Dalla Sabina alla Daunia: Roberto Giacobbo racconta il progetto Torreclava, la sua "Cupola del Brunelleschi" tra vino, famiglia e territorio


Certe vicende non nascono a tavolino ma si incontrano, proprio come fiumi sotterranei che scorrono per secoli prima di affiorare in superficie, ed è proprio questa la trama che vi racconterò: un percorso scritto tra i filari e il destino, capace di far riconoscere e unire indissolubilmente due famiglie. Da una parte Roberto Giacobbo, il divulgatore che per una vita ha raccontato i misteri del mondo, dalle piramidi di Giza ai segreti del Rinascimento. Dall’altra i Faretra, custodi silenziosi di Terre di Maria, una solida realtà agricola nel cuore della Daunia, a Orta Nova, dove i suoli custodiscono memorie antichissime.

Cataldo Faretra, Maria Pasquariello, Roberto e Giovanna Giacobbo

A rappresentare la nuova generazione, capace di fare da vero e proprio ponte tra questi due mondi, ci sono Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, compagni nella vita prima ancora che nel business. È dal loro legame affettivo che è nata la scintilla: l'unione tra l'esperienza agricola dei Faretra e la sensibilità narrativa e sensoriale di Giacobbo. Il manifesto di questo incontro di generazioni e intuizioni si chiama Torreclava, il progetto enologico nato per unire ufficialmente queste due anime e portare nel calice l'eccellenza della Daunia. Qui il vino non è mai soltanto vino. È memoria, ricerca, identità. È una costruzione paziente fatta di equilibri invisibili, proprio come la cupola del Brunelleschi evocata dallo stesso Giacobbo, che abbiamo incontrato per farci svelare cosa si cela davvero dietro ogni sua singola bottiglia.

L’Intervista

Dottor Giacobbo, la sua passione per la terra sembra avere radici profonde, quasi una questione di DNA familiare...

Proprio così. Mio padre era veneto, di Bassano del Grappa, un ingegnere elettronico che ha contribuito alla nascita dei primi computer parlanti in Italia. Mi ha insegnato a ragionare con rigore scientifico, ma mi ha anche trasmesso il bisogno profondo di evadere dalla tecnologia per tornare alle origini. Nel 1968, in Sabina, piantò i suoi primi tre filari di Sangiovese e Trebbiano. Conservo ancora nitido il ricordo di quel torchio, del profumo del tino e di quei trecento litri di vino prodotti per la famiglia. Quei fine settimana trascorsi in campagna hanno forgiato in me una consapevolezza precisa: la terra non è solo un luogo di lavoro, è un ritorno costante, una radice che non si spezza mai. Possono passare gli anni, possiamo viaggiare ovunque per lavoro ma, alla fine, quel richiamo ancestrale verso la terra torna sempre a casa.

Nelle precedenti interviste Lei ha ammesso di avere un "super-potere" che guida costantemente le sue scelte a livello enogastronomico. Ci racconta questa peculiarità?

Si tratta di una sorta di "ipersensibilità genetica" al gusto: un pregio e un limite al tempo stesso, poiché amplifica tanto le note eccellenti quanto le eventuali imperfezioni. È una caratteristica che ho affinato in ventisei anni di viaggi ininterrotti per il mondo: duecento giorni l’anno trascorsi a esplorare culture e sapori, un bagaglio che ho messo a sistema durante le mie esperienze come giudice e presidente di giuria al Girotonno di Carloforte. Ricordo ancora quando, assaggiando il piatto di un cuoco peruviano composto da trentasei ingredienti, fui in grado di isolare e riconoscere delle alghe di montagna rarissime che avevo incontrato anni prima in contesti remoti. Ecco, questa memoria analitica del gusto oggi la metto nel vino, il mio vino!

Veniamo a Terre di Maria. Un nome che evoca famiglia e appartenenza. Come è arrivato in questo angolo di Puglia e cosa le ha fatto scattare la scintilla per questo progetto?

È una storia che profuma di affetti e di scoperte, dove il destino ha giocato il ruolo di un abile tessitore. La mia complice in questo viaggio è stata mia figlia Giovanna: è lei, legata sentimentalmente a Cataldo Faretra – suo compagno di vita e di percorso – ad avermi spalancato le porte di questo angolo di Puglia. Lì ho incontrato Maria Pasquariello e suo marito Alfonso, anime vibranti di un’azienda che porta con orgoglio il nome di lei. Frequentando queste terre, ho avuto il privilegio di vedere oltre la semplice agricoltura: mi sono reso conto che Maria e Alfonso custodivano un tesoro silenzioso, una vocazione antica che meritava di essere finalmente celebrata. E così, senza pensarci troppo, ho deciso di mettere assieme una squadra per poter finalmente comunicare al mondo l'eccellenza di Terre di Maria e del suo territorio.


Da come parla lei, anche da divulgatore scientifico, sembra particolarmente affascinato da questo angolo di territorio pugliese. Cosa ha trovato di interessante?

Siamo a Orta Nova, nella zona della bonifica della Daunia, in un’area che è un vero unicum geologico: un antico alveo fluviale dove il limo si è stratificato per millenni. Ma c’è un dato ancora più antico che mi ha catturato: queste terre erano così fertili che gli uomini del Neolitico vi si stabilirono ben prima che l’agricoltura, come la intendiamo oggi, venisse codificata. La terra regalava loro frutti spontaneamente, in una generosità che, migliaia di anni dopo, ritroviamo intatta. È un legame profondo con la preistoria che abbiamo voluto imprimere fin nel nome di una nostra linea di vini: "Neolitico". Ma questo terra regala un'altra sorpresa....

Quale?

La sorpresa è legata a una specifica "macchia di leopardo" di limo e argilla grigia su cui poggiano i nostri vigneti. Mentre tutto intorno domina la terra rossa e ferrosa, tipica dell'immaginario pugliese, noi operiamo su questo sedimento grigio, argilloso e con fondo sabbioso: una preziosa eredità del ritiro dell'antico Mar Adriatico. Quando abbiamo analizzato il suolo, il riscontro è stato clamoroso: la composizione chimico-fisica è incredibilmente affine a quella delle colline del Barolo, ma con il sole della Puglia e la brezza marina. Una combinazione che non dovrebbe esistere, come la cupola del Brunelleschi che, contro ogni logica, riesce a stare in piedi sfidando le convenzioni.

Interessante questo riferimento al Brunelleschi, ci fa capire meglio?

La metafora della cupola non è casuale: la viticoltura e l'enologia, così come l'architettura, necessitano di una sequenza di scelte precise e vincolanti; se si spezza l'equilibrio di un solo passaggio, la struttura dell'eccellenza crolla. Il nostro metodo si fonda su un decalogo di pilastri fondamentali. Un primo segreto è l'acqua: le nostre viti sono innaffiate goccia a goccia con tre sorgenti minerali che nascono nel terreno. Diamo acqua minerale da bere alle piante. Poi c'è la potatura: un lavoro di mesi per rispettare la pianta, insegnando agli operai a superare i metodi dei nonni per guardare a quelli dei nipoti. Infine, il nutrimento: abbiamo bandito ogni forma di chimica di sintesi in favore di una fertilizzazione biologica complessa, basata su un mix di cinque specie erbacee specifiche. Queste vengono seminate, fatte crescere e successivamente interrate come sovescio, restituendo al suolo un nutrimento organico puro. È un processo che stiamo ulteriormente affinando in collaborazione con il CNR, per elevare la precisione gestionale a standard scientifici ancora più rigorosi.

Le altre scelte, che avete raggruppato in un vero e proprio decalogo chiamato “Cure Antiche e Tecnologie Moderne”, prevedono cure maniacali anche in fase di vendemmia che, da quello che so, somiglia ad un vero e proprio film di fantascienza....

Sì, grazie ad Alfonso, vengono usati dei "Transformer". In venti ettari, se raccogli a mano col cestino, rischi di iniziare con l'uva acerba e finire col passito. Noi usiamo macchine di ultimissima generazione che arrivano di notte, alle tre del mattino, come UFO. Grazie a sensori e microvibrazioni staccano solo il chicco perfetto, lasciando il graspo nudo. Alle otto il raccolto è finito e alle undici è già mosto. Frutta fresca, senza ossidazioni, lavorata subito a temperature controllate per fermentazioni rigorose e lunghissime grazie alla sapienza dell'enologo Tommaso Pinto.

Dott. Giacobbo, fino ad ora ha descritto tanti passaggi tecnici fondamentali per produrre un vini unici come la Cupola del Brunelleschi ma, per raggiungere questo risultato, c'è bisogno anche di un importante lavoro di squadra o sbaglio?

Hai colto nel segno. Quando ho iniziato il mio percorso in azienda, ho subito messo le cose in chiaro con i miei collaboratori: "Ragazzi, Leonardo da Vinci è morto cinquecento anni fa. Se qualcuno tra voi pensa di essere lui, faccia pure un passo avanti, perché è da secoli che il mondo lo sta cercando". Ovviamente, il silenzio che è seguito mi ha permesso di lanciare il vero messaggio: se nessuno di noi è Leonardo, allora l'unica strada percorribile è quella della squadra. È proprio nell’unione di intenti che risiede la nostra vera forza. È un lavoro corale che nasce dalla sinergia profonda tra me, Maria Pasquariello e Alfonso Faretra, dalla visione tecnica di Cataldo, dalla determinazione di Giovanna, dall’apporto prezioso di Tommaso Pinto e di tutti i ragazzi che ogni giorno, con dedizione, mettono il proprio talento al servizio di questo progetto. Sono loro il vero cuore pulsante di Terre di Maria; senza questo gioco di squadra, il raggiungimento di certi standard qualitativi sarebbe semplicemente impensabile.

In che modo si è concretizzato questo vostro lavoro?

C’era già una base solida, quella della linea Neolitico — che oggi annovera il Nero di Troia, il Susumaniello, il Primitivo, due espressioni di rosato da Susumaniello e Nero di Troia e un bianco di grande carattere — affiancata dalle bollicine Trionpho, Metodo Classico sorprendenti come la Falanghina 48 mesi e il Rosato da Primitivo 60 mesi. Volevamo però produrre qualcosa che fosse "altro", un vino da porre accanto a queste linee già eccellenti, ma che rappresentasse un nuovo apice. È lì che ho messo a disposizione il mio talento di "gusto assoluto": volevamo qualcosa di unico. Così è nato il progetto Torreclava che, come sapete, curo in prima persona.


So che su questo vino c’è un aneddoto molto divertente…

Il Torreclava, il vino della svolta, è un primitivo 100% che affina 4\5 mesi botti di rovere per poi passare in bottiglia per almeno 24 mesi prima della commercializzazione. Portammo alcuni campioni delle prime mille bottiglie a un concorso nazionale, ma erano "nude", senza ancora un’etichetta ufficiale.
Il risultato fu sorprendente: conquistammo il primo gradino del podio. Ricordo ancora vividamente gli sguardi degli altri produttori, alcuni dei quali calcavano la scena da oltre trent'anni; c’era una tensione palpabile, quasi divertita. Si chiedevano sbigottiti: "Chi sono questi che arrivano con una bottiglia anonima e portano via il primo premio?". (ride, ndr). Credo che quella vittoria schiacciante sia stata possibile proprio grazie all'assenza di condizionamenti: non essendoci etichette o blasoni a parlare, i giudici si sono trovati di fronte alla purezza del contenuto. Hanno valutato soltanto ciò che c’era nel calice, e il calice ha espresso, senza filtri, la verità della nostra terra.

Allo scorso Vinitaly avete fatto un passo in più ed è arrivato il Torreclava Gold. Ce ne parla?

Il Torreclava Gold non è semplicemente un vino: è una visione che abbiamo voluto cristallizzare. Abbiamo scelto di produrne solo 499 esemplari in formato Magnum, una tiratura limitata che ne sottolinea la preziosità e l’unicità. Lo definisco il nostro "Super Apulian Blend", perché nasce dal desiderio ambizioso di racchiudere l’anima profonda di questa terra in una sola bottiglia È un intreccio sapiente di tre anime diverse: il Primitivo, con la sua avvolgente potenza; il Susumaniello, che dona freschezza e un’identità rara; e il Nero di Troia, che apporta quella struttura austera e nobile tipica della nostra tradizione. Abbiamo voluto che questi vitigni, ognuno portatore di un carattere distintivo, dialogassero tra loro per creare un’armonia superiore. Stappare un Torreclava Gold significa compiere un viaggio sensoriale attraverso la Puglia più autentica: è il nostro omaggio alla complessità e alla generosità di un territorio che non finisce mai di stupire.


Abbiamo parlato di terra, di segreti e di tecnologia. Ma c’è un aspetto che mi ha colpito guardando la bottiglia: la cura quasi maniacale per i dettagli. Sembra che per voi anche l’accessorio faccia parte della narrazione.

Assolutamente sì, perché i dettagli non sono solo estetica, sono una promessa di qualità. Se tratti bene il piccolo, significa che hai avuto un rispetto immenso per il grande. Prendi il tappo del Torreclava: è un monopezzo di sughero di altissima qualità personalizzato al laser. Inoltre, il tappo a forma di torre, che è il nostro sigillo, è diventato un vero e proprio accessorio visto che in tanti lo hanno trasformato in portachiavi. Un altro modo per non farci dimenticare!


Un’ultima curiosità: dopo aver svelato i misteri di piramidi e civiltà perdute, qual è l'enigma più grande che ha trovato in una bottiglia di Torreclava?

Il mistero è come faccia a finire così in fretta quando è in tavola! (ride, ndr). Scherzi a parte, l'enigma affascinante è la capacità di questo suolo di custodire memorie millenarie e continuare a parlarci con tale nitidezza. Ogni calice è un portale su una storia iniziata nel Neolitico che oggi, finalmente, possiamo tradurre in un linguaggio contemporaneo. Ma per scoprire il resto del mistero non basta leggere: vi aspetto in Puglia, tra i nostri filari. O, se preferite, assicuratevi una delle 499 Magnum del Gold prima che diventino, come ogni reperto raro, introvabili.

MenoDodicIGP: Settesoli - Rosso Terre Siciliane IGT


di Stefano Tesi

Nel corso dei miei ricorrenti raid tra gli scaffali della Gdo alla ricerca, talvolta autolesionistica e talaltra fortunata, di vini a poco prezzo da sperimentare tanto per il gusto di farlo e da provare senza problemi, credo di non aver mai trovato, finora almeno, una bottiglia col rapporto qualità/prezzo migliore di questo. 


E' un rosso fresco, agile, dissetante, con un bel profumo fragrante e un giusto corpo, da stappare in allegria tanto coi piatti invernali che, meglio se appena rinfrescato, colle pietanze estive. Nella sua categoria, un ottimo acquisto.

Prezzo medio 3,5 euro

InvecchiatIGP: Tenuta di Monte Chiaro - Arte Liquida Toscana Igt Bianco 2006


di Stefano Tesi

Qualcuno potrebbe chiamarla la buona sorte del neofita, magari usando – visto che siamo in Toscana – un’espressione più colorita. Eppure, non c’è dubbio che, audaci a parte, la fortuna aiuta a volte anche i semplici principianti. 


È il caso (lo ammette con candore lui stesso) di questo sorprendente vino, il suo primo in assoluto, tirato dall’allora esordiente Alessandro Griccioli in sole 300 magnum e risfoderato dalle avite cantine oggi, a distanza di vent’anni tondi: Trebbiano, Malvasia e Viognier. “Fu tutto condizionato dall’entusiasmo e dall’inesperienza: batonnage, poi messo in legno per due anni e infine imbottigliato” rammenta il produttore, compiaciuto del buon risultato offertogli dal destino. “Ovviamente lo facciamo ancora oggi, con lo stesso nome, anche se vinifichiamo in modo molto diverso e con l’aggiunta di un 10% di Manzoni Bianco. Il progetto, anzi l’idea, è però rimasta la stessa: dare al vino un'espressione anche visiva, ponendo l'accento sia sul contenuto che sul contenitore. Ci piace pensarlo come una sorta di supertuscan bianco”.


Siamo nell’area del Chianti Colli Senesi. Terra di rossi e di panorami accecanti. Al tramonto, oltre la piscina, la città del Palio sembra affiorare dai poggi e si staglia all’orizzonte, sebbene i Griccioli abbiano trecentesche origini fiorentine. L’etichetta del vino fu non a caso disegnata da Eugenia Vanni, artista e autrice del “cencio” del 2008, tuttora responsabile grafica della linea “Arte liquida”.


Nel bicchiere, invece, il vino brilla di una tinta dorata profonda e quasi ambrata. L’impatto olfattivo è importante, screziato: si susseguono, e si espandono col trascorrere del tempo, note marcate di pietra focaia, accenni balsamici e poi echi variegati e intrecciati di cipria, pepe bianco, borotalco, perfino sentori di peperone e qualche risacca di friggitelli. Al palato ti colpisce una freschezza che tiene insieme, a lungo, profondità e sapidità, rivelando una complessità gentile.

In tutta onestà, non ce lo saremmo mai aspettati.

Peccato che dopo quattro lustri le scorte, ammette Alessandro, siano ormai agli sgoccioli.

Podere L’Assunta - Costa del Pievano Toscana IGT 2020


di Stefano Tesi

Chi pensa che un contradaiolo non possa avere (ipse Giacomo Sensi dixit) un approccio illuministico al vino dovrà ricredersi: questo Sangiovese 100% fatto in bio a 400 mt sulle colline senesi, fermentato in acciaio e affinato due anni in botti da 10 hl. 


E' buono, bello, elegante e piacerebbe pure a Diderot.

Perché No(rd)? Dialogo sulla linea invisibile del vino italiano


di Stefano Tesi

A dispetto del fatto che il bere vino sia un atto fisico, pressoché quotidiano e, secondo qualcuno, pure politico e che, pertanto, possa apparire sbagliato gravare l’argomento di troppe sovrastrutture intellettuali, non c’è dubbio alcuno sulle sue molteplici implicazioni extraenoiche. Affermazione, anche questa, che rischia però di apparire banale fino a quando non la si affronti con i giusti rudimenti e più larghi orizzonti.


È quanto assai bene hanno fatto Fabio Pracchia e Giorgio Fogliani mettendo in parallelo le vicende latamente identitarie di territori enoicamente così diversi e al tempo stesso così simili come il Gallo Nero e il Carso in occasione della quarta edizione di “Perché Nord!”, l’appuntamento annuale organizzato a Villa Le Corti dei principi Corsini dall’Associazione San Casciano Classico, che riunisce i produttori dell’UGA San Casciano, appunto la più settentrionale della denominazione: “Non un momento di confronto tra i rispettivi vini, ma uno spazio di scambio dialettico tra zone di produzione, purché ‘nordiche’”, ha specificato in apertura la presidente Maddalena Fucile.


Come il Chianti, infatti, anche la regione friulana è stata storicamente marcata da confini geopolitici, prima ancora che geografici. Confini-non-confini, insomma: linguistici, etnici e culturali, destinati a mutare nel corso della storia, a dilatarsi e a restringersi secondo le vicende e i diversi punti di vista. Nell’immaginario collettivo del vino italiano il Carso si colloca non a caso nel profondo nord, in un contesto tutt’altro che mediterraneo, ma da un’altra prospettiva esso rappresenta l’estremo lembo meridionale – climatico e non soltanto – della Mitteleuropa, “la quale in qualche modo lo identifica con il mare”, ha spiegato Fogliani. Da qui un’identità multipla, fatta di geologie diverse, tradizioni vinicole sovrapposte, nuovi trend e di alcuni paradossi normativi, come il fatto che alcune zone comprese nella DOC Carso non facciano parte del Carso geografico.


Anche la parabola compiuta dal Chianti alla ricerca della propria identità vinicola è stata del resto lunga e articolata. E non pare destinata a fermarsi, ha spiegato Fabio Pracchia, espandendosi oggi progressivamente verso una dimensione identitaria sempre più complessa, capace di sussumere in sé i valori dell’agricoltura, dell’economia, del paesaggio, dell’architettura, delle tradizioni condivise e di nuovi elementi unificanti a livello globale come la sostenibilità e la biodiversità. “Wine is culture” è stato non a caso il leitmotiv dell’ultima Chianti Classico Collection. Un claim, ha aggiunto Pracchia, che la dice lunga sulla strategia intrapresa al termine di un percorso cominciato con l’editto di Cosimo III del 1716 e proseguito con la messa a fuoco tipologica, merceologica, amministrativa e geografica che nell’arco di un secolo ha condotto all’adozione delle UGA, strumenti destinati, secondo il relatore, a “dare valore all’identità. E l’identità – ha proseguito – tende a far sparire le gerarchie, mettendo i territori in orizzontale anziché in verticale e dando maggiore evidenza alle differenze”.



La degustazione che ne è seguita non ha certamente smentito le premesse teoriche, alimentando anzi un ulteriore quesito da analizzare, magari, nel futuro prossimo: ha senso, e quale, sostenere che un vino, più che territoriale, è identitario, laddove si parli non di identità del produttore, ma del territorio? Perché no(rd)?

Ecco i vini in assaggio:
  • Montesecondo, Chianti Classico DOCG 2023

  • Luiano, Tanto di Cappello Chianti Classico DOCG 2022

  • La Sala del Torriano, Chianti Classico Gran Selezione DOCG 2021

  • Solatione, Chianti Classico DOCG 2019

  • Skerk, Terrano Venezia Giulia IGT 2021

  • Vodopivec, Vitovska Venezia Giulia IGT 2020

  • Skerlj, Malvasia Carso DOC 2022

  • Zidarich, Prulke Venezia Giulia IGT 2021

Intervista a Fabio Mecca: “Il vino è come il sangue: non ammette finzioni


Venti anni di carriera, venti cantine nel portafoglio e un’idea di vino che non accetta compromessi. Ho incontrato Fabio Mecca a Roma, in occasione della giornata speciale organizzata dalla FIS per celebrare i suoi vent’anni da enologo – un traguardo importante che arriva dopo il prestigioso premio già ricevuto sul palco di Beviamoci Sud. Ma dietro i festeggiamenti e il prestigio di oggi, c'è una storia fatta di terra, sacrifici e riscatto. 


Quella che segue non è la solita intervista tecnica, ma il racconto senza filtri di un uomo che ha dovuto perdere tutto per ritrovare il proprio cognome e la propria libertà.

Fabio, partiamo dalle origini. C’è chi sceglie questo mestiere per studio, chi per moda. Tu sembri nato direttamente tra i serbatoi.

Sono del 1982 e sono cresciuto a Barile, nel cuore del Vulture. La mia scuola elementare era letteralmente di fronte alla cantina di famiglia, la Paternoster. Ricordo che passavo le ore con la testa girata verso la finestra: non guardavo la lavagna, contavo i camion di uva che arrivavano. Per me il tempo non si misurava in ore, ma in carichi di Aglianico. Appena suonava la campanella, correvo dentro. I miei nonni abitavano sopra la cantina; io studiavo in ufficio tra i campioni e poi passavo il resto del tempo con gli operai e i tecnici. È stato il mio parco giochi, la mia scuola di vita.

Tuo padre però voleva un futuro diverso per te.

Mio padre è un medico, una persona solida. Mi chiese un solo regalo: la maturità classica. Gliel'ho data, ma il secondo dopo il diploma ero già su un treno per Conegliano Veneto. Non avevo dubbi. Lì ho studiato, ma la verità è che sui libri davo solo un nome scientifico a cose che avevo già visto fare mille volte da mio bisnonno Anselmo e da mio nonno Giuseppe. Ero un privilegiato perché sapevo già cosa volevo fare, ma ancora non potevo immaginare quanto la strada sarebbe stata in salita.

Torni in Basilicata con la laurea in tasca, ma qualcosa si rompe.

Tornare nell'azienda di famiglia è stato l'inizio del mio vero apprendistato, ma anche della mia crisi. Ero giovane, avevo le mie idee e la mia figura si sovrapponeva inevitabilmente a quella di mio zio. C’è stato uno scontro di visioni. Ho capito che se volevo dimostrare quanto valessi davvero, dovevo smettere di essere "il nipote di" o "il figlio di". Per orgoglio, e per un bisogno quasi fisico di indipendenza, me ne sono andato. Ho lasciato le sicurezze per l'ignoto.

E sei finito da Roberto Cipresso

È stata l’università del mondo. Roberto in quel periodo era una figura quasi mitologica, un enologo capace di spaziare dal Brunello di Montalcino ai progetti in Argentina. Entrare nella sua orbita significava smettere di guardare solo il proprio campanile e iniziare a ragionare su scala globale. Per me, che venivo dalla dimensione protetta di Barile, è stato uno shock culturale e tecnico pazzesco. Mi ha dato una fiducia enorme: ero diventato il suo braccio destro per tutto il Centro-Sud Italia. Gestivo cantine, prendevo decisioni, firmavo progetti. Mi sentivo arrivato, o quasi. Ma è proprio quando pensi di aver toccato il cielo con un dito che il terreno ti frana sotto i piedi.

Poi arriva quel Vinitaly che ha cambiato tutto. Raccontaci quel momento difficile, senza filtri.

Il Vinitaly è una bolla: adrenalina, contatti, calici che girano. Durante i giorni della fiera ci fu un malinteso, o forse semplicemente si era esaurito un ciclo. Roberto vide qualcosa che non gli piacque, o forse interpretò male un mio contatto con un'azienda. Non ci fu una discussione immediata. La batosta arrivò la sera, nel silenzio surreale del post-fiera. Alle dieci e mezza mi squilla il telefono. Poche parole, gelide: «Fabio, da oggi la nostra collaborazione finisce qui». Senza preavviso, senza un confronto. Mi è crollato il mondo addosso. Non era solo un licenziamento, era la cancellazione istantanea dell’identità professionale che avevo costruito con tanta fatica. Ero appena diventato papà, mio figlio aveva pochi mesi, e mi sono ritrovato per strada.

Come si riparte da zero?

Avevo due strade: piangermi addosso o usare quella bruciante sensazione di ingiustizia come carburante. Ho scelto la seconda. Quella rottura traumatica è stata la mia fortuna, perché mi ha costretto a diventare "Fabio Mecca" e non più l’ombra di qualcun altro. Ma il prezzo è stato altissimo. Ho vissuto mesi difficili, fatti di viaggi al limite della sussistenza. Ho iniziato a propormi con totale umiltà, accettando consulenze da 100 euro al mese in aziende a 300 chilometri di distanza. Spendevo più di gasolio di quello che guadagnavo. Ricordo trasferte in cui non avevo letteralmente i soldi per mangiare: bevevo l'acqua dei rubinetti nei bagni pubblici per non spendere quegli ultimi euro che servivano a casa per la spesa. Ho dormito in macchina, ho preso porte in faccia da chi fino al giorno prima mi osannava solo perché ero l'assistente del maestro. Ma ogni "no" diventava benzina. Sapevo che se avessi resistito, la mia idea di vino sarebbe emersa.

E come è emersa?

In quegli anni di fame ho imparato a leggere la terra in modo brutale, diretto. Senza budget e senza paracadute, dovevo far parlare i vini. E i vini hanno iniziato a urlare. Ho capito di avercela fatta quando quelle stesse aziende che mi avevano voltato le spalle hanno ricominciato a cercarmi; non perché fossi il braccio destro di qualcun altro, ma perché volevano la mia testa, il mio approccio. La mia vera rinascita è stata riappropriarmi del mio cognome, ma stavolta con una consapevolezza che nessuno avrebbe più potuto scalfirmi. Oggi, quando entro in una cantina nuova, non porto sul tavolo solo la laurea: porto quella fame, quella rabbia trasformata in precisione tecnica e, soprattutto, la capacità di ascoltare un territorio.

Oggi, finalmente, sei un professionista affermato, fai consulenza ad oltre 20 cantine. Come selezioni le persone con cui lavorare?

Guardo gli occhi delle persone. Può sembrare una frase fatta, ma è l'unica cosa che conta. Io aiuto il produttore a realizzare ciò che desidera, ma a una condizione invalicabile: non si tradisce il vitigno. Oggi il mercato chiede a gran voce vini "agili", spesso piallati, rassicuranti e standardizzati. Se un produttore viene da me e mi dice: «Fabio, fammi un Aglianico dolce, rendimelo piacione perché così lo vendo più facilmente», io mi rifiuto. Dico di no. Non è superbia o rigidità, è dignità professionale. Se accettassi, sarei un esecutore di marketing, non un enologo.

È una presa di posizione netta in un mondo in cui il tecnico viene spesso visto come un "correttore" della natura a uso e consumo del cliente.

Esatto. In passato la figura dell'enologo è stata troppo interventista, quasi muscolare. Si pensava che più la firma del tecnico fosse riconoscibile nel calice, più il vino fosse fatto bene. Per me è l'esatto opposto: se bevo un vino e ci riconosco subito la mano dell'enologo, abbiamo fallito entrambi. L'enologo deve essere un conservatore. Il mio compito è proteggere l'integrità di quello che la vigna ha espresso nell'annata, difenderlo dalle deviazioni e dalle ossidazioni, ma senza mai piallarne l'anima e il carattere. Se manca questo rigore etico, se non si ha il coraggio di dire chiaramente al produttore che la terra non può essere manipolata a piacimento, allora stiamo solo vendendo bottiglie. Non stiamo facendo cultura, stiamo facendo commercio. Quando firmo una bottiglia, io metto la mia faccia su quella verità terrena, non su un compromesso commerciale.

Fammi un esempio per comprendere meglio….

L'Aglianico è il banco di prova perfetto. È un vitigno ostico, fiero, scorbutico, con una maturazione fenolica complessa che non ammette la minima distrazione. Molti errori del passato nascevano dal vendemmiare guardando solo il grado zuccherino, ottenendo tannini verdi e taglienti. Bisogna avere il coraggio di aspettare la perfetta maturazione dei polifenoli, accettando anche timbri alcolici importanti pur di avere una trama tannica nobile. Oggi molte aziende lo stanno snaturando per renderlo rassicurante e immediato. Io non ci sto. Guardiamo a cosa ha fatto Marco Caprai con il Sagrantino di Montefalco: ha mantenuto intatta la sua natura fiera e l'ha protetta, imponendola al mondo. L'Aglianico deve fare lo stesso percorso. Il vino deve essere lo specchio della verità, e la verità a volte sa essere dura. Non esiste e non esisterà mai un grande Aglianico senza il suo tannino.

Fabio, si parla spesso di aree "sotto il radar" capaci di stupire nel prossimo futuro. Qual è la tua geografia del potenziale inespresso?

Guarda, ci sono zone rimaste a lungo nell'ombra o che sono state penalizzate da letture troppo industriali e commerciali, ma che oggi vibrano di una fame di riscatto pazzesca.

Partendo dalla Campania, scommetterei senza esitazione sulla Terra di Lavoro nel Casertano. È un territorio che, nonostante la presenza storicizzata di alcuni grandi nomi, si trova ancora un passo indietro rispetto alle sue reali e immense potenzialità; ha un disperato bisogno di uscire definitivamente dall'oscurità. 

Scendendo in Puglia, guardo con enorme interesse al Tavoliere alto, nella zona di Troia. Parliamo di una terra particolarissima, con una 'crosta' del suolo importante e tenace che regala ai vini una spina dorsale e un carattere unici, a patto di saper assecondare la vigna senza forzature. 

In Basilicata, la mia terra, vedo margini di crescita enormi in due areali specifici: l’Alta Val d’Agri e la zona del Grottino di Roccanova. Sono terre dalla vocazione agronomica altissima che devono però ancora trovare una loro 'performance' stilistica collettiva, definita e, soprattutto, costante nel tempo. 

Arrivando in Calabria, più che di confini geografici mi piace parlare di vitigni. Penso a bianchi straordinari come il Pecorello o il Montonico Bianco: varietà che possiedono una motivazione agronomica specifica e una profondità espressiva tale da meritare un percorso serio di valorizzazione, lontano dalle mode internazionali. 

Infine, spostandoci sulle isole, in Sardegna cito la forza espressiva del Sulcis, un territorio di una potenza e di una solarità impressionanti. E concludo con la Sicilia, dove mi affascina la parabola di Alcamo. Per decenni è stata una terra identificata con i grandi numeri e le produzioni di massa; oggi, invece, stiamo assistendo a una splendida rinascita artigianale, quasi sartoriale. Lì si può fare un lavoro monumentale sui vini bianchi, riportando la purezza del vitigno al centro del calice, senza ricorrere a scorciatoie tecnologiche.

Per chiudere questa nostra chiacchierata: cos'è per te il vino oggi?

Il vino non deve essere un anestetico rassicurante. Il vino deve emozionare, deve scuotere e, a volte, ha persino il dovere di disturbare. Deve avere il coraggio ancestrale di mostrarsi imperfetto, se quell’imperfezione è la voce autentica dell'annata e del territorio. La mia idea di vino è speculare alla mia vita: deve avere carattere, spigoli e non deve mai avere paura di dire la verità. Il vino è come il sangue: non ammette finzioni. Quando firmo una bottiglia, so perfettamente che dentro quel liquido ci sono anche l'acqua del rubinetto di quei bagni pubblici e tutti i chilometri che ho macinato a stomaco vuoto. È esattamente lì, in quel punto esatto in cui la fatica incontra la terra, che risiede l'anima e il senso profondo di quel miracolo chiamato vino.

MenoDodicIGP: Campania Aglianico IGP “XIV”


di Luciano Pignataro

Un Aglianico prodotto da chi poppava Aglianico. E’ il XIV, nome scelto dalla passione per la cabala che vede questo numero ripetersi in più di una occasione, a cominciare dai 14 filari da cui nasce a Taurasi. Lo propone Giacomo Pastore, scout taurasino e profondo conoscitore di questo vitigno, presente nel catalogo della cantina realizzata con la moglie Flora Tranfaglia. 


Un rosso fresco, solo acciaio, 4000 mila bottiglie da bere sui robusti piatti della tradizione irpina. Da stappare subito, senza rimpianti, sulla maccaronara al sugo o sui mugliatielli di agnello, in allegria insieme agli amici.

Prezzo medio sul web: 11 euro