Il mare negli occhi, il vulcano nel calice: l'anima dei Campi Flegrei secondo La Sibilla


di Carlo Macchi

Li chiamavano “Campi ardenti” e Goethe li descrisse come terra di “macerie d'inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo" e ancora “sotto il cielo più puro… il terreno più infido" Oggi, molte cose sono cambiate e nel “terreno più infido” dei Campi Flegrei nascono forse i vini più puri della Campania, quelli che in modo indiscutibile raccontano due vitigni spesso sottovalutati, la falanghina e il piedirosso.


Mentre con Vincenzo di Meo siamo in auto e andiamo verso La Sibilla, cantina che si trova nel cuore dei Campi Flegrei, di infido trovo soltanto il traffico, che in pochi minuti può passare dallo “scorrevole andante” al “bloccato costante”, specie se è una domenica di sole come questa. Ma anche lui ci lascia tranquilli e arriviamo in una delle aziende con le vigne più panoramiche che conosco, vigneti che affondano le radici in un terreno sabbioso e vulcanico, però affacciato sul mare. Mare a destra e mare a sinistra mentre giriamo per le vigne con sopra quel cielo più puro e a fianco quel mare azzurro che ti fa venire voglia di buttarti, anche se l’acqua sarà alla stessa temperatura di servizio delle Falanghina che, molto più intelligentemente, andiamo a degustare.


Vincenzo, che insieme a tutta la famiglia (padre, madre, due fratelli) porta avanti l’azienda è enologo e rivendica con fermezza il suo titolo: “Il vino si fa per il 70% in vigna e per il 30% in cantina e a quel 30% ci penso io”. In tempi in cui pare che il vino nasca da solo e meno fai in cantina meglio è questa affermazione è, per fortuna, controcorrente, anche perché i suoi/loro prodotti sono controcorrente, nel senso che toccano due punti cari ai grandi vini ma difficili da ottenere: essere buoni subito e meglio dopo anni. Questo se lo dici di un Barolo o di un Fiano di Avellino non fa scalpore, ma quando ti trovi davanti a falanghina e piedirosso, per definizione (sbagliata) vini da bere giovani, fa un certo effetto.


Ma l’effetto lascia spazio alla sorpresa quando, dopo aver assaggiato annate giovani come la 2025 (appena imbottigliata) e la 2024 ti avventuri 13 anni indietro con la Cruna Del Lago 2013, una falanghina in purezza da vigne vecchie di oltre 60 anni che accanto a profumi di miele e melone punta su note di erbe officinali, minerali e di idrocarburo. In bocca è sapida, elegante, profonda, di grande persistenza. Insomma, un grande vino, come lo è il nipote del 2013, più puntato su toni fruttati ma con la stessa fermezza e profondità al palato. Un vino dove quel 30% di cantina Vincenzo vuole sottolinearlo, dato che il vino nasce da tre vendemmia scalari (anche a distanza di un mese) che servono per ottenere sia freschezza che profumi. Ma non finisce qui perché dopo la fermentazione (a temperature diverse, più bassa per la parte che deve dare acidità, più alta per quella che esalta i profumi e il corpo) in acciaio le fecce vanno in barrique e ci rimangono, regolarmente smosse, per dei mesi. Poi vengono rimesse nella massa e tolte solo prima dell’imbottigliamento. Il risultato è veramente notevole. 


Come è notevole sui Piedirosso, in particolare sul Vigna Madre 2023, che è un’esplosioni di profumi floreali, speziati e fruttati: si passa dalla rosa alla fragola con sempre un sottofondo pepato che fa solo venire voglia di assaggiarlo. E in bocca trovi tannini vivi ma dolci, corpo, rotondità e enorme piacevolezza. Una Falanghina che dimostra quanto detto sopra: buona subito e sicuramente ottima tra 8-10 anni.


Per chiudere il cerchio Vincenzo ci fa assaggiare l’ultimo nato, un metodo classico blanc de noirs, cioè da piedirosso che, nonostante l’inesperienza spumantistica, ti colpisce per aromi floreali finissimi e corpo importante. Forse 18 mesi sui lieviti sono pochi ma si sta pensando di allungare i tempi. A proposito di tempo: siamo arrivati con il sole e con quello ripartiamo dopo un pranzo dove le bottiglie sul tavolo rischiavano di non farti vedere il mare davanti. Così le spostavamo spesso e già che eravamo li, versavamo un po’ del contenuto nei bicchieri ma solo, credetemi, per fare spazio sul tavolo.

1701 Franciacorta, la biodinamica come atto di libertà


C’è una Franciacorta che guarda avanti riscoprendo radici antiche, e poi c’è 1701 Franciacorta, che quelle radici le abita davvero, dentro un vigneto murato dell’XI secolo, il Brolo, da cui tutto prende nome e senso: una data, 1701, che non è marketing ma memoria liquida di una delle prime vinificazioni di questo angolo di Lombardia. Qui, a Cazzago San Martino, nel cuore dell’anfiteatro morenico affacciato sul Lago d’Iseo, la vite cresce su suoli di sabbia e limo, profondi e vitali, modellati dai ghiacciai e accarezzati da un microclima mitigato dall’acqua, condizioni ideali per generare quella tensione minerale che è la firma più autentica del territorio. Ma 1701 Franciacorta non è solo geografia: è una storia recente che affonda in un passato lungo oltre tre secoli, rinata nel 2012 grazie alla visione di Silvia e Federico Stefini che, insieme a un gruppo di amici, rilevano la storica tenuta della famiglia Conti Bettoni Cazzago e decidono di cambiare paradigma, scegliendo la via più radicale e coerente, quella della biodinamica.


I vigneti si distribuiscono tra Cazzago San Martino e Gussago, due anime vicine ma profondamente diverse: da un lato i suoli morenici, profondi e generosi, che danno vini di struttura, energia e pienezza; dall’altro le colline calcaree e più alte, dove altitudine ed escursioni termiche scolpiscono vini tesi, verticali, di maggiore finezza. Due identità complementari che si riflettono in una lettura sfaccettata del territorio. Divisi tra circa 10 ettari di Chardonnay e 3 di Pinot Nero, questi appezzamenti diventano un mosaico di parcelle e identità, lavorate secondo i principi della biodinamica, scelta certificata biologica nel 2015 e consacrata nel 2016 con la certificazione Demeter: la vigna è un organismo vivente, un sistema complesso in cui suolo, pianta e uomo dialogano continuamente, e solo preservando questo equilibrio si può arrivare a un frutto autentico. È da qui che nasce tutto, perché in cantina si interviene il meno possibile: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, nessuna chiarifica o filtrazione, solforosa ridotta al minimo, e una scelta radicale che segna lo stile, quella del dosaggio zero, senza aggiunte in sboccatura, per lasciare che il vino si racconti senza maschere.


La gamma dei Franciacorta segue questa filosofia rigorosa: il Brut Nature è l’ingresso diretto e manifesto nel mondo 1701, essenziale, fragrante e verticale; ai millesimati Satèn, Rosé, Dosaggio Zero Riserva e Blanc de Noirs – spetta il compito di raccontare con precisione i diversi terroir e le sfumature dei vigneti, interpretazioni eleganti, minerali e vibranti, dove struttura e finezza convivono in equilibrio. 


Accanto a queste linee principali si collocano vini più sperimentali e coraggiosi: LSD – Lieviti Solo Domestici, rifermentato esclusivamente con lieviti indigeni, senza zuccheri o lieviti aggiunti, e le Special Edition, micro‑vinificazioni e tirature uniche che raccontano biodiversità, tempo e curiosità enologica, estensioni creative della filosofia 1701. 


Se dovessi scegliere un vino della loro gamma non avrei dubbi e prenderei ad esempio il loro Brut Nature che al naso si esprime con agrumi freschi, frutto bianco croccante e cenni di crosta di pane, mentre il sorso è salino, teso e vibrante, accompagnato da una bollicina fine che accompagna la progressione asciutta e dinamica. È qui che si coglie il senso più autentico del lavoro di 1701: non costruire vini perfetti, ma vini veri, capaci di restituire senza filtri il dialogo continuo tra terra, clima e visione, radici profonde che permettono una libertà autentica di pensiero e di espressione nel bicchiere.

MenoDodicIGP: Gracciano della Seta - Rosso di Montepulciano 2024


di Roberto Giuliani

Non è così scontato trovare un ottimo Rosso di Montepulciano a meno di 12 euro, parliamo di Gracciano della Seta, una delle aziende di riferimento del territorio poliziano. In verità io l’ho bevuto in una trattoria che si trova al Lago del Turano nel comune di Colle di Tora (RI), costava 16 euro e, quindi, ero certo che sul web sarebbe stato inferiore.
 

Beh, ne vale la pena: tanto floreale (rosa, viola) e con un frutto fresco e generoso che ti coglie sia al naso che al gusto, una purezza stilistica invidiabile e un’alcolicità ferma a quota 13. Pura beatitudine enoica!

Prezzo medio sul web 9,80 euro

InvecchiatIGP: Tiziano Mazzoni - Ghemme dei Mazzoni DOCG 2010


di Roberto Giuliani

Il nebbiolo in Alto Piemonte - qui siamo a Cavaglio d’Agogna nelle Colline Novaresi – parla un linguaggio proprio, dove l’eleganza regna sovrana. Tiziano Mazzoni proviene da una famiglia che in questo Comune risiede da ben sette secoli, ma solo alla fine degli anni ’90 ha intrapreso la strada di produrre vino in proprio. Chi lo conosce sa che è persona schiva ma, una volta entrati in amicizia, diventa molto disponibile, capace di scherzare e stare in compagnia, il suo sguardo rivela un animo umile e profondo. 


I suoi vini, a mio avviso, lo rispecchiano perfettamente, compreso questo Ghemme 2010, dai profumi davvero affascinanti, di fiori essiccati, tabacco, prugna, leggero cuoio, sottobosco ma senza arrivare ai funghi, agli accenti più evoluti, mantiene un’aria fresca e in continua progressione man mano che si ossigena. Dopo meno di un minuto arrivano le erbe aromatiche, sfumature di china e liquirizia.


Il sorso è incredibilmente cremoso, il tannino puro velluto, una vena balsamica fresca spazza via qualsiasi possibile stanchezza, il bello è che non manca di spinta, carattere, continua a trasmettere sensazioni in continuo movimento, del nebbiolo ha tutta l’eleganza nordica e una persistenza quasi infinita. Ne ha ancora tanta di strada davanti, ma perché aspettare di fronte a tanto ben di Dio?

Il Sabato del Vignaiolo 2026: una giornata con 30 vignaioli indipendenti del Lazio


Sabato 9 maggio 2026, dalle ore 11:00 alle 19:00, l’azienda Riserva della Cascina sulla Via Appia Antica ospiterà l’edizione laziale del Sabato del Vignaiolo, la manifestazione annuale promossa dalla FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti – che in tutta Italia apre le porte delle cantine artigianali e porta i vignaioli indipendenti a incontrare direttamente il pubblico. Nato come appuntamento diffuso sul territorio nazionale, il Sabato del Vignaiolo è diventato nel tempo uno degli eventi più attesi nel panorama enologico italiano: una giornata in cui il vino si racconta senza filtri, attraverso la voce di chi lo produce dalla vigna alla bottiglia. 


L’edizione laziale 2026 riunirà circa trenta cantine della regione, tutte aderenti alla FIVI, in un unico luogo d’eccezione. La location: dove la storia incontra la vigna L’azienda Riserva della Cascina si trova all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica, a pochi chilometri dal centro di Roma. È un luogo dove il paesaggio agricolo convive con la memoria storica di una delle strade più antiche del mondo: un contesto che restituisce al vino la sua dimensione più autentica, quella del territorio, della terra, del lavoro manuale. Scegliere l’Appia Antica come cornice per il Sabato del Vignaiolo significa collocare il vino artigianale laziale in un paesaggio che ne è parte integrante: un atto di narrazione, oltre che di degustazione. Non solo degustazione Il Sabato del Vignaiolo non è una fiera e non è un salone: è una giornata in cui i vignaioli raccontano in prima persona il proprio lavoro. 


I visitatori potranno assaggiare i vini di circa trenta produttori laziali, dalle denominazioni più note — Frascati, Cesanese del Piglio e di Olevano Romano, la Tuscia e i Castelli Romani — fino ai vitigni autoctoni meno conosciuti che rappresentano la biodiversità enologica della regione. Ogni banco è presidiato direttamente dal vignaiolo o dalla vignaiola: nessun intermediario, nessuna scheda tecnica al posto di una conversazione. Il formato favorisce un rapporto diretto e informale, adatto sia a chi il vino lo conosce bene sia a chi si avvicina per la prima volta al mondo della viticoltura indipendente. I territori del Lazio in un calice Le cantine partecipanti arrivano da tutta la regione: dalle colline dei Castelli Romani alla Tuscia viterbese, dalla Ciociaria alle terre pontine, dall’alto Lazio fino alla Valle del Tevere. Una geografia vinicola vasta e diversificata, spesso poco raccontata, che il Sabato del Vignaiolo porta per un giorno al centro dell’attenzione. L’evento è organizzato dal Consorzio dei Vignaioli del Lazio per conto di FIVI Lazio. 

Tutte le info pratiche su: https://www.consorziovignaiolilazio.it

Annesanti - Bianco dell’Umbria IGT "Acqua della Serpa" 2021


di Roberto Giuliani

Grechetto, trebbiano, malvasia, pecorino e altre uve autoctone da vigne di oltre 50 anni. Sosta dieci mesi in anfore di terracotta e rivela una freschezza e una intensità fuori dal comune. 


Sa di gelsomino, cedro, lime e un cuore sapido, intenso, solare, perfetto per una grigliata di crostacei.

Cantine 366 - Erbaluce di Caluso Spumante "Scelte di Vite" 2021


di Roberto Giuliani

Caluso sta all’erbaluce come Barolo sta al nebbiolo. Questo piccolo comune del Canavese è il cuore di una DOCG che ne coinvolge altri 31 nella provincia di Torino, uno in quella di Vercelli e 3 in quella di Biella. L’Erbaluce è un vitigno che si è particolarmente adattato al terreno sabbioso e ciottoloso delle colline moreniche canavesane, grazie al quale rivela anche un’ottima acidità, non a caso è molto adatto alla produzione di passiti e spumanti.


L’azienda Cantine 366 nasce ad Agliè nel 2013 per volontà di Francesco, Ezio e Fabrizio, tutti e tre canavesani e tutti e tre nati nel ’66 (da qui la scelta numerica della Cantina), che hanno voluto recuperare vecchi vigneti abbandonati dai tanti contadini che scelsero una strada meno faticosa e più redditizia presso la Olivetti.
Scelte di Vite è l’emblema del progetto che hanno intrapreso i tre coetanei, recuperando alcuni vecchi vigneti nel comune di Bairo e riportandoli a nuovo splendore. 


Questo Erbaluce di Caluso Spumante, nella versione 2021 ha sostato sui propri lieviti per 36 mesi. Ha colore giallo paglierino intenso e brillante, perlage finissimo e un bouquet davvero gradevole ed elegante che richiama note di acacia, agrumi, pesca gialla, susina, un pregevole impianto floreale e note di pasticceria secca, biscotto, pane sfornato. L’assaggio è delizioso, freschezza e frutto vivo, succoso, con l’agrume che sembra accarezzato da pennellate di miele. Un sorso tira l’altro e rischi di finirlo prima di arrivare a fine pasto…

MenoDodicIGP: Girlan - Vigneti delle Dolomiti Rosso IGT Vernatsch "448 s.l.m." 2025


Oggi, con il sottoscritto, parte una nuova rubrica che noi Giovani Promettenti (IGP) abbiamo chiamato MenododicIGP dedicata ai vini che costano al pubblico (siti web) meno di 12 euro. C’è chi li definisce popolari, chi quotidiani; per noi sono solo vini sinceri, capaci di accompagnare la tavola con autenticità, dimostrando che il valore non sta nel prezzo ma nelle emozioni che sanno trasmettere senza rinunciare alla territorialità. E proprio da qui partiamo, con un’etichetta che interpreta al meglio questa filosofia.


La Schiava “
Vernatsch 448 s.l.m.” 2025 di Girlan, storica cooperativa alto atesina, è il rosso che rimette al centro il piacere semplice del bere. Leggera, fresca, profuma di ciliegia e piccoli frutti, con un tocco floreale che la rende immediata e invitante. Il sorso è agile e scorrevole, mai stancante: un vino accessibile, diretto, che rende piacevole ogni occasione e che, sfortunatamente, finisce sempre troppo in fretta!

Prezzo medio sul web: 9 euro