MenoDodicIGP: Philippe De Charmille - Cremant de Loire Brut (Magnum)


di Carlo Macchi

Il Crémant de Loire (uno degli otto Crémant che si possono produrre in Francia in zone fuori dalla Champagne) nasce, lungo la Valle della Loira, nelle regioni di Anjou, Saumur e Touraine. È uno spumante metodo classico, normalmente con un periodo abbastanza breve di permanenza sui lieviti (tra 12 e 20 mesi) e quasi sempre è composto da Chenin Blanc e Chardonnay.


Questa presentazione generale calza a pennello anche per il nostro vino di oggi, che nasce da un négociant con uve Chenin Blanc (80%) e Chardonnay (20%). Le sue caratteristiche principali sono una bella freschezza sia al naso, dove note floreali si intersecano a sentori agrumati con il limone che predomina, sia al palato, dove accanto alla classica brillantezza acida del territorio troviamo una bollicina fine e rotonda, certo aiutata da qualche grammo di zucchero residuo.


A questo punto di solito parliamo del prezzo e proprio per questo voglio prima raccontarvi una piccola storia: il vino che ho assaggiato per voi proviene da una magnum acquistata nella catena IperTosano, famosa per avere un'importante selezione di vini italiani ed esteri, anche in magnum. L’ho pagato 17,20 € e solo dopo averlo assaggiato e constatato l’ottimo rapporto qualità/prezzo sono andato a cercare il prezzo della bottiglia da 0,75, che di media è 11,60 euro. Quindi rientra per il rotto della cuffia nella nostra rubrica, ma io vi consiglio, più che comprarlo su internet, di fare un salto in uno dei supermercati IperTosano, perché volete mettere la soddisfazione che dà aprire una magnum di spumante pagata poco più di 17 euro?

InvecchiatIGP: Rocca delle Macie - Toscana IGT Rosso Rockea 2011


di Carlo Macchi

L’invecchiato di questa settimana è un vino molto particolare per vari aspetti: il primo è indubbiamente unico perché, modestia a parte, posso dire di “averlo fatto io”, il secondo è che è forse il primo vino servito per portare dell’acqua, il terzo è che è nato per uno scopo umanitario, il quarto riguarda la cantina che ha permesso il tutto, cioè Rocca delle Macie e il suo titolare, il mio amico Sergio Zingarelli, che in periodo di piena vendemmia misero la cantina a completa disposizione per produrre una singola barrique di vino.


Ma andiamo con calma: siamo nel 2011 e a Rocca delle Macie portiamo avanti da quasi due anni un progetto su Youtube che presenta le varie fasi fenologiche della vite, dalla potatura alla vendemmia, riprendendo sempre la stessa vite di sangiovese nei vari momenti dell’anno: avevamo anche dato un nome alla vite, Rockea. Nacque dalla famiglia Zingarelli l’idea di fare qualcosa in più, cioè di creare un vino Rockea che servisse a raccogliere fondi a scopi umanitari. La proposta finale ci portò sul lago Malawi, dove un orfanotrofio/casa famiglia aveva bisogno di una pompa e di una canalizzazione per prendere l’acqua dal lago e poter coltivare la terra. Nacque così il progetto Rockea, dal vino all’acqua e vi consiglio di dare un’occhiata qui, qui e qui a questi filmati “d’epoca” per capire il lavoro che è stato fatto. Abbiamo raccolto tutta l’uva del filare di Rockea, portata in cantina e pigiadiraspata a mano, messa a fermentare in una piccola vasca inox da 500 litri con rimontaggi quotidiani (ancora oggi sento nelle orecchie gli improperi del vecchio cantiniere di Rocca delle Macie che doveva seguire una cantina intera e a cui andavo giornalmente a rompere le… per fare i rimontaggi a quel piccolissimo serbatoio). Poi abbiamo svinato, messo il vino in una barrique nuova e a marzo dell’anno successivo l’abbiamo imbottigliato.


Ne facemmo 300 bottiglie, la cui vendita finanziò il progetto che potete trovare riassunto qui. Prima di andare avanti voglio dire due parole sulla meravigliosa etichetta, che da sola riesce a presentare il progetto: per me parla di Africa, sole, bambini, speranza di una vita migliore e della gioia di poterla vivere. quest’etichetta è semplicemente bellissima, poetica e vi giuro che ogni volta che l’ho guardata mi sono emozionato. Tornando al vino ne comprai anch’io una bottiglia e visto che ero “il padre del vino”, lo assaggiai quasi subito: (link https://www.winesurf.it/rockea-ha-svolto-il-suo-compito-evviva/ devo dire che mi piacque, ma forse ogni scarrafone è bell'a mamma soja. Sono passati 15 anni da allora e per una serie di strani giri del destino mi sono ritrovato davanti un’altra bottiglia di Rockea anzi un’intera cassa da sei bottiglie.


La curiosità non mi ha dato tregua fino a quando non ne ho stappata una: il colore era granato, forse dovuto al fatto che il vino non venne filtrato se non per decantazione statica. Ho messo il bicchiere sotto al naso è mi sono veramente emozionato perché ho sentito i classici e profondi profumi terziari del sangiovese con sempre un accenno di frutta matura. Ci sono rimasto sopra parecchio perché non credevo al mio naso: legno perfettamente integrato, note balsamiche, accenni di macchia mediterranea, grande complessità aromatica. In bocca il tannino era setoso, vivo, consistente ma dolce e il vino mostrava un bellissimo equilibrio e un lungo finale.


Mi sono fatto i complimenti da solo ma la cosa è finita lì: quando però ho saputo che un bravissimo ristoratore e fine assaggiatore, durante una cena tra amici con varie bottiglie importanti ha bevuto quasi da solo una bottiglia di Rockea trovandola eccezionale non ho retto e ho scritto questo articolo non tanto per lodarmi (chi si loda s’imbroda diceva mio padre) ma da una parte per ringraziare ancora una volta la famiglia Zingarelli per la disponibilità e la lungimiranza e dall’altra per confermare  le enormi potenzialità del sangiovese che riesce, anche in un vino “artigianale” a dare risultati impensabili. Mi dispiace solo che non possiate assaggiarlo ma forse, quando assieme a Sergio faremo nascere un nuovo progetto…

Scubla - IGP Friuli Colli Orientali Verduzzo Friulano "Cràtis" 2019


di Carlo Macchi

I passiti non si bevono più! Allora proviamo a invertire la tendenza con questo Verduzzo del 2019, servito fresco: colore ambrato brillante, naso con tutta la frutta secca e passita del mondo, bocca avvolgente, succosa, armonica.


Provatelo su formaggi stagionati, magari erborinati e vedrete la Madonna!

Vini macerati: omologazione o espressione del territorio? Il caso Oslavia


di Carlo Macchi

Quando si parla di vini macerati è molto difficile non schierarsi, essere pro o contro, ma l’incontro che abbiamo fatto ad Oslavia con quattro dei “magnifici sette” è nato solo per cercare di capire: capire come nascono, in che cosa sono realmente diversi sia dai vini non macerati che tra loro. Poi è seguito l’assaggio e qui non schierarsi con i propri preconcetti (pro o contro) è stato ancora più difficile e dovrete giudicare voi se ci siamo riusciti.


I quattro produttori erano Radikon, Primosic, Fiegl e Il Carpino e la prima cosa che posso dire è che non credevo potessero esserci differenze così grandi tra vini macerati. Ma andiamo con calma, premettendo che la storia del “precursore” degli oslaviani, cioè Gravner, è sicuramente diversa e forse più complicata e magari potremo investigare in altri articoli. Partiamo da questi quattro e mi sembra giusto premettere che parlare di vini macerati vuol dire riferirsi quasi sempre a vini bianchi vinificati come vini rossi, cioè con le bucce ma in vasche aperte.

Ana Sosol, Martin Fiegl, Saša Radikon, Marko Primosic

Inserisco la prima di due constatazioni che non vorrebbero scomodare Monsieur de La Palice: se non si hanno uve sanissime non si fanno buoni vini macerati. In effetti il fattore vigna è sempre quello che rimane un po’ in secondo piano perché l’attenzione casca sulla parte più “spettacolare e chiacchierata”, cioè il periodo di macerazione, ma non bisogna scordarsi che da una parte c’è prima un lavoro certosino di un anno nel vigneto e dall’altra in molti casi qualche anno di botte grande e altrettanti di bottiglia. Un po’ come se si volesse valutare definitivamente la prova di un maratoneta in trecento metri attorno al diciottesimo chilometro di gara. 


La seconda cosa lapalissiana è che un vino macerato non nasce dall’oggi al domani. Le prime prove di macerazione di Stanko Radikon, padre di Saša e Ivana, risalgono al 1995 e in quegli anni di prove il range variava da una settimana a più di sei mesi di macerazione. Questo per cercare di capire come realmente operare: perché la macerazione con le bucce non si trasformi in una semplice ossidazione ma riesca a far nascere un vino con caratteristiche diverse e non un vino difettato, occorrono anni di prove, di errori, di revisioni, di accorgimenti, di esperienze. Queste esperienze a Oslavia sono state fatte e sono diventate patrimonio comune, riportate in un disciplinare interno condiviso da tutti i produttori.


Le variazioni di macerazione anche tra i vini che abbiamo degustato variavano tra gli 8 e i 35 giorni, ma questo non voleva assolutamente dire che quello di 35 giorni fosse più “ossidato” degli altri. Forse si dovrebbe evitare di usare questa parola, perché induce a pensare ad un difetto, anche se di un buon Vin Santo toscano nessuno si permette di dire che è ossidato o che ha la volatile alta. Parlando con i produttori e assaggiando i vini abbiamo capito che fare vini macerati è un po’ come camminare sul filo senza rete con tutta la gente sotto che si domanda chi te lo fa fare, senza rendersi conto della difficoltà e dei rischi che comporta: magari alla fine però applaude perché si accorge di aver assistito ad uno spettacolo di alto livello.


Considerate anche che le macerazioni non dipendono solo dal fattore tempo ma anche dalla temperatura di fermentazione: c’è chi lascia tranquillamente superare i 30° e chi invece, quando si arriva attorno a 27-28°, inserisce delle piastre per raffreddare il mosto, e chi la controlla costantemente. Alla fine si ottengono risultati molto diversi e anche questo è un fattore che rischia di passare in secondo piano quando si dice che i vini macerati si assomigliano tutti: perché i Sauvignon o i Traminer aromatici non macerati sono completamente diversi l’uno dall’altro? Ma di questo parleremo più avanti.


Arriviamo ai vini: i primi assaggiati ce li ha presentati Ana Sosol de Il Carpino e sono stati il Venezia Giulia IGT Pinot Grigio Vis Uvae 2020 e il Venezia Giulia IGT Malvasia 2017. Questi due vini iniziano il loro cammino macerando il primo 33 e il secondo 25 giorni, per poi passare in botte da 15-17 ettolitri per circa due anni e poi affinarsi in bottiglia per altri tre. Le cose che ci hanno colpito in questi due vini sono i grandi profumi di albicocca matura, la perfetta gestione del legno e in bocca una tannicità soave, misurata, setosa. Tutto questo con un'alcolicità attorno ai 13,5° che rende il sorso veramente elegante. Vorrei ribadire la finezza tannica, quasi una ricercata sobrietà, che stacca in maniera netta i vini di questa cantina dagli altri che abbiamo degustato. C’è anche da dire che Il Carpino, come diverse altre aziende del territorio, produce pure vini non macerati, e questo perché non siamo di fronte a dei talebani ma a dei produttori che seguono determinate strade solo quando sono perseguibili.


Con Marko Primosic ci conosciamo da tempo e grazie a lui ho dovuto riflettere sul mondo dei macerati, che molti anni fa vedevo come un territorio “liberato” dalle regole enologiche, mentre grazie a Marko e ad altri produttori (Fiegl, lo stesso Saša) ho capito che invece è un mondo che non solo applica regole enologiche precise, ma le sfrutta a proprio vantaggio. Per esempio Marko fermenta in caratelli aperti da 600 litri e lascia tranquillamente salire la temperatura di fermentazione sopra ai 28° perché sostiene che alcune note “calde”, che ricordano i distillati o i vini da dessert, si sviluppano meglio se si fermenta ad alte temperature. Facendo un piccolo passo indietro, annotiamo che lui cerca di raccogliere il più tardi possibile, cercando di arrivare il più vicino possibile alla maturazione fenolica. Comunque la macerazione/fermentazione dura più o meno 28 giorni e poi il vino passa in botte grande per 2-3 anni, poi viene filtrato per caduta e rimane in bottiglia almeno altrettanti anni prima di andare in commercio.



Ci ha presentato il Collio DOC Ribolla Gialla 2021 e il Collio DOC Ribolla Gialla Riserva 2020, due vini completamente diversi da quelli de Il Carpino: in primo luogo perché la Ribolla è un’uva tannica e questo si sente subito; in secondo luogo perché troviamo note dove la frutta candita e la frutta secca sono maggiormente aiutate dall’alcol a presentarsi al naso. Ricordano appunto dei distillati (per me Armagnac con una nota di Calvados) pur non superando i 14°. In bocca sono entrambi vini pieni, opulenti, tuttora molto (addirittura troppo) giovani, con la tannicità della ribolla che si esprime con ferma dolcezza, mai con scompostezza. Breve riflessione a metà strada: alla faccia dei vini macerati che sono tutti uguali!


Saša Radikon ci ha fatto assaggiare quello che lui stesso definisce “il modo migliore per avvicinarsi” ai vini macerati, cioè il Venezia Giulia IGT Slatnik 2023: Chardonnay 80%, Friulano 20%, macerato per una decina di giorni, poi un anno in botte grande e uno tra acciaio e bottiglia. La mia vecchia teoria che i produttori (quelli che il vino lo fanno veramente) somigliano al loro vino e viceversa segna un altro punto a suo favore. Saša è grande e grosso e anche lo Slatnik sprizza potenza da tutti i pori (a parte l’alcol, che si piazza a meno di 13°): ambrato, con frutta passita al naso, ha una tannicità imponente e anche un’acidità importante. Per la prima volta sentiamo nettamente il ruolo dell’acidità e, rispetto agli altri vini, anche una certa mancanza di affinamento in vetro. Siamo quasi all’opposto dei vini de Il Carpino, ma in una cosa si assomigliano: hanno l’acidità volatile (uno dei punti di discussione tra detrattori e sostenitori dei vini macerati) che non punge ma accarezza la bocca e la gola. Anche quello della volatile è un tema da affrontare e capisco che per molti è quasi un tabù: per quanto mi riguarda, ricordo che tanti vini rossi importanti, sia a base Nebbiolo che Sangiovese, per non parlare di vecchi Amarone, se non avessero avuto una volatile attorno a 0,85/0,90 sicuramente sarebbero stati molto meno espressivi al naso. Comunque bisogna sfatare il mito che i buoni macerati abbiano una volatile molto superiore a 1.


Con Martin Fiegl arriviamo a chiudere il cerchio del nostro incontro e anche con lui scopriamo tante cose interessanti: la prima è che la sua produzione di vini macerati è appena il 5% del totale aziendale, che è di quasi 400.000 bottiglie. Inoltre è forse quello “più tecnico” tra i produttori incontrati. Per prima cosa in vigna lui non aspetta la maturazione fenolica ma predilige una maggiore freschezza, poi fermenta/macera a temperatura controllata in una vasca da 30 ettolitri per circa 28 giorni. Essendo i macerati una piccola produzione non è detto che nascano da lieviti autoctoni, ma da quelli che lavorano meglio e di più, visto che per gli altri vini usa lieviti selezionati. Abbiamo assaggiato la giovanissima Venezia Giulia IGT Ribolla Gialla 2024 e dobbiamo dire che la giovinezza non le fa certo male: grande frutto (albicocca e pesca) e tannino dolce ed equilibrato. Anche il Venezia Giulia Ribolla Gialla 2020 è fruttato, ma rispetto agli altri vini mostra da una parte un tannino imponente e dall’altra una volatile più bassa. Non vogliamo contraddire quello che ha detto Saša Radikon, ma questo vino di Fiegl è forse il modo più facile per approcciarsi ai macerati.


In chiusura ci restano due argomenti da affrontare con tranquillità, cioè quello della somiglianza tra i vini macerati e della perdita del varietale. Anche qui serve una piccola premessa: sono anni che la qualità dei bianchi italiani è cresciuta ma, come ho scritto qui, nello stesso tempo si assomigliano molto di più. Lieviti selezionati e nutrimenti di lieviti, enologi e tecniche enologiche imperanti hanno fatto fare un grande passo in avanti ai vini italiani, ma questo si è almeno in parte pagato con una somiglianza che, specie tra i bianchi, in certi casi è eccessiva: ormai non si riesce più a distinguere bene un Sauvignon da un Vermentino o da un Trebbiano, uno Chardonnay da un Grechetto, un Bombino da un Greco, ecc. Di fronte a questa omologazione generalizzata sono il primo a dire che diversi vini macerati hanno delle somiglianze e che gli aromi varietali vengono immolati sull’altare della macerazione, però almeno non ci si nasconde dietro la strausata scusa che quel vino X ha i precisi profumi del terreno dove cresce, anche se poi dal punto di vista aromatico è quasi identico a tanti altri. Ecco, da “non grande estimatore quasi ravveduto” dei vini macerati credo di aver detto tutto quello che c’era da dire, provando a mantenere una certa neutralità: aspetto i vostri commenti.

MenoDodicIGP: Antonelli – Montefalco Grechetto DOC 2025


Il Grechetto sconta spesso un ingiusto pregiudizio, eppure Antonelli – custode dal 1883 di colline spettacolari a Montefalco – dimostra il contrario. Il suo Grechetto 2025 è un asso nella manica pazzesco per la cucina italiana, capace di svoltare la cena dai primi saporiti ai piatti di mare.


Profuma di fiori gialli e di pesca bianca matura, ma è in bocca che fa scattare la scintilla: parte dritto e tagliente per poi riempirti il palato con una consistenza quasi polposa. Chiude pulito, lasciando una scia salina che ti chiama subito un altro sorso. Un bianco fiero, vivo, da bere a secchi.

Prezzo medio sul web: 9,50 euro

InvecchiatIGP: Marco Antonelli – Cesanese di Olevano Romano Riserva Kósmos 2014


Nel vino, prima ancora delle bottiglie, contano le persone. Marco Antonelli e sua moglie Bianca appartengono a quella rara categoria di vignaioli capaci di trasmettere autenticità, passione e umanità fin dal primo incontro. Qualità che non sempre si trovano con facilità e che finiscono inevitabilmente per riflettersi anche nei vini che producono. Da questa visione sincera e profondamente radicata nel territorio prende forma il loro progetto a Olevano Romano, mirato a restituire centralità al Cesanese comune, una varietà spesso messa in secondo piano ma capace di farsi interprete magistrale del luogo d'origine. Sebbene l'attività di famiglia vanti radici storiche legate da generazioni alla vendita di vino sfuso, è toccato a Marco compiere il grande passo verso una produzione imbottigliata e focalizzata sulla massima espressione qualitativa. 


La proprietà si estende su poco più di tre ettari, gestiti in regime biologico, suddivisi tra il vigneto di Colle Amici, situato nei pressi dell'abitazione, e un appezzamento collinare a circa 450 metri di quota, ai piedi del Monte Scalambra, noto come Morra Rossa. Proprio da quest’ultimo, storico, fazzoletto di terra nasce il Cesanese di Olevano Romano Kósmos, proveniente da vigne vecchie di cesanese comune di oltre 75 anni che, grazie alla generosità di Marco e Bianca, ho avuto l'opportunità di degustare nell'annata 2014, un millesimo che all'epoca fece tremare i polsi a molti viticoltori.

Bianca e Marco Antonelli

Annata fresca, piovosa e aspramente penalizzata dalla critica dominante, la 2014, così come anche in altri territori vinicoli italiani, si sta rivelando oggi una straordinaria fucina di sorprese per chi ha saputo lavorare con sensibilità. Nel calice, questo Cesanese di Olevano Romano si presenta con un colore rubino trasparente e luminoso, privo di cedimenti. Al naso è un sussurro di rara eleganza: la frutta rossa matura si è fusa con note di sottobosco, accenni di arancia sanguinella, spezie nobili e una interessante traccia ematica. 


In bocca stupisce per freschezza e vitalità: il sorso è agile, sorretto da una spalla acida vibrante e da un tannino setoso, perfettamente integrato dal tempo. Non ha la potenza delle annate calde, ma una finezza e una tensione dinamica inaspettate che lo rendono ancora incredibilmente godibile. La scommessa di Marco e Bianca è vinta. 


Kósmos 2014 restituisce dignità a un millesimo troppo frettolosamente dileggiato e conferma quanto il Cesanese di Olevano Romano possa raggiungere livelli di assoluto rilievo quando incontra vecchie vigne, consapevolezza agronomica e una visione produttiva coerente. Un vino che merita di essere ascoltato prima ancora che giudicato.

Gianfranco Fino – Salento Fiano IGT “Sedicimila” 2024


Dopo aver sorpreso col Primitivo di Manduria, Fino scommette ora sul Fiano 'Sedicimila', omaggio alle barbatelle che Carlo II d'Angiò piantò in Puglia a fine 1200.

Un bianco che punta sull’equilibrio: l'affinamento misto legno/acciaio dona complessità, ma il sorso resta fresco, sapido e di squisita finezza.