InvecchiatIGP: Fattoria Sardi - Colline Lucchesi DOC "Sebastiano" 2003


di Stefano Tesi

La storica Fattoria Sardi, oggi di proprietà Sebastiani, è una sorta di fascinosa enclave rurale alle porte di Lucca e da cento anni tondi produce vino, anche se esiste da molto tempo prima. Ossia da quando la famiglia Sardi la acquisì al termine di abbastanza colorite vicende testamentarie (che vale la pena di farsi raccontare andando a visitare l’azienda) oltre due secoli orsono. Negli anni Venti - racconta l’attuale comproprietario Matteo Giustiniani, che oggi la gestisce con la moglie Mina - la villa era dimora di suo bisnonno Giovanni "Gianni" Sardi, uomo tutto d’un pezzo il quale, non a caso, soleva ammonire i familiari dicendo che “...quando hai la fortuna, come famiglia, di essere custode di un pezzo di terra da generazioni, viene naturale guardare al futuro più che al passato, consapevoli che a ogni privilegio deve corrispondere un dovere supplementare, verso gli altri e di fronte a sé stessi”. Una massima destinata a restare ben impressa in nipoti e nei pronipoti. Dalla moglie Maria Antonella Giovanni ebbe nel 1928 Maria Adelaide, che sposò Sebastiano Giustiniani: con lei le terre passarono alla famiglia del marito, ma l’azienda mantenne il nome originale.


Nei primi anni ’70 toccò proprio al Giustiniani ripiantare le vigne e negli anni ’80 restaurare la villa. Nel 2002 la Maria Adelaide lasciò infine l'azienda ai nipoti Jacopo e Matteo il quale, dopo gli studi di enologia a Firenze e poi a Bordeaux, nel 2012 tornò a Lucca per prenderne le redini, abbracciando con convinzione la via del bio e consacrando la tenuta alla biodinamica (la Fattoria ha il bollino della Biodynamic Farmers of the World – BDFarmers).

Il vino di cui parleremo oggi risale però a quasi un decennio prima.

E’ una bottiglia di Sebastiano 2003, il rosso Colline Lucchesi DOC (oggi fatto con Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon, ma allora solo con Merlot al 100%) dedicato alla memoria del nonno, stappata di recente proprio in occasione del “centenario viticolo”.


L’annata come noto fu torrida e le vigne, mette le mani avanti Matteo, erano appena state rifatte. A dire il vero il colore non è incoraggiante: a parte la torbidezza, il tono tendente al marrone non promette niente di buono, ma noi abbiamo fiducia. Anche il primo impatto olfattivo solleva parecchi dubbi, evidenziando una marcata evoluzione e sentori terziari estremi che ci inducono a farlo riposare e respirare più a lungo. Saggia scelta: dopo una ventina di minuti di aria e di giri nel bicchiere i sentori sgradevoli scompaiono a poco a poco e lasciano progressivamente il posto allo screziato, classico bouquet di un grande vecchio: cuoio, sottobosco umido, foglie cadute e bagnate, funghi secchi e un accenno balsamico che ondeggia con una strana, molto tenue, ma non spiacevole risacca salmastra che ricorda le alghe marine e l’acciuga sotto sale. 


La riscossa definitiva è tuttavia al palato, dove quasi a sorpresa il Sebastiano giunge pressochè integro, fragile ma elegante, ancor apprezzabile, mostrando addirittura con qualche residua freschezza e chiudendo con una piacevolezza sorprendente.

C’è poco da fare: le vecchie bottiglie fanno divertire, sempre e comunque.

Tenuta Le Forconate - Colli dell’Etruria Centrale DOC "Ràsole" 2024


di Stefano Tesi

Capita che vini fuori moda e lontani dal tuo gusto possano piacerti. E’ il caso di questo supertuscan (50% Sangiovese e Merlot, affinato 9 mesi in barrique) fatto pressochè all’incrocio di Toscana, Lazio e Umbria. 


Opulento ma non troppo, asciutto, non sobrio ma neanche esondante, tipico ma non noioso. Bene!

Basta fuffa: decidiamoci sul "vino da pane e salame"


di Stefano Tesi

Giorni fa, girando con due colleghi in esplorazione per le campagne toscane, mi sono fermato in una di quelle frazioni pittoresche divenute ormai, per effetto dei tempi, borghi-dormitorio oppure sedi di seconde case sempre vuote, tra le quali gli sparuti e decrepiti residenti si aggirano come fantasmi, in un silenzio irreale.
Mentre riflettevo su questo apparentemente inesorabile destino dei luoghi che il lessico politico-burocratico bolla con l’asettico nome di “aree interne”, mi è venuta fame. Ho così adocchiato una botteghina, minuscola davvero. Il classico alimentari di paese che oltre al pane, al latte e alla verdura finisce per vendere di tutto, dai quaderni al dentifricio. Sono entrato e ho ordinato tre panini col salame, che la signora dietro il bancone ha confezionato con cura e flemma d’altri tempi, nelle more intrattenendosi in chiacchiere con un paio di pensionati venuti lì a passare il tempo. Lì per lì ho avuto anche la tentazione di afferrare dallo scaffale una bottiglia di onesto rosso locale, ma dovendo guidare ho desistito. Costava 6 euro. Ho ripiegato su una lattina di Coca cola e una bottiglietta d’acqua.


Pago il conto: 7,70 euro in tutto e 5,80 per i soli panini, un prezzo appena inferiore agli standard medi toscani (zone rurali comprese) e comunque adeguato al livello qualiquantitativo dei panini, rivelatisi ottimi. Sulla via del ritorno mi è venuto in mente, però, che un paio di settimane prima avevo stappato un vino che mi avevano mandato in assaggio. Un Sangiovese delle nostre parti. L’avevo trovato di eccezionale gradevolezza, fragranza, agilità. Il classico vino allegro, leggero ma elegantissimo. “Da pane e salame”, come si usa dire. E come in effetti recitava anche la scheda di presentazione del vino medesimo.


Siccome l’espressione è in effetti ricorrente, sono andato allora a scartabellare tra i miei appunti alla ricerca dei tanti vini propostimi negli ultimi mesi come “da pane e salame”. Ne ho trovati una decina. Quasi tutti più che buoni. Salvo un dettaglio: non ce n’era nessuno che costasse meno di 18 euro. Quello che mi era particolarmente piaciuto ne costa addirittura 30 e passa. Quasi tutti gli altri oltre 20. In pratica 24 euro di media. 


Allora mi sono chiesto: se il mio panino col salame comprato al negozietto costa meno di due euro, come posso pensare che il bicchiere e mezzo di vino che, come minimo, ci bevo spensieratamente insieme e in compagnia, senza sottilizzare troppo sulla quantità - giacchè è questo il senso della siffatta merenda - me ne costi otto, per una spesa totale di dieci e che, se poi panini diventato due e i bicchieri tre, diventano venti? E’ concepibile, per ragioni di contenimento della spesa, centellinare quel vino e di conseguenza il godimento implicito in una merenda?

E, viceversa: qual è davvero il senso odierno della definizione “vino da pane e salame”? Decidiamoci una volta per tutte.

Sia chiaro: parlo del prezzo normale di vini normali acquistati in negozio o direttamente in cantina, non di grandi griffe comprate a ristorante o in un bar del centro storio fiorentino.

Mi si dirà, correttamente: la qualità ha un prezzo.

E io risponderò: certo.

Non è infatti il rapporto qualità/prezzo che contesto in certi vini volutamente semplici, che trovano proprio in questa loro levità e finezza le doti migliori, doti non a caso percepibili meglio e prima dai palati più sensibili. Contesto invece la definizione, un po’ ipocrita e un po’ stucchevole, di “vino da pane e salame” affibbiata a prodotti costosi visto che di sicuro nessuno, salvo alcuni happy few ben portafogliati, se li berrà a merenda. A meno di non elevare il pane e salame al rango di pietanza, prezzo compreso. Cosa assai di moda nei locali prediletti da chi ama la fuffa gourmet, ma non è il mio caso. Il ragionamento si collega anche a quello, più generale, sul prezzo dei vini e il calo dei consumi.


Personalmente sono convinto che il problema del costo non sia l’unico ad allontanare i consumatori, ma che comunque alla fine la spesa incida molto. Soprattutto, poi, se il produttore sottolinea l’agilità e la fragranza del proprio vino spiegandolo non come il frutto di una sensibilità e di una scelta qualitativa, ma con la sbrigativa, semplicistica definizione “da pane e salame”. Di fronte alla quale, anziché la bottiglia da trenta euro, il passante affamato finirà per comprare quella anonima da sei euro che trova sullo scaffale del salumiere. Magari scarso, magari pessimo o magari invece ottimo, ma edonistico e scacciapensieri come dev’essere il vino da bere a merenda, in quantità a piacere. E senza accendere mutui.


Ecco: si parla tanto, e a volte a capocchia, di semplificare il linguaggio tecnico del vino e poi si continuano a usare immagini retoriche per descrivere le cose diverse da come sono (e da quanto costano). Allora dico: anche no. Perché – siamo seri – il mercato di ottimi vini da pane e salame a meno di dieci euro il mercato è pieno.

MenoDodicIGP: Mastroberardino - Irpinia Rosso DOC "Vibra" 2025


di Luciano Pignataro

Dopo il Vibra bianco arriva il rosso, da uve aglianico e merlot coltivate a circa 500 metri con protocolli che aderiscono al programma di viticoltura sostenibile VIVA: è la risposta di Mastroberardino ai consumi che cambiano a cominciare dall’etichetta, vivace e allegra, che strizza l’occhio alle nuove tendenze estetiche nate con la birra artigianale e poi adattata da molti produttori di vini “naturali”. Ma quello che conta, oltre al prezzo ovviamente, è lo stile di questo rosso, a cominciare dal colore non concentrato e dal grado alcolico fermo a undici gradi. 


La morbidezza del merlot aiuta la immediata bevibilità di Vibra, lavorato esclusivamente in acciaio con una estrazione breve di 3-4 giorni. Il risultato? Un vino fresco, di godevole bevibilità, adatto ad ogni tipo di abbinamento, a cominciare dalla pizza, da noi verificato da Wip di Nocera Inferiore. Ma va bene anche come aperitivo, appena raffreddato.

Paternoster - Aglianico del Vulture DOC "Don Anselmo" 2005


di Luciano Pignataro

Ci sono vini che ti accompagnano gran parte della vita e il Don Anselmo di Paternoster è uno di questi. L’etichetta nasce nel 1985 per celebrare il fondatore della cantina creata nel 1925: un ventennio glorioso per il Vulture, che ancora non era stato travolto dalla fillossera a differenza di gran parte del territorio europeo. Barile, paesino di origine albanese, divenne un centro molto importante di produzione e commercio di vino. Anselmo Paternoster, reduce di guerra e cavaliere di Vittorio Veneto come tanti ragazzi meridionali nati negli ultimi anni dell’Ottocento, fu mandato a combattere in trincea ed è stato anche il primo ad imbottigliare e a creare un’etichetta commerciale.


L’idea di creare un vino per ricordarlo fu del figlio Giuseppe, primo enologo della Basilicata dopo aver studiato alla scuola di Conegliano. Bere questo vino dunque significa entrare in una storia generazionale, quella dei Paternoster, che ha fatto grande l’Aglianico del Vulture. L’azienda era inizialmente nel cuore di Barile prima di spostarsi appena fuori, all’uscita del raccordo Potenza-Melfi, ed è in questa sede che la visitai la prima volta nel 1993, accolto da Vito. Parliamo di un territorio straordinario, con un vulcano in forte attività sino a 140 mila anni fa, quando l’ultima eruzione fece addirittura collassare la montagna disegnando l’attuale profilo ben visibile dall’Alta Murgia.


Nel 2016 la proprietà è passata alla famiglia Tommasi, ma la continuità è assicurata da Fabio Mecca, quarta generazione Paternoster al lavoro con il vino. La 2005 è considerata un’annata particolarmente fortunata nel Vulture grazie a un andamento climatico sostanzialmente regolare, quasi un ritorno al passato dopo la torrida 2003 – il cui caldo è stato superato solo dall’estate appena trascorsa – e la 2004, eccessivamente fresca. La vendemmia delle uve usate per il Don Anselmo fu infatti completata nella prima settimana di novembre.


Ne abbiamo stappato una bottiglia due anni fa e ci siamo trovati a riprovarla, magnifica e perfetta, a berla di nuovo lo scorso settembre: si tratta di un’edizione speciale che celebra la nascita dell’etichetta. Ancora una volta il Don Anselmo dimostra di allungare il passo man mano che passano gli anni. Non è certo una novità per l’Aglianico, come ben sappiamo, ma aprire queste bottiglie con sicurezza regala sempre una grande soddisfazione. I sentori di frutta corredati da note fumé, spesso tipiche dei vini da suolo vulcanico, si fondono con quelle balsamiche del legno grande usato per l’affinamento. 


Il sorso è tonico, vivo, ancora fresco, lungo, avvolgente, con un finale netto e pulito. Un vino che andrebbe bevuto da solo per goderlo in pieno, capace di ricordare gli amici, il territorio, gli anni che sono passati e l’entusiasmo di un periodo che purtroppo non ha dato quei risultati che si potevano avere in un’area che considero ancora una delle più affascinanti del nostro Mezzogiorno.

Casa d'Ambra - Biancolella Ischia DOC "Tenuta Frassitelli" 2024


di Luciano Pignataro

Due anni sono il tempo di attesa giusto per bere questo storico bianco ischitano, uno dei primi cru della Campania, da uva biancolella. Adesso infatti ha finalmente raggiunto la giusta maturità. 


Agrumato e floreale al naso, sapido e fresco al palato, finale lungo. Perfetto sulla cucina di mare.

Mutiliana - Romagna Sangiovese Modigliana "I Ronchi Sparsi" 2023


di Luciano Pignataro

Puntata a Bologna, impossibile non passare Al Cambio per diversi motivi. Il primo è che sta in via Stalingrado, la città simbolo della disfatta nazista durante la seconda guerra mondiale. Secondo, perché in cucina c’è il giovane Matteo Poggi che, dopo qualche anno trascorso alla Francescana di Massimo Bottura, segue una linea di ricette tradizionali perfettamente e golosamente eseguite. Terzo, perché in sala c’è l’istrionico Piero Pompili, il re dei maître italiani 2.0. Quarto, perché (c’è bisogno di dirlo?) adoro come tutti la tradizione gastronomica grassa, allegra e sfacciata di questa città.


Ma cosa c’entra tutto questo con la mitica rubrica del giovedì? Perché voglio ribadire un consiglio da dare a tutti, esperti e non: la carta dei vini è il vero biglietto da visita di un locale, più dello stesso menu, perché illumina immediatamente la cultura del progetto e rivela se siamo di fronte a qualcuno che orecchia o che ha studiato. Qui l’IA non ti può aiutare, perché per avere i Ronchi Sparsi 2023 devi stare davvero dentro questi temi, non te li puoi inventare. Soprattutto perché è una chicca perfettamente inserita nella carta del locale, decisamente territoriale nell'impronta generale e coerente con il cibo servito.


Così, sulla lasagna sette strati celebrata dal New York Times come una delle dieci ricette italiane da non perdere, abbiamo scelto questo vino pensato da Giorgio Melandri, storico e apprezzato giornalista italiano di enogastronomia, realizzato dall’enologo Francesco Bordini per Mutiliana, il progetto enologico fondato a Modigliana dai due nel 2013 che punta a tutelare il patrimonio autoctono del territorio suddiviso nelle tre valli principali dell'Appennino tosco-romagnolo: Ibola, Tramazzo e Acerreta. In generale, il Sangiovese di questo progetto mi è sempre piaciuto perché si esprime in maniera leggibile, immediata, empatica, non richiede sforzi interpretativi ma solo propensione al godimento quando si sta a tavola.


Ronchi Sparsi, frutto maturo, fresco, assolutamente in forma con una chiusura lunga e appagante, tannini molto ben risolti, è un vino che nasce dalla volontà di recuperare le vigne danneggiate durante la terribile alluvione di tre anni fa. Il protocollo seguito parla di una fermentazione naturale senza lieviti aggiunti, una estrazione prolungata ma non eccessiva e un affinamento in vasche di cemento e poi in bottiglia. Last but not least, il prezzo più che accessibile: siamo sui 20 euro proposti nelle piattaforme, ma difficilmente supera i 23 euro.
Insomma, una bottiglia che si beve, perfettamente adeguata al menu che oltre la lasagna prevedeva il pollo arrosto, ma adatta a qualsiasi piatto, anche di pesce, perché alla fine è bere quello che ci piace su quello che ci piace. Infine l’adagio: quando c’è cultura autentica, non indotta dai social o dalla TV, la ristorazione non può mai andare in crisi.