Villa Dora - Lacryma Christi Bianco "Vigna Vulcano" 2008

Villa Dora da molti anni si dedica alla produzione di bianchi longevi, è stata la prima azienda campana ad organizzare la vendita in cassetta di più annate di Lacryma Christi, una vera e propria rivoluzione nel territorio vesuviano dove per secoli si è venduto il vino prima della vendemmia successiva per dissetare le mille osterie della grande città. 


Un progetto iniziato nel 2002 per la precisione e che si è affermato anno dopo anno. Questa etichetta, blend di Falanghina e Coda di Volpe, 
adesso curata dal bravo enologo lucano Fabio Mezza, è ormai una garanzia e sono numerosi i sommelier degli stellati che hanno messo questo Vesuvio da bere in carta.


Questo bicchiere non è esuberante, ma sottile e delicato, ha la 
straordinaria capacità di mantenere la freschezza tipica ed esuberante della Falanghina, avvolta nel naso piacevolmente fruttato della Coda di Volpe. Il suo nero di sabbia vulcanica si fa ben sentire nel finale amarognolo e, nel corso degli anni, con la straordinaria e incredibile evoluzione olfattiva che porta il bicchiere nell'inesplorato mondo dei sentori di idrocarburi e del fumè. 


Il risultato è dunque quello di un bianco esile ma longevo, un vecchietto che corre la maratona di New York, da abbinare assolutamente alla buona cucina di mare della Costa anche se noi preferiamo godercelo
piano piano smozzicando un latticino fresco dei vicini Monti Lattari. Una grande prova di forza, che ha fatto fare a Villa Dora della famiglia Ambrosio un deciso passo in avanti nella qualificazione della propria proposta.

Chartron et Trébuchet - Chablis 1er Cru Beauroy 2018


di Luciano Pignataro

Chartron et Trébuchet è una delle grandi firme di Famille Helfrich, a capo del gruppo Les Grands Chais de France.


Questo Chardonnay, 
vinificato e affinato sulle fecce in acciaio ci ha colpito per la freschezza floreale, il buon corpo, una beva immediata che fa subito finire la bottiglia.

Tenuta Fontana - Asprinio di Aversa DOC "Alberata" 2018


di Luciano Pignataro

La vite è pianta che ama maritarsi e di questa spiccata vocazione abbiamo quasi perso le tracce con la nascita della viticultura specializzata. Eppure, restano tracce incredibile di come questa pianta si sia adattata ad ogni condizione nel corso dei secoli, riuscendo a coprire un solo terrazzamento in Costiera amalfitana, oppure contribuendo all’agricoltura a due piani con la pergola.


Forse una delle espressioni più spettacolari è la vite maritata nell’Agro Aversano di cui esistono ancora pochissime ma spettacolari tracce, viti definite impropriamente ad Alberata mentre il termine tecnico preciso è piantata. Qui a farla da padrona è l’uva Asprinio, stretta parente del Greco di Tufo secondo recenti ricerche sul dna, un vitigno che molto probabilmente è stata gestita per la prima volta dagli Etruschi. Uno degli aspetti più interessanti della viticultura campana è proprio questo incrocio fra la tecnica etrusca e quella greca che si incontrarono/scontrarono nell’isola d’Ischia ma che si confrontarono lungo quasi tutta la regione perché le tracce etrusche sono ampiamente confortate dal Museo di Pontecagnano a Sud di Salerno e sicuramente si spinsero nella Piana del Sele in direzione di Paestum, lì dove poi i romani fissarono i confini amministrativi, fra la Campania Felix e la Lucania.


Ad Aversa le viti sono sostenute dai pioppi la cui altezza media si aggira fra i dieci e i 15 metri. Per vendemmiare p necessaria una vera e propria conoscenza della tecnica tramandata di generazione in generazione che tiene quasi sospesi i contadini su scale altissime. In queste zone, durante la formazione delle alte spalliere e durante i lavori di potatura secca, i tralci delle viti vengono sistemati in senso verticale in modo da formare un ventaglio aperto.

Alberata

Scrive W. Goethe nel suo "Viaggio in Italia": “Finalmente raggiungemmo la pianura di Capua…. Nel pomeriggio ci si aprì innanzi una bella campagna tutta in piano…. I pioppi sono piantati in fila nei campi, e sui rami bene sviluppati si arrampicano le viti…. Le viti sono d’un vigore e d’un’altezza straordinaria, i pampini ondeggiano come una rete fra pioppo e pioppo”. Girando fra Aversa e Casal di Principe è ancora possibile godere di questo spettacolo.


Ecco dunque spiegato il fascino di questa beva, un vino decantato da Soldati nel suo Viaggio in Italia e da Veronelli che nasce da piante a piede franco sopravvissute grazie alle caratteristiche del suolo vulcanico. Parliamo di una azienda giovane perché l’imbottigliamento è iniziato solo ne 2009, ma di lunghissima tradizione familiare che risale almeno a cinque generazioni, la cui ultima è rappresentata da Mariapina e Antonio Fontana sostenuti dai genitori Raffaele e Teresa Diana. Azienda a cavallo tra l’Aversano e il Sannio, precisamente l’area del Fortore dove si coltivano aglianico, sciascinoso e falanghina mentre nell’Aversano ovviamente tutti gli sforzi sono diretti alla valorizzazione dell’Asprinio. La produzione è seguita dall’enologo fiorentino Francesco Bartoletti.

Asprinio

La fermentazione avviene in anfore di terracotta a temperatura controllata, a cui segue un affinamento, sempre in anfora, di sette mesi con permanenza sulle fecce fini e infine altri due mesi in bottiglia prima di entrare il commercio. La spericolata vendemmia avviene in genere alla fine di settembre o all’inizio di ottobre.


A distanza di quasi tre anni il bianco conserva la sua vibrante acidità, note agrumate di cedro e di miele al naso, beva spedita e fresca con un sottofondo amaro che chiuse lasciando il palato pulito. 
Una bella esperienza, un esempio di biodiversità da conservare e tutelare.

InvecchiatIGP: Tenute Rubino e il loro Primitivo IGT Visellio 2003


di Carlo Macchi

Sono convinto che Alice, quando si affacciò nel pozzo che la portò nel Paese delle Meraviglie, fosse meno sorpresa di me nel momento in cui mi sono affacciato al bicchiere dove avevo versato il primo sorso di questo stupefacente primitivo.
Ti aspetti ossidazione e alcol e invece trovi frutta matura bella concreta come prugna e ribes, accanto a fresche ma complesse note balsamiche, con liquirizia in prima fila.


Bocca rotonda ma viva, con la classica dolce pienezza dei “non tannini” vellutati del primitivo. Sorso dopo sorso il mio stupore aumentava come si moltiplicavano le sensazioni olfattive, che portavano verso il sangue e una solare macchia mediterranea.


Di fronte a cotanto vino e a tale sorpresa i miei occhi erano spalancati come quelli dello stregatto, il mio naso vibrava come quello del Cappellaio Matto dentro alla tazza di tè, la mia bocca era deliziata da questo vino che ad ogni sorso, come il fungo nella storia di Carrol, da una parte cresceva d’importanza e profondità e dall’altra rimpiccioliva nel bicchiere. Veramente un vino delle meraviglie!

Prezzo dell’annata in commercio sui 25 Euro.

Gini - Soave Classico La Froscà 2014


di Carlo Macchi

Chiamatelo Soave “base” del 2014 e da lì cominciate a salire e a stupirvi non solo per la freschezza ma per la pienezza del sorso e la profondità aromatica. 


La vendemmia 2014, accanto a tanta roba “da 2014” porta con sé un discreto numero di grandi vini. Questo è forse uno dei più sorprendenti. Chapeau!

Biodinamico "equiparato" al biologico: perché è una grande opportunità per tutti


di Carlo Macchi


Art. 1: La produzione biologica viene definita attività di interesse nazionale con funzione sociale e ambientale. Il metodo di agricoltura biodinamica viene equiparato al metodo biologico nei limiti in cui il primo rispetti i propri disciplinari e i requisiti previsti a livello europeo per produrre biologico.

Questo è il primo articolo della normativa approvata il 19 maggio scorso e su queste parole si è scatenato un inferno mediatico che difficilmente è riuscito a far ragionare ma solo a far prendere posizione su due barricate diverse, che non hanno mai avuto l’opportunità e l’intenzione di comunicare se non a cannonate.


La cosa che, da non sostenitore della biodinamica e nello stesso tempo “fustigatore” della chimica nel vigneto, mi viene in mente è che queste poche parole siano non tanto un riconoscimento della biodinamica ma un modo per portare la biodinamica a ragionare con il settore enologico/scientifico (mi si passi il termine) più prossimo. In altre parole se un produttore biodinamico vuole i contributi non solo dovrà lavorare in regime biologico ma dovrà avere anche un ente certificatore che lo afferma, quindi sottostare a controlli che, volente o nolente, lo porteranno a confrontarsi con il mondo del biologico. 
Nello stesso tempo gli enti certificatori del biologico dovranno trovare un modo per convivere e per "creare ponti" con produttori che hanno idee e metodologie molto diverse per non dire agli antipodi.


Questi due mondi che si toccheranno potranno respingersi (ma non credo) o convivere. Prima magari da separati in casa ma in futuro potrebbero piano piano avvicinarsi e così far iniziare un dialogo che oggi, non so se per colpa di produttori o di accaniti e intransigenti sostenitori di questi mondi paralleli (i negazionisti della scienza e gli avvelenatori, tanto per usare termini con cui i due mondi si definiscono) non esiste.


Per questo vedo con piacere la scelta del legislatore, che però riuscirà ad essere propositiva solo se da una parte i produttori biodinamici e dall’altra gli enti di certificazione biologica faranno entrambi un passo avanti nell’ottica di progredire, di allargare i propri orizzonti e di arrivare a produrre vini “moralmente e fisicamente” migliori.

Chianti Classico Connection 2021 – Inno alla Gioia


di Augusta Boes

Dio salvi il Gallo Nero, la sua inventiva e la sua creatività!


E dopo la leggenda che lo vede protagonista determinante in una sfida tra Cavalieri nel Medioevo, il Gallo Nero quest’anno scrive una nuova e importante pagina nella storia del vino e del Chianti Classico perché riesce a portare il Made in Italy nel mondo sconfiggendo addirittura il malefico Covid-19. Adesso ditemi se anche questa impresa non entrerà a pieno titolo nella leggenda! E quindi, se il Mondo non può venire alla Casa del Gallo Nero, lui si industria, si attrezza, si organizza e parte alla conquista del Mondo pieno di buon vino e di tanto sano entusiasmo, perché il Mondo non debba mai restare senza Chianti Classico!


Ed è così che la storica rassegna Chianti Classico Collection, che ha sempre attirato addetti ai lavori e appassionati da tutto il mondo, quest’anno diventa Chiani Classico Connection e va in scena in 6 città di cinque paesi diversi: Chicago, Firenze, Londra, Monaco, New York e Tokyo in un incontro globale tra Produttori e Addetti ai lavori con webinar, masterclass, e degustazioni in presenza purtroppo ancora contingentate e solo su invito.


È la naturale evoluzione in un format che possa continuare ad essere di grande respiro internazionale anche in tempi di limitazione degli spostamenti e di restrizioni dovute alla pandemia, perché la produzione di Chianti Classico, tra Annata, Riserva e Gran Selezione, ha come sbocco principale il mercato estero per il 70%, con gli Stati Uniti che da soli ne assorbono il 33%. Ma non lasciatevi fuorviare troppo dalle statistiche e sappiate che i maggiori estimatori di questo grande vino continuiamo ad esse Noi, qui nel Bel Paese, con una domanda che assorbe il 20% della produzione totale, e se consideriamo che gli USA contano 328 milioni di abitanti e l’Italia 60, si fa presto a fare una botta di conti sul consumo medio pro-capite. Questo mi rincuora molto, e ancora di più il fatto che la domanda interna, così come quella globale, alla fine dei conti non abbia subito nessuna particolare contrazione durante la pandemia, nonostante la grave crisi del settore Ho.Re.Ca. Gli investimenti dei Produttori in e-commerce e in comunicazione B2C evidentemente sono stati molto efficaci e ampiamente ripagati.



Ma veniamo a noi, e a questa giornata di degustazione così diversa ma così ugualmente impegnativa ed emozionante. Il Consorzio ci ha ospitati in una cornice davvero suggestiva: il Chiostro Grande del Museo di Santa Maria Novella. Tavolini opportunamente distanziati, un software semplice ed intuitivo per gli ordini dal catalogo delle etichette presenti, e l’efficienza dei sommelier di sala, hanno consentito una degustazione davvero proficua e in assoluta sicurezza. Ci è piaciuto questo format? Ci è piaciuto perché ci ha consentito di assaggiare tante ottime bottiglie con concentrazione e tranquillità, in un contesto dove ha parlato esclusivamente il vino. Ci è mancato tanto il contatto e il colloquio con i Produttori però, che non erano presenti per ovvi motivi; ci è mancato il confronto con amici e colleghi, il loro contagioso entusiasmo e la loro allegria che rendevano l’aria così elettrizzante e piena di energia positiva. Ci sono mancate in sinesi le luci della ribalta che hanno sempre contraddistinto questa manifestazione rendendola sempre così squisitamente glamour!


Anche in questo caso però c’è da dire che l’inventiva del Gallo Nero è stata arguta e ammirevole; era difatti possibile chattare con i produttori volendo, prenotare incontri digitali con loro nonché visite in cantina. Devo ammettere che non ho usufruito di questo servizio perché non amo particolarmente la comunicazione virtuale. Personalmente in questi casi il contatto umano, l’essere vicini guardandosi negli occhi, sono cose che per me assumono una importanza imprescindibile: dopo tutto il vino è principalmente convivialità, e quanto era bello far festa tutti insieme! E così la parola resta esclusivamente ai calici che raccontano una annata, la 2019, che in una solo parola definirei Gioiosa! Calici intensi, profumati, giustamente scalpitanti e in linea con una esuberante giovinezza. Cavalli di razza che sfilano con armoniosa eleganza, ognuno con il suo stile ma tutti con la voglia e l’ardire di diventare grandi campioni. Per non parlare delle Riserve e Gran Selezioni, lì c’è poco da ardire, il sorso già appare disteso ed eloquente; la scelta consapevole di produrre qualità non è solo uno slogan, ma un impegno serio e appassionato che restituisce i suoi frutti alzando di anno in anno l’asticella dell’eccellenza.


Non è mia abitudine fare la lista dei miei dieci assaggi migliori, lascio ai colleghi più esperti e titolati di me l’arduo compito, anche perché avrei difficoltà a identificare l’undicesimo, il dodicesimo e così via. Vorrei però menzionare una etichetta, una sola, già menzionarne due sarebbe un torto a tutte le altre. Non sarà forse stata la più buona, ma è certamente stata la bottiglia giusta al momento giusto, il mio penultimo assaggio dopo una lunga giornata in cui hanno predominato la forza, i muscoli e l’esuberante giovinezza del sorso; ecco questa è stata una vera coccola, una carezza, un dolce rifugio.


Fattoria di Lamole – Chianti Classico Gran Selezione "Antico Lamole Vigna Grospoli" 2016 (100% sangiovese bio)

Meraviglioso! Una poesia in versi liquidi, una emozione profonda, così avvolgente, morbido, ampio ed equilibrato, con un bouquet didascalico di viola mammola, amarene, piccoli frutti rossi e dolcezza ematica, impreziosito da spezie dolci, arancia amara, e persistenti note balsamiche di erbe aromatiche.


Concludo con l’ultima grande novità dell’ingegnoso Gallo Nero, una novità che consentirà a tutti di poter progettare e realizzare la propria personalissima esperienza enogastronomica, culturale e artistica in questo meraviglioso angolo di paradiso tra Firenze e Siena. È la Chianti Classico Card, un vero e proprio passe-partout nel mondo del Gallo Nero; acquistandola si potrà di fatto scegliere fra le oltre 100 offerte delle Aziende vitivinicole che hanno aderito al progetto, visitare le Cantine, degustare i prodotti a marchio Gallo Nero, e godere degli innumerevoli tesori dell’Arte di cui questo territorio è ricchissimo. E allora tutti in Chianti Classico questa estate, con o senza mascherina poco importa, ma pieni di entusiasmo e voglia di riscoprire e di vivere appieno questo meraviglioso gioiello tutto italiano.