23 anni di vino in sei calici: la nostra verticale di Cavariola


di Lorenzo Colombo

Dovevamo concludere un lungo periodo della nostra vita nel mondo del vino ringraziando coloro che ci avevano supportato in quell’avventura durata ben 23 anni: cosa c'era di meglio se non gratificarli con una verticale di vecchie annate?


Cercando nella nostra cantina un vino che si prestasse a quest’occasione, e del quale avessimo un discreto numero d’annate, abbiamo optato per il Cavariola, che abbiamo sempre considerato uno dei più grandi vini rossi dell’Oltrepò Pavese. Prodotto da Paolo Verdi dell’azienda Bruno Verdi — situata a Canneto Pavese, nella frazione di Vergomberra (che dà il nome a un ottimo Metodo Classico) — il Cavariola, il cui nome corretto è Oltrepò Pavese Rosso Riserva Cavariola, è ottenuto con il classico uvaggio oltrepadano. La Croatina costituisce il vitigno principale con poco più del 50%, il Barbera occupa circa un quarto della composizione, mentre Ughetta e Uva Rara si dividono il resto più o meno in parti uguali.

Paolo Verdi

Prodotto per la prima volta nel 1985 (la bottiglia più vecchia ancora in nostro possesso è dell’annata 1989) con uve provenienti da un piccolo vigneto terrazzato posto su un ripido pendio chiamato per l'appunto Cavariola, è situato nel comune di Broni e suddiviso in quattro parcelle messe a dimora in epoche diverse. Dapprima in affitto, il vigneto è stato acquistato da Paolo Verdi nel 1990 e, ampliato nel corso degli anni, si sviluppa attualmente su 1,5 ettari. Il suolo è principalmente composto da limo con una buona presenza di calcare. Le viti più vecchie vantano un’ottantina d’anni d’età, mentre i successivi impianti risalgono al 1990, 2003 e 2006; il sistema d’allevamento è a Guyot, con una densità d’impianto di 5.500 ceppi per ettaro.


La vinificazione attuale prevede la fermentazione in tonneaux con follature manuali e una macerazione di 25 giorni. L’affinamento si effettua in barrique per 22 mesi; il vino viene quindi assemblato in vasche di cemento dove sosta per otto mesi, ai quali ne seguono altrettanti di riposo in bottiglia.


Iniziamo la nostra degustazione con un vino abbastanza giovane, ovvero quello dell’annata 2020, in modo da far capire le caratteristiche di questo prodotto nel momento in cui la maggior parte degli acquirenti solitamente lo consuma. Il suo colore è rubino intenso, profondo e luminoso. Al naso, molto elegante, si colgono sentori di frutto rosso maturo e note speziate di spezie dolci e cioccolato. Fresco in bocca, strutturato e con una nota alcolica piuttosto pronunciata, presenta un bellissimo frutto unito a note speziate e leggermente piccanti. Elegantissimo e pronto per essere colto nel suo momento di massimo splendore.


Procediamo poi con la nostra degustazione partendo dal vino più vetusto, ovvero quello dell’annata 1990. L’età si coglie già alla vista: il suo colore tende infatti al mattonato con un unghia aranciata. Al naso percepiamo sentori di caffè, vermouth e radici. Un poco vuoto in bocca, dove si colgono le note evolutive che sfociano in sentori di sottobosco e radici, con qualche accenno leggermente ossidativo. Il vino è comunque ancora vivo e perfettamente bevibile, soprattutto se pensiamo che ha ben 36 anni d’età.


Un salto di sette anni ci porta all’annata 1997 e qui le cose cambiano completamente, soprattutto alla vista e all’olfatto. Il vino ha infatti un bel color granato di buona profondità. Intenso al naso, presenta sentori d’erbe aromatiche essiccate e un frutto ancora ben presente. In bocca lo troviamo un poco vuoto, con una trama tannica ancora ben percepibile; discreta la sua persistenza. Si tratta del vino che abbiamo meno apprezzato, frutto di un’annata che in quasi tutta Italia fu considerata memorabile, ma che poi col tempo ha mostrato i suoi limiti.


Passiamo quindi all’annata 1998, che ci dona un vino dal color granato, profondo e luminoso. Mediamente intenso al naso, elegantissimo, balsamico. Buona la sua struttura, il tannino è ancora deciso e i sentori spaziano dal balsamico alle radici, fino al bastoncino di liquirizia; lunga la sua persistenza.


Il vino dell’annata 2000 si presenta con un color granato di buona intensità. Molto elegante al naso, con note balsamiche e accenni di confettura di ciliegie. Asciutto in bocca, con una trama tannica importante, sentori di radici e buona persistenza.


Chiudiamo infine con il vino dell’annata 2002, dal bellissimo e impressionante color rubino luminoso. Bel naso, balsamico, bel frutto, con sentori di ciliegia sotto spirito e di Mon Chéri. Asciutto, con una trama tannica decisa, presenta sentori di radici e chiude con una lunga persistenza su note di bastoncino di liquirizia. È il vino che abbiamo preferito tra quelli datati, e dire che proviene da un’annata considerata decisamente minore, compromessa in buona parte d’Italia da una notevole piovosità. Un’ulteriore riprova che prevedere il futuro di un vino basandosi solo sull’andamento climatico dell’annata è, quasi sempre, un tirare a indovinare.

Dove la terra si fa luce e pazienza: Ca' del Magro 2023 di Monte del Frà


Sulle colline moreniche del Custoza la terra custodisce una storia geologica antica, fatta di ghiacciai che si ritirano, di ciottoli levigati dall’acqua e di un suolo vivo, sospeso tra la precisione della ghiaia e la profondità dell'argilla. Qui lo sguardo scivola morbido verso l’orizzonte del Lago di Garda ed è qui che, quasi settant'anni fa, è iniziato il viaggio di Monte del Frà.


Fondata nel 1958 da Massimo Bonomo, l'azienda ha saputo trasformare una radice agricola in una visione vitivinicola d'eccellenza. Oggi, guidata con complicità e lungimiranza dalla seconda e terza generazione della famiglia – con Claudio ed Eligio affiancati da Marica, Massimo e Silvia – Monte del Frà rappresenta un modello contemporaneo di sartorialità enologica. Una realtà che, pur parlando a 68 Paesi nel mondo, non ha mai spostato di un millimetro il proprio centro emotivo dal Custoza.


La promessa silenziosa di questa realtà è racchiusa nel concetto di passare sulla terra leggeri, un impegno che si traduce ogni giorno tra i filari in una gestione integrata e consapevole, dal diserbo meccanico allo sfalcio alternato per tutelare la fauna, fino a un sistema a microgoccia che abbatte di oltre il 70% l'uso delle risorse idriche. Ma la vera cifra stilistica della famiglia Bonomo risiede nella gestione del tempo: in un mercato che corre a perdifiato, Monte del Frà rivendica con orgoglio il diritto all'attesa e all'ascolto, una filosofia che modella anche l'attuale e profondo piano di ristrutturazione della sede storica di Sommacampagna. Concepito come un vero rifugio dell'anima per il vino e certificato CasaClima Wine, questo progetto vedrà la conclusione della sua prima fase entro la fine del 2026, inaugurando nuovi caveaux e cantine di microvinificazione pensate proprio per accogliere i cru aziendali e lasciarli maturare senza forzature.


Il manifesto liquido di questa visione è senza dubbio il Custoza Superiore DOC Ca' del Magro 2023, nato da un'intuizione felice e da un blend millimetrico di Garganega, Trebbiano Toscano, Cortese e Incrocio Manzoni allevati a Guyot. Con le sue vigne vecchie di oltre trent'anni, questo cru applica alla perfezione il principio del less is more: è il vigneto stesso a parlare, protetto da una criomacerazione prefermentativa e da un lungo affinamento sur lies condotto tra acciaio e cemento da ottobre a maggio, a cui seguono almeno sei mesi di sosta in bottiglia. Nel calice, l'annata 2023 si rivela di buona precisione identitaria, presentandosi con un colore giallo paglierino intenso impreziosito da leggeri riflessi dorati. 


Al naso l'impatto è di grande intensità e complessità: note floreali di camomilla e petali bianchi si intrecciano a una ricca trama fruttata di mela matura, lychees, pera, albicocca e pesca gialla, fino a toccare sfumature esotiche di mango e una piacevole vibrazione speziata di zenzero su uno sfondo nitidamente minerale. In bocca il vino svela la sua vera nobiltà attraverso un sorso asciutto, sapido e di ottimo corpo, dove la spinta acida dialoga perfettamente con una struttura avvolgente, allungandosi in una persistenza retrolfattiva profonda e pulita. 


Il Ca' del Magro 2023 non cerca scorciatoie o facili consensi immediati; è un bianco d'ordine, di luce e di pazienza, dotato di una straordinaria capacità di invecchiamento che dimostra in modo inequivocabile come il Custoza sappia nobilitarsi con lo scorrere del tempo, abitando gli anni con assoluta, intramontabile grazia.

MenoDodicIGP: Vernatsch "Sunnenberg" 2024


di Stefano Tesi

Sarà stato il fascino di trovarsi all’imbocco della strada che porta su, fino al mitico Castel Juval di Reinhold Messner, sarà stata l’aria frizzante della Val Venosta, oppure il companatico a base di speck e mostarda a chilometro zero "spelluzzicato" col pane croccante all’aperto, seduti su una roccia, ascoltando il frusciare del vento, ma questa Schiava semplice, senza troppe pretese, scarica, fragrante e allegra, agile in bocca e nel portafogli, bevuta bella fresca, ha fatto del tutto il suo dovere: era esattamente ciò che ci voleva alla fine del lungo viaggio, per togliersi la sete senza tanti pensieri. 


Comprata con animo lieve alla Bottega dei Contadini venostani, proprio sulla statale, è un vino porta con sé l’aroma di una convivialità giocosa. Sono certo che gli ospiti del maso, sulle alture sopra Castelbello, ne tracannano parecchie bottiglie. Difficile biasimarli.

Prezzo in vendita diretta: 11,20 euro

InvecchiatIGP: Castello La Leccia - Chianti Classico 2009


di Stefano Tesi

Se la memoria non m’inganna (e se m’ingannasse portate pazienza), l’annata 2009 in Chianti Classico fu dai più giudicata buona, ma non eccezionale. Mai fidarsi, però, dei giudizi a caldo e della propria memoria. E mai dimenticare che ciò che è vero in generale può non essere vero in particolare, con buona pace dell’IA che tutti vanamente consultano quando sono a corto di idee, argomenti e ricordi. Ho assistito in diretta alla stappatura di questo sontuoso 2009: il tappo era integro e viva la curiosità dei commensali. Al netto di ciò, devo però ammettere che non mi aspettavo tanta sostanza da un Gallo Nero “base”, come a volte si usa dire.


Siamo a Castellina, con altitudini che variano dai 300 ai 500 metri e vigneti esposti a sud e a sud ovest, su terreni argillosi e ricchi di calcare e galestro. Nulla è dato sapere sui sistemi di vinificazione dell’epoca, quando l’azienda, già biologica, era ancora di proprietà della famiglia Daddi, che l’aveva acquistata negli anni ’20 del ‘900 e che l’ha in seguito ceduta agli svizzeri Sonderegger, attuali titolari della medesima e della bellissima villa-castello trasformata in resort (gli appassionati non si perdano, come minimo, i giardini monumentali e vedute che arrivano fino a Radicofani). Si sa solo, come riporta il sito aziendale, che il vino fu prodotto la prima volta (si intende imbottigliato, suppongo) nel 1950. Sangiovese 100% oggi come, forse, allora.


Ciò che sorprende non è solo il colore, ancora integro, con appena qualche accenno caldo, ma la freschezza che affiora al primo approccio. Una freschezza viva, suadente, elegante, che al naso regala quegli accenni balsamici perfino pungenti che invogliano a tuffare ripetutamente il naso nel bicchiere, accompagnata dai giusti accenni di frutto e a un’intensità penetrante di ciliegia matura ma non troppo, capace di donare subito al vino un tratto aristocratico. L’ottima musica continua al palato, con un’ampiezza e una trama tannica che si distende in note quasi piccanti e in un ritorno di freschezza quantomai rassicurante. Coda finale lunga e sapida, setosa, per un sorso.


In sintesi, uno di quegli assaggi che ti riconciliano con tante cose. Prima di tutto col fatto che nulla è imprevedibile e che non è così difficile prevenire la noia. Poi con la consapevolezza che i tempi lunghi, quando c’è la base, portano sempre a saggezza e solidità Grazie al direttore Guido Orzalesi per aver riesumato questa bottiglia a suo modo didattica.

Lehengut - Gegenwind Souvignier Gris 2022


di Stefano Tesi

Dal nome sembra il titolo un brano kraut-rock, se lo assaggi bendato somiglia a un Pinot Nero e te lo puoi bere a tutto pasto. Invece è un gran bianco da uve piwi di Souvignier Gris. 


Lo fa Thomas Plack, un allampanato vignaiolo di Colsano, in Val Venosta, per la verità non nuovo a piccole perle enoiche.

Dalla crisi al rilancio: come la famiglia Contini custodisce l’anima solenne della Vernaccia di Oristano


di Stefano Tesi

Ci sono numeri che, a volte, parlano meglio di tutto. Ma che assumono un senso compiuto solo quando anche l’occhio e gli altri sensi hanno avuto la loro parte, contribuendo al superamento di quelle che Aldous Huxley (oppure Jim Morrison, se preferite) avrebbe definito le porte della percezione. Non c’è bisogno però di scomodare la mescalina e i suoi effetti per raccontare del fascino spigoloso, antico e a tratti solenne della Vernaccia di Oristano, la prima Doc sarda (fu riconosciuta nel 1971). Basta e avanza, a coglierne l’eterea complessità, calarsi nel sistema degli stagni di Oristano e nel corollario di vigne, borghi, nuraghi che li circondano. Annusare l’aria, scrutare i grandi spazi. Approfondire con le persone giuste, siano essi i pescatori di cefali, i produttori di bottarga, gli archeologi che scavano o – si capisce - i vignaioli. E alla fine immergersi nel su murruai, l’inconfondibile insieme di sensazioni odorose tendenti all’incenso (il termine, non a caso, sembra derivare da mirra) che sono il frutto del lunghissimo invecchiamento e si sprigionano quando versi nel bicchiere la Vernaccia appena stappata.


Non si tratta del resto, lo sanno tutti, di un vino facile. Al contrario, la Vernaccia di Oristano è un vino impegnativo, che nasce da un vitigno autoctono e primordiale: va capito e collocato nel proprio contesto. La congiuntura inoltre non l’aiuta. Soffre, come altri, il poco felice momento dei vini ossidativi, sebbene per fortuna sembrino non mancare i sintomi di un’inversione di tendenza. Un motivo in più per andare in missione in quel di Cabras, alle porte (appunto) degli stagni e nella quiete di un contesto quasi sospeso tra terra, cielo e mare.


I numeri di cui si diceva all’inizio ce li sciorina - passeggiando per le sale della nuova cantina, tra cimeli e vecchie botti piene di Vernaccia, si capisce - direttamente il presidente della Doc, Mauro Contini. Che è pure presidente, e contitolare col cugino Alessandro, vicepresidente, dell’ultracentenaria azienda di famiglia, Contini 1898: “Negli anni ’80 eravamo trentasei produttori a coltivare e vinificare quest’uva assolutamente nostrale, dalla storia millenaria. Oggi siamo solo in sette, sei dei quali associati al Consorzio. Stiamo tentando il rilancio, ma veniamo da un trentennio lungo e sofferto, durante il quale il nostro vino ha davvero rischiato di scomparire a causa della crisi nata dall’abbandono dei vigneti conseguente al crollo dell’interesse del consumatore e della caduta delle vendite del successivo decennio”. 


Il baratro, insomma è stato vicino. La Vernaccia di Oristano DOC, spiega, è coltivata in 18 comuni nei dintorni della città. Il disciplinare impone, in tutte le quattro tipologie previste, almeno l’85% di uve Vernaccia. Dopo la pressatura, il vino viene fatto maturare in botti scolme del 20%, in condizioni ossidative, sotto l’azione di una pellicola di lievito, il flor.


Ciò che ne deriva è sintetizzato negli assaggi decritti qui sotto, capaci di regalarmi momenti di puro godimento alternati qualche riflessione.

Flor, Vernaccia di Oristano doc 2020

Di colore ambrato, al naso è diretto, asciutto, profondo, con note di elicriso e di macchia mediterranea. La medesima pulizia e asciuttezza, unite a un finale amarognolo, si avvertono al palato e danno al sorso equilibrio e profondità.


Antico Gregori Vernaccia di Oristano riserva 1991

Meno di tremila bottiglie per questo vino che per disciplinare contiene l’85% dell’annata dichiarata e attinge il resto a botti del 1970, del 1975 e in piccola percentuale da una botte dei primi del ‘900. Di colore ambrato chiaro, luminoso, all’olfatto è vivo e cangiante: all’iniziale nota di miele si sovrappongono un’onda di incenso e poi una lunga scia di sensazioni balsamiche, after eight, nocciola e croccante. In bocca è secco e profondo, quasi severo, con un retrogusto screziato che riporta alle sensazioni olfattive.


Antico Gregori 1976

E’ la prima annata di questa etichetta, prodotta con l’aggiunta di circa il 15% di annate più vecchie (pratica all’epoca consentita dal disciplinare). Gli oltre 40 anni di botte donano al vino un ambrato un po’ più scuro e un insieme di profumi penetrante e progressivo fatto di sottobosco, cuoio grasso e una cangiante coda balsamica. A palato mantiene l’aura di grande vecchio, severo e asciutto, ma con una patina di gentilezza che ne accresce la lunghezza e la soavità.


Fin qui il godimento.

Le riflessioni sono semplici. Il consumo di vino in sé ha vita breve, dura un attimo. Ciò che dà al sorso dignità e valore sono la curiosità che accompagna chi beve e i pensieri da essa generati. In questa prospettiva, la Vernaccia di Oristano sembra aleggiare sugli stagni e le canne palustri, come un’aura. E gli stagni, migliaia di ettari tra i fiume Tirso e il Tirreno, di cose da raccontare ne hanno parecchie.

MenoDodicIGP: Castello Monaci - Negroamaro Salento IGT "Kreso" 2024


di Luciano Pignataro

In questa rubrica dove proponiamo belle bevute e meno di 12 euro non poteva mancare un rosato. E quando entriamo in questa tipologia per molti versi ancora in cerca di autore in Italia non possiamo che usare il Negroamaro come stazione di partenza. Siamo a Salice Salentino, riferimento in questo territorio battuto dai venti dei due mari e l’idea per questa estate calda e torrida è quella di bere un bicchiere di Kreos della Castello Monaci che vanta oltre 200 ettari ed è parte integrante del mondo Giv. 


Anche per il rosato la nostra raccomandazione è aspettare almeno un anno prima di stapparlo. Proverete piacevoli sensazioni di frutta, fragole soprattutto. Ma quello che è assolutamente gratificante è il sorso: sapido con un finale piacevolmente amaro, soprattutto freschissimo e pimpante. Il Kreos è l’unico rosato aziendale e lo consigliamo su tutto quello che mangerete nei prossimi due mesi.

Prezzo medio web: 11 euro