Sopra i tetti di Roma riapre Etere: il salotto sospeso di Palazzo Ripetta


Con l’arrivo della bella stagione, Roma ritrova i suoi colori più accesi tra tramonti che tolgono il respiro, giardini che tornano a fiorire e un’aria nuova e leggera che avvolge la città. In questo scenario, Palazzo Ripetta, hotel cinque stelle lusso affiliato a Relais & Châteaux, ha riaperto dal 1° aprile le porte di Etere, il rooftop situato sopra lo storico palazzo nel cuore della Capitale che reinterpreta i canoni dell’estetica italiana attraverso un’eleganza autentica e discreta. Molto più di una terrazza panoramica, Etere è un salotto a cielo aperto sospeso sopra i tetti dove il ritmo frenetico cittadino si allontana per lasciare spazio a un’atmosfera intima e raccolta che invita a rallentare e a osservare cupole e scorci senza tempo da una prospettiva privilegiata. 


La bellezza di questo luogo si svela con naturalezza attraverso dettagli curati, luci soffuse e una musica di sottofondo che trasforma ogni momento in un’esperienza sensoriale dedicata a una clientela internazionale alla ricerca di un’eccellenza autentica. Seguendo il mutare delle stagioni, dal 1° aprile ai primi di giugno la terrazza accoglie gli ospiti già dalle 16.00 per una pausa pomeridiana, mentre da giugno a fine agosto l'apertura si sposta dalle 18.00 fino alla mezzanotte per l'aperitivo sui tetti, tornando poi a privilegiare il tea time da settembre. La proposta enologica nasce da una selezione attenta di oltre 200 etichette che guarda con particolare interesse alle produzioni biologiche e biodinamiche, espressione di vitigni interpretati con sensibilità contemporanea. 


A questa filosofia si ispira la cucina agile e spontanea dello chef Christian Spalvieri, che privilegia ingredienti stagionali con una marcata presenza vegetale e delicati richiami marini per accompagnare il ritmo conviviale del momento. L’esperienza è completata da una carta di cocktail equilibrati dove la miscelazione dialoga con i vini in modo naturale, confermando Etere come la risposta romana a chi cerca un’eleganza rilassata dove l’heritage architettonico incontra lo spirito cosmopolita della città contemporanea.

Angelo Silano: il "cruista" che difende il vino con la cultura e il territorio


di Luciano Pignataro

Quando sento criminalizzare il vino da nutrizionisti e "professorini" in cerca di like sui social, penso a persone come Angelo e Rosy Silano e mi riprendo. No, la vita reale non è solo un palcoscenico popolato da "morti di fama", ma un’opportunità per compiere scelte radicali di impegno e passione. Per farlo, è necessario un progetto coerente, oltre a un impegno senza risparmio: sembrano parole di rito, ma possiamo riassumere il tutto con un neologismo coniato dallo stesso Angelo per autodefinirsi e che, per fortuna, non ha radici anglofone ma francesi: "Sono un cruista". Per i meno esperti, diciamo che si potrebbe tradurre così: un produttore di etichette realizzate esclusivamente con uve ottenute dalla stessa vigna; un concetto che in Francia si sintetizza, appunto, con il termine cru.


Agronomo ed enologo laureato al Dipartimento di Agraria di Portici, classe 1984, dopo aver maturato diverse esperienze in Veneto e in Francia, Angelo è tornato nella sua Lapio, in provincia di Avellino. Ha iniziato offrendo consulenze agronomiche in Campania e successivamente, nel 2011, ha avviato la propria produzione sui terreni di famiglia, lanciando il marchio "Feudo Apiano", sostituito definitivamente nel 2019 dall’attuale denominazione. Nel 2016 il progetto ha preso forma con l’acquisto di un casale del 1929 nella frazione San Nicola, che da qualche mese è diventato la sua "casa-cantina": è qui che siamo andati a trovarlo un paio di settimane fa.


Casa, saletta di degustazione, spazio per le botti grandi in legno, l'area riservata alla vinificazione in acciaio, una stanza per l'accoglienza e, infine, una costruzione separata destinata esclusivamente alla produzione di Metodo Classico: la Casa delle Bolle. Sin qui tutto bello, anzi bellissimo: è la forza del mondo del vino rimettere in ordine le campagne italiane e trattenere i giovani nei piccoli borghi, costantemente alle prese con il calo demografico. Ma il motivo di questo articolo è che non siamo in presenza solo di una bella ristrutturazione e di buoni vini, bensì di un progetto organico che non obbedisce a mere logiche commerciali o, meglio, che anticipa le nuove tendenze per rispondere adeguatamente — con rigore produttivo e cultura — all'offensiva delle multinazionali contro il mondo del vino.

Due sono i pilastri che differenziano questa cantina.

Il primo è l’equilibrio, realizzato e non solo dichiarato, tra la natura e le vigne. Un dato su tutti: su 15 ettari di proprietà, sei sono vitati, altrettanti sono destinati alla produzione di olio d'oliva e il resto è bosco. Per dare un senso compiuto alla certificazione biologica, ogni vigneto è infatti circondato dal bosco, che ha la funzione di preservare il terreno da agenti contaminanti e garantire un microsistema in grado di far fronte ai cambiamenti climatici. Siamo a 500 metri d’altitudine, con forti escursioni termiche che rendono il Fiano un prodotto eccezionale; il terreno presenta marne argilloso-calcaree e lapilli vulcanici risalenti all'eruzione flegrea che sconvolse il Sud oltre 50.000 anni fa.


Il secondo punto è l'esatta corrispondenza tra ogni vino e la vigna da cui prende il nome. Un approccio che affianca il lavoro di Angelo a quello, simile, di Laura De Vito. Il tema, dunque, non è produrre "il vino più buono del mondo", ma vini che esprimano la diversità e che siano ben caratterizzati. Lapio è zona di frontiera tra due DOCG irpine di pregio: il Fiano di Avellino, bianco di valore assoluto a livello internazionale, e l'Aglianico per il Taurasi. Questi elementi rendono questo viticoltore una figura di grande interesse anche per chi ha già "visto tutto". Non è solo poesia, intendiamoci: per realizzare l'obiettivo della sostenibilità, l'azienda produce autonomamente l'energia elettrica e l'acqua calda necessarie, utilizza materiali biodegradabili e bottiglie che pesano meno di mezzo chilo.


Dal Vigneto San Nicola, caratterizzato da un suolo molto variegato, nascono due cru: il Vigna San Nicola e un "cru del cru", il Santonicola, proveniente da una piccola porzione specifica della vigna. Una parcella è inoltre dedicata al vino Agiulia, che porta il nome della figlia di Angelo e Rosy. Si tratta di vini sapidi, ricchi di energia, freschi, con note agrumate e floreali al naso, dal sorso lungo e piacevole. Il Santonicola appare più morbido e pronto.


C’è poi il cru Vigna Arianello, in un'altra contrada di Lapio, con viti di circa 60 anni ancora a piede franco. In questo caso spicca la mineralità, un accenno di note fumé, ancora agrumi e un sorso lunghissimo con una chiusura precisa. Questa batteria di tre vini, lavorata solo in acciaio senza svolgere la malolattica, viene messa in commercio dopo oltre un anno dalla vendemmia. Attualmente siamo alla 2024.


Rientrano nella produzione anche lo spumante Metodo Classico 7 Filari, il Roseto (Irpinia Aglianico DOP) e il Taurasi nell'unica versione Riserva. La gestione delle fermentazioni spontanee e una leggera macerazione dei bianchi con sosta sulle fecce completano la filosofia produttiva di Angelo Silano. Che dire, vi consigliamo un salto a Lapio per farvi conquistare dalla visione di Angelo: può sembrare quasi ideologica ma, in realtà, mette la scienza enologica al servizio dell'espressione più pura possibile di questa uva straordinaria.

InvecchiatIGP: Teruzzi - Terre di Tufi 2013


di Carlo Macchi

Fare un giro da Teruzzi a San Gimignano è come fare un bagno di umiltà e di conoscenza . Non siamo di fronte all’azienda boutique, a quello che conosce le viti per nome, magari biologico o meglio biodinamico. Questa è una cantina, guidata da Alessio Gragnoli e che fa parte del Gruppo Terra Moretti, che non si vergogna a far vedere i vigneti diserbati con glifosato, però con una semina di favino alta quasi un metro. Non si vergognano nemmeno e a fare, quando serve, trattamenti sistemici, però per i trattamenti usano modernissimi atomizzatori con recupero del prodotto e macchinari in vigna e in cantina di alto profilo.


Magari non c’è la poesia bucolica nelle loro vigne, ma troviamo sicuramente concretezza e organizzazione. Organizzazione che permette di fare le potature ( circa 100 ettari!!) solo con il personale aziendale ben istruito e utilizzare le squadre solo per alcune lavorazione in verde. Insomma, siamo quasi all’opposto dello storytelling che oggi va per la maggiore, però poi assaggi i vini e capisci che a questa cantina, che di certo non innalza al cielo dei ditirambo enoici, ti devi inchinare perché ti trovi davanti la schietta bontà dei loro prodotti. Sia quelli oggi in commercio che quelli con diversi anni sulle spalle.


Il Terre di Tufi 2013 è forse l’esempio massimo della loro meravigliosa concretezza. Siamo di fronte ad un vino che ha fatto la storia di San Gimignano e del bianco toscano. Agli inizi degli anni ’80 nasce da un’intuizione di Enrico Teruzzi, che vede oltre il panorama asfittico di quegli anni creando un vino che allora poteva essere definito “di cantina” ma che negli anni è divenuto di “vigna e cantina”. All’inizio il colore era bianco carta, fermentava in acciaio e poi passava in legno per presentarsi sul mercato con caratteristiche agli antipodi dei vini che allora si producevano a San Gimignano. Fu un grandissimo successo sin da subito e quella bottiglia lunga e stretta con un’etichetta poco più grande di un francobollo diventò un’icona per San Gimignano e la Toscana. 


Purtroppo oggi Terre Moretti ha voluto cambiare bottiglia e questo è per me un errore madornale e una mancanza di rispetto alla storia di questo vino. Dopo aver assaggiato qualche annata recente (molto buone), stappando la 2013 Alessio mi porta in un altro mondo. Ricordiamoci che la 2013 è stata un’annata fresca, forse una delle ultime senza anticipi di maturazione che ormai sono all’ordine del giorno, ma allora venne catalogata come annata difficile e di valore non certo alto: oggi però le si riconosce una tenuta e una longevità (soprattutto per i rossi) notevole. l’uvaggio del Terre di Tufi varia leggermente a seconda delle annate, questo 2013 è vernaccia di San Gimignano 50%, trebbiano 20%, sauvignon 15% e il rimanente chardonnay e incrocio manzoni. Ha fermentato parte in acciaio e parte in tonneaux e poi è rimasto per 8-9 mesi, sempre “diviso”, per affinarsi. Dopo l’assemblaggio ancora un po’ di acciaio e poi bottiglia per 4-6 mesi e infine in commercio.


Il colore è dorato brillante, giovanissimo. Il naso è un fine mix tra frutta bianca, agrumi, erbe officinali e menta, con il legno che apporta solo tocchi leggerissimi. In bocca è di una freschezza e potenza stupefacente: ancora nervoso, pieno, estremamente sapido e succoso, lunghissimo. Un gran vino ancora con tanta strada davanti che dimostra come la Toscana sia perfetta anche per i bianchi e che a San Gimignano si possono (vorrei quasi dire si devono) fare dei vini da lungo e lunghissimo invecchiamento.

Thomas Pichler - Sudtirol Sauvignon Neun Monde 2023


di Carlo Macchi

Da vigne nel comune di Caldaro attorno ai 500 metri (zone di Puiten e Barleit, quest’ultima una delle 86 UGA Altoatesine) nasce questo Sauvignon con profumi ampi di agrumi e frutta bianca e un corpo potente e pieno. 


L’annata è tra quelle buone e pure il vino è buono, e lo sarà anche tra 5-6 anni.

“Langhe DOC, un territorio in evoluzione”: una manifestazione che mancava


di Carlo Macchi

Il 96 non è un numero presente nella tombola o nella Smorfia ma per quanto riguarda la denominazione Langhe DOC è basilare. 96 sono infatti i comuni in provincia di Cuneo, tra Langhe e Roero, in cui si può produrre, dal 1994, del Langhe DOC. Il Langhe DOC in realtà non è solo un vino ma un insieme di vini/vitigni che creano quello che io da tempo chiamo “l’arcipelago Langhe DOC”. Stiamo parlando di oltre 20 tipologie di uve/vini che vanno dal bianco al rosso, al novello, fino al passito, arrivando a produrre oltre 23 milioni di bottiglie, cioè praticamente quanto producono i due “giganti” di Langa, Barolo e Barbaresco, messi assieme. Ma in un arcipelago ci sono isole più grandi e più piccole e cosi nel grande territorio del Langhe Doc troviamo il Langhe Merlot che non arriva a 10.000 bottiglie e il Langhe Nebbiolo che ne fa quasi 12 milioni.


Nel mezzo troviamo bianchi come Arneis Favorita, Nascetta, Chardonnay e rossi come Barbera, Dolcetto, Freisa, Cabernet Sauvignon. Una mare di vitigni in un territorio vasto e molto diverso per terreni, climi, altezze che ci vorrebbero diverse lezioni universitarie per presentarlo. Quindi passo oltre e cerco di riportarvi cosa mi hanno dato le due giornate sui Langhe DOC ben organizzate dal Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Dogliani.


Due giornate impegnative che ci hanno visto degustare ben 170 vini: più di 70 campioni da vari vitigni bianchi e rossi il primo giorno e quasi 100 Langhe Nebbiolo il secondo. L’abbiamo potuto fare anche grazie al perfetto servizio dei sommelier AIS, che ci hanno veramente seguito con una premura, una competenza e un’organizzazione di altissimo profilo. Nonostante le due sessioni di assaggio impegnative credo che il format debba essere visto in maniera più che positiva, specie se ampliato almeno di un giorno. Questo permetterebbe tempi più allargati per gli assaggi, anche con l’aumento (diciamo che 70-75 assaggi al giorno è più che sufficiente) del numero dei campioni. Quindi una manifestazione che nel suo anno zero si dimostra centrata e importante per mettere a fuoco quegli “angoli” che i due grandi vini di Langa nascondono un po’.


Veniamo ai vini con una premessa. Nella denominazione Langhe alcune sue tipologie rappresentano la DOC più importante per quel preciso vitigno/vino in quel territorio (Esempio Langhe Rosso e Langhe Bianco, Langhe Nascetta (etc.) mentre altre possono essere viste, anche se ci sono molti ettari iscritti alla DOC, come una “denominazione a caduta”. L’esempio più eclatante è il Langhe Nebbiolo che ha circa 1300 Ha iscritti all’albo ma può avvalersi anche del “declassamento” di partite di Barolo o Barbaresco. Prendendo atto dei due modi di essere per le varie tipologie di Langhe DOC la realtà dei fatti è che un prodotto “anche declassato” come il Langhe Nebbiolo è in realtà oggi un vino a sé stante, con un mercato che tira e che va avanti da solo (facendo pure concorrenza interna al Barolo e al Barbaresco) mentre molte altre tipologie devono appoggiarsi al marchio aziendale o ad associazioni più o meno radicate sul territorio per avere visibilità. Questo per dire che oltre alle diversità di terreni, esposizioni, climi e altezze, i vini Langhe Doc hanno anche differenze commerciali e di visibilità notevoli.

Ma ora tocca ai vini: abbiamo degustato sia tra i bianchi che tra i rossi soprattutto annate giovani (2025/2024 per i bianchi e 2024/2023 per i rossi) con qualche vino di annate più vecchie ma non troppo (massimo 2021).

Neanche a farlo apposta le diversità riportate sopra si ritrovano, in qualche caso addirittura accentuate, nei vini: tra i bianchi in particolare Sauvignon e Chardonnay spiccano per diversità assolute dovute non solo ai suoli etc. ma anche e soprattutto al ruolo a cui l’azienda li destina: bianchi importanti da invecchiamento con legno e corpo, bianchi semplici più giocati sulla freschezza per un consumo veloce. In questa forbice ci perdiamo un po’ ma la qualità è quasi sempre buona. I vitigni autoctoni come Favorita e Arneis, pur non spiccando per complessità e profondità sono comunque piacevoli, anche se la Favorita spesso si presenta troppo leggerina e semplice. Sulla Nascetta ritroviamo diversità importanti, che non giocano certo a favore di una sua chiara riconoscibilità, specie per un vino con così pochi produttori. Chiudo con i riesling, che dimostrano come il territorio langarolo possa essere adatto anche a uve nate e cresciute molto lontane da qui. Ho trovato prodotti che sviluppano le loro classiche caratteristiche in tempi giustamente lunghi e in più mostrano anche un corpo e una freschezza che spesso non troviamo in Alto Adige o addirittura in alcuni vini delle zone classiche all’estero.


Se comunque tra i bianchi troviamo vini che sono sul territorio ben radicati o si sono adattati bene, sul fronte dei rossi accanto ai classici autoctoni Barbera, Freisa e Dolcetto incontriamo alcuni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Nero di cui, scusate la franchezza, se ne potrebbe pure fare a meno. Specie le ultime due uve portano a vini che ricordano solo alla lontana il vitigno di provenienza e non esprimono quelle caratteristiche per cui sono famosi nel mondo. Forse possono dare una mano in uvaggi nei Langhe Rosso (in particolare il Cabernet Sauvignon) ma non mi sembra che, con tutta la buona volontà, siano uve da piantare nei 96 comuni della DOC.


Arriviamo al Langhe Nebbiolo, sicuramente l’attore più importante del gruppo. L’assaggio di quasi 100 campioni è stato basilare per avere un punto di vista preciso su due annate molto diverse tra loro e di cui aspettiamo, sia adesso che tra un annetto, i “fratelli maggiori” Barolo e Barbaresco: 2024 e 2023 I Langhe Nebbiolo 2024 confermano quello che sapevamo e che purtroppo ho potuto constatare di persona durante la vendemmia 2024 in Langa: siamo di fronte ad un’annata difficile, che le ripetute piogge durante la vendemmia hanno reso problematica: i Langhe Nebbiolo 2024 hanno profumi freschi e floreali (frutto poco) di buona gamma ma è al palato il problema: corpi esili e in qualche caso tannini verdi e pungenti. In generale possono essere al massimo rossi piacevoli ma non andiamo oltre. Altro discorso per i 2023, vini più decisi e armonici ,nasi più giocati sul frutto, buon uso del legno e tannini importanti e classicamente “pesanti”. Annata adesso godibilissima e dal buon invecchiamento: diciamo che manterrà bene le sue caratteristiche di freschezza fino al 2028-2029 per poi dare ancora soddisfazioni per altri due-tre anni.

InvecchiatIGP: Castello di Monsanto - Chianti Classico Riserva "Il Poggio" 1982


di Roberto Giuliani

Reduce da Terre di Toscana - la splendida kermesse ideata da L’Acquabuona e curata nei minimi dettagli dall’instancabile Fernando Pardini - che da 15 edizioni tiene banco in Versilia e precisamente a Lido di Camaiore, ho approfittato di una delle due giornate in cui da alcuni anni un folto numero dei produttori partecipanti propone una o due vecchie annate dei loro vini.


Un’occasione ghiotta in cui ho potuto saggiare alcune meraviglie come il sorprendente Rosso di Montalcino 2006 di Sesti, un vino che ti fa sciogliere in un brodo di giuggiole al primo sorso, o come il Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1981 di Selvapiana per il quale sto ancora versando lacrime di gratitudine per avermi aperto le porte a una “condizione di felicità piena, perfetta e costante, caratterizzata da un senso di appagamento supremo, serenità interiore e assenza di sofferenza”, in poche parole “beatitudine”. E ce n’erano molti altri, ma il nostro Invecchiato IGP concede spazio a un solo vino per volta, pertanto ho dovuto sceglierne uno, devo dire senza penare tanto, visto che si trattava del monumentale Chianti Classico Riserva Il Poggio 1982 di Castello di Monsanto.


La storia di questa straordinaria azienda prende il via nel 1961, quando Aldo Bianchi si innamora perdutamente di Castello di Monsanto e decide di acquistarlo. Il figlio Fabrizio ne comprende subito il valore e le potenzialità, grazie anche ai ripetuti assaggi di alcune bottiglie che si trovavano nella cantina. Erano tempi lontani, non si parlava di ecosistema o ecosostenibilità, eppure quella vista spettacolare su San Gimignano, l’Amiata e le Alpi Apuane, ebbe un impatto forte su Fabrizio, che con la moglie Giuliana credette da subito in un progetto imprenditoriale che potesse raccontare la meraviglia di quei luoghi attraverso una grande espressione di Chianti Classico. Oggi è la figlia Laura a portare avanti gli stessi principi con altrettanta determinazione.


Ogni volta che assaggio Il Poggio, oggi Chianti Classico Gran Selezione, sento uno stacco netto da tutti gli altri vini della stessa denominazione, e ogni volta ne rimango incantato. Così è stato lunedì 23 marzo a Terre di Toscana, con questo 1982, quando i profumi iniziali di arancia candita, fumo, polvere da sparo, grafite, hanno progressivamente lasciato spazio a un nuovo respiro dove emergeva incredibilmente un impianto floreale di rara bellezza. A noi purtroppo non succede di ringiovanire, a lui sì, solo con l’aiuto di un po’ di ossigeno, spazzando via qualunque cenno ossidativo o terziario, in nome di una vitale bellezza che si traduce in estasi per chi ha avuto la fortuna di bere quel sorso d’arte vinicola con 44 anni portati da Dio! Amen

La Crotta di Vegneron - Vallée d’Aoste Fumin Esprit Follet 2020


di Roberto Giuliani

Di solito in Valle trovo rossi eleganti, giocati sulla freschezza e non sulla potenza. Qui è diverso, questo “Spirito Folletto” ha una profondità e una verve sopra la media, frutta e spezie si rincorrono in un corpo solido ma in perfetto equilibrio. 


La persistenza è notevole, inutile resistergli.

La Casaccia di Franceschi - Rosso di Montalcino 2024


di Roberto Giuliani

Di quest’azienda fondata da Leopoldo Franceschi e oggi governata con i figli Flavia e Federico, conoscevo il Brunello di Montalcino e la versione Riserva, mentre del Rosso di Montalcino ero digiuno, semplicemente perché non era stato ancora prodotto. Le impressioni positive che avevo avuto l’anno scorso del Brunello 2021 mi hanno spinto a cogliere al balzo la notizia che Podere La Casaccia aveva finalmente realizzato anche questo Rosso, uscendo con l’annata 2024.


Un’azienda che possiamo annoverare tra le “medio-piccole” nel territorio ilcinese, con i suoi 15 ettari vitati, ma proprio per questo gestiti con estrema attenzione, in un contesto condiviso con ulivi e tartufaia. Il Rosso di Montalcino nasce da un vigneto impiantato nel 2007, lavorato in biologico su terreno formato da sedimenti marini pliocenici con presenza di conchiglie fossili a ricordarci l’origine marina della zona; siamo a 370 metri di altitudine nei pressi del borgo di Sant’Angelo in Colle.
In cantina, dopo la vendemmia che si svolge a ottobre in due fasi distinte (prima i grappoli maturi e dopo 10-15 giorni la restante parte), un lettore ottico consentirà una selezione accurata degli acini migliori. La fermentazione è spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati e si svolge per circa 20 giorni a temperatura controllata in vasche di acciaio inox da 50 e 70 ettolitri, dove successivamente avviene anche la fermentazione malolattica. Il vino ottenuto viene trasferito in botti di rovere dove sosta un anno.


Colore rubino di perfetta trasparenza, bouquet davvero invitante, arioso, un misto di viole, ciliegie, fragoline di bosco, riverberi balsamici in un contesto che emana freschezza. L’assaggio mette in risalto questa spinta fresca, addirittura a tratti agrumata, affiorano anche note di erbe aromatiche, timo in primis, sensazioni quasi ematiche, la trama tannica è in perfetta sintonia con la materia, non disturba; è un vino palpabile, fisico, soprattutto fortemente godibile senza per questo perdere in personalità, prodotto in soli 3500 esemplari, pertanto affrettatevi a richiederlo!