InvecchiatIGP: I Custodi delle Vigne dell’Etna – Ante 2013


Sull’Etna la viticoltura ha un rapporto particolare con il tempo. Lo si capisce guardando le vigne, i vecchi alberelli, i muretti in pietra lavica e, soprattutto, il lavoro necessario per mantenerli in vita. È dalla volontà di preservare questo patrimonio che nasce il progetto de I Custodi delle Vigne dell’Etna, realtà che ha scelto di recuperare vecchie vigne e pratiche agricole tradizionali in un territorio dove l’abbandono ha rischiato di cancellare una parte importante della storia viticola della Muntagna.


L’idea prende forma nel 2007, quando Mario Paoluzi comincia ad acquistare le prime parcelle sull’Etna, tra cui quelle di Contrada Moganazzi, precedentemente appartenute a Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red che con il progetto Il Cantante aveva contribuito a riportare l’attenzione internazionale sulla viticoltura etnea. È attraverso Hucknall che Paoluzi entra in contatto con Salvo Foti, un incontro destinato a segnare profondamente il percorso dell’azienda. Da quel momento prende forma una scelta precisa: recuperare il patrimonio viticolo etneo senza adattarlo a modelli estranei al territorio, affidandosi anche alla tradizione dei Vigneri e alla conoscenza dell’alberello etneo.


Oggi le vigne dell’azienda si distribuiscono in diverse contrade, per circa 12 ettari complessivi. A Moganazzi, dove si trovano piante ormai mature, sono stati persino eliminati alcuni impianti più giovani per ripristinare il tradizionale sistema a quinconce, legato alla coltivazione ad alberello. A Taverna, intorno ai 750 metri di altitudine, il vigneto guarda verso lo Ionio. A Feudo di Mezzo, invece, si trovano alcune delle testimonianze più preziose di questa viticoltura: viti prefillossera a piede franco, alcune con oltre due secoli di età, protette dai caratteristici muretti e dalle strutture in pietra lavica.


È in questo contesto che si inserisce Ante, Carricante in purezza che ho avuto modo di degustare qualche mese fa durante una verticale organizzata a Contrade dell’Etna 2026. Era un vino che avevo già nel radar, ma metterlo davanti a quattro annate diverse ha cambiato la prospettiva. Il tempo, in questo caso, diventa una chiave di lettura. La 2013 è stata la sorpresa della degustazione. Un’annata difficile, fredda e molto piovosa, arrivata oggi a una fase evolutiva tutt’altro che scontata. Il colore conserva luminosità; al naso il vino si apre lentamente, lasciando emergere note salmastre e agrumate, insieme a una componente minerale e a sfumature evolutive che non ne compromettono affatto la vitalità. Anzi.


In bocca è ancora sorprendentemente teso. Dopo un ingresso più morbido, il sorso prende velocità e si fa nervoso, verticale, quasi tagliente. La freschezza tiene tutto in equilibrio e la chiusura, asciutta e salina, rimane a lungo. È proprio qui che la 2013 racconta qualcosa di interessante sul Carricante e, più in generale, sulla capacità dei vini etnei di attraversare il tempo. L’evoluzione non ha cancellato l’identità del vino, l’ha spostata: meno immediatezza aromatica, più profondità, con quella componente salina e minerale che prende progressivamente il sopravvento.
Non è una bottiglia che impressiona per ricchezza o potenza. La sua forza sta nell’energia, nella precisione e nella capacità di mantenersi viva a distanza di anni. Ed è forse questa la lettura più interessante del lavoro de I Custodi: recuperare una vigna, conservarne la memoria e poi avere la pazienza di aspettare. Perché sull’Etna il tempo non è soltanto quello che passa tra una vendemmia e l’altra. È anche quello che permette a una vecchia bottiglia di tornare a parlare.

Az. Agr. Falisca – Toscana IGT Trebbiano 2024


Il Via della Luna 2024 della famiglia Pizzolato, prodotto a Certaldo, stravolge l'idea del trebbiano toscano neutro e banale. 


Profuma di tè, frutta secca, erbe ed echi fumé. In bocca h un'impronta decisamente sapida, dritta e vibrante. Un vino che non urla, sta lì in silenzio... finché all'improvviso non ti rendi conto di essere già al terzo calice.

Bordeaux, sull’orlo dell’abisso?


Bordeaux sta vivendo una trasformazione che pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Non soltanto per la crisi economica, ma perché a essere messo in discussione è un modello vitivinicolo costruito in secoli di storia, capace di diventare uno dei marchi più potenti del vino mondiale. Il dato più doloroso non è però una quotazione che scende o una campagna en primeur che va male: nel 2025 tre viticoltori bordolesi, Christophe Blanc, Jonathan Mayer e Guillaume Petregne, si sono tolti la vita, in un contesto di forte difficoltà per una parte della viticoltura della Gironda. Non è corretto trasformare queste tragedie in una statistica né stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto con la crisi economica. Ma sarebbe altrettanto difficile ignorare il contesto nel quale sono avvenute: aziende indebitate, difficoltà di vendita, patrimoni familiari che rischiano di dissolversi e, soprattutto, vigne da eliminare. 


La risposta istituzionale a tutto questo è stata anche una delle più radicali possibili: ridurre il parco vitato. Dal 2023, in Gironda, circa 30.000 ettari saranno stati estirpati entro la conclusione dei programmi in corso, dei quali 20.109 con il sostegno dello Stato e del CIVB. Il piano nazionale di arrachage varato nel 2026 ha inoltre raccolto richieste per altri 7.825 ettari nel dipartimento. Le elaborazioni di Gavin Quinney fotografano nel frattempo una perdita di circa 20.000 ettari di vigneto bordolese già sradicati o abbandonati negli ultimi tre anni, pari a circa il 20% della superficie. Numeri diversi perché misurano momenti e perimetri differenti, ma che raccontano tutti la stessa cosa: Bordeaux sta riducendo drasticamente la propria superficie vitata. Per chi guarda i bilanci può essere una misura di riequilibrio necessaria, perché l'offerta è diventata superiore alla domanda. Per chi vive sulla terra, però, la prospettiva è molto diversa. Sacrificare una vigna significa togliere dal terreno qualcosa che spesso è stato piantato dal padre o dal nonno. Significa interrompere una continuità. In molti casi significa anche ammettere che quella terra, coltivata per generazioni, non riesce più a garantire un reddito sufficiente. E il paradosso è che Bordeaux sta riducendo il proprio vigneto proprio mentre anche la produzione è crollata. 


La vendemmia 2025 ha prodotto circa 290,6 milioni di litri, il livello più basso dal 1991, con una resa media di appena 33,6 ettolitri per ettaro. La media produttiva del quinquennio 2021-2025 è stata del 25% inferiore a quella del decennio 2011-2020 e del 38% rispetto alla media 2001-2010. Non è soltanto il mercato, quindi. È anche il clima. Piogge, peronospora, siccità, caldo estremo e maturazioni sempre più difficili stanno modificando le condizioni nelle quali Bordeaux ha costruito la propria fortuna. E il 2026 non sembra voler concedere una vera tregua. La Francia è stimata a 33,9 milioni di ettolitri, uno dei raccolti più bassi degli ultimi trent'anni, dopo un'estate segnata da siccità e ondate di calore. Bordeaux dovrebbe recuperare circa il 10% rispetto al disastroso 2025, arrivando a 3,52 milioni di ettolitri, ma restando comunque l'11% sotto la media 2021-2025.


Il problema, però, non è più soltanto produrre. È vendere
. Ed è qui che la storia diventa più complicata. Per anni Bordeaux ha prodotto per un mondo che sembrava voler comprare sempre di più. La Cina era diventata uno dei grandi motori della domanda internazionale. Il vino rosso rappresentava il cuore dell'offerta. Le grandi annate alimentavano il sistema en primeur. I prezzi crescevano e il prestigio sembrava trasformarsi quasi naturalmente in valore economico. Poi il mondo è cambiato. Il consumo di vino si è ridotto, le nuove generazioni hanno sviluppato abitudini diverse, il rosso ha perso terreno rispetto a bianchi e bollicine e la Cina non è più il motore di crescita che Bordeaux aveva imparato a considerare. I consumatori, poi, sono diventati più prudenti e, soprattutto, hanno iniziato a chiedere una cosa molto semplice: perché dovrei pagare così tanto per questa bottiglia? È una domanda che mette in discussione un intero sistema, quello dell'en primeur, ovvero la vendita anticipata del vino ancora in affinamento, prima dell'imbottigliamento.


La campagna del millesimo 2024 ha mostrato tutte le fragilità di questo modello: prezzi ridotti, domanda debole, négociants poco disponibili ad assumersi altro stock e una quantità di vino già presente sul mercato che rende sempre più difficile giustificare certe quotazioni. La campagna En Primeur del millesimo 2025 ha beneficiato di un'annata considerata di grande potenziale, ma il risultato commerciale è rimasto molto selettivo. Le vendite sono cresciute leggermente rispetto alla debole campagna del 2024, senza però riportare il sistema ai livelli di qualche anno fa. Anche il mercato secondario racconta questo cambiamento: Bordeaux resta la regione dominante per valore, ma il suo peso è molto più basso rispetto agli anni d'oro e solo nel 2026 sono comparsi segnali di una possibile stabilizzazione dopo tre anni consecutivi di contrazione.


La questione, quindi, non è soltanto rilanciare un mercato in difficoltà, ma capire se il modello che ha reso grande Bordeaux sia ancora quello giusto per il vino di domani. E qui arriviamo al punto più delicato: Bordeaux, a mio parere, non deve necessariamente diventare un'altra regione. Deve capire quale Bordeaux vuole essere. Servono vini più leggibili, una politica dei prezzi più realistica, maggiore capacità di raccontare territori e persone e, soprattutto, la disponibilità ad accettare che il prestigio di un nome non basta più. Forse Bordeaux dovrà produrre più bianchi. Forse dovrà valorizzare maggiormente stili più freschi e meno concentrati. Forse dovrà riscoprire una parte della propria storia dimenticata, quando il vino bordolese non coincideva necessariamente con la potenza, l'alcol e la concentrazione.


Bordeaux sta quindi morendo? No, non credo. Ma sta pagando il prezzo della propria grandezza. Ha ancora terroir straordinari, competenze, una rete commerciale unica e un patrimonio di reputazione che nessuna crisi può cancellare in pochi anni. Ma il prestigio, da solo, non basta più. Il mondo del vino è cambiato e Bordeaux dovrà cambiare con lui. Per tornare a vivere dovrà forse fare una cosa che sembrava impossibile: ricominciare.

L’11 ottobre torna Tra Vino e Tramonti: 42 produttori del Lazio incontrano una selezione di vignaioli francesi tra Borgogna, Loira e Roussillon


Il Lazio del vino si mette in dialogo con la Francia. Domenica 11 ottobre 2026, dalle 12 fino al tramonto, torna a Palazzo Tronconi, ad Arce, la quarta edizione di Tra Vino e Tramonti, la manifestazione dedicata al vino artigianale e ai suoi protagonisti. Al centro dell’evento restano i 42 produttori del Lazio, espressione di territori, vitigni e sensibilità differenti, ma accomunati da una filosofia produttiva orientata al rispetto della terra e alla minima interferenza in cantina: agricoltura naturale, biologica o biodinamica, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e un impiego fortemente ridotto, quando non completamente escluso, di pesticidi e altri prodotti di sintesi.


La grande novità dell’edizione 2026 è l’apertura, per la prima volta, a una selezione di vignaioli francesi, provenienti da Borgogna, Valle della Loira e Roussillon.

L’obiettivo non è spostare il centro della manifestazione, che resta saldamente legato al vino del Lazio, ma creare un confronto con territori vitivinicoli già fortemente riconosciuti a livello internazionale. Un dialogo pensato per valorizzare il percorso che il Lazio sta compiendo, mettendone in evidenza identità, qualità e capacità di confrontarsi con realtà affermate senza perdere la propria specificità.

Dodici realtà francesi tra Borgogna, Loira e Roussillon

Saranno presenti personalmente ad Arce Bruno Duchêne e Alice e Olivier De Moor, distribuiti in Italia da Triple A Velier, e Manuel di Vecchi Staraz, distribuito da Merlini Distribuzione. Accanto a loro, il percorso di degustazione internazionale incluso nel biglietto comprenderà i vini di altre importanti realtà francesi, presentate anche attraverso il lavoro dei distributori italiani coinvolti, tra cui Gaja Distribuzione e Les Caves de Pyrene.

I produttori internazionali presenti nel progetto 2026:

- Nicholas Joly
- Bruno Duchêne
- Alice e Olivier De Moor
- Pattes Loup – Thomas Pico
- Olga Raffault
- Thibaud Boudignon
- Taupenot-Merme
- Domaine de la Cadette
- Domaine Derain
- Matassa
- Vinyer de la Ruca

Un itinerario che attraversa territori come Chablis, Vézelay, Côte de Nuits, Côte de Beaune, Chinon, Savennières e Banyuls-sur-Mer, portando ad Arce interpretazioni e sensibilità diverse della viticoltura francese.

Il Lazio resta protagonista

Tra Vino e Tramonti nasce per raccontare il Lazio attraverso chi il vino lo produce. La quarta edizione riunisce 42 realtà vitivinicole regionali, offrendo al pubblico la possibilità di degustare i vini direttamente insieme ai vignaioli e di conoscere territori, vitigni e approcci produttivi differenti.

L’apertura internazionale vuole quindi rappresentare un ulteriore passo nel percorso della manifestazione: non una competizione tra territori, ma un’occasione di confronto e scambio culturale tra produttori che lavorano in contesti diversi, accomunati da una forte relazione con la terra e con il proprio mestiere.

Vino, arte e musica fino al tramonto

La giornata si svilupperà tra degustazioni e performance artistiche e musicali, pensate come parte integrante dell’esperienza e diffuse negli spazi della manifestazione.

Tra gli artisti presenti:

- Rocco Lancia, pittore
- Veronica Fucci, soprano
- Sara Hoen, pittrice
- Ilona Dell’Olio, pittrice e performer
- Juri Corti, pittore
- Giuseppe Verri, scultore

Arte, musica e vino accompagneranno il pubblico durante tutta la giornata, senza sottrarre centralità ai vignaioli e ai banchi di degustazione.

La proposta gastronomica

Anche l’offerta gastronomica sarà parte del racconto della giornata. A Trapizzino, consolidato ambasciatore della tradizione culinaria romana e laziale, sarà affidata una parte centrale della proposta food, affiancata dalla cucina dell’Osteria di Palazzo Tronconi. A completare il percorso, una selezione di crudi e ostriche proposta da Triodinamico, in collaborazione con Corrado Tenace di Oyster Oasis.

Un progetto in crescita

Tra Vino e Tramonti arriva alla quarta edizione dopo un percorso di crescita costante. La precedente edizione ha riunito 34 produttori, registrando oltre 700 presenze e circa 400 bottiglie condivise nel corso della giornata. Nel 2026 il progetto amplia ulteriormente il numero dei vignaioli coinvolti e, per la prima volta, apre il proprio racconto oltre i confini italiani, mantenendo però il Lazio come punto di partenza e centro della manifestazione.

I 42 produttori del Lazio

- Vitivinicola Cioffi
- Il Vinco
- La Torretta
- Cardea
- Colle Formica
- La Visciola
- Damiano Ciolli
- Simone Sandei
- DS Bio
- Simone Pulcini
- Carlo Noro
- Riccardi Reale
- Fra i Monti
- Il Vecchio Poggio
- Il Sambuco
- Palazzo Tronconi
- Nicoletta Loreti
- Abbia Nova
- Marciano
- Andrea Occhipinti
- I Chicchi
- Rinelli Vigneti
- Marco Falcone
- Farina
- Emiliano Fini
- Liane
- Terracanta
- Mattei Wines
- Maria Ernesta Berucci
- Il Carretto
- Migrante
- Le Cerquette
- Marco Tumei
- Cantine Ferracci
- Podere Puelle
- Sete
- Podere Orto
- Aurete
- Giacobbe
- Icaro
- La Femminella
- Donna Vittori

La quarta edizione è supportata da:

Acqua Maniva
Refrigerio

Informazioni

Tra Vino e Tramonti 2026 – IV edizione

Domenica 11 ottobre 2026
Palazzo Tronconi, Arce (FR)
Dalle ore 12:00 al tramonto


Ingresso:

45 euro con prevendita online

50 euro direttamente all’ingresso il giorno dell’evento (fino a esaurimento dei biglietti)

Biglietti:

I biglietti sono disponibili online su Palazzo Tronconi

Organizzazione a cura di:

Palazzo Tronconi e Trapizzino

MenoDodicIGP: Fattoria dei Barbi - Igt Toscana Rosso "Brusco dei Barbi" 2024


di Lorenzo Colombo

Concepito da Giovanni Colombini, nonno di Stefano Cinelli Colombini, nel lontano 1969 voleva essere allora, e lo è ancor’oggi, un vino da potersi bere giovane, però con anche una certa capacità d’invecchiare. Prodotto con Sangiovese più una piccola percentuale di altri vitigni a bacca rossa provenienti da un vigneto posto a 400 metri d’altitudine su suolo argilloso-galestroso, vinificazione ed affinamento avvengono in vasche d’acciaio.


Si presenta con un color tra il rubino ed il granato. Intenso al naso con le note tipiche del vitigno, frutta rossa che ricorda la ciliegia selvatica con accenni di noci fresche. Fresco ed asciutto al palato, con bella trama tannica che nuovamente ci ricorda le noci, vi ritroviamo un bel frutto, buona la sua persistenza con chiusura piacevolmente amaricante.

Nello shop aziendale il suo costo è di 8 euro mentre on-line si trova attorno ai 9 euro

InvecchiatIGP: Nino Negri - Valtellina Superiore Vigneto Fracia 2006


di Lorenzo Colombo

La Vigna Fracia è di proprietà della Nino Negri dall'anno della sua fondazione, ovvero dal 1897. Si tratta di un vigneto di 10 ettari d'estensione, sette dei quali appartengono alla Nino Negri. Situato a un'altitudine compresa tra i 380 e i 500 metri s.l.m. su suolo scistoso e facilmente sfaldabile, composto principalmente da sabbia, ghiaia e limo, è disposto su ripidi (la pendenza arriva al 65%) ma ampi terrazzi sostenuti da muretti a secco. La loro ampiezza ha dato la possibilità di reimpiantare il vigneto dal tradizionale metodo a ritocchino, tipico della Valtellina, al più facilmente gestibile e parzialmente meccanizzabile giropoggio (da Est ad Ovest), con potatura a Guyot, aumentando così anche la densità di ceppi per ettaro. Nonostante si trovi in una zona relativamente più fresca rispetto ad altre, la vegetazione spontanea è quella tipica della valle, ovvero vi si trovano piante da clima mediterraneo.


Questo microclima più freddo fa sì che il ciclo vegetativo del Nebbiolo sia più lungo, conferendo al vino particolari sentori floreali e d'erbe aromatiche in gioventù, che si evolvono durante la vita del vino, il quale gode inoltre di una particolare longevità.


Nel corso degli anni l'etichetta è cambiata ed ora riporta la sottozona Valgella; il vino ha così acquisito il nome di Valtellina Superiore Valgella Vigna Fracia ed è stato inserito nella linea produttiva “Vigne di Montagna”. Attualmente l'affinamento del vino è cambiato, avvenendo principalmente in botti di rovere di medie dimensioni, relegando solamente una piccola percentuale in barriques e terminandolo poi con 18 mesi in bottiglia.

Il vino

La vinificazione è stata effettuata a temperatura controllata in vasche d'acciaio, terminando la fermentazione malolattica in barriques, dove è rimasto per 15 mesi. L'apertura della bottiglia, dopo vent'anni dalla vendemmia, non ha causato particolari problemi: il tappo, come si vede dalla foto, è uscito integro — abbiamo utilizzato il cavatappi a doppia lamella e verme — e solo leggermente colorato dal vino nella sua parte più interna (la bottiglia è sempre stata conservata coricata).


Il vino si presenta con un colore granato profondo con unghia tendente all'aranciato. Dopo i primi minuti nei quali ci appare un poco chiuso, s'apre ampio, complesso ed elegante, con buona intensità olfattiva su note di sottobosco, cuoio e fiori secchi, e poi ancora note balsamiche, di frutta secca e di caffè, prugna secca, pepe e vaniglia.


Intenso e strutturato, con leggeri accenni piccanti, vi cogliamo sentori di cioccolato alla menta uniti a quelli di noci, castagne, pepe e caffè. Chiude piacevolmente amaricante con lunghissima persistenza e tannino integro.

Pileum - Lazio Rosato IGP "Caterina" 2024


di Lorenzo Colombo

Prodotto con uve Cesanese di Affile provenienti dalle colline di Piglio, ad oltre 400 metri d’altitudine su suoli calcarei composti da argille bianche, limo e sabbia. 


E' un rosato dal color tra il salmone ed il ramato e si presenta fresco e sapido, succoso e con sentori di ciliegia e d’erbe aromatiche.