Annesanti - Bianco dell’Umbria IGT "Acqua della Serpa" 2021


di Roberto Giuliani

Grechetto, trebbiano, malvasia, pecorino e altre uve autoctone da vigne di oltre 50 anni. Sosta dieci mesi in anfore di terracotta e rivela una freschezza e una intensità fuori dal comune. 


Sa di gelsomino, cedro, lime e un cuore sapido, intenso, solare, perfetto per una grigliata di crostacei.

Cantine 366 - Erbaluce di Caluso Spumante "Scelte di Vite" 2021


di Roberto Giuliani

Caluso sta all’erbaluce come Barolo sta al nebbiolo. Questo piccolo comune del Canavese è il cuore di una DOCG che ne coinvolge altri 31 nella provincia di Torino, uno in quella di Vercelli e 3 in quella di Biella. L’Erbaluce è un vitigno che si è particolarmente adattato al terreno sabbioso e ciottoloso delle colline moreniche canavesane, grazie al quale rivela anche un’ottima acidità, non a caso è molto adatto alla produzione di passiti e spumanti.


L’azienda Cantine 366 nasce ad Agliè nel 2013 per volontà di Francesco, Ezio e Fabrizio, tutti e tre canavesani e tutti e tre nati nel ’66 (da qui la scelta numerica della Cantina), che hanno voluto recuperare vecchi vigneti abbandonati dai tanti contadini che scelsero una strada meno faticosa e più redditizia presso la Olivetti.
Scelte di Vite è l’emblema del progetto che hanno intrapreso i tre coetanei, recuperando alcuni vecchi vigneti nel comune di Bairo e riportandoli a nuovo splendore. 


Questo Erbaluce di Caluso Spumante, nella versione 2021 ha sostato sui propri lieviti per 36 mesi. Ha colore giallo paglierino intenso e brillante, perlage finissimo e un bouquet davvero gradevole ed elegante che richiama note di acacia, agrumi, pesca gialla, susina, un pregevole impianto floreale e note di pasticceria secca, biscotto, pane sfornato. L’assaggio è delizioso, freschezza e frutto vivo, succoso, con l’agrume che sembra accarezzato da pennellate di miele. Un sorso tira l’altro e rischi di finirlo prima di arrivare a fine pasto…

MenoDodicIGP: Girlan - Vigneti delle Dolomiti Rosso IGT Vernatsch "448 s.l.m." 2025


Oggi, con il sottoscritto, parte una nuova rubrica che noi Giovani Promettenti (IGP) abbiamo chiamato MenododicIGP dedicata ai vini che costano al pubblico (siti web) meno di 12 euro. C’è chi li definisce popolari, chi quotidiani; per noi sono solo vini sinceri, capaci di accompagnare la tavola con autenticità, dimostrando che il valore non sta nel prezzo ma nelle emozioni che sanno trasmettere senza rinunciare alla territorialità. E proprio da qui partiamo, con un’etichetta che interpreta al meglio questa filosofia.


La Schiava “
Vernatsch 448 s.l.m.” 2025 di Girlan, storica cooperativa alto atesina, è il rosso che rimette al centro il piacere semplice del bere. Leggera, fresca, profuma di ciliegia e piccoli frutti, con un tocco floreale che la rende immediata e invitante. Il sorso è agile e scorrevole, mai stancante: un vino accessibile, diretto, che rende piacevole ogni occasione e che, sfortunatamente, finisce sempre troppo in fretta!

Prezzo medio sul web: 9 euro

InvecchiatIGP: Marotti Campi – Lacrima di Morro d’Alba DOC “Rubico” 2004


Esistono bottiglie che non si limitano a essere buone: fanno domande. Il Rubico 2004 di Marotti Campi è una di queste, e la domanda che pone riguarda un vitigno intero — il Lacrima di Morro d'Alba DOC — e il pregiudizio silenzioso che lo accompagna, quello di essere un vino dell'immediato, bello e fragrante ma poco incline a invecchiare con dignità.


Per capire come sia possibile che un'etichetta del genere rimetta in discussione questa lettura, vale la pena partire da chi la produce. I Marotti sono a Morro d'Alba dalla metà dell'Ottocento: non una startup del vino naturale, non un progetto di ritorno alla terra, ma una famiglia che conosce questi suoli argillosi da generazioni. Oggi l'azienda conta circa 50 ettari e dalla fine degli anni '90 — con la costruzione della nuova cantina — ha scommesso con decisione sulla qualità degli autoctoni marchigiani, cercando un equilibrio tra identità territoriale e precisione espressiva che non sempre il mercato sa apprezzare subito.

Lorenzo Marotti Campi

Il Lacrima, in questo contesto, non è mai stato un ripiego. È un vitigno raro, confinato in un areale ristretto della provincia di Ancona, plasmato da suoli argillosi e dalla vicinanza del mare: uno dei pochissimi rossi aromatici italiani, con quella firma olfattiva di rosa, viola e spezie che lo rende immediatamente riconoscibile. Ed è proprio questa seduzione immediata a condannarlo, nell'immaginario comune, a una dimensione di gioventù — come se la bellezza esplicita escludesse la profondità.


Il Rubico nasce da uve Lacrima in purezza, vinificate prevalentemente in acciaio per preservarne la fragranza. Un vino pensato, nelle intenzioni, per essere bevuto presto. Vent'anni dopo, quella intenzione racconta solo metà della storia. 
Il colore è ancora rubino, percorso da riflessi granato che suggeriscono evoluzione senza cedimento. Al naso la centralità floreale si è ritirata per lasciare spazio a qualcosa di più oscuro e interessante: cola, radici, liquirizia, tamarindo, erbe officinali, una balsamicità che ricorda gli amari. 
Non è un vino che ha perso il filo — è un vino che ha cambiato discorso mantenendo la stessa voce. In bocca si muove con una leggerezza quasi ingannevole, sorretto da un'acidità integra e da tannini che il tempo ha levigato completamente: gioca di tensione più che di massa, e chiude lungo, speziato, pulito, con una vitalità che non ti aspetti.


È qui che il Lacrima di Morro d'Alba rivela qualcosa che raramente gli viene riconosciuto: la capacità di attraversare il tempo senza dissolversi, di trasformarsi senza tradirsi. Una faccia nascosta di un vitigno che il mercato ha frettolosamente catalogato, e che bottiglie come questa continuano, pazientemente, a smentire.

Tomei – IGT Lazio Cesanese Veniero 2024


Il Cesanese 2024 di Tomei vibra di terra e memoria, espressione di una visione biodinamica autentica. 


Profuma di frutti rossi maturi, macchia mediterranea e leggere spezie. Al sorso è dinamico, fresco, con trama tannica viva e un finale sapido. Un vino che emoziona con misura e profondità.

Greco di Tufo, zonazione o racconto? Il progetto di Cantine di Marzo


All’interno dell’areale del Greco di Tufo DOCG, dove il terroir è sempre stato più evocato che realmente sezionato, Cantine di Marzo porta avanti da qualche anno un progetto che prova ad alzare l’asticella: leggere il territorio per frammenti, per vigne, per differenze misurabili. Non solo racconto, ma dati—geologici, climatici, biochimici—messi in relazione con il profilo dei vini grazie al lavoro di Mariano e Vincenzo Mercurio, nel tentativo di costruire una zonazione interna alla denominazione e verificare se un vitigno fortemente identitario come il Greco di Tufo sia davvero capace di restituire sfumature territoriali leggibili e costanti nel tempo.


La traduzione pratica di questo lavoro si concentra su tre vigne—Ortale, Serrone e Laure—tra Santa Lucia e San Paolo di Tufo, in un contesto dove la variabilità dei suoli, tra argille, calcari, sabbie e componenti vulcaniche con la presenza storica di zolfo, offre basi concrete per una differenziazione. Ma è quando si passa dalla teoria alla verifica diretta, anche su più annate, che il progetto acquista spessore. 




Una mini verticale sulle annate 2023, 2022 e 2021 delle tre etichette restituisce infatti una chiave di lettura più nitida: Ortale emerge come il cru della profondità, capace di esprimere vini già relativamente equilibrati in gioventù ma soprattutto stratificati, dove la componente minerale si allunga nel tempo fino a sfiorare, nell’annata 2021, suggestioni idrocarburiche. Laure, complice anche l’esposizione, cambia completamente registro e si muove su un asse più teso: vini diretti, verticali, quasi nordici per impostazione, giocati più sulla linea acido-minerale che sulla larghezza. Serrone, al contrario, si colloca su un versante più caldo e avvolgente, offrendo interpretazioni rotonde, speziate, con richiami alla frutta tropicale e un carattere decisamente più mediterraneo.

Famiglia Di Somma

La sensazione, mettendo in fila le tre vigne anche nel tempo, è quella di una progressione coerente—profondità, verticalità, ampiezza—più che di una frattura netta tra i diversi terroir, con l’ulteriore evidenza che è proprio nel tempo che questi bianchi trovano la loro misura migliore: si distendono, acquistano proporzione, integrano le spinte acide e minerali e guadagnano complessità, fino a esprimere, nelle annate più mature, una statura che li avvicina con decisione alla categoria dei grandi vini. Ed è forse qui che il progetto va letto con maggiore lucidità: le differenze esistono, sono riconoscibili e, cosa non scontata, tendono a ripetersi nelle diverse annate, ma si muovono ancora su un piano di sfumature, non di contrasti radicali. Un esito che, in realtà, è perfettamente coerente con la natura del Greco, vitigno che mantiene una forte impronta varietale e tende a uniformare, almeno in parte, le variazioni del suolo.

Vincenzo Mercurio

In questo contesto, il peso storico di Cantine di Marzo non è un dettaglio secondario. Fondata nel 1647, la cantina è una delle realtà più antiche e rappresentative dell’areale, profondamente legata alla storia di Tufo e alla presenza delle miniere di zolfo che hanno segnato non solo l’economia locale ma anche l’identità dei vini. È una storia che dà solidità al progetto e lo sottrae, almeno in parte, al rischio di apparire come una semplice operazione di posizionamento.


Resta però una zonazione interna, non codificata a livello di denominazione, e quindi inevitabilmente ancora in fase di costruzione anche dal punto di vista della comunicazione: più che per una mancanza di contenuti, per l’assenza, almeno allo stato attuale, di una restituzione organica e condivisa—che metta a sistema mappe, dati e linguaggio oltre i confini aziendali. Ma più di tutto conta la tenuta nel tempo: la capacità di rendere queste differenze non solo percepibili, ma riconoscibili e ripetibili vendemmia dopo vendemmia. La direzione è interessante, e per certi versi necessaria, in un territorio che vuole smettere di essere letto come blocco unico. Ma la zonazione, perché non resti un esercizio di stile, deve diventare prima di tutto esperienza concreta, qualcosa che nel bicchiere si impone senza bisogno di spiegazioni. È lì che questo progetto si gioca la sua partita, molto più che nelle intenzioni.

InvecchiatIGP: Domini Veneti - Valpolicella Classico Superiore “La Casetta di Ettore Righetti” 1996


di Lorenzo Colombo

Andando a selezionare un vino da degustare per la rubrica del sabato InvecchiatIGP, ci siamo imbattuti in questa bottiglia rimasta nella nostra cantina per troppo tempo rispetto alla sua destinazione. Non crediamo infatti che, pur appartenendo al marchio di punta della Cantina Negrar, ovvero la Domini Veneti, questo vino fosse stato allora concepito per essere degustato qualche decennio dopo il suo anno di vendemmia, ovvero il 1996. Ci siamo quindi accostati con circospezione, preparando per sicurezza un vino di riserva nel caso, che pensavamo assai probabile, di una bottiglia a fine carriera se non addirittura decrepita. Invece nel mondo del vino le sorprese non finiscono mai e, seppur non trovandola quasi certamente al massimo delle sue potenzialità, ci siamo trovati di fronte a un vino ancora godibilissimo che non presentava assolutamente alcun segno di ossidazione né di prevedibile decadimento.
Certo non aveva più la struttura di un tempo, ma la sua acidità ed in parte anche la sua trama tannica e, probabilmente, anche l’utilizzo di una parte di Cabernet Sauvignon l’hanno conservato molto al di sopra di quanto ci saremmo aspettati. Ma veniamo al vino ed all’azienda che l’ha prodotto.


Domini Veneti è il brand premium della Cantina Valpolicella Negrar, cantina fondata nel lontano 1933 da sei viticoltori di Negrar con il nome di Cantina Sociale della Valpolicella. Nel 1948 avviene la fusione con la Cantina Produttori della Valpolicella e nel 1957 viene rifondata col nome di Cantina Sociale di Negrar di Valpolicella. Nel 1989 nasce il progetto Domini Veneti, destinato alla produzione di vini di alta gamma, e nel 2023, in occasione del 90° anniversario dalla fondazione, assume l’attuale nome di Cantina Valpolicella Negrar. Ricreare la storia di questo vino a trent’anni di distanza non è stato semplice, anche se alcuni articoli scovati su riviste e guide dell’epoca ci hanno aiutato. Sin dalle sue prime annate di produzione è stato oggetto di considerazione da parte degli addetti ai lavori e la Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso/Slow Food ha assegnato al vino dell’annata 1996 i 2 Bicchieri Rossi. Il vino viene prodotto esclusivamente con uve provenienti dall’Azienda Agricola La Casetta di Ettore Righetti e, pur non essendo classificato come Ripasso, utilizza comunque la tecnica del ripasso sulle vinacce dell’Amarone; così perlomeno recita la controetichetta, anche se sui sopracitati articoli si parla di ripasso sulle vinacce di Recioto. La sua composizione prevede i classici vitigni della Valpolicella, ovvero Corvina Veronese, Rondinella e Corvinone, più una quota di Cabernet Sauvignon.


I vigneti, che nel 1996 avevano un’età di 20–35 anni, si trovano su suoli marnosi-calcarei con presenza di basalto e sono situati tra i 150 ed i 300 metri d’altitudine sulle colline di Negrar. La loro resa era assai bassa per l’epoca, ovvero 60/70 q.li/ha. Frutto di un’annata fresca, il vino è stato vinificato con macerazioni lunghe ed affinato in botti di rovere da 20 e 50 ettolitri per 24 mesi.


Mattonato il colore, con unghia aranciata. Non molto intenso al naso, dove cogliamo note balsamiche, sentori di prugne in confettura, fichi essiccati al forno e note vanigliate. Di media struttura, diremmo anche un poco esile, ancora fresco, con bella trama tannica e buona vena acida, buona succosità, sentori di caffè, vaniglia, prugne cotte e ciliegie mature, accenni di pepe; buona la persistenza.

Nota: il vino riporta ancora in etichetta la sigla VQPRD (non più utilizzata da anni).

Finigeto - Bonarda dell’Oltrepò Pavese “Il Baldo” 2023


di Lorenzo Colombo

Una godibilissima Bonarda ferma dal naso intenso e profumato che presenta sentori di frutta rossa matura e dolce (prugne e more). 


Bocca succosa dove la Croatina la fa da padrona con la sua importante ma vellutata trama tannica e la Barbera l’alleggerisce con la freschezza della sua vena acida.