Cascina Castlet - Piemonte Moscato Passito Avié 2015


di Roberto Giuliani

Da una storica azienda di Costigliole d’Asti, un Moscato Passito che racconta tutto fuori e dentro, l’etichetta con l’impronta femminile dorata, il nome che significa “veglia”, i profumi di albicocca candita, nocciola, banana sciroppata ed erbe aromatiche.


Al gusto vivo, non stucchevole, appassionante.

Mario Macciocca - Monocromo #1 2016


di Roberto Giuliani

Qualcuno penserà di getto “ma 5 anni non sono mica tanti”, dipende! Non stiamo parlando di un grande Chardonnay in legno o per restare in Italia di un Fiano di Avellino o di un Verdicchio dei Castelli di Jesi. Questa è una Passerina del Frusinate, capace di alte produzioni in vigna, le cui origini non del tutto certe la fanno parente stretto del Trebbiano di Abruzzo e del Pagadebit. Non è certo conosciuta per la sua longevità!


La guida Vitigni d’Italia di Calò, Scienza e Costacurta, dichiara infatti: “Il vino presenta un colore variabile tra il paglierino e il giallo, di sapore asciutto, pieno, non adatto all’invecchiamento”. E più avanti “Può essere utilizzato fresco o dopo un breve appassimento. Solitamente in uvaggio con altre uve bianche, raramente in purezza”.

Mario Macciocca

Beh, dipende, in questo caso le mani e la testa di Mario Macciocca fanno la differenza, il Monocromo #1 è un’altra storia, è un vino che nasce dalla sua volontà di rispettare al 100% l’ambiente e l’ecosistema, di assecondare la vigna senza mai forzarla, tanto da essersi guadagnato un posto all’associazione VinNatur. In vigna solo rame e zolfo in quantità minime, in cantina fermentazione spontanea, niente solforosa aggiunta, insomma un bianco che per molti diffidenti è inconcepibile, rischia grosso, non è possibile che non vada alla deriva in tempi brevi.


Invece mi spiace deludere lor signori, il
Monocromo #1 2016 è semplicemente buonissimo, intenso, pulito, salmastro, profuma di aghi di pino ed erbe aromatiche, di uva passa e nespola, guizzi di nocciola, ricordi di ginestra.


Al palato un’acidità precisa rende il sorso asciutto, pieno, molto fruttato con cenni di confettura, non ha cedimenti, è lungo e rilascia le note di pesca gialla, nocciola e nespola, il finale è salino, avvincente, un esempio di come spesso si giudica male un vitigno, solo perché non è stato allevato nel posto e nel modo giusto. 
Peccato perché era l’ultima bottiglia in mio possesso…

Il Rosso Conero: il vino "marino" da rilanciare

Studio Marche, dopo essersi occupato di Verdicchio dei Castelli di Jesi, per la seconda puntata ha deciso di cambiare colore occupandosi di una delle DOC più rappresentative della Regione: il Rosso Conero.

Questa storica denominazione, che interessa i comuni di Ancona, Camerano, Numana, Sirolo, Osimo, Offagna Castelfidardo, ha come riferimento geografico il promontorio del monte Conero, unico promontorio della costa italiana Adriatica compresa tra Trieste ed il Gargano, che si erge sul mare e le colline che discendono dallo stesso verso l’entroterra.

Riviera del Conero - Foto: Turismo.it

Il territorio di produzione del Rosso Conero DOC, perciò, è un piccolo fazzoletto di terra di circa 350 ettari che, partendo ad est, ovvero dalla costa Adriatica, si inoltra per qualche chilometro verso ovest, all’interno delle colline retrostanti il rilievo montuoso del Conero, dove una morfologia dolce ed omogenea e un clima temperato creano condizioni ambientali uniche, caratterizzate da un’esposizione esemplare alla luce e alle brezze marine. La composizione dei terreni, in prevalenza calcareo argillosi a bassa fertilità, assicura inoltre la piena maturazione delle uve soltanto con un contenuto carico di grappoli per vite.

Territorio della DOC

Prima di addentrarci nella degustazione e nelle considerazioni finali, bisogna sottolineare che il disciplinare del Rosso Conero DOC prevede che questo vino sia prodotto con almeno l’85% di montepulciano al quale si può aggiungere a saldo un 15% di sangiovese.

Come sempre Alberto Mazzoni, direttore dell’Istituto Marchigiano Tutela Vini, durante la diretta zoom ci ha presentato sei vini, tutti montepulciano in purezza, e queste sono le mie brevi note di degustazione

Foto: Enzo Radunanza per Gazzetta del Gusto

Marchetti – Rosso Conero “Castro di San Silvestro” 2019: questa azienda storica, fondati ai primi dell’800 dall’Onorevole Giovanni Bonomi e ora seguita da Maurizio Marchetti (agronomo ed enologo), con il recente aiuto dell’amico Lorenzo Landi, ha presentato questo montepulciano in purezza dai caratteri fruttati e speziati. Peccato per una certa rusticità di fondo che toglio alla beva un filo di eleganza. Affinamento: acciaio e cemento.

Conte Leopardi Dittajuti – Rosso Conero “Fructus” 2018: l’Azienda Agricola Conte Leopardi Dittajuti è di proprietà dell’antica famiglia Leopardi Dittajuti ed è stata tramandata di padre in figlio per moltissime generazioni. Il vulcanico Piervittorio Leopardi, attuale proprietario assieme a Lidia, ci ha presentato il suo Rosso Conero dal naso giovanile e fruttato pur lasciando una scia di macchia mediterranea che ne prolunga la persistenza. Sorso vigoroso, con tannini ordinati e sostenuto da sensibile vena di freschezza sapida nel finale. Affinamento: barrique per due mesi.

Umani Ronchi – Rosso Conero “San Lorenzo” 2018: l’azienda, che non ha bisogno di presentazioni, ha portato in degustazione questo Rosso Conero che nasce da uve prodotte da un unico vigneto, il San Lorenzo, piantato nel comune di Osimo. E’ un vino molto complesso, vigoroso di aromi di amarena, prugna, mora, macchia marina e spezie orientali. Corpo robusto, sostenuto da tannini di razzza e adeguata verve acida. Invecchiamento: per 18 mesi in botti grandi (da 15 a 27 hl) di rovere francese e di Slavonia.

Fattoria Le Terrazze – Rosso Conero 2018: nella batteria dei sei vini presentati, lo anticipo, questo Rosso Conero prodotto da Antonio Terni è stato quello da me preferito, vuoi per la sua eleganza e leggiadria, vuoi per il suo grandissimo equilibrio, figlio anche di un tannino assolutamente cesellato, vuoi per un finale sapido che esalta la beva di questo montepulciano in purezza che berrei a secchi anche d’estate dopo un leggero passaggio in frigo. Il Rosso da pesce per antonomasia! Affinamento: 12 mesi in botti di legno 30 hl.

La Calcinara – Rosso Conero “Il Cacciatore dei Sogni” 2018: l’azienda, diretta dai fratelli Paolo e Eleonora, rispettivamente classe ‘81 e ‘87, prende il nome perché situata sul poggio più calcareo e aperto del paese di Candia. Questo Rosso Conero ha un naso ricercato e ricco di sfumature, con spunti di frutti di bosco ma soprattutto di resina, ginepro e iodio. La bocca è una vertigine di sensazioni articolate e territoriali che rendono questo montepulciano piacevolissimo e di grande sapidità marina. Affinamento: acciaio e botti grandi.

Moroder – Rosso Conero 2017: la nascita del complesso agricolo risale alla metà del ’700, quando i Moroder, originari della Val Gardena, si spostano ad Ancona e acquistano i terreni sui quali oggi sorge l’azienda. Questo vino, il primo e unico presentato del 2017, fa capire le grandi possibilità evolutive di un Rosso Conero in quanto ancora oggi, a tre anni dalla vendemmia, è assolutamente vivace e complesso nei suoi richiami olfattivi di more, mirtilli, corteccia, china, spezie nere e ritorni balsamici. Al gusto è carnoso, di grande equilibrio grazie ai suoi tannini morbidi supportati da una spina dorsale acido-sapida di grande potenza. Ottima la progressione gustativa. Affinamento: per 18 mesi in botti grandi (da 15 a 27 hl) di rovere francese e di Slavonia.

Considerazioni finali

Durante la degustazione con i sei vignaioli ed Alberto Mazzoni è uscita fuori la problematica circa l’identità attuale del Rosso Conero che andrebbe fortemente rilanciata anche per via del suo ottimo rapporto qualità\prezzo. Come fare? La mia proposta è abbastanza semplice ed è qualcosa che è stato attuato in passato anche dallo stesso Consorzio di Tutela ovvero agganciare fortemente la denominazione al terroir di riferimento rievocando l’incontro tra il mare Adriatico, con le sue splendide spiagge, e la viticoltura del Conero. 

Foto: La Stampa

Un terroir unico che può creare un brand tale da considerare il Rosso Conero come il vino rosso da pesce per eccellenza non solo per la costa Adriatica ma anche per tutta l’Italia. Come arrivare a questo risultato? Cercando di produrre meno, meglio, cercando di alleggerire il montepulciano da ogni orpello, magari evitando un sontuoso uso del legno, così come ha fatto, per esempio, Fattoria Le Terrazze col suo Rosso Conero. Bisogna puntare sulla piacevolezza di beva, su vini diretti e croccanti, lasciando al Conero DOCG l’ambizione di essere il rosso più importante e complesso delle Marche.

Podere Selva Capuzza - Garda Classico Chiaretto DOC “San Donino” 2020

Groppello, Barbera, Sangiovese e Marzemino, poche ore di macerazione, ed ecco il vino del Lago per eccellenza, un Chiaretto leggiadro e spensierato nei suoi effluvi aromatici di mandarino, pompelmo rosa e lampone su sfondo minerale. 


Il sorso è pura freschezza e bevibilità tanto che la bottiglia finisce in un amen. W il Chiaretto!

Barone Pizzini: l'anima verde della Franciacorta!

"Non chiamatelo Spumante". Sembra uno slogan, ma per Silvano Brescianini, direttore generale dell’azienda Barone Pizzini e Presidente del Consorzio Franciacorta, le parole sono importanti e tra uno spumante e un Franciacorta passa tutta la differenza del mondo che porta ad un solo termine: territorio. Se a quanto scritto si può ribattere che si tratti (anche) di marketing vi potrei rispondere, e lo farebbe probabilmente anche lo stesso Brescianini, che in Francia lo Champagne prende il nome dal suo territorio di origine e nessuno si azzarda a chiamarlo diversamente da oltre 300 anni.

Silvano Brescianini

Lo stesso legame con la Franciacorta lo ha anche l’azienda fondata nel 1870 da Enrico e Bernardino Pizzini, eredi della casata asburgica Pizzini Piomarta von Thumberg, che fin da subito si sono distinti come agricoltori illuminati.
Giulio Pizzini Piomarta Von Thurberg. Da questa data, vari discendenti si susseguirono alla guida della cantina sino all’ultimo, il Barone Giulio Pizzini (1916-1995) che ebbe un ruolo determinante nello sviluppo della viticoltura in Franciacorta (nel 1967 fu tra i fondatori della DOC Franciacorta). Fu proprio lui, alla fine degli anni ’80, a coinvolgere nella proprietà un gruppo di imprenditori appassionati al mondo enologico, gettando così le basi dell’attuale azienda diretta oggi da Silvano Brescianini che, nel 1993, dopo un glorioso passato nel mondo della ristorazione (ha lavorato anche al San Domenico di New York col mitico Tony May) è stato uno dei soci fondatori della nuova Barone Pizzini che è stata la prima cantina a produrre Franciacorta da viticoltura biologica certificata, ovvero utilizzando per la coltivazione e il nutrimento delle viti solamente sostanze naturali o che l’uomo può ottenere con processi semplici, senza ricorrere a prodotti chimici, diserbanti, OGM, fertilizzanti o pesticidi di sintesi.


Essendo stato per tanti anni dall’altra parte della barricata – osserva Brescianini – ho sempre ragionato con un approccio da consumatore e permettere l’uso in vigna, ad esempio, di un diserbante o di un sistemico, che possono essere cancerogeni, ti porta con un minimo di buon senso a chiederti se è davvero necessario l’uso della chimica perché poi, inevitabilmente, questa roba ce la troviamo anche nel bicchiere di vino che beviamo a tavola”.
Questi ragionamenti hanno trovato concretezza grazie ad un incontro con Pierluigi Donna, il maggior conoscitore di tecniche agronomiche bio, al quale Brescianini rivolge la fatidica domanda: “In Franciacorta si può coltivare la vite in modo non invasivo e di maggior tutela della natura rispetto al sistema convenzionale?”. 


Dalla risposta, che fu ovviamente “Certo!”, è nata una collaborazione, che dura ancora oggi, e che ha portato Barone Pizzini a fare la prima prova di biologico nel 1998, e dal 2001 tutti i vigneti ottengono la certificazione A.B attraverso il solo uso di zolfo e rame nelle loro composizioni più semplici ed in quantità limitate e controllate mentre contro insetti nocivi si usano esclusivamente derivati naturali da piante o batteri.


Il concetto di sostenibilità ambientale in Barone Pizzini è anche questione di coerenza e Brescianini, durante l’intervista che mi ha concesso, mi ha regalato un aneddoto molto importante: ”Tempo fa il produttore di etichette col quale collaboravamo era molto in ritardo con la consegna perché, mi ha spiegato, l’inchiostro usato per stamparle non veniva più dalla Germania, dove era stato messo al bando per la sua tossicità, ma dall’Est Europa dove era ancora permesso produrlo. Da quel momento, era il 2001, presi la decisione ovviamente di cambiare fornitore perché non illogico produrre un vino bio e poi usare materiali non conformi alla nostra idea “green” che va ad abbracciare anche l’uso di bottiglie meno pesanti oppure l’uso di capsule meno spesse (circa 50 micron contro la media che si attesta attorno agli 80\100 micron) in modo da ridurre i materiali utilizzati e i relativi rifiuti”.


L’impegno ambientale dell’azienda franciacortina non poteva non riguardare anche l’attuale cantina che nel 2006 è stata costruita secondo i criteri dell’architettura ecocompatibile. Ogni scelta architettonica è stata progettata per avere un basso impatto ambientale e un limitato consumo energetico. I pannelli fotovoltaici, il sistema naturale di condizionamento, l’impiego di pietra e legno, la fitodepurazione delle acque, sono tutti accorgimenti che fanno della sede produttiva di Barone Pizzini una cantina BIO.


Oggi la Barone Pizzini si estende in Franciacorta, all’interno dei Comuni di Provaglio d’Iseo, Corte Franca, Adro e Passirano, su 54 ettari divisi in 29 particelle (con altitudine variabile dai 200 ai 350 metri s.l.m.) dove pinot nero, chardonnay, pinot bianco ed erbamat (antico vitigno, dalla spiccata acidità, che dal 2017 è stato inserito nel disciplinare del Franciacorta DOCG) sono piantati su suoli in parte morenici, arricchiti da deposizioni fluvioglaciali. Questa grande eterogeneità, che per una cantina rappresenta un grande potenziale di qualità, viene sfruttato anche in cantina dove, attraverso un minuzioso lavoro di selezione, si arrivano a gestire anche 70\80 vini ovvero frazioni di parcelle che poi andranno successivamente e sapientemente assemblati.


Grazie ad una diretta Instagram e ad una precedente riunione ZOOM col gruppo di Garantito IGP ho potuto recentemente degustare tutta la produzione di Franciacorta DOCG di Barone Pizzini e, di seguito, trovate le mie impressioni gustative:


Barone Pizzini - Franciacorta Extra Brut DOCG “Animante” (tiraggio 04\2018 – sboccatura 03\2020): questo vino, il cui nome è un chiaro riferimento all’anima e lo spirito aziendale, è frutto del blend di chardonnay (84%), pinot nero (12%) e pinot bianco (4%) provenienti da tutti i vigneti dell’azienda. Questo Franciacorta, vero e proprio biglietto da visita di Barone Pizzini, essendo il vino numericamente più prodotto, conferma le attese rivelando profumi di crosta di pane, gelatina di cedro, cenni di frutta secca ed echi minerali. Piacevole la bocca: quasi da manuale il tratto acido-sapido che ben si intreccia con una struttura vibrante dominata da una persistenza di buona lunghezza sapida.


Barone Pizzini – Franciacorta Brut Dosaggio Zero DOCG “Animante L.A.” (tiraggio 04\2014 – sboccatura 03\2020): in questo Franciacorta, blend di di chardonnay (78%), pinot nero (18%) e pinot bianco (4%), l’anima del terroir franciacortino di Barone Pizzini viene esaltato da un lungo affinamento del vino sui lieviti che arriva fino a ben 70 mesi. L’annata mediamente calda si fa sentire donando un olfatto molto intenso e ricco di sfumature che vanno dalla frutta matura fino a quella secca all’interno di un insieme elegante ed integro. Sorso bilanciato nonostante il volume del vino la cui persistenza lievemente salina dona al palato freschezza invogliando al prossimo bicchiere.

Barone Pizzini – Franciacorta Brut Dosaggio Zero DOCG “Animante L.A.” (tiraggio 03\2012 – sboccatura 07\2018): rispetto al precedente c’è un cambio deciso di passo grazie all’annata (2011) molto più fresca ed equilibrata della 2013. Grande finezza aromatica con note di fiori di campo, crosta di pane, agrumi, ananas, mandorla amara fino ad arrivare al miele e al pane all’uva. Complesso e profondo in bocca, sostenuto e slanciato da una lunga sinergia acido-sapida. Ancora giovanissimo. Ad avercene!


Barone Pizzini – Franciacorta Brut Nature “Naturae” 2016: questo Franciacorta (70% chardonnay e 30% pinot nero) nasce parzialmente dal vigneto più alto aziendale, denominato Pian delle Viti, denominato nel Medioevo la Valle Sospesa, e caratterizzato da un terreno prettamente calcareo. Naso molto algido solcato da sensazioni di gelsomino, pompelmo e melissa che riposano su uno sfondo minerale ben delineato. Teso all’assaggio, segnato da vibrante nota salina e un retrolfatto che sottolinea i ritorni di agrumi e fiori di campo.


Barone Pizzini – Franciacorta Satèn 2016: chardonnay in purezza che si fa apprezzare per la sua eleganza, sia nel perlage soffice e sottile, sia nel comparto aromatico dove si sviluppano delicatamente nuance di mandarino, mela annurca, caprofoglio, salvia e pompelmo rosa. Bocca fine, longilinea, di eccellente equilibrio e con un finale dove ritorna la prepotenza agrumata a pulire il palato.


Barone Pizzini - Franciacorta Extra Brut Rosé 2016: questo Franciacorta (70% pinot nero e 30% chardonnay) ha un coinvolgente apparato aromatico ricco di sfumature che richiamano le erbe aromatiche, il ribes, la melagrana, i mirtilli e la macerazione di rosa, il tutto all’interno di un climax di raro appagamento minerale. All’assaggio sorprende per sapidità setosa e vivace acidità, entrambe in grande equilibrio all’interno di una trama strutturata, golosa e dai richiami aromatici di frutta e mineralità rossa.


Barone Pizzini - Franciacorta Dosaggio Zero Riserva DOCG “Bagnadore” 2011: prodotto a partire da chardonnay (60%) e pinot nero (40%) provenienti da un’unica vigna di venti anni (Roccolo di Provaglio d’Iseo), questo Franciacorta rappresenta il top di gamma di Barone Pizzini grazie ad un affinamento sui lieviti di almeno 70 mesi (circa 6 anni) prima della sboccatura. La grande complessità donata dal tempo la possiamo percepire nettamente già al naso dove esplodono i fiori bianchi e i lieviti, la pesca bianca, la mandorla in pasta per poi proseguire su effluvi di torroncino, miele, distillato ed erbe officinali. Il sorso è sontuoso, aristocratico, pieno di decisa sapidità, vivace freschezza grazie anche ad un perlage armonioso ed avvolgente. Finale di notevole persistenza su ricordi di agrumi e variegata mineralità. Un grande Franciacorta senza se e senza ma!

Un vitigno famoso ma non troppo. Poderi dal Nespoli e il suo Rubicone IGT Famoso 2019


di Lorenzo Colombo

Sarà anche “Famoso” di nome, ma per la verità non è che questo vitigno a bacca bianca sia in realtà molto conosciuto e quindi “famoso”. 

Vediamo quindi di conoscerlo meglio.

Nel passato, in Romagna, c’erano due vitigni che venivano chiamati “Famoso”, uno, coltivato principalmente nel Cesenate era abbastanza simile all’Albana, l’atro invece, più diffuso nel Riminese e nel pesarese (quindi anche nel nord delle Marche), era più simile al Trebbiano. Entrambe erano utilizzate principalmente come uve da tavola. Il luogo d’origine del vitigno parrebbe però essere la Toscana, e precisamente la Val di Pesa. La Rambella viene citata dal Marzotto nel 1825 ed in seguito compare in numerosi bollettini ampelografici dell’ottocento. Nella sua relazione sui vitigni romagnoli, il prof. Alessandro Pasqualini, direttore della Regia Stazione Agraria di Forlì, nel 1889 scriveva al proposito del Famoso “Il Famoso di Cesena ha grappolo grande serrato e alato, acini medi rotondi, ricoperti di velo cereo: tralcio a internodi assai lunghi: sembra potersi classificare nel gruppo delle Albane; è dissimile dal Famoso di Pesaro”.


Nell’Ampelografia dei vitigni romagnoli, Antonio Bazzocchi nel 1923 forniva una descrizione dettagliata del vitigno “Vitigno Cesenate di pregio discreto ma pochissimo coltivato. Matura nella seconda decade di settembre. Media delle misurazioni glucometriche: 15,64%. Tralcio robusto, color cannella chiaro, internodi molto lunghi, gemme medie color ruggine. Foglia quinquolobata a dentatura irregolare; pagina superiore verde scuro, inferiore lanugginosa: picciolo breve, sottile e roseo, nervature robuste. Grappolo grande, serrato ed alato: acini medi, rotondi, color verdastro, ricoperti da pruina cerosa: polpa a sapore dolce, vinaccioli in numero di due”.


Più recentemente, siamo infatti nel 1977, il Manzoni va più a ritroso nel tempo e scrive in merito alla Rambella “uva da tavola venduta anticamente fresca sulle piazze. Elencata nella Tabella del Dazio Comunale di Lugo del 1437”.
L’attuale Famoso, che ha come sinonimo principale “Rambella”, ma anche Uva rambella, Valpeisa, Valdoppiese, è stato inserito nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel Marzo del 2009 ed è ammesso nella produzione di cinque vini ad Igt dell’Emilia-Romagna. Lo stesso vitigno è attualmente in “osservazione” per quanto riguarda la regione Marche.


Gli ettari vitati, secondo l’ultimo censimento agricolo, che risale al 2010, risultavano essere solamente 6 (sei), anche secondo la più recente pubblicazione dell’Università di Adelaide “Which Winegrape Varieties are Grown Where”, revisione della prima edizione -risalente al 2013-, edita nel 2020 e che prende in considerazione la superficie vitata nel mondo, paese per paese, di oltre 1.700 vitigni, la superficie vitata della Rambella risulta essere di 6 ettari, ma pensiamo che abbiano preso i dati dal famoso censimento del 2010. 



Questi dati però non corrispondono assolutamente a quanto scrive l’enologa Marisa Fontana in occasione della pubblicazione di “Tre vitigni tra tradizione ed innovazione”, editato il 23 marzo 2019 in occasione della Mostra Mo.Me.Vi. (Mostra Meccanizzazione in Viticoltura), tenutasi a Faenza, parrebbe infatti che gli ettari vitati siano molti di più, oltre 70 nel 2018 (vedi grafico). Quest’ultimo dato viene confermato anche dall’articolo pubblicato il 26 luglio del 2020 su Settesere dove si parla di 80 ettari. 
Anche i dati forniti dalla Regione Emilia-Romagna, nella sua pubblicazione “IL FUTURO DELLA VITIVINICOLTURA DELL’EMILIA ROMAGNA TRA CAMBIAMENTI CLIMATICI E INNOVAZIONE” riferiscono di circa 67 ettari, nel 2018. Pare piuttosto strano che in così poco tempo la superficie vitata del Famoso si sia così ampliata, quindi, come ultimo dato forniamo la produzione di barbatelle nel corso degli anni, a partire dalla data di pubblicazione del vitigno nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite ad oggi (vedi tabella).

Ora non ci rimane che andare a degustare il vino, e precisamente il Rubicone IGT Famoso 2019 di Podere dal Nespoli.

Podere dal Nespoli

L’Azienda Poderi dal Nespoli dal 2010 fa parte del Gruppo Mondodelvino, grossa realtà con sede a Priocca, nel Roero, della quale avevamo scritto nel luglio dello scorso anno in occasione della presentazione di Wine Experience, un innovativo Museo didattico dedicato al vino (vedi).


La sua storia però parte da molto lontano, dal 1929, quando Attilio Ravaioli - che una decina d’anni prima aveva aperto l’Osteria Da Tilio- per far fronte alle richieste di vino della casa inizia i lavori di ampliamento della cantina. Antonio e Amleto, figli di Attilio, decidono di cedere la gestione della trattoria e di dedicarsi unicamente alla produzione di vino, per questo motivo acquistano il Podere Prugneto ed iniziano a produrre Sangiovese da uve di proprietà. Si aggiungono poi vigneti di Albana e Trebbiano e nasce la F.lli Ravaioli. 
Negli anni sessanta è Valerio, figlio di Amleto a dare nuovo impulso all’azienda, puntando sul Sangiovese e sul concetti di Cru, nasce il Prugneto, Sangiovese Superiore da singolo vigneto.

Celine

Negli anni ottanta l’azienda viene ampliata e rimodernata ed a guidarla, a Valerio si affianca Fabio, figlio di Antonio, viene inoltre cambiato il nome dell’azienda, che diventa Azienda Agricola Poderi dal Nespoli. Nel 2004 per la prima volta è Celine, figlia di Valerio a fare il vino e a quanto pare molto bene, ne è la prova l’ottenimento nel 2006 del prestigioso riconoscimento dei Tre Bicchieri da parte della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso a “Il Nespoli Sangiovese Riserva”. Siamo infine ai giorni nostri, quando a fine 2009 Poderi dal Nespoli entra a far parte del gruppo MGM, fondato da Alfeo Martini nel 1991, la parte produttiva rimane comunque nelle mai di Celine, quarta generazione della famiglia Ravaioli.

Il vino

I vigneti si trovano nella Valle del Bidente, nel forlivese, i suoli sono limosi ed il sistema d’allevamento è a Guyot, la vinificazione (in bianco) viene effettuata in vasche d’acciaio dove il vino poi s’affina.


Color verdolino scarico. Intenso e fruttato al naso, fresco e pulito, frutta a polpa bianca fresca, mela, pesca bianca, pera, note d’agrumi, pompelmo, leggeri accenni aromatici. Fresco alla bocca, con spiccatissima vena acida, quasi tagliente, sapido, agrumato, lime e pompelmo verde, leggero di corpo, vi ritroviamo la frutta bianca, mela in primis, buona la sua persistenza.