InvecchiatIGP: Col Vetoraz - Valdobbiadene Brut DOCG 2010


di Stefano Tesi

Le bollicine disperse in qualche angolo della cantina sono un classico per chiunque si diletti in cose di vino. E ogni volta che si ritrova qualche “giacimento”, la reazione è sempre la stessa. Duplice. La prima è: “accidenti, non mi ricordavo per niente di questa bottiglia, come è finita qui? Sennò l’avrei bevuta prima”. La seconda, invece, è più drastica: “sarà ancora buona?”.


Domanda che implica un’ulteriore variabile dettata dalla teorica longevità del vino, nel senso che tanto più si considera lo spumante in parola nato per essere consumato presto e tanto minore è di norma la speranza (e quindi maggiore il pregiudizio) che possa essersi mantenuto bene.

Ovviamente, non resta che provare.

Quando ho rimosso la capsula e la gabbia di questo Col Vetoraz Valdobbiadene Brut DOCG 2010 (fatto in autoclave, con 8% di residuo zuccherino) e ho messo mano al tappo, qualche timore in effetti l’ho avuto: diciamo che appariva piuttosto stagionato, con tutte le potenziali conseguenze.


Versato nel bicchiere, il vino si è presentato però di un bell’oro intenso, carico e brillante, con spuma cremosa e perlage lento, finissimo.

Ero curiosissimo di provare le sensazioni olfattive.

Le attese note di mela, frutti bianchi e agrumi hanno lasciato il posto a una lenta sequenza di miele di acacia, toffees e datteri immersa in una diffusa atmosfera di incenso, di cera e – per chi ha presenti certi ambienti – di sacrestia.


In bocca la briosità è fatalmente perduta, ma emerge un’eleganza composta e saggia, lunga, piacevole nei suoi echi di frutta secca e mandorle, appena sapidi, che mi hanno fatto accompagnare il vino a tutta la cena e alla conversazione successiva. 
Il che non è poco. Quasi quasi torno in cantina a vedere se ne avessi dimenticata un’altra bottiglia.

Casale dello Sparviero - Chianti Classico DOCG 2019


di Stefano Tesi

In quest’afoso luglio, se bevuto appena più fresco si fa dissetante e mantiene tutta la sua invitante fragranza, senza perdere nulla dell’agile robustezza. 


Scaldandosi un po’ la mammola si arrotonda, l’alcool emerge e il sorso si arricchisce, ma con la bella naturalezza del compagno ideale per il tonno del Chianti che ho nel piatto.

A Volterra, alla scoperta dei vini di Monterosola!


di Stefano Tesi

Chi fa questo mestiere non deve mai fermarsi alle apparenze, anche se a volte queste sembrano messe lì per non farti guardare oltre. Non è certamente il caso di Monterosola, l’azienda volterrana che sono riuscito a visitare qualche settimana fa dopo infiniti tira e molla pandemici.


Sebbene anche qui, a fianco del vino, di cose da osservare ce ne siano molte: da un’architettura imponente che non tutti apprezzano (ma costruita interamente con una pietra rara, il panchino di Pignano, un materiale antico a km zero) a una cantina gravitazionale, operativa dalla vendemmia 2018 e realizzata per intero all’interno di un’intercapedine d’aria con pompe di calore che servono l’intera struttura, da almeno un paio di scorci cartolineschi (siamo a 440 metri s.l.m. e nei giorni fortunati si vedono i monti della Corsica innevati) alle famose installazioni di Mauro Staccioli da toccare praticamente con mano.


Gli occhi del cronista invece, prima di dedicarsi agli assaggi, sono caduti su due dettagli senza dubbio meno glamour, ma assai importanti: l’interessante esperimento, condotto con le università di Pisa e di Bologna, della semina sotto i filari del trifoglio sotterraneo permanente per l’inerbimento (tutti i 125 ettari dell’azienda, dei quali 23 a vigneto, sono certificati biologici fino all’imbottigliamento, ma in etichetta il bollino non è ancora rivendicato) e 4 ettari di oliveto che, oltre alle classiche varietà Frantoio, Leccino e Pendolino, comprende anche il Lazzero della Guadalupe, una rara cultivar locale salvata dall’estinzione.


Da quando, nel 2013, Monterosola è stata acquisita dalla famiglia Thomaeus (industriali svedesi di origine scozzese, ndr) – dice il general manager Michele Senesi, che mette nel racconto anche il coinvolgimento di chi è nato e vive a pochi km da qui – sono cambiate molte cose rispetto alle origini. Dal 2015, in particolare, quando fu decisa la costruzione della nuova cantina e un progressivo cambio stilistico dei vini che, sotto la guida di Alberto Antonini, nostro enologo fin dal 2008, ha visto ovviamente una decisa svolta tre anni fa, con l’entrata in funzione della nuova cantina”.


Cambio che è molto evidente nei bianchi, aggiungiamo noi, ed è ancora in divenire nei rossi, alcuni dei quali risentono della passata impostazione e della vecchia cantina. 
Ecco perché, ad esempio, ci ha convinto il Per Terras 2018, un Toscana IGT, 100% Cabernet Franc da vigne nuove fatto in botte grande: nella sua evidente gioventù ha un tratto varietale molto marcato, esuberante sì ma niente affatto invasivo ed anche in bocca ha una levità quasi croccante che, tutt’altro che banale, lo rende viceversa sciolto e sapido.


Bene anche l’Indomito 2016, Toscana IGT al 75% di Syrah e al 25% di Cabernet Sauvignon, vino molto centrato e compatto, elegante e piacevole al naso, con una bocca opulenta, goduriosa, importante ma non – fondamentale! - noiosa nè prevedibile.


Ci sono piaciuti un po’ meno, per la mera questione stilistica legata all’uso massiccio del legno, il Corpo Notte 2016, Toscana IGT al 70% di Sangiovese e al 30% di Cabernet Sauvignon, e il Canto della Civetta, Toscana IGT Merlot al 100%.


Merita invece di essere atteso il Crescendo 2016, Toscana IGT al 100% Sangiovese che, sebbene per impostazione e struttura ricalchi e forse perfino superi i due precedenti, ha le qualità per ingentilirsi e mettere a freno certi eccessi.

Decisamente più agili i bianchi.

Il Cassero 2019, IGT Toscana al 100% di Vermentino, ha un bel naso pulito e varietale, a tratti quasi pungente, mentre in bocca è salato, molto netto, solido e piacevole.


Più evoluto e complesso il Per Mare 2018, Toscana IGT al 100% Viognier: un oro limpidissimo e brillante per un naso delicato, appena metallico, accenni di pietra focaia e olio minerale, mentre in bocca ha un lungo finale amarognolo.


Sullo stesso livello si colloca il Primo Passo 2018, Toscana IGT al 40% Grechetto, al 40% Incrocio Manzoni e al 20% Viognier, con un naso elegante e asciutto ma discretamente fruttato, mentre al sorso rivela grande lunghezza, bella acidità e una sapidità che sconfina nell’amarognolo.


Chi passa da Volterra ci faccia un pensierino: si può fermarsi, degustare, visitare ed acquistare direttamente.

InvecchiatIGP: Tenuta San Francesco - Costa d'Amalfi Bianco DOC "Per Eva" 2011


di Luciano Pignataro

Questo bianco nasce a Tramonti, l'unico comune della Costa d'Amalfi che non ha sbocco al mare ma che costituisce il retroterra agricolo ricco di biodiversità di questo meraviglioso territorio. Non è famoso come il Fiorduva di Marisa Cuomo ma tra gli appassionati è ben conosciuto per la sua finezza e la sua eleganza. 


Dobbiamo dire che le caratteristiche 
di questo areale, anzi, le condizioni pedoclimatiche, complessivamente parlando, sono molto favorevoli alle uve bianche. In primo luogo lo strato più superficiale è stato "irrorato" dalle eruzioni del Vesuvio, alcune delle quali hanno anche seppellito le antiche ville dei Romani in questo lembo di costa. Una condizione che ha salvato centinaia di ceppi a piede franco. In secondo luogo è una viticultura del freddo e di alta quota, parliamo di circa 500 metri di altezza, anche 600 in questo caso, perchè la Vigna dei Preti
dove si allevano la falanghina, la pepella e la ginestra che compongono il vino è uno dei punti più alti della Costiera, un tratto battuto dai venti di mare e di terra che mantengono puliti i grappoli. Fatte queste premesse, aggiungiamo che si tratta di una vinificazione semplice, in acciaio, con breve sosta sulle fecce, da una selezione dei migliori grappoli. 


Ed è così che il Per Eva rivela una grande energia da giovane, ma con il tempo, in questo caso dieci anni, si rappresenta con
una maturità profonda al naso e al palato ed una grande complessità in grado di competere con qualsiasi altro vino bianco di questa età.


Frutta, note fumè e di idrocarburi all'olfatto, grande spinta fresca, ricca di energia, al palato. Il sorso è lungo, piacevole, è un vino che potrebbe entrare come pirata in qualsiasi batteria facendo bella figura. La 2011, ricorderete, è stata annata molto calda a partire da Ferragosto, quando l'estate sinora fresca è divenuta torrida per altri 30 giorni. questo caldo ha fatto benissimo alla maturazione di zone fredde come la frazione Ponte dove si trova Vigna dei Preti. 


In conclusione: invitiamo severamente gli appassionati a conservare le bottiglie di "Per Eva" e a iniziarle a stappare non prima dei sei, sette anni di vita come testimoniano ripetute esperienze sul campo.

Lungarotti - Torgiano Rosso DOC "Rubesco" 2010


di Luciano Pignataro

Una vecchia magnum sepolta da altre ha bussato nella porta della mia memoria per farsi bere. 


Sangiovese e un po' di Colorino, fermentazione
in acciaio, poi un anno di legno e uno di bottiglia. Così il vino bandiera di Lungarotti ha riscaldato un bel pranzo di famiglia: fresco ed efficace sul cibo.

La Masserie - Sensus Pallagrello 2008


di Luciano Pignataro

Quanto vive il Pallagrello Nero? Beh, almeno quanto l’Aglianico, sebbene abbiamo uno storico che non va oltre il 1998, primo anno di vinificazione dell’azienda Vestini Campagnano, quando Manuela Piancastelli, il marito Peppe Mancini e l’avvocato Amedeo Barletta iniziarono questa avventura con il supporto di Luigi Moio. 
Certo dopo i dieci anni è ancora bello pimpante, come abbiamo avuto di accertare con questa magnum del 2008 di una piccola azienda, La Masserie, adesso condotta da Sara Carusone. 


Siamo conservatori nelle bottiglie, e questa magnum era sepolta in cantina dopo una visita all’azienda di Bellona, in provincia di Caserta, fatta nel lontano 2012. Nonostante il vino avesse già quattro anni, decisi di aspettare.
Le cantine, si sa, sono un po’ come le biblioteche, soprattutto quelle di campagna dove bottiglie vanno su bottiglie non sempre con un ordine preciso. Proprio durante un repulisti generale ho pensato che fosse arrivato il momento di aprire il Sensus 2008 de La Masserie in magnum per abbinarlo ad un bel ruoto di pasta alla siciliana al forno. Il tema dell’invecchiamento è quello che più mi affascina nel mondo del vino: quando aprire una bottiglia? E’ giusto averle subito pronte o, piuttosto, il bello è capire quando l’evoluzione è allo zenith per stapparla. Solo l’esperienza ce lo può dire con chiarezza, ma nel caso del Pallagrello, appunto, non abbiamo un grande storico e si procede a tentativi. Siamo abbastanza sicuri della sua longevità per la vena acida prepotente, i tannini, l’alcol che lo hanno fatto confondere con l’aglianico per lungo tempo nonostante il grappolo piuttosto spargolo.


Rispetto all'"Aglianico", il "Pallagrello nero" presenta tutte le fasi fenologiche anticipate di circa 7 giorni. Infatti, il germogliamento avviene tra la prima e la seconda decade di aprile; la fioritura è a cavallo tra maggio e giugno; l'invaiatura cade tra l'inizio e il 20 di agosto, mentre la vendemmia va programmata per la prima decade di ottobre.


Gli studi condotti da Antonella Monaco evidenziano che il Pallagrello mostra una produttività maggiore rispetto all’Aglianico, vitigno utilizzato nella sperimentazione come varietà di riferimento. Infatti, la produzione unitaria e il peso medio del grappolo sono stati sensibilmente più elevati per il Pallagrello nero rispetto all'Aglianico (6.14 kg/pianta contro 3.34 kg/pianta per la produzione; 251,2 g. e 171 g per il peso del grappolo). Maggiore è anche il vigore vegetativo, come risulta dalla valutazione della quantità di legno di potatura invernale (1.37 kg/pianta contro 1.02 kg/pianta per il legno). Di questa uva ci sono al momento poche tracce storiche, e aspettiamo con ansia il prossimo libro di Manuela Piancastelli sul tema, sappiamo che Ferdinando d Borbone lo aveva inserito, insieme al Pallagrello Bianco, nella famosa Vigna del Ventaglio voluta dalla casa reale, sempre attenta alla viticultura e all’agricoltura, con le varietà più diffuse, ciascuna delle quali costituiva un filare. Oggi è diffusa soprattutto in provincia di Caserta, principalmente nei comuni di Alife, Alvignano, Caiazzo e Castel Campagnano dove era chiamata Coda di Volpe nera a causa della forma del grappolo.


Come speso capita in campagna, il successo è imitato e dopo quello della Vestini Campagnano, soprattutto dopo i successi di Terre del Principe fondata da Manuela Piancastelli con Peppe Mancini sempre sostenuti da Luigi Moio, molti hanno cominciato ad imbottigliarlo in purezza con buoni risultati. Si è trattato di una vera e propria piccola rivoluzione in questo territorio incontaminato che ha segnato un ulteriore passo in avanti della Campania verso la scelta di usare solo vitigni autoctoni, strategia culturale e commerciale che si è rivelata vincente a questa regione perché ha potuto surfare l’onda italiana nonostante le sue piccole dimensioni produttive.
I ritardi di organizzazione e di cooperazione fra le aziende non hanno favorito l’espandersi della fama di questa uva che resta però una chicca interessante per tutti gli appassionati proprio per le caratteristiche del vino che ne fanno un rosso rustico, di corpo, gastronomico, piacevole.


Proprio come questa vecchia magnum, in cui i tannini sono stati levigati dal tempo presentando un naso ricco di frutta ancora fresca in un cornice leggermente fumè, al palato una freschezza in buon equilibrio anche grazie al rapporto fra frutto e legno molto ben giocato.

InvecchiatIGP: Dorigati - Teroldego Rotaliano Diedri 2003


di Carlo Macchi

Il Teroldego Rotaliano è uno dei miei vini del cuore e questo di Dorigati è sempre stato tra i preferiti perché riesce a miscelare potenza con rotondità e perfetto uso del legno. Non è facile fare un Teroldego Rotaliano (scusate se insisto sul termine “Rotaliano” ma quelli fatti in altre zone, anche vicine, sono diversi) perché devi modellare e mixare la belluina presenza di antociani con l’atavica scarsità di tannini, riuscendo a portare a maturazione un vino che, anche a causa di pH quasi “arrendevoli” (3.70- 3.80) rischia di nascere piatto oppure con tannini verdi.


Le strade che ha cercato il Teroldego per farsi conoscere e riconoscere (anche se spesso non lo riconosciamo visto che purtroppo entra come taglio in tanti vini blasonati…) sono state diverse e non tutte per me hanno portato a migliorare il vino e a farne capire le reali possibilità.

Paolo Dorigati

Paolo Dorigati, anima del gruppo di giovani produttori “Teroldego Revolution” (ve ne parlerò in un prossimo articolo) mi ha stappato questo 2003, lasciandomi a naso e bocca aperta. A parte il colore che sembra non degradare mai il naso è un insieme potentissimo che in prima battuta ricorda i grandi Bordeaux del Medoc grazie a note di cassis, di paglia, di liquirizia e a raffinate note floreali e vegetali, il tutto perfettamente armonizzato dal legno. La bocca è concreta ma docile: i tannini sono perfettamente fusi, setosi ma delineati. Lunghissimo e equilibrato chiude con misurata dolcezza tannica, lasciandosi ancora del tempo per stupire.