InvecchiatIGP: Marchesi di Barolo - Barolo "Vinclap" 1943


di Stefano Tesi

Guai a parlar male delle vecchie zie. Anche di quelle che quando andavi a trovarle ti inchiodavano col rosolio e i racconti della Belle Epoque, se poi tra tante cianfrusaglie ti lasciavano bottiglie d’epoca di cui ignoravano il valore e che quindi avevano conservato per un’esistenza intera – e bene o purtroppo anche no, sempre involontariamente si capisce – nella fresca penombra di un’odorosa cantina. Se poi le bottiglie in questione oggi si rivelano d’epoca davvero, diciamo con più di mezzo secolo di vita, l’affare si può ingrossare. Al netto dei fatali rischi naturali dettati dall’età, si capisce.


È lo strano caso di questo Barolo Vinclap del 1943, ritrovato in garage tra decine di altre bottiglie di cui spero di poter presto riferire, con l’etichetta distaccatasi dal vetro e rimasta lì integra, appoggiata allo scaffale, come una foglia d’autunno.
Così l’ha prelevata, tra i lasciti, un mio caro amico, nipote di cotante zie.

E ha deciso di testarlo con e la sua famiglia.

Dopo breve ricerca , del vino ho scoperto esistere due versioni, una intestata agli “Antichi poderi dei Marchesi di Barolo” e un’altra, quella de quo, intestata alla Vinclap (acronimo di Vini Classici del Piemonte) con riportato in etichetta “Antichi poderi dei Marchesi di Barolo”. Non ho avuto modo né tempo di indagare più a fondo e di capire le differenze tra le due varianti, né sulla pur intrigante questione della quotazione (in rete si va dai 150 ai 300 euro) delle bottiglie, perché mi pareva inutile e perfino irrispettoso verso un vino di quasi ottant’anni, sopravvissuto a una guerra e che, lo sottolineo o anzi di più, si è rivelato alla fine non solo bevibile, ma perfino godibile. Il che, per tante comprensibili ragioni non era affatto scontato.

Il livello del liquido pareva accettabile e ciò era incoraggiante.
La stappatura, eseguita con mille cautele, è stata più semplice del previsto. Il tappo, per quanto assai corto rispetto agli standard odierni, si è rivelato sostanzialmente integro.


Io e il mio amico abbiamo officiato alla cerimonia sospesi tra l’emozione, la curiosità e i timori. Sulle prime, portato al naso il vino pareva andato, nonostante il colore ancora relativamente pieno e vivo.

Mai, però, dare per morti i grandi vecchi.

Si decide così di concedergli fiato per un’oretta. Diciamo una rianimazione.
E lui risorge. Quasi resuscita, direi.

Lo fa ovviamente come fanno certi anziani parecchio anziani, alternando momenti di lucidità ad altri di appannamento, in una cangianza rutilante che però ha riempito di rabbocchi sorpresi i nostri bicchieri durante il pranzo.



Non ho voglia di addentrarmi nel dettaglio, anche perché le mutazioni, a tratti radicali, si sono susseguite davvero ogni dieci minuti e sono state tante. Ognuna a suo modo piena di pneus, il soffio vitale. Per un paio d’ore nei calici si è avvertito, col disincanto anche dissacrante della circostanza, “di tutto”, come in un bel volo a planare (cit.) sovrastato dal compiacimento e dall’emozione dell’imprevisto successo. Naso e palato hanno potuto esercitarsi, scandagliare.
È stata un’esperienza altamente formativa sul Barolo, sul Nebbiolo e soprattutto sulla libertà mentale che ti aiuta quando avvicini i sensi a qualcosa da cui ti aspetti di tutto e niente.

C’è chi li chiama miracoli enologici, chi magia del vino.

In ogni caso, grazie zia!

La Combàrbia - Vino Nobile di Montepulciano DOCG 2018


di Stefano Tesi

Il Nobile di Montepulciano è un’amante che ora ti esalta e ti gratifica, ora ti tradisce e ti delude. In ciò sta il brivido. 


Qui siamo nella prima categoria: tipico fin dal colore, profumi giusti e ricchi, bocca lunga e composta, profonda ma viva. Bella bevuta e bravi l’enologo Giuseppe Gorelli e il produttore Gabriele Florio. 

Monte Oliveto e i suoi vini di Abbazia


di Stefano Tesi

La settimana scorsa, su questa rubrica, l’ottimo Luciano Pignataro si interrogava sul significato da dare all’espressione “vino elegante”. 

Per parte mia voglio rilanciare e chiedere: che vuol dire, invece, “vino territoriale”?  

In teoria è facile rispondere: dicesi territoriale il vino che rispecchia il territorio in cui nasce e viceversa. 

Ma in pratica? 

In pratica credo sia difficilissimo: per farlo con serietà di argomenti è necessario possedere una conoscenza così specifica e particolare di suoli, luoghi, climi, odori, essenze, usi, tecniche e così via possibile solo a chi )o quasi) nelle zone interessate ci vive ed è perciò capace di cogliere sfumature e sentori “ambientali” altrimenti non individuabili. 

Ebbene, di recente ho avuto l’opportunità di assaggiare dei vini che ho davvero trovato territoriali. E lo dico a ragion veduta, in quanto prodotti più o meno a casa mia, nelle Crete Senesi. 

Abbazia di Monte Oliveto

Si tratta di quelli dell’Abbazia di Monte Oliveto, il grandioso complesso monastico fondata nel 1317 dal beato Bernardo Tolomei e casa madre degli Olivetani, congregazione obbediente alla regola di San Benedetto: “Ora, labora et lege”. Regola che i monaci osservano alla lettera. Sono infatti monaci-agricoltori e pertanto, da sempre, anche vignaioli. 

Perdersi qui e ora nell’inesauribile aneddotica su questo luogo straordinario, dall’atmosfera profondamente mistica, rischierebbe però di distogliere l’attenzione dal vino in sè. Anche se per comprenderlo a fondo occorre anche sapere che, come forse da nessun’altra parte, nella grande fattoria olivetana la compenetrazione tra agricoltura, missione, tradizione, stile di vita è assoluta. E in nessun caso se ne potrebbe prescinderne. “Il rapporto lavoro-liturgia è per noi vitale”, spiegano l’economo generale don Antonio e in responsabile della produzione vinicola don Andrea. “Per restare al comparto vitivinicolo, basti dire che ogni operazione in vigna e in cantina, dall’inizio della vendemmia all’imbottigliamento, fa sempre riferimento a precise ricorrenze liturgiche”. 

Molto più recente, circa vent’anni fa, è invece la messa a dimora del vigneto specializzato per la produzione di vino destinato al mercato: cinque ettari e mezzo in un unico corpo, su un suolo in prevalenza argilloso esposto ad est, sul versante della collina che guarda verso Chiusure e San Giovanni d’Asso, nel cuore della grande tenuta facente capo all’Abbazia, come racconta l’enologo Gianni Terzuoli (uno che, tanto per rendere l’idea del senso della continuità insita nel modello olivetano, proviene da una famiglia a servizio dell’Abbazia da sette generazioni). Varietà coltivate: Vermentino, Sangiovese, Merlot, Cabernet Sauvignon. 

Ancora più recente la svolta qualitativa, con l’abbandono della cantina storica nelle viscere del monastero (ora trasformata in affascinante luogo di vendita diretta e di degustazione, nonché tappa obbligata della visita al grande complesso), la realizzazione della nuova, il passaggio al biologico (“il biodinamico non è invece di nostro interesse”, specificano i monaci), e un restyling enologico generale i cui frutti si sentono, eccome, nel bicchiere. 


La prima di queste evidenze è la coerenza stilistica tra i vari vini. Il che non guasta, vista anche la vastità della produzione: ben otto etichette, cui si aggiungono liquori, distillati e amari, tra i quali la tradizionale Flora a base di erbe. 

La seconda evidenza è appunto la territorialità. Ho trovato corrispondenza tra le caratteristiche intrinseche dei vini e le aspettative dettate dalla conoscenza dei luoghi di produzione: la sensazione di calore e di compattezza, la mancanza di fronzoli e di concessioni alle mode commerciali, insomma una personalità marcata ma non per questo ostica, o tecnicamente inadeguata, o compiaente. Schiettezza è forse l’espressione più giusta. 

Ecco una carrellata degli assaggi che più ci hanno convinto: 

- In Albis 2021 Toscana Igt, un Vermentino al 100% decisamente fuori dal comune, oro pieno all’occhio, naso screziato con note quasi mature e accenni di ginestra e fiori di campo, bocca sapida e consistente, appena amarognola: un vino godibile e terragno, anzi “territoriale”; 

- Sancte Benedicte 2021 Toscana Igt, Sangiovese 100% fatto solo in acciaio: è il rosso “d’ingresso” della gamma ma spicca per ricchezza olfattiva e pulizia, molto diretto e verace, gratificante nonostante la gradazione importante (14°); 


- “1319” 2018 Toscana Igt, fatto col 60% di Sangiovese, il 30% di Cabernet sauvignon e il 10% di Merlot, è il vino creato per il 700° della fondazione dell’Abbazia: selezione delle uve in vigna, poi vinificate separatamente e messe per un anno in botte da 27 hl (95%) e tonneaux (5%). Rosso ovviamente importante, dal colore rubino intenso e caldo e dal naso solenne, quasi austero, equilibrato ma ricco di sfumature che si ritrovano al palato in una rotondità niente affatto stucchevole (ci sono però cambi in vista: dalla vendemia 2021 viene prodotto in un tino-botte, spiega Terzuol)i; 

- Passito del Priore 2021, Toscana Igt da uve Vermentino 100% lasciate appassire per due mesi sui graticci, poi torchiate e fatte fermentare in acciaio per 45 giorni con un po’ di bucce, il tutto viene messo in barrique per cinque mesi: ne risulta un vino di colore paglierino dai riflessi verdognoli, molto fruttato e suadente al naso, che in bocca si mantiene agile ma dura a lungo, rivelandosi particolarmente gradevole e versatile. 


Facendo la somma delle produzioni dei vini descritti sopra e di quelli di cui parleremo una prossima volta (il vivace Rosatum di Sangiovese vinificato in bianco, il Coenobium Grance Senesi doc a taglio bordolese, il cangiante Monaco Rosso e il singolare Vinsanto), si arriva a circa 50mila bottiglie prodotte. Ora, se dicessimo che i vini di Monte Oliveto valgono da soli la visita faremmo un grave torto tanto all’abbacinante bellezza artistica, architettonica e paesaggistica del luogo, quanto al messaggio più ampiamente culturale e spirituale di cui esso è portatore. 

Ma faremmo anche un torto ai vini dicendo che essi rappresentano solo un quid pluris della visita, nemmeno fossero una sorta di souvenir. Non a caso, su prenotazione, si possono fare anche degustazioni guidate. 


Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. Ed è pure la meno prevedibile: tranne qualche rara eccezione nei ristoranti in zona, infatti, attualmente l’unico modo per procurarsi i vini dell’Abbazia è andarci di persona (cosa di cui, come detto, vale assai la pena). Oppure comprarli sull’e-commerce della congregazione. 

Più territoriali di così… 

Amen!

Assovini Sicilia lancia l'allarme:"Il caro energia mette in discussione la vita di tante aziende vitivinicole!"


L’aumento dei costi di energia, del vetro e del packaging, così come i problemi di reperibilità di molti accessori mettono a rischio la produttività delle aziende vitivinicole siciliane. Assovini Sicilia si fa portavoce delle difficoltà delle aziende associate che riscontrano un aumento dei costi dei beni e dei materiali di consumo come tappi di sughero, cartoni di imballaggio, gabbiette per i tappi degli spumanti, etichette, macchinari, costi di trasporto e logistica.

Laurent Bernard de la Gatinais, presidente di Assovini Sicilia, fa il punto della situazione: “Si prospettano tempi difficili per le nostre aziende a causa del caro bollette che rischia di vanificare non solo il recupero post Covid che ha ravvivato i primi mesi dell’anno, ma anche di mettere in discussione la stessa continuità di molte aziende. Il risparmio energetico e i tagli ai consumi elettrici possono rappresentare una risposta non sempre praticabile a livello aziendale. Quello che conta è trovare soluzioni tampone per il breve periodo e percorrere con la massima determinazione la strada della transizione ecologica per il medio-lungo termine”.


“I rincari delle bollette del gas e dell’energia elettrica, anche di cinque volte rispetto alla situazione pre-crisi, sono ingiustificati e generati, molto probabilmente, dalla forte speculazione di molte aziende energetiche, che acquistano, distribuiscono e vendono il gas in Italia” – continua il presidente di Assovini Sicilia.

“Forse la tassazione sugli extra profitti delle compagnie attive in tale comparto potrebbe essere una soluzione immediata per trovare coperture finanziarie alle manovre di sostegno alle imprese. Se oggi ci fosse una azienda statale di produzione di energia, un intervento dello Stato nel calmierare i prezzi di vendita dell’energia ci sarebbero soluzioni più incisive. Dovremmo riflettere sull’eccessiva liberalizzazione del mercato energetico e dei meccanismi di formazioni dei prezzi dell’energia – vedi il sistema dei prezzi agganciato alle quotazioni della borsa di Amsterdam. 
Spero che l’Unione europea riesca ad influenzare il mercato di contrattazione e di acquisto del gas e i prezzi di vendita dell’energia elettrica. Bisogna che la politica – in particolare quelle italiana ed europea – si occupi di attuare un piano energetico efficace ed efficiente e una produzione energetica nazionale sostenibile. 

Laurent Bernard de la Gatinais - Foto: vinup

Mi sembrano molto poco “green” le soluzioni che puntano a riaprire le centrali a carbone e l’utilizzo di gas liquefatto proveniente dagli USA, estratto con metodi devastanti per l’ambiente e dai costi improponibili, rigassificatori compresi. 
Se da un lato, gli aumenti dei costi di produzione delle nostre aziende rischiano di portare ad incrementi di listino in un periodo di incertezza dei consumi, dall’altro, la qualità della vendemmia 2022 si presenta ottima e questo ci fa ben sperare sul posizionamento dei nostri vini sul mercato”conclude de la Gatinais.

InvecchiatIGP: Guido Marsella - Fiano di Avellino 2006


di Luciano Pignataro

L’ultima volta che abbiamo provato il 2006 è stato appunto tre anni fa, prima dell’inizio del Covid e della fine della favola del neoliberismo che tutto aggiusta e tutto fa progredire, il tapis roulant economico della globalizzazione.
Sempre straordinari questi Fiano perché, tanti per cominciare, ormai li apro con la stessa sicurezza con cui potrei aprire un Aglianico: non c’è più dubbio sulla tenuta del vino nel tempo. Di più: non c’è alcun dubbio sulla crescita olfattiva e gustativa. Se abbiamo potuto godere di vini anni ’80 di Mastroberardino vent’anni dopo, tanto più il problema non si pone adesso che molti hanno iniziato a ragionare sui tempi lunghi. Guido Marsella per primo, un anno dopo la vendemmia 1997, ossia nel 1998, e poi due anni a partire dalle 2013.


La 2006 di presentava all’inizio come una annata più diluita, mezzo grado dichiarato in meno rispetto a quella precedente. Beh, nel corso del cammino di questo vino non abbiamo potuto far altro che godere della sua tenuta e della sua inarrestabile crescita fino ad una strepitosa magnum stappata, appunto, nel settembre 2019.


Questa bottiglia esce invece dal cappello a cilindro di Nando Salemme, grandissima cantina nella sua osteria Abraxas a Pozzuoli, ove si beve e si gode sempre buon prezzo. Il Fiano di Avellino di Marsella non teme di arrivare dopo uno Champagne, o un rosso. Tanta è la sua struttura, anche in una stagione più debole come questa, da appagare le sensazioni tattili del palato a tutti i livelli. Al naso prende corpo l’idrocarburo che in ogni degustazione fa pronunciar la parola Riesling ma che a me riporta in mente i bagni nel porto che facevo da bimbo.
Immutata la freschezza che trascina il vino velocemente, immersa nelle buone sensazioni di mela matura, un po’ di miele millefiori, zafferano, sino alla chiusura piacevolmente amara. Un grande vino, un bianco chiamato a fare la storia enologica in un settore che ha in Italia ancora troppi bevitori distratti dalla Borgogna.

Tasca D'Almerita - Sicilia Chardonnay DOC "Vigna San Francesco" 2017


di Luciano Pignataro

Un grande classico pensato oltre 40 anni fa in Sicilia, ricco di fruttae di sentori speziati, cremoso, complesso al palato, pulito e lungo nel finale. 


Perfetta fusione tra frutto e legno. Una delle più belle espressioni di Chardonnay che con gli anni migliora senza sosta.

Proprietà Sperino - Lessona DOC 2016


di Luciano Pignataro

Non sono un grande esperto di alto Piemonte, ma voglio approfittare del turno di Garantito IGP per urlare il mio assoluto godimento dopo aver provato questo rosso di assoluta eleganza.


Già, ma quando possiamo definire tale un vino? Cosa significhiamo con questo termine sempre più di moda e che ha sostituito potenza? Diciamo che l’eleganza è equilibrio, nelle persone come nei vini, quando tutti gli elementi si compensano a vicenda senza che un, un particolare, sovrasti sull’altro al punto da distrarre l’attenzione dal resto. L’eleganza si può avere anche con la potenza, chi non ricorda Cassius Clay, ma in questi ultimi tempi si associa sempre più alla finezza: dei profumi, dei tannini, della beva al palato, nella chiusura.
Il Nebbiolo ha questa vocazione anche se negli anni ’90 molti hanno pensato all’Amarone o al Primitivo mentre lo lavoravano e la finezza, il riserbo di questo vitigno lo si trovava spesso altrove, nel. Barbaresco tanto per cominciare, ma soprattutto in Valtellina e poi, sempre più chiaramente, in Alto Pimonte. Ed è qui che è nata la fortuna di tante denominazioni ritenute minori ma che hanno conquistato la simpatia degli appassionati, anche perché sicuramente più accessibili per i prezzi. Il Lessona, siamo in provincia di Biella, suolo sabbio sotto le Alpi, è uno di questi e Proprietà Sperino, ripreso dalla famiglia De Marco lo ha rilanciato alla grande interpretando alla perfezione il ruolo a cui aspira questo vitigno. Dodici ettari di vigneto, poco più di 50mila bottiglie l’anno.


Il gioco è tutto nell’uso del legno, che dipende a sua volta dalla esperienza maturata anno dopo anno, a seconda dell’andamento vendemmiale.. In questo caso la stagione è apparsa regolare, Primavera giustamente piovosa ed estate non troppo calda. Un settembre che ha permesso la assoluta maturazione del Nebbiolo, vendemmia fra il 15 e il 19 ottobre. Fermentazione spontanea su tini aperti. Il vino passa poi in maturazione nei tonneaux e botti da 15 ettolitri per altri tre anni. Ancora un anno di bottiglia e ci siamo.


Il risultato lo abbiamo visto su un piato di polipetti alla luciana, con il rosso che ci ha deliziato non solo per l’abbinamento, ma anche quando poi ci siamo goduti l’ultimo bicchiere in assoluto. Giusto tono di freschezza, beva immediata, facile ma non banale, bella complessità olfattiva. Finale lungo, lunghissimo.
Un grande rosso piemontese. Un grande rosso italiano.

InvecchiatIGP: Zidarich - Teran 2002


di Carlo Macchi

Ci sono bottiglie che segnano momenti particolari e questa magnum di Terrano di Beniamino Zidarich ne incarna uno preciso. Siamo all’inizio del nuovo millennio e Benjamin, persona di una dolcezza e disponibilità uniche, aveva da poco fatto il grande passo, quello di lasciare il posto fisso in fabbrica per dedicarsi definitivamente alla sua, allora microscopica, cantina sul Carso. 


Una volta presa la decisione però le cose si erano mosse in fretta e ricordo ancora lo stupore con cui mi affacciai sul “buco”, che sarebbe diventato la sua attuale cantina. Bisogna sottolineare una cosa: in Carso la terra è un dono celeste e, se va bene scavando ne hai 50 centimetri: poi è tutta roccia e quel buco quasi quadrato non era scavato solo nella roccia ma nel coraggio di un ragazzo che aveva scelto la sua strada e vi aveva messo tutto se stesso, anche e soprattutto dal punto di vista finanziario. 

Si dice che la fortuna sia cieca ma la sfiga ci veda benissimo e quindi ecco arrivare una vendemmia come la 2002: fredda, piovosa, difficilissima, specie per un vitigno/vino particolare come il Terrano. 


I miei amici triestini mi hanno sempre detto che il Terrano in passato era un vino che doveva essere bevuto in quattro persone: due ti tenevano fermo e uno ti infilava il vino in gola. In effetti quest’uva è della famiglia dei Refosco e da questa varietà, complice anche la roccia carsica, ha sviluppato l’acidità, in certi casi quasi insostenibile. Ma se l’acidità era (ed è) il suo “pregio” la mancanza o quasi di tannini era il suo cruccio e da molti questo vino è sempre stato considerato, nella migliore delle ipotesi, un rosso da bersi giovane. 

Quindi ricapitoliamo: un Terrano (vino da bersi giovane) di un’annata difficilissima per i rossi. 

Mentre mi giro la bottiglia tra le mani noto due cose: la retroetichetta è quella di una bottiglia bordolese (probabilmente anche l’etichetta, ma allora Beniamino di magnum ne faceva pochissime e questa è stato un regalo) e il vino arriva a malapena a 11.5°. A questo punto non posso non stapparla, anche perché davanti a me ho nientepopòdimenoche Burton Anderson, anche lui incuriosito da questo vino e dalla sua storia. 

Anche se avevo e ho grande fiducia nei vini di Beniamino mi aspettavo, nella migliore delle ipotesi, un rosso piuttosto stanco che, attaccato alla sua acidità, stesse tramontando con onore. Invece… 


Un bel rubino, brillante anche se non intenso, mi ha fatto capire subito che il vino non accettava impunemente i 20 anni e la vendemmia sfigata. 


Addirittura contrattacca al naso con, accanto a note di terra, funghi e erbe officinali, chiare note di lampone e ciliegia. Naso ancora integro e complesso quindi, ma è in bocca che il vino sorprende tutti, non solo grazie a un’acidità modulata e stimolante ma anche appoggiandosi a una tannicità spargola e suadente che rende il sorso equilibrato e molto lungo. Lo beviamo e lo ribeviamo con piacere accanto a un menù che, partendo dai crostini e arrivando al cinghiale in umido, più toscano non si può. A distanza di venti anni non posso che dire “Grazie Beniamino!”

Fontezoppa: Serrapetrona DOC "Pepato" 2020


di Carlo Macchi

La vernaccia nera di Serrapetrona, liberata “dall’incubo” di dover essere passita e spumantizzata, mostra tutta la sua semplice e agreste bontà. 


Naso che spiega subito il perché del nome, affiancato da fini note di amarena. Bocca con un tannino deciso ma armonico. Perfetto con i vincisgrassi al ragù.

Anteprima Bolgheri Superiore 2020: la bellezza della diversità


di Carlo Macchi

Del Castello di Donoratico, costruito dai Della Gherardesca nel XII° secolo, oramai è rimasto poco. Una torre, diruta ma che comunque svetta per una ventina di metri ed essendo posta sulla cima di una collina nell’immediato retroterra bolgherese, si vede da lontano. 

Da vicino, all’ombra di questo inquietante e austero rudere, guardando verso il mare è facile immaginarsi di vedetta, magari mentre navi nemiche si stanno avvicinando alla costa e tu gridi per avvisare del pericolo. 


Ma noi non siamo venuti fino alla Torre di Donoratico per avvistare navi nemiche ma vini amici, in particolare i Bolgheri Superiore 2020 in anteprima nazionale a Bolgheri Divino, grazie ad una degustazione perfettamente organizzata dal Consorzio Bolgheri e Bolgheri Sassicaia. 

Cinquantadue vini che usciranno in commercio nel 2023, di cui una ventina ancora campioni da botte o appena assemblati, sono stati assaggiati in circa tre ore da giornalisti e/o blogger italiani e esteri, che a questo punto (magari più gli italiani degli esteri) avranno già scritto le loro impressioni. 

Prima di dirvi le mie devo confessare una certa titubanza verso verdetti precisi e quasi definitivi su annate in divenire, ma soprattutto su vini che dovranno entrare in commercio, come minimo, tra un anno. 

Per farvi capire il mio stato d’animo combattuto vi faccio un esempio: mettiamo per assurdo che tutti noi degustatori si venga trasformati in esperti di maglioni di lana. Conosciamo benissimo il materiale con cui è fatto, Il modo in cui viene lavorato, colorato, preparato per andare in commercio, insomma il prodotto finito. Però una degustazione in anteprima è come mettere degli esperti di maglioni di lana di fronte a un gregge: al suo interno ci saranno le pregiate merinos, le cheviot che danno lane ruvide e poco adatte ai nostri amati maglioni, le crossbred, una via di mezzo tra le due e magari anche delle capre hircus, dal cui pelo si ricava il pregiatissimo Cashmere. 

La lana (e quindi il vino) c’è, però si parla comunque di pecore o capre, che vanno tosate e il ricavato pulito, lavato, lavorato, filato e poi trasformato in maglioni: per questo non è detto che un esperto di maglioni riconosca al volo la pecora (o la capra) che darà la lana migliore. In queste degustazioni mi sento come l’esperto di maglioni di fronte al gregge e così cerco prima di tutto di capire com’è il gregge nel suo insieme e poi, magari passo a valutare i singoli animali. 

Fuor di metafora: se dovessi dare una valutazione sull’annata 2020 del Bolgheri Superiore sinceramente… non la darei, o almeno la darei (e la darò) suddivisa per le tipologie di Superiore che ho incontrato assaggiando i vini. 


La prima suddivisione di tipologie la fa il disciplinare: infatti i Bolgheri Superiore (e i Bolgheri Rosso) nascono da cabernet sauvignon, merlot e cabernet franc, in purezza o in percentuali/mix a piacere. Entra nel mazzo anche la possibilità di usare syrah e sangiovese fino al 50% e petit verdot fino al 30%. Anche se da qualche anno si producono Bolgheri Superiore da vitigni in purezza la stragrande maggioranza è frutto di “uvaggi bordolesi”, di blend delle varie uve con percentuali diverse : Insomma, le pecore del nostro gregge sono quasi tutte frutto di incroci “tra razze” e questo rende l’assaggio ancor più complesso. 

Ma veniamo alle tipologie, in particolare a quella dei campioni da botte o da vasca: una buona parte mostravano dei nasi molto maturi, sicuramente dovuti all’imbottigliamento “artigianale”, altri note giovanili e classiche delle uve bordolesi, altri erano semplicemente coperti completamente da legni quasi sempre non bellissimi. Quasi tutti avevano, logicamente, tannicità molto importanti e spesso mancavano di freschezza. 

La freschezza, questa sconosciuta, potrebbe essere il nome di un altro gruppo, in questo caso però di vini imbottigliati in affinamento. Certo i Bolgheri Superiore non devono basarsi su un’acidità importante ma l’impressione è che la 2020, con una estate molto calda e secca, darà a tanti vini corpo e tannini ma un contraltare non molto importante di freschezza. Già che ci siamo metto sul piatto il dato che una fetta di vini mostra un’alcolicità un po’ fuori dalle righe. 

Inoltriamoci tra le varie trame tanniche e troviamo quel gruppo di vini già in bottiglia che definirei “scivolatori” cioè vini che già adesso “scivolano”, che non mostrano tannini fermi, se non quelli del legno e che danno la sensazione di essere un po’”vuoti” a metà palato. Questi difficilmente potranno migliorare nel tempo e probabilmente faranno parte della sezione più “beverina” dei Superiori. 


All’opposto troviamo il gruppo dei “roboanti” quelli che nel corpo, nella potenza, nei tannini (adesso ruvidi) ci sguazzano. Tra questi molti, con un discreto numero di anni di invecchiamento (diciamo da 6 a 8), daranno buone soddisfazioni. Non avranno magari grande finezza ma sicuramente il tempo gli porterà equilibrio. 

Arriviamo così ai cashmere, a quei Superiore importanti al palato e dotati di nasi ancora giovanissimi dove si percepiscono legni di alto profilo e complessità futura e soprattutto in bocca hanno quel “dolce peso” di tannini importanti e setosi. Questi non sono molti, diciamo un 10-15% del totale e, almeno per quanto mi riguarda, all’interno del gruppo mancano alcuni di quei nomi che dovrebbero esserci. 

Una piccola annotazione per un piccolo gruppo di vini (non più di 3-4), chiamiamolo gruppetto nouvelle vague, che mi hanno sorpreso per freschezza affiancata a buona, giovane e vibrante tannicità e a un naturale equilibrio. Questo vuol dire che a Bolgheri, in annate con estati calde e siccitose si possono fare vini sin da subito non solo vini freschi ma anche armonici e eleganti. 

Insomma, come avete visto, almeno per me non si può presentare la vendemmia 2020 in maniera univoca: questa è forse la vera caratteristica di quest’annata: una diversità notevole tra i vini, credo dovuta in buona parte alla conduzione del vigneto. Considerando la consistenza numerica dei vari gruppi suddetti alla fine, se proprio dovessi dare un voto all’annata non andrei oltre il 7 di media, con un grosso gruppo di vini tra il 6 e il 7, un altrettanto folto gruppo tra 7 e 8 e 4-5 vini di grande/grandissimo livello. 

Questa è la conformazione del gregge, secondo me. Se qualcuno volesse invece nomi e cognomi… dovrà aspettare.

A Roma 40 cantine per Lugana Armonie Senza Tempo - Giovedì 15 settembre


Torna a Roma per la seconda edizione
Lugana Armonie senza Tempo


Evento degustazione dedicato alla Doc Lugana
Giovedì 15 Settembre
Villa Piccolomini - via Aurelia Antica 164 - Roma
Ore 16 Masterclass condotta dal giornalista Daniele Cernilli dedicata alla stampa e operatori

Dalle 18.30 fino alle 23 apertura al pubblico


Si terrà giovedì 15 settembre Lugana Armonie senza Tempo, evento degustazione che arriverà per la seconda volta nella Capitale per raccontare, con un viaggio affascinante, tutte le sfumature della DOC del Lago di Garda.


Il Lugana, una tra le prime DOC istituite in Italia, è un vino prodotto dal vitigno turbiana che affonda le proprie radici nei territori a sud del Lago di Garda fin dall'epoca romana. Uva dalla buccia dura e dal grappolo compatto dà vita a vini di bella acidità, versatili e longevi.

Grazie a Lugana Armonie senza Tempo, che si terrà nei suggestivi spazi di Villa Piccolomini, accanto al Colle del Gianicolo ed immersa nel verde e nell'atmosfera magica che contraddistingue questo splendido angolo della città, si potrà assaporare la produzione della Doc Lugana con le sue tipologie Lugana, Lugana Superiore, Lugana Riserva, Lugana Vendemmia Tardiva e Lugana Spumante.

Passando da un banco all'altro, dove ad attendere il pubblico ci saranno oltre 50 vignaioli con le loro storie e le loro etichette, si avrà a disposizione una mappa esaustiva e coinvolgente della produzione enologica di questa speciale denominazione racchiusa nel territorio di cinque Comuni, a cavallo tra il Veneto e la Lombardia.

Armonie Senza Tempo è un evento a cura del Consorzio Tutela Lugana Doc.

PROGRAMMA

Ore 16.00 Masterclass curata e condotta dal giornalista Daniele Cernilli
A numero chiuso e riservata alla stampa e ai professionisti. Solo su invito o con richiesta ed approvazione accredito. Per richiesta accredito: accreditolugana@robertaperna.com

Ore 18.30-23.00 Wine Tasting
Aperto al pubblico con ticket di ingresso

Il biglietto di ingresso comprende

- Degustazione delle etichette di circa 40 cantine del Consorzio Lugana
- Assaggi di prodotti del territorio
- 1 calice con tracolla marchiato Consorzio Lugana

InvecchiatIGP: Petrolo - Galatrona 1998


di Roberto Giuliani

In quel periodo a cavallo fra la fine degli anni ’80 a l’inizio dei ’90, in Toscana prendevano vigore e notorietà i cosiddetti Supertuscans; una delle varietà che sicuramente ha rappresentato un modello di riferimento è stata il merlot, che ha dato vita a vini come il Masseto dell’Ornellaia, il Redigaffi di Tua Rita, L’Apparita di Castello di Ama, il Messorio di Le Macchiole, La Ricolma di San Giusto a Rentennano, il Palazzi di Tenuta di Trinoro, il Galatrona di Petrolo, per citarne alcuni.


Il Galatrona nasce nel 1994 dall’omonimo vigneto piantato tra la fine degli anni ottanta e la metà degli anni novanta con cloni bordolesi di bassa vigoria su terreno di medio impasto, costituito da argilla, galestro, alberese e arenaria in località Feriale di Mercatale Valdarno a un’altitudine di circa 300 metri, esposto a Sud-Est. Siamo nel cuore della Doc Val d’Arno di Sopra, ma la storia ci ricorda che in quegli anni alcune aziende preferirono l’IGT Toscana, che gli consentiva di lavora con maggiore libertà sia in vigna che in cantina.

L’annata 1998 ha dato più problemi al sangiovese che al merlot: primavera molto piovosa che ha richiesto frequenti interventi sulla parte verde, mentre ha favorito le piante più giovani non ancora in produzione; l’estate è stata calda ma equilibrata, l’uva è maturata con un leggero ritardo. Il merlot è stato raccolto prima dell’arrivo delle piogge, il 9 settembre. Allora il vigneto era ancora giovane e aveva una resa regolare.

Il vino è maturato in barriques nuove per 18 mesi.

Sono passati 20 anni da quando è stato imbottigliato, ho estratto il tappo senza difficoltà, integro e segnato dal vino solo nei primi 2-3 millimetri, senza alcun “canali di fuga” lungo i suoi 5 cm. di lunghezza. Niente TCA ma solo odore di vino. E da un vino che oggi costa oltre 100 euro è già una buona cosa…

Il colore nel calice è sorprendente, ancora rubino, non concentrato ma senza cedimenti, è luminoso, vivo.

Il ventaglio odoroso non rivela neanche lontanamente gli anni trascorsi, si parla di prugna, ciliegia e cacao, addirittura di rosa canina, menta, cenni di tabacco, pochissimo cuoio, il sottobosco è appena accennato, niente funghi, balsamico, eccellente.


Al palato ha un perfetto equilibrio fra acidità, alcol e tannino, qui le note fungine affiorano ma delicatamente, si sente il goudron, l’allungo è convincente, fresco, senza cedimenti, a testimonianza di un lavoro certosino sulla scelta delle uve, dovevano essere davvero perfette per dimostrare una così buona tenuta. Insomma, non siamo affatto alla fine del suo percorso, anche perché più prende aria e più si ringiovanisce, segno che la materia è ancora tutta lì, viva e vegeta, del resto il colore era un chiaro segnale…

Antonio Di Mauro - Etna Rosato Dusis 2021


di Roberto Giuliani

Kephas e Dusis sono i due vini che Antonio Di Mauro ottiene da un vigneto di proprietà da 4 generazioni a Piedimonte Etneo. 


Il rosato è una bella espressione di quel territorio: note di ciliegia, melagrana e fico rosso, ma anche una verve minerale spiccata che ci ricorda il suolo vulcanico da cui nasce.

Sala della Comitissa a Bolsena: recensione di un ristorante emozionante!


di Roberto Giuliani

Tutto ha inizio a Baschi, nota località in provincia di Terni, dove nel 2010 la chef Edi Dottori e il sommelier Maurizio Dante Filippi danno vita alla Sala della Comitissa (contessa dal latino medievale). Edi, marchigiana che in giovane età faceva il vigile urbano, per fortuna a un certo punto della sua vita ha voluto dare spazio alla sua passione per la cucina. Si trasferisce in Umbria con la figlia, studia, sperimenta, fa sua la materia e nel 2010, insieme a Maurizio apre la Sala della Comitissa a Baschi. Otto anni in cui la qualità della sua cucina emerge sempre di più, mantenendo un’impronta squisitamente femminile, garbata e mai esuberante. Poi il trasferimento al Palazzo Fortuna di Civita Castellana (VT), ma la pandemia è dietro l’angolo e dopo poco tempo impone lo stop delle attività. Intanto, però, Edi e Maurizio meditano già sul loro prossimo “viaggio” e individuano l’Hotel Principi di Santacroce a San Gemini (TR).


Infine, da questa primavera, “scendono” nel Lazio ed eccoli a Bolsena (VT); sede definitiva? No, sarà per l’altra passione, quella per le moto, che non riescono a stare fermi? Non lo so, ma indubbiamente non sono persone che temono i cambiamenti. Per ora sono lì, a piazza San Rocco 4, nel centro storico, a due passi dal lago più grande del Lazio (quasi 114 km²). Era tempo che desideravo conoscerli e il 18 agosto scorso sono rimasto piacevolmente colpito, Maurizio – che nel 2016 è stato eletto Migliore Sommelier d’Italia – ha uno stile in sala da prendere ad esempio, per nulla affettato nei modi ha una capacità di raccontare i vini che propone (o che vengono scelti) in grado di arrivare anche a chi davvero non ne sa nulla, ti fa entrare nei territori dove nascono e con grande maestria riesce a catturare il tuo interesse, scendendo nel dettaglio delle storie e delle persone usando un linguaggio narrativo coinvolgente e appassionato. Sembra una cosa da nulla, invece ci vuole talento, troppo spesso ci si trova davanti a sommelier che non riescono a uscire da atteggiamenti formali e “scolastici”, Maurizio è davvero un piacere ascoltarlo.


Edi esprime passione ma anche un carattere deciso, forte, senza tentennamenti, e la sua cucina se ne giova in modo evidente, le sue opere non sono solo un abbraccio di profumi e sapori, ma anche un emblema della sua visione, basata su un’ottima conoscenza della materia prima e una creatività che non sconfina in esibizioni fini a se stesse, tutto è in armonia, a partire dall’estetica del piatto: ben presentato ma sobrio, non ci sono estremizzazioni scenografiche che (capita, eccome se capita!) rendono difficile poi mangiarlo, assistendo a una scomposizione improvvisa appena avvicini la posata.

zuppetta di totani

Si può scegliere il menu degustazione, composto da numerose ma contenute portate, oppure si può optare per una versione ridotta (4 portate), altrimenti alla carta. C’è spazio sia per il pesce che per la carne, essendo piena estate, anche piuttosto calda, abbiamo puntato alla fauna marina.

ravioli

Ma prima una nota di merito a Edi perché il suo pane è semplicemente strepitoso, fatto con il proprio lievito madre e farine di grani antichi è davvero difficile lasciarne anche un solo pezzetto sul tavolo!

La cena per me e mia moglie Laura aveva un significato particolare, infatti quel 18 agosto di 25 anni fa ci siamo conosciuti, non è un anniversario classico ma per noi rappresenta l’inizio di una lunga avventura insieme e la scelta della Sala della Comitissa è stata davvero giusta, abbiamo mangiato benissimo in un ambiente tranquillo e sereno, per cui perdonatemi se non entro come di consueto nel dettaglio di ogni piatto., ce li siamo semplicemente goduti.

Come antipasto abbiamo puntato su:

Sfoglie d'acqua - Come un diplomatico di ricciola di pesca su crumble al timo e salsa di olio al pepe e lime

Molluschi e dintorni – Zuppetta di totani con scarola, rucola e piè d’asino (mollusco marino bivalve)

Come primo:

Il mare nel lago - Ravioli di rucola e ricotta di pecora su guazzetto di lago e di mare con totanetti alla griglia

Incontri al sole – Mezze maniche con la crema di peperoni arrostiti e la tagliatella di seppie crude.

I secondi li abbiamo saltati perché il dolce è sacro!


Il vino che abbiamo scelto era uno splendido Champagne Millesimé 2011 Rémy Massin & Fils (chardonnay 60%, pinot nero 40%), proveniente da vigneti situati a Ville sur Arce, nel cuore della Côte des Bar, intenso, complesso, ma anche elegante e perfetto per tutte le portate che abbiamo preso, ovviamente non ne è rimasta neanche una goccia!

Ed eccoci ai dolci:

Un dolce al giorno – La torta con la crema della nonna o la crema della nonna con la torta

Il tiramisù di Edi – con la salsa al ciokocaffè.

torta della nonna

La cena è stata qualcosa di profondamente intimo, personale, abbiamo assaporato ogni boccone con grande partecipazione, ho apprezzato enormemente gli equilibri che ho trovato in ogni portata, le cotture perfette, si sente la grande esperienza acquisita, la mano felice, la vena creativa di Edi che trova sempre la giusta modalità per fondere innovazione e tradizione. Torneremo molto presto, ovunque la Comitissa si sposterà, è una promessa!

InvecchiatIGP: Pepe – Trebbiano d’Abruzzo 1995


Classe 1932, Emidio Pepe, ad oggi, rimane probabilmente uno dei pochissimi contadini italiani legati ancora ad una dimensione atavica del vino che, probabilmente, non esiste più. Chi lo frequenta ancora, a Torano Nuovo, dove vive e ha la sua azienda fondata nel 1964, sa che difficilmente, nonostante 90 anni, il buon Emidio si gode la sua meritata pensione perché, e lo dimostrano le mani sporche di terra, ancora lo si trova in giro tra le sue amate piante di trebbiano e montepulciano d’Abruzzo che, grazie alla sua tenacia e volontà espressa in tempi non sospetti, ha saputo valorizzare provandone la capacità d’invecchiamento e facendoli conoscere al mondo intero.

E’ tanto che non passo a trovarlo, forse troppo, ed è forse questo pensiero malinconico che mi ha portato qualche giorno fa ad aprire la mia caotica cantinetta cercando quel Trebbiano d’Abruzzo che tanto tempo fa, faticosamente, riuscii ad acquistare all’interno di un’asta di beneficenza.

Trovato!

Non ricordavo l’annata, davanti a me ho un trebbiano Pepe del 1995 al quale, causa umidità, è crollata l’etichetta (sgrunt!).


Se parli con il buon Emidio ti dirà che è ancora giovane mentre per qualcun altro, probabilmente, aprire questa bottiglia è una mera attività di necrofagia.

Chissà, io lo porto ad una cena tra amici e lo stappo!

Come molti speravano, dalla bottiglia non sono usciti pipistrelli e ragni pelosi ma, tornando seri, un trebbiano assolutamente stupefacente già dal colore che, dopo oltre 25 anni, non aveva perso affatto la sua lucentezza e la sua carica cromatica giallo paglierino.

Nessun segno di ossidazione, no, mi spiace per voi!

La bellezza di questo trebbiano d’Abruzzo, legata alle sue potenzialità evolutive, la ritroviamo anche mettendo il naso nel bicchiere dove, man mano che si ossigena, affascina con un carosello di sensazioni che al minerale (non cominciate eh) intrecciano ricordi di mela renetta, camomilla essiccata, girasole, pera kaiser, nespola e bergamotto.

L’incipit palatale è, se fosse possibile, ancora più straordinario a causa di un armonico ritorno di tutte le sensazioni che, come per un vino appena uscito sul mercato, sono subordinate ad un pungolo di irrequieta freschezza che, sommando tutto, definisce una trama gustativa che, a distanza di oltre un mese, mi fa ancora venire la pelle d’oca.

Emidio Pepe - Foto: Triple A

Emidio aveva capito tutto. Tutto.


“Prenditi il diritto di sorprenderti.”

Milan Kundera

Torre Zambra – Montepulciano d’Abruzzo DOC “Colle Maggio” 2020


Ogni tanto, grazie alla bravura di Federico De Cerchio, è bello incappare in vini, come questo, dove il montepulciano d’Abruzzo, allevato a pergola, assume finalmente un peso specifico garbato ed elegante ma al tempo stesso goloso senza incappare in inutili interpretazioni barocche. 



Cercatelo, non ve ne pentirete!

I Giovani Vignaioli Canavesani e Rewine 2022 raccontati da Vittorio Garda


ReWine, giunto alla seconda edizione, è stata l’occasione per tornare a calpestare le vigne nel mio amato territorio canavesano e per approfondire la conoscenza con una delle associazioni vitivinicole più dinamiche in Italia ovvero quei Giovani Vignaioli Canavesani, capitanati fino al momento in cui scrivo da Vittorio Garda (enologo della Cantina sociale della Serra e vignaiolo in Carema) con il quale, via ZOOM, ho fatto il punto della situazione sul territorio del Canavese che, a mio giudizio, tanto può dare in termini di qualità al mondo del vino italiano.



Vittorio, prima di tutto, ti vedo decisamente più rilassato e sorridente. Significa che sei soddisfatto di come è andato REWINE 2022?

Assolutamente sì, sono stati giorni decisamente impegnativi e volevamo che questa edizione di Rewine, il cui focus verteva sul concetto di terroir, rimanesse nel cuore dei tanti giornalisti ed appassionati che hanno partecipato a questa tre giorni iniziata Sabato 25 Giugno presso il Castello di Masino dove Armando Castagno ha tenuto due bellissimi seminari sia sull’erbaluce sia sul nebbiolo, vitigni simbolo del nostro territorio.

Beh, non solo….

Sì, quel giorno è stata inaugurata anche la Banca del Vino del Canavese e nel tardo pomeriggio, al Teatro Giacosa di Ivrea, abbiamo tenuto anche un interessante convegno sul nostro territorio e su come si debba valorizzarlo.


Rewine 2022 non ci sarebbe se non ci fossero i Giovani Vignaioli Canavesani. Parlami un po’ di questa associazione di cui, attualmente, sei anche Presidente.

L’associazione è stata fondata a Giugno del 2020 da un gruppo di 10 aziende dirette da giovani vignaioli, che sono prima tutto assolutamente amici, col fine di condividere e dare una soluzione a problemi comuni come ad esempio la mancanza di materiale, attrezzature, soldi, contatti. Ci siamo messi insieme perché l’unione fa la forza e abbiamo cercato di fornire stimoli e voglia di coltivare anche a chi, magari, inizialmente, non aveva la possibilità.

Fammi un esempio

Beh, inizialmente ho dato una mano a vinificare ad almeno 4 o 5 ragazzi e oggi sto facendo lo stesso per altre realtà…

Come si diventa Giovane Vignaiolo Canavesano?

Molto facile, per statuto possono entrare persone di dirigono aziende nel territorio che devono avere una età uguale o inferiore ai 39 anni. Questa scelta non è casuale perché è anche l’età massima stabilità dall’Unione Europa per ottenere la qualifica di giovane agricoltore. Dai 40 anni in su, sempre per statuto, si rimane nell’associazione come Amico dei Giovani Vignaioli. Sempre per completezza di informazione, la carica di Presidente si può ricoprire solo per due anni perché abbiamo lo scopo di dare a tutti la possibilità di ricoprire questa carica altamente formativa per poi prepararsi ad entrare nel Consorzio di Tutela che ci aspettiamo, tra una decina di anni, sia composto da persone assolutamente capaci.

Per chi non fosse mai venuto nel Canavese, puoi indicare i motivi per cui vale la pena passare a trovarvi almeno una volta nella vita?

Dal punto di vista paesaggistico il Canavese non è assolutamente monotono perché hai le Alpi sullo sfondo con la bellezza del Monte Bianco e del Monte Rosa, poi c’è l’anfiteatro morenico che è questo raggruppamento di colline maestoso e dalla geometrica unica, se poi aggiungi tantissimi laghi e fiumi, tu hai un unico contesto una varietà di paesaggi che danno ricchezza che altrimenti non potresti generare. L’assenza, poi, della monocoltura facilità la creazione di una biodiversità assolutamente ricca tanto che, per fare un esempio, il Canavese è ha una eterogeneità di essenze erbacee talmente complessa da noi è pieno di insetti impollinatori.

Questo è l’aspetto naturalistico….

Sì, dal punto di vista invece artistico abbiamo un Circuito dei Castelli a caratterizzare il territorio; tra i più noti, c’è il Castello di Masino, dove con Castagno abbiamo fatto i seminari, che è uno dei beni FAI più importanti di Italia visto che vanta ancora oggi un arredamento originale del ‘500 e del ‘600.

Torniamo a ReWine e alla sua genesi. Cosa vi ha spinto, come Giovani Vignaioli, ad organizzare questa manifestazione?

Come gruppo giovani, e come aziende in generale, abbiamo sempre sentito la mancanza di un evento che parlasse di noi e non fosse visto come una “festa” visto che in Piemonte già se ne fanno tante (vedi Carnevale di Ivrea). Il nostro obiettivo principale è attirare l’attenzione e Rewine potrebbe essere, per fare una metafora, una porta in grado di farci entrare in una stanza piena di persone che possano darci una mano al fine di permetterci, nell’immediato futuro, di aver un grande evento sul vino piemontese che riunisca non solo Langhe, Roero e Monferrato ma anche tutte le altre piccole aree vitivinicole della Regione. Vogliamo, in sostanza, essere inseriti tra i grandi perché ce lo meritiamo.

ReWine, come grande evento del vino del Canavese, è aperta a tutte le aziende del territorio ma…..

Eh, non ti nego che il canavesano, essendo molto orgoglioso, non vede sempre di buon occhio manifestazioni così organizzate da un gruppo di giovani. Non ti nego che alcune aziende “consolidate” non hanno accettato di buon occhio il nostro invito. Anzi…

Ti dispiace questa cosa?

Ovviamente un po’ sì, ma noi siamo partiti e siamo motivati a continuare per cui spetterà a loro sfruttare l’opportunità o, in caso contrario, starsene in attesa in silenzio mettendosi in scia. Ciò che mi dispiace davvero è che noi giovani, quando c’è da prendere decisioni che riguardano ad esempio il nostro disciplinare di produzione, non siamo molto ascoltati perché, dicono, non abbiamo esperienza….

Vittorio Garda - Foto: Winesurf

Dai, veniamo al punto. I Giovani Vignaioli Canavesani stanno portando avanti delle battaglie assolutamente condivisibili. Ce ne vuoi parlare?

Certo! Noi ora abbiamo tre fronti aperti. La più importante è sicuramente quella della liberalizzazione della DOCG Erbaluce attraverso lo svincolo del vitigno che per noi è un bene universale e per questo tutti hanno il diritto di piantare e citarlo nella loro comunicazione. In questo caso l’Erbaluce è protetto dalla normativa della DOCG Caluso e questo comporta che nel resto del Canavese e anche nelle colline del Novarese il vitigno Erbaluce, seppur coltivato da secoli, non può essere menzionato sulle etichette delle bottiglie pena multa. Tutto questo fa sorridere e per noi è una grande mancanza di rispetto tra colleghi perché non c’è trasparenza.

Da quello che so le cose non lontane dalla soluzione che vi prefiggete....

Sì, per ora il Consorzio ha rigettato la nostra proposta. Hanno timore che con lo svincolo il vitigno possa essere fagocitato da altre denominazioni più importanti a livello commerciale. Assurdo ma continueremo ad alzare la voce su questo!

Quale sarebbe la vostra proposta pratica per superare questa impasse?

Trattare l’erbaluce come, ad esempio, il nebbiolo. Questo vitigno si produce nelle zone storiche del Barolo, del Barbaresco e del Roero ma, al tempo stesso, si fa Langhe Nebbiolo, Nebbiolo d’Alba, Canavese Nebbiolo, Valle d’Aosta Nebbiolo e così via. Perché questo grandissimo vitigno sì e l’erbaluce no?

Le altre battaglie invece in cosa consistono?

Beh, chiediamo l’inserimento nel nostro disciplinare di menzioni geografiche aggiuntive, perché il Canavese è molto ampio e macrozone che hanno differenze mostruose tra di loro. Ed ancora, l’introduzione di un periodo di affinamento minimo obbligatorio di almeno un anno per il Caluso DOCG al fine di aumentare la complessità e il valore della nostra denominazione. Sai il paradosso?

Ho paura di ciò che mi dirai….

Esiste la DOC Canavese Bianco ma essendo il vitigno protetto dalla DOCG, nemmeno la nostra denominazione di ricaduta può portare il nome del vitigno. E’ una bizarria che vogliamo superare perché la soluzione è semplicissima: fare il Caluso DOCG con le nostre MGA, qualificando il territorio e con un anno in più di affinamento, come da noi richiesto, potevi tranquillamente alzare i prezzi. La DOC Canavese Erbaluce, come ricaduta, sarà il contenitore di tutti quei vini da far uscire prima per accontentare tutta la filiera commerciale che richiede certe tipologie di prodotto. Così, ora, in GDO a prezzi ridicoli finisce l’Erbaluce di Caluso DOCG e questa cosa non è un bene.

Veniamo alla zona del Carema, dove te tra l’altro sei produttore ed hai una azienda chiamata Sorpasso. Non mi sembra che in quel territorio ci siano le stesse problematiche, anzi, noto grande unione o sbaglio?

Hai ragione, lavorare in quella denominazione, oggi, è stimolante perché tra di noi (pochi) produttori c’è una grande unione di intenti ed è un momento, per il nebbiolo di Carema, molto positivo.

In che senso?

Oggi, dopo tanti sforzi, Carema è una denominazione che funziona molto bene commercialmente perché il mercato, soprattutto internazionale, ci sta riconoscendo gli sforzi che facciamo per produrre questo nebbiolo dai caratteri unici.

Parliamo del futuro dei Giovani Vignaioli Canavesani. Durante il convegno di sabato 24 hai annunciato che la tua esperienza come Presidente è agli sgoccioli. Confermi?

Assolutamente sì, dopo due anni è giusto passare la mano e il prossimo Presidente sarà Gian Marco Viano che si merita questo ruolo visto che ha obiettivi assolutamente sfidanti come, ad esempio, creare una nostra distribuzione. Il fine è abbastanza banale ma non scontato: lavorare affinchè tutti i ristoranti canavesani abbiano in carta i vini del territorio.

Gian Marco Viano - Foto: Danila Atzeni


Altri obiettivi per il futuro?

Organizzare un viaggio di lavoro dei Giovani Vignaioli Canavesani negli Stati Uniti pagando le spese ai ragazzi che sono in grado sostenere una spesa così grande. Per ora le nostre casse ancora non ce lo permettono ma vedrai che a breve si parte!