Poggio Severo 2021: abbiamo degustato il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini


di Stefano Tesi

Far parte del ristretto numero di famiglie che hanno fatto la storia di un vino e di un territorio comporta delle responsabilità e delle cautele. A maggior ragione se questo vino si chiama Brunello di Montalcino. Ci vogliono i piedi di piombo per compiere ogni passo, cercando di preservare lo stile che ti ha reso riconoscibile per generazioni. Ma al tempo stesso ci vuole il coraggio di fare delle scelte, perché questo è ciò che ci si aspetta da chi ha radici profonde e un lignaggio che te lo impone.


Poggio Severo, il nuovo Brunello di Montalcino di Lisini presentato qualche settimana fa a Firenze, nasce in questo contesto e rispecchia questa filosofia di rispetto della propria tradizione stilistica. I Lisini del resto sono a Montalcino e fanno vino da metà dell’800, quando la proprietà giunse in famiglia come dote di Francesca Clementi. Negli anni ’30 del secolo scorso Lodovico, nonno degli attuali gestori (Carlo Lisini Baldi, il fratello Lorenzo e i cugini Ludovica, Alessandro e Caterina Lisini), produceva già un rosso “secondo il metodo chiantigiano”. In azienda transitano poi Franco Bernabei e per un breve periodo anche Giulio Gambelli, maestro di Paolo Salvi, l’enologo che dal 2019, coadiuvato dal collega interno Alessandro Maggioni, segue la cantina. Ma la famiglia ha avuto un ruolo importante anche nella guida della denominazione: fu tra i fondatori del consorzio nel 1967 ed Elina, figlia di Ludovico, fu nel 1970 la prima donna a presiederlo.


Il Poggio Severo è insomma un vino la cui nascita è stata molto soppesata (“è la prima vera novità dagli anni ‘90”, spiega Carlo), ma che rappresenta anche una sorta di punto svolta, poiché va ad arricchire un catalogo che da tempo era volutamente calibrato su soli tre riconoscibilissimi vini: il Brunello annata, la Riserva e il celebrato cru Ugolaia, oltre ovviamente al Rosso e all’IGT San Biagio.


Il vino della nuova etichetta proviene da una vigna di due ettari messa a dimora nel 2010 su un solo arenario e argilloso ad oltre 500 metri di quota, esposto a sud-est, tra i boschi. “Qui l’altitudine pesa molto sul prodotto finale”, dice Paolo Salvi, “perché il microclima induce vendemmie tardive e dà al vino acidità e freschezza”.


E il Poggio Severo 2021 che abbiamo assaggiato, è in effetti un vino di forte personalità, ma coerente con lo stile tradizionale dei Lisini. Di colore rubino abbastanza intenso, al naso è fortemente varietale, pieno e diretto, molto fresco, e poi si screzia in un ventaglio di sentori che spaziano dalla polvere da sparo alla polpa di prugna, affinandosi e alleggerendosi via via che rimane nel bicchiere fino ad assumere una nota di impettita, frusciante eleganza. Al palato è corposo e quasi brusco, con ritorni di prugna e tannini vibranti, espressione di una gioventù che fa presumere prospettive di lunga vita.

Ne vengono fatte 2.666 bottiglie, l’equivalente di una botte da 50 ettolitri.

Ora aspettiamolo qualche anno.

VINI SELVAGGI 2026 TORNA A ROMA CON OLTRE 120 VIGNAIOLI


Roma si prepara ad accogliere la nuova edizione di Vini Selvaggi, la fiera indipendente dedicata ai vini naturali e all’agricoltura artigianale, in programma al San Paolo District dal 7 al 9 marzo 2026. Tra le novità in programma la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!”, in programma sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. L’ingresso è gratuito e le somministrazioni sono a pagamento.

Cos’è Vini Selvaggi

Nata come spazio di incontro tra vignaioli, operatori professionali e pubblico appassionato, Vini Selvaggi è diventata negli anni un punto di riferimento nazionale per chi ricerca nel vino autenticità, coerenza agricola e una visione culturale alternativa ai modelli industriali. “Una manifestazione che mette al centro il lavoro contadino, il rispetto dei territori e una cultura del bere consapevole, libera da mode e omologazioni” affermano gli organizzatori Lorenzo Macinanti (Solovino) e Giulia Arimattei (studio di comunicazione Fritz.Ico).


L’edizione 2026 riunirà oltre 120 vignaioli indipendenti provenienti dall’Italia ma anche da Francia, Spagna, Slovenia, Austria con numerose e interessanti novità. Come ogni anno, la ricerca è orientata verso nuove realtà, spesso poco conosciute anche al pubblico più appassionato. In degustazione vini identitari, spesso fuori dagli schemi convenzionali, ma profondamente legati ai territori di origine.

Vini Selvaggi, giunta alla sesta edizione, si conferma anche come luogo di confronto tra produttori, ristoratori, distributori, giornalisti e appassionati, favorendo relazioni dirette e promuovendo una filiera corta e consapevole. Accanto alla parte espositiva, il programma prevede momenti di approfondimento culturale dedicati ai temi dell’agricoltura sostenibile, del vino naturale e delle trasformazioni del mondo rurale contemporaneo.

Non solo vino

L’Area Food – Artigiani del Gusto affianca la proposta vitivinicola con una selezione di realtà di qualità: La Polpetteria, Stracotteria, Spaccio, ReCUP e Twist & Chips proporranno un’offerta che coniuga valorizzazione delle materie prime e recupero creativo, contribuendo a definire uno spazio conviviale dove fare una sosta golosa.

La proposta dedicata al caffè vedrà la partecipazione di PicaPau e Origine, progetti specialty orientati alla qualità della filiera, alla selezione consapevole delle materie prime e allo sviluppo di una cultura del caffè.

Il Corner Distillati & Birre Artigianali, con DrinkIt, Distillerie Capitoline, L’Ardente, Liquorificio 4.0 e Birrificio Freelions, amplia il percorso espositivo attraverso una selezione di produzioni indipendenti che interpretano la fermentazione e la distillazione in chiave artigianale, con attenzione alla ricerca, all’identità territoriale e alla qualità produttiva.

Nella giornata di domenica sarà, inoltre, attivo uno Spazio Bambini, a cura di Io Gioco Ovunque, con giochi in legno e attività libere, al fine di favorire una fruizione più inclusiva e accessibile dell’evento, rafforzandone la dimensione familiare e comunitaria.

La novità 2026: “Naturalmente Selvaggi!”, la festa inaugurale

Novità assoluta dell’edizione 2026 sarà la festa di apertura “Naturalmente Selvaggi!” prevista per sabato 7 marzo dalle 16.00 alle 22.00, sempre al San Paolo District. Cuore dell’iniziativa sarà la Grande Enoteca dei Vini Selvaggi, articolata in area mercato e mescite, pensata per favorire la conoscenza diretta tra produttori e pubblico, nonché l’acquisto consapevole delle etichette presenti.

L’evento “Naturalmente Selvaggi” vedrà protagonisti gruppi di vignaioli – alcuni non presenti nelle giornate ufficiali della fiera – con degustazioni a consumo e focus su specifiche aree e collettivi territoriali, tra cui i produttori dell’Associazione Vignaioli Vulcani Laziali, Ciociaria Naturale e il gruppo Senza Meja tra Collio e Carso italiano e sloveno, con aziende come Radikon, Nikolas Juretic e Paraschos.

Ad animare la giornata ci saranno StappaLa e Frisson che con interventi musicali e momenti di mescita, rafforzeranno la dimensione conviviale dell’evento. Inoltre, la giornata del 7 marzo sarà arricchita anche dalla presenza di Terres des Hommes (ONLUS), Pica Pau specialty coffee, Api di Gea (produttori di miele), Divinamente Lab e Gemma Verde (artigianato). Spazio anche ai liquorifici con Distillerie Capitolone, Distilleria Eterea, L’Ardente e Liquorificio 4.0; da non perdere i cocktail e le birre a cura di DrinkIt.

Naturalmente Selvaggi è appuntamento che unisce vino, artigianato, musica e cultura gastronomica in un’unica grande festa di apertura. Ingresso gratuito aperto al pubblico e somministrazioni a pagamento.

Il costo del biglietto giornaliero per Vini Selvaggi, comprensivo di tutte le degustazioni presso i tavoli degli espositori, è di 30 euro. È previsto un accredito riservato agli operatori del settore horeca al costo ridotto di 15 euro. I pass d'ingresso sono acquistabili sul sito ufficiale: www.viniselvaggi.com

ORARI E COSTI

NATURALMENTE SELVAGGI

Sabato 7 marzo 2026 dalle 16.00 alle 22.00

San Paolo District

Ingresso al pubblico: gratuito e somministrazioni a pagamento

VINI SELVAGGI

Domenica 8 marzo 2026 e Lunedì 9 marzo 2026

dalle ore 12.00 alle ore 20.00

San Paolo District, Via Alessandro Severo 48

Ingresso al pubblico: costo 30 euro

Ingresso operatori horeca: 15 euro

InvecchiatIGP: Fontanavecchia - Aglianico del Taburno "Grave Mora" 2012


di Luciano Pignataro

Il Grave Mora nasce nel 2003 e segna l’evoluzione del pensiero enologico dell’epoca, in cui molti produttori di rossi puntavano a una leggera (o pesante) surmaturazione delle uve e all’affinamento in barrique. La tensione era rivolta a creare vini potenti, muscolosi, "masticabili", come si diceva all’epoca.


Esattamente l’opposto del gusto odierno, che volge alla leggerezza senza più dare troppa importanza all’eccesso di colore. Quando però una cosa è ben fatta resiste alle mode, magari con qualche piccolo accorgimento. Il pregio del Grave Mora, pensato all’epoca da Angelo Pizzi (uno dei padri della Falanghina nel Sannio), è quello di aver regalato molta eleganza all’Aglianico del Taburno proprio attraverso questo protocollo. Sicuramente resta una delle etichette più longeve di questo areale sannita, in perenne (e nobile) confronto con il Vulture e con il Taurasi. Da qualche tempo in azienda è entrato Emiliano Falsini, la cui mano — lo confessiamo — ci piace assai, soprattutto sui rossi a cui riesce sempre a dare grande slancio e personalità. Ma la 2012 di cui parliamo oggi porta ancora la firma di Pizzi; l'abbiamo bevuta in una riunione fra amici al ristorante L’Agape di Sant’Agata dei Goti, portata proprio da Libero Rillo.


La bevuta comparata è forse il miglior modo per imparare, perché riesce a dare — a parità di situazione emotiva e psicologica — il senso della misura attraverso il confronto. In questo caso lo scarto è stato evidente: la beva dell’Aglianico di questa annata, decisamente favorevole ai rossi un po’ in tutta Italia, è risultata al tempo stesso potente ma molto elegante grazie a un'acidità ancora prorogante e giovanile. Colore rosso rubino compatto, tannini ficcanti ma ottimamente risolti, freschezza e un naso composto da frutta fresca, rimandi di tabacco e caffè con lieve tostatura. La beva è veloce, equilibrata; il sorso occupa immediatamente tutto il palato e termina con un finale pulito, molto preciso, lungo e austero.


Nonostante l’alto grado alcolico, la sensazione complessiva è di freschezza, a dimostrazione che la "fissa" attuale di abbassare il grado alcolico di per sé non è una soluzione, se non quella di assecondare la narrazione commerciale che il mercato vuole ascoltare in questo momento. A nostro giudizio, il tema di un grande vino resta l’equilibrio tra le diverse componenti; più che abbassare l’alcol a prescindere, la sfida è non cercare il "vinone" a tutti i costi, preservando la fragranza del frutto al palato.


Il Grave Mora di Fontanavecchia (azienda di Torrecuso che ha iniziato a etichettare nel 1990) mantiene questi presupposti. Si è presentato a questo appuntamento nel migliore dei modi e, per questo, lo consegniamo alla memoria scritta in questa era di apprendimento digitale e visivo.

Aia dei Colombi - Sannio Barbera doc 2024


di Luciano Pignataro

Si chiama Barbera ma è diverso, più simile a un Pelaverga per capirci. Presto lo conosceremo come Camaiola: si produce nel Sannio, è freschissimo, profumato di ciliegia, morbido e un po’ dolce al palato. 


Da bere a secchi con gli amici subito senza aspettare, il sorso della gioia contadina.

L’Irpinia "in bianco" secondo Piero Mastroberardino: l’evoluzione di un’icona tra svecchiamento e rigore


di Luciano Pignataro

Si possono avere tutti i gusti e tutte le opinioni sul vino, ma è lapalissiano occuparsi delle aziende leader dei territori per capire lo stato delle cose e l’aria che tira. In Campania il riferimento è, senza ombra di dubbio, Piero Mastroberardino, che ha festeggiato un ciclo di massimi riconoscimenti per i suoi Taurasi dalla critica americana e, sul piano personale, la nomina a Cavaliere del Lavoro, oltre alla conferma alla guida di Grandi Marchi e come responsabile del gruppo di lavoro istituito dal governo per cercare di dare risposta ai problemi che attraversa il mondo del vino italiano.


Nel corso della degustazione annuale in questa sede, ho deciso di presentarvi i suoi nuovi vini bianchi in uscita tra marzo e aprile.

Vibra 2024 Irpinia Bianco DOC

Questa è un’assoluta novità nella proposta dell’azienda di Atripalda. Si tratta infatti di un bianco ottenuto da uve fiano, greco e falanghina a bassa gradazione alcolica: siamo a quota dieci gradi. Per noi, abituati a qualche gradino superiore, fa uno strano effetto, ma dobbiamo ammettere che si tratta di un bicchiere al passo con i tempi: profumi dolci, esuberanti, di frutta bianca e fiori precedono il sorso leggero, scorrevole, quasi dissetante, decisamente morbido e freschissimo al palato con una chiusura netta e decisa. Si tratta di un vino dall’etichetta vivace che ammicca al mondo giovanile; un aperitivo, insomma, qualcosa di non impegnativo che accompagni il piacere di fare due chiacchiere. Un’operazione coraggiosa e spiazzante: sono davvero curioso di vedere come sarà recepito dal mercato. Sicuramente è un’immagine di svecchiamento aziendale, così come lo sono i due nuovi metodo classico (Ripe d’Altura e Ell'e Noir) usciti prima di Natale. Prezzo al pubblico: 10 euro circa.


Neroametà 2022 Irpinia Bianco DOC

Si tratta di un aglianico vinificato in bianco che ha visto la luce per la prima volta nel 2013, quando Piero decise di riprendere un vecchio progetto aziendale del papà Antonio degli anni ’80, che aveva lanciato il Plinius. Da allora è uscito ogni anno, creandosi un proprio pubblico perché particolarmente adatto alla cucina di mare così come ai piatti di carne. Lavorato solo in acciaio da uve aglianico coltivate a Mirabella Eclano a 400 metri di altezza, è la versione "ferma" del metodo classico blanc de noir Ell'e Noir cui facevamo cenno prima. Il naso ha sentori fumé e note balsamiche; al palato è ancora fresco, pieno di carattere, con un finale lunghissimo. Saltata la 2021, l’annata 2022 è messa in commercio proprio in questi giorni. Prezzo: si aggira poco sopra i 17 euro.


Stilema Greco di Tufo 2020 DOCG Riserva

Stilema torna al vecchio concetto di vinificazione da cui si era partiti: mettere insieme le migliori uve dei diversi areali con metodi che puntano all'essenzialità del gusto, senza concentrazioni e surmaturazioni, ovvero senza effetti speciali. Il riferimento è allo stile dei vini prodotti dal padre Antonio, che puntavano all'esaltazione del varietale. Il primo Stilema è stato un Fiano del 2015 che convinse subito tutti. Ottenuto dai vigneti di Montefusco, Petruro Irpino e Tufo, questo bianco è sicuramente uno dei migliori Greco in circolazione. Lavorato in acciaio e in barrique di secondo passaggio, presenta le classiche note sulfuree del vitigno ingentilite da note floreali e fruttate. Al palato c’è tutto il carattere del Greco di Tufo: una beva ben caratterizzata, senza concessioni "piacione", impeccabile su tutti gli abbinamenti possibili (ad eccezione dei piatti con troppo pomodoro). Finale amaro e lunghissimo. Facile prevedere almeno dieci anni di grandi bevute con questa annata. Prezzo: sui 40 euro.


More Maiorum 2019 Irpinia Bianco DOC

Chiudiamo questa rassegna con il quarto vino di prossima uscita per il Vinitaly. Parlo del More Maiorum, un’etichetta che vide la luce per la prima volta nel 1995. Si tratta di un blend di Greco e Fiano che fermenta e sosta in barrique per un anno e mezzo prima di affinarsi in bottiglia. Un vino che ho sempre adorato perché rientra perfettamente nei miei gusti. Al naso parla il Fiano, al palato lavora il Greco. Il risultato è un vino complesso, con legno e frutto ben integrati; la freschezza è ben preservata e il sorso è corposo e avvolgente. Nel corso degli anni il protocollo ha accentuato la freschezza di questi due vitigni e il legno è sempre dosato in maniera più sapiente e accorta. Prezzo: circa 35 euro.

InvecchiatIGP: San Gregorio - Chianti Colli Senesi DOCG 2013


di Carlo Macchi

Oggi questa rubrica rende merito sia a un vino che a una denominazione. La denominazione è il Chianti Colli Senesi, considerata quasi sempre figlia di un dio minore ma che in realtà ha alcune particolarità interessanti: la prima e non la più particolare, è che si estende con 1400 ettari di vigneti in provincia di Siena. La seconda, interessante ma solo se si approfondisce, è che è una DOCG fatta ad arcipelago, cioè si estende in tre zone non contigue. La terza, quella veramente interessante si scopre andando a vedere quali sono comuni in cui si può produrre: a nord troviamo, tra l’altro, San Gimignano e Castelnuovo Berardenga, scendendo poi incontriamo Montalcino, Montepulciano e Chiusi.

Qualcuno di questi nomi vi ricorda qualcosa?

Indubbiamente sì ed è per questo che il Chianti Colli Senesi DOCG è spesso considerata una denominazione “a caduta”, cioè nei suoi 1400 ettari nascono ottime uve, ma spesso usate per DOCG più famose e molto più remunerative. Insomma, siamo di fronte ad una DOCG Cenerentola, che difficilmente troverà il principe azzurro che saprà rivalutarla e portarla al livello delle “sorellastre” con cui divide i vigneti.


Dalla denominazione arriviamo al vino, che non sarà certo il principe azzurro che risolve i problemi di questa DOCG ma è sicuramente un esempio di come si può produrre un vino semplice, piacevole e beverino, dal prezzo vergognosamente basso e che può invecchiare bene per anni. Questo vino nasce nell’ azienda San Gregorio, che si trova vicinissima a Chiusi a meno di un chilometro dall’uscita autostradale omonima sulla A1.


L’azienda ha circa 20 ettari di vigneto, nella stragrande maggioranza sangiovese, ma con alcune parti dedicate al colorino, al ciliegiolo e al canaiolo. Siamo stati loro ospiti per la nostra riunione di redazione e non vi nascondo che quando ci hanno proposto una verticale del loro Chianti Colli Senesi (annata, non riserva) che dal 2023 ci avrebbe portato fino al 2003 non pensavo assolutamente che ci avrebbe dato indicazioni positive. Invece mi sbagliavo e non di poco e tra i sorprendenti vini degustati è spiccato il loro Chianti Colli Senesi 2013. Vino in prevalenza sangiovese con qualche tocco di colorino, fermentato e maturato in vasche di cemento, ci ha lasciati a bocca aperta: color rubino vivo, naso netto e fine con note di floreali di ginestra, poi miele e leggerissimo fruttato. Bocca equilibrata con tannini ancora vivi e quasi ruvidi e un finale di buona persistenza. Considerate che siamo di fronte a un vino che oggi, in azienda, costa poco più di 5 euro.


Che il 2013 assaggiato non fosse la classica bottiglia fortunata lo hanno sentenziato sia il 2003 che il 2016, assaggiati nella stessa occasione, a dimostrazione che il Chianti Colli Senesi e soprattutto San Gregorio ha varie “Cenerentola” da far conoscere.

Jaume Serra - Cava Brut Nature Reserva 2016


di Carlo Macchi

Lo ammetto, mi ha colpito il prezzo: poco più di 11 euro per una magnum del 2016. Da uve Xarel-lo, Parellada, Chardonnay e Macabeo. 


Naso prima chiuso poi su note balsamiche, bollicina viva ma fine, ancora nervoso ma ben equilibrato. Un Cava che vale molto, molto più di 11 euro. Da provare!