L’Irpinia "in bianco" secondo Piero Mastroberardino: l’evoluzione di un’icona tra svecchiamento e rigore


di Luciano Pignataro

Si possono avere tutti i gusti e tutte le opinioni sul vino, ma è lapalissiano occuparsi delle aziende leader dei territori per capire lo stato delle cose e l’aria che tira. In Campania il riferimento è, senza ombra di dubbio, Piero Mastroberardino, che ha festeggiato un ciclo di massimi riconoscimenti per i suoi Taurasi dalla critica americana e, sul piano personale, la nomina a Cavaliere del Lavoro, oltre alla conferma alla guida di Grandi Marchi e come responsabile del gruppo di lavoro istituito dal governo per cercare di dare risposta ai problemi che attraversa il mondo del vino italiano.


Nel corso della degustazione annuale in questa sede, ho deciso di presentarvi i suoi nuovi vini bianchi in uscita tra marzo e aprile.

Vibra 2024 Irpinia Bianco DOC

Questa è un’assoluta novità nella proposta dell’azienda di Atripalda. Si tratta infatti di un bianco ottenuto da uve fiano, greco e falanghina a bassa gradazione alcolica: siamo a quota dieci gradi. Per noi, abituati a qualche gradino superiore, fa uno strano effetto, ma dobbiamo ammettere che si tratta di un bicchiere al passo con i tempi: profumi dolci, esuberanti, di frutta bianca e fiori precedono il sorso leggero, scorrevole, quasi dissetante, decisamente morbido e freschissimo al palato con una chiusura netta e decisa. Si tratta di un vino dall’etichetta vivace che ammicca al mondo giovanile; un aperitivo, insomma, qualcosa di non impegnativo che accompagni il piacere di fare due chiacchiere. Un’operazione coraggiosa e spiazzante: sono davvero curioso di vedere come sarà recepito dal mercato. Sicuramente è un’immagine di svecchiamento aziendale, così come lo sono i due nuovi metodo classico (Ripe d’Altura e Ell'e Noir) usciti prima di Natale. Prezzo al pubblico: 10 euro circa.


Neroametà 2022 Irpinia Bianco DOC

Si tratta di un aglianico vinificato in bianco che ha visto la luce per la prima volta nel 2013, quando Piero decise di riprendere un vecchio progetto aziendale del papà Antonio degli anni ’80, che aveva lanciato il Plinius. Da allora è uscito ogni anno, creandosi un proprio pubblico perché particolarmente adatto alla cucina di mare così come ai piatti di carne. Lavorato solo in acciaio da uve aglianico coltivate a Mirabella Eclano a 400 metri di altezza, è la versione "ferma" del metodo classico blanc de noir Ell'e Noir cui facevamo cenno prima. Il naso ha sentori fumé e note balsamiche; al palato è ancora fresco, pieno di carattere, con un finale lunghissimo. Saltata la 2021, l’annata 2022 è messa in commercio proprio in questi giorni. Prezzo: si aggira poco sopra i 17 euro.


Stilema Greco di Tufo 2020 DOCG Riserva

Stilema torna al vecchio concetto di vinificazione da cui si era partiti: mettere insieme le migliori uve dei diversi areali con metodi che puntano all'essenzialità del gusto, senza concentrazioni e surmaturazioni, ovvero senza effetti speciali. Il riferimento è allo stile dei vini prodotti dal padre Antonio, che puntavano all'esaltazione del varietale. Il primo Stilema è stato un Fiano del 2015 che convinse subito tutti. Ottenuto dai vigneti di Montefusco, Petruro Irpino e Tufo, questo bianco è sicuramente uno dei migliori Greco in circolazione. Lavorato in acciaio e in barrique di secondo passaggio, presenta le classiche note sulfuree del vitigno ingentilite da note floreali e fruttate. Al palato c’è tutto il carattere del Greco di Tufo: una beva ben caratterizzata, senza concessioni "piacione", impeccabile su tutti gli abbinamenti possibili (ad eccezione dei piatti con troppo pomodoro). Finale amaro e lunghissimo. Facile prevedere almeno dieci anni di grandi bevute con questa annata. Prezzo: sui 40 euro.


More Maiorum 2019 Irpinia Bianco DOC

Chiudiamo questa rassegna con il quarto vino di prossima uscita per il Vinitaly. Parlo del More Maiorum, un’etichetta che vide la luce per la prima volta nel 1995. Si tratta di un blend di Greco e Fiano che fermenta e sosta in barrique per un anno e mezzo prima di affinarsi in bottiglia. Un vino che ho sempre adorato perché rientra perfettamente nei miei gusti. Al naso parla il Fiano, al palato lavora il Greco. Il risultato è un vino complesso, con legno e frutto ben integrati; la freschezza è ben preservata e il sorso è corposo e avvolgente. Nel corso degli anni il protocollo ha accentuato la freschezza di questi due vitigni e il legno è sempre dosato in maniera più sapiente e accorta. Prezzo: circa 35 euro.

InvecchiatIGP: San Gregorio - Chianti Colli Senesi DOCG 2013


di Carlo Macchi

Oggi questa rubrica rende merito sia a un vino che a una denominazione. La denominazione è il Chianti Colli Senesi, considerata quasi sempre figlia di un dio minore ma che in realtà ha alcune particolarità interessanti: la prima e non la più particolare, è che si estende con 1400 ettari di vigneti in provincia di Siena. La seconda, interessante ma solo se si approfondisce, è che è una DOCG fatta ad arcipelago, cioè si estende in tre zone non contigue. La terza, quella veramente interessante si scopre andando a vedere quali sono comuni in cui si può produrre: a nord troviamo, tra l’altro, San Gimignano e Castelnuovo Berardenga, scendendo poi incontriamo Montalcino, Montepulciano e Chiusi.

Qualcuno di questi nomi vi ricorda qualcosa?

Indubbiamente sì ed è per questo che il Chianti Colli Senesi DOCG è spesso considerata una denominazione “a caduta”, cioè nei suoi 1400 ettari nascono ottime uve, ma spesso usate per DOCG più famose e molto più remunerative. Insomma, siamo di fronte ad una DOCG Cenerentola, che difficilmente troverà il principe azzurro che saprà rivalutarla e portarla al livello delle “sorellastre” con cui divide i vigneti.


Dalla denominazione arriviamo al vino, che non sarà certo il principe azzurro che risolve i problemi di questa DOCG ma è sicuramente un esempio di come si può produrre un vino semplice, piacevole e beverino, dal prezzo vergognosamente basso e che può invecchiare bene per anni. Questo vino nasce nell’ azienda San Gregorio, che si trova vicinissima a Chiusi a meno di un chilometro dall’uscita autostradale omonima sulla A1.


L’azienda ha circa 20 ettari di vigneto, nella stragrande maggioranza sangiovese, ma con alcune parti dedicate al colorino, al ciliegiolo e al canaiolo. Siamo stati loro ospiti per la nostra riunione di redazione e non vi nascondo che quando ci hanno proposto una verticale del loro Chianti Colli Senesi (annata, non riserva) che dal 2023 ci avrebbe portato fino al 2003 non pensavo assolutamente che ci avrebbe dato indicazioni positive. Invece mi sbagliavo e non di poco e tra i sorprendenti vini degustati è spiccato il loro Chianti Colli Senesi 2013. Vino in prevalenza sangiovese con qualche tocco di colorino, fermentato e maturato in vasche di cemento, ci ha lasciati a bocca aperta: color rubino vivo, naso netto e fine con note di floreali di ginestra, poi miele e leggerissimo fruttato. Bocca equilibrata con tannini ancora vivi e quasi ruvidi e un finale di buona persistenza. Considerate che siamo di fronte a un vino che oggi, in azienda, costa poco più di 5 euro.


Che il 2013 assaggiato non fosse la classica bottiglia fortunata lo hanno sentenziato sia il 2003 che il 2016, assaggiati nella stessa occasione, a dimostrazione che il Chianti Colli Senesi e soprattutto San Gregorio ha varie “Cenerentola” da far conoscere.

Jaume Serra - Cava Brut Nature Reserva 2016


di Carlo Macchi

Lo ammetto, mi ha colpito il prezzo: poco più di 11 euro per una magnum del 2016. Da uve Xarel-lo, Parellada, Chardonnay e Macabeo. 


Naso prima chiuso poi su note balsamiche, bollicina viva ma fine, ancora nervoso ma ben equilibrato. Un Cava che vale molto, molto più di 11 euro. Da provare!

Grandi vini, piccoli numeri: così stiamo perdendo il pubblico


di Carlo Macchi

Sono diversi giorni che mi gira per la testa la proposta, indubbiamente poco realizzabile, della DOC Grande Franciacorta, introdotta dal professor Michele Antonio Fino: “Un’unica denominazione regionale lombarda per lo spumante Metodo Classico (da pinot nero e chardonnay, ma anche autoctoni idonei alla produzione di pregio) che includa anche l’Oltrepò Pavese e le valli alpine divenute idonee con il cambiamento climatico”. Una proposta che nella migliore delle ipotesi potremmo definire futuristica ma che mi ha messo in testa un tarlo che continua a rodere quel poco che resta del mio cervello. Fino si ispira chiaramente al Prosecco DOC, che si estende in una vastissima area tra cinque provincie del Veneto e tutto il Friuli-Venezia Giulia. Se uno pensa al Prosecco DOC non gli viene certo in mente la più alta espressione qualitativa per una bollicina o un vino in genere ma, penso io, è possibile che per produrre un vino di qualità si debba per forza restringere, restringere e restringere ancora una zona di produzione, fino ad arrivare ad un definito terroir, al cru, al clos e addirittura alla sua suddivisione in filari? (Clos Vougeot docet).


La prima risposta, naturale, d’istinto, è sì, ma forse è il caso di riflettere un po’ sul fatto che solo creando zone sempre più piccole si riesce a comunicare la bontà/valore/prezzo adeguato di un vino. Sia dal punto di vista del produttore che da quello della stampa non c’è qualcosa di sbagliato nel dover continuamente, pur parlando ad ogni piè sospinto di territorio e/o di terroir (quindi di una zona abbastanza ampia), rimpicciolire il luogo dove nasce il grande vino, renderlo sempre più esclusivo e di conseguenza svalutare di fatto tutto quel vino che non nasce nei microscospici “triangoli delle Bermuda” che permettono espressioni uniche, prodotte in quantità minime e vendute a prezzi massimi e per questo inarrivabili ai più. 


Vista l’attuale e tanto strombazzata crisi del vino, non sarebbe meglio, facendo il nostro lavoro di giornalisti, spingere a produrre da una parte e dall’altra parlare senza puzze sotto il naso di buoni o ottimi vini in numeri importanti, per poter veramente dare un consiglio reale a milioni di consumatori? Non potrebbe essere questa la strada per riavvicinare al vino quelli che piano piano lo stanno abbandonando, forse perché non provano piacere nel bere un vino commerciale non buono e non hanno i soldi per comprarne uno buono veramente?


Non dovremmo provare a scendere dalla piramide qualitativa e metterci a battere, a far conoscere le zone pochissimo battute attorno alla base produttiva, cercando, assaggiando e mettendo ben in mostra quei vini che adesso consideriamo di “serie B” (o C) ma che sono poi quelli che la gente beve (o smette di bere).


Da questo punto di vista le guide al Vino quotidiano, al Berebene, ai vini con grande rapporto qualità/prezzo, dovrebbero essere quelle più proposte, vendute, osannate, portate ad esempio. Se vogliamo veramente riavvicinare la gente al vino forse dovremmo incensare i piccoli/grandi vini a prezzi piccoli molto più dei grandi vini a prezzi grandi. Noi giornalisti del vino, che parliamo di vini spesso introvabili, per fare adesso qualcosa di utile per il mondo del vino, dovremmo essere i primi a invertire la tendenza e a muoverci nel mondo dei vini “cheap o pseudo cheap”, per far conoscere veramente quelli che vale la pena comprare a prezzo basso e che probabilmente faranno innamorare nuovamente del vino.


Tutti quelli della mia generazione hanno avuto la fortuna di poter bere ottimi o grandi vini a prezzi umani, ma oggi, tra chi si avvicina al vino anche con le migliori intenzioni, chi può permettersi i vini che noi premiamo regolarmente ogni anno? Non è che ci stiamo rinchiudendo sempre più in una turris eburnea, dando la colpa al mondo fuori che non riesce a capirci e ad apprezzare i vini che noi esaltiamo?


Sono anni che, per prenderla alla larga, non ci stufiamo di (seguendo senza volerlo -forse- la famosa frase del confessore di Enrico IV di Francia) dire “Toujours perdrix" ma che anzi, invece di cercare una buona fetta di pane e olio, puntiamo solo le migliori pernici tra le migliori e magari pensiamo pure di fare un lavoro utile e che la gente, che non ha mai mangiato una pernice, ci segua. Giocoforza poi lasciamo il mare magnum di vino, più o meno buono, in balia di personaggi come minimo non esperti e di produttori che spesso non vanno per il sottile. Forse dovremmo “sporcarci le mani e la bocca” con quei vini che quasi sempre teniamo ben lontani da noi e che invece potremmo aiutare a crescere, a migliorarsi, cercando però di rimanere sempre abbordabili da chi, assaggiandoli, potrebbe dire “Però, veramente buono questo vino e a questo prezzo lo ricompro”. Non credete che nella tanto strombazzata crisi del vino un lavoro del genere potrebbe servire?

Enocup 2026! Il 9 maggio tutti in gara per i venti anni di Winesurf


Per festeggiare i 20 anni di Winesurf, nato a maggio 2006, abbiamo pensato di riproporre un classico, cioè Enocup, il campionato a squadre di degustazione e cultura del vino.

Una piacevole gara a squadre (composte da 2 a 4 persone) dove si dovrà nell’arco di 120 minuti:

1.Rispondere a 10 domande sul mondo del vino

2.Degustare 6 vini italiani anonimizzati, rispondendo ad alcune domande su di loro.

Un modo diverso e piacevole di passare un sabato (e, perché no, un weekend) in Toscana, in un luogo molto bello.


Gli appassionati di vino, i sommeliers, chi vive nel mondo del vino o anche i semplici curiosi non possono perdersi l’occasione per mettersi simpaticamente alla prova e vincere grandi vini del valore complessivo di migliaia di euro.

Enocup si svolgerà sabato 9 maggio 2026 presso l’azienda Rocca delle Macie, Località Le Macie 45, Castellina in Chianti.

Vi domanderete quanto costerà partecipare a Enocup? La partecipazione è gratuita per gli abbonati al Club Winesurf e per chi ancora non fosse socio si può iscrivere facilmente a questo link. https://www.winesurf.it/club-winesurf/

Attenzione il termine ultimo di iscrizione è il 15 marzo!

Qui sotto trovate i link che vi rimanderanno al regolamento, ai premi e al modulo di iscrizione. Comunque, potete trovare il regolamento anche qua sotto.



Per qualsiasi chiarimento potete scrivere a redazione@winesurf.it

InvecchiatIGP: La Scolca - Soldati La Scolca D’Antan Brut Millesimato 2003


di Roberto Giuliani

Che ti bevi per il compleanno? Vai sul nebbiolo che a te piace tanto? Questo mi chiedevano alcuni amici che sanno come il vino sia uno degli elementi che accompagnano la mia vita da quando avevo la maggiore età. In verità, fino a che non mi sono trovato a cena fuori, non ci ho pensato. Avrei potuto stappare una delle tante bottiglie che ho in cantina, ma non avrei avuto sorprese; andare al ristorante era un’ottima soluzione per assaggiare qualcosa che non ho. Così è stato, appena ho visto il D’Antan di La Scolca, classe 2003, non ho avuto dubbi, era quello che volevo. Per quanto mi riguarda, il Gavi con la “G” maiuscola è quello, non mi ha mai deluso, uno spumante di livello alto, altissimo direi, che potrebbe ben figurare in qualsiasi confronto.


Del resto, è dal 1919 che questa straordinaria azienda promuove con orgoglio l’uva “Cortese”, oggi alla quarta generazione con Chiara Soldati, “Cavaliere del lavoro”, il D’Antan Metodo Classico è l’emblema della loro storia, 10 anni sui lieviti autoctoni, selezionati con cura, capace di sfidare il tempo dimostrando ancora una volta che nel nostro Paese si possono fare grandissimi vini da invecchiamento da uve bianche.


Il 2003 è pura emozione, le sue note di miele di castagno, composta di pompelmo, fichi secchi, zafferano, scorza d’agrumi, cioccolato, testimoniano una profondità espressiva che tocca i sensi più reconditi. Testimonianza di una maturità che non è vecchiaia ma splendore, eleganza, racconto, amplesso, compiutezza, bellezza non ostentata ma rivelata ai fortunati che l’abbracceranno. 


Una carbonica che, 23 anni dopo, non sembra essersi stancata, è lì a sostenere un corpo voluttuoso che, è il caso di dirlo, non ha bisogno necessariamente del cibo per esserne ammaliati. I sorsi si succedono senza sentirne mai la sazietà, anzi, ogni volta è un nuovo tassello da aggiungere, una nuova emozione; non potevo fare scelta migliore, rigorosamente condivisa con la persona a me più cara, Laura.

Sassocorno - Blancut 2024


di Roberto Giuliani

Stefano, Diego, Francesca e Loretta hanno intrapreso l’avventura nel 2017 a Corno di Rosazzo, puntando a un approccio totalmente libero da interventi chimici. 


Il Blancut è un blend di malvasia e friulano sorprendente per freschezza di frutto e per un gusto fortemente sapido ed equilibrato.