MenoDodicIGP: Poderi di Ghiaccioforte - Maremma Toscana DOC Vermentino "Bianco dei Poderi" 2025


di Stefano Tesi

In una Maremma assolata che più assolata non si può, e che a volte pare compiacersi delle proprie contraddizioni, ho assaggiato questo Vermentino nato nella vigna dell’Aquilaia, tra Scansano e il sito archeologico del Ghiaccioforte. Una magnifica collina in una campagna ariosa e ruvida come il suolo argilloso-calcareo che la contraddistingue e che da quasi vent’anni accoglie anche viti di Sangiovese e Carignano, per una storia ampelografica che, avendo più spazio, sarebbe tutta da raccontare. 


L’ho ascoltata con interesse sorseggiando questo bianco fatto in acciaio, di un bell’oro dai riflessi metallici e un naso gentile, sobrio, di una varietalità misurata, capace di lasciare spazio a una coda di frutta matura e sbucciata. In bocca ha il medesimo impatto garbato e un’asciuttezza sapida che aleggia viva nel palato, agevolata dalla gradazione contenuta nei suoi 12,5°.

Si compra on line a meno di 11 euro

InvecchiatIGP: Barone Pizzini - Franciacorta Riserva DOCG "Bagnadore" 2012


di Stefano Tesi

Bagnadore è il top delle riserve aziendali di Barone Pizzini e quella che più di tutte rispecchia la filosofia della cantina guidata da Silvano Brescianini: prodotto solo nelle migliori annate con uve Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%) provenienti da un unico vigneto di nemmeno quattro ettari, su suoli ricchi di sostanza organica e lambiti dal bosco, con viti di oltre 20 anni, rappresenta da tempo un classico della produzione franciacortina.


Il vino passa otto mesi in barrique e otto in acciaio inox prima dell’assemblaggio e del lungo affinamento, senza alcun dosaggio, beneficiando della maniacale vocazione al biologico, alla biodiversità e alla salubrità della terra del produttore, pionieristicamente passato all’organico già nel 2001. Quello di Brescianini è del resto un impegno autentico, testimoniato anche dall’adesione nel 2014 Biopass (Biodiversità, Paesaggio, Ambiente, Suolo, Società), il progetto per la salvaguardia e l’incremento della biodiversità in viticoltura, realizzato dallo Studio Sata in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell'Università di Milano e con la Fondazione Mach di San Michele all'Adige “allo scopo – spiega lui - di misurare e valutare lo stato del terreno e quindi individuare gli strumenti per migliorare la sostenibilità della filiera”.


Sono argomenti importanti che non so fino a che punto c’entrino con la qualità organolettica finale di un vino e che non erano certamente in primo piano durante la degustazione, ma che tornavano carsicamente su mentre si assaggiava questo convincente Bagnadore Franciacorta Riserva docg 2012: figlio di un’annata un po’ calda e ritenuta difficile, a quasi quattordici anni di distanza si è rivelato in uno stato di grazia.


Di colore dorato scuro e intenso, dai bei riflessi metallici e un perlage fitto, preceduto da spuma vaporosa, al naso è profondissimo e si offre con una lama di freschezza che poi sfuma in un ventaglio misurato, progressivo di pietra focaia, scintille, olio minerale e sassi bagnati. La stessa freschezza torna al palato, con un impatto tattile gentile e cremoso e una lunga coda che cresce in ampiezza e complessità, a strati, culminando in durevoli note balsamiche e un retrogusto appagante, quasi compiacente. In sintesi, una bevuta di grande eleganza e di grande sostanza che è andata oltre le pur elevate aspettative.

Colombaio di Cencio - Chianti Classico DOCG "Monticello" 2024


di Stefano Tesi

Dai meandri più profondi del Gallo Nero, sulla quale mi riservo di tornare in futuro, un Sangiovese 100% fatto in botte grande, di un rubino vivo come il suo ricco bouquet fruttato, croccante, agile, con accenni minerali e floreali. 


Sorso sapido, verticale, la giusta acidità e una pienezza non ingombrante.

Perché fermare l'orologio di un grande vino? Quando la chiusura perfetta sfida la longevità


di Stefano Tesi

Qualche mese fa ho visitato a Jablonec nad Nisou, nel nord della Cechia, gli stabilimenti della Vinolok, l’azienda leader nella produzione di chiusure in vetro “premium” per vini e distillati, che recentemente, in partnership con Amorim Italia, ha aperto nel nostro paese la sua prima filiale internazionale con lo scopo, ovvio ma non troppo, di sviluppare sul mercato italiano la diffusione di questo metodo alternativo di sigillare le bottiglie.


Da un punto di vista tecnico, al di là degli aspetti affascinanti legati all’approfondimento delle diverse fasi del procedimento industriale e delle considerazioni che si possono fare sulle prospettive commerciali del prodotto alla luce delle attuali e non rassicuranti contingenze, non si tratta certamente di una novità. Il vino chiuso col vetro è infatti sugli scaffali nostrani, con alterni successi, da almeno vent’anni. E non sono nemmeno troppo difficili da cogliere gli atout che, soprattutto sotto il profilo estetico, di immagine e di marketing, questo tipo di soluzione può offrire, oggi forse più che in passato, rispetto a sistemi di tappatura più tradizionali o di altra natura. Senza contare il vantaggioso rapporto costi/benefici – questo uno degli aspetti più sorprendenti emersi durante la visita, a dire il vero – che in certi casi il tappo vitreo può garantire rispetto al sughero. E il valore aggiunto che l’uso stesso del vetro, in quanto prodotto con materia prima naturale, è in grado di conferire sul versante della sostenibilità (e della comunicazione a essa legata).


Assai intrigante è stato però approfondire l’aspetto enologico, non in teoria ma sul campo. O per meglio dire nel bicchiere, assaggiando e confrontando parecchi vini chiusi sia col vetro sia con tappi di sughero. La premessa era che, afferma l’azienda, la chiusura fabbricata con il brevetto Vinolok è l’unica a garantire nel tempo una tenuta costante: misurato con diversi metodi, il valore OTR (oxygen transfer rate) risulta pari a 1,2 mg/anno. Un valore stabile che perciò, aggiungono, consente di controllare e di gestire almeno una parte del naturale processo di evoluzione del vino.

Gli assaggi hanno in effetti dimostrato l’accresciuta serbevolezza conferita ai vini di pronta e media beva dalla tappatura in vetro e, pertanto, anche l’accresciuta longevità di consumo e durata commerciale del prodotto. Addirittura spiazzante è stata, a tratti, la degustazione di alcune vecchie annate, risultate spesso di una freschezza pressoché integra e talvolta sbalorditiva in rapporto alla tipologia del vino e all’età.

E qui si sono innescate le mie domande.

Se il principio di partenza – questo il mio assunto – è che per loro natura tutti i vini si evolvono nel tempo e che tutti hanno una soglia di vita più o meno prevedibile in base alle condizioni di conservazione e alle loro caratteristiche fisico-chimiche, è pure vero che, oltre certe soglie estreme di longevità, si esce per forza dall’ambito strettamente tecnico-qualitativo della loro origine e della linearità della loro evoluzione: le bottiglie molto vecchie sono per forza anche poche e quindi tendono a rimanere estranee alle occasioni di consumo e di confronto “normali”. In pratica, una cosa è degustare un Brunello o un Barolo di vent'anni, un'altra è degustarne uno di cinquanta e più. Niente da eccepire quindi sulle prestazioni meccaniche della chiusura in vetro, che a costi sostenibili mi pare ottima per conservare al meglio – e in modo esteticamente appetibile, che è un indubbio valore aggiunto – qualcosa di già pronto per il consumo o destinato a un normale, magari anche medio-lungo, ciclo di vita enoica.

Ma ha senso chiudere un vino nato e pensato per durare potenzialmente molto a lungo con un tappo che, vent’anni dopo, me lo restituisce con caratteristiche organolettiche come se di anni ne avesse cinque? 

Non sarebbe stato più semplice consumarlo più giovane, allora? Qual è (salvo ovviamente la curiosità occasionale o legata a un test dimostrativo, come nel nostro caso) il quid pluris? 

Perché dovrei sigillare un vino da grande invecchiamento, fatto per evolversi in funzione del trascorrere del tempo, con qualcosa che ne rallenta l'evoluzione al punto da attutire l’effetto del tempo stesso?

“L'evoluzione di un vino non è determinata esclusivamente dall'ossigeno che attraversa il tappo”, mi ha risposto Filippo Peroni, General Manager di Vinolok Italia. “Una parte fondamentale della sua maturazione è il risultato di reazioni che avvengono naturalmente all'interno del vino, anche in un ambiente praticamente privo di ossigeno. Le nostre chiusure (che lui raccomanda di non chiamare 'tappi', ndr) non bloccano il tempo, ma eliminano una variabile poco controllabile: l'ingresso casuale e disomogeneo di ossigeno da bottiglia a bottiglia. Questo significa che il vino continua a evolvere, ma lo fa seguendo il proprio percorso, senza essere influenzato dalle differenze di permeabilità della chiusura.


Le degustazioni che abbiamo proposto – ha continuato Peroni – non volevano dimostrare che i vini in assaggio fossero rimasti identici o quasi a quando erano stati imbottigliati. Dimostravano piuttosto, secondo noi, che avevano conservato meglio freschezza, precisione aromatica ed equilibrio, pur mostrando l'evoluzione dovuta agli anni. La vera domanda, quindi, forse non è se un Barolo o un Brunello debbano evolvere, su questo siamo tutti d'accordo, ma se sia preferibile che questa evoluzione sia guidata principalmente dal vino stesso oppure anche dalle inevitabili variabilità del tappo. Per molti produttori la risposta è proprio questa: non cercano di 'fermare' l'invecchiamento, ma di renderlo più prevedibile e uniforme, evitando sia ossidazioni precoci sia differenze tra bottiglie della stessa partita. È un cambio di prospettiva: non un vino eternamente giovane, ma un vino che invecchia in modo più coerente con il progetto del produttore. Si sta parlando appunto di una chiusura che oggi ricopre anche un ruolo 'enologico'”.


L’enologo, questo il senso, potrà dunque sfruttare le peculiarità di tenuta calibrata e costante offerte dalla chiusura in vetro per preparare il vino più adatto alle sue aspettative e a quelle del mercato, approfittando ad esempio della possibilità di ridurre i contenuti della SO2 conoscendone in anticipo la presenza e l’influenza.

Come direbbe Benigni, finito il ricreativo passiamo al culturale: voi che ne pensate?

MenoDodicIGP: Caparra & Siciliani - Cirò Doc Bianco "Curiale" 2024


di Luciano Pignataro

Dici Cirò e pensi al grande rosso o agli splendidi rosati, rigorosamente da uva gaglioppo. Tutti noi parliamo, ecco perché stavolta vi consiglio il Curiale un bianco da uve greco bianco e pecorello prodotto da Caparra&Siciliani, storica e radicata azienda del territorio. Siamo sulle rive della Jonio, la magica combinazione delle due uve autoctone regala un profilo ben caratterizzato al vino, lavorato solamente in acciaio e messo in commercio la primavera successiva alla vendemmia. 


Io vi propongo la 2024 perché un po’ di bottiglia in più fa sempre bene: i profumi di frutta sono fusi a note minerali, la freschezza domina la beva e rivela la vocazione di questo vino ad abbinamenti di mare anche con pesci grassi o a piatti di vegetali. Insomma, una bella sorpresa a conferma che in questa regione si beve alla grande a prezzi più che abbordabili.

Prezzo: 10 euro dal sito aziendale

InvecchiatIGP: Valle Reale - Trebbiano d’Abruzzo DOC Vigneto di Popoli 2014



di Luciano Pignataro

Gli appassionati di Trebbiano sanno bene le potenzialità di invecchiamento di questo vino scoperte grazie a Valentini. Una strada che ha imboccato, con uguale rigore, anche Leonardo Pizzolo, veneto trapiantato in Abruzzo alla fine degli anni ’90 quando il padre gli affidò il vigneto a Popoli. I suoi bianchi, ottenuti in acciaio e a fermentazione spontanea, mi sono sempre piaciuti moltissimo per la loro pulizia olfattiva e soprattutto per l’energia inesauribile che il tempo non mette mai in discussione ma che, anzi, esalta.


Mi sono soffermato quasi esclusivamente sulla sua Vigna di Capestrano, ma ultimamente ho provato il Vigneto di Popoli che fa parte proprio del corpo iniziale dell’investimento abruzzese. Un impianto in gran parte dedicato al Montepulciano San Callisto ma che, per un ettaro circa, ospita il Trebbiano da cui si ricavano circa 5000 bottiglie a seconda dell’annata. Non siamo molto alti, poco più di 350 metri, su un altopiano le cui file guardano a sud-est verso la Majella e i Monti del Morrone che garantiscono un'energica escursione termica che tonifica le uve.


Avevamo conservato la 2014, annata problematica in molte zone d’Italia ma che Leonardo considera la migliore di sempre proprio grazie alle particolari condizioni che si sono create nel corso dei mesi in questa gola. Proprio il Trebbiano “del freddo”, come è definito dallo stesso Leonardo, ha goduto di condizioni favorevoli ed effettivamente quando lo stappiamo sulla cucina di mare di Alessandro Feo in Cilento godiamo subito di uno stato di grazia olfattivo straordinario. Naso fruttato, albicocche, esaltato dalla nota fumé e da un cenno di idrocarburo. Una sniffata lunga e appagante.


Al palato il vino esalta l’integrità della beva sostenuta da una grande freschezza e dalla pienezza del corpo per un finale lungo, lunghissimo e appagante. Complessivamente un sorso di un vino ottenuto da agricoltura biodinamica e lavorato solo in acciaio, capace di esaltare al massimo le caratteristiche del frutto. La testimonianza di come i bianchi italiani possano regalare soddisfazione e piacere immenso. Dodici anni di attesa non sono bastati a domarlo e, a nostro modesto avviso, il vino deve ancora raggiungere lo zenit.

Sergio Arcuri - Calabria IGT Rosato "Il Marinetto" 2025


di Luciano Pignataro

Il rosato di Sergio Arcuri è uno dei miei preferiti in Italia. Nasce in riva allo Ionio, è salino, minerale, non popputamente fruttato, non piacione. 


Da sempre il gaglioppo è un'uva da grandi risultati in questo segmento così sottovalutato in Italia, ma un sorso ci convince che un vino così possiamo berlo sempre, sia fresco sia invecchiato.