Pileum - Lazio Rosato IGP "Caterina" 2024


di Lorenzo Colombo

Prodotto con uve Cesanese di Affile provenienti dalle colline di Piglio, ad oltre 400 metri d’altitudine su suoli calcarei composti da argille bianche, limo e sabbia. 


E' un rosato dal color tra il salmone ed il ramato e si presenta fresco e sapido, succoso e con sentori di ciliegia e d’erbe aromatiche.

Alla scoperta di Surrau: l'azienda gallurese che punta tutto (o quasi) sul Vermentino


di Lorenzo Colombo

Surrau è un’azienda di recente fondazione — la prima annata sul mercato è la 2005 — creata dalla famiglia Demuro, proprietaria di Sardares, punto di riferimento in Sardegna per quanto riguarda l’edilizia da oltre 60 anni. L’azienda nasce con 5 ettari di vigneti dedicati alla produzione di vini rossi nella vallata del Surrau, in Gallura. Nel corso degli anni è cresciuta costantemente, arrivando a gestire attualmente 70 ettari di vigne suddivise in sette distinte zone del comune d’Arzachena, tutte situate su suoli sabbiosi da disfacimento granitico:
  • Vigneti Surrau: 4 ettari dedicati al Vermentino
  • Vigneti Juannisolu: 15 ettari in corpo unico destinati a Vermentino, Cannonau, Carignano, Bovale e Cabernet
  • Vigneti Spridda: 10 ettari vitati a Vermentino, oltre ad altri 10 ettari di boschi.
  • Vigneti Moro: 6 ettari a Vermentino e Caricagiola.
  • Vigneti Pastura e Vigneti Andrea Gusi: 13 ettari dove si coltivano Vermentino, Cannonau, Cabernet e Syrah.
  • Vigneti Chilvagghja: 16 ettari con Vermentino, Cannonau, Cabernet e Syrah.
Anche la produzione si è evoluta nel tempo, indirizzandosi ora soprattutto verso il Vermentino. Tra la dozzina di etichette prodotte, per un totale di circa 450.000 bottiglie annue, ben cinque sono riservate al Vermentino, che copre poco meno del 90% della produzione totale. Il 70% di queste bottiglie viene venduto in regione, mentre la restante parte è equamente suddivisa tra il resto d’Italia e l’estero.


Abbiamo avuto il piacere di assaggiare alcuni dei vini prodotti presso l’Enoluogo, la casa di Civiltà del Bere a Milano, nel corso di una degustazione condotta da Alessandro Torcoli e Marco Loddo, responsabile commerciale dell’azienda. Ecco le nostre impressioni sui vini assaggiati.

Le Degustazioni

Sciala, Vermentino di Gallura Superiore 2025

I vigneti sono situati tra i 100 e i 150 metri d'altitudine e allevati a Guyot. La vendemmia si effettua verso metà settembre, mentre fermentazione e affinamento si svolgono in vasche d’acciaio, dove il vino sosta per sei mesi prima dell’imbottigliamento. Ne vengono prodotte circa 70.000 bottiglie all'anno, vendute in azienda a 21 euro. Nel bicchiere si presenta di un colore paglierino-verdolino luminoso. Al naso offre una buona intensità, con note minerali, rocciose e sentori d’agrumi e di frutta a polpa bianca fresca, accompagnati da una bella eleganza. È fresco al palato, minerale, sapido e verticale, quasi tagliente e decisamente agrumato, con una lunga persistenza. Un bel vino, anche se ancora leggermente scomposto alla bocca.

Sciala Life Edition, Vermentino di Gallura Superiore 2024

Le uve e la fermentazione sono le stesse dello Sciala. A cambiare è l’affinamento: parte si svolge in Wineglobe (contenitori di vetro da 225 litri) e parte in vasche di cemento ovoidali da 670 litri, dove il vino sosta per 12 mesi, seguito da un riposo in bottiglia di circa sei mesi. Prodotto per la prima volta con l’annata 2023, ha una tiratura limitata a 2.400 bottiglie e un prezzo in azienda di 35 euro. Si mostra con un colore paglierino dorato e una buona intensità olfattiva, arricchita da sentori di frutta a polpa gialla ed erbe mediterranee. Al palato è strutturato, intenso, succoso e sapido, con leggere note piccanti e una buona persistenza.

Montidimola, Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva 2023

Uve Vermentino in purezza provenienti da un singolo vigneto di 3,8 ettari, posto a 70 metri d’altitudine in una zona molto ventosa verso le Bocche di Bonifacio, il che ne causa un germogliamento tardivo. Dopo una macerazione pellicolare di 12-24 ore (in parte a grappolo intero e in parte diraspate) e una pressatura delicata, il mosto fermenta per il 50% in botti di rovere di Slavonia da 35 ettolitri e per l’altra metà in vasche di cemento non vetrificate da 670 litri. Dopo l’assemblaggio l'affinamento prosegue parte negli stessi contenitori di fermentazione e parte in anfore ceramiche per sei mesi; successivamente, dopo un nuovo passaggio di assemblaggio, il vino riposa in bottiglia per almeno 12 mesi. Il prezzo in azienda è di 30 euro. Il colore è oro, intenso e luminoso. Al naso è intenso, caratterizzato da sentori d’arancia matura, pesca gialla, note tropicali e lievi accenni di frutta candita. Al palato è strutturato, sapido, con accenni piccanti di zenzero e una buona persistenza.

Pentima, Cannonau di Sardegna Riserva 2023

Prodotto da uve Cannonau provenienti da vigneti posti tra i 70 e i 120 metri, allevati a cordone speronato, con vendemmia nell’ultima settimana di settembre. La fermentazione avviene — in parte a grappolo intero — in fusti di rovere di Slavonia da 35 ettolitri. L'affinamento si svolge negli stessi contenitori per almeno 12 mesi, seguiti da alcuni mesi di sosta in piccoli contenitori di cemento e da un ulteriore riposo in bottiglia di almeno sei mesi. Vengono prodotte 6.600 bottiglie, vendute tra i 25 e i 30 euro. Il colore è un granato di media intensità. L'olfatto è intenso e svela note di sottobosco, radici e sentori di botaniche da Vermouth. Asciutto al palato, intenso e sapido, presenta accenni piccanti e ritorni di radici, con una buona persistenza.

Surrau, Metodo Classico Dosaggio Zero Blanc de Noirs

Prodotto con uve Cannonau da vigneti posti tra i 50 e i 100 metri d’altitudine e allevati a cordone speronato, con vendemmia a metà agosto. Per la sua produzione viene utilizzato unicamente il mosto fiore (meno della metà del succo ricavato), fermentato in vasche d’acciaio. Nella formazione della cuvée viene impiegato circa il 4% di vino di riserva, mentre la sosta sui lieviti in bottiglia è di almeno 36 mesi. Il prezzo in azienda è di 30 euro. Alla vista offre una bella ed abbondante spuma con bollicine sottili e un colore paglierino. Molto intenso al naso, dove ai sentori di lievito si uniscono note d’agrumi freschi, lime, limone e frutta a polpa bianca. Fresco al palato, sapido, verticale e mediamente strutturato, chiude con discreta persistenza su note leggermente vegetali.

MenoDodicIGP: Poderi di Ghiaccioforte - Maremma Toscana DOC Vermentino "Bianco dei Poderi" 2025


di Stefano Tesi

In una Maremma assolata che più assolata non si può, e che a volte pare compiacersi delle proprie contraddizioni, ho assaggiato questo Vermentino nato nella vigna dell’Aquilaia, tra Scansano e il sito archeologico del Ghiaccioforte. Una magnifica collina in una campagna ariosa e ruvida come il suolo argilloso-calcareo che la contraddistingue e che da quasi vent’anni accoglie anche viti di Sangiovese e Carignano, per una storia ampelografica che, avendo più spazio, sarebbe tutta da raccontare. 


L’ho ascoltata con interesse sorseggiando questo bianco fatto in acciaio, di un bell’oro dai riflessi metallici e un naso gentile, sobrio, di una varietalità misurata, capace di lasciare spazio a una coda di frutta matura e sbucciata. In bocca ha il medesimo impatto garbato e un’asciuttezza sapida che aleggia viva nel palato, agevolata dalla gradazione contenuta nei suoi 12,5°.

Si compra on line a meno di 11 euro

InvecchiatIGP: Barone Pizzini - Franciacorta Riserva DOCG "Bagnadore" 2012


di Stefano Tesi

Bagnadore è il top delle riserve aziendali di Barone Pizzini e quella che più di tutte rispecchia la filosofia della cantina guidata da Silvano Brescianini: prodotto solo nelle migliori annate con uve Chardonnay (60%) e Pinot Nero (40%) provenienti da un unico vigneto di nemmeno quattro ettari, su suoli ricchi di sostanza organica e lambiti dal bosco, con viti di oltre 20 anni, rappresenta da tempo un classico della produzione franciacortina.


Il vino passa otto mesi in barrique e otto in acciaio inox prima dell’assemblaggio e del lungo affinamento, senza alcun dosaggio, beneficiando della maniacale vocazione al biologico, alla biodiversità e alla salubrità della terra del produttore, pionieristicamente passato all’organico già nel 2001. Quello di Brescianini è del resto un impegno autentico, testimoniato anche dall’adesione nel 2014 Biopass (Biodiversità, Paesaggio, Ambiente, Suolo, Società), il progetto per la salvaguardia e l’incremento della biodiversità in viticoltura, realizzato dallo Studio Sata in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell'Università di Milano e con la Fondazione Mach di San Michele all'Adige “allo scopo – spiega lui - di misurare e valutare lo stato del terreno e quindi individuare gli strumenti per migliorare la sostenibilità della filiera”.


Sono argomenti importanti che non so fino a che punto c’entrino con la qualità organolettica finale di un vino e che non erano certamente in primo piano durante la degustazione, ma che tornavano carsicamente su mentre si assaggiava questo convincente Bagnadore Franciacorta Riserva docg 2012: figlio di un’annata un po’ calda e ritenuta difficile, a quasi quattordici anni di distanza si è rivelato in uno stato di grazia.


Di colore dorato scuro e intenso, dai bei riflessi metallici e un perlage fitto, preceduto da spuma vaporosa, al naso è profondissimo e si offre con una lama di freschezza che poi sfuma in un ventaglio misurato, progressivo di pietra focaia, scintille, olio minerale e sassi bagnati. La stessa freschezza torna al palato, con un impatto tattile gentile e cremoso e una lunga coda che cresce in ampiezza e complessità, a strati, culminando in durevoli note balsamiche e un retrogusto appagante, quasi compiacente. In sintesi, una bevuta di grande eleganza e di grande sostanza che è andata oltre le pur elevate aspettative.

Colombaio di Cencio - Chianti Classico DOCG "Monticello" 2024


di Stefano Tesi

Dai meandri più profondi del Gallo Nero, sulla quale mi riservo di tornare in futuro, un Sangiovese 100% fatto in botte grande, di un rubino vivo come il suo ricco bouquet fruttato, croccante, agile, con accenni minerali e floreali. 


Sorso sapido, verticale, la giusta acidità e una pienezza non ingombrante.

Perché fermare l'orologio di un grande vino? Quando la chiusura perfetta sfida la longevità


di Stefano Tesi

Qualche mese fa ho visitato a Jablonec nad Nisou, nel nord della Cechia, gli stabilimenti della Vinolok, l’azienda leader nella produzione di chiusure in vetro “premium” per vini e distillati, che recentemente, in partnership con Amorim Italia, ha aperto nel nostro paese la sua prima filiale internazionale con lo scopo, ovvio ma non troppo, di sviluppare sul mercato italiano la diffusione di questo metodo alternativo di sigillare le bottiglie.


Da un punto di vista tecnico, al di là degli aspetti affascinanti legati all’approfondimento delle diverse fasi del procedimento industriale e delle considerazioni che si possono fare sulle prospettive commerciali del prodotto alla luce delle attuali e non rassicuranti contingenze, non si tratta certamente di una novità. Il vino chiuso col vetro è infatti sugli scaffali nostrani, con alterni successi, da almeno vent’anni. E non sono nemmeno troppo difficili da cogliere gli atout che, soprattutto sotto il profilo estetico, di immagine e di marketing, questo tipo di soluzione può offrire, oggi forse più che in passato, rispetto a sistemi di tappatura più tradizionali o di altra natura. Senza contare il vantaggioso rapporto costi/benefici – questo uno degli aspetti più sorprendenti emersi durante la visita, a dire il vero – che in certi casi il tappo vitreo può garantire rispetto al sughero. E il valore aggiunto che l’uso stesso del vetro, in quanto prodotto con materia prima naturale, è in grado di conferire sul versante della sostenibilità (e della comunicazione a essa legata).


Assai intrigante è stato però approfondire l’aspetto enologico, non in teoria ma sul campo. O per meglio dire nel bicchiere, assaggiando e confrontando parecchi vini chiusi sia col vetro sia con tappi di sughero. La premessa era che, afferma l’azienda, la chiusura fabbricata con il brevetto Vinolok è l’unica a garantire nel tempo una tenuta costante: misurato con diversi metodi, il valore OTR (oxygen transfer rate) risulta pari a 1,2 mg/anno. Un valore stabile che perciò, aggiungono, consente di controllare e di gestire almeno una parte del naturale processo di evoluzione del vino.

Gli assaggi hanno in effetti dimostrato l’accresciuta serbevolezza conferita ai vini di pronta e media beva dalla tappatura in vetro e, pertanto, anche l’accresciuta longevità di consumo e durata commerciale del prodotto. Addirittura spiazzante è stata, a tratti, la degustazione di alcune vecchie annate, risultate spesso di una freschezza pressoché integra e talvolta sbalorditiva in rapporto alla tipologia del vino e all’età.

E qui si sono innescate le mie domande.

Se il principio di partenza – questo il mio assunto – è che per loro natura tutti i vini si evolvono nel tempo e che tutti hanno una soglia di vita più o meno prevedibile in base alle condizioni di conservazione e alle loro caratteristiche fisico-chimiche, è pure vero che, oltre certe soglie estreme di longevità, si esce per forza dall’ambito strettamente tecnico-qualitativo della loro origine e della linearità della loro evoluzione: le bottiglie molto vecchie sono per forza anche poche e quindi tendono a rimanere estranee alle occasioni di consumo e di confronto “normali”. In pratica, una cosa è degustare un Brunello o un Barolo di vent'anni, un'altra è degustarne uno di cinquanta e più. Niente da eccepire quindi sulle prestazioni meccaniche della chiusura in vetro, che a costi sostenibili mi pare ottima per conservare al meglio – e in modo esteticamente appetibile, che è un indubbio valore aggiunto – qualcosa di già pronto per il consumo o destinato a un normale, magari anche medio-lungo, ciclo di vita enoica.

Ma ha senso chiudere un vino nato e pensato per durare potenzialmente molto a lungo con un tappo che, vent’anni dopo, me lo restituisce con caratteristiche organolettiche come se di anni ne avesse cinque? 

Non sarebbe stato più semplice consumarlo più giovane, allora? Qual è (salvo ovviamente la curiosità occasionale o legata a un test dimostrativo, come nel nostro caso) il quid pluris? 

Perché dovrei sigillare un vino da grande invecchiamento, fatto per evolversi in funzione del trascorrere del tempo, con qualcosa che ne rallenta l'evoluzione al punto da attutire l’effetto del tempo stesso?

“L'evoluzione di un vino non è determinata esclusivamente dall'ossigeno che attraversa il tappo”, mi ha risposto Filippo Peroni, General Manager di Vinolok Italia. “Una parte fondamentale della sua maturazione è il risultato di reazioni che avvengono naturalmente all'interno del vino, anche in un ambiente praticamente privo di ossigeno. Le nostre chiusure (che lui raccomanda di non chiamare 'tappi', ndr) non bloccano il tempo, ma eliminano una variabile poco controllabile: l'ingresso casuale e disomogeneo di ossigeno da bottiglia a bottiglia. Questo significa che il vino continua a evolvere, ma lo fa seguendo il proprio percorso, senza essere influenzato dalle differenze di permeabilità della chiusura.


Le degustazioni che abbiamo proposto – ha continuato Peroni – non volevano dimostrare che i vini in assaggio fossero rimasti identici o quasi a quando erano stati imbottigliati. Dimostravano piuttosto, secondo noi, che avevano conservato meglio freschezza, precisione aromatica ed equilibrio, pur mostrando l'evoluzione dovuta agli anni. La vera domanda, quindi, forse non è se un Barolo o un Brunello debbano evolvere, su questo siamo tutti d'accordo, ma se sia preferibile che questa evoluzione sia guidata principalmente dal vino stesso oppure anche dalle inevitabili variabilità del tappo. Per molti produttori la risposta è proprio questa: non cercano di 'fermare' l'invecchiamento, ma di renderlo più prevedibile e uniforme, evitando sia ossidazioni precoci sia differenze tra bottiglie della stessa partita. È un cambio di prospettiva: non un vino eternamente giovane, ma un vino che invecchia in modo più coerente con il progetto del produttore. Si sta parlando appunto di una chiusura che oggi ricopre anche un ruolo 'enologico'”.


L’enologo, questo il senso, potrà dunque sfruttare le peculiarità di tenuta calibrata e costante offerte dalla chiusura in vetro per preparare il vino più adatto alle sue aspettative e a quelle del mercato, approfittando ad esempio della possibilità di ridurre i contenuti della SO2 conoscendone in anticipo la presenza e l’influenza.

Come direbbe Benigni, finito il ricreativo passiamo al culturale: voi che ne pensate?

MenoDodicIGP: Caparra & Siciliani - Cirò Doc Bianco "Curiale" 2024


di Luciano Pignataro

Dici Cirò e pensi al grande rosso o agli splendidi rosati, rigorosamente da uva gaglioppo. Tutti noi parliamo, ecco perché stavolta vi consiglio il Curiale un bianco da uve greco bianco e pecorello prodotto da Caparra&Siciliani, storica e radicata azienda del territorio. Siamo sulle rive della Jonio, la magica combinazione delle due uve autoctone regala un profilo ben caratterizzato al vino, lavorato solamente in acciaio e messo in commercio la primavera successiva alla vendemmia. 


Io vi propongo la 2024 perché un po’ di bottiglia in più fa sempre bene: i profumi di frutta sono fusi a note minerali, la freschezza domina la beva e rivela la vocazione di questo vino ad abbinamenti di mare anche con pesci grassi o a piatti di vegetali. Insomma, una bella sorpresa a conferma che in questa regione si beve alla grande a prezzi più che abbordabili.

Prezzo: 10 euro dal sito aziendale