InvecchiatIGP: Poggio al Tesoro - Bolgheri Vermentino DOC "Solosole" 2016


di Luciano Pignataro

Una scheda border line, perchè in fondo cinque anni per un bianco non sono poi così tanti. Probabilmente nel senso comune anche si, ma noi sappiamo che Fiano, Verdicchio, Vermentino, Carricante, Mantonico e tanti altri vitigni italiani regalano gioie indescrivibili agli appassionati dei bianchi invecchiati, di gusto per le spettacolari evoluzioni, ma anche di tasca visto che il rapporto fra prezzo e qualità gioca chiaramente a favore del compratore. E questo perchè la richiesta di vecchie annate di bianchi è ancora scarsa.


Eppure bisogna andare contro i luoghi comuni se si è davvero appassionati di vino. In questo caso due: il primo riguarda Bolgheri, famosa per i suoi rossi, capace invece di tirare fuori questa bottiglia minerale e sapida quasi in riva al mare. Il secondo riguarda appunto il Vermentino, in genere bevuto giovane dai consumatori con poche tracce di verticali. Ecco invece una splendida 2016, consumata in riva al mare, ma di Positano su piatti della tradizione marinara campana.  
In sostanza si tratta del bianco dell'azienda Poggio al Tesoro della famiglia Allegrini: il clone è un vermentino della Corsica, la lavorazione, solo in acciaio, prevede però una sosta prolungata sulle fecce per dieci mesi. 


Il risultato è un bianco robusto che inizia a distendersi adesso, dai sentori agrumati e di pesca con rimandi ancora floreali di ginestra. La beva è dominata da una freschezza immediata e dissetante, termina con una piacevole nota amara che chiude ricordi di pesca sciroppata e frutti esotici al palato. Una beva però non dolce come farebbe presagire il naso, ma sapida, salata, senza concessioni piacione. Il vino è ancora lontano, a nostro giudizio, dallo zenit. La vita è lunga, durerà almeno dieci anni a dire poco.

Cantine del Mare - Sorbo Rosso Riserva 2017


di Luciano Pignataro

Rosso il sorbo, rosso il piede, è Piedirosso! Dei Campi Flegrei, in tutta la sua magnifica verve fresca, la piacevolezza di beva regalata da una trama tannica leggera e moderna. 


Sul pesce, sulla carne, sulla
pasta. Ovunque tu sia in Campania, rosso rosso rosso: Piedirosso!

Cantine di Marzo presenta i suoi tre Cru di Greco di Tufo: Ortale, Serrone e Laure

di Luciano Pignataro

Dal 2016 Ferrante Di Somma ha lanciato i suoi tre cru di Greco di Tufo, una piccola grande rivoluzione nel mondo vitivinicolo irpino dove, nonostante la vocazione del territorio, queste scelte si contano sulle dita delle mani.
Ed è facilmente intuibile il motivo: per avere per più anni un grande da una sola vigna vuol dire che le viti sono veramente allevate su un terreno unico e particolarmente vocato. Molto più facile selezionare le uve da più vigneti per lanciare etichette importanti. Lavorando poi sul monovarietale, questa scelta diventa ancora più estrema e difficile da portare avanti con conseguenza.


Filippo di Somma e i suoi due figli, Ferrante e Maria Giovanna

Per Cantine Di Marzo, la cui storia risale al XVII secolo, si è trattato di una piccola rivoluzione. Da sempre intimamente legata al Greco, l’azienda si sviluppa all’inizio dell’800 contestualmente allo sfruttamento delle miniere di tufo, da cui il paese prende il nome e il vino l’odore. In questa area ristretta, fatta di colline avvolte dal freddo e dalla nebbia, un sali scende infinito di curve a gomito fra Avellino e Benevento lungo la valle del fiume Sabato, il Greco ha trovato la sua naturale vocazione nel territorio di otto comuni irpini (Tufo, Altavilla Irpina, Chianche, Montefusco, Prata di Principato Ultra, Petruro Irpino, Santa Paolina e Torrioni). Nel 1970 la doc, nel 1993 la docg che prevede un taglio del 15% di coda di volpe. Insomma, un territorio già ben caratterizzato e ristretto, tanto che le dimensioni produttive non hanno mai superato i due milioni di bottiglie. Il Greco è però un vino di pregio, straordinariamente fresco ed efficace sul cibo, quasi un rosso travestito da bianco come rivela il suo mosto arancione scuro prima del filtraggio e che si esprime al massimo delle sue possibilità fra i tre i sette, anche otto anni.

La Cantina

Cantine di Marzo è sempre stato il portabandiera di questo vino, prima come Filippo Di Somma e adesso con il figlio Ferrante si è accentuato l’interesse verso la qualità assoluta dei prodotti producendo spumanti da Greco molto interessanti sino a questi tre cru registrati nel 1915 nell’ambito di un primo piano di zonazione scientifico portato avanti in collaborazione con Vincenzo Mercurio, non nuovo a queste cineserie produttive. 
Siamo di fronte alla uscita dell’annata 2019 di tutti e tre, tutti con la dicitura di Greco di Tufo Riserva e l’esito è davvero molto interessante.

Vigna Ortale

Nasce nella frazione Santa Lucia: tre ettari fra i 420 e i 480 metri di altezza da vigne ancora giovani, non più di dieci anni, piantate su un terreo di zolfo, calcare e argilla. Non si tratta di un allevamento intensivo, siamo sulle 300mila piante per ettaro che danno una resa non superiore ai tre quintali.
Basta mettere il naso nel bicchiere per riconoscere subito il Greco di Tufo: note sulfuree, di cerino acceso, poi fumè e agrumate decisamente intense e persistenti, al palato la beva è segnata dalla freschezza incontenibile di un vino scalpitante, selvaggio, ancora da domare. Il sorso è lungo, infinito, termina con una nota amare ripulente.


Vigna Serrone

Siamo sempre nella frazione Santa Lucia, ad una quota leggermente più bassa, tra i 400 e i 450., la dimensione del vigneto raggiunge i cinque ettari, più o meno stessa resa. Ma la diversità fra i due vini è incredibile: nel primo il bicchiere va incontro al naso, nel secondo bisogna cercare i delicati sentori agrumati e il leggero ed elegante rimando fumè andando incontro al vino che al palato appare decisamente più equilibrato e pronto del primo. La beva è piacevole, ottima chiusura, finale senza scossoni che lascia pulito il palato. Il colore è invece leggermente più concentrato. Basta dunque spostarsi appena un po’ per avere risultati quasi opposti, anche se in questo caso gioca anche l’età delle piante, compresa fra i 20 e i 50 anni.


Vigna Laure

Qui siamo in un’altra frazione di Tufo, San Paolo, a quota 350 metri, vigne di vent’anni allevate sullo stesso tipo di suolo e con le stesse rese. Sul piano gustativo questo cru si colloca esattamente in mezzo ai primi due per intensità dei profumi e verve di beva. Si sente il carattere del Greco irruente ma un po’ più addomesticato. Se nel primo prevale la potenza, negli altri due si delinea una linea di eleganza decisamente marcata e interessante, molto fine e moderna che però non rinuncia al carattere e alla sua efficacia di abbinamento.


Siamo appena alle prime battute di un lungo percorso che attende questi tre vini. Sarà interessante assaggiarli nel corso degli anni per registrare in qualche modo l’evoluzione di ciascuno. Il protocollo è decisamente semplice, la lavorazione avviene solo in acciaio per tutti e tre, con sosta prolungata sulle fecce nobili. La strada intrapresa da Ferrante Di Somma è l’unica che può apprezzare le bottiglie di Greco il cui costo è sostanzialmente bloccato dalla crisi del 2008-2009. E’ il momento di dare reddito maggiore all’agricoltura alzando l’asticella e senza accontentarsi dei risultati sin qui raggiunti.

InvecchiatIGP: Sanlorenzo e il Rosso di Montalcino 2003!


di Carlo Macchi

La Famiglia Ciolfi fino al secolo scorso non era certo stata baciata dalla fortuna: tra tanti che a Montalcino vendevano i loro vini a peso d’oro i Ciolfi dovevano accontentarsi di vendere l’uva a destra e a manca, anche perché a quasi 500 metri e con rese non certo morigerate il sangiovese maturava maluccio. 


Con il nuovo secolo le cose sono cambiate drasticamente, merito di Luciano Ciolfi, che ha capito le reali potenzialità di quei vigneti a 500 metri e del signor clima, che ha pensato bene di rimescolare le carte. Così quelle vigne, ben seguite, ben curate e con un clima che permetteva alle uve di maturare perfettamente e con tempi lunghi (ancora oggi Luciano è uno degli ultimi a vendemmiare a Montalcino) hanno portato a vini di grandissimo pregio e di assoluta longevità. 

Ne ho avuta la prova provata durante una serata con Luciano, che ha messo in tavola alcuni suoi vini, bendati, da degustare. Erano quasi tutti Rosso di Montalcino, tipologia che io ancora non riesco a sdoganare completamente anche se la vendemmia 2019 ha dato un “duro” colpo alle mie remore. 


Ma i vini di Luciano mi sono sempre piaciuti e quindi ben vengano i suoi Rosso e anche (obviously) i suoi Brunello. 

Ma veniamo alla serata e agli assaggi. Mi mette nel bicchiere uno dei vini bendati. Ancora rosso rubino con una lievissima tendenza all’aranciato sull’unghia. Il naso è ampio, balsamico, con un legno perfettamente dosato e una complessità aromatica importante, da dove spuntano note di sottobosco ma anche sentori agrumati. 


Quello che mi colpisce è la freschezza, non un accenno di evoluzione verso il basso o di ossidazione. Visto che di un bel silenzio non si è mai scritto sentenzio: “Al naso mi sembra un Brunello di una grande annata non recentissima, diciamo 2010”. 

Luciano mi guarda senza muovere un ciglio (deve essere un ottimo giocatore di poker) e io continuo l’analisi assaggiandolo: potente è potente, con un tannino rotondo ancora ben vivo e dinamico. L’alcol non marca più di tanto, certo da non inficiare l’equilibrio generale anche perché una nota fresca aleggia al palato e accompagna il vino nella sua lunga chiusura. 


Mentre sono lì che elucubro e sono pronto alla sentenza il giocatore di poker mi spiazza “Guarda che è più vecchio del 2010”. I quattro neuroni che ancora difendono la postazione vengono sopraffatti dalla mia voglia di protagonismo e così mi sento dire “Ribadisco grande annata, anche al palato, quindi se è più vecchio deve essere un Brunello 2006”. (Luciano ha cominciato a imbottigliare nel 2003.n.d.r.) 

A quel punto Luciano ha pietà di me e scopre la bottiglia e l’arcano: Rosso di Montalcino 2003, la prima annata prodotta! 

Non posso rimanere a bocca aperta perché mi cadrebbe il vino ma penso alla 2003, annata caldissima, ad un Luciano alle “prime armi” con i suoi vini, a tanti 2003 (di tutta Italia!) cotti o squilibrati dall’alcol che ho assaggiato e invece di gridare al miracolo faccio l’unica cosa giusta della serata, mi verso un secondo e abbondante calice di questo grandissimo Rosso di Montalcino 2003 che, sono convinto, darebbe del filo da torcere a tanti Brunello (e Barolo e Barbaresco etc) della stessa annata. 

Viticoltori Lenza - Colli di Salerno Bianco "Ida" 2020


di Carlo Macchi

Guido Lenza, avvocato da famiglia di avvocati, non aveva bisogno di fare vino per campare. 


Invece lo fa e pure buono. Questo IDA 2020, falanghina e greco da vigne giovanissime, è piacevolezza pura sorretta da ottima struttura. Naso netto e ampio, bocca grassoccia quanto basta. Da provare! 

www.viticoltorilenza.it

Giulio Magnani, la fillossera e la scoperta dell’innesto su vite americana


di Carlo Macchi

I francesi ce la stanno menando da quasi 200 anni che solo grazie a loro la fillossera è stata compresa, affrontata e sconfitta che oramai lo diamo per scontato. Invece questo bel libro di Vincenza Papini fa entrare un bel po’ d’aria fresca e comunque fa capire che dalle nostre parti non si brancolava nel buio. Il libro narra la “non” storia di Giulio Magnani, nato in una famiglia di agiati borgesi commercianti nel 1839 e vissuto, fino alla sua morte nel 1891, tra i possedimenti di Montecarlo “di Lucca” e il suo palazzo fiorentino. 


Ho scritto “non” perché in realtà Giulio Magnani era un tipo talmente schivo che non solo non si sposò ma fu solo grazie alla sorella che, dopo la sua morte, accanto alla tomba venne messo un epitaffio. Come sappiamo la fillossera arrivò in Europa negli anni sessanta dell’ottocento e partendo dalla Francia distrusse praticamente l’intera superficie vitata europea.  Come giustamente fa notare il professor Fregoni nei suoi studi sull’afide, i vini che facciamo oggi sono figli del nuovo panorama vitato europeo creato dalla fillossera, dove oramai i vigneti durano 25/30 anni rispetto a quelli centenari del passato , dove poche decine di vitigni ne hanno soppiantato alcune migliaia, uniformando le caratteristiche organolettiche. 

Giulio Magnani visse il primo periodo di questa trasformazione, da quando ancora in Italia non si dava grande importanza al fenomeno a quando non si sapeva come porvi rimedio e si usavano rimedi spesso folkloristici. 

Nel 1875, quindi praticamente in sincrono con i ricercatori francesi, Giulio capì che la strada da seguire era quella dell’innesto e comincio a piantare semi di vite americana, tanto da crearsi nel 1881 un vivaio di quasi 10000 piante nella sua tenuta di Montecarlo. Nel 1885 indicò chiaramente come rimedio alla fillossera l’innesto della vitis vinifera su vitis riparia: la stessa cosa venne affermata da Viala in Francia, ma nel 1887. 


Il libro, oltre a mostrarci questo timido e ritroso personaggio ci presenta la sua famiglia e il momento agricolo, viticolo e storico tra fine settecento e fine ottocento, con anche i prodromi dell’unità d’Italia. 

Naturalmente il testo non vuole ribaltare la storia sulla lotta alla fillossera, attribuendo alla zona di Montecarlo una primogenitura, ma solo far comprendere che anche in Italia, in quegli anni, si era capito dove stesse il problema e si provava a correre ai ripari. 

Ripari che purtroppo non furono compresi e utilizzati perché Giulio Magnani era uno che correva da solo e non vide l’importanza di dare giusto risalto ai risultati delle sue intuizioni. 

Il libro è corredato di una prefazione e di una ponderosa postfazione sull’arrivo della fillossera in Europa di Mario Fregoni. 

Vincenza Papini, Il pioniere italiano della lotta alla fillossera – Giulio Magnani e la viticoltura a Montecarlo (copyright 2020 Comune di Montecarlo) 

Prezzo di copertina 20 Euro

InvecchiatIGP: Bisci - Verdicchio di Matelica “Vigneto Fogliano” 2011

Mi ricordo, quando anni fa ero titolare dell’Enoclub Roma, che quando si organizzava una degustazione sul Verdicchio di Matelica, a titolo di esempio rappresentativo del territorio, uno dei primi vini che inserivo in batteria era il “Vigneto Fogliano” prodotto da Bisci.



L’azienda agricola, che ho sempre stimato per la serietà e la costanza qualitativa, è il frutto del lavoro dei Fratelli Giuseppe e Pierino Bisci che nel 1972 acquistarono una proprietà di circa 25 ettari e la trasformano in uno dei fari qualitativi per il vino del territorio. Oggi Mauro e Tito, figli di Giuseppe, ne hanno preso le redini. La proprietà è situata tra le province di Macerata e di Ancona, conta una superficie di circa 25 ettari, di cui circa 18 ettari coltivati a Verdicchio e poco più di 2 ettari a Sangiovese e Merlot, tutti ubicati in collina ad altitudine variabile tra i 320 ed i 370 metri s.l.m., e coltivati secondo i dettami del regime biologico.


Durante l’ultimo press tour in terra matelicese, ho avuto la fortuna di partecipare ad una verticale storica del Verdicchio di Matelica “Vigneto Fogliano”, vero e proprio Cru, che Bisci produce solo nelle migliori annate attraverso una vinificazione in cemento vetrificato a cui segue un affinamento per 15 mesi, sempre in cemento, più almeno altri 4 mesi di bottiglia prima che il vino esca sul mercato.

Tra tutti i vini degustati, quello che mi ha entusiasmato di più, tanto da proporlo per InvecchiatIGP, è il Verdicchio di Matelica “Vigneto Fogliano” 2011.

L’annata, secondo quando riportato dallo stesso produttore, è stata ottimale fino a tutto luglio. Agosto è stato molto caldo e ventoso mentre a settembre e durante la vendemmia è stato buono. Nonostante non si siano state importanti escursioni termiche giorno/notte le uve erano molto sane grazie al clima asciutto. La produttività è stata molto bassa soprattutto per quello che riguarda il rapporto grappoli mosto.


Fatte queste opportune premesse tecniche, posso dire, anche a nome di altri colleghi intervenuti durante la verticale, che la 2011 a Matelica, in generale, stupisce per eleganza ed equilibrio. Prova ne è questo buonissimo Vigneto Fogliano che in maniera ampia e sinuosa regala intensi aromi floreali di acacia, ginestra, mimosa, a cui seguono tocchi di frutta gialla croccante. Un tocco erbaceo e lampi lontani di alga marina vanno a completare il quadro olfattivo. Al sorso è giovane e gioviale, intenso, e dalla trama acido-sapida di grande serbevolezza. Finale vibrante con richiami all’agrume e al salgemma. Sicuri abbia 10 anni? Grande annata!!!

Tenimenti D’Alessandro – Toscana Bianco IGT “Fontarca” 2018


100% Viognier selezionato nella vigna più vecchia, messa a dimora nel 1988. 


Naso dinamico ed elegante di pesca gialla, gelsomino, anice stellato e
sensazioni iodate. che si incontrano di nuovo al sorso che esplode gustativamente tra richami marini e di erbe mediterranee.

Cinque vini per scoprire il mio Bolgheri Divino

Mentre sto scrivendo questo articolo la mia timeline di Facebook è quasi invasa dalle bellissime immagini della cena che il Consorzio dei vini Bolgheri e Bolgheri Sassicaia DOC ha organizzato nuovamente presso i 5 chilometri di cipressi secolari del suggestivo viale che conduce a Bolgheri. L’evento, assolutamente glamour, si è inserito all’interno della prima edizione di Bolgheri Divino, manifestazione organizzata dai produttori della DOC per raccontare a che punto è il vino del loro territorio.

Credit: La Cucina Italiana

Bolgheri Divino, oltre alla cena di cui sopra, nella mattinata è stato scandito sia dalla presentazione en primeur, per la stampa italiana ed estera presso il Castello Della Gherardesca, dei Bolgheri Superiore DOC 2019, sia dalla c.d. “Degustazione Diffusa”, ospitata in 7 prestigiose location del territorio, dove tutti gli altri invitati potevano testare i vini delle 65 Aziende consorziate della Bolgheri DOC, con un focus particolare al debutto dell’annata 2020 del Bolgheri Rosso DOC, presentata in anteprima assoluta. Non avendo possibilità di partecipare né alla cena né alla presentazione presso il Castello della Gherardesca di Castagneto Carducci, mi sono imbarcato da Roma per buttarmi dentro la Degustazione Diffusa prevista all’interno di sette importanti cantine della DOC: Campo alle Comete, Guado al Melo, Donna Olimpia 1898, Michele Satta, Ornellaia, Tenuta Argentiera e Tenuta Guado al Tasso.


Visto le fasce orarie strettissime (un’ora max per location) ed una organizzazione del tasting per banchi d’assaggio, con almeno due o tre tipologie di vino per azienda compresi i campioni di botte, non sono riuscito ad andare dappertutto e, perciò, a bere il 100% dei Bolgheri DOC presenti.

La Doc Bolgheri - Credit: Lavinium

Prima di andare ai miei cinque migliori assaggi l’idea che mi sono fatto, in generale, è che col passare del tempo, e forse anche delle mode, i produttori di Bolgheri stiano prendendo sempre più consapevolezza della forza del loro territorio i cui caratteri mediterranei, costieri, vanno interpretati come punti di forza limitando al tempo stesso “goffagini” enologiche che, soprattutto in passato, avevano standardizzato la produzione dei vini bolgheresi verso una eccessiva opulenza, anche a livello di immagine, che probabilmente non ha totalmente pagato, per come la vedo io, secondo le aspettative.
Dei circa 40 assaggi che ho fatto sul totale di oltre 60 aziende presenti all’interno della Degustazione Diffusa, questi sono stati i miei preferiti!

Fabio Motta – Bolgheri Rosso DOC “Pievi” 2019: Fabio non lo scopro di certo io, ha iniziato la sua avventura di vignaiolo a Bolgheri nel 2010, a trent’anni dopo essersi fatto le ossa accanto ad un altro grande produttore del territorio come Michele Satta. Oggi, con tante vendemmie alle spalle e una cantina prossima ad essere terminata, Fabio è entrato nel periodo della sua maturità così come il suo “Pievi”, la sua prima etichetta mai prodotta, composta da un taglio di merlot, cabernet sauvignon e sangiovese. Il vino, succoso e balsamico, racconta molto dell’areale di Bolgheri ma lo fa in maniera misurata, mai gridata, grazie ad un magistrale equilibrio gustativo che, per questo territorio, non è affatto scontato. Non ho esperienza per dirlo ma penso che Motta, dopo tanto studio della sua materia prima e del terroir di appartenenza, abbia davvero preso consapevolezza delle sue capacità e ben presto diventerà uno dei “fari enologici” di Bolgheri.


Le Macchiole – Bolgheri Rosso DOC 2020: questo vino è la testimonianza più fulgida del processo di “alleggerimento”, che sta avvenendo da qualche anno, dei vini de Le Macchiole. Perché scrivo questo? Semplicemente perché questo Bolgheri Rosso, blend di merlot, cabernet franc e syrah, possiede una caratteristica che negli anni precedenti ritenevo leggermente offuscata: la luce. In questo millesimo la luminosità di questo vino è indiscutibile, è un rosso che regala vibrazioni positive, energia mediterranea, freschezza promettente e tannino didascalico. Più o meno cento mila bottiglie così sono un regalo a tutti noi appassionati!


Aldrovandi – Bolgheri Rosso Doc Superiore 2017: Federico Aldrovandi, già produttore nei Colli Bolognesi, si è appassionato di Bolgheri da tantissimo tempo e solo nel 2014 riesce a coronare il suo sogno di produrre qui dei vini acquisendo un ettaro di vigneto dal quale produce, esclusivamente nelle annate migliori, solo Bolgheri Superiore. Federico l’ho incontrato all’interno degli spazi dell’Ornellaia, accanto a tanti giganti nell’enologia, per cui la prima cosa che mi ha detto, appena mi sono avvicinato al suo banchetto, è stata:”Sono il più piccolo di tutti!!”. Fabio, con la sua simpatia emiliana, accanto ad una visione strategica molto bolgherese, è pura dinamite e in poco più di dieci minuti riesce a raccontarmi moltissimo della sua voglia di produrre vino di qualità cristallina partendo da un fazzoletto di vigneto con ceppi di cabernet franc (60%), cabernet sauvignon (30%) e petit verdot (10%) allevati ad alberello. In degustazione, oltre alla 2015, che ho trovato leggermente sotto tono, aveva la sua seconda annata prodotta, ovvero un Bolgheri Rosso Superiore 2017 che ho apprezzato moltissimo per la sua chiave di lettura, sia aromatica che gustativa, che si rifà molto al carattere del vignaiolo: schietto, equilibrato, affatto pesante e con un tocco naif che non fa mai male. Bravo Fabio!


Mulini di Segalari – Bolgheri Rosso Doc “Ai Confini del Bosco” 2020: Emilio, agronomo ed enologo, e sua moglie Marina, architetto, nel 2002 creano insieme l’azienda. Ispirandosi al primo vigneto di Mario Incisa a Castiglioncello, lato monte e in mezzo al bosco, anche loro decidono di puntare su queste caratteristiche e mettono a dimora le loro vigne in una piccola valle boscosa, utilizzando come locali di cantina i vecchi mulini del Castello di Segalari. Da che hanno iniziato, l’approccio di Marina ed Emilio è quello di sentirsi custodi del territorio e della sua biodiversità, un percorso che li ha condotti nel 2017 ad essere la prima azienda di Bolgheri ad essere certificata biodinamica. Il loro “Ai confini del Bosco”, blend di cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot, prodotto in circa 3000 bottiglie, è un rosso schietto, diretto, profondo e succoso. Sono quei vini che per espressione fruttata, tipicamente mediterranea, sanno di festa tra amici e spensieratezza anche perché, cari signori, il vino raggiunge a malapena i 13 gradi di alcol. Ad avercene!


Santini Enrico – Bolgheri Rosso Superiore DOC “Montepergoli” 2016
: proveniente da una storica famiglia castagnetana, Santini dopo aver lavorato in un supermercato di zona, decide di investire soldi e speranze creando la sua azienda vitivinicola. Inizia nel 1998 piantando le prime vigne intorno alla sua casa, trasformando il garage e la cantina in locali idonei per la vinificazione e l’affinamento. Sin da principio Enrico punta sulla certificazione biologica ed è infatti il primo produttore di Bolgheri in questo senso arrivando a gestire, oggi, circa 12 ettari suddivisi in diverse parcelle lungo la zona dell’Accattapane. Durante la degustazione mi ha incuriosito positivamente il suo Bolgheri Superiore “Montepergoli”, blend di cabernet sauvignon, merlot, syrah e sangiovese che, nonostante una struttura importante, resta un vino dalla piacevolezza di beva disarmante capace di leggere le sfumature del terroir bolgherese con estrema leggiadria. Il prezzo importante, siamo a circa 50 euro a scaffale, vale assolutamente la spesa soprattutto se volete bere oltre i soliti nomi.



InvecchiatIGP: Franco M. Martinetti - Barbera d’Asti Superiore Montruc 1997


di Roberto Giuliani

Chi conosce Franco Martinetti sa bene che è un perfezionista, direi maniacale, tanto che se c’è una critica che gli si può fare è di esserlo troppo, al punto che a volte i suoi vini perdono qualcosa in spontaneità, mancano di anima. Opinioni, ovviamente, di parte del mondo della critica enologica. Un argomento che affiora anche con altri “perfezionisti” del vino, come ad esempio Luigi Moio.

Ma non siamo qui per addentrarci in discussioni filosofiche, il mio compito è raccontarvi un vino che testimonia la sua capacità di tenere il tempo, come richiesto dalla nostra rubrica InvecchiatIGP.


E questa Barbera d’Asti Superiore Montruc 1997 si fa davvero onore, devo dire che sono rimasto impressionato per la pulizia dei profumi, per una terziarietà appena accennata, mai si potrebbe immaginare che abbia la bellezza di 24 anni!

In tempi dove si discute accesamente sui vini naturali (spesso a sproposito), con vere e proprie fazioni pro o contro, dove il tema centrale è la pulizia, l’approssimazione, a volte a ragione, a volte meno, ecco che sentire un vino così pulito appena versato nel calice, dopo essere stato chiuso in bottiglia per così tanto tempo, non può che spingere verso l’applauso.

Franco Martinetti

Se poi pensiamo che questa è una Barbera, non un Barolo o un Barbaresco, che è figlia di un’annata calda che ha visto molti nomi blasonati cedere al tempo, allora chapeau bas per lo straordinario risultato.

Qui parliamo di frutta matura, non di confetture, non di frutta secca, non c’è alcuna traccia ossidativa; un equilibrio perfetto fra naso e bocca, un’acidità ancora vibrante e una succosità prepotente accendono tutti i sensi. In lontananza si afferrano note più tardive di tabacco, cuoio, ginepro e liquirizia, ma sono vive, non da vino “invecchiato”.


Fatico a immaginare quando arriverà il momento della sua discesa…

Assaggio e mi incanto, ogni sorso è una meraviglia, sinceramente non me lo aspettavo, non a questo livello. C’è sempre la possibilità di stupirsi, è questo il bello del mondo del vino.

Leonardo Bussoletti - Grechetto Colle Ozio 2014


di Roberto Giuliani

Sarà contento il narnese Leonardo Bussoletti di sapere che questo suo Grechetto del 2014, macerato a contatto con le bucce, ha tenuto benissimo questi sette anni. 


Profuma di nocciole, nespole, albicocche candite, mango; in bocca è ancora fresco, sapidissimo, lungo. Il tempo gli ha fatto un gran bene.

Lo Sparviere - Franciacorta Essetì Extra Brut Riserva 2006


di Roberto Giuliani

Qualcuno, leggendo l’annata in etichetta, potrebbe pensare che questo è un Franciacorta perfetto per la nostra rubrica InvecchiatIGP. Niente di più sbagliato, a meno che non si consideri “invecchiato” un vino che è rimasto a contatto con i lieviti per quasi 12 anni, dalla primavera del 2007 ai primi mesi del 2018! No, direi che non è questo il caso, per la nostra rubrica qualunque vino si considera “invecchiato” solo se ha trascorso un più o meno lungo periodo di vita dopo la sua messa in commercio.


Pertanto ci “accontentiamo” di inserirlo nel più classico Garantito IGP, perché, statene sicuri, merita di essere raccontato.

Entriamo nel merito…

Intanto diciamo che alla guida di questa storica azienda, Lo Sparviere, c’è una donna, ovvero Monique Poncelet Gussalli Beretta, che ha ereditato la passione per il vino e questo straordinario lembo di terra in Monticelli Brusati (BS) dal suocero Franco Gussalli. Da azienda agricola (ricavata da un’antica dimora di campagna del XVI secolo) a conduzione famigliare che produceva poco vino esclusivamente per amici e parenti, Monique l’ha progressivamente trasformata in una delle più interessanti realtà del territorio franciacortino, con 30 ettari vitati di proprietà a base chardonnay e pinot nero, condotti in biologico dal 2013.

Di quest’azienda abbiamo già raccontato a inizio anno qui.

Ma veniamo al vino. Si tratta di uno chardonnay in purezza, raccolto a partire dalla terza decade di agosto. Le uve sono state prima poste in celle frigorifere dove hanno raggiunto la temperatura di 10° C; a questo punto sono state pressati i grappoli interi fino a ottenere il 50% del loro succo. Il mosto fiore ottenuto è stato posto in vasche d’acciaio a temperatura controllata di 18° C per svolgere la fermentazione alcolica, a cui è seguita quella malolattica. A maggio è stata preparata la cuvée de tirage, ottenuta da due vigne storiche aziendali. Con giugno inizia la seconda fermentazione in bottiglia a contatto con i lieviti, che durerà fino a inizio 2018.


Il vino è stato prodotto solo in magnum in edizione limitata, a un prezzo non proprio per tutte le tasche, attorno ai 300 euro. Per i più curiosi Essetì sta per “Sboccatura Tardiva”. Personalmente trovo questo Franciacorta davvero straordinario, tralascio i soliti commenti su spuma e colonnine che sono esemplari per abbondanza e finezza; il colore oro chiaro brillante testimonia il lungo contatto con i lieviti.
Accostato al naso ci si sente subito immersi in un tripudio di profumi di notevole eleganza, non tanto per la tipologia dei riconoscimenti quanto per la loro esaltante purezza espressiva. Parliamo di ananas, pesca, susina disidratata, mallo di noce, fico secco, cedro candito, ma anche fieno, ginestra, selce e una ventata di pane tostato e pasticceria.


In bocca è avvolgente, la carbonica e una buona acidità trovano in risposta la grande morbidezza data dal frutto maturo, in un equilibrio sontuoso e di lunghissima persistenza. Più lo sorseggi e più ti piace e scopri nuove gioie espressive.

Il prezzo trova una sua giustificazione…

Nussbaumer 2004: il Gewurztraminer di Kellerei Tramin alla prova per InvecchiatIGP


di Lorenzo Colombo

Abbiamo più volte scritto che non siamo dei grandi appassionati del Gewürtraminer, vitigno in grado di dare vini opulenti, opulenza in tutti i sensi, dal grado alcolico decisamente elevato, alla notevole struttura, al residuo zuccherino spesso elevato, ai sentori, sia olfattivi che gusto-olfattivi decisi e riconoscibili, aromatici, con note di rosa, litchi e frutta tropicale a volte un poco invadenti e persino eccessivi.

Però…

Però quando questi vini invecchiano (non vale per tutti ovviamente, ma solamente per quelli di gran classe) la musica cambia. L’aggressività di profumi e gusti, in gioventù un poco eccessiva (ed a volte poco fine) si stempera, non si perdono certamente le caratteristiche del vitigno ma emergono sentori terziari che vanno a rendere assai più complessi questi vini donandogli spesso anche note “rieslingeggianti” che rimandano all’idrocarburo.


Questa premessa per arrivare all’Alto Adige Gewürtraminer “Nussbaumer” dell’annata 2004, della Cantina di Termeno che abbiamo aperto per il nostro turno dell’InvecchiatIGP.

Andiamo quindi a degustarlo: il colore è giallo-oro, luminoso. Intenso ed elegante al naso dove le note tipiche del vitigno sono ancora ben presenti, a cominciare dall’aromaticità e dai sentori di rose, emerge poi la frutta tropicale, con papaia e ananas maturo in primo piano ed a seguire accenni di pasticceria che rimandano alla complessità olfattiva di un panettone.


Strutturato ed alcolico , i 15 gradi riportati in etichetta si sentono, anche se sono ben integrati nell’insieme, il vino è morbido, ricorda un rosolio e si percepiscono gli accenni idrocarburici dati dal tempo, nuovamente emerge la frutta tropicale unita ad un sentore di mandorla, lunghissima la sua persistenza.

Reh Kendermann - Rheingau Riesling Troken “Quarzit” Edition Terroir 2019 by Claus Jacob


di Lorenzo Colombo

Chiariamo subito: se avete problemi con l’acidità di certi vini è meglio che lasciate perdere. 


Qui l’acidità è tagliente, citrina, propria del limone, sia chiaro, c’è anche dell’altro in questo vino dal naso intenso, fresco, verticale e minerale, con sentori di pompelmo e frutta tropicale e con le prime note d’idrocarburi. Non per nulla si chiama Quarzit.

Il Salone Digitale dei Vini d'Alsazia: un report da stampare e leggere!


di Lorenzo Colombo

Come già accennato in due precedenti articoli, dal 7 al 9 giugno scorsi si è tenuta la prima edizione di Millésimes Alsace DigiTasting®, nella richiesta dei campioni da assaggiare abbiamo selezionato le aziende che disponevano di almeno un vino prodotto con Riesling ed in effetti abbiamo ricevuto ben 21 vini prodotti con questo vitigno -da 10 diverse aziende- con annate che variano dalla 2019 alla 2014, tutti i vini sono da considerarsi secchi anche se il loro residuo zuccherino spazia dagli 0,3g/l dell’AOC Alsace Riesling Clos de Chats 2019 di Domaine Etienne Simonis agli 8 g/l del AOC Alsace Grand Cru Furstentum Riesling 2018 di Domaine Paul Blanck. 


Cinque di essi appartengono all’AOC Alsace mentre gli altri sedici si possono fregiare dell’Appellation Grand Cru d’Alsace. 

Nella nostra degustazione abbiamo assaggiato per primi i vini appartenente alla denominazione Alsace procedendo poi con i Grand Cru in ordine geografico, ovvero partendo da quelli collocati più a Nord e scendendo ordinatamente verso Sud, oltre ad una sintetica descrizione dei vini troverete anche qualche cenno sui Grand Cru di provenienza e sulle aziende che li hanno prodotti.

Tipologie di suolo

Prima però è necessaria qualche informazione sul Riesling in Alsazia: con 3.300 ettari di vigneto il Riesling è il secondo vitigno più coltivato in Alsazia, preceduto dal Pinot Blanc e seguito dal Gewürztraminer, diffuso in tutto il territorio della regione risente molto della diversa tipologia di suolo sul quale viene allevato (si contano almeno 13 differenti tipologie di terreno nel vigneti alsaziani) dando di conseguenza vini assai diversi tra loro anche se sempre connotati dalle caratteristiche intrinseche nel vitigno.

Vitigni

Il Riesling è uno dei quattro vitigni consentiti per i Grands Crus d’Alsace e viene utilizzato anche per la produzione delle Vendages Tardives e delle Selection de Grain Nobles.


I vini degustati

AOC Alsace

Domaine Neumeyer - AOC Alsace Riesling Finkenberg 2018 (Bio) (2,1 g/l)

Suolo calcareo, 1.500 le bottiglie prodotte. Paglierino-verdolino di buona intensità. Intenso al naso, frutto giallo maturo, mela matura, note mandorlate ed agrumate, fiori secchi. Intenso, sentori di mela e pera mature, limone maturo, sbuffi di pepe, buona vena acida, lunga la persistenza.

Domaine Neumeyer

L’azienda

La tenuta della famiglia Neumeyer è situata a Molsheim, nel nord dell'Alsazia, tutti i vigneti sono gestiti secondo i dettami della viticoltura biologica, con inerbimento con flora autoctona, e selezione massale. In cantina s’adotta una vinificazione minimalista con l’utilizzo di lieviti indigeni, filtrazione lenticolare e lungo affinamento sulle fecce.

Domaine Etienne Simonis - AOC Alsace Riesling Clos de Chats 2019 (Biodinamico) (0,3 g/l)

Il nome del vino deriva dal luogo di provenienza delle uva, alcuni piccoli appezzamenti situati appena sopra il villaggio chiamati Katzenstegel (Clos des Chats in francese). La tipologia di suolo prende il nome di Gneiss (Roccia composta da feldspato, quarzo e mica), 1.300 sono le bottiglie prodotte.
Color giallo paglierino di discreta intensità, tendente all’oro chiaro. Frutto giallo maturo, pesca gialla, mela e pera, accenni di frutta tropicale, fieno. Succoso e sapido, accenni piccanti, note di zenzero, agrumi, mela un poco acerba, leggermente aromatico, buone sia la struttura che la persistenza.

Domaine Etienne Simonis

L’azienda

La famiglia Simonis coltiva la vite ad Ammerschwihr nell’Haut-Rhin sin dal XVII secolo. I sette ettari di vigneti sono situati a 15 km a nord di Colmar, le varie parcelle sono sia in pianura che in collina e comprendono due Grands Crus. La produzione annua varia dalle 35 alle 40.000 bottiglie.
Etienne Simonis ha assunto la gestione della tenuta nel 1996 e dall'inizio degli anni 2000 ha iniziato la pratica della biodinamica ottenendo la certificazione Ecocert nel 2008 e Demeter nel 2011.

Pierre Frick - AOC Alsace Riesling Rot Murlé 2017 (Biodinamico - Senza solfiti aggiunti) (2,8 g/l)

Suolo calcareo, 3.100 le bottiglie prodotte. Color giallo paglia tendente all’oro antico con leggera velatura. Intenso al naso, note macerative di mela matura e buccia di mela, arancio maturo. Intenso, mela grattugiata, agrume macerato, note piccanti di zenzero, buona vena acido-agrumata, lunghissima la persistenza.

Pierre Frick

L’azienda

La famiglia Pierre Frick gestisce dodici ettari vitati suddivisi in una trentina di appezzamenti, sparsi in una dozzina di terroir prevalentemente calcarei, questa grande parcellizzazione del vigneto fa sì che si possano avere sino ad una trentina di 30 cuvée uniche ogni anno. Dal 1970 le vigne sono coltivate con metodo biologico e la produzione è certificata da ECOCERT, nel 1981 è stata intrapresa la strada della Biodinamica ed i vini portano in etichetta la certificazione DEMETER. La fermentazione avviene con lieviti indigeni senza alcuna solfitazione, i vini non subiscono chiarifica e l'affinamento si svolge sulle fecce fini per 6-9 mesi in botti di rovere centenarie, il 90% dei vini viene imbottigliato senza aggiunta di solfiti.

Maison Pierre Sparr Succeseur - AOC Alsace Riesling Soil Calcaire Raisonnée 2019 (5 g/l)

Suolo calcareo, 12.000 le bottiglie prodotte Verdolino scarico, luminoso. Mediamente intense al naso, sentori floreali e di frutta a polpa bianca, pesca bianca, limone dolce, accenni aromatici e leggere note d’idrocarburi. Fresco e succoso, verticale, mediamente strutturato, buona la vena acida, pesca matura, melone, agrumi, buona la sua persistenza.

Maison Pierre Sparr Succeseur - AOC Alsace Riesling Raisonnée 2019 (3 g/l)

Suolo granitico, 7.000 le bottiglie prodotte. Paglierino-verdolino luminoso. Naso tipico, di buona intensità olfattiva, leggeri accenni d’idrocarburi, pesca gialla, confetto con mandorla, scorza d’arancia, note floreali. Fresco e sapido, succoso, sentori di pesca gialla, agrumi, mandorla amara, leggeri accenni piccanti che rimandano allo zenzero, note di frutta tropicale, buona la persistenza.

Maison Pierre Sparr Succeseur

L’azienda

L’azienda vinifica le uve provenienti da un centinaio d’ettari di vigneti situati in numerosi villages della regione.


AOC Alsace Grands Crus

Siamo nel village di Molseim, qui, su suoli marno-calcarei si trovano i 18,40 ettari dell’Alsace Grand Cru Bruderthal, si tratta di uno tra i Grand Cru d’Alsace situato più a nord, con il 38% della superficie vitata il Riesling è il vitigno più coltivato, l’altitudine varia dai 225 ai 300 metri slm e l’esposizione è Sud-Est.

Grand Cru Bruderthal

Domaine Neumeyer - AOC Alsace Grand Cru Bruderthal Riesling 2017 (Bio) (2,4 g/l)

Suolo calcareo, 2.000 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino di media intensità. Intenso al naso, mela matura, buccia di mela, pesca gialla, fichi al sole, mango e papaia. Intenso, sapido, mela matura, mela grattugiata, pepe bianco, zenzero, mango e papaia, lunga la persistenza.

Grand Cru Wiebelsberg 

L’Alsace Grand Cru Wiebelsberg è situato nel village di Andlau, i suoi 12,52 ettari sono quasi completamente appannaggio del Riesling che occupa il 96% della superficie a vigneto che si trova situato tra i 250 ed i 300 metri d’altitudine con esposizione Sud-Ovest, Sud-Est, i suoli, sabbiosi, sono composti da arenaria.

Domaine Gresser - AOC Alsace Grand Cru Wiebelsberg Riesling 2014 (Bio) (6,54 g/l)

Il suolo è costituito da arenaria rosa dei Vosgi, 3.000 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino di buona intensità, luminoso, tendente al dorato. Discretamente intenso, buccia di mela, mela grattugiata, accenni di zucchero filato e pasta di mandorle, scorza d’arancio, note idrocarburiche. Buona struttura, mela matura, pesca gialla, agrume maturo, note piccanti di zenzero, lunga la persistenza.

Grand Cru Kastelberg

Anche i 5,82 ettari di vigneto che costituiscono l’Alsace Grand Cru Kastelberg si trovano nel village di Andlau tra i 240 ed i 300 metri d’altitudine, esposti a Sud-Est su suoli composti da scisti, l’unico vitigno presente è il Riesling.

Domaine Gresser - AOC Alsace Grand Cru Kastelberg Riesling 2018 (Bio) (4,14 g/l)

Il suolo è composto da scisto di Steige, 2.100 le bottiglie prodotte. Verdolino scarico, luminoso. Buona intensità olfattiva, delicato, frutta a polpa bianca, mela, note floreali, leggeri accenni d’idrocarburi, buona eleganza. Di media struttura, fresco, succoso, leggeri accenni piccanti di zenzero e pepe bianco, lunga la persistenza. Intrigante.

Grand Cru Moenchberg

Tra i villages di Andlau e Eichhofen si trovano gli 11,83 ettari di dell’Alsace Grand Cru Moenchberg, dove il Riesling è padrone del 62% della superficie vitata, la altitudini variano dai 230 ai 260 metri slm, l’esposizione è Sud, Sud-Est ed i suoli sono piuttosto vari, essendo composti da marne, calcare, ardesia e colluvioni.

Domaine Gresser - AOC Alsace Grand Cru Moenchberg Riesling 2017 (Bio) (7,2 g/l)

Calcare fossile la natura del suolo, 3.500 le bottiglie prodotte. Verdolino luminoso. Mediamente intenso al naso, sentori di fieno, erbe officinali, frutta a polpa gialla, mela leggermente acerba, scorza di limone. Buona struttura, sapido e piccante, frutto giallo macerato, note mentolate, succo di limone, buona la persistenza.

Domaine Gresser

L’azienda

La famiglia Gresser, d’origine svizzera si è stabilita ad Andlau sin dal nel XIV secolo e nel 1399 Eberhardt Gresser ottenne la cittadinanza di Andlau. L'azienda della famiglia Gresser dispone di poco più di 11 ettari di vigneti situati ad Andlau ed Eichhoffen, sono tutti certificati biologici e sono gestiti secondo i dettami del biodinamico, i suoli sono di diversa natura come si può notare dai tre Grands Crus che abbiamo assaggiato. 

Grand Cru Altenberg De Bergheim

Come dice il suo nome l’Alsace Grand Cru Altenberg De Bergheim si trova nel village di Bergheim, collocato tra i 220 ed i 320 metri d’altitudine con esposizione Sud, Sud-Est, vanta una superficie di 35,06 ettari disposti su suoli marnosi-calcarei, le varietà più coltivate sono Gewürztraminer e Riesling.

Gustave Lorentz - AOC Alsace Grand Cru Altenberg De Bergheim Riesling Vieilles Vignes 2016 (Bio) (4,6 g/l)

Argilloso-calcareo il suolo, 20.000 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino. Intenso al naso, elegante, delicato, frutta fresca, note floreali, pesca bianca e frutta tropicale, erbe aromatiche, timo e salvia. Di discreta struttura, leggermente piccante, zenzero e pepe bianco, melone, frutto tropicale, ananas e papaia, lunga la persistenza.

Grand Cru Kanzlerberg 

Situato nel village di Bergheim, a 250 metri d’altitudine, Kanzlerberg è il più piccolo dei Grand Cru d’Alsace, nei suoi 3,23 ettari situati a 250 metri d’altitudine, con esposizione Sud, Sud-Ovest, su suoli argilloso-calcarei composti da marne grigie e nere e gesso, trovano spazio tutti i quattro vitigni consentiti nei Grands Crus d’Alsace.

Gustave Lorentz - AOC Alsace Grand Cru Kanzlerberg Riesling 2017 (Bio) (4,33 g/l)

Marne e gessi compongono il suolo, 3.500 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino luminoso di discreta intensità. Buona intensità olfattiva, frutto giallo, pesca, melone, accenni di frutta tropicale, datteri, erbe aromatiche, leggere note d’idrocarburi. Strutturato, intenso, piccante, zenzero, pepe bianco, frutta tropicale, melone, mela, agrumi, buona la persistenza.

Gustave Lorentz

L’azienda

La famiglia Lorentz produce vino a Bergheim sin dal 1836, dei suoi 35 ettari di vigneto dodici si trovano in questo village dove coesistono anche sui due Grand Cru che abbiamo assaggiato, dal 2009 la sua viticoltura è improntata sul biologico, la metà dei suoi vini vengono esportati in ben 65 paesi.

Grand Cru Mandelberg

20 ettari di vigneto nei villages di Mittelwihr e Beblenheim costituiscono l’Alsace Grand Cru Mandelberg, l’altitudine varia dai 205 ai 256 metri slm, l’esposizione spazia da Sud-Est a Sud-Ovest passando per il pieno Sud, i suoli sono argilloso-calcarei ed il Riesling copre il 39% della superficie vitata, secondo unicamente al Gewürztraminer.

Domaine Bott-Geyl - AOC Alsace Grand Cru Mandelberg Riesling 2017 (Biodinamico) (6,5 g/l)

Suolo marnoso-calcareo, la produzione è di 1.800 bottiglie e 320 magnum. Paglierino-verdolino non molto intenso. Intenso al naso, note aromatiche e d’idrocarburi, melone, frutto tropicale, arancio, buona eleganza. Intenso, dotato di buona struttura, piccante, pepato, zenzero, ricorda un poco la salsa Wasabi, melone e frutta tropicale, papaia e ananas, lunghissima la persistenza.

Bott-Geyl

L’azienda

Edouard Bott fondò la tenuta Bott-Geyl nel 1953 anche se un suo antenato, Jean-Martin Geyl, produceva vino sin dal 1795. Nell’arco di 40 anni portò l’estensione vitata dai quattro ettari iniziali agli attuali quindici ed iniziò ad imbottigliare con proprio nome nel 1960. I vigneti sono distribuiti 75 parcelle situate in sette comuni e comprendono cinque Grands Crus.
Dal 1993 l’azienda è gestita dal figlio Jean-Christophe con esperienze acquisite sia in Francia che in Nuova Zelanda.

Grand Cru Furstentum

L’ Alsace Grand Cru Furstentum è suddiviso tra i village di Kientzheim e di Sigolsheim ed ha un’estensione di 30,5 ettari esposti a Sud, Sud-Ovest tra i 300 ed i 400 metri d’altitudine su suoli calcarei, i vitigni coltivati, oltre al Riesling, sono Gewürztraminer e Pinot Gris.

Domaine Paul Blanck - AOC Alsace Grand Cru Furstentum Riesling 2018 (in conversione BIO) (8 g/l)

Suoli calcarei, composti da marne ed arenarie, 6.000 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino tendente al verdolino, luminoso. Di media intensità olfattiva, agrumato, limone maturo, pesca gialla, mela acerba, note tropicali.
Fresco, verticale, minerale, sapido, acidità citrina, agrumi, succo d’ananas, leggeri accenni idrocarburici, lunga la persistenza.

Domaine Paul Blanck

L’azienda

Frédéric e Philippe Blanck dispongono di 24 ettari di vigneti -in fase di conversione biologica- nella valle di Kaysersberg, comprendenti quattro Grand Cru: Schlossberg, Furstentum, Sommerberg, Wineck Schlossberg. L’azienda esporta l'80% della produzione in 42 paesi. Con i suoi 80,28 ettari lo Schlossberg è il più esteso tra i Grands Crus d’Alsace, situato nel village di Kientzheim dispone di un suolo granitico e di esposizione Sud, la sua altitudine varia tra i 230 ed i 400 metri slm ed il vitigno più coltivato è il Riesling che copre il 76% della superficie vitata.

Grand Cru Schlossberg


Domaine Bott-Geyl - AOC Alsace Grand Cru Schlossberg Riesling 2017 (Biodinamico) (2 g/l)

Suoli composti da sabbie d’origine granitica, 2.040 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino luminoso. Intenso al naso, frutto giallo maturo, frutta tropicale, mango, papaia, accenni d’idrocarburi. Buona struttura, sapido, frutto giallo maturo, mango, mote d’agrumi, accenni piccanti di pepe bianco, buona la persistenza.

Domaine Paul Blanck - AOC Alsace Grand Cru Schlossberg Riesling 2017 (in conversione BIO) (3 g/l)

Suolo granitico, 6.000 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino luminoso, brillante. Di media intensità olfattiva, pesca gialla, mela matura, frutta tropicale, fiori di sambuco, accenni idrocarburici, buona eleganza. Discreta struttura, note piccanti di zenzero, sentori d’idrocarburi, leggere note di miele e d’ananas, lunga la persistenza.

Grand Cru Kaefferkopf 

Kaefferkopf è il più giovane Grand Cru d'Alsace, ha infatti ottenuto l’ambito riconoscimento unicamente nel 2007. E’ situato nel comune di Ammerschwihr e vanta una sua superficie è di 71,65 ettari, la sua altitudine varia dai 230 ai 350 metri slm ed è esposto ad Est, i suoli sono granitici-calcarei. Il principale vitigno coltivato è il Gewürztraminer, mentre il Riesling copre il 30% del vigneto.

Domaine Etienne Simonis - AOC Alsace Grand Cru Kaefferkopf Riesling 2019 (Biodinamico) (1,3 g/l)

Suolo granitico, 1.000 le bottiglie prodotte. Paglierino luminoso di media intensità tendente al verdolino. Mediamente intenso al naso, pesca gialla, frutta tropicale, mela, accenni d’erbe officinali. Buona struttura, sapido, note piccanti di pepe bianco e zenzero, accenni di salsa Wasabi, frutta tropicale, spiccata vena acido-agrumata, lunga la persistenza.

Kuehn Vins & Cremant d’Alsace - AOC Alsace Grand Cru Kaefferkopf Riesling Conventionnel 2019 (3 g/l)

Suolo granitico-calcareo, 5.500 le bottiglie prodotte. Paglierino luminoso di buona intensità. Intenso al naso, aromatico, sentori di rose, fiori gialli, frutta tropicale, mango, papaia, succo di pesca. Fresco, morbido, succoso, succo di pesca, frutta tropicale, mango e melone maturo, note dolci, lunga la persistenza.

Kuehn Vins

L’azienda

Fondata nel 1675 la Kuehn Vins si trova ad Ammerschwihr e dispone di 80 ettari di vigneti con una vasta gamma di vitigni, se ne ricavano annualmente circa un milione di bottiglie, il 30% delle quali vengono esportate. Come s’evince anche dal nome aziendale, la Kuehn è inoltre specializzata nella produzione di Crémant d’Alsace.

Meyer-Fonne – AOC Alsace Grand Cru Kaefferkopf Riesling 2018 (Bio) (6,5 g/l)

Marne ed arenaria costituiscono i suoli, 3.200 le bottiglie prodotte. Giallo limone luminoso. Mediamente intenso al naso, agrumato, pesca bianca e mela acerba, mango e papaia, note floreali. Fresco, verticale, presenta leggere note piccanti di pepe bianco, note tropicali e leggeri accenni d’idrocarburi, buona la sua persistenza.

Grand Cru Wineck-Schlossberg

27,49 ettari, il 70% dei quali coltivati a Riesling costituiscono l’Alsace Grand Cru Wineck-Schlossberg, situato tra i village di Kattzenthal e Ammerschwihr, la sua altitudine varia tra i 280 ed i 400 metri slm, il suolo è di natura granitica e l’esposizione è Sud, Sud-Est.

Meyer-Fonne – AOC Alsace Grand Cru Wineck-Schlossberg Riesling 2019 (Bio) (7,5 g/l)

Suolo granitico, 5.000 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino con riflessi verdolini. Mediamente intenso al naso, fruttato, pesca bianca, mela e leggere note tropicali di succo d’ananas. Buona struttura, succoso, sapido, piccante, note di zenzero e di pepe bianco, frutto tropicale, buona vena acida, buona la persistenza.

Meyer-Fonne

L’azienda

Azienda famigliare situata a Katzenthal la Meyer-Fonne dispone di 18 ettari a vigneto coltivati seguendo i precetti dell’agricoltura biologica (sono in attesa della certificazione. L’azienda dispone di vigneti in cinque Grands Crus ed in tre diversi lieux-dits.

Grand Cru Florimont

L’Alsace Grand Cru Florimont è suddiviso tra i villages di Ingersheim e Katzenthal, i suoli sono argilloso-calcarei, l’altitudine varia dai 250 ai 280 metri slm e l’esposizione è Sud, Sud-Est ed Est, il Riesling copre poco oltre un terzo della superficie vitata, secondo solamente al Gewürztraminer.

Kuehn Vins & Cremant d’Alsace - AOC Alsace Grand Cru Florimont Riesling Conventionnel 2017 (6,6 g/l)

Suolo argillo-calcareo, 23.500 le bottiglie prodotte. Giallo paglierino di buona intensità. Di media intensità olfattiva, sentori di mela matura, nespole, fichi al sole, cera d’api. Intenso e deciso alla bocca, mela, datteri, ananas, piccante, pepato, spiccata vena acida, buona la persistenza.

Grand Cru Vorbourg

L’Alsace Grand Cru Vorbourg è situato nel comune di Rouffach Westhalten, copre una superficie di 73,61 ettari esposti a Sud e Sud-Est tra i 210 ed i 300 metri d’altitudine, i suoli sono composti da calcare ed arenaria ed il vitigno principale è il Gewürztraminer, mentre il Riesling copre il 24% del vigneto.

Pierre Frick - AOC Alsace Grand Cru Vorbourg Riesling 2018 (Biodinamico - Solfiti totali 18 mg/litro) (3,7 g/l)

Suoli di natura calcarea, composti da marne ed arenarie, 1.450 le bottiglie prodotte. Color giallo paglia. Buona intensità olfattiva, mela matura, buccia di mela, fiori gialli, papaia, mango. Intenso e sapido, succo di mela, frutta tropicale, note idrocarburiche, chiude un poco amaro e vegetale.