Baglio del Cristo di Campobello - Terre Siciliane Bianco C'D'C’ 2016 è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Angelo Peretti

Avete presente il melone bianco, quello che si mangia d’inverno? Ecco, questo vino sa di melone bianco, e poi anche di sale e di mare e un poco pure di agrumi. 


Fatto con uve di grillo, chardonnay, inzolia e catarratto, tre autoctone e un’internazionale, si fa strabere sopra a un piatto di pasta al pomodoro. 

Ho bevuto il Blanc di Sanzuàn 2016 Emilio Bulfon, un vino fatto col cividin, ed è buonissimo – Garantito IGP

di Angelo Peretti
Ebbene sì, ho bevuto un vino fatto con un’uva che si chiama cividin. Non so quanti siano al mondo a fare un vino con il cividin, ma io l’ho bevuto, quel vino, ed è un vino bianco che mi è veramente piaciuto tanto tanto.
A fare il vino col cividin è un vignaiolo che si chiama Emilio Bulfon e sta a Valeriano, dalle parti di Pordenone, nel Friuli, e se ci fosse un Nobel per i vignaioli lo meriterebbe lui, perché da anni si è messo in testa di recuperare le vecchie varietà di vigna che si coltivavano un tempo da quelle parti e le ha tirate fuori dai boschi e dai rovi e le ha riprodotte e coltivate e ci fa dei vini che sono unici (non so quanti altri coltivino il cividin, oppure l’ucelut, il piculit-neri, lo sciaglin e il forgiarin, che sono le altre uve cui ha ridato dignità) e che sono buoni, a volte anche molto buoni, come in questo caso.


Era da anni che non ribevevo i vini di Emilio Bulfon. Li ho ritrovati per caso qualche giorno fa. Ero a Pordenone per un convegno e parcheggiando, a sera tarda, ho visto che nel negozio in fianco all’albergo dove alloggiavo c’era un negozio che aveva in vetrina proprio i suoi vini. La mattina, alle 8.30 in punto, orario di apertura, mi sono presentato in bottega per comprarli. Volevo i rossi, che mi ricordavano interessanti. Siccome i rossi erano cinque e la confezione per trasportarli era da sei, ci ho fatto mettete anche un bianco. Ora sono qui a benedire il fatto che la confezione fosse da sei e che ci abbia dovuto mettere anche un bianco, questo bianco, il Blanc di Sanzuàn, il bianco di san Giovanni.
Ecco, appena l’ho versato, annusato, assaggiato, ho preso in mano la bottiglia e l’ho guardata perché credevo di essermi sbagliato. Accidenti, se me l’avessero servito alla cieca l’avrei scambiato per un bianco della Valle del Rodano, tutt’al più della Languedoc.


Eh, sì. Polposo di frutto maturo senza però essere grasso, e poi freschissimo e vibrante, perfino salato, secco (bene!), di lunga persistenza nel palato. Una meraviglia, uno di quei bianchi che piacciono e me, e perfino senza l’eccesso alcolico di troppi bianchi che si fanno oggi in certe parti bianchiste d’Italia. Uno di quei vini che non parlano le lingue consuete dell’enologia contemporanea, che non hanno qualcosa, a mio avviso, che gli si possa paragonare in altre zone viticole nazionali e neppure, permettetemelo, nella sua area d’origine, nei vigneti friulani. Un unicum, ma un unicum proprio, proprio buono, che sa di antico e che è dunque modernissimo, e non sto giocando con le parole.
A proposito, sul sito di Bulfon leggo che la vigna è nel comune di Pinzano al Tagliamento, provincia di Pordenone, la zona del Friuli Grave, per capirci (ma questo è un “vino bianco”, che una volta si sarebbe detto un “bianco tavola”, fuori denominazione), colline dell’area pedemontana del Friuli Occidentale. Il sito dice anche che è un “uvaggio di uve bianche con prevalenza di uva da vitigno cividin”. Io ripeto che va bevuto.
Ho solo un problema, ora, ed è che chissà quando ci torno a Pordenone per comprarmene ancora. Se vi capita, provatelo, fate il possibile per provarlo, ché ne vale la pena. Almeno, io penso che ne valga la pena.
A proposito: i vini di Bulfon li ho pagati, in negozio, 8 euro l’uno. Vedete voi.

Santa Barbara - Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico “Le Vaglie” 2015 è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Lorenzo Colombo

Tra i numerosi Verdicchio prodotti da Stefano Antonucci abbiamo scelto questo “Le Vaglie” 2015.


Un vino caratterizzato dalla grande freschezza e pulizia, sapido ed elegante, che presenta sentori di frutta a polpa bianca e note floreali, con accenni d’agrumi e d’erbe officinali e dove si percepisce l’ormai tanto abusata “mineralità”. Persistente e dalla piacevolissima beva.

Appius 2013, Sanct Valentin e… tre compleanni alla cantina di San Michele Appiano - Garantito IGP

Di Lorenzo Colombo

L’occasione ufficiale era quella di presentare alla stampa, l’annata 2013 di Appius, ma in realtà il 2017 è l’anno in cui si festeggiano almeno altre tre ricorrenze:
·    - 110 anni dalla fondazione della cantina
·    - 40 di lavoro per Hans Terzer presso la medesima
·    - 30 anni dalla commercializzazione del primo vino della linea Sanct Valentin

Cinque vini bianchi, altrettanti rossi più un vino passito costituiscono questa linea di prodotti, la più prestigiosa della Cantina di San Michele Appiano, vini dove Hans Terzer riesce ad esprimere al massimo le caratteristiche dei vigneti più vocati del comune di Appiano.
Le bottiglie prodotte per questa linea sono circa 450mila/anno (su una produzione totale di 2,5 milioni), provenienti dagli ottanta ettari dedicati a questa specifica gamma di prodotti, dov’è il Sauvignon a dominare con 140.000 bottiglie prodotte a partire da 25 ettari a lui riservati.

Hans Terzer

Il nome deriva dalla Tenuta Sanct Valentin, dai cui vigneti, nel 1986, è stato prodotto il primo vino, anche se ormai i vigneti sono sparsi sul territorio di Appiano. Si tratta in genere di piccole parcelle la più grande delle quali –destinata al Pinot nero- è di appena due ettari.
L’età dei vigneti non è molto vetusta, essendo stati rimpiantati a partire dalla fine degli anni ’80, ritenendo i precedenti non  adatti a fornire vini di qualità eccelsa.
Contrariamente al resto della produzione della cantina, commercializzata per il 70% in Italia, della linea Sanct Valentin nel nostro paese se ne vende unicamente il 20%, tutto il resto viene esportato e tra i primi paesi si colloca il Giappone.
La presentazione dell’Appius 2013 è avvenuta durante una cena nella barricaia della cantina, con piatti preparati da Herbert Hintner del Ristorante Zur Rose di San Michele Appiano. Anche per i vini serviti durante la cena si festeggiava un compleanno, infatti avevano dieci e vent’anni d’età, a parte ovviamente l’Appius.
Ecco quindi quanto abbiamo avuto il piacere di assaporare:

Alto Adige Sauvignon “Sanct Valentin” 2007

Un vino pluripremiato nel corso degli anni da praticamente tutte le guide dei vini.
Diciamo subito che si è trattato del vino che maggiormente abbiamo apprezzato -e pensare che non siamo degli appassionati di sauvignon- ma un’eleganza, una freschezza ed una complessità simile, in un vino di dieci anni l’abbiamo trovata raramente.
Prodotto per la prima volta nel 1989, le uve provengono da vigneti dai dieci ai ventotto anni d’età, situati a San Michele e ad Appiano Monte, ad altitudini tra i 450 ed i 600 metri, esposti a sud-est, su suoli ghiaiosi con buona componente calcarea, il sistema d’allevamento è a Guyot. Sia la vinificazione che l’affinamento avvengono in acciaio per il 90% del prodotto, mentre il rimanente 10% viene lavorato in legno.


Elegante al naso, presenta i tipici sentori del vitigno senza però gli eccessi dati dalla gioventù, si colgono quindi sentori vegetali che rimandano alla foglia di pomodoro come pure note fruttate di pesca gialla e frutti tropicali.
Fresco alla bocca, fruttato, agrumato (pompelmo rosa), minerale, dotato di grande finezza ed eleganza, lunga la sua persistenza.

Alto Adige Pinot Grigio “Sanct Valentin” 1997

Nato nel 1986,è il capostipite della linea Sanct Valentin (assieme a Chardonnay e Gewürztraminer), le uve  provengono da alcuni vigneti situati ad Appiano Monte vinificate ed affinate in barriques. I vigneti hanno un’età variabile dai quindici ai trent’anni, si trovano su suoli ghiaiosi con buona componente calcarea ad un’altitudine tra i 420 ed i 600 metri, con esposizione sud-est, sud-ovest. La vinificazione e l’affinamento avviene tra barriques e tonneaux, il vino subisce la fermentazione malolattica.


Color dorato luminoso, i vent’anni d’età si notano nel bicchiere. Intenso al naso, con note terziarie, idrocarburiche, balsamiche, di legno vanigliato. Dotato di buona struttura, fresco e decisamente sapido, frutto giallo ancora ben presente, legno in evidenza con netti sentori tostati, lunga la persistenza.

Alto Adige Pinot Nero “Sanct Valentin” 2007

Si tratta del vino rosso più importante della cantina, prodotto per la prima volta nel 1995 con uve provenienti da vigneti situati in Appiano e dintorni, ad altitudini tra i 400 ed i 550 metri con esposizioni sud, sud-est, con resa di 45 ettolitri/ettaro, i suoli sono composti da depositi morenici con ghiaia e buon apporto calcareo.
La fermentazione avviene in acciaio, mentre la malolattica e l’affinamento per un anno in barriques, dopo l’assemblaggio il vino riposa in botti grandi per sei mesi.


Profondo il colore, rubino intenso. Bel naso, intenso, balsamico, con sentori di spezie dolci, vaniglia, caffè. Dotato di buona struttura e bella vena acida, si percepiscono sentori di frutto rosso speziato e note pepate, il legno è ancora in evidenza e dona al vino aromi tostati-affumicati ed accenni di tizzone nel camino spento.

Passito “Comtess” Sanct Valentin 2007

90% Gewürztraminer, 5% Riesling e 5% Sauvignon. Questa la composizione del vino, i cui vigneti sono situati appena sotto il Castello Valentin, a 600 metri d’altitudine, con esposizione sud-est su suoli ghiaiosi-calcarei, la resa è di 20 ettolitri/ettaro.
Le uve vengono raccolte a metà dicembre (durante la nostra visita del 10 novembre erano quindi ancora in pianta – vedi foto). Dopo l’appassimento vengono vinificate e fermentate parte in acciaio e parte in barrique.


Color ambrato brillante. Intenso al naso, che si presentava con un’esplosione di canditi, albicocca e pesca sciroppata. Strutturato, quasi grasso, morbido, mieloso, con bella vena acida che gli donava freschezza, albicocca sciroppata in evidenza e note piccanti che rimandavano allo zenzero.

Abbiamo lasciato per ultimo l’Appius, giunto con la 2013, alla sua quarta annata di produzione. E’ il vino a lungo pensato da Hans Terzer e finalmente prodotto per la prima volta nel 2010. Si tratta di un blend di chardonnay, pinot bianco, pinot grigio e sauvignon, le percentuali delle quali variano di anno in anno e le cui uve provengono da vigneti di 25-35 anni d’età situati in Appiano. Nell’annata 2013 la composizione è data da: chardonnay (55%), sauvignon (25%) ed il rimanente diviso tra pinot grigio e pinot bianco.
La resa è stata di  35 ettolitri/ettaro, la vendemmia è stata effettuata tra la seconda metà di settembre e la prima d’ottobre, fermentazioni ed affinamenti  si sono svolti tra barriques e tonneaux, l’assemblaggio tra i diversi vini e avvenuto dopo un anno e la massa è rimasta sui lieviti per tre anni in contenitori d’acciaio. L’etichetta del vino varia ogni anno.


Interessante e piacevole il naso, intenso, vanigliato, con un bel frutto (pesca gialla matura). Fresco al palato, leggermente vanigliato e con un accenno piccante che rimanda allo zenzero, frutta tropicale in evidenza, accenni di canditi, bella la vena acida e lunga la persistenza.


Le degustazioni dei vini della linea Sanct Valentin non si sono limitate ai vini sopra descritti, ma hanno interessato tutta la produzione, infatti, il giorno seguente, presso il Castello Valentin abbiamo potuto assaggiare il frutto dell’ultima annata in commercio, dove nuovamente, almeno secondo noi, il Sauvignon aveva una marcia in più rispetto a tutti gli altri seppur molto buoni vini.

Alla scoperta del Sangiovese di Brisighella

L'edizione senese di Sangiovese Purosangue 2017 è stata ricca di seminari tra i quali spiccava quello tenuto da Francesco Falcone sul Romagna Sangiovese di Brisighella. Di questa tipologia di vino scrissi già nel 2014 prendendo spunto proprio dalle parole dello stesso Falcone che, in qualità di collaboratore di Enogea, pubblicò un interessante articolo su questa meravigliosa rivista (II serie - n°37) dal quale estrapolerò alcune parti per contestualizzare la degustazione che seguirà (se violo qualche copyright me ne scuso e sono pronto ad eliminare tutto)


Scrive Falcone: "La zona di produzione del Sangiovese di Romagna (denominazione d'origine controllata a partire dal 1967) interessa una vasta area collinare che si sviluppa a sud della via Emilia toccando (da nord-ovest a sud-est) una cinquantina di comuni delle province di Bologna (l'Imolese), Ravenna (Il Faentino), Forlì-Cesena (Il Forlivese e Il Cesenate) e Rimini (Il Riminese). Il disciplinare di produzione prevede come vitigno principale il sangiovese, la cui percentuale minima nel vino non deve essere inferiore all'85%. Sempre più spesso viene vinificato in purezza, ma non mancano bottiglie che dichiarano l'aggiunta di altre uve complementari. Si può affermare che la fetta più significativa della viticoltura si sviluppa su colline di matrice sedimentario-argillosa, mai troppo elevate, la cui quota altimetrica oscilla tra i 150 e 300 metri s.l.m. Anche se una larga parte dei vigneti si sviluppa a non grande distanza dall'Adriatico (mare troppo ristretto per influire significativamente sulle condizioni termiche della regione), il clima è prevalentemente continentale, con estati molto calde e afose, e inverni freddi e prolungati (rappresentano due eccezioni alla regola il Riminese e alcune zone del Cesenate, dove l'influsso delle brezze è più netto). Poco più di 7000 sono gli ettari vitati rivendicati dalla DOC, sedici milioni le bottiglie che ogni anno sono immesse sul mercato e tre le principali tipologie prodotte. La versione d'annata (con o senza la dicitura “Superiore”), fruttata, polputa e godibile da bere in gioventù, maturata sempre in vasche di cemento e/o di acciaio e posta in commercio la primavera successiva alla vendemmia. La “selezione” (quasi sempre commercializzata come “Superiore”), di maggiore struttura, intensità e vigore, di tanto in tanto elevata per qualche mese in barrique o tonneaux (più rara è invece la presenza della botte grande) e venduta dopo un breve periodo di affinamento in bottiglia. E infine la Riserva: un vino più potente e profondo, in genere austero nei primi anni di vita ma dotato di buona propensione all'invecchiamento (tra i 10 e i 15 anni)".


Il nuovo disciplinare, in vigore dal 2011, ha introdotto due novità importanti: la prima è che dovremmo chiamarlo non più Sangiovese di Romagna ma Romagna Sangiovese. 
L'altro cambiamento sostanziale riguarda l'istituzione delle sottozone (menzioni geografiche aggiuntive) che sono, partendo da nord-ovest per arrivare a nord-est, quella di Serra, di Brisighella, di Marzeno e di Modigliana. Quella di Oriolo e di Castrocaro, di Predappio, di Bertinoro e di Meldola, di Cesena, di San Vicinio e, infine, di Longiano.


Ponendo il fuoco dell'attenzione sulla sottozona "Brisighella", circa 1000 ettari vitati che si estendono lungo la valle del torrente Lamone, è opportuno anzitutto dire che questo comprensorio, molto famoso anche per la produzione di olio, dal punto di vista geologico è composto da terreni ricchi di calcare e gesso, prossimi alla linea dei calanchi (150-400 metri s.l.m.) e da terreni più tenaci ed argillosi, prossimi al Monte Coralli, che di tanto in tanto si alternano a conformazioni sabbiose (sabbia gialla) del Messiniano. 

Calanchi

Queste differenze, ovviamente, si riscontreranno anche all'interno vini prodotti all'interno dell'areale che, grazie anche alle specifiche di Falcone, cercherò di descrivere nel migliore dei modi iniziando dal Romagna Sangiovese Brisighella Riserva DOC "Corallo Nero" 2015 di Gallegati. L'azienda, che si sviluppa su 20 ettari di cui 10 piantati sulle colline di Brisighella, è condotta dai fratelli Antonio e Cesare Gallegati, entrambi laureati in scienze agrarie e specializzati in campo agronomico ed enologico, che da circa 15 anni hanno ripreso in mano l'attività di famiglia per produrre vino di qualità. Questo vino, 100% sangiovese, è il classico Romagna Sangiovese, ma di qualità, che ti aspetti di trovare sopra la tavola delle feste. E' ricco, pacioccone, ciliegioso e dotato di un finale amaricante, quasi da erbe medicinali, che smorza la carica alcolica del vino rendendo tutto molto più equilibrato e gaudente.


Il secondo vino degustato è stato il Romagna Sangiovese Superiore "Millo" 2011 di Roberto Monti la cui azienda, incentrata attorno al Podere Samba, è nata nel 1982 estendendosi oggi per circa 12 ettari di vigneti piantati su terreni calcareo-argillosi, a 200 metri s.l.m, all'interno dei quali è possibile trovare principalmente sangiovese e cabernet sauvignon assieme a piccole percentuali di merlot, centesimino, malvasia, pignoletto e trebbiano. Il vino è un sangiovese in purezza proveniente da un millesimo abbastanza caldo che al naso esplode con un frutto rosso sanguigno e prorompente a cui seguono profonde sensazioni di erbe amare, china e ghisa. La bocca evoca un vino ancora giovane, scalpitante ed arcigno soprattutto nel tannino che martella incessante fino a centro bocca creando le basi per un finale austero ma un po' troppo asciugante.


Il terzo vino è rappresentato dal Ravenna Sangiovese IGT "Oudeis" 2013 di Vigne di San Lorenzo ovvero dell'azienda di Filippo Manetti che nel 1998 ha acquistato una piccola borgata di origine medievale chiamata Campiume, nel Comune di Brisighella, trasformando il suo sogno in una realtà che oggi vanta un'estensione di circa 10 ettari (albana, trebbiano, sangiovese, cabernet sauvignon, merlot, malbo gentile) dove tradizione e limitatissimo uso della tecnologia in vigna e in cantina, quest'ultima scavata interamente nella roccia, fanno rima con produzioni di nicchia dalla grande qualità. Non fa pertanto sconti questo sangiovese in purezza, atipicamente romagnolo, sia per il colore rubino scarico sia per la mancanza di sbuffi alcolici che spesso segnano i vini di questo territorio. Questo Oudeis, nonostante la sua gioventù, è deliziosamente equilibrato e inebriato da sensazioni aromatiche che vanno dalla rosa passita alle erbe campestri fino ad arrivare all'agrume.  Berlo è una meraviglia per il suo essere succoso, elegante e dotato di finale sapido ed inebriante. Bella scoperta!


Il penultimo vino della batteria era rappresentato dal Ravenna Sangiovese IGP "Testa del Leone" 2010 di Andrea Bragagni la cui azienda, situata nella frazione di Fognano, si estende per 25 ettari su un territorio collinare a circa 350 metri di altitudine con esposizione nord-est dove sono piantate varietà come albana, trebbiano, sangiovese, famoso e cabernet sauvignon su suoli di galestro ricchi di sabbie. Famoso per il suo Rigogolo (albana in purezza), Bragagni ogni tanto si "diverte" a tirar fuori questo "Testa del Leone" espressione chiara di un sangiovese nordico dove il calore e le rotondità della frutta rossa succosa sono messe da una parte e sostituite da fresche note di té al limone, pesca, mela rossa, agrume, tabacco. La bocca è nervosa, anticonformista, decisamente originale trovarsi davanti ad un sangiovese romagnolo così ossuto, salmastro ma, al tempo stesso, carico di sensazioni acide da vino del nord Europa. Difficile per chi lo approccia per la prima volta ma, credetemi, vale la pena scoprire che esiste anche un B Side del sangiovese di Brisighella.


L'ultimo vino della batteria era il Ravenna Rosso IGT "Poggio Tura" 2009 di Vigne dei Boschi ovvero l'azienda di Paolo Babini e Katia Alpi che dal 1989 portano avanti la loro idea di viticoltura che già in tempi non sospetti, ovvero dal 2002, viene condotta secondo i dettami dell'agricoltura biodinamica. Il Poggio Tura è sicuramente il vino più "famoso" di Paolo e Katia che, complice anche all'annata decisamente calda, lascia intravedere un carattere decisamente mediterraneo grazie ai suoi sentori di oliva, timo e ginepro a cui seguono i classici sentori terziari del sangiovese di romagna che in questo caso prendono la forma del cuoio, del cioccolato e della terra bagnata. Alla gustativa è avvolgente, scuro, misurato per equilibrio e graffiante nel finale decisamente austero e sapido. Dopo ben otto anni un vino ancora in piedi ed in piena evoluzione. Anche per questo, ma non solo per questo, il Poggio Tura e Paolo Babini sono un riferimento per i tanti amanti del sangiovese romagnolo. Avanti così!



Fattoria Lavacchio - Chianti DOCG "Puro" 2016 è il vino della settimana di Garantito IGP

Di Stefano Tesi


Sarà moda, sarà marketing, ma io questo giovane e generoso Chianti bio senza solfiti, bello succoso e violaceo, con quei sentori da potpourrì che mi piacciono tanto, in una fredda serata di zuppe, formaggi e salumi, me lo sono bevuto tutto. Subito e con gran piacere. Suggerisco di fare altrettanto.

www.fattorialavacchio.com

Castello del Trebbio, verticale “50 anni di Sangiovese” - Garantito IGP

Di Stefano Tesi

La storia del vino è fatta anche di avventure, circostanze, scommesse vinte e perdute, azzardi e colpi di fortuna, cicli, corsi e ricorsi. Più lunga è la storia, più è sinuoso il percorso.
E sebbene non sempre l’Italia possa vantare in materia le radici antichissime dei cugini, nemmeno da noi mancano aziende con alle spalle un vissuto di qualche generazione. Radici che nell’enologia moderna trovano nel mezzo secolo la loro unità di misura più attendibile: la vera boa, lo spartiacque tra una cantina solo importante e una cantina anche antica. Il tal senso il 2018 sarà la volta del Castello del Trebbio, la tenuta del Chianti Rufina “cuore” di un gruppo, DCasadei, che oggi si estende anche in Sardegna e in Maremma. Scadranno infatti nel 2018 i cinquant’anni da quando il conte milanese Giovanni Baj Macario e la contessa Eugenia Spiegel Baj rilevarono la malmessa proprietà chiantigiana, abbandonata da alcuni lustri.


Lo fecero, in realtà, per avere una casa in campagna ove passare al fresco le vacanze. Nessuno pensava di diventare vignaiolo. Ma era il 1968, un millesimo inquieto, anche per un’azienda mezzadrile come quella, che pareva vivere ai margini perfino dei rivolgimenti sociali dell’epoca: non a caso, allora, in gran parte della Toscana contadina l’esodo dalle campagne era già quasi concluso, mentre al Trebbio doveva ancora cominciare.
Fattostà che i due nuovi proprietari si insediano nel millenario castello, con 350 ettari di terra senza un vigne o quasi. E che mezzo secolo dopo una delle loro figlie, Anna Baj Macario, e il marito di lei, Stefano Casadei, sono ancora lì. Ma sono diventati produttori a tempo pieno, con 60 ettari di vigne, una filosofia “rurale” tutta loro e una figlia entrata dal 2013 a dar man forte e futuro.


Per celebrare la ricorrenza, Anna e Stefano hanno organizzato due belle verticali dei loro vini a base di Sangiovese: dieci campioni del Lastricato Chianti Rufina docg Riserva (cominciando con l’antenato Chianti Riserva del 1971 su su con i suoi discendenti) e quattro de Le Anfore Sangiovese Toscana Igt, prodotto esclusivamente in anfora.
A presentare e raccontare il tutto, l’emozionato patron e il giovane Andrea Galanti, migliore sommelier d’Italia 2015. Non sono andato a scegliere per forza le annate migliori”, ha detto Casadei presentando la verticale, “ma ciò che secondo me rappresentava meglio le tappe fondamentali del nostro lungo cammino”.

Ecco com’è andata.
 
1971 (Chianti Riserva)
Un vino fatto ancora con le tradizionali uve chiantigiane prodotte dai contadini: Sangiovese, Canaiolo, Trebbiamo, Ciliegiolo, Colorino. Annata calda (per l’epoca).
Colore granato scarico, aranciato. Naso cangiante con sequenze di terra bagnata, foglie umide e sottobosco, in bocca è integro e lungo, ben sostenuto dall’acidità, avvolgente e sorprendente.

1979 (Chianti Riserva)
E’ l’anno dell’addio degli ultimi contadini, con in vigneti rinnovati solo al 50%. Annata fredda con estate piovosa.
Alla vista rubino/granato ancora integro, naso con note di freschezza sorprendente, accenni di balsamicità e netto sentore di pomodori secchi. In bocca è compatto, non molto lungo ma godibile.


1983 (Chianti Colli Fiorentini Riserva)
L’anno del rinnovo dei vigneti è terminato, con una percentuale di uve bianche nettamente inferiore rispetto al passato. L’azienda è a conduzione diretta. Fu un’estate caldissima.
Rubino scuro e intenso, al naso è piuttosto evoluto con un netto senso di calore, marmellata e frutta sotto spirito, in bocca ha tannini spiccati, una nota amarognola e un finale brusco.

1989 (Chianti Colli Fiorentini Riserva)
E’ l’anno della scomparsa di Giovanni Baj Macario, millesimo difficile anche meteorologicamente con primavera siccitosa ed estate molto piovosa.
Colore rubino intenso un po’ granato, all’olfatto dà note nette di cuoio, liquirizia, frutta scura e tabacco, in bocca rivela tannino deciso e una certa acidità, potenza e uno strano finale salato.


1995 (Chianti Riserva).
Scompare la contessa Eugenia e gli eredi si dividono il patrimonio. Al Trebbio restano Anna, suo fratello Alberto e Stefano Casadei, che subentra nella gestione. Questo vino viene tenuto in casa “per prova” e mai messo in commercio.
Colore rubino opaco, naso molto fruttato e intenso, bella freschezza. Anche in bocca è pieno, potente, molto strutturato ma pienamente godibile.

1999 (Chianti Rufina Riserva)
E’ la prima vendemmia dal nuovo vigneto “Lastricato”, impiantato nel 1995. Vengono ripulite e asciate le vecchie botti. Si vendemmia piuttosto tardi, attorno al 20 ottobre.
Rubino scuro e intenso, naso pieno e gentile, fresco e agile, bocca potente e alcolica, bei tannini, pienamente maturo.

2004 (Lastricato Chianti Rufina Riserva)
In cantina vengono introdotte le tonneaux al fianco delle vecchie botti. Vendemmia molto umida.
Colore rubino intenso, naso sobrio ed elegante, frutto gentile, in bocca molto “moderno” e tipico del periodo, bella trama tannica con note di legno non fastidiose.


2007 (Lastricato Chianti Rufina Riserva)
Arrivano barrique e tonneaux nuovi nel nome delle nuove tendenze e dei gusti del pubblico. Annata mite con un luglio piovoso.
Bel rubino medio, al naso evidenti ma accettbili note di legno, bouquet fragrante, quasi croccante e speziato, in bocca è molto trendy, alcolico, importante.

2011 (Lastricato Chianti Rufina Riserva)
Marcia indietro: addio barrique e ritorno alle tonneaux e alle botti (sia asciate che nuove). Cominciano gli esperimenti con le uve lavorate in anfora.
Colore rubino profondo, naso fragrante e fruttato, con bella nota varietale. Anche in bocca è ricco, piacevole, con promettente profondità.

2013 (Lastricato Chianti Rufina Riserva)
Anno importante: nasce il protocollo di lavoro interno “biointegrale” e le anfore entrano ufficialmente nella produzione del Lastricato a fianco dell’acciaio e delle botti da 20 hl.
Rubino fitto, naso ricco, giovane e molto fruttato,  anche in bocca è ancora acerbo, con alcol marcato e buona profondità, da aspettare.
 
2011 Le Anfore Sangiovese Toscana Igt
Venticinque giorni di fermentazione e sei mesi di affinamento in anfora, vino prodotto in sole 1.500 bottiglie e mai messo in commercio.
Colore rubino pieno, naso vivo e frutto dolce con una nota ipermatura, in bocca è fresco, quasi mostoso, con spiccato sentore di melograno e marcata acidità.

2013 Le Anfore Sangiovese Toscana Igt
È l’anno in cui Elena Casadei, entra in azienda e comincia a lavorare sulle anfore con il progetto “Le Anfore di Elena Casadei”.
Rubino con accenni violacei, ha un naso pungente, varietale e nervoso mentre in bocca è acerbo, con una nota dolce di piccoli frutti rossi.

2015 Le Anfore sangiovese Toscana Igt
Affinato in anfora di 6 mesi, è il primo vino presentato ufficialmente al mercato e alla stampa come “Biointegrale”. Rubino/violaceo, naso ancora mostoso, ricco e acerbo con frutto in evidenza, note che mantiene anche in bocca.

2016 Le Anfore Sangiovese Toscana Igt
Trenta giorni di macerazione sulle bucce e sette mesi in anfora. Vino del tutto acerbo, difficile da giudicare.

Alla scoperta del Montecucco, il grande sangiovese dell'Amiata

Il Montecucco prende vita laddove le morbide forme della Maremma Toscana lasciano rapidamente il passo alle pendici del Monte Amiata, incastonandosi tra le DOCG del Brunello di Montalcino e del Morellino di Scansano.

Foto: http://www.agraria.org

Qui la vite e l’olivo, coltivati con amore e cura, sono da sempre due pilastri dell’economia locale e attraverso il lavoro dell’uomo sono diventati due elementi imprescindibili del paesaggio, fatto di vigneti e colline, di borghi medievali ben conservati e di realtà agricole moderne e responsabili. Si alternano, con ricchezza di sfumature, la macchia mediterranea, i pascoli, i castagneti, gli oliveti, le vigne e le dolci colline delle vallate dei fiumi Ombrone e Orcia. 


Da qualsiasi lato ci si voglia addentrare in questo territorio, subito se ne percepisce la sua immensa biodiversità, la sconfinata varietà vegetale faunistica e produttiva. Risalta in modo evidente come nel corso dei secoli questa terra sia stata preservata, tutelata e sapientemente arricchita. Non a caso molte aziende del Consorzio Tutela Vini Montecucco, ottimamente integrate nel paesaggio, hanno conservato la loro millenaria vocazione  agricola che gode di condizioni climatiche estremamente favorevoli grazie alla vicinanza con il Mar Tirreno contrapposta “al riparo“ del Monte Amiata. Questi fattori, ovviamente, determinano un clima ideale per la vitivinicoltura: luce intensa, adeguata ventilazione, giusto apporto idrico invernale e soleggiate estati con sensibile escursione termica, sono gli eccellenti ingredienti per produrre un ottimo vino. Naturalmente tutto ciò va sommato a un'antica tradizione vitivinicola tramandata da una generazione all'altra, in piena simbiosi con la natura.


In queste terre benedette da Bacco, soprattutto all’interno dei comuni di Arcidosso, Campagnatico, Castel del Piano, Cinigiano, Civitella Paganico, Roccalbegna e Seggiano, è il Sangiovese dell’Amiata ad essere il vero protagonista tanto che dalla vendemmia 2011 al Montecucco Sangiovese e al Montecucco Sangiovese Riserva (minimo 90% di sangiovese ) è stata attribuita la denominazione di origine controllata e garantita (DOCG) grazie ad un disciplinare molto restrittivo visto che, tra l'altro, questo grande rosso toscano viene ottenuto con una delle rese per ettaro più basse d’Italia: appena 70 quintali di uva per ogni ettaro di vigna.  


Il Consorzio Tutela Vini Montecucco, che oggi raggruppa 66 aziende produttrici, nel 2011 ha fatto un fatto un ulteriore passo in avanti andando a rivedere anche tutto il sistema delle DOC che oggi sono declinate in Montecucco Rosso (minimo 60% di sangiovese), Montecucco Bianco (minimo 40% vermentino e/o trebbiano toscano), Montecucco Vermentino (minimo 85% vermentino),  Montecucco Rosato (minimo 70% sangiovese e/o ciliegiolo), Montecucco Vin Santo (minimo 70% trebbiano toscano e/o malvasia lunga e/o grechetto) e, infien, Montecucco Vin Santo Occhio di Pernice (minimo 70% sangiovese).

Claudio Carmelo Tipa

Poco tempo fa lo stesso Consorzio, alla presenza del Presidente Claudio Carmelo Tipa, ha presentato alla Città del Gusto una selezione di vini della DOC Montecucco e DOCG Montecucco Sangiovese ad un pubblico di appassionati ed operatori del settore che, attraverso un wine tasting condotto dalla Redazione del Gambero Rosso, hanno potuto apprezzare i seguenti vini dei quali riporto brevemente anche le note di degustazione.


CollePetruccio - Montecucco Rosso DOC “Ardente” 2015: il vino, sangiovese in purezza, proviene da vigneti posti in località Campagnatico a circa 200 metri s.l.m. E’ un rosso molto diretto, schietto, con olfatto di frutta rossa croccante e dotato di bocca decisa, con ampi tannini e un sensibile tocco sapido. Nota tecnica: il vino fermenta in acciaio a temperatura controllata ed affina 3/6 mesi in legno di secondo passaggio.


Vegni & Medaglini - Montecucco Sangiovese DOCG “L’Addobbo” 2015: il vino, sangiovese in purezza, proviene da vigneti posti in località Porrona (Cinigiano) a circa 300 metri s.l.m. Rubino vivo, profuma di fiori rossi, spezie piccanti e frutta rossa di rovo. Bocca compatta, decisa, con fitti tannini e una prolungata scia speziata nel finale. Nota tecnica: il vino fermenta in acciaio per 15 giorni ed affina 13 mesi in legno a cui seguono almeno 4 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Pianirossi - Montecucco Rosso DOC “Sidus” 2014: il vino, 60% sangiovese e 35%  montepulciano, proviene da vigneti posti in località Porrona (Cinigiano) a circa 150 metri s.l.m.  Ha un naso più scuro e profondo che evoca profumi di erbe aromatiche, ciliegia nera, mirtillo e pepe nero. Al sorso è pulito, morbido e perfettamente equilibrato, dotato di un tannino perfettamente smussato da un sapiente uso del legno che avvolge ed intriga dando carattere ad una annata non proprio perfetta. Nota tecnica: il vino fermenta in acciaio per 15 giorni ed affina 10 mesi in tonneaux da 500 litri a cui seguono almeno 6 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Le Maciarine - Montecucco Rosso DOC “Le Maciarine” 2013: : il vino, 90% sangiovese con quota restante di cabernet sauvignon e petit verdot, proviene da vigneti posti in località Seggiano a circa 350/400 metri s.l.m. All’olfattiva rivela aromi intensi di amarena, ribes, felce e soffi balsamici. In bocca evidenzia freschezza ed equilibrio ed una gradevole scia sapida, quasi empireumatica, che rivela alla grande il terroir di appartenenza (il Monte Amiata è il più un vulcano spento della Toscana). Nota tecnica: il vino fermenta in acciaio per 14 giorni ed affina 36 mesi in acciaio a cui segue almeno 1 mese di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Salustri - Montecucco Sangiovese DOCG “Santa Marta” 2013: il vino, sangiovese in purezza, proviene da vigneti posti in località Cinigiano a circa 300 metri s.l.m.  E’ da subito evidente che i relatori della masterclass, man  mano che si va avanti, stanno aumentando anche la complessità del vino in degustazione che in questo caso ha spalle larghe e possenti dove ritroviamo la ciliegia rossa, la prugna matura e tante spezie dolci. Al sorso è sontuoso e grazie ad uso accorto del legno privilegia le caratteristiche di morbidezza e bevibilità di questo sangiovese dal finale lungo e speziato. Nota tecnica: il vino affina 24 mesi in botte grande a cui seguono almeno 6 mese di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Orciaverde - Montecucco Sangiovese DOCG “Orciaverde” 2013: il vino, sangiovese in purezza, proviene da vigneti posti in località Montenero d’Orcia a circa 250 metri s.l.m.  Questa azienda, che lavora in regime biologico, produce questo 100% sangiovese dotato di un naso che diffonde aromi di terra, viola, ciliegia a cui seguono sensazioni balsamiche in abbondanza. In bocca è vibrante, con tannino vivo e pari freschezza su sensazioni pronunciate di frutta rossa. Nota tecnica: il vino affina 12 mesi in barrique a cui seguono 4 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Collemassari - Montecucco Sangiovese Riserva DOCG “Poggio Lombrone” 2013: questo sangiovese è prodotto da un’attenta selezione delle migliori uve di sangiovese da una selezione di uve provenienti dalle migliori vigne di sangiovese, condotte con metodo biologico, poste a 300 metri s.l.m su terreni argilloso-tufacei e calcareo-marnosi in località Poggi del Sasso. E’ un vino potente ed elegante allo stesso tempo che ha un bagaglio olfattivo dove emergono opulenti gli aromi di ciliegia, viola, lampone, pepe, tabacco da sigaro ed ampie folate speziate. Imponente l’impatto gustativo, ricco di estratti e corpo dove il tannino di nobile fattura è sinonimo di classe. Chiude con un intenso finale di frutta nera e spezie nere. Nota tecnica: il vino affina 18 mesi in  botti di rovere da 40 ettolitri a cui seguono 12 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Parmoleto - Montecucco Sangiovese Riserva DOCG “Parmoleto” 2013: il vino, sangiovese in purezza, proviene da vigneti posti in località Montenero d’Orcia a circa 200 metri s.l.m.  Rispetto ai vini precedenti dove, più o meno, si privilegiava la struttura del vino, in questo rosso esce la parte più eterea e sottile del Montecucco dove incontriamo sbuffi di gelso, noce, cola, peonia e tante erbe aromatiche. In bocca tanta classe, leggerezza e profondità grazie anche ad un formidabile uso del legno.  Nota tecnica: il vino affina 24 mesi in botti di rovere da 20 ettolitri a cui seguono 12 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.


Basile - Montecucco Sangiovese Riserva DOCG “Ad Agio” 2011:  il vino, sangiovese in purezza, proviene da vigneti, coltivati in regime biologico, posti in località Cinigiano a circa 300 metri s.l.m. L’annata, decisamente calda, non aiuta molto la complessità e la dinamicità del vino che rimane per tutta le durate della degustazione molto contratto ed aprendosi sporadicamente su sentori di terra, erbe di campo e sensazioni di tabacco pipa e spezie. Il sorso è corposo e di valida tensione, il leggero residuo zuccherino del vino tende ad ammiccare la beva ce risulta golosa ed assolutamente gastronomica. Nota tecnica: il vino affina 24 mesi in tonneaux a cui seguono 24 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.



Amiata - Montecucco Sangiovese Riserva DOCG “Cenere” 2010: l’azienda, come facilmente si può evincere dal nome, si trova ad ovest dell’Amiata e ha vigne piantate sulle pendici del cono vulcanico dove il territorio degrada tra i 500 e i 200  metri s.l.m. Questo rosso, 100% sangiovese, forse anche per un leggero appassimento delle uve in pianta, risulta assolutamente polposo con le sue sensazioni di amarena, anche sotto spirito, prugna della California, viola, fiori rossi macerati a cui seguono importanti sbuffi minerali. Al palato colpisce l’equilibrio, con tannini perfettamente maturi ed una lunghissima chiusura fruttata e minerale. Nota tecnica: il vino affina 24 mesi in botti da 25 ettolitri a cui seguono almeno 9 mesi di bottiglia prima di uscire sul mercato.