Intervista a Fabio Mecca: “Il vino è come il sangue: non ammette finzioni


Venti anni di carriera, venti cantine nel portafoglio e un’idea di vino che non accetta compromessi. Ho incontrato Fabio Mecca a Roma, in occasione della giornata speciale organizzata dalla FIS per celebrare i suoi vent’anni da enologo – un traguardo importante che arriva dopo il prestigioso premio già ricevuto sul palco di Beviamoci Sud. Ma dietro i festeggiamenti e il prestigio di oggi, c'è una storia fatta di terra, sacrifici e riscatto. 


Quella che segue non è la solita intervista tecnica, ma il racconto senza filtri di un uomo che ha dovuto perdere tutto per ritrovare il proprio cognome e la propria libertà.

Fabio, partiamo dalle origini. C’è chi sceglie questo mestiere per studio, chi per moda. Tu sembri nato direttamente tra i serbatoi.

Sono del 1982 e sono cresciuto a Barile, nel cuore del Vulture. La mia scuola elementare era letteralmente di fronte alla cantina di famiglia, la Paternoster. Ricordo che passavo le ore con la testa girata verso la finestra: non guardavo la lavagna, contavo i camion di uva che arrivavano. Per me il tempo non si misurava in ore, ma in carichi di Aglianico. Appena suonava la campanella, correvo dentro. I miei nonni abitavano sopra la cantina; io studiavo in ufficio tra i campioni e poi passavo il resto del tempo con gli operai e i tecnici. È stato il mio parco giochi, la mia scuola di vita.

Tuo padre però voleva un futuro diverso per te.

Mio padre è un medico, una persona solida. Mi chiese un solo regalo: la maturità classica. Gliel'ho data, ma il secondo dopo il diploma ero già su un treno per Conegliano Veneto. Non avevo dubbi. Lì ho studiato, ma la verità è che sui libri davo solo un nome scientifico a cose che avevo già visto fare mille volte da mio bisnonno Anselmo e da mio nonno Giuseppe. Ero un privilegiato perché sapevo già cosa volevo fare, ma ancora non potevo immaginare quanto la strada sarebbe stata in salita.

Torni in Basilicata con la laurea in tasca, ma qualcosa si rompe.

Tornare nell'azienda di famiglia è stato l'inizio del mio vero apprendistato, ma anche della mia crisi. Ero giovane, avevo le mie idee e la mia figura si sovrapponeva inevitabilmente a quella di mio zio. C’è stato uno scontro di visioni. Ho capito che se volevo dimostrare quanto valessi davvero, dovevo smettere di essere "il nipote di" o "il figlio di". Per orgoglio, e per un bisogno quasi fisico di indipendenza, me ne sono andato. Ho lasciato le sicurezze per l'ignoto.

E sei finito da Roberto Cipresso

È stata l’università del mondo. Roberto in quel periodo era una figura quasi mitologica, un enologo capace di spaziare dal Brunello di Montalcino ai progetti in Argentina. Entrare nella sua orbita significava smettere di guardare solo il proprio campanile e iniziare a ragionare su scala globale. Per me, che venivo dalla dimensione protetta di Barile, è stato uno shock culturale e tecnico pazzesco. Mi ha dato una fiducia enorme: ero diventato il suo braccio destro per tutto il Centro-Sud Italia. Gestivo cantine, prendevo decisioni, firmavo progetti. Mi sentivo arrivato, o quasi. Ma è proprio quando pensi di aver toccato il cielo con un dito che il terreno ti frana sotto i piedi.

Poi arriva quel Vinitaly che ha cambiato tutto. Raccontaci quel momento difficile, senza filtri.

Il Vinitaly è una bolla: adrenalina, contatti, calici che girano. Durante i giorni della fiera ci fu un malinteso, o forse semplicemente si era esaurito un ciclo. Roberto vide qualcosa che non gli piacque, o forse interpretò male un mio contatto con un'azienda. Non ci fu una discussione immediata. La batosta arrivò la sera, nel silenzio surreale del post-fiera. Alle dieci e mezza mi squilla il telefono. Poche parole, gelide: «Fabio, da oggi la nostra collaborazione finisce qui». Senza preavviso, senza un confronto. Mi è crollato il mondo addosso. Non era solo un licenziamento, era la cancellazione istantanea dell’identità professionale che avevo costruito con tanta fatica. Ero appena diventato papà, mio figlio aveva pochi mesi, e mi sono ritrovato per strada.

Come si riparte da zero?

Avevo due strade: piangermi addosso o usare quella bruciante sensazione di ingiustizia come carburante. Ho scelto la seconda. Quella rottura traumatica è stata la mia fortuna, perché mi ha costretto a diventare "Fabio Mecca" e non più l’ombra di qualcun altro. Ma il prezzo è stato altissimo. Ho vissuto mesi difficili, fatti di viaggi al limite della sussistenza. Ho iniziato a propormi con totale umiltà, accettando consulenze da 100 euro al mese in aziende a 300 chilometri di distanza. Spendevo più di gasolio di quello che guadagnavo. Ricordo trasferte in cui non avevo letteralmente i soldi per mangiare: bevevo l'acqua dei rubinetti nei bagni pubblici per non spendere quegli ultimi euro che servivano a casa per la spesa. Ho dormito in macchina, ho preso porte in faccia da chi fino al giorno prima mi osannava solo perché ero l'assistente del maestro. Ma ogni "no" diventava benzina. Sapevo che se avessi resistito, la mia idea di vino sarebbe emersa.

E come è emersa?

In quegli anni di fame ho imparato a leggere la terra in modo brutale, diretto. Senza budget e senza paracadute, dovevo far parlare i vini. E i vini hanno iniziato a urlare. Ho capito di avercela fatta quando quelle stesse aziende che mi avevano voltato le spalle hanno ricominciato a cercarmi; non perché fossi il braccio destro di qualcun altro, ma perché volevano la mia testa, il mio approccio. La mia vera rinascita è stata riappropriarmi del mio cognome, ma stavolta con una consapevolezza che nessuno avrebbe più potuto scalfirmi. Oggi, quando entro in una cantina nuova, non porto sul tavolo solo la laurea: porto quella fame, quella rabbia trasformata in precisione tecnica e, soprattutto, la capacità di ascoltare un territorio.

Oggi, finalmente, sei un professionista affermato, fai consulenza ad oltre 20 cantine. Come selezioni le persone con cui lavorare?

Guardo gli occhi delle persone. Può sembrare una frase fatta, ma è l'unica cosa che conta. Io aiuto il produttore a realizzare ciò che desidera, ma a una condizione invalicabile: non si tradisce il vitigno. Oggi il mercato chiede a gran voce vini "agili", spesso piallati, rassicuranti e standardizzati. Se un produttore viene da me e mi dice: «Fabio, fammi un Aglianico dolce, rendimelo piacione perché così lo vendo più facilmente», io mi rifiuto. Dico di no. Non è superbia o rigidità, è dignità professionale. Se accettassi, sarei un esecutore di marketing, non un enologo.

È una presa di posizione netta in un mondo in cui il tecnico viene spesso visto come un "correttore" della natura a uso e consumo del cliente.

Esatto. In passato la figura dell'enologo è stata troppo interventista, quasi muscolare. Si pensava che più la firma del tecnico fosse riconoscibile nel calice, più il vino fosse fatto bene. Per me è l'esatto opposto: se bevo un vino e ci riconosco subito la mano dell'enologo, abbiamo fallito entrambi. L'enologo deve essere un conservatore. Il mio compito è proteggere l'integrità di quello che la vigna ha espresso nell'annata, difenderlo dalle deviazioni e dalle ossidazioni, ma senza mai piallarne l'anima e il carattere. Se manca questo rigore etico, se non si ha il coraggio di dire chiaramente al produttore che la terra non può essere manipolata a piacimento, allora stiamo solo vendendo bottiglie. Non stiamo facendo cultura, stiamo facendo commercio. Quando firmo una bottiglia, io metto la mia faccia su quella verità terrena, non su un compromesso commerciale.

Fammi un esempio per comprendere meglio….

L'Aglianico è il banco di prova perfetto. È un vitigno ostico, fiero, scorbutico, con una maturazione fenolica complessa che non ammette la minima distrazione. Molti errori del passato nascevano dal vendemmiare guardando solo il grado zuccherino, ottenendo tannini verdi e taglienti. Bisogna avere il coraggio di aspettare la perfetta maturazione dei polifenoli, accettando anche timbri alcolici importanti pur di avere una trama tannica nobile. Oggi molte aziende lo stanno snaturando per renderlo rassicurante e immediato. Io non ci sto. Guardiamo a cosa ha fatto Marco Caprai con il Sagrantino di Montefalco: ha mantenuto intatta la sua natura fiera e l'ha protetta, imponendola al mondo. L'Aglianico deve fare lo stesso percorso. Il vino deve essere lo specchio della verità, e la verità a volte sa essere dura. Non esiste e non esisterà mai un grande Aglianico senza il suo tannino.

Fabio, si parla spesso di aree "sotto il radar" capaci di stupire nel prossimo futuro. Qual è la tua geografia del potenziale inespresso?

Guarda, ci sono zone rimaste a lungo nell'ombra o che sono state penalizzate da letture troppo industriali e commerciali, ma che oggi vibrano di una fame di riscatto pazzesca.

Partendo dalla Campania, scommetterei senza esitazione sulla Terra di Lavoro nel Casertano. È un territorio che, nonostante la presenza storicizzata di alcuni grandi nomi, si trova ancora un passo indietro rispetto alle sue reali e immense potenzialità; ha un disperato bisogno di uscire definitivamente dall'oscurità. 

Scendendo in Puglia, guardo con enorme interesse al Tavoliere alto, nella zona di Troia. Parliamo di una terra particolarissima, con una 'crosta' del suolo importante e tenace che regala ai vini una spina dorsale e un carattere unici, a patto di saper assecondare la vigna senza forzature. 

In Basilicata, la mia terra, vedo margini di crescita enormi in due areali specifici: l’Alta Val d’Agri e la zona del Grottino di Roccanova. Sono terre dalla vocazione agronomica altissima che devono però ancora trovare una loro 'performance' stilistica collettiva, definita e, soprattutto, costante nel tempo. 

Arrivando in Calabria, più che di confini geografici mi piace parlare di vitigni. Penso a bianchi straordinari come il Pecorello o il Montonico Bianco: varietà che possiedono una motivazione agronomica specifica e una profondità espressiva tale da meritare un percorso serio di valorizzazione, lontano dalle mode internazionali. 

Infine, spostandoci sulle isole, in Sardegna cito la forza espressiva del Sulcis, un territorio di una potenza e di una solarità impressionanti. E concludo con la Sicilia, dove mi affascina la parabola di Alcamo. Per decenni è stata una terra identificata con i grandi numeri e le produzioni di massa; oggi, invece, stiamo assistendo a una splendida rinascita artigianale, quasi sartoriale. Lì si può fare un lavoro monumentale sui vini bianchi, riportando la purezza del vitigno al centro del calice, senza ricorrere a scorciatoie tecnologiche.

Per chiudere questa nostra chiacchierata: cos'è per te il vino oggi?

Il vino non deve essere un anestetico rassicurante. Il vino deve emozionare, deve scuotere e, a volte, ha persino il dovere di disturbare. Deve avere il coraggio ancestrale di mostrarsi imperfetto, se quell’imperfezione è la voce autentica dell'annata e del territorio. La mia idea di vino è speculare alla mia vita: deve avere carattere, spigoli e non deve mai avere paura di dire la verità. Il vino è come il sangue: non ammette finzioni. Quando firmo una bottiglia, so perfettamente che dentro quel liquido ci sono anche l'acqua del rubinetto di quei bagni pubblici e tutti i chilometri che ho macinato a stomaco vuoto. È esattamente lì, in quel punto esatto in cui la fatica incontra la terra, che risiede l'anima e il senso profondo di quel miracolo chiamato vino.

MenoDodicIGP: Campania Aglianico IGP “XIV”


di Luciano Pignataro

Un Aglianico prodotto da chi poppava Aglianico. E’ il XIV, nome scelto dalla passione per la cabala che vede questo numero ripetersi in più di una occasione, a cominciare dai 14 filari da cui nasce a Taurasi. Lo propone Giacomo Pastore, scout taurasino e profondo conoscitore di questo vitigno, presente nel catalogo della cantina realizzata con la moglie Flora Tranfaglia. 


Un rosso fresco, solo acciaio, 4000 mila bottiglie da bere sui robusti piatti della tradizione irpina. Da stappare subito, senza rimpianti, sulla maccaronara al sugo o sui mugliatielli di agnello, in allegria insieme agli amici.

Prezzo medio sul web: 11 euro

InvecchiatIGP: Terre del Principe - Casavecchia Centomoggia Igt Terre del Volturno 2003


di Luciano Pignataro

Mi sono ritrovato a stappare questa bottiglia dopo ben 23 anni dalla vendemmia nel modo ideale: a tavola con cari amici in un ristorante di campagna. L’avevo scovata per caso rovistando nei cassetti e, quando mi è capitata tra le mani, ho pensato che avesse aspettato fin troppo a lungo e che non ci fosse alcun motivo per conservarla ancora.


Si tratta di un rosso prodotto dall’azienda Terre del Principe di Castel Campagnano, situata proprio ai confini tra le province di Caserta e Benevento, in un territorio segnato dal corso del Volturno. La cantina, fondata nel 2003 da Manuela Piancastelli, giornalista, e dal marito Peppe Mancini, avvocato, ha cessato la propria attività vent’anni dopo, nel 2023. Una scelta serena, che ha consegnato alla storia del territorio il profilo di tre vitigni: il Pallagrello Bianco, il Pallagrello Nero e, appunto, il Casavecchia. Ed è proprio questo il vitigno che nel 2003 fece il suo esordio con Terre del Principe, ottenendo da subito ottimi risultati di pubblico e di critica.

Marina e Peppe

Prima di scrivere questi appunti ho riletto quanto avevo pubblicato su questa bottiglia nel 2004, 2016 e 2018, seguendone con costanza l’evoluzione; se volete, potete ripassare i vecchi assaggi qui. Senza entrare nei particolari, rivedendo quelle note che navigano nel web ormai da anni, mi ha colpito l’aver centrato perfettamente la previsione sulla longevità del vino. Non perché io sia particolarmente bravo, ma per aver rilevato, nel corso delle diverse bevute, i parametri fondamentali che ne erano la premessa: freschezza, integrità del frutto e portamento generale della beva con il passare del tempo.


La longevità non è di per sé un valore assoluto, per il vino come per le persone: a 80 anni puoi ritrovarti a correre la maratona oppure in carrozzina. Ma quando l’età, oltre a raccontare una storia come in questo caso, riesce a regalare ancora emozione, allora ne è valsa la pena. L’uva proveniva da vigneti a Monticelli (in Castel Campagnano) e Martini (in Castel di Sasso), nell’Alto Casertano. Il protocollo fu deciso da Luigi Moio ed era figlio del suo tempo: una fase di transizione in cui il legno nuovo iniziava a fare spazio, nella comunicazione come nella produzione, anche a quello usato. Per questo il Centomoggia, dopo la fermentazione in acciaio e una macerazione di una dozzina di giorni, affinava un anno in legno e un altro anno in bottiglia.


Bene, arriviamo al punto. Il tappo ormai si sbriciolava, quindi abbiamo dovuto filtrare il vino in una brocca usando un passino, poiché non c’era altra scelta. Non abbiamo seguito rituali particolari: lo abbiamo lasciato giusto cinque minuti a respirare e poi lo abbiamo versato nei bicchieri, dove ha sostato per la prima parte della cena.


Il giudizio di una persona non esperta potrebbe sintetizzare perfettamente questo articolo: buono! Tre elementi ci portano a questa conclusione: anzitutto la pulizia del naso – con note di frutto, tabacco, carruba e un leggero fumé, facilmente percepibili una volta svanita la nota iniziale di ridotto. In secondo luogo l’acidità, ovvero la sensazione di una freschezza ancora viva, dotata di energia. Infine la beva morbida, ancora di buon corpo nonostante qualche residuo rimasto sul fondo. Nel calice, il vino ha così mostrato un colore rosso rubino meno intenso, ma senza scivolare nel granato.


Questa esperienza ci conferma le potenzialità di quest'uva, capace di raccontarci una storia d’amore e di passione durata vent’anni, che ha fatto epoca sul territorio e tra gli appassionati.

Librandi - Cirò Rosso Classico Superiore Riserva DOC "Duca Sanfelice" 2021


di Luciano Pignataro

Questa etichetta storica viaggia verso i 40 anni non delude mai. Se cercate un rosso da bere sul pesce, eccolo: magari su una cernia al forno a due passi dallo Jonio. Una bella annata anche in Calabria. 


Gaglioppo in purezza, vivo, fresco, tannini risolti, persistente. Ottimo rapporto qualità-prezzo.

Il tempo e il Sangiovese: la verticale di Ruello racconta il nuovo corso del Chianti Classico


di Luciano Pignataro

Luigi Frascino è un imprenditore affermato nel settore della finanza che ha deciso, nel 2017, di creare un'azienda vitivinicola. Non è il primo e non sarà l’ultimo caso di investimenti in questo comparto da parte di persone che, dopo aver avuto successo in altri campi, scelgono a un certo punto di dedicarsi alla produzione di vino.


Alcuni commettono l’errore di andare di fretta; altri, invece, comprendono la necessità di dare tempo al tempo e di avviare un progetto che solo nel lungo periodo, e con continui aggiustamenti, potrà far rientrare l’investimento e, magari, produrre margini di guadagno. Da questo approccio dipende la selezione dei diversi progetti sul mercato: alcuni investitori, stanchi di aspettare, ne escono cercando di vendere e recuperare il capitale; altri, al contrario, ne fanno una questione di orgoglio e di passione.


Luigi Frascino – napoletano trapiantato a Verona, dove ha acquisito il ristorante Da Ruggiero a pochi passi dall’ingresso Cangrande, ben noto a tutto il mondo del vino – nel 2016 ha deciso di produrre nel Chianti, nel cuore della denominazione, a Castelnuovo Berardenga. L’azienda, che oggi si estende su 22 ettari di cui 11 vitati, è stata costruita in tre fasi da tre proprietari diversi ed è entrata in produzione con il Ruello nel 2019. Nel corso di questi anni sono stati recuperati tre ettari di vecchi vigneti di circa 60 anni, mentre gli altri otto sono frutto di nuovi impianti. Siamo a 400 metri di altitudine e le ricerche documentali attestano l’esistenza di un’attività vitivinicola già nella seconda metà dell’800.


Perché investire proprio qui? Luigi Frascino ha studiato Economia a Siena ed è rimasto legato a questo territorio sia dal punto di vista lavorativo sia, ovviamente, affettivo. Ha avuto così l’ambizione, dieci anni fa, di produrre un Chianti Classico da uve sangiovese in purezza, avvalendosi della consulenza di Riccardo Cotarella. Insieme hanno presentato la prima verticale di Ruello Chianti Classico DOCG. Il vino viene prodotto da circa due ettari di vigneto a quasi 400 metri d'altezza, su suoli composti da galestro e argilliti. Dopo la vinificazione, viene elevato per 28 mesi in tonneaux e riposa per altri 9 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato.

La verticale ha riguardato le annate dal 2019 al 2023.

Le considerazioni generali hanno evidenziato, anzitutto, il filo conduttore che lega le cinque etichette: eleganza, pulizia, frutto maturo e croccante, uniti a un'ottima acidità e a tannini molto ben risolti che ne garantiscono la longevità. L’alcol si attesta intorno ai 14,5 gradi. Si tratta sicuramente di vini che promettono un’ulteriore, interessante evoluzione, ma che risultano piacevolissimi da bere anche subito.

Ve le elenco di seguito, in ordine di mia preferenza.

Chianti Classico Ruello 2021: il rosso perfetto e più performante, facilitato da una annata di tutto rispetto. Qui mi ha colpito la maturità del sangiovese e soprattutto l’equilibrio olfattivo e gustativo.

Chianti Classico Ruello 2019: giusto una spanna sotto il precedente, all’inizio era proprio quella che ho preferito. Si sente in questo caso la vendemmia decisamente favorevole, la ricordiamo tutti bene perché è quella che ha preceduto il Covid.

Chianti Classico Ruello 2023: appena imbottigliato, è senz’altro destinato ad un lunghissimo percorsi di vita, prevale ovviamente l’acidità e la freschezza del frutto a bacca rossa.

Chianti Classico Ruello 2022: annata un po’ controversa, ma ben risolta. Appena un po’ più sottile rispetto alle tre che l’anno preceduta, ma ben interpretata alla fine con un sorso equilibrato e appagante.

Chianti Classico Ruello 2020: ottima complessità, al naso nette le note di ciliegie e frutti rossi.

Le cinque annate sono una bella interpretazione del Sangiovese, un vitigno che non è facile da gestire ma che regala fortissime emozioni. La produzione oscilla a seconda della raccolta, in ogni caso non oltre le 4500 bottiglie.

MenoDodicIGP: Le Muraglie - Custoza Superiore DOC "Remì" 2023 


di Carlo Macchi

Il Custoza non è un vino, è un caso: tra denominazioni bianche rigorosamente da monovitigno è quella che usa uno storico blend: confina con vini piacioni, rotondi e di grande successo ma i Custoza sono fini e eleganti.


Un vino così controcorrente va conosciuto! Come va conosciuta Le Muraglie, l’azienda di Valeggio sul Mincio che produce il Custoza Superiore Remì, un blend di Garganega, Trebbiano, Trebbianello e Manzoni Bianco. Vino pieno, piacevole, con fini note di fiori, di erbe officinali e un tocco di legno. Proposto ad un prezzo così conveniente che stimola sia la visita che l’acquisto.

Prezzo medio sul web 11 Euro

InvecchiatIGP: Ferrucci - Sangiovese di Romagna DOC Superiore Riserva "Domus Caia" 2001


di Carlo Macchi

Per un chiantigiano come me rendere omaggio a un Sangiovese di Romagna non è cosa di tutti i giorni, ma il Domus Caia di Stefano Ferrucci è un vino che pur nascendo in una zona ben precisa è patrimonio di tutti perché rappresenta una visione, la voglia di andare sempre avanti, di tracciare nuove strade e di farlo con un rigore e un’attenzione quasi maniacale.


Stefano Ferrucci, che purtroppo ci ha lasciati da diversi anni, poteva tranquillamente albergare in un film di Fellini, in realtà viveva a Castel Bolognese ed è stato forse il primo che, negli anni settanta del secolo scorso, ha iniziato a rivoluzionare la viticoltura romagnola. Rese più basse con diradamenti in primis ma forse l’idea più rivoluzionaria e l’obiettivo più difficile fu quello di fare un vino con del sangiovese passito. Fece varie prove ma fino al 1982 il Domus caia rimase ancorato in cantina, per poi nascere, fiorire e arrivare fino a noi.


Parlare oggi di un rosso importante da sangiovese passito in Romagna può far sorridere ma pensate che alla fine degli anni ’70 giungere a gradazioni attorno agli 11° era quasi un miracolo e l’appassimento portava con sé anche il concetto di qualità delle uve, che allora in Romagna non era proprio scontato. Inoltre, mano a mano che ci si avvicinava al nuovo secolo il concetto di vino di qualità stava cambiando e proprio a cavallo del millennio erano di moda vini opulenti, corposi, concentrati e questo portò il Domus Caia ancora più agli onori della cronaca.


Il Domus Caia del 2001 è forse il “non plus ultra” di questa tendenza all’opulenza, grazie ad un’annata sicuramente tra le migliori tre del nuovo secolo, che gli ha conferito anche un equilibrio e una profondità forse unica. Ho ritrovato la bottiglia in cantina e non nascondo di essermi anche emozionato, perché mi ha ricordato un momento particolare della mia vita, quando non proprio come Stefano ferrucci ma quasi, lanciai un progetto che allora era abbastanza visionario, cioè una guida ai vini da vitigni autoctoni. Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata ma forse è meglio parlare di vino, in particolare di questa bottiglia che nasce in vigneti a circa 200 metri e le cui uve vengono raccolte in cassette e poi messe ad appassire per una trentina di giorni. Poi fermentazione in vasche di cemento, passaggio in tonneaux per 12 mesi, imbottigliamento e lungo affinamento in bottiglia.


"Spoilero” per un attimo il risultato del vino solo per dire che se questo fosse stato come il tappo non avrei scritto niente. Infatti non solo non sono riuscito a toglierlo ma si è sbriciolato tanto che ho dovuto filtrare più volte il vino. Magari questa permanenza all’aria prima di essere assaggiato gli ha fatto pure bene perché appena messo nel bicchiere era perfetto!  


Colore rubino vivace con lieve unghia granata, al naso sembrava quasi fatto ieri perché le note di frutta matura, ciliegia e mora in particolare, erano nette pur mescolandosi a sentori di china e di rabarbaro. In bocca la potenza era notevole ma il vino aveva anche e freschezza e dinamicità, con tannini succosi e dolci guidavano la danza, una lunga e piacevolissima danza.


Ero di fronte ad un vino che non solo non dimostrava 25 anni ma aveva tutte le carte in regole (l’appassimento certo aiuta) per andare avanti per molti anni. Ma c’era di più, il Domus Caia 2001 è stato figlio di un particolare momento, quello dei vini superconcentrati, che però, se stappati oggi mostrano spesso miseramente la corda perché schiacciati da legni e da tannini estratti da uve non equilibrate. Il Domus Caia invece ha freschezza perché ha equilibrio e fare un sangiovese equilibrato, con l’appassimento che l’ha portato a quasi 15° non è stato certo facile ma, quando riesce così bene bisogna togliersi il cappello.