Sull’Etna la viticoltura ha un rapporto particolare con il tempo. Lo si capisce guardando le vigne, i vecchi alberelli, i muretti in pietra lavica e, soprattutto, il lavoro necessario per mantenerli in vita. È dalla volontà di preservare questo patrimonio che nasce il progetto de I Custodi delle Vigne dell’Etna, realtà che ha scelto di recuperare vecchie vigne e pratiche agricole tradizionali in un territorio dove l’abbandono ha rischiato di cancellare una parte importante della storia viticola della Muntagna.
L’idea prende forma nel 2007, quando Mario Paoluzi comincia ad acquistare le prime parcelle sull’Etna, tra cui quelle di Contrada Moganazzi, precedentemente appartenute a Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red che con il progetto Il Cantante aveva contribuito a riportare l’attenzione internazionale sulla viticoltura etnea. È attraverso Hucknall che Paoluzi entra in contatto con Salvo Foti, un incontro destinato a segnare profondamente il percorso dell’azienda. Da quel momento prende forma una scelta precisa: recuperare il patrimonio viticolo etneo senza adattarlo a modelli estranei al territorio, affidandosi anche alla tradizione dei Vigneri e alla conoscenza dell’alberello etneo.
Oggi le vigne dell’azienda si distribuiscono in diverse contrade, per circa 12 ettari complessivi. A Moganazzi, dove si trovano piante ormai mature, sono stati persino eliminati alcuni impianti più giovani per ripristinare il tradizionale sistema a quinconce, legato alla coltivazione ad alberello. A Taverna, intorno ai 750 metri di altitudine, il vigneto guarda verso lo Ionio. A Feudo di Mezzo, invece, si trovano alcune delle testimonianze più preziose di questa viticoltura: viti prefillossera a piede franco, alcune con oltre due secoli di età, protette dai caratteristici muretti e dalle strutture in pietra lavica.
È in questo contesto che si inserisce Ante, Carricante in purezza che ho avuto modo di degustare qualche mese fa durante una verticale organizzata a Contrade dell’Etna 2026. Era un vino che avevo già nel radar, ma metterlo davanti a quattro annate diverse ha cambiato la prospettiva. Il tempo, in questo caso, diventa una chiave di lettura. La 2013 è stata la sorpresa della degustazione. Un’annata difficile, fredda e molto piovosa, arrivata oggi a una fase evolutiva tutt’altro che scontata. Il colore conserva luminosità; al naso il vino si apre lentamente, lasciando emergere note salmastre e agrumate, insieme a una componente minerale e a sfumature evolutive che non ne compromettono affatto la vitalità. Anzi.
In bocca è ancora sorprendentemente teso. Dopo un ingresso più morbido, il sorso prende velocità e si fa nervoso, verticale, quasi tagliente. La freschezza tiene tutto in equilibrio e la chiusura, asciutta e salina, rimane a lungo. È proprio qui che la 2013 racconta qualcosa di interessante sul Carricante e, più in generale, sulla capacità dei vini etnei di attraversare il tempo. L’evoluzione non ha cancellato l’identità del vino, l’ha spostata: meno immediatezza aromatica, più profondità, con quella componente salina e minerale che prende progressivamente il sopravvento.
Non è una bottiglia che impressiona per ricchezza o potenza. La sua forza sta nell’energia, nella precisione e nella capacità di mantenersi viva a distanza di anni. Ed è forse questa la lettura più interessante del lavoro de I Custodi: recuperare una vigna, conservarne la memoria e poi avere la pazienza di aspettare. Perché sull’Etna il tempo non è soltanto quello che passa tra una vendemmia e l’altra. È anche quello che permette a una vecchia bottiglia di tornare a parlare.















