di Stefano Tesi
Ci sono numeri che, a volte, parlano meglio di tutto. Ma che assumono un senso compiuto solo quando anche l’occhio e gli altri sensi hanno avuto la loro parte, contribuendo al superamento di quelle che Aldous Huxley (oppure Jim Morrison, se preferite) avrebbe definito le porte della percezione. Non c’è bisogno però di scomodare la mescalina e i suoi effetti per raccontare del fascino spigoloso, antico e a tratti solenne della Vernaccia di Oristano, la prima Doc sarda (fu riconosciuta nel 1971). Basta e avanza, a coglierne l’eterea complessità, calarsi nel sistema degli stagni di Oristano e nel corollario di vigne, borghi, nuraghi che li circondano. Annusare l’aria, scrutare i grandi spazi. Approfondire con le persone giuste, siano essi i pescatori di cefali, i produttori di bottarga, gli archeologi che scavano o – si capisce - i vignaioli. E alla fine immergersi nel su murruai, l’inconfondibile insieme di sensazioni odorose tendenti all’incenso (il termine, non a caso, sembra derivare da mirra) che sono il frutto del lunghissimo invecchiamento e si sprigionano quando versi nel bicchiere la Vernaccia appena stappata.
Non si tratta del resto, lo sanno tutti, di un vino facile. Al contrario, la Vernaccia di Oristano è un vino impegnativo, che nasce da un vitigno autoctono e primordiale: va capito e collocato nel proprio contesto. La congiuntura inoltre non l’aiuta. Soffre, come altri, il poco felice momento dei vini ossidativi, sebbene per fortuna sembrino non mancare i sintomi di un’inversione di tendenza. Un motivo in più per andare in missione in quel di Cabras, alle porte (appunto) degli stagni e nella quiete di un contesto quasi sospeso tra terra, cielo e mare.
I numeri di cui si diceva all’inizio ce li sciorina - passeggiando per le sale della nuova cantina, tra cimeli e vecchie botti piene di Vernaccia, si capisce - direttamente il presidente della Doc, Mauro Contini. Che è pure presidente, e contitolare col cugino Alessandro, vicepresidente, dell’ultracentenaria azienda di famiglia, Contini 1898: “Negli anni ’80 eravamo trentasei produttori a coltivare e vinificare quest’uva assolutamente nostrale, dalla storia millenaria. Oggi siamo solo in sette, sei dei quali associati al Consorzio. Stiamo tentando il rilancio, ma veniamo da un trentennio lungo e sofferto, durante il quale il nostro vino ha davvero rischiato di scomparire a causa della crisi nata dall’abbandono dei vigneti conseguente al crollo dell’interesse del consumatore e della caduta delle vendite del successivo decennio”.
Il baratro, insomma è stato vicino. La Vernaccia di Oristano DOC, spiega, è coltivata in 18 comuni nei dintorni della città. Il disciplinare impone, in tutte le quattro tipologie previste, almeno l’85% di uve Vernaccia. Dopo la pressatura, il vino viene fatto maturare in botti scolme del 20%, in condizioni ossidative, sotto l’azione di una pellicola di lievito, il flor.
Ciò che ne deriva è sintetizzato negli assaggi decritti qui sotto, capaci di regalarmi momenti di puro godimento alternati qualche riflessione.
Flor, Vernaccia di Oristano doc 2020
Di colore ambrato, al naso è diretto, asciutto, profondo, con note di elicriso e di macchia mediterranea. La medesima pulizia e asciuttezza, unite a un finale amarognolo, si avvertono al palato e danno al sorso equilibrio e profondità.
Antico Gregori Vernaccia di Oristano riserva 1991
Meno di tremila bottiglie per questo vino che per disciplinare contiene l’85% dell’annata dichiarata e attinge il resto a botti del 1970, del 1975 e in piccola percentuale da una botte dei primi del ‘900. Di colore ambrato chiaro, luminoso, all’olfatto è vivo e cangiante: all’iniziale nota di miele si sovrappongono un’onda di incenso e poi una lunga scia di sensazioni balsamiche, after eight, nocciola e croccante. In bocca è secco e profondo, quasi severo, con un retrogusto screziato che riporta alle sensazioni olfattive.
Antico Gregori 1976
E’ la prima annata di questa etichetta, prodotta con l’aggiunta di circa il 15% di annate più vecchie (pratica all’epoca consentita dal disciplinare). Gli oltre 40 anni di botte donano al vino un ambrato un po’ più scuro e un insieme di profumi penetrante e progressivo fatto di sottobosco, cuoio grasso e una cangiante coda balsamica. A palato mantiene l’aura di grande vecchio, severo e asciutto, ma con una patina di gentilezza che ne accresce la lunghezza e la soavità.
Fin qui il godimento.
Le riflessioni sono semplici. Il consumo di vino in sé ha vita breve, dura un attimo. Ciò che dà al sorso dignità e valore sono la curiosità che accompagna chi beve e i pensieri da essa generati. In questa prospettiva, la Vernaccia di Oristano sembra aleggiare sugli stagni e le canne palustri, come un’aura. E gli stagni, migliaia di ettari tra i fiume Tirso e il Tirreno, di cose da raccontare ne hanno parecchie.



















