Vini macerati: omologazione o espressione del territorio? Il caso Oslavia


di Carlo Macchi

Quando si parla di vini macerati è molto difficile non schierarsi, essere pro o contro, ma l’incontro che abbiamo fatto ad Oslavia con quattro dei “magnifici sette” è nato solo per cercare di capire: capire come nascono, in che cosa sono realmente diversi sia dai vini non macerati che tra loro. Poi è seguito l’assaggio e qui non schierarsi con i propri preconcetti (pro o contro) è stato ancora più difficile e dovrete giudicare voi se ci siamo riusciti.


I quattro produttori erano Radikon, Primosic, Fiegl e Il Carpino e la prima cosa che posso dire è che non credevo potessero esserci differenze così grandi tra vini macerati. Ma andiamo con calma, premettendo che la storia del “precursore” degli oslaviani, cioè Gravner, è sicuramente diversa e forse più complicata e magari potremo investigare in altri articoli. Partiamo da questi quattro e mi sembra giusto premettere che parlare di vini macerati vuol dire riferirsi quasi sempre a vini bianchi vinificati come vini rossi, cioè con le bucce ma in vasche aperte.

Ana Sosol, Martin Fiegl, Saša Radikon, Marko Primosic

Inserisco la prima di due constatazioni che non vorrebbero scomodare Monsieur de La Palice: se non si hanno uve sanissime non si fanno buoni vini macerati. In effetti il fattore vigna è sempre quello che rimane un po’ in secondo piano perché l’attenzione casca sulla parte più “spettacolare e chiacchierata”, cioè il periodo di macerazione, ma non bisogna scordarsi che da una parte c’è prima un lavoro certosino di un anno nel vigneto e dall’altra in molti casi qualche anno di botte grande e altrettanti di bottiglia. Un po’ come se si volesse valutare definitivamente la prova di un maratoneta in trecento metri attorno al diciottesimo chilometro di gara. 


La seconda cosa lapalissiana è che un vino macerato non nasce dall’oggi al domani. Le prime prove di macerazione di Stanko Radikon, padre di Saša e Ivana, risalgono al 1995 e in quegli anni di prove il range variava da una settimana a più di sei mesi di macerazione. Questo per cercare di capire come realmente operare: perché la macerazione con le bucce non si trasformi in una semplice ossidazione ma riesca a far nascere un vino con caratteristiche diverse e non un vino difettato, occorrono anni di prove, di errori, di revisioni, di accorgimenti, di esperienze. Queste esperienze a Oslavia sono state fatte e sono diventate patrimonio comune, riportate in un disciplinare interno condiviso da tutti i produttori.


Le variazioni di macerazione anche tra i vini che abbiamo degustato variavano tra gli 8 e i 35 giorni, ma questo non voleva assolutamente dire che quello di 35 giorni fosse più “ossidato” degli altri. Forse si dovrebbe evitare di usare questa parola, perché induce a pensare ad un difetto, anche se di un buon Vin Santo toscano nessuno si permette di dire che è ossidato o che ha la volatile alta. Parlando con i produttori e assaggiando i vini abbiamo capito che fare vini macerati è un po’ come camminare sul filo senza rete con tutta la gente sotto che si domanda chi te lo fa fare, senza rendersi conto della difficoltà e dei rischi che comporta: magari alla fine però applaude perché si accorge di aver assistito ad uno spettacolo di alto livello.


Considerate anche che le macerazioni non dipendono solo dal fattore tempo ma anche dalla temperatura di fermentazione: c’è chi lascia tranquillamente superare i 30° e chi invece, quando si arriva attorno a 27-28°, inserisce delle piastre per raffreddare il mosto, e chi la controlla costantemente. Alla fine si ottengono risultati molto diversi e anche questo è un fattore che rischia di passare in secondo piano quando si dice che i vini macerati si assomigliano tutti: perché i Sauvignon o i Traminer aromatici non macerati sono completamente diversi l’uno dall’altro? Ma di questo parleremo più avanti.


Arriviamo ai vini: i primi assaggiati ce li ha presentati Ana Sosol de Il Carpino e sono stati il Venezia Giulia IGT Pinot Grigio Vis Uvae 2020 e il Venezia Giulia IGT Malvasia 2017. Questi due vini iniziano il loro cammino macerando il primo 33 e il secondo 25 giorni, per poi passare in botte da 15-17 ettolitri per circa due anni e poi affinarsi in bottiglia per altri tre. Le cose che ci hanno colpito in questi due vini sono i grandi profumi di albicocca matura, la perfetta gestione del legno e in bocca una tannicità soave, misurata, setosa. Tutto questo con un'alcolicità attorno ai 13,5° che rende il sorso veramente elegante. Vorrei ribadire la finezza tannica, quasi una ricercata sobrietà, che stacca in maniera netta i vini di questa cantina dagli altri che abbiamo degustato. C’è anche da dire che Il Carpino, come diverse altre aziende del territorio, produce pure vini non macerati, e questo perché non siamo di fronte a dei talebani ma a dei produttori che seguono determinate strade solo quando sono perseguibili.


Con Marko Primosic ci conosciamo da tempo e grazie a lui ho dovuto riflettere sul mondo dei macerati, che molti anni fa vedevo come un territorio “liberato” dalle regole enologiche, mentre grazie a Marko e ad altri produttori (Fiegl, lo stesso Saša) ho capito che invece è un mondo che non solo applica regole enologiche precise, ma le sfrutta a proprio vantaggio. Per esempio Marko fermenta in caratelli aperti da 600 litri e lascia tranquillamente salire la temperatura di fermentazione sopra ai 28° perché sostiene che alcune note “calde”, che ricordano i distillati o i vini da dessert, si sviluppano meglio se si fermenta ad alte temperature. Facendo un piccolo passo indietro, annotiamo che lui cerca di raccogliere il più tardi possibile, cercando di arrivare il più vicino possibile alla maturazione fenolica. Comunque la macerazione/fermentazione dura più o meno 28 giorni e poi il vino passa in botte grande per 2-3 anni, poi viene filtrato per caduta e rimane in bottiglia almeno altrettanti anni prima di andare in commercio.



Ci ha presentato il Collio DOC Ribolla Gialla 2021 e il Collio DOC Ribolla Gialla Riserva 2020, due vini completamente diversi da quelli de Il Carpino: in primo luogo perché la Ribolla è un’uva tannica e questo si sente subito; in secondo luogo perché troviamo note dove la frutta candita e la frutta secca sono maggiormente aiutate dall’alcol a presentarsi al naso. Ricordano appunto dei distillati (per me Armagnac con una nota di Calvados) pur non superando i 14°. In bocca sono entrambi vini pieni, opulenti, tuttora molto (addirittura troppo) giovani, con la tannicità della ribolla che si esprime con ferma dolcezza, mai con scompostezza. Breve riflessione a metà strada: alla faccia dei vini macerati che sono tutti uguali!


Saša Radikon ci ha fatto assaggiare quello che lui stesso definisce “il modo migliore per avvicinarsi” ai vini macerati, cioè il Venezia Giulia IGT Slatnik 2023: Chardonnay 80%, Friulano 20%, macerato per una decina di giorni, poi un anno in botte grande e uno tra acciaio e bottiglia. La mia vecchia teoria che i produttori (quelli che il vino lo fanno veramente) somigliano al loro vino e viceversa segna un altro punto a suo favore. Saša è grande e grosso e anche lo Slatnik sprizza potenza da tutti i pori (a parte l’alcol, che si piazza a meno di 13°): ambrato, con frutta passita al naso, ha una tannicità imponente e anche un’acidità importante. Per la prima volta sentiamo nettamente il ruolo dell’acidità e, rispetto agli altri vini, anche una certa mancanza di affinamento in vetro. Siamo quasi all’opposto dei vini de Il Carpino, ma in una cosa si assomigliano: hanno l’acidità volatile (uno dei punti di discussione tra detrattori e sostenitori dei vini macerati) che non punge ma accarezza la bocca e la gola. Anche quello della volatile è un tema da affrontare e capisco che per molti è quasi un tabù: per quanto mi riguarda, ricordo che tanti vini rossi importanti, sia a base Nebbiolo che Sangiovese, per non parlare di vecchi Amarone, se non avessero avuto una volatile attorno a 0,85/0,90 sicuramente sarebbero stati molto meno espressivi al naso. Comunque bisogna sfatare il mito che i buoni macerati abbiano una volatile molto superiore a 1.


Con Martin Fiegl arriviamo a chiudere il cerchio del nostro incontro e anche con lui scopriamo tante cose interessanti: la prima è che la sua produzione di vini macerati è appena il 5% del totale aziendale, che è di quasi 400.000 bottiglie. Inoltre è forse quello “più tecnico” tra i produttori incontrati. Per prima cosa in vigna lui non aspetta la maturazione fenolica ma predilige una maggiore freschezza, poi fermenta/macera a temperatura controllata in una vasca da 30 ettolitri per circa 28 giorni. Essendo i macerati una piccola produzione non è detto che nascano da lieviti autoctoni, ma da quelli che lavorano meglio e di più, visto che per gli altri vini usa lieviti selezionati. Abbiamo assaggiato la giovanissima Venezia Giulia IGT Ribolla Gialla 2024 e dobbiamo dire che la giovinezza non le fa certo male: grande frutto (albicocca e pesca) e tannino dolce ed equilibrato. Anche il Venezia Giulia Ribolla Gialla 2020 è fruttato, ma rispetto agli altri vini mostra da una parte un tannino imponente e dall’altra una volatile più bassa. Non vogliamo contraddire quello che ha detto Saša Radikon, ma questo vino di Fiegl è forse il modo più facile per approcciarsi ai macerati.


In chiusura ci restano due argomenti da affrontare con tranquillità, cioè quello della somiglianza tra i vini macerati e della perdita del varietale. Anche qui serve una piccola premessa: sono anni che la qualità dei bianchi italiani è cresciuta ma, come ho scritto qui, nello stesso tempo si assomigliano molto di più. Lieviti selezionati e nutrimenti di lieviti, enologi e tecniche enologiche imperanti hanno fatto fare un grande passo in avanti ai vini italiani, ma questo si è almeno in parte pagato con una somiglianza che, specie tra i bianchi, in certi casi è eccessiva: ormai non si riesce più a distinguere bene un Sauvignon da un Vermentino o da un Trebbiano, uno Chardonnay da un Grechetto, un Bombino da un Greco, ecc. Di fronte a questa omologazione generalizzata sono il primo a dire che diversi vini macerati hanno delle somiglianze e che gli aromi varietali vengono immolati sull’altare della macerazione, però almeno non ci si nasconde dietro la strausata scusa che quel vino X ha i precisi profumi del terreno dove cresce, anche se poi dal punto di vista aromatico è quasi identico a tanti altri. Ecco, da “non grande estimatore quasi ravveduto” dei vini macerati credo di aver detto tutto quello che c’era da dire, provando a mantenere una certa neutralità: aspetto i vostri commenti.

MenoDodicIGP: Antonelli – Montefalco Grechetto DOC 2025


Il Grechetto sconta spesso un ingiusto pregiudizio, eppure Antonelli – custode dal 1883 di colline spettacolari a Montefalco – dimostra il contrario. Il suo Grechetto 2025 è un asso nella manica pazzesco per la cucina italiana, capace di svoltare la cena dai primi saporiti ai piatti di mare.


Profuma di fiori gialli e di pesca bianca matura, ma è in bocca che fa scattare la scintilla: parte dritto e tagliente per poi riempirti il palato con una consistenza quasi polposa. Chiude pulito, lasciando una scia salina che ti chiama subito un altro sorso. Un bianco fiero, vivo, da bere a secchi.

Prezzo medio sul web: 9,50 euro

InvecchiatIGP: Marco Antonelli – Cesanese di Olevano Romano Riserva Kósmos 2014


Nel vino, prima ancora delle bottiglie, contano le persone. Marco Antonelli e sua moglie Bianca appartengono a quella rara categoria di vignaioli capaci di trasmettere autenticità, passione e umanità fin dal primo incontro. Qualità che non sempre si trovano con facilità e che finiscono inevitabilmente per riflettersi anche nei vini che producono. Da questa visione sincera e profondamente radicata nel territorio prende forma il loro progetto a Olevano Romano, mirato a restituire centralità al Cesanese comune, una varietà spesso messa in secondo piano ma capace di farsi interprete magistrale del luogo d'origine. Sebbene l'attività di famiglia vanti radici storiche legate da generazioni alla vendita di vino sfuso, è toccato a Marco compiere il grande passo verso una produzione imbottigliata e focalizzata sulla massima espressione qualitativa. 


La proprietà si estende su poco più di tre ettari, gestiti in regime biologico, suddivisi tra il vigneto di Colle Amici, situato nei pressi dell'abitazione, e un appezzamento collinare a circa 450 metri di quota, ai piedi del Monte Scalambra, noto come Morra Rossa. Proprio da quest’ultimo, storico, fazzoletto di terra nasce il Cesanese di Olevano Romano Kósmos, proveniente da vigne vecchie di cesanese comune di oltre 75 anni che, grazie alla generosità di Marco e Bianca, ho avuto l'opportunità di degustare nell'annata 2014, un millesimo che all'epoca fece tremare i polsi a molti viticoltori.

Bianca e Marco Antonelli

Annata fresca, piovosa e aspramente penalizzata dalla critica dominante, la 2014, così come anche in altri territori vinicoli italiani, si sta rivelando oggi una straordinaria fucina di sorprese per chi ha saputo lavorare con sensibilità. Nel calice, questo Cesanese di Olevano Romano si presenta con un colore rubino trasparente e luminoso, privo di cedimenti. Al naso è un sussurro di rara eleganza: la frutta rossa matura si è fusa con note di sottobosco, accenni di arancia sanguinella, spezie nobili e una interessante traccia ematica. 


In bocca stupisce per freschezza e vitalità: il sorso è agile, sorretto da una spalla acida vibrante e da un tannino setoso, perfettamente integrato dal tempo. Non ha la potenza delle annate calde, ma una finezza e una tensione dinamica inaspettate che lo rendono ancora incredibilmente godibile. La scommessa di Marco e Bianca è vinta. 


Kósmos 2014 restituisce dignità a un millesimo troppo frettolosamente dileggiato e conferma quanto il Cesanese di Olevano Romano possa raggiungere livelli di assoluto rilievo quando incontra vecchie vigne, consapevolezza agronomica e una visione produttiva coerente. Un vino che merita di essere ascoltato prima ancora che giudicato.

Gianfranco Fino – Salento Fiano IGT “Sedicimila” 2024


Dopo aver sorpreso col Primitivo di Manduria, Fino scommette ora sul Fiano 'Sedicimila', omaggio alle barbatelle che Carlo II d'Angiò piantò in Puglia a fine 1200.

Un bianco che punta sull’equilibrio: l'affinamento misto legno/acciaio dona complessità, ma il sorso resta fresco, sapido e di squisita finezza.

Matilde Piluso, la voce di una Calabria che non chiede più permesso


A venticinque anni è entrata nella lista dei cento Under 30 di Forbes Italia, ma prima ancora è diventata uno dei volti simbolo di una nuova generazione di produttori che sta cambiando il racconto del vino calabrese. Matilde Piluso non ama la retorica del riscatto. Preferisce parlare di consapevolezza, di identità ritrovata e di una Calabria che non ha più bisogno di inseguire modelli esterni per affermare il proprio valore. Insieme alla famiglia guida Tenuta del Travale, una minuscola realtà vitivinicola di Rovito, sulle colline della Presila cosentina, dove appena due ettari di vigne terrazzate coltivate a Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio hanno contribuito a riscrivere la percezione del vino calabrese contemporaneo.


Una sorta di "cantina de garage" calabrese, nata dalla convinzione che il piccolo possa essere sinonimo di eccellenza, dove la cura maniacale del dettaglio, l'artigianalità e una forte visione culturale precedono qualsiasi logica di crescita quantitativa. In questa conversazione Matilde racconta il recupero identitario del Nerello in Calabria, il ruolo delle nuove generazioni, il rapporto tra comunicazione e produzione, le sfide del vino contemporaneo e ciò che il vino calabrese dovrebbe finalmente smettere di temere: il confronto con gli altri grandi territori italiani.

Tenuta del Travale nasce dal recupero di un fondo abbandonato nel 1993 e dal successivo reimpianto del 2007 con Nerello Mascalese e Cappuccio, fino a diventare oggi una microazienda familiare fondata su una visione molto precisa di “piccolo è bello”, artigianalità e forte identità culturale oltre che agricola. Cosa vi ha spinto, all'origine, a intraprendere questo percorso e come si è trasformata nel tempo quella scelta iniziale?

C’è sempre stato un legame profondo con la terra nella mia famiglia. Mio padre è sommelier per passione e mio nonno era agronomo. Mia madre, poi, possiede una particolare sensibilità e una naturale inclinazione alla cura e alla bellezza delle cose. Io ho avuto la fortuna di ereditare quella che fu una felice intuizione, certamente coraggiosa e, per certi versi, visionaria. I miei genitori scelsero infatti di dedicare due dei cinque ettari della Tenuta alla coltivazione del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio: due vitigni autoctoni calabresi che, nel 2007, erano pressoché scomparsi dalla regione e generalmente associati ad altri contesti produttivi. Oggi quella scelta trova una sua piena legittimazione: il Nerello è finalmente riconosciuto come figlio di questi luoghi e viene coltivato in diverse aree della Calabria.

La scelta di puntare sul Nerello Mascalese in Calabria è molto precisa e non scontata. Il Nerello Mascalese porta con sé un immaginario fortemente etneo. In Calabria avete mai avuto la sensazione di doverne continuamente affermare la legittimità territoriale?

Sì, in un certo senso sì. È stata una forma di riemersione e di riappropriazione identitaria. In Calabria si era persa la memoria di un vitigno che, in realtà, da sempre le appartiene. Il territorio è particolarmente congeniale a queste uve, che richiedono condizioni molto precise. Ma non si è mai trattato di una battaglia: il Nerello prodotto sull’Etna rappresenta semplicemente una diversa declinazione del vitigno, inevitabile conseguenza di differenti condizioni pedoclimatiche.

Tenuta del Travale è quasi una “cantina de garage”, con produzioni molto limitate e un approccio artigianale radicale. Hai mai avuto paura che il successo e i riconoscimenti possano snaturare questa dimensione intima?

No, anzi. All’inizio, considerata la realtà enologica del tempo, i riconoscimenti avevano quasi una funzione politica: dimostravano che la Calabria esisteva e che poteva esprimere eccellenza e qualità. Oggi, naturalmente, il dialogo è cambiato. La Calabria è diventata un nuovo centro e non più una periferia. Non è più una terra che chiede riscatto, ma una terra che ha acquisito consapevolezza. La dimensione intima dell’azienda, però, non ha mai subito condizionamenti. Siamo nati piccoli per restare tali, anche per ragioni produttive. La cura è maniacale, l’attenzione alla qualità quasi ossessiva e l’approccio produttivo è profondamente zero-interventista. Conosciamo ogni pianta e ogni grappolo. Per noi il piccolo è bello, perché soltanto dimensioni contenute consentono di mantenere quella coerenza e quell’integrità necessarie quando si afferma di produrre vini di qualità.

La vostra azienda contribuisce oggi a delineare una nuova immagine della Calabria del vino, più colta e consapevole, in cui il “piccolo è bello” diventa anche una scelta identitaria. Vi sentite più interpreti di un territorio già dato o coautori della sua nuova identità?

I territori non si scoprono: si interpretano. Ci piace pensare di aver contribuito a valorizzare potenzialità inespresse ma certamente preesistenti. La Calabria, non a caso, era l’antica Enotria.

In una recente intervista al Gambero Rosso hai detto che la Calabria del vino non è più una “Cenerentola”. Quali fattori, secondo te, hanno determinato questo riscatto?

L’innalzamento qualitativo degli standard produttivi, sia in termini di competenze sia di applicazione concreta da parte dei produttori, accompagnato da una crescente sensibilità istituzionale verso il comparto.

Visto che la Calabria del vino sta diventando sempre più un territorio “di moda”, non temi che, come accaduto ad altri territori emergenti italiani, questa attenzione possa portare anche a una perdita di autenticità e spontaneità?

Non credo che lo sviluppo turistico, culturale e sociale di una regione possa essere confuso con la contaminazione. L’autenticità di un luogo può essere preservata anche quando quel luogo diventa desiderabile. Se è vero che nessun uomo è un’isola, non possiamo rischiare di annegare nell’isolamento. La Calabria merita di essere scoperta e, con essa, i suoi prodotti, che rappresentano un unicum. Di più, la Calabria possiede gli anticorpi culturali e socio-ambientali necessari per non ridursi a una semplice meta modaiola e continuare a essere un luogo di sostanza.

Tenuta del Travale - Famiglia Ciardullo al completo

Tu appartieni a una generazione che sa produrre vino ma anche comunicarlo. Oggi, secondo te, è più difficile fare bene il vino o raccontarlo bene?

Nessuna di queste due dimensioni può vivere senza l’altra. Fortunatamente, essendo un’azienda familiare, non esistono rigidi formalismi. Non lavoriamo per compartimenti stagni, ma secondo inclinazioni naturali. Mia sorella Carlotta segue maggiormente la parte produttiva, io quella commerciale. Nessuna delle due, però, è estranea al lavoro dell’altra. Produzione e comunicazione devono vivere in una continuità profonda. Fare vino è un’opera complessa; raccontarlo lo è altrettanto. Un racconto credibile, però, nasce sempre e soltanto da una presenza reale in vigna.

Questa forte presenza di giovani produttori e comunicatori sta davvero cambiando il sistema vino o rischia di entrare dentro schemi già esistenti?

Ogni nuova generazione che si avvicina a settori tradizionali porta inevitabilmente elementi di novità. È il risultato di un passaggio storico, di una diversa sensibilità e, talvolta, di una maggiore attenzione verso le mutate esigenze imprenditoriali e culturali del nostro tempo.

Negli ultimi anni il vino sembra oscillare tra lusso e crisi identitaria: dealcolati, mode passeggere, consumo più veloce. Secondo te cosa cercano oggi i giovani nel vino?

Se è vero quanto detto finora, è anche vero che esistono dinamiche sociali immutabili che da sempre influenzano il mercato. Seguire una moda, paradossalmente, mentre omologa, restituisce al tempo stesso l’illusione di essere speciali e di appartenere a una nicchia, che spesso finisce per essere profondamente banalizzata. È un meccanismo antico e, per certi aspetti, inevitabile. Allo stesso tempo esistono giovani consapevoli e poco sensibili alle tendenze del momento. Ho avuto la fortuna di incontrare persone giovani, estremamente competenti e professionali, che osservano il presente senza sterili contrapposizioni, guardano al passato e ne traducono il significato per il futuro. Esiste poi una verità semplice e ineludibile: il vino, che sia dealcolato, naturale o coltivato sulla luna, o è buono oppure non lo è. E questo, in fondo, lo sanno tutti, anche i modaioli.

Se oggi dovessi criticare apertamente il mondo del vino italiano, qual è la cosa che trovi più vecchia, autoreferenziale o distante dalla realtà?

Critico soprattutto una visione esclusivamente commerciale, orientata al guadagno immediato e poco incline all’investimento sul lungo periodo. Critico gli assolutismi, la mancanza di tolleranza, l’ottusità e le interferenze. Ma sarebbe ingiusto attribuire questi limiti soltanto al mondo del vino: appartengono, in misura diversa, a ogni ambito umano.


Ti senti più vignaiola, imprenditrice o interprete culturale del territorio? E quale di questi ruoli pesa di più oggi?

Mi sento estremamente fortunata, perché mi è stata data la possibilità di vivere contemporaneamente più ruoli.

Essere allo stesso tempo avvocato e vignaiola significa muoversi tra due linguaggi molto diversi: uno normativo e uno agricolo. In che modo queste due identità si contaminano nel tuo modo di fare vino?

Il diritto è ovunque: dallo scontrino del bar fino all’udienza in tribunale. La sua conoscenza educa alla realtà e insegna a muoversi nel mondo con maggiore consapevolezza. In questo settore, come in ogni altro ambito della vita, la formazione giuridica mi è stata di grande aiuto.

Ti è mai capitato di sentirti sottovalutata o messa alla prova più per il tuo essere giovane donna che per le tue scelte produttive?

Sarebbe tanto falso quanto incoerente sostenere che le donne operino oggi in condizioni di assoluta parità. Devo però riconoscere di aver avuto la fortuna di confrontarmi quasi sempre con persone lontane da queste mentalità. Il mondo del vino è un mondo reale, con tutte le sue inevitabili contraddizioni. Allo stesso tempo, però, è popolato da persone che possiedono qualcosa in più. Forse è il rapporto con la terra e con la natura, che inevitabilmente educa a una particolare sensibilità. Qualunque sia la ragione, resta un ambiente nel quale ho incontrato molta umanità.

Nel racconto mediatico del vino, le donne vengono ancora spesso associate a sensibilità, estetica e comunicazione. Ti riconosci in questa lettura o la trovi limitante?

Questa lettura può diventare limitante e il rischio è che, talvolta, siano le stesse donne a interiorizzarla. Siamo molto più di questo. Personalmente non farei una distinzione basata sul genere: essere una persona perbene, oppure no, è ciò che fa davvero la differenza.


Domanda impertinente: per crescere davvero, qual è la prima cosa che dovrebbe perdere il vino calabrese? E cosa invece non dovrebbe mai perdere?

Dovrebbe perdere il timore del paragone e acquisire piena consapevolezza delle proprie potenzialità. Non dovrebbe mai perdere l’orgoglio della propria appartenenza territoriale.

Qual è la domanda sul vino calabrese che sei stanca di sentirti fare?

«Eccellente. Non sembra un vino calabrese».

Ciavolich, dove la memoria diventa vino: il progetto Fosso Cancelli racconta l'anima di Loreto Aprutino


Tra le colline di Loreto Aprutino, dove le brezze dell'Adriatico incontrano quelle del Gran Sasso, si snoda una delle storie più antiche del vino abruzzese: quella della famiglia Ciavolich, la cui vicenda attraversa oltre cinque secoli mantenendo intatto il legame con la terra e con una viticoltura profondamente identitaria.


Le radici affondano nel XVI secolo, quando i Ciavolich — mercanti di lana di origine bulgara — si stabiliscono a Miglianico, ancora lontani dal mondo del vino che entrerà nella loro storia solo qualche secolo più tardi. Nel 1853 Francesco Ciavolich costruisce, davanti al palazzo di famiglia, la prima cantina destinata alla vinificazione delle uve provenienti dai terreni circostanti. Alla fine dell'Ottocento il matrimonio tra il figlio Giuseppe Ciavolich ed Ernestina Vicini, appartenente a una storica famiglia di Loreto Aprutino, crea definitivamente il legame con uno dei territori più vocati dell'Abruzzo dove, dopo diversi passaggi ereditari, si consoliderà il patrimonio agricolo e viticolo dell'azienda. Un'eredità oggi raccolta e reinterpretata da Chiara Ciavolich, che ha scelto di non considerare la storia familiare come un peso da conservare, ma come un punto di partenza per costruire una visione contemporanea senza mai interrompere il dialogo con il passato.


Il progetto produttivo si fonda su un approccio rigoroso e profondamente identitario, dove ricerca e sostenibilità convivono con la volontà di preservare un patrimonio agricolo costruito nel tempo. La proprietà si estende su circa 48 ettari, dei quali 35 dedicati alla vite, mentre il resto è occupato da oliveti e seminativi, in un equilibrio ancora fortemente legato al paesaggio rurale abruzzese. I vigneti alternano la tradizionale pergola abruzzese agli impianti a spalliera e comprendono vecchie parcelle che l'azienda sta recuperando attraverso un attento lavoro di valorizzazione del patrimonio genetico originario. Montepulciano, Trebbiano d'Abruzzo e Pecorino rappresentano il cuore della produzione, varietà interpretate con l'obiettivo di restituire nel bicchiere la personalità di Loreto Aprutino.


Dal 2004 si vinificano esclusivamente uve provenienti dai propri vigneti utilizzando acciaio, cemento, legno e terracotta, materiali scelti non per seguire un'impostazione precostituita, ma in funzione delle caratteristiche dell'annata e dell'espressione del singolo vino. L'obiettivo è accompagnare la materia senza sovrapporsi ad essa, lasciando che ogni vendemmia possa raccontare con autenticità il luogo da cui nasce.


È proprio da questa ricerca di autenticità, dove memoria e futuro convivono, che nasce Fosso Cancelli, il progetto più intimo e personale di Chiara Ciavolich. La sua origine coincide con un momento di svolta nella storia aziendale: nel 2007 la produzione lascia la storica ma ormai inadeguata cantina del Riccio di Ortona, costruita dal padre negli anni Sessanta, per trasferirsi definitivamente nel cuore di Loreto Aprutino. Una scelta necessaria per il futuro della cantina, ma profondamente legata anche alla sfera emotiva. Quelle mura custodivano infatti una parte importante della storia familiare: i pomeriggi trascorsi accanto alle vasche di fermentazione, il profumo del mosto, i rumori e le atmosfere di una cantina dove il vino prendeva forma seguendo ritmi antichi.


Da quel distacco nasce il desiderio di conservare non un luogo, ma la sua anima. Chiara decide così di racchiudere in bottiglia la memoria di quel periodo, dando vita insieme all'enologo Romano D'Amario a un vero e proprio "vino fotografia". Le migliori partite delle annate 2007 e 2008 vengono selezionate e lasciate fermentare spontaneamente in cemento, secondo una pratica che richiama la tradizione delle antiche cantine abruzzesi. Nasce così un vino capace di custodire non soltanto un'annata, ma un frammento di storia familiare.


Quel percorso prende forma compiuta nel 2015 con la nascita del primo Fosso Cancelli Montepulciano d'Abruzzo 2007. L'etichetta raffigura la tenuta racchiusa tra il Fosso Cancelli e il fosso Pallonero, quasi a delimitare un piccolo universo agricolo e sentimentale. Da allora Fosso Cancelli diventa il luogo in cui la memoria si trasforma in ricerca: fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, affinamenti in cemento, grandi botti e anfore, sempre con l'obiettivo di lasciare che il territorio si esprima con la minima mediazione possibile. Non una semplice collezione di etichette, ma il cuore della visione di Chiara Ciavolich, pensato per interpretare ogni vendemmia nella sua irripetibile unicità.


Per capire davvero il senso di questo lavoro, però, serve il bicchiere. Abbiamo degustato le ultime annate delle etichette che compongono questa collezione di vini identitari, ognuna capace di restituire una diversa sfumatura del volto di Loreto Aprutino.

Fosso Cancelli Trebbiano d'Abruzzo 2024

Annata estrema, segnata da un inverno mite e povero di precipitazioni seguito da una lunga fase siccitosa, il 2024 ha rappresentato un banco di prova per le vigne abruzzesi. A fare la differenza sono stati i vecchi impianti del 1974, la profondità degli apparati radicali e la capacità dei suoli di trattenere e restituire acqua nei momenti più difficili.


Nel calice si presenta luminoso, con un profilo olfattivo ancora in evoluzione che richiama agrumi maturi, fiori di campo, erbe mediterranee e una sottile impronta minerale. Il sorso è ampio e composto, quasi austero nella sua struttura, ma attraversato da una vibrante tensione sapida che ne accompagna la progressione. La materia è importante, sostenuta da una trama fresca e precisa che allunga la beva e lascia emergere una personalità profonda. Un Trebbiano d’Abruzzo autentico e territoriale, dove concentrazione e freschezza convivono in armonia, restituendo nel bicchiere la voce delle vigne storiche di Loreto Aprutino e la filosofia di Ciavolich: accompagnare la materia, senza mai sovrastarla.

Fosso Cancelli Pecorino 2022

Il 2022 è stata un'annata caratterizzata da una lunga fase siccitosa, mitigata dalla capacità dei suoli di Loreto Aprutino di conservare e restituire gradualmente acqua alle piante. Le piogge di settembre hanno completato la maturazione delle uve, preservando equilibrio tra ricchezza aromatica e freschezza. Interpretazione rigorosa di una delle varietà simbolo dell'Abruzzo, il Pecorino Fosso Cancelli nasce da fermentazioni in anfora, acciaio e botti di rovere di Slavonia, con un affinamento sulle fecce fini che ne amplifica profondità e complessità senza alterarne la purezza varietale.


Al naso richiama agrumi maturi, frutta gialla croccante, fiori spontanei ed erbe aromatiche, con una sottile impronta minerale. Il sorso è ampio e dinamico, sostenuto da una spinta sapida che accompagna la progressione fino a un finale lungo e preciso. Un bianco di carattere, capace di unire tensione e materia e di raccontare con eleganza il profilo territoriale di questo angolo incantato di Abruzzo.

Fosso Cancelli Cerasuolo d'Abruzzo 2023

Annata difficile e avara di produzione, il 2023 ha premiato le vecchie pergole di Montepulciano che hanno saputo preservare equilibrio e integrità delle uve. Al naso si apre con note di melograno, ciliegia matura e arancia sanguinella, accompagnate da richiami di erbe officinali e da una sfumatura quasi balsamica che ne amplifica la complessità. Il sorso è pieno, avvolgente, generoso, sostenuto da una trama sapida che accompagna la progressione gustativa senza mai appesantirla. La ricchezza estrattiva dell’annata emerge con chiarezza, ma trova equilibrio in una vena fresca che mantiene il vino dinamico e vitale.


È un Cerasuolo che supera l’idea di semplice immediatezza, mostrando una profondità capace di restituire l’anima del Montepulciano anche nella sua veste più luminosa. Un vino di materia ed equilibrio, con una struttura capace di accompagnarlo nel tempo e rivelare nuove sfumature durante il suo percorso evolutivo in bottiglia.

Fosso Cancelli Montepulciano d'Abruzzo 2020

Il 2020 si è distinto per un andamento climatico equilibrato, con un'estate calda ma priva di eccessi che ha favorito maturazioni progressive e complete. La profondità dei suoli e il naturale equilibrio della pergola abruzzese hanno contribuito a preservare freschezza, struttura e complessità aromatica, elementi che ritroviamo nel Fosso Cancelli Montepulciano d'Abruzzo, prodotto dai vigneti più antichi della tenuta (1965) e vinificato secondo la tradizione della fermentazione in cemento. Un'etichetta che più di ogni altra sintetizza la filosofia del progetto Fosso Cancelli, dove memoria, territorio e artigianalità trovano il loro punto d'incontro.


Il profilo aromatico alterna amarena, prugna, sottobosco, resina mediterranea e liquirizia, con sfumature terrose che ne amplificano la complessità. Il sorso è profondo e articolato, sostenuto da tannini maturi e da un equilibrio esemplare tra struttura e freschezza. Lungo, sapido e persistente, racconta con grande autenticità il volto più classico e affascinante del Montepulciano di Loreto Aprutino.

MenoDodicIGP: Vincenti Agostino - Soave Terralunga 2025


di Lorenzo Colombo

Etichetta prodotta dalla Cantina Vicentini da oltre 25 anni, frutto di un blend tra Garganega e, in misura minore, Trebbiano di Soave provenienti da vigneti situati a Colognola al Colle. Paglierino con leggeri riflessi oro-verde. 


Buona l’intensità olfattiva, cogliamo sentori d’erbe officinali fresche, accenni d’agrumi, di frutta a polpa bianca e di mandorle. Fresco al palato, sapido, agrumato, di media struttura, con un bel frutto e leggere e piacevoli note mandorlate sul fin di bocca.


Due altre cose abbiamo apprezzato al di là della qualità del vino, l’utilizzo del tappo a vite e l’etichetta che, seppur leggermente infantile ci è piaciuta molto. 

9,5 euro il suo prezzo sul Web