La teoria dei due imbuti: perché il racconto del vino sta fallendo


di Carlo Macchi

Non so come iniziare questo sfogo anche perché il tema è quasi indefinibile o forse è talmente ben definito che ormai è una specie di monolite su cui andiamo ogni giorno a sbattere. Ha cominciato a girarmi in testa passeggiando per le vigne di Greve con Alessandro Masnaghetti e ingurgitando una serie di dati geologici come solo lui sa esporre, poi ha continuato a formarsi leggendo Verticale e le sue attentissime analisi di vini spesso sconosciuti ai più, per poi formarsi definitivamente davanti agli scritti di Paolo De Cristofaro e degli altri bravissimi colleghi che provano a far capire il mondo del vino non fermandosi solo alla visita in azienda dove si elogiano indiscriminatamente le scale di casa, la cantina, la famiglia fino agli avi che hanno combattuto le Guerre d’Indipendenza e naturalmente i vini.



Alla fine mi sono fatto un’idea che può essere rappresentata da due imbuti: come vedete uno è rovesciato e provo a spiegarvi il perché.


A noi giornalisti del vino ormai ci dicono ad ogni pie’ sospinto che abbiamo un difetto (uno solo?...): usiamo troppi termini tecnici per non dire astrusi, che hanno come risultato quello di allontanare le persone, in particolare i giovani, dal vino. In altre parole, la gran massa di termini, di informazioni, di ragionamenti che cercano di far capire i molti perché di un vino, di un territorio, di una storia anche sociale, entrano dalla parte larga dell’imbuto ma subito dopo si ritrovano schiacciate nella parte stretta, quella dalla parte dei consumatori e della loro relativa voglia di ricevere quelle informazioni ormai “compresse” e per molti inutili. Insomma, il nostro modo di fare giornalismo non riesce a passare oltre quella strettoia e così non solo serve a poco ma, dicono, è pure controproducente.


Al contrario, se giriamo l’imbuto dalla parte stretta troviamo i comunicatori moderni, quelli che con una foto, tre parole in croce, un sorriso e magari un paio di tette ben posizionate fanno passare poche informazioni, ma queste riescono ad allargarsi ed arrivare a molte più persone posizionate nella parte larga dell’imbuto. Quindi poche informazioni, speriamo chiare e veritiere, sono meglio di tante, anche vere ma figlie di una conoscenza oggi fuori moda e magari pure noiosa e verbosa.


Cosa possiamo fare noi che continuiamo a vedere un bicchiere di vino come un insieme di storia e di storie, di tecnica, di scelte umane, di commerci, di vita vissuta, di azioni e reazioni e chi più ne ha più ne metta? Possiamo certo cambiare e semplificare il nostro linguaggio, oppure possiamo addirittura tacere e lasciare il campo. 


La domanda che mi faccio però è se veramente le colpe sono tutte nostre o è in atto da tempo un mutamento sociale e storico, magari (speriamo) ciclico come l’andamento delle crisi industriali e economiche, che passa direttamente sopra alle nostre parole e colpisce la società in cui viviamo. Nei giorni scorsi un giovane enologo mi ha confidato di aver chiesto all’intelligenza artificiale di confrontare, in un periodo di tempo abbastanza lungo, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, l’allontanamento dalla fede cristiana e la diminuzione del consumo di vino in Europa: la risposta ha portato allo stesso identico dato che è un -67%, che vi riporto così come mi è stato detto senza, naturalmente, avallarlo ma solo per fare un esempio di quali macrofenomeni possano portare a microfenomeni come la diminuzione del consumo di vino. Quindi da una parte noi giornalisti del vino siamo talmente piccoli di fronte ai problemi della società odierna che quello che facciamo e scriviamo probabilmente incide quanto un moscerino nell’indicare la strada a un elefante. Dall’altra però se tanti moscerini si uniscono l’elefante può scegliere la strada dove ce ne sono meno che gli ronzano nelle orecchie.


Eccomi al dunque: anche se ormai siamo mosche bianche o moscerini neri, abdicare e lasciare il nostro posto servirebbe solo a rendere la conoscenza del mondo del vino più superficiale, meno sentita come importante e se le cose non sono importanti avranno sempre meno motivo di esistere. Da anni sto pensando di scrivere un libro che è impossibile scrivere, cioè la storia del mondo occidentale senza il vino. Come sarebbe stata la nostra storia se l’uomo non avesse trovato e avuto fin dai primordi il vino accanto a sé? Le nostre sorti sarebbero state migliori o peggiori? Sicuramente sarebbero state diverse e credo pure peggiori, ma sono di parte. Il problema non è sul “migliore o peggiore” ma sul fatto che, volenti o nolenti il vino è sempre stato con l’uomo, ne è stato quasi l’ombra, lo ha accompagnato ovunque, in ogni momento storico e sociale e il riuscire a far filtrare, far capire questa “unione millenaria” non può non spingere a trattare una bottiglia di vino con un numero di parole adeguate al ruolo che lei e i miliardi di suoi antenati hanno avuto.
Poi possiamo e dobbiamo usare parole più semplici ma non più semplicistiche e alla fine, se il nostro imbuto le restringerà e rischierà di non farle arrivare a destinazione… almeno ci abbiamo provato.

MenoDodicIGP: Tenuta Cocci Grifoni - Falerio Pecorino "Le Rondini" 2025


di Roberto Giuliani

Da 93 anni sulla breccia, la Tenuta Cocci Grifoni può essere definita una delle cantine d’avanguardia per quanto riguarda la sostenibilità: tutta la produzione è bio e vegan, l’azienda è certificata Equalitas (che rientra in un più ampio progetto che internamente ha il nome di “vandalismo etico”, ovvero fare vino secondo i principi dell’agricoltura onesta), il packaging prevede vetri leggeri e carta certificata FSC, il bilancio di sostenibilità si può richiedere direttamente sul sito aziendale.


Il Pecorino Le Rondini 2025, bevuto ieri al Bistrot Soratte di Sant’Oreste (RI), gode di un piccolo contributo del 15% di trebbiano e mostra una gamma di profumi piacevoli di pera abate, pompelmo, fiori di ginestra ed erbe aromatiche. Bocca fresca, asciutta, sapida, perfetto abbinato a una pizza ai fiori di zucca, alici e stracciatella.

Prezzo medio sul web 10,50 euro

InvecchiatIGP: La Bellanotte - Venezia Giulia Pinot Grigio Ramato "Contelucio" 2015


di Roberto Giuliani

Ditemi quello che volete, sarà pure merito della magnum che consente un invecchiamento più lento, sarà perché il 50% della massa sosta in barrique di secondo e terzo passaggio, ma un rosato di 11 anni che ha ancora grinta, freschezza e un colore tutt’altro che smorto, merita di essere raccontato.
Parliamo de La Bellanotte, azienda di Farra d’Isonzo che il mitico Paolo Benassi conduce e promuove da decenni senza mai perdere entusiasmo. E ha ragione, difficile, almeno in Italia, trovare un pinot grigio rosato di siffatta classe e tenuta.


La cosa che più mi stupisce del Contelucio è come abbia mantenuto lo stesso carattere pur nella sua inevitabile evoluzione, ora la 2015 mostra un colore ancora ramato vivace con un leggero abbraccio verso l’ambrato; il bouquet è intenso e articolato, di frutta esotica matura, arancia candita, ananas disidratato, pompelmo rosa glassato, melata, miele di zagara e tanta altra bontà (spettacolare come si apre e acquista complessità e vitalità con il passare dei minuti).


Ma è al palato che mi lascia senza parole, ancora vivissimo, fresco, godurioso, la parte evoluta e terziaria si fonde magnificamente con quella più viva e trasuda bellezza, un sorso tira l’altro, è davvero pericoloso, soprattutto perché puoi berlo da solo… ed è una magnum! Quando mi capita un vino così non posso fare a meno di farlo assaggiare anche a mia moglie Laura che, dopo averlo sapientemente annusato e sorseggiato mi ha guardato e ha detto senza esitazione: “ma che buono!!”. Se non vi fidate di me, con lei potete stare davvero tranquilli.

Marco Capra - Nebbiolo d’Alba Testanvisca 2022


di Roberto Giuliani

“Testa calda”, “peperino”, questo è l’appellativo che Marco ha dato a suo figlio nel 2012. 


Questo Nebbiolo è perfetto per i suoi 10 anni (avrà mantenuto la testa calda?): fresco e pimpante, fruttatissimo e floreale; il sorso mette allegria, il tannino punzecchia un attimo e poi si gode all’infinito.

La riscossa del Valpolicella Superiore: la scommessa in quota de Le Guaite di Noemi


di Roberto Giuliani

Ho conosciuto Noemi nel maggio scorso, in occasione dell’evento “Nero su Bianco”, organizzato da un drappello di 12 vignaioli della Valle di Mezzane, territorio a est di Verona dove si produce Valpolicella e Soave. Fu un’esperienza molto interessante durante la quale ho avuto modo di assaggiare i vini proposti dalle 12 aziende, in un’atmosfera cordiale dove è emersa chiara la volontà di tutti di rimettere al centro il Valpolicella Superiore, dopo che questo era stato adombrato per molto tempo dal successo dell’Amarone.


L’azienda Le Guaite, il cui nome significa “luogo di osservazione” o “posto di guardia”, viene fondata nel 2002 da Giulietta Dal Bosco, ma le origini risalgono agli anni ’60, quando Carlo Pizzighella e Lina Urbani decidono di acquistare i terreni dove avevano lavorato per anni come mezzadri, poco meno di 4 ettari di un’azienda agricola che non faceva vino ma coltivava piante da frutta: olive, ciliegie, albicocche e uva. Successivamente il figlio Stefano, insieme alle sue sorelle prende sempre più confidenza con il lavoro della terra e la produzione. Per un certo periodo Stefano fa esperienza in altre aziende, ma poi decide di tornare nella sua terra e riprendere le redini di ciò che aveva lasciato diventandone proprietario, nel 1984.


Acquista campi in disuso o mai considerati per la coltivazione di uva e olive e così espande la sua azienda. Nel gennaio del 1990 arrivano le prime novità, Stefano e Giulietta acquistano una proprietà sul monte chiamata Le Guaite e iniziano i lavori per realizzare un vigneto destinato alla produzione dei loro futuri vini, Valpolicella, Amarone e Recioto. Sette anni dopo Stefano acquista un piccolo frantoio per dedicarsi anche alla produzione di olio. Tra il 1999 e il 2001 iniziano le prime prove per la realizzazione del Valpolicella. Arriviamo al 2002, quando nasce Le Guaite, che coincide con la prima annata messa in commercio delle tre tipologie di vino prodotte.


Nel 2006 nasce il Valpolicella Ripasso e il “Solitario” (amandorlato), nel 2008 è la volta del “Thano” IGT rosso veronese, ottenuto da corvina, corvinone e rondinella; nel 2013 incrementa la gamma il “Tisbe”, cabernet sauvignon in purezza che subisce un appassimento nello stile tipico della Valpolicella. Nel 2015 Noemi, figlia di Stefano e Giulietta, dopo avere seguito i genitori per anni sia in vigna che in cantina, passa a condurre l’azienda, che diventa “Le Guaite di Noemi”, il cui nome deriva dall’etichetta che i genitori le avevano dedicato.


Ed eccoci, quindi, al vino che rappresenta la filosofia di Noemi, un Valpolicella Superiore ottenuto da corvina 35%, rondinella 20%, corvinone 35% e altre uve10%, che subisce (sic!) un breve appassimento delle uve. C’è da dire che le vigne si trovano a quasi 500 metri di altitudine, una quota che garantisce ancora una buona escursione termica tra giorno e notte. Siamo su terreni di matrice calcarea e basaltica ma dalle tonalità rosate per la buona presenza di ferro. Le uve, dopo la raccolta, vengono lasciate ad appassire per un mese in fruttaio, subiscono una macerazione a freddo e la fermentazione si svolge con lieviti selezionati a temperatura controllata; la maturazione avviene in barrique di secondo passaggio e dura tra i 36 e i 48 mesi, cui seguono almeno altri tre anni in bottiglia.


Colore rubino con riflessi granata, i profumi puntano fortemente sul frutto maturo, ciliegia, mora, prugna, ribes nero, marasca, ma anche viole macerate, cannella, timo, chiodo di garofano, L’assaggio mette in evidenza gli effetti dell’appassimento ma senza appesantire il sorso grazie ad una freschezza piena, si sente che è un vino “adulto”, ovvero che ha subito un processo evolutivo accurato che lo ha portato a raggiungere un ottimo equilibrio in ogni sua parte. Una visione del Valpolicella Superiore che vuole valorizzare la tipologia rendendola in un certo senso l’alternativa all’Amarone, più bevibile, meno alcolico (14,5%), dal prezzo ancora accessibile (33 euro in cantina).

MenoDodicIGP: Feudo Croce - Chardonnay Puglia IGP 2025


L’avventura salentina della famiglia Tinazzi nasce nei primi anni Duemila, quando Gian Andrea intuisce la profonda vocazione viticola del territorio e dà vita a Feudo Croce, a Carosino, nel cuore della Puglia più vera. In questo territorio, dove il Primitivo domina incontrastato, l’azienda produce anche uno Chardonnay che si smarca con classe da alcuni cliché legati ai bianchi pugliesi: niente sbavature di legno, burro o vaniglia, ma solo tanta piacevolezza. 


L’acciaio ne preserva la fragranza, regalando al naso profumi di agrumi e fiori gialli. In bocca il sorso è snello, dissetante e chiama subito il riassaggio. Un’interpretazione moderna e accessibile che incarna alla perfezione lo spirito della nostra rubrica.

Costo medio sul web circa 9 euro

InvecchiatIGP: I Custodi delle Vigne dell’Etna – Ante 2013


Sull’Etna la viticoltura ha un rapporto particolare con il tempo. Lo si capisce guardando le vigne, i vecchi alberelli, i muretti in pietra lavica e, soprattutto, il lavoro necessario per mantenerli in vita. È dalla volontà di preservare questo patrimonio che nasce il progetto de I Custodi delle Vigne dell’Etna, realtà che ha scelto di recuperare vecchie vigne e pratiche agricole tradizionali in un territorio dove l’abbandono ha rischiato di cancellare una parte importante della storia viticola della Muntagna.


L’idea prende forma nel 2007, quando Mario Paoluzi comincia ad acquistare le prime parcelle sull’Etna, tra cui quelle di Contrada Moganazzi, precedentemente appartenute a Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red che con il progetto Il Cantante aveva contribuito a riportare l’attenzione internazionale sulla viticoltura etnea. È attraverso Hucknall che Paoluzi entra in contatto con Salvo Foti, un incontro destinato a segnare profondamente il percorso dell’azienda. Da quel momento prende forma una scelta precisa: recuperare il patrimonio viticolo etneo senza adattarlo a modelli estranei al territorio, affidandosi anche alla tradizione dei Vigneri e alla conoscenza dell’alberello etneo.


Oggi le vigne dell’azienda si distribuiscono in diverse contrade, per circa 12 ettari complessivi. A Moganazzi, dove si trovano piante ormai mature, sono stati persino eliminati alcuni impianti più giovani per ripristinare il tradizionale sistema a quinconce, legato alla coltivazione ad alberello. A Taverna, intorno ai 750 metri di altitudine, il vigneto guarda verso lo Ionio. A Feudo di Mezzo, invece, si trovano alcune delle testimonianze più preziose di questa viticoltura: viti prefillossera a piede franco, alcune con oltre due secoli di età, protette dai caratteristici muretti e dalle strutture in pietra lavica.


È in questo contesto che si inserisce Ante, Carricante in purezza che ho avuto modo di degustare qualche mese fa durante una verticale organizzata a Contrade dell’Etna 2026. Era un vino che avevo già nel radar, ma metterlo davanti a quattro annate diverse ha cambiato la prospettiva. Il tempo, in questo caso, diventa una chiave di lettura. La 2013 è stata la sorpresa della degustazione. Un’annata difficile, fredda e molto piovosa, arrivata oggi a una fase evolutiva tutt’altro che scontata. Il colore conserva luminosità; al naso il vino si apre lentamente, lasciando emergere note salmastre e agrumate, insieme a una componente minerale e a sfumature evolutive che non ne compromettono affatto la vitalità. Anzi.


In bocca è ancora sorprendentemente teso. Dopo un ingresso più morbido, il sorso prende velocità e si fa nervoso, verticale, quasi tagliente. La freschezza tiene tutto in equilibrio e la chiusura, asciutta e salina, rimane a lungo. È proprio qui che la 2013 racconta qualcosa di interessante sul Carricante e, più in generale, sulla capacità dei vini etnei di attraversare il tempo. L’evoluzione non ha cancellato l’identità del vino, l’ha spostata: meno immediatezza aromatica, più profondità, con quella componente salina e minerale che prende progressivamente il sopravvento.
Non è una bottiglia che impressiona per ricchezza o potenza. La sua forza sta nell’energia, nella precisione e nella capacità di mantenersi viva a distanza di anni. Ed è forse questa la lettura più interessante del lavoro de I Custodi: recuperare una vigna, conservarne la memoria e poi avere la pazienza di aspettare. Perché sull’Etna il tempo non è soltanto quello che passa tra una vendemmia e l’altra. È anche quello che permette a una vecchia bottiglia di tornare a parlare.