La Casaccia di Franceschi - Rosso di Montalcino 2024


di Roberto Giuliani

Di quest’azienda fondata da Leopoldo Franceschi e oggi governata con i figli Flavia e Federico, conoscevo il Brunello di Montalcino e la versione Riserva, mentre del Rosso di Montalcino ero digiuno, semplicemente perché non era stato ancora prodotto. Le impressioni positive che avevo avuto l’anno scorso del Brunello 2021 mi hanno spinto a cogliere al balzo la notizia che Podere La Casaccia aveva finalmente realizzato anche questo Rosso, uscendo con l’annata 2024.


Un’azienda che possiamo annoverare tra le “medio-piccole” nel territorio ilcinese, con i suoi 15 ettari vitati, ma proprio per questo gestiti con estrema attenzione, in un contesto condiviso con ulivi e tartufaia. Il Rosso di Montalcino nasce da un vigneto impiantato nel 2007, lavorato in biologico su terreno formato da sedimenti marini pliocenici con presenza di conchiglie fossili a ricordarci l’origine marina della zona; siamo a 370 metri di altitudine nei pressi del borgo di Sant’Angelo in Colle.
In cantina, dopo la vendemmia che si svolge a ottobre in due fasi distinte (prima i grappoli maturi e dopo 10-15 giorni la restante parte), un lettore ottico consentirà una selezione accurata degli acini migliori. La fermentazione è spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati e si svolge per circa 20 giorni a temperatura controllata in vasche di acciaio inox da 50 e 70 ettolitri, dove successivamente avviene anche la fermentazione malolattica. Il vino ottenuto viene trasferito in botti di rovere dove sosta un anno.


Colore rubino di perfetta trasparenza, bouquet davvero invitante, arioso, un misto di viole, ciliegie, fragoline di bosco, riverberi balsamici in un contesto che emana freschezza. L’assaggio mette in risalto questa spinta fresca, addirittura a tratti agrumata, affiorano anche note di erbe aromatiche, timo in primis, sensazioni quasi ematiche, la trama tannica è in perfetta sintonia con la materia, non disturba; è un vino palpabile, fisico, soprattutto fortemente godibile senza per questo perdere in personalità, prodotto in soli 3500 esemplari, pertanto affrettatevi a richiederlo!

Roberto Giacobbo e quel sogno chiamato Torreclava


“Torreclava” è il nome del vino realizzato da Roberto Giacobbo, giornalista, autore televisivo e scrittore, una delle figure più riconoscibili della televisione italiana grazie ai programmi dedicati ai segreti dell’archeologia, della scienza e delle civiltà antiche. Il grande successo televisivo arriva nei primi anni Duemila con il programma Voyager – Ai confini della conoscenza, trasmesso su Rai 2. Dopo molti anni trascorsi in Rai, nel 2018 decide di intraprendere una nuova esperienza professionale passando a Mediaset. Qui dà vita al programma Freedom – Oltre il confine, che prosegue il percorso di divulgazione iniziato con Voyager e continua a esplorare enigmi storici e scientifici. Curiosità innata e instancabile sete di conoscenza lo spingono a varcare le porte di un nuovo settore: quello enologico, realizzando così il suo sogno: produrre un vino buono.


Siamo nelle campagne di Orta Nova, nel cuore della pianura del Tavoliere. Qui la terra è generosa ma pretende rispetto, dedizione, pazienza. Lo sa bene la famiglia Faretra, che da anni porta avanti, con estrema dedizione, la coltivazione della terra seguendo una rigida lavorazione dei terreni in regime biologico. L’unione tra Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, figlia di Roberto, ha spinto l’azienda “Terre di Maria”, nome scelto in onore della mamma di Cataldo, Maria Pasquariello, a puntare non più solo sulla vendita delle uve, ma a imbottigliare il proprio vino.


C’è un momento preciso, nelle campagne della Capitanata, in cui il sole sembra fermarsi sui filari e il vento porta con sé il profumo della terra appena lavorata. È in quel silenzio, tra vigne che raccontano storie antiche, che prende forma il sogno di Roberto Giacobbo e del suo vino Torreclava. Tra le varietà coltivate in questo specifico angolo della Puglia e nelle “Terre di Maria” spiccano quelle che da sempre caratterizzano questa porzione di territorio: il Nero di Troia, fiero e intenso, e il Primitivo, caldo e avvolgente, il Susumaniello, raro e sorprendente. Uve che crescono sotto un sole forte, accarezzate dal vento che arriva dall’Adriatico.


Terre di Maria non nasce solo per produrre bottiglie. Nasce per custodire un’identità. E quando il primo vino esce dalla botte, il momento è quasi solenne. Il colore è profondo, il profumo racconta di frutta matura e terra calda. Nel bicchiere non c’è solo vino: c’è il lavoro di un anno intero, ma anche il coraggio di credere in qualcosa insieme. Due famiglie, una terra, un sogno condiviso.


Il sogno di Roberto Giacobbo oggi continua a crescere. Vendemmia dopo vendemmia, bottiglia dopo bottiglia. Con la stessa promessa che lo ha fatto nascere: fare un vino buono, vero, capace di emozionare chi lo beve. Perché alcuni vini non nascono soltanto dalla vite. Nascono dalle persone. Il vino Torreclava, un Primitivo al 100%, nasce dalla volontà di Roberto, il quale ha sfruttato la sua piccola anomalia nell’ipersensibilità genetica al gusto per realizzare un vino di grande qualità. Giacobbo dice del suo vino: “Lo bevo con immensa gioia, sapendo di avere un vino sano che la sera ti regala allegria e la mattina dopo lo ami”.


La terra pugliese ha completamente conquistato Roberto Giacobbo, che nonostante abbia girato tutto il mondo riconosce nella Puglia una grande garanzia nella qualità del suo cibo e dei suoi vini, la definisce “una terra magica”, spesso sfruttata e che invece deve essere sempre più rivalutata e valorizzata perché ha una grande storia di qualità.

InvecchiatIGP: Sankt Pauls - Südtiroler Weißburgunder Riserva DOC Sanctissimus 2015


Sankt Pauls è un mosaico di 190 famiglie che da oltre un secolo curano 185 ettari di vigneto nell’Oltradige, trasformando il lavoro cooperativo in una vera “grammatica del vino”. Nel borgo di San Paolo, dominato dalla cupola a cipolla del Duomo, la viticoltura non segue mode passeggere, ma le plasma con rigore e pazienza, facendo dialogare tradizione e visione contemporanea. I vigneti si arrampicano dai 300 ai 700 metri, dove l’aria sottile incontra i venti freddi della Mendola e le correnti calde che salgono dal Lago di Garda, mentre argille, porfidi vulcanici e depositi calcarei creano un terreno complesso e vibrante. Questo terroir verticale conferisce ai vini tensione, precisione e personalità, che oggi, sotto la guida di Philipp Zublasing, si esprimono in freschezza, pulizia e beva elegante, senza sacrificare struttura o identità.


Il simbolo indiscusso di questo territorio, ovviamente, è il Pinot Bianco, vitigno che in questa zona ha trovato una vera e propria terra promessa. Se il Kalkberg colpisce per la sua mineralità gessosa e per quella mela gialla croccante che invita al sorso continuo, è nel Sanctissimus Riserva – degustato nell’annata 2015 – che la visione dell’azienda raggiunge le sue vette più alte. Nato da viti centenarie che affondano le radici sotto la chiesa di Missiano — probabilmente il vigneto più antico della regione — e affinato con rara sensibilità tra anfore di argilla e grandi botti di rovere, questo vino si offre come un’esperienza quasi mistica.


Il naso è un racconto che si apre con lentezza e rispetto: inizialmente pietra focaia, terra bagnata, poi il frutto prende forma, con mele renette mature, pera Williams, scorza di agrume candito. Con l’ossigenazione emergono fiori secchi, camomilla, miele di montagna, una speziatura dolce appena accennata e un ricordo di nocciola tostata, chiara firma di un legno nobile, mai invasivo, perfettamente integrato. Il profilo aromatico è profondo, stratificato, privo di qualsiasi compiacimento.


In bocca il Sanctissimus mostra tutta la sua statura. L’attacco è ampio, sostenuto da una freschezza sorprendente per l’annata. La materia è piena, avvolgente, ma sempre guidata da una spina acida precisa, quasi scolpita, che dà ritmo e profondità al sorso. La sapida impronta minerale, cifra dei grandi bianchi altoatesini, accompagna il vino verso un finale lunghissimo, con un’eco salina e lievemente affumicata che resta impressa nella memoria.


Un Pinot Bianco che non cerca consenso immediato, ma ascolto. E lo ripaga, sorso dopo sorso.

Ventiventi – Lambrusco di Modena Doc La.Vie


Un sorso di La. Vie è un tuffo nella spensieratezza emiliana. Questo Lambrusco di Sorbara di Ventiventi danza nel calice con una spuma vivace e profumi di melagrana e pepe rosa. 


In bocca è un'esplosione di gioia, fresco e salino: la prova che l'eleganza può essere pop. Un vino che sa di vita e passione.

Sarà Syrah: il futuro di Cortona passa da qui


Ci sono territori che impiegano secoli per trovare il proprio vitigno simbolo e altri che, quasi per intuizione, riescono a costruire un’identità nel giro di pochi decenni. Cortona appartiene alla seconda categoria. Qui, tra le colline che guardano la Val di Chiana e le prime ondulazioni dell’Appennino, la Syrah ha rapidamente superato il ruolo di semplice varietà coltivata, diventando il linguaggio con cui il territorio racconta sé stesso: un legame così forte da rappresentare oggi la parte più significativa della produzione della denominazione Cortona DOC.


Un risultato tutt’altro che scontato se si pensa che fino alla seconda metà del Novecento la viticoltura locale era molto diversa: il paesaggio agricolo era dominato da colture miste e soprattutto da uve bianche, in particolare il Trebbiano, base dei vini quotidiani e del tradizionale Vin Santo. Storicamente la Syrah arriva a Cortona quasi in punta di piedi. Le origini della sua presenza non sono del tutto documentate, ma una delle ricostruzioni più accreditate racconta che il vitigno sia giunto in Toscana nei primi anni del Novecento grazie al conte di Montecarlo di Lucca, di ritorno da un viaggio in Francia. Da lì alcune barbatelle iniziarono a circolare in raccolte private e vigneti sperimentali, passando dal territorio aretino fino ad arrivare nel cortonese. Le prime testimonianze concrete della Syrah utilizzata per produrre vini di qualità risalgono però agli anni Sessanta, quando alcune aziende locali individuarono vecchi ceppi nei propri vigneti e decisero di studiarne il potenziale.


All’inizio degli anni Settanta, con il supporto del professor Attilio Scienza e dell’Università degli Studi di Milano, furono avviate ricerche sui suoli e sul clima della zona che portarono alla realizzazione di un vigneto sperimentale con diversi cloni del vitigno. Fu proprio in quegli anni che emerse la sorprendente affinità tra il clima delle colline cortonesi e quello della Valle del Rodano, patria storica di questa varietà. Da quelle intuizioni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, prese forma il percorso che avrebbe cambiato il destino enologico di Cortona. Tra i pionieri di questa nuova stagione c’è Tenimenti d'Alessandro, tra i primi a intuire il potenziale della Syrah in queste colline e a lavorarla con convinzione, dimostrando quanto il vitigno potesse esprimere qui un carattere originale. Nel giro di pochi anni altri produttori seguirono la stessa strada: realtà come La Braccesca, la tenuta cortonese dei Marchesi Antinori, insieme a vignaioli come Fabrizio Dionisio e, soprattutto, Stefano Amerighi, hanno contribuito a definire uno stile sempre più identitario, capace di unire maturità mediterranea, profondità aromatica ed eleganza tannica.


È proprio questo percorso ad aver plasmato la personalità contemporanea della Syrah di Cortona; un’identità che ho potuto approfondire pochi giorni fa a Sarà Syrah, l’anteprima ufficiale inserita nel contesto di Chianina e Syrah, l'evento ormai diventato un appuntamento fisso per operatori e stampa, ideale per tastare il polso alle nuove annate e alle diverse interpretazioni del territorio, arricchite per l'occasione da un proficuo confronto con espressioni della Syrah provenienti da altri areali, sia nazionali che internazionali.


Tra i vini che mi hanno colpito di più c’è il Cortona DOC Syrah Spazzanido 2025 prodotto da Baldetti. Un Syrah che gioca tutto sull’equilibrio e sulla bevibilità: profumi floreali nitidi, richiami di piccoli frutti rossi e una speziatura leggera che accompagna il sorso. Il risultato è un vino scorrevole e piacevole, di quelli che si finiscono quasi senza accorgersene, capace di raccontare il lato più immediato e conviviale del Syrah di Cortona.

Più scuro e introspettivo il Cortona DOC Syrah Klanis 2022 di Tenuta Montecchiesi, che gioca su registri più profondi e materici. Il profilo è segnato da note terrose e sanguigne, quasi ferrose, che richiamano la terra da cui proviene, mentre il frutto resta in sottofondo, compatto e maturo. Un Syrah che guarda alla struttura e alla personalità, capace di restare a lungo nel calice.

Sorprende per schiettezza il Cortona DOC Syrah Castore 2024 di Chiara Vinciarelli. È il tipo di vino che restituisce il lato più quotidiano e autentico del Syrah: diretto, gustoso, immediato, con un frutto croccante e una trama agile che invita subito al secondo sorso. Un rosso da tavola nel senso più nobile del termine, di quelli che accompagnano senza sforzo una cena tra amici.

Di tutt’altra caratura il Cortona DOC Syrah Castagnino 2025 di Fabrizio Dionisio, che si presenta con un profilo decisamente più ambizioso. Qui il Syrah mostra tutta la sua classe: profumi intensi di frutto scuro e spezie, una trama tannica fitta ma elegante e un sorso dinamico che si allunga con decisione nel finale. Coniuga potenza e precisione con estrema naturalezza.

Tra i campioni degustati, però, uno svetta per personalità: il Cortona DOC Syrah Apice 2022 di Stefano Amerighi. Un vero fuoriclasse della categoria, capace di coniugare profondità aromatica, energia e precisione. Il frutto è scuro e vibrante, la speziatura elegante, il sorso teso e stratificato. Un Syrah che racconta con grande intensità la vocazione di queste colline.

Colpisce anche il Cortona DOC Syrah Particella 134 2021 di Cantina Faralli, ultima annata attualmente in commercio. Nonostante i suoi cinque anni mostra ancora un’energia sorprendente: il vino è graffiante ma allo stesso tempo armonioso, con un frutto speziato ben definito e una progressione gustativa che resta viva e dinamica fino al finale.

A chiudere la degustazione uno sguardo al futuro con l’IGT Toscana Be You 2024 di Cantina Canaio. Qui Syrah e Viognier convivono nello stesso vino dando vita ad un vino luminoso e freschissimo, un esperimento interessante che potrebbe indicare, e forse lo farà, una possibile evoluzione stilistica per la denominazione.

InvecchiatIGP: Piaggia - Carmignano DOCG "Il Sasso" 2008


di Lorenzo Colombo

Situata a Poggio a Caiano l’azienda Piaggia è stata fondata a metà degli anni Settanta da Mauro Vannucci che ha acquistato alcuni terreni in località Piaggia. Nel 1991 esce il primo Piaggia Carmignano Riserva e dopo aver coinvolto la figlia Silvia l’azienda si ingrandisce arrivando a gestire circa 25 ettari, 15 dei quali a vigneto suddivisi in diverse parcelle: Vigna Piaggia, Vigna Il Sasso, Vigna Viti dell’Erta, Vigna Poggio de’ Colli e Vigna Pietranera La produzione annuale s’aggira sulle 120.000 bottiglie, 45.000 delle quali sono di Carmignano Il Sasso.


Il disciplinare di produzione del Carmignano è piuttosto aperto in quanto a vitigni utilizzabili, posta l’obbligatorietà del Sangiovese per un minimo del 50% e dei Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, sia da soli che congiuntamente, per una percentuale variabile dal l0 al 20%, possono essere utilizzati molti altri vitigni in percentuali diverse, ovvero per un massimo del 20% per il Canaiolo nero, e per il 10% per quanto riguarda le uve a bacca bianca, Trebbiano toscano, Canaiolo bianco e Malvasia del Chianti, sia da sole che congiuntamente. Si possono inoltre utilizzare, per un massimo del 10%, altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nell’ambito della Regione Toscana. Va da sé che le caratteristiche dei vari vini possano cambiare anche in maniera abbastanza evidente.


Il Sasso Carmignano DOCG nasce da una selezione dell'omonimo vigneto, posto a S. Cristina a Mezzana, la sua composizione prevede i seguenti vitigni, senza che sulla scheda tecnica del vino vengano specificate le loro percentuali: Sangiovese 70%, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc 20%, Merlot 10%. Il vigneto è situato a 250 metri d’altitudine su suolo di medio impasto con presenza d’argilla e di galestro, l’esposizione è Sud-Ovest ed il sistema d’allevamento è a guyot con densità d’impianto di 6.250 ceppi/ettaro. Le diverse uve vengono vinificate in piccoli contenitori tramite l’utilizzo di lieviti indigeni con una macerazione di circa 20 giorni, il vino viene quindi traferito in barriques dove avviene la fermentazione malolattica e dove quindi s’affina per circa 12 mesi.


Il colore è granato di buona intensità con unghia che inizia a tendere all’aranciato. Intenso ed elegante al naso, pulito, ampio, con sentori di frutta a bacca scura matura ancora ben evidenti nonostante l’età del vino, leggere note tendono alla confettura di prugna, balsamico e mentolato, presenta note di spezie dolci, vaniglia, accenni di cuoio e d’olive in salamoia. Dotato di buona struttura, intenso, succoso, con tannino vellutato e bell’equilibrio complessivo, sentori di cioccolato amaro, chiude con lunghissima la persistenza su leggere e piacevoli accenni vegetali che gli donano freschezza. Un vino da considerarsi ai vertici, non solo della sua tipologia.

A Mano - Igt Susumaniello Rosato Salento “Imprint” 2024


di Lorenzo Colombo

Questo vino nasce da un incontro tra un winemaker californiano ed una friulana dopo una visita ai vigneti pugliesi nel 1998.


Il suo colore è rosa confetto, sia al naso che alla bocca emergono sentori di piccoli frutti di bosco e note d’agrumi