte di unità territoriale, dando simbolicamente il via alla manifestazione con un corale “Viva l’Etna”, espressione autentica di appartenenza, identità e coesione tra le comunità del territorio etneo. Presente anche Luca Sammartino, assessore dell'Agricoltura, dello sviluppo rurale e della pesca mediterranea della Regione Siciliana.


Determinante anche il sostegno e la presenza attiva del Consorzio Tutela Vini Etna DOC, con il coinvolgimento diretto del presidente Francesco Cambria e del direttore Maurizio Lunetta, protagonisti di diversi momenti di confronto e approfondimento durante le due giornate. La dichiarazione degli organizzatori (CREW) – Raffaella Schirò, Sergio Cimmino e Massimo Nicotra: “Siamo orgogliosi e profondamente felici dell’ottima riuscita di questa edizione, che possiamo definire senza dubbio la migliore di sempre. La grande partecipazione, il coinvolgimento delle cantine, degli operatori, della stampa e delle istituzioni dimostrano quanto Contrade dell’Etna sia diventata un punto di riferimento. Siamo particolarmente grati per il sostegno, la vicinanza e la partecipazione attiva del Consorzio dei Vini Etna DOC, con il presidente Francesco Cambria e il direttore Maurizio Lunetta. È emerso un forte senso di comunità, coesione e condivisione che rappresenta il vero valore aggiunto di questo evento. Un ringraziamento va anche al nostro partner tecnico Enoservice dell’enologo Antonello Milazzo”. 


Contrade dell’Etna si conferma dunque non solo una vetrina di eccellenza per il vino etneo, ma un luogo di dialogo, crescita e identità territoriale, capace di interpretare le trasformazioni del settore e di offrire strumenti concreti per affrontarle. Archiviata questa edizione da record, lo sguardo è già rivolto al futuro: l’organizzazione è già al lavoro sulla prossima edizione, le cui date saranno annunciate a breve.

InvecchiatIGP: Cantina di Venosa - Terre di Orazio Dry Muscat 2024


di Stefano Tesi

Ho estratto dalle profondità più recondite della mia cantina, dove non solo non ricordavo, ma proprio non pensavo di averlo, questo vino vecchissimo e secchissimo, dolce assai però per il ricordo che mi evoca di "enozingarate" d’altri tempi, giornalisticamente parlando e non.


Mi sono subito chiesto se prodotti come questi si facciano ancora e se, allora, si immaginava che essi sarebbero potuti durare fino ad oggi. Poi scopro che in effetti la gloriosa Cantina di Venosa questo Dry Muscat, ossia un Moscato bianco vinificato secco, lo fa tuttora. E che, incredibilmente, le note in retroetichetta sono le medesime, dopo oltre vent’anni. All’epoca, se non ricordo male, ne tiravano centinaia di migliaia di bottiglie ed era un vino inusuale, fatto un po’ per stupire e un po’ per spiazzare. Così almeno mi fu presentato. Lo raccomandavano per smorzare il dolciastro dei crostacei e le spezie della cucina mediterranea, forte – e qui copio spudoratamente da un’antica recensione del compare Luciano Pignataro recuperata in rete – di un invidiabile rapporto qualità/prezzo.


Il rapporto di oggi non lo so giudicare, ma non c’è dubbio che, al netto di una componente anagrafica inevitabile ma non spiacevole, dopo più di quattro lustri passati nel buio toscano il Dry Muscat esca sorprendente come allora: estratto il tappo Nomacorc, si svela infatti di un colore ambrato opaco, mentre il naso per piglio e asciuttezza ricorda certi sherry molto britannici, secchi al punto di essere quasi spigolosi, con remoti richiami di datteri e di fichi secchi, che al naso rilasciano una vaga punta mentolata e di frutta appassita. Anche in bocca il vino è austero, brusco, neghittoso, impettito, perfino abrasivo a tratti e davvero si fa immaginare bevuto non tanto in un pacioso fine pasto, ma piuttosto nelle more onirico-goliardiche di un’abbondante cena in riva al mare, o anche a corredo di un aperitivo al tramonto, purché di tono e di contesto molto, ma molto maschile.


Bisogna ammettere che, dopo un moto di stupore, il sorso conquista e invoglia il bis. Chissà come, lo immagino pure nel bicchierino di cristallo spesso di un pensoso Bettino Ricasoli. O in quello, parimenti pensoso e pure un po’ accidioso, del mio bisnonno. Forse perché ambedue erano asciutti, segaligni e severi come i vinsanti secchi e pallidi delle loro fattorie. O come questo Moscato fatto sulle colline vulcaniche di Venosa, che dopo oltre un quinto di secolo torna a trovarci e a farci fantasticare.

Lunae - Colli di Luni Vermentino DOC "Cavagino" 2024


di Stefano Tesi

Ci sono vini che quando li avvicini assomigliano a dolci esplosioni e ti rapiscono da un lato per la generosità e la fragranza, dall’altro per la loro stupefacente misura: qui al naso trovi fiori, pesca gialla, albedo e cera di favo. 


In bocca un palato rotondo ma amarognolo, sapido e citrico. Vi basta?

Mai dire Cannonau: esce l’”Enciclopedia Enogastronomica della Sardegna”


di Stefano Tesi

Alzi la mano chi non ha qualche amico sardo e non si è divertito a decrittare i nomi di cose e oggetti espressi nell’idioma dell’isola che, come tanti anni fa predicava l’indimenticato Nico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo a Mai dire gol, “è una lingua, non è un dialetto”. E alzi la mano chi non è mai stato rapito dal fascino della Sardegna, da quelle sue tradizioni tra il dolce e l’ostico, da certe ospitalità tanto silenziose quanto generose, da quel non so che di selvaggio e al tempo stesso di profondo che incute insieme, nel forestiero, qualche timore e qualche irrefrenabile curiosità. Questa sorta di dimensione ancestrale affiora, e bene, anche infinite sfumature della gastronomia isolana, andando a comporre un labirinto in cui, per chi non è di quelle parti (e forse pure per chi lo è), non è così facile districarsi.


A offrire un filo di Arianna per orientarsi nella complessa materia è arrivata ora l’”Enciclopedia Enogastronomica della Sardegna” di Alessandra Guigoni, antropologa culturale e docente allo IED di Cagliari, che dopo un dottorato all’Università di Siena e un post-doc a Cagliari ha dedicato la sua carriera allo studio della cultura del cibo con ricerche in oltre cinquanta località della Sardegna, contribuendo a valorizzare piatti tradizionali e produzioni agroalimentari locali. L’opera, uscita solo in digitale (si compra sulla piattaforma Sellfy in pdf interattivo al costo di 25 euro), è però ben più del bigino un po’ pedante e a volte grigio in cui di solito consistono certe simili iniziative editoriali.


Al contrario, è un viaggio divertente e appassionante, da spulciare con cura ora alla ricerca - tanto per rievocare le voci “irregolari” citate dal ricordato Nico televisivo - dei lemmi più inusuali del lessico edule sardo, ora per approfondire la storia e le radici di ricette, prodotti, vini spalmati sulle oltre mille voci dell’indice. Il tutto con piglio godibile, ma un puntiglio scientifico: “Ho cercato di non limitarmi a descrivere ingredienti e pietanze, ma di ogni voce di raccontare la storia, le origini e l’evoluzione dei prodotti, con uno sguardo attento alle dimensioni antropologiche, simboliche e culturali della nostra gastronomia”, spiega l’autrice. Accanto alle schede, l’enciclopedia dedica spazio a aziende agroalimentari e vitivinicole, a chef, ristoratori e figure di riferimento del settore, oltre ad approfondimenti sulla storia della ristorazione, sulle pratiche tradizionali di lavorazione e conservazione degli alimenti, sullo sviluppo delle comunità del cibo. Ampio spazio è dedicato alla descrizione delle varietà autoctone di frutta e verdura, delle razze animali locali e della straordinaria biodiversità agricola dell’isola, un patrimonio da tutelare e valorizzare anche in chiave di sostenibilità e sviluppo rurale.

Alla fine di tanto compulsare, una domanda sorge spontanea: “mangiato mi hai?”

Contrade dell’Etna 2026: appuntamento il 19 e 20 aprile al Sikania Garden Village


Torna Contrade dell’Etna, uno degli appuntamenti più attesi del panorama enologico siciliano e nazionale. La XVII edizione della manifestazione si svolgerà il 19 e 20 aprile al Sikania Garden Village di Randazzo, confermando la formula delle due giornate che ha già riscosso grande successo tra produttori, operatori e appassionati. Ideata da Andrea Franchetti, la rassegna rappresenta da anni un punto di riferimento per il racconto del vino dell’Etna. Dal 2022 l’organizzazione è curata dalla società Crew, che ha saputo interpretare l’evoluzione del settore, accompagnando la crescita dell’evento e rafforzandone il profilo, anche in chiave internazionale.


L’edizione 2026 registra una partecipazione significativa, con circa 100 cantine del territorio presenti, a testimonianza di un interesse sempre più ampio e di una forte adesione da parte dei produttori etnei. Accanto alle aziende, saranno presenti giornalisti di settore – circa 60 – e buyer italiani e internazionali, confermando il ruolo della manifestazione come piattaforma di incontro e confronto.

Il nostro obiettivo è offrire alle cantine strumenti concreti di crescita – spiegano gli organizzatori Raffaella Schirò, Massimo Nicotra e Sergio Cimminocreando occasioni di incontro diretto con operatori e stampa qualificata. Contrade è sempre più un luogo di confronto e opportunità, capace di valorizzare il lavoro dei produttori direttamente sul territorio”. “Siamo molto felici, dopo un lungo percorso di ricerca e selezione, di presentare un’edizione che si preannuncia particolarmente ricca di novità – proseguono –. Il programma dei due giorni è stato ulteriormente ampliato e si articolerà tra talk show, masterclass e forum dedicati a temi centrali per il settore, dalle strategie di vendita alle innovazioni tecnologiche, fino al ruolo dell’intelligenza artificiale nelle cantine, che sta introducendo una nuova visione del lavoro. A questo si aggiunge un importante accordo con Coldiretti, che ci ha consentito di aprire per la prima volta uno spazio dedicato anche all’olio extravergine di oliva etneo”.

Il programma prevede banchi d’assaggio riservati agli operatori e momenti di approfondimento tra talk, forum e masterclass. Tra gli appuntamenti principali, il talk inaugurale “L’arte di vendere il vino” moderato da Fabrizio Carrera, direttore di Cronache di Gusto, che vedrà il confronto tra Federico Veronesi (CEO Signorvino), Giuliano Rossi (Presidente Associazione Vinarius), Alberto Niero (Amministratore Delegato Lagardère Italia) e Giuseppe Figlioli (Presidente Assoenologi Sicilia), con un focus anche sul progetto-concorso enologico dei vini dell’Etna.

In programma, domenica 19 aprile, le masterclass dedicate al vino, che sono organizzate e curate dal giornale online di enogastronomia Cronache di Gusto, media partner dell’evento. Tra le novità di questa edizione, la collaborazione con Coldiretti Sicilia, partner della manifestazione, che organizzerà un’esposizione dedicata alle terre del vino siciliano per promuovere qualità ed eccellenza partendo dall’origine: il suolo. Durante le due giornate, la Fondazione Evoo School proporrà inoltre masterclass dedicate all’olio extravergine di oliva.

I banchi d’assaggio saranno aperti domenica 19 aprile dalle ore 9.30 alle 19.00 e lunedì 20 aprile dalle ore 9.30 alle 16.30. Per gli appassionati e i winelovers, i biglietti sono acquistabili online sul sito ufficiale della manifestazione, mentre gli operatori del settore Ho.Re.Ca. possono accreditarsi direttamente tramite la piattaforma web dedicata.

Contrade dell’Etna si conferma così un appuntamento centrale per comprendere l’evoluzione del vino siciliano, tra identità territoriale, innovazione e nuove prospettive di mercato. Partner tecnico della manifestazione anche Enoservice dell’enologo Antonello Milazzo.

Ufficio stampa
Francesca Landolina
Tessera Ordine nazionale dei giornalisti N. 161696
Cell 3208309690

InvecchiatIGP: Alois - IGP Campania Falanghina "Caulino" 2018


di Luciano Pignataro

Credo ci siano pochi bianchi in Italia la cui percezione si sia radicalmente modificata nel corso degli anni come la Falanghina. Presente in tutte e cinque le province campane, richiede però una precisazione ancora sconosciuta ai più: la Falanghina dei Campi Flegrei non ha nulla in comune con quella del Sannio; si tratta, in pratica, di due uve diverse che condividono lo stesso nome. 


La prima è diffusa soprattutto tra Napoli e Pozzuoli: da giovane è fresca e profumata, ma alcune interpretazioni di giovani produttori hanno dimostrato che può evolvere nel tempo in maniera molto interessante. L’altro biotipo ha origine a Bonea, un paesino in provincia di Benevento. Qui, alcuni appassionati guidati dall’ingegner Leonardo Mustilli — seguendo le tracce dell’agronomo ottocentesco Frojo — ne prelevarono le marze e la vinificarono in purezza, imbottigliandola per la prima volta nel 1979.


Questo secondo biotipo (sarebbe più corretto usare il termine vitigno) si è poi diffuso per vicinanza territoriale: a nord verso il Molise, dove è diventato il bianco principale; a est verso la Daunia e la Capitanata in Puglia; e infine nelle vicine province di Caserta e Avellino. Solo la provincia di Salerno è rimasta quasi estranea a questa diffusione. Numerose etichette hanno confermato la poliedricità di questo vitigno: d'annata, spumantizzato (sia Martinotti che Metodo Classico) o passito. La sua arma vincente è la freschezza. Molti produttori hanno iniziato ad allungare i tempi dell'uscita commerciale con risultati molto interessanti, ricalcando quanto già avvenuto per gli altri due pilastri del "tridente bianco" campano: il Fiano e il Greco.


Questa premessa è necessaria per spiegare cosa mi abbia spinto a parlare del Caulino 2018 di Alois. Siamo nell'Alto Casertano, terra a vocazione "rossista" (Casavecchia e Pallagrello Nero) dove, tra i bianchi, regna solitamente il Pallagrello Bianco. Mai pensata per essere consumata dopo otto anni, abbiamo ritrovato questa Falanghina in una splendida occasione conviviale: i festeggiamenti per i 90 anni di Michele Alois, fondatore dell’azienda ed erede di una storica famiglia di imprenditori della seta a San Leucio, che nel 1999 produsse le prime etichette. Oggi in azienda lavorano i figli Massimo e Gianfranco con il nipote Michele, mentre in cantina operano i giovani enologi Giovanni Piccirillo e Alessandro Fiorillo, formatisi in Francia.


Il Caulino 2018 è stato servito come aperitivo durante la festa organizzata da Mimmo De Gregorio, patròn dello Stuzzichino a Sant’Agata sui Due Golfi, alla presenza di molti protagonisti della ristorazione della Penisola Sorrentina. Lavorato in acciaio, come la maggior parte dei bianchi campani, e messo in commercio l’anno successivo alla vendemmia, il Caulino si è presentato a questo appuntamento con una freschezza olfattiva e palatale disarmante. Mostra ancora sentori agrumati nitidi con uno sbuffo di note fumé; un naso complesso e cangiante, mentre il sorso conquista immediatamente la bocca grazie a una vivacità incredibile. È un vino ancora energico, vivo, sapido e freschissimo, dal finale lungo e preciso.


Insomma, un vino importante che dimostra, ancora una volta, sia le potenzialità di questo territorio purissimo, sia quelle del vitigno bianco principe della Campania. Un risultato su cui si può lavorare per ottenere traguardi straordinari, anche commerciali: basta crederci.

Castellare di Castellina - Chianti Classico "Torre Alta" 2023


di Luciano Pignataro

Bevo la prima annata di questo Chianti Classico su un pollo alla cacciatora, vero e saporito perchè ha camminato.

L'abbinamento è perfetto 
grazie a tannini morbidi e risolti, la freschezza del frutto molto ben fuso con il legno grande, naso ricco di frutta, al palato vivace, giovanile, chiusura lunga e precisa.

Sopra i tetti di Roma riapre Etere: il salotto sospeso di Palazzo Ripetta


Con l’arrivo della bella stagione, Roma ritrova i suoi colori più accesi tra tramonti che tolgono il respiro, giardini che tornano a fiorire e un’aria nuova e leggera che avvolge la città. In questo scenario, Palazzo Ripetta, hotel cinque stelle lusso affiliato a Relais & Châteaux, ha riaperto dal 1° aprile le porte di Etere, il rooftop situato sopra lo storico palazzo nel cuore della Capitale che reinterpreta i canoni dell’estetica italiana attraverso un’eleganza autentica e discreta. Molto più di una terrazza panoramica, Etere è un salotto a cielo aperto sospeso sopra i tetti dove il ritmo frenetico cittadino si allontana per lasciare spazio a un’atmosfera intima e raccolta che invita a rallentare e a osservare cupole e scorci senza tempo da una prospettiva privilegiata. 


La bellezza di questo luogo si svela con naturalezza attraverso dettagli curati, luci soffuse e una musica di sottofondo che trasforma ogni momento in un’esperienza sensoriale dedicata a una clientela internazionale alla ricerca di un’eccellenza autentica. Seguendo il mutare delle stagioni, dal 1° aprile ai primi di giugno la terrazza accoglie gli ospiti già dalle 16.00 per una pausa pomeridiana, mentre da giugno a fine agosto l'apertura si sposta dalle 18.00 fino alla mezzanotte per l'aperitivo sui tetti, tornando poi a privilegiare il tea time da settembre. La proposta enologica nasce da una selezione attenta di oltre 200 etichette che guarda con particolare interesse alle produzioni biologiche e biodinamiche, espressione di vitigni interpretati con sensibilità contemporanea. 


A questa filosofia si ispira la cucina agile e spontanea dello chef Christian Spalvieri, che privilegia ingredienti stagionali con una marcata presenza vegetale e delicati richiami marini per accompagnare il ritmo conviviale del momento. L’esperienza è completata da una carta di cocktail equilibrati dove la miscelazione dialoga con i vini in modo naturale, confermando Etere come la risposta romana a chi cerca un’eleganza rilassata dove l’heritage architettonico incontra lo spirito cosmopolita della città contemporanea.

Angelo Silano: il "cruista" che difende il vino con la cultura e il territorio


di Luciano Pignataro

Quando sento criminalizzare il vino da nutrizionisti e "professorini" in cerca di like sui social, penso a persone come Angelo e Rosy Silano e mi riprendo. No, la vita reale non è solo un palcoscenico popolato da "morti di fama", ma un’opportunità per compiere scelte radicali di impegno e passione. Per farlo, è necessario un progetto coerente, oltre a un impegno senza risparmio: sembrano parole di rito, ma possiamo riassumere il tutto con un neologismo coniato dallo stesso Angelo per autodefinirsi e che, per fortuna, non ha radici anglofone ma francesi: "Sono un cruista". Per i meno esperti, diciamo che si potrebbe tradurre così: un produttore di etichette realizzate esclusivamente con uve ottenute dalla stessa vigna; un concetto che in Francia si sintetizza, appunto, con il termine cru.


Agronomo ed enologo laureato al Dipartimento di Agraria di Portici, classe 1984, dopo aver maturato diverse esperienze in Veneto e in Francia, Angelo è tornato nella sua Lapio, in provincia di Avellino. Ha iniziato offrendo consulenze agronomiche in Campania e successivamente, nel 2011, ha avviato la propria produzione sui terreni di famiglia, lanciando il marchio "Feudo Apiano", sostituito definitivamente nel 2019 dall’attuale denominazione. Nel 2016 il progetto ha preso forma con l’acquisto di un casale del 1929 nella frazione San Nicola, che da qualche mese è diventato la sua "casa-cantina": è qui che siamo andati a trovarlo un paio di settimane fa.


Casa, saletta di degustazione, spazio per le botti grandi in legno, l'area riservata alla vinificazione in acciaio, una stanza per l'accoglienza e, infine, una costruzione separata destinata esclusivamente alla produzione di Metodo Classico: la Casa delle Bolle. Sin qui tutto bello, anzi bellissimo: è la forza del mondo del vino rimettere in ordine le campagne italiane e trattenere i giovani nei piccoli borghi, costantemente alle prese con il calo demografico. Ma il motivo di questo articolo è che non siamo in presenza solo di una bella ristrutturazione e di buoni vini, bensì di un progetto organico che non obbedisce a mere logiche commerciali o, meglio, che anticipa le nuove tendenze per rispondere adeguatamente — con rigore produttivo e cultura — all'offensiva delle multinazionali contro il mondo del vino.

Due sono i pilastri che differenziano questa cantina.

Il primo è l’equilibrio, realizzato e non solo dichiarato, tra la natura e le vigne. Un dato su tutti: su 15 ettari di proprietà, sei sono vitati, altrettanti sono destinati alla produzione di olio d'oliva e il resto è bosco. Per dare un senso compiuto alla certificazione biologica, ogni vigneto è infatti circondato dal bosco, che ha la funzione di preservare il terreno da agenti contaminanti e garantire un microsistema in grado di far fronte ai cambiamenti climatici. Siamo a 500 metri d’altitudine, con forti escursioni termiche che rendono il Fiano un prodotto eccezionale; il terreno presenta marne argilloso-calcaree e lapilli vulcanici risalenti all'eruzione flegrea che sconvolse il Sud oltre 50.000 anni fa.


Il secondo punto è l'esatta corrispondenza tra ogni vino e la vigna da cui prende il nome. Un approccio che affianca il lavoro di Angelo a quello, simile, di Laura De Vito. Il tema, dunque, non è produrre "il vino più buono del mondo", ma vini che esprimano la diversità e che siano ben caratterizzati. Lapio è zona di frontiera tra due DOCG irpine di pregio: il Fiano di Avellino, bianco di valore assoluto a livello internazionale, e l'Aglianico per il Taurasi. Questi elementi rendono questo viticoltore una figura di grande interesse anche per chi ha già "visto tutto". Non è solo poesia, intendiamoci: per realizzare l'obiettivo della sostenibilità, l'azienda produce autonomamente l'energia elettrica e l'acqua calda necessarie, utilizza materiali biodegradabili e bottiglie che pesano meno di mezzo chilo.


Dal Vigneto San Nicola, caratterizzato da un suolo molto variegato, nascono due cru: il Vigna San Nicola e un "cru del cru", il Santonicola, proveniente da una piccola porzione specifica della vigna. Una parcella è inoltre dedicata al vino Agiulia, che porta il nome della figlia di Angelo e Rosy. Si tratta di vini sapidi, ricchi di energia, freschi, con note agrumate e floreali al naso, dal sorso lungo e piacevole. Il Santonicola appare più morbido e pronto.


C’è poi il cru Vigna Arianello, in un'altra contrada di Lapio, con viti di circa 60 anni ancora a piede franco. In questo caso spicca la mineralità, un accenno di note fumé, ancora agrumi e un sorso lunghissimo con una chiusura precisa. Questa batteria di tre vini, lavorata solo in acciaio senza svolgere la malolattica, viene messa in commercio dopo oltre un anno dalla vendemmia. Attualmente siamo alla 2024.


Rientrano nella produzione anche lo spumante Metodo Classico 7 Filari, il Roseto (Irpinia Aglianico DOP) e il Taurasi nell'unica versione Riserva. La gestione delle fermentazioni spontanee e una leggera macerazione dei bianchi con sosta sulle fecce completano la filosofia produttiva di Angelo Silano. Che dire, vi consigliamo un salto a Lapio per farvi conquistare dalla visione di Angelo: può sembrare quasi ideologica ma, in realtà, mette la scienza enologica al servizio dell'espressione più pura possibile di questa uva straordinaria.