Il Pacchero Solitario ad Aprilia è una piacevole scoperta!


di Roberto Giuliani

Il confine fra osteria e ristorante è diventato, con il tempo, sempre più labile, deve essere la ragione per cui Slow Food ha inserito Il Pacchero Solitario nella guida Osterie d’Italia 2017; in effetti oggi, la differenza che ancora si può notare fra le due tipologie è principalmente nell’arredamento (nelle osterie è più rustico, semplice), poi nella disponibilità di vini, nel modo di presentare i piatti e nella differenza di prezzo (tendenzialmente l’osteria costa un po’ meno).


Ovviamente non dobbiamo considerare il locale più famoso d’Italia, ovvero “Osteria Francescana” del tristellato Massimo Bottura, che dell’osteria porta solo il nome ma rappresenta il vertice assoluto della ristorazione.
Certamente Claudio Scaringella, con la moglie Lorena, non ha avuto dubbi nel chiamare “ristorante” il suo Pacchero Solitario, e ha ragione, perché il locale è curato, con un tocco di modernità, arricchito da eccellenti quadri d’autore che nulla hanno a che vedere con quelli che si trovano in molte osterie, con una carta dei vini più che soddisfacente e un menu di pesce davvero interessante, il tutto a un prezzo assolutamente onesto (se ordinate dall’antipasto al dolce, non arrivate a 50 euro, vini esclusi ovviamente).
A proposito di vini, la scelta è piuttosto ampia, con una buona presenza di etichette laziali, io ho scelto il Latour a Civitella 2014 di Sergio Mottura, annata che è stata fin troppo sottovalutata e che spesso cerco nei ristoranti, finora non sono rimasto deluso, il Latour poi è una sicurezza.


Certo, per andare proprio ad Aprilia devi avere una ragione, non è un rinomato posto di villeggiatura, non è un paese ma una signora città con ben oltre 70mila abitanti, quota superiore ad alcune province laziali come Rieti, Frosinone e Viterbo, ha dalla sua di essere a meno di mezz’ora dal lido di Anzio e altrettanto dai Castelli Romani, a meno di un’ora da Roma.
Ma tutto questo è relativo, perché se siete abituati a muovervi con la macchina, a viaggiare da nord a sud e viceversa, passare per Aprilia non è certo un problema, trovo giusto però raccontare qualcosa di questa cittadina: fu fondata nel 1936 nell’area sud dell’Agro Romano, dopo opportuna bonifica, poiché come nel vicino Agro Pontino, la zona era paludosa e soggetta alla malaria.
Era dunque il periodo del Fascismo e Aprilia nacque dopo Littoria (l’attuale Latina), Sabaudia e Pontinia, dopo aver espropriato i terreni alla famiglia Caffarelli, che ne era proprietaria da quasi cinque secoli.
All’inizio era composta da soli quattro grandi fabbricati, su progetto del quartetto chiamato 2PST, ovvero le iniziali degli autori: Concezio Petrucci, Emanuele Filiberto Paolini, Riccardo Silenzi e Mario Tufaroli.
Durante la seconda guerra mondiale, con lo sbarco degli alleati nel gennaio del 1944 alla vicina Anzio, le forze armate tedesche decisero di bombardare Aprilia, che venne praticamente rasa al suolo, costringendo tutta la popolazione a spostarsi in ambiti più sicuri.
A fine guerra, la gente tornò e, faticosamente, operò una ricostruzione; negli anni a venire la città cambiò progressivamente volto: dapprima l’agricoltura fu determinante, dai pascoli ai vigneti, poi arrivò l’industria, fu istituita la Cassa del Mezzogiorno, si insediarono importanti aziende come la Simmenthal, insomma divenne poco alla volta uno dei più importanti poli industriali del Lazio. Non mancano monumenti e, soprattutto, chiese che meritino una visita, come quella di San Michele Arcangelo, patrono della città.
Ma torniamo a Claudio e al suo lodevole ristorante situato in Via Giuseppe Verdi 29, facile da raggiungere, non ho avuto neanche problemi per il parcheggio. Prenotato un tavolo per quattro, abbiamo avuto modo di apprezzare subito la qualità della cucina con l’entrée, un trittico di assaggi composto da Gambero rosso marinato, Merluzzo al vapore e pantesca, Cuscus con crudité di gamberi; dei tre ho preferito il merluzzo, molto equilibrato e con un ottimo accostamento di verdure.

Antipasto

Poco dopo è arrivato l’antipasto, otto piccole ma gustose portate, dall’Involtino di pesce spada a beccafico alle Cozze gratinate con pecorino, dalla Mazzancolla fritta dorata alla Polpettina fritta con ricciola, patate e peperoni, per seguire con l’Alice fritta con cipolla rossa e lo Scampo fritto in pastella su crema di ceci, fino all’Involtino di pasta fillo, triglia e scarola. Tutto buono, forse avrei variato di più le cotture, un po’ meno fritture avrebbero dato maggiore freschezza, profumi e dinamicità alle preparazioni.
Davvero gustosi i Paccheri con ricciola e melanzane “arraganate”, un piatto giusto sia nella dose che nell’equilibrio dei sapori.

I paccheri con ricciola e melanzane "arraganate"

Non ha sfigurato il Rombo alla mugnaia con carciofi croccanti, una scelta azzeccata, alla tenerezza del pesce il carciofo forniva un piacevole contrasto “fisico” e i due sapori si fondevano a meraviglia.

Rombo alla mugnaia

I Filetti di orata selvaggia al vapore, con zucca confit e mandorle è uno dei piatti che ho preferito, un accostamento davvero riuscito che ha contribuito ad arricchire il gusto delicato dell’orata senza sovrastarla.

Filetti di orata selvaggia

Finita la serie di piatti a base di pesce, io e i miei tre compagni di banchetto non ci siamo fatti sfuggire i dolci; la mia predilezione per il cioccolato fondente mi ha spinto a optare per un pregevole Millefoglie di lingue di gatto, crema inglese alla vaniglia del Madagascar e cioccolato "Samana'" della Repubblica Dominicana, pericolosamente buono.

Millefoglie!

Va detto che il rischio con i dolci è che proprio la dolcezza possa essere eccessiva e toccare livelli di stucchevolezza, così non è stato, tantomeno con il Millefoglie alla crema inglese alla vaniglia del Madagascar, Fragola Favetta di Terracina e fiori eduli, che grazie alla presenza di fragole non arricchite da zucchero permetteva di apprezzarne meglio la qualità.

Cheesecake alla ciliegie

Infine abbiamo provato anche l’ottimo cheesecake alle ciliegie nel loro sciroppo, una preparazione riuscita anche nella presentazione.
Alla fine avremmo potuto chiudere con qualche gradevole liquore, ma il senso di responsabilità ci ha imposto di evitare di appesantirci dovendo guidare l’auto. Una bottiglia di vino da 75 cl. divisa in quattro ci ha permesso di godere senza problemi e alzarci dalla tavola in condizioni perfette.
Ah! Dimenticavo di sottolineare che Il Pacchero Solitario dispone di una piccola dispensa di prodotti alimentari interessanti che si possono acquistare, dall’olio al vino, dalla pasta ai formaggi.

Il Pacchero Solitario
Via Giuseppe Verdi, 29 Aprilia (LT)
Tel. 06 92062042

Isolabella della Croce – “Bricco del Falco” Pinot Nero Piemonte DOC 2014


A Loazzolo, nell’Alta Langa Astigiana, terra della più piccola DOC italiana, esiste un visionario ovvero quel Luigi Isolabella della Croce che ha capito perfettamente che il “suo terroir” gli permetteva di dar vita ad un pinot nero di eccellenza. 


Questo Bricco del Falco 2014 ne è la riprova: fresco, leggiadro, floreale, di beva compulsiva. What else?

La giovane Irpinia di Villa Raiano

“Terra fertile l’Irpinia, terra di acqua e di vino, figlia del Lupo, orgogliosa delle proprie tradizioni e della sua storia. Orgogliosa come noi che in questa terra, nella nostra terra, abbiamo deciso di portare avanti l’attività di famiglia”.

Così si presentano Brunella e Federico Basso, la nuova generazione che prenderà col tempo le redini dell’azienda fondata nel 1996 dai fratelli Sabino e Simone Basso e dal loro cognato Paolo Sibillo.
A questi due ragazzi, che assieme avranno poco più della mia età, l’onere e l’onore di portare avanti l’importante rinnovamento dell’azienda che dal 2009, con la costruzione della nuova cantina sita a Raiano di Serino (AV) e la contestuale acquisizione di vigneti di proprietà (all’inizio quasi tutte le uve provenivano da conferitori locali), sta cercando sempre più di ritagliarsi uno spazio importante nel panorama del vino italiano.

Fortunato Sebastiano, Brunella e Federico Basso

L’azienda gestisce oggi circa 27 ettari di vigneti dove troviamo piante di fiano (circa 11 ha), greco (7 ha) e aglianico (9 ha) che in questo caso non è frazionato in tante parcelle ma, al contrario, è presente in un unico corpo all’interno del Comune di Castelfranci.


Coadiuvati Fortunato Sebastiano (consulente agronomico ed enologico) e da Raffaele Del Franco (marketing) abbiamo ripercorso la storia recente di Villa Raiano attraverso una doppia verticale del Fiano di Avellino “Alimata” e del Fiano di Avellino “Ventidue” che, grazie alle differenze tra i due terroir, sono estremamente rappresentativi del territorio irpino che Brunella e Federico vogliono sempre più valorizzare.


Alimata è il nome della contrada del comune di Montefredane in provincia di Avellino che si incontra salendo verso il paese sul versante della collina che guarda ad Est. Qui, a 350 metri s.l.m., si trova la vigna di due ettari, datata 1995, piantata su suolo argilloso estremamente tenace. La vinificazione è semplice ma sviluppata su tempi lunghi: avviene in tini di acciaio dove affina sulle fecce fini per 12 mesi a cui seguono ulteriori 12 mesi di affinamento in bottiglia.
Per la verticale sono state degustate le seguenti annate: 2013, 2014, 2015 e 2016.

Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Alimata” 2013: l’annata, i più esperti lo sanno bene, in Irpinia ha regalato vini di grandissima qualità grazie ad un settembre/ottobre dove il caldo ha risolto una prima parte di stagione con qualche pioggia di troppo. Dal punto di vista organolettico anche i neofiti del vino, mettendo il naso nel bicchiere, potranno accorgersi che davanti a loro c’è un Fiano di Avellino pazzesco per intensità e complessità di aromi che spaziano dall’idrocarburo all’agrume fino ad arrivare alla nocciola quasi tostata. Un ventaglio di sensazioni che ritrovo anche al sorso assolutamente didattico per larghezza, lunghezza e coerenza.


Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Alimata” 2014: annata piovosa, decisa in cantina a livello di cernita delle uve che sono state vendemmiate attraverso raccolte scalari. Rispetto al precedente vino il naso in questo caso è decisamente più “scarico”, senza troppi orpelli, ma non manca comunque di una certa eleganza che prende più le forme nordiche che campane. Sorso decisamente agrumato, salino, verticale, godurioso per chi come me ama la sostanza alla forma.

Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Alimata” 2015: annata non facile, caratterizzata prima da grandinate e poi da un caldo decisamente sopra la norma. Fiano di Avellino decisamente materico, giocato più sulla frutta e sul vegetale che sulle “classiche” note tostate rappresentative del terroir di Montefredane. Alla beva è generoso ma al tempo stesso decisamente equilibrato e pronto per la beva.

Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Alimata” 2016: annata decisamente bizzarra caratterizzata da gelate (fine aprile) e da tempo instabile fino ad autunno inoltrato che hanno delineato una raccolta eterogenea e leggermente tardiva. Il vino è ancora giovanissimo, scalpitante, ricco di spunti aromatici dove la frutta gialla sembra soggiogata da un tappeto di erbe aromatiche, dove ritrovo la salvia, il finocchietto selvatico, a cui seguono sbuffi di camomilla romana. Al sorso è vivacissimo, fresco, accogliente e decisamente dissetante in quanto causa beva compulsiva.


Il Fiano di Avellino “Ventidue” prende il nome dal numero dei chilometri per giungere dalla cantina aziendale fino al comune di Lapio, altra zona vocatissima per la produzione di Fiano che, grazie al particolare terroir, è sempre dotato di grande struttura rispetto a quelli prodotti in altre zone irpine. La vigna di Lapio, di un ettaro e datata 1990, è posta a 450 metri s.l.m. su terreni argillo-calcarei ricchi di arenarie gialle. Giunte in cantina, le uve vengono delicatamente lavorate con una breve macerazione sulle bucce per poi affinare prima 12 mesi sulle fecce fini in tini di acciaio a cui seguono, come per il Fiano di Avellino precedente, 12 mesi si affinamento in bottiglia.

Per la verticale sono state degustate le seguenti annate: 2013, 2014, 2015 e 2016.

Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Ventidue” 2013: in questa grande annata il territorio di Lapio si sviluppa ai massimi livelli al naso dove l’impatto della frutta gialla matura e succosa il cui abbraccio caloroso è appena stemperato da tocchi di bergamotto e spezie gialle. Al sorso si conferma un vino avvolgente, poderoso ma, al tempo stesso, ricco di equilibrio e precisione e con un finale lungo e sapido, quasi ammandorlato.

Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Ventidue” 2014: pensi all’annata, pensi a quanto percepito con l’”Alimata” ed invece ti trovi spiazzato perché ancora una volta Lapio ha preso il sopravvento regalando un vino decisamente complesso e ricco di sfumature aromatiche. Non c’è nulla di nordico in questo “Ventidue”, tutto riporta alla sua terra di origine e la bottiglia, se non state attenti, finisce in un amen grazie ad un equilibrio di precisione millimetrica.


Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Ventidue” 2015: probabilmente è la bottiglia che mi ha convinto di meno delle due batterie ma non per l’impatto olfattivo, molto equilibrato e complesso e giocato su sensazioni di frutta e fiori gialli, ma per una fase gustativa abbastanza segnata da un calore sovrabbondante e da una persistenza non ai massimi livelli. Peccato perché avevo letto recensioni decisamente migliori della mia. Problemi di bottiglia?

Villa Raiano – Fiano di Avellino DOCG “Ventidue” 2016: concludiamo alla grande la degustazione con questo vino che, seppur ancora in fasce, regala presente già radioso dove la mela golden, la pera matura, le erbe aromatiche e le spezie gialle sono già tutte disposte in parata per regalarci briosità ed avvolgenza. Al sorso è sapido, vibrante e decisamente materico. E’ un Fiano di Avellino buono oggi ma sicuramente ancor più splendido tra qualche anno. Da lasciare in cantina e riaprire nel 2022 dura.

Giovanna Tantini - Bardolino Doc 2013


di Lorenzo Colombo

C’è ancora chi sostiene che il Bardolino sia un vino da bersi unicamente giovane. 


Da tempo siamo convinti che questo sia un luogo comune, basta infatti approcciarsi ad un vino come quello prodotto da Giovanna Tantini che, dopo sei anni dalla vendemmia s’esprime con una succosità, un equilibrio, un’eleganza, ed una piacevolezza di beva, da far invidia a vini assai più blasonati.


Tenuta di Capezzana - Ghiaie della Furba e i suoi primi quaranta anni

di Lorenzo Colombo

Il 2019 segna il 40° compleanno del Ghiaie della Furba. Il vino infatti, uno dei primi Supertuscans, fu creato nel 1979 da Ugo Contini Bonaccossi, utilizzando in parti uguali, le uve tipiche del bordolese: Cabernet sauvignon, Cabernet franc e Merlot.
Il nome che gli fu dato deriva dal fatto che il vigneto si trovava nei pressi del torrente Furba, che scendendo dal Montalbano ha originato nel corso degli anni un suolo estremamente ciottoloso e sassoso.

Da qui Ghiaie della Furba.

Per festeggiarne il compleanno, durante lo scorso Vinitaly, l’azienda Tenuta di Capezzana ha previsto, su invito, una degustazione personalizzata (face to face) di sei annate del vino, dall’ultima in commercio, ovvero la 2015, risalendo fin quasi agli albori con l’annata 1981.
Noi abbiamo avuto la fortuna di potervi partecipare, ecco quindi le nostre impressioni sui vini, assaggiati dall’annata più recente sino alla più vetusta.
Per comodità nostra, nel redigere il pezzo anche da un punto di vista dell’evoluzione stilistica dei vini, abbiamo preferito elencarli partendo da più vecchio.
Prima però eccovi alcune informazioni relative all’azienda: un documento, ritrovato nell’archivio di Stato di Firenze e datato 804 dC, attesta che sin da quella data erano presenti, a Capezzana, vigneti ed oliveti, coi quali si produceva vino ed olio.

Tenuta di Capezzana - foto: MTV Toscana

Nel 1475 si trova citato per la prima volta il nome Bonaccossi, allorché Monna Nera Bonaccossi “costruiva la prima “casa da Signori” e nove case poderali con i relativi impianti viticoli”.
Nella storia della Tenuta ci sono molti passaggi di proprietà, sinché non fu acquistata, nel 1920, dal Conte Alessandro Contini Bonaccorsi.
Attualmente s’estende su una superficie di 670 ettari, di cui 104 a vigneto e 140 a oliveto.
I vitigni francesi, in particolar modo il Cabernet sauvignon, si trovano nel territorio di Carmignano da oltre cinque secoli, parrebbe infatti che ad introdurli in Toscana sia stata Caterina De’ Medici. Questo fa si che la zona di Carmignano possa essere considerata la zona d’origine di quelli che negli anni ’70 del secolo scorso furono denominati Supertuscans.

Ma eccoci ora ai vini degustati: un filo conduttore che abbiamo comunque trovato nel percorso di quarant’anni, seppur segnato da notevoli cambiamenti nella composizione del vino è data dalla nota un poco austera che si ritrova sia in quelli più giovani e che permane nei più vecchi, l’importante trama tannica, caratteristica che permette la longevità dei vini rimane importante anche col passare del tempo, inoltre le note terziarie compaiono abbastanza presto, soprattutto quelle legate ai sentori di cuoio.

1981: (⅓ Cabernet sauvignon, ⅓ Cabernet franc, ⅓ Merlot) - 12 mesi in barriques
La composizione del vino rispetta la formula iniziale, ovvero parti uguali di Cabernet franc, Cabernet sauvignon e Merlot. Già alla vista denota l’avanzata età, il colore infatti è mattonato-aranciato.Intenso al naso dove emergono i sentori terziari, si colgono note di fiori secchi. Asciutto al palato con bella vena acida e legno non ancora completamente digerito, leggeri accenni ossidativi su buona persistenza. 


Nel 1992 entra in produzione la Vigna Sant’Alessandro, dove viene coltivato Cabernet sauvignon, vitigno che vedrà aumentata la sua percentuale nella composizione del vino. Nel 1998 la responsabilità enologica viene assunta da Benedetta Contini Bonaccossi che effettua il suo primo cambiamento, ovvero l’eliminazione del Cabernet franc dalla composizione del vino, sostituito, seppure ancora in percentuale modesta, con lo Syrah. 

1999: (60% Cabernet sauvignon, 30% Merlot, 10% Syrah) – 14 mesi in barriques
Color granato. Intenso al naso, note terziari di cuoio e fiori appassiti. Asciutto, sentori di cuoio, legno ancora percepibile, buona la persistenza. 



2004: (60% Cabernet sauvignon, 20% Merlot, 20% Syrah) - 14 mesi in barriques
Qui la percentuale di Syrah aumenta, a scapito del Merlot. Color granato di buona intensità. Intenso ed austero al naso, balsamico, con sentori di cuoio. Strutturato, succoso, asciutto, tornano le note di cuoio, lunga la persistenza. E’ l’annata che in assoluto abbiamo preferito. 


Nel 2009 inizia il percorso di avvicinamento al biologico

2010: (50% Cabernet sauvignon, 25% Merlot, 25% Syrah) - 15 mesi in barriques
Le percentuali di Merlot e Syrah salgono leggermente, a scapito del Cabernet sauvignon. Color granato. Intenso al naso, austero, sentori terziari di cuoio, accenni balsamici. Asciutto, tannico succoso, sentori di cuoio su lunga persistenza. 


2013: (50% Cabernet sauvignon, 25% Merlot, 25% Syrah) - 15 mesi in barriques
La composizione rimane la stessa del 2010. La maggior gioventù del vino si coglie già dal colore, rubino di buona profondità. Intenso al naso, austero, cuoio, frutto rosso speziato. Strutturato, asciutto, tannico, con legno ancora in evidenza, lunga la persistenza su note balsamiche. 


2015: (40% Cabernet sauvignon, 25% Merlot, 35% Syrah) - 24 mesi in barriques
Nuovo incremento della percentuale di Syrah e conseguente riduzione di Cabernet sauvignon. Molto bello il colore, rubino-purpureo, luminoso. Bel naso, intenso, un poco austero, sentori di spezie dolci. Di buona struttura, con tannini importanti ma ben integrati, note piccanti (spezie), legno ancora percepibile.



Corteaura - Franciacorta Docg Pas Dosé "Insé" 2012

I veneti sono tosti anche quando escono dal Veneto. Federico Fossati ha smesso di fare il commercialista a Padova ed è andato in Franciacorta a fare spumante. 


Questo gli è venuto assai bene: sei anni sui lieviti, un naso con qualche suadente nota verde, pieno di asciutta fragranza e in bocca corposo, deciso, lungo, da tutto pasto.

www.corteaura.it

Hans Barth, “Guida spirituale alle osterie italiane da Verona a Capri”, a cura di Enrico Di Carlo


di Stefano Tesi

Dirò subito una delle cose che chi recensisce un libro non dovrebbe mai confessare: non l’ho letto. Non l’ho letto tutto, diciamo.
Ho però tre ampie giustificazioni. Innanzitutto, per arrivare da Teramo a Siena il volume ci ha messo un mese (grazie Poste Italiane!). Poi quando è arrivato non stavo così nella pelle che ho subito saltabeccato qua e là tra le pagine, senza dare una lettura lineare. E infine, non si tratta di un tomo da leggere in senso tradizionale ma semmai da compulsare, consultare, spulciare alla ricerca di luoghi, nomi, piatti, situazioni, note, spigolature.


E’ la ghiottissima – sotto tutti punti di vista – ristampa, con una ponderosa introduzione storico-critico-biografica del giornalista, scrittore e studioso dannunziano chietino Enrico Di Carlo, della “Guida spirituale delle osterie italiane da Verona a Capri” riedita nel 1921 (ma già pubblicata nel 1908 in Germania e nel 1910 in Italia) da Hans Barth (1862-1928). Opera che, come dimostrano le varie riedizioni succedutesi da allora e come sottolinea oggi anche Di Carlo, ebbe un grande successo e inaugurò, ben centodieci anni fa, quello che è ancora un filone lucroso dell’industria editoriale: la letteratura di viaggio enogastronomico.
Già questo renderebbe il libro (Verdone Editore, 365 pagine, 17 euro) interessante agli occhi di qualunque appassionato di bere, di mangiare, di viaggiare e di storia del costume.
Ma lo è ancora di più perché l’autore non è, nè era, un personaggio qualunque: giornalista, per quarant’anni corrispondente in Italia del Berliner Tageblatt, importante quotidiano politico liberale tedesco, amico di D’Annunzio, che non a caso gli scrisse la prefazione, Barth fu anche uomo di mondo, di cultura, d’ironia e di “pancia”, nel senso che non fece mai mistero della sua passione per la cucina. Passione che potè appunto assecondare visitando in lungo e in largo il nostro paese, da lui molto amato, e utilizzando la chiave di conoscenza più diretta, sicura, affidabile e ovunque socialmente esplicita: la visita alle osterie. Regalandoci così un prezioso, curiosissimo spaccato di storia minore, di vita quotidiana, di un’Italia popolare con le gambe sotto il tavolo e a cavalcioni della Grande Guerra.


Da Verona a Capri, sono oltre trecento i locali passati in rassegna dal nostro tra osterie, bar, taverne e birrerie, con una miniera di informazioni su cibi, vini (serviti quasi sempre in carducceschi “fiaschi paesani”), sughi, clienti, atmosfere, usi, costumi, mobili, apparecchiature, tintinnar di bicchieri e frequenti, perfino ammiccanti sguardi al gentil sesso, senza disparità classiste tra procaci ostesse o nobilissime contesse.
Più che una guida gastronomica, come la potremmo intendere oggi, ne esce quindi, e anzi appunto, una sorta di guida spirituale, un excursus letterario lungo e gaudente, un diario di viaggio nei luoghi di tutti i giorni da cui affiorano in continuazione, però, spunti per note erudite, citazioni latine, descrizioni di vedute e di passanti, aneddoti dei più vari. In poche parole una lettura godibilissima, a tratti esilarante, a tratti appassionante.


Inevitabilmente ho cominciato a scorrere l’indice partendo dalle osterie senesi, che Barth definisce “un buon campo per un viaggio d’esplorazione”, visto che egli stesso attribuisce alla città di allora “più di trecento dispense di vino”. Di queste, l’autore ne cita per nome tre, tra le quali la Trattoria del Sasso del sanguigno Ghigo Tozzi, il padre del grande Federigo. Considerato che la guida uscì per la prima volta nel 1908 e che Ghigo morì l’anno dopo, non è escluso che il gaudente tedesco possa dunque averlo incontrato tra i tavoli del locale. E che poi, a Roma, sua residenza abituale, abbia magari potuto conoscere, viste le comuni frequentazioni letterarie, anche Federigo. Perdonatemi questa suggestione a cui sono giunto senza peraltro neppure seguire uno dei più acuti consigli di Hans. Il quale, riferendosi al vino gustato della trattoria tozziana, riporta espressamente come vi sia “un Chianti così tollerabile che se ne può bere facilmente un fiasco e mezzo senza risentirne danno, visto che una leggera esaltazione dell’anima non è pena, ma premio”.
Il che equivale e dà forza alla celebre massima di Hemingway: “Scrivi da ubriaco e correggi da sobrio”. Probabilmente anche Barth fece così.

Tasca d'Almerita - Chardonnay "Vigna San Francesco" 2016


di Luciano Pignataro

Ecco uno dei pochi, direi pochissimi, Chardonnay italiani che mi soddisfano e che cerco. Secco, minerale, austero, una bandiera siciliana pianta nel lontano 1985 che non ha affatto perso d'attualità.


Da bere più vecchio, molto più vecchio di quanto non abbia fatto io con questo splendido 2016

Antonino Caravaglio - Chianu Cruci Salina IGP 2018

di Luciano Pignataro

Capperi o malvasia? Questo è il dilemma che si vive a Salina dove entrambi danno molta soddisfazione a chi li produce.Antonino Caravaglio, quest’anno benemerito per la viticultura al Vinitaly, ha risolto piantando capperi e viti negli ultimi vent’anni passando da cinque a tredici vitati per la precisione.

Antonino Caravaglio

Questo vino nasce a Piano Croce, un piccolo territorio pianeggiante chiamato Valdichiesa che unisce i due vulcani dell’isola, sempre carezzato dal vento, una caratteristica che rende più facile la gestione biologica dell’agricoltura e non a caso Antonino Caravaglio ha subito imboccato questa strada. Anno dopo anno ha comprato i terreni, si è ingrandito e conduce la sua giornata da una parte all’altra dell’Isola di Salina dopo aver acquistato anche a Lipari e adesso a Stromboli con l’ex direttore del TG1 Andrea Montanari dove riporta la vite dopo alcuni decenni di assenza.

vigneti a Valdichiesa

Per il cappero ha una idea tutta sua: meglio una dop Eolie che una solo Salina e sul piano della comunicazione è impossibile dargli torto vista la dimensione così piccola dell’Arcipelago.Dalla sua caverna delle meraviglie, parliamo della cantina dello stellato Signum, Luca Caruso decide di iniziare a farci bere il territorio partendo proprio da questo bianco, ottenuto da malvasia delle Lipari all’80 per cento con un saldo di vitigni autoctoni tra cui prevale il Catarratto.


La tecnica è quella di una macerazione prolungata sulle bucce per poi tenerlo in sosta in vasca d’acciaio fino al momento dell’imbottigliamento. Malvasia e Moscato vinificati in secco da sempre sono la mia passione e questo bicchiere mi colpisce non solo per i profumi esuberanti tipici del vitigno, ma soprattutto per la sostanza, il corpo, la complessità. Presentato come vino da aperitivo, secondo me ha molto da raccontare nei prossimi due tre anni, quando avrà raggiunto la maturità necessaria e al naso si comincerà a sentire il tipico effetto dei suoli vulcanici che arricchiscono il vino con il passare del tempo.
Al palato è amaro, fresco, ampio. Un esempio concreto di cosa voglia dire biodiversità quando stappiamo una bottiglia di vino. Non è importante che sia la più buona del mondo quanto, piuttosto, che sia una chiave d’ingresso nel territorio che viviamo e ci faccia conoscere le bellezze le persone che ci vivono.


Le Battistelle - Soave Classico DOC 2014


di Carlo Macchi

Uno pensa al Soave, vino da bersi giovane, gli mette accanto la difficile vendemmia 2014 e… rimane stupito! Un vino complesso, anche con fini sentori di botryte, ampio al naso, fresco, armonico e avvolgente al palato. 


Una dimostrazione di come il Soave Classico sappia invecchiare e dare incredibili soddisfazioni.

Vinix e Filippo Ronco sbarcano a Roma sabato 11 Maggio 2019


Vinix farà tappa a Roma per la presentazione del suo catalogo sabato 11 maggio 2019 presso l'hotel Radisson Blu (Via Filippo Turati, 171) dalle ore 11 alle 19.30 circa. Seguirà cena con capicordata, compratori e appassionati in compagnia dei produttori presso il ristorante Tram Tram in via dei Reti, 44. L'evento è aperto a tutti, si consiglia l'iscrizione a Vinix da qui: https://www.vinix.com per essere aggiornati su tutto.

Per informazioni: shop@vinix.com | +39 347 211 9450

DETTAGLI, ESPOSITORI E CENA

Degustazione libera per tutta la giornata dalle ore 11 alle ore 19.30 circa, con orario continuato in compagnia di un nutrito manipolo di produttori del catalogo Vinix, piccoli assaggi gastronomici per tutti i partecipanti nel corso della giornata ad accompagnare le degustazioni. Qui di seguito la lista degli espositori di questa giornata in ordine di conferma:

01) Cascina i Carpini, Pozzol Groppo (AL)
02) Cà Richeta, Castiglione Tinella (CN)
03) Tenuta La Torretta, Trevozzo Val Tidone (PC)
04) Vigneti Vallorani, Colli del Tronto (AP)
05) Calvi, Castana (PV)
06) Levii, Bleggio Superiore (TN)
07) Colleluce, Serrapetrona (MC)
08) Cascina Clarabella, Iseo (BS)
09) Maltus Faber, Genova (GE)
10) Vini Maraviglia, Matelica (MC)
11) I Stefanini, Monteforte d'Alpone (VR)
12) Poggio delle Grazie, Sommacampagna (VR)
13) Cantine del Notaio, Rionero in Vulture (PZ)
14) Cantine Viola, Saracena (CZ)
15) Pietro Beconcini, San Miniato (PI)
16) Poggio Lucina, Montalcino (SI)
17) Daniele Saccoletto (AL)

Subito dopo l'evento, intorno alle 20.30 e previa prenotazione con un commento a questo annuncio, ci troveremo a cena presso il ristorante Tram Tram in Via dei Reti, 44 a Roma, comodo da raggiungere anche a piedi dal Radisson Blu, il costo è di 38,00 euro a persona da versare direttamente al ristorante la sera stessa.

Antipasto: Alici fritte, fave e cicoria e vignarola;
Due Primi: Gricia "sbagliata" e Pappardelle al ragù bianco di agnello e carciofi croccanti;
Secondo: Coda alla Vaccinara;
Dolce: Zabaione al cucchiaio
Acqua e caffè
Vini dei produttori Vinix in abbinamento alla cena
Costo: 38,00 euro a persona

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Gasthaus Torgglhof: a Penon c'è tanto gusto!


E’ stato amore al primo canederlo. Anche perché contornato da un ragù di agnello da leccarsi i baffi. Non credendo al mio palato ho cercato la conferma in una finissima e saporita crema di asparagi e ancora incredulo e sicuramente non sazio ho rilanciato gustandomi un brasato di manzo morbido e succoso con una polenta veramente eccellente. Naturalmente non mi sono perso l’insalata di cavolo cappuccio con speck, perfetta nel dosaggio tra senape e olio extravergine.

Foto: www.suedtirol.info

Il bello è che tutto questo l’ho gustato senza avere la minima idea di chi l’avesse preparato!
Ma andiamo con calma: ero a Penon, un piccolo borgo sopra a Cortaccia, per Sauvignon Experience, la manifestazione altoatesina che oltre ad organizzare il primo Concorso nazionale per il Sauvignon, prevedeva anche altre incontri incentrati su questo vitigno.
Avevamo terminato la sessione mattutina di degustazione per il concorso e ci viene annunciato che dalle 12 (orario altoatesino) il catering servirà il pranzo. Avendo terminato un po’ prima sono uscito in tempo per veder arrivare “il catering”, cioè una macchina piuttosto piccola dalla cui bauliera sono uscite fuori quattro pentole di formato quasi casalingo.
Registro mentalmente la cosa senza dargli troppa importanza e aspetto le 12. Dalle 12.01 è successo quello che ho scritto all’inizio. Quattro preparazioni perfette e buonissime in un “catering” non le avevo mangiate da quando Annibale valicò le Alpi e quindi mi avvicino al tavolo di servizio per chiedere ad una signora che presumo essere la cuoca dove si trovi il suo ristorante. Lei mi guarda un po’ stupita e mi dice “Guardi che il cuoco è lui!”
Il lui è un giovanissimo ragazzo biondo che, un po’ imbarazzato, mi dice che il suo locale si trova in paese.
Gli faccio i complimenti e gli chiedo un biglietto da visita. Lui mi guarda e confessa di non averne nemmeno uno. Ci viene in aiuto il suo grembiule azzurro con il nome del locale, che io fotografo e la cosa finisce lì.
In realtà non finisce per niente lì! Nei due giorni seguenti sono andato ben due volte a mangiare al Torgglhof e così ho avuto modo di testare con attenzione la cucina del giovanissimo (25 anni!) Alex Kaspareth, che per ben otto anni si è fatto le ossa in un ristorante a Cortaccia e da poco tempo è tornato nella Gasthaus di famiglia.

Alex Kaspareth

Un luogo e un locale come siamo abituati a vedere in Alto Adige: uno spazio esterno con tavoloni e panche in legno e con un panorama notevole sul mondo, all’interno tre piccole sale in stile spartano ma efficace e una cucina forse ancor più piccola.
Qui Alex riesce comunque a gestire un menù che parte dai tipici piatti altoatesini, non cucinati però con la vena rustica che spesso contraddistingue questi luoghi ma figli di una mano attenta non solo alle ottime materie prime e ad una attenta presentazione. Vi faccio un esempio: pranzo per 15 persone e nel menù troviamo un semplicissimo Filetto di manzo con burro alle erbe, patate al forno e verdure”.  La carne era buonissima ma la cosa più buona era il sughetto che la carne aveva fatto. Questo vuol dire grande materia prima e mano sicura e precisa per una perfetta cottura, considerando che tutti e 15 i commensali sono stati serviti contemporaneamente

Cannellone ripieno

Mano precisa e voglia di fare qualcosa di nuovo anche nel cannellone ripieno d’asparagi verdi con pesto di crescione o nei canerderli al dente di leone su insalata con asparagi e speck croccante. Anche col pesce, in particolare col filetto di salmerino su insalata con erbe selvatiche e condimento al sesamo si nota la voglia di proporsi ad un livello più alto.
Alex, aiutato dalla mamma che gestisce la sala e dal padre che aiuta in cucina e al bar, affianca un menù stagionale al classico altoatesino, inserendo anche altri piatti concreti, come quelli citati all’inizio o come l’arrosto di manzo alla cipolla.
Sui dolci, oltre al classico strudel di mele chi era con me (io sono allergico alle fragole) mi ha garantito che i canederli di ricotta con fragole, rabarbaro e salsa alla vaniglia erano veramente buoni.

Filetto di manzo

La carta dei vini è purtroppo ristretta all’Alto Adige ma tutti i vini in carta (non sono moltissimi) sono proposti anche al calice con ricarichi veramente bassi.
Chi mi conosce sa che difficilmente mi sbilancio  ma per Alex voglio fare un eccezione: se avrà la forza e la volontà di andare avanti, senza però perdere le radici gastronomiche altoatesine, credo che tra qualche anno questo ragazzo sarà veramente molto conosciuto e apprezzato. Nel frattempo, consiglio a Slow Food di prenderlo in considerazione  per la Guida Osterie d’Italia.


A questo punto la parola tocca a voi: in auto, moto o (se ve la sentite) bici salite a Penon: un pranzo o una cena alla Gasthaus Torgglhof  sarà sicuramente una bella esperienza a prezzi molto corretti, perché dall’antipasto al dolce spenderete sui 40 euro, vini esclusi.

Gasthaus Torgglhof 
Via Kauderle, 6, Penon, Bolzano
Telefono: 0471 880021