Marche: i tre bicchieri 2017 del Gambero Rosso

In questa edizione della Guida la regione tinge ancor più di bianco la propria lista delle eccellenze. Su 20 Tre Bicchieri ben 14 vanno al Verdicchio, declinato tra la sponda jesina e quella matelicese, e 3 all'Offida Pecorino. Ma i numeri, pur eloquenti, non riescono a spiegare la grande vivacità e l'innalzamento del livello qualitativo che si vive nei distretti citati. Il primo effetto è un continuo rinnovamento dei premiati: ogni azienda deve ogni anno dimostrare di meritare l'encomio e nessuno può pensare di vivere sugli allori.

In alto i calici dunque per chi come Bucci, Casalfarneto, Tenuta Spinelli, Velenosi, Tenuta di Tavignano, Sparapani-Frati Bianchi, Belisario e Collestefano riesce a confermarsi rispetto all'edizione 2016, vincendo il confronto con agguerriti colleghi. Tornano al Tre Bicchieri, chi dopo una sola edizione senza premio e chi dopo qualche anno, Pievalta, Poderi Mattioli, Marotti Campi, Montecappone, Bisci e La Monacesca. E c'è chi debutta, senza distinzione di dimensione: da una parte il taglio artigiano di alto profilo di Sabbionare, dall'altra Tenuta Cocci Grifoni, uno dei nomi più noti in regione, giunta finalmente all'agognato riconoscimento con un vino magnifico dedicato a Guido Cocci Grifoni, l'artefice del salvataggio del pecorino e suo primo diffusore sulla direttrice collinare posta tra Marche e Abruzzo.
Segna il passo il comparto rosso: se il nome del Conero torna a incidere il suo nome nel palmarès grazie al portentoso Campo San Giorgio '11 di Umani Ronchi, importanti distretti viticoli come Piceno e Maceratese perdono posizioni. Annate climaticamente difficili per il montepulciano, il sangiovese e per le uve a bacca nera in genere di certo non hanno giovato ma occorre non abbassare la guardia sotto il profilo della maturità fenolica, dell'appropriato uso del legno, diffidare dalle eccessive concentrazioni di frutto ed estratti.
Appaiono quindi come gemme di brillante modernità il vino di un navigato vigneron come Marco Casolanetti con il suo Kupra '13 e quello di un esordiente d'incredibile passione come Emanuele Dianetti che ha sorpreso tutti con il suo Offida Rosso Vignagiulia '13. Ma non ci si fermi solo ai premiati: tra le diverse aree delle Marche si annida tanto talento e con molta probabilità abbiamo sotto gli occhi qualche stella degli anni a venire. Aguzzate il naso e il palato. Mettetevi alla ricerca. Noi siamo certi che non rimarrete delusi.
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. Crisio Ris. 2013 CasalFarneto
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. Lauro Ris. 2013 Mattioli
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. Salmariano Ris. 2013 Marotti Campi
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. San Paolo Ris. 2013 Pievalta
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. San Sisto Ris. 2014 Fazi Battaglia
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. Utopia Ris. 2013 Montecappone
Castelli di Jesi Verdicchio Cl. Villa Bucci Ris. 2014 Bucci
Conero Campo San Giorgio Ris. 2011 Umani Ronchi
Offida Pecorino Artemisia 2015 Spinelli
Kupra 2013 Oasi degli Angeli
Offida Pecorino Guido Cocci Grifoni 2013 Cocci Grifoni
Offida Pecorino Rêve 2014 Velenosi
Offida Rosso Vignagiulia 2013 Dianetti
Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Il Priore 2014 Sparapani - Frati Bianchi
Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Misco 2015 Tavignano
Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Sup. Sabbionare 2015 Sabbionare
Verdicchio di Matelica Collestefano 2015 Collestefano
Verdicchio di Matelica Mirum Ris. 2014 Monacesca
Verdicchio di Matelica Vign. B. 2015 Belisario
Verdicchio di Matelica Vign. Fogliano 2013 Bisci

Umbria: i tre bicchieri 2017 del Gambero Rosso

L’Umbria del vino vanta importanti radici storiche, ben precise e documentate, che ne attestano la rilevanza. Nonostante sia una piccola regione è facile rintracciare al suo interno aree distinte, diverse sottozone e territori enologicamente eterogenei, sul piano di suoli, clima e varietà coltivate.

Più di recente, il successo del vino umbro è passato in gran parte per i rossi, allineandosi a un trend nazionale e internazionale che sta rapidamente cambiando, facendo riemergere una terra molto vocata anche per i bianchi. Non a caso la sua area storicamente più famosa è Orvieto e non a caso proprio questa zona, negli ultimi anni, offre segnali incoraggianti e una ritrovata vitalità.
L’annata 2015, asciutta e solare, capace di assecondare il profilo mediterraneo dei vini, ha regalato una media molto alta e alimentato il trend. Una lettura approfondita della guida ne dà testimonianza, così come quella dei vertici.
In zona i Tre Bicchieri non si fermano all’eccellente Cervaro della Sala ‘14, giocato su un’estrema finezza di fondo, ma toccano grandissime versioni il Campo del Guardiano ’14 Palazzone e Orvieto Classico Superiore Il Bianco ‘15 Decugnano dei Barbi.
Poco distante, a Todi, i Grechetto dimostrano grande dinamismo. Molti i vini degni di nota anche se a primeggiare è il Superiore Fiorfiore ’14 della brillante cantina Roccafiore, capace di livelli mai toccati in precedenza e premiata per la Vitivinicoltura Sostenibile per l’impegno dimostrato fin dalla sua nascita. Mettiamoci che molti Trebbiano Spoletino hanno fatto bellissime figure e il quadro è completo.
E i vini rossi? Anche qui le novità non mancano, a cominciare dai deliziosi Ciliegiolo di Narni, varietà e vino caparbiamente riportati in auge dai produttori dalla zona. Le etichette da segnalare sono diverse ma la migliore, almeno secondo il nostro giudizio, è il Brecciaro ‘14 di Leonardo Bussoletti. Nel segno della finezza e dell’eleganza anche il Torgiano Rosso Riserva Rubesco Vigna Monticchio ‘11 dei Lungarotti, bottiglia mitica della regione, capace oggi come ieri di un fascino straordinario. Concludiamo, infine, con i rossi più strutturati. Un percorso che passa per forza di cose per una terra generosa e giustamente celebrata come Montefalco. Meno del solito i premiati, complice anche l’incidenza di un millesimo, il 2012, che ci pare aver dato vini più faticosi, tannici e monolitici di altri. Nonostante questo la spuntano tre Sagrantino: il deciso quanto brillante Collepiano di Marco Caprai, l’originale e saporito cru Campo alla Cerqua di Giampaolo Tabarrini e (novità) quello di un produttore dallo stile seducente e raffinato, Pardi, finalmente sul gradino più alto del nostro podio.
Brecciaro 2014 Bussoletti
Cervaro della Sala 2014 Castello della Sala
Montefalco Sagrantino 2012 Pardi
Montefalco Sagrantino Campo alla Cerqua 2012 Tabarrini
Montefalco Sagrantino Collepiano 2012 Arnaldo Caprai
Orvieto Cl. Sup. Campo del Guardiano 2014 Palazzone
Orvieto Cl. Sup. Il Bianco 2015 Decugnano dei Barbi
Orvieto Cl. Sup. Luigi e Giovanna 2013 Barberani
Todi Grechetto Sup. Fiorfiore 2014 Roccafiore
Torgiano Rosso Rubesco V. Monticchio Ris. 2011 Lungarotti

Soave Versus 2016: la Top Five di Percorsi di Vino

Soave Versus 2016 è stata decisamente una edizione da record, non solo per le 50 (!!) cantine presenti alla manifestazione ma anche, e soprattutto, per la qualità media delle centinaia interpretazioni del Soave declinato nelle tipologie Classico, Superiore e Recioto che hanno fatto letteralmente "impazzire" i tanti degustatori presenti visto che era impossibile assaggiarli tutti in poche ore.

Questa mia (mini)classifica, perciò, non può essere esaustiva ma rappresenta, dopo un centinaio di Soave degustati, una sorta di lista, assolutamente personale ed istintiva, dei cinque Soave che sono corso comprare in enoteca una volta uscito dal Palazzo della Gran Guardia di Verona. Pronti per i miei consigli per gli acquisti?

Corte Mainente - Tovo al Pigno 2015: Davide e Marco Mainente sono l'ultima generazione di questa interessante azienda famigliare, situata a due passi dal castello di Soave, che oggi può vantare circa 12 ettari di vigneto coltivati quasi esclusivamente a garganega. Il Tovo al Pigno rappresenta il loro Cru (1 ettaro circa) che nasce nella zona del Soave Classico appena sotto il vulcano Foscarino. Da questi terreni composti da basalto, da qui il nome Tovo, nasce questa garganega in purezza che è un inno alla sapidità e al carattere del territorio.



Fornaro - Capitello del Tenda 2014: Damiano lo avevo conosciuto allo scorso Soave Versus e da subito, forse complice la sua giovane età, mi era piaciuta la sua interpretazione del Soave che trova la sublimazione del Capitello del Tenda, vigneto di circa un ettaro, che in questa seconda annata di produzione si caratterizza per tanta freschezza associata ad una complessità che, visto il millesimo in questione, non ti aspetteresti. Credetemi, sto ragazzi va seguito!


Le Battistelle - Roccolo del Durlo 2014: questo Cru, uno dei più belli del Soave Classico e appartenente una volta alla nobile famiglia dei Durlo, si trova localizzato nella parte alta del monte Castellaro ("Roccolo" ovvero cima della montagna) e si caratterizza per l'estrema ripidità dei vecchi vigneti di garganega, piantati su roccia basaltica, la cui età spesso travalica il secolo. Il vino che ne deriva è di chiara matrice vulcanica anche se il corredo olfattivo viene impreziosito da soffi di pompelmo rosa, mughetto e resina. Palato scorrevole, salmastro e ricco di personalità.


Coffele - Alzari 2014: come ogni anno i vini presentati al banco da Chiara Coffele si distinguono per i loro tratti distintivi ben definiti e questo Alzari ne è un chiaro esempio visto che che cattura il palato senza eccessi nonostante un chiaro stampo modernista (il 40% delle uve compie un appassimento per circa 40 giorni a cui segue una maturazione del vino in botti di rovere francese da 15 hl per 10 mesi). L'ottima integrazione del legno, il fine bilanciamento e la persistenza sapida di questo vino fanno dell'Alzari un Soave Classico da prendere ad esempio per tutti quelli che vorrebbero interpretare il territorio in chiave trendy.



Gini - La Froscà 2014solo due grandi vignaioli come Sandro e Claudio Gini potevano tirar fuori un grande Soave Classico da una annata piovosa come la 2014 e da un Cru "freddo" come il Froscà. Questa garganega in purezza è un gioiello dalla mille sfaccettature fruttate e floreali il cui cuore, però, pulsa di animo nobile e territoriale che rimanda senza sconti al terreno tufaceo della collina dove sono piantate le vecchie vigne che oggi hanno mediamente 80 anni di età. La grana e la dirompente persistenza del vino, su note di pietra focaia, dovrebbe essere brevettata e posta come esempio di classe a tutti i corsi per sommelier di Italia.



Molise ed Abruzzo: i tre bicchieri 2017 Gambero Rosso

Abruzzo


Il comparto vitivinicolo abruzzese non è mai stato tanto in salute. Perlomeno a giudicare dal livello medio della produzione, in continua ascesa, e sempre più competitivo per rapporto qualità prezzo. Non sono tanti i distretti europei dove è possibile bere così bene spendendo così poco. Ma la straordinaria convenienza delle gamme “entry level” rischia talvolta di togliere appeal ai progetti più ambiziosi. E rappresentano vere e proprie eccezioni i vini abruzzesi che rivaleggiano nel segmento premium con le etichette mito dei più blasonati terroir mondiali. Se aggiungiamo la quota consistente di sfusi imbottigliati fuori regione, diventa più chiaro perché l’Abruzzo fatichi ancora a trovare una dimensione pienamente riconosciuta presso il pubblico specializzato. Ma lo scenario è decisamente incoraggiante.
Si allarga la rosa di opzioni caratterizzate e affidabili, ogni anno è più difficile scegliere i “titolari” della nostra Guida e quelli che restano fuori solo per motivi di spazio. Nel primo gruppo convivono armonicamente marchi storici e nomi emergenti, piccole imprese artigiane e aziende di grandi dimensioni, e una fitta rete di cooperative ben strutturate per affrontare le sfide dei mercati. In tutte le zone, inoltre, si infoltisce il gruppo di realtà “verdi”, che puntano su protocolli biocompatibili in vigna e soluzioni “modernamente antiche” in cantina: fermentazioni spontanee, vinificazioni “sottrattive”, affinamenti modulari, con le anfore e il cemento ad affiancare le botti di legno e l’acciaio.
Non deve allora ingannare la sensibile riduzione del numero di Tre Bicchieri, in buona parte legata ai limiti delle vendemmie protagoniste negli ultimi test. Come la fredda e umida 2014, complicata per i rossi più rappresentativi, o la speculare 2015, non certo la migliore possibile per i principali bianchi e rosati quanto a profondità sapida e nerbo.
Come sempre tocca al Montepulciano il ruolo di “azionista di maggioranza” dell’eccellenza regionale, con le sue molteplici declinazioni territoriali e stilistiche, tipologia Cerasuolo inclusa. Ma ci conquistano anche le più autorevoli interpretazioni di Pecorino e Trebbiano, capaci di restituire quello speciale connubio di Adriatico e Appennino che rende così originale il paesaggio abruzzese.
Cerasuolo d'Abruzzo Villa Gemma 2015 Masciarelli
Montepulciano d'Abruzzo 2012 Valentini
Montepulciano d'Abruzzo 2014 Villa Medoro
Montepulciano d'Abruzzo Amorino 2012 Castorani
Montepulciano d'Abruzzo Chronicon 2013 Zaccagnini
Montepulciano d'Abruzzo Colline Teramane Zanna Ris. 2011 Illuminati
Montepulciano d'Abruzzo Luì 2013 Terraviva
Montepulciano d'Abruzzo Mo Ris. 2012 Tollo
Pecorino 2015 Tiberio
Pecorino Frontone 2013 Cataldi Madonna
Trebbiano d'Abruzzo Bianchi Grilli per la Testa 2014 Torre dei Beati
Trebbiano d'Abruzzo V. del Convento di Capestrano 2014 Valle Reale


Molise

Parlando di viticoltura eroica facciamo riferimento anche all’epopea di agricoltori e produttori che con coraggio e determinazione portano avanti il loro lavoro in zone per molti versi invisibili sulle mappe del vino mondiale. Partiamo da qui, per l’annuale ricognizione sulle migliori bottiglie e cantine del Molise: è una sparuta rappresentanza, per questo va incoraggiata e sostenuta.
Ne siamo convinti, prima o poi emergerà a pieno il valore aggiunto del suo essere territorio di confine e frontiera. Crocevia di popoli e culture, ponte naturale tra basso Abruzzo e Frusinate interno, Sannio e Daunia, Adriatico e Appennino. Influenzato da un variegato puzzle geologico e altimetrico, e da un vasto campionario di tradizioni produttive e ampelografiche, ostiche da tenere insieme in un racconto organico. Molteplicità che troppo spesso finisce per sfociare in confusione o, peggio, viene neutralizzata da un modello enologico in buona parte sorpassato, anacronistico e in ultima analisi ingenuo.
Al netto delle difficoltà commerciali e di posizionamento, i più ambiziosi vignaioli della regione potrebbero e dovrebbero osare di più per far emergere la personalità peculiare dei loro rossi da montepulciano, aglianico e soprattutto tintilia. Senza trascurare le doti di fragranza e freschezza dei più riusciti bianchi a base falanghina, greco, trebbiano, malvasia, con qualche concessione “internazionale” a sauvignon e chardonnay.
Speranze di ulteriore crescita ben riposte, crediamo, nel percorso segnalato da realtà decisamente in forma come Borgo di Colloredo, Claudio Cipressi, e Tenimenti Grieco, titolari inamovibili della nostra selezione molisana. Alle finali nazionali approdano tre etichette ed è un risultato da non sottovalutare alla luce del numero risicato di assaggi. Così come è da sottolineare la brillante prova dell’unico Tre Bicchieri assegnato, il Molise Tintilia ’13 della Di Majo Norante, storica cantina di Campomarino nonché leader indiscussa della vitienologia regionale.
Molise Tintilia 2013 Di Majo Norante

Fattoria Ambra - Rosato di Carmignano Vin Ruspo 2012 è il Vino della settimana di Garantito IGP

di Roberto Giuliani

Sapevo che lo avevo lasciato nello stanzino. Intravedevo il colore evoluto. “Deve essere morto”, pensavo. Sbagliato! E’ vivissimo, ancora con una bella vena acida e un bouquet profondo e complesso, di olive, prugne, muschio, tabacco, incredibile… Non si finisce mai di imparare! Avercene ancora…


Basilicata: i tre bicchieri del Gambero Rosso 2017

La Basilicata del vino è un giacimento prezioso finora sfruttato solo in parte. La maggior parte dei consumatori è familiare con la più importante denominazione regionale, l’Aglianico del Vulture, che recentemente ha ottenuto, per la tipologia Superiore e Superiore Riserva, la denominazione d’origine controllata e garantita.

Ed è proprio l’Aglianico che nasce dai contrafforti del Vulture fino a Venosa che vengono le etichette più rappresentative della regione. Quest’anno sono quattro i vini premiati, tre di questi, quelli di Terre degli Svevi, Cantine del Notaio e Titolo sono degli habitué dei Tre Bicchieri, mentre l’ottimo Gricos ’14 di Grifalco di Lucania debutta felicemente nel club dei vini premiati.
Il dato importante emerso dalle degustazioni è che nelle nostre finali erano ben 18 i vini lucani. Tutti Aglianico del Vulture, con l’unica stimolante novità del Vulcano 800 di Terre dei Re, un elegante pinot nero che nasce in alta quota e che ci dà la percezione delle potenzialità di questo straordinario terroir.
L’epopea dei vini etnei forse sta contagiando anche la tranquilla Basilicata? Vedremo nascere nuove aziende e affermarsi nomi della tradizione sul mercato internazionale nei prossimi anni? Sinceramente ce lo auguriamo, perché gli ingredienti per una storia di successo qui ci sono tutti. Mentre chiudiamo quest’edizione della Guida la notizia che un marchio storico come Paternoster sia stato acquisito da un gruppo importante come la veneta Tommasi Viticoltori – che si affianca alle acquisizioni recenti della Feudi di San Gregorio (Basilisco) e del gruppo Farnese (Vigneti del Vulture), per non parlare di una realtà ormai consolidata come Terre degli Svevi del GIV, non fa che avvalorare quest’ipotesi. Uva, territorio e clima sono tra i più felici del meridione per una produzione di vini di classe, e il successo del brand Paternoster (che inanella ben due vini alle nostre finali) è emblematico di queste potenzialità.
Ma la Basilicata del vino non si limita al comprensorio del Vulture. Ci sono denominazioni che stanno lavorando per emergere. Grottino di Roccanova, Terre dell’Alta Valdagri e soprattutto la denominazione Matera danno incoraggianti segnali di attività. Soprattutto quest’ultima, che si declina in varie tipologie, tra le quali Moro e Primitivo sembrano le più promettenti, siamo sicuri che in un immediato futuro potranno affiancare il Vulture nell’esprimere in modo più articolato il grande potenziale qualitativo dell’enologia lucana.
Aglianico del Vulture Gricos 2014 Grifalco della Lucania
Aglianico del Vulture Il Repertorio 2014 Cantine del Notaio
Aglianico del Vulture Re Manfredi 2013 Re Manfredi - Cantina Terre degli Svevi
Aglianico del Vulture Titolo 2014 Elena Fucci

Tredici Gradi a Viterbo, un’osteria che parla Slow Food - Garantito IGP

di Roberto Giuliani
Se c’è una provincia nel Lazio che merita assolutamente di essere visitata, questa è Viterbo, il suo centro storico è uno dei più affascinanti e ricchi di storia di tutta la regione, se poi avete la fortuna di capitarvi il 3 settembre, potrete assistere ad uno straordinario evento: il trasporto della Macchina di Santa Rosa, un enorme baldacchino con in cima la statua della santa, patrono della città, che viene sostenuto da ben 120 “facchini di Santa Rosa” lungo un percorso che attraversa le piazze e le vie principali, fino alla sua deposizione presso il Santuario di Santa Rosa (circa 1200 metri). Oggi la struttura è completamente rinnovata, opera dell’architetto Raffaele Ascenzi, realizzata con vetroresina e metalli leggeri, ciò nonostante pesa la bellezza di 51 tonnellate ed è alta quasi 30 metri. Certamente un’impresa titanica per i “facchini”, che in alcune vie particolarmente strette, sono costretti a ridursi ad un’ottantina di persone.


Ma Viterbo è anche gastronomia, cultura alimentare, è quindi giusto scoprire i locali più interessanti e meritevoli di attenzione, come l’Osteria Tredici Gradi (3DC Gradi) in piazza Don Mario Gargiuli, rinnovata appena due mesi fa, con tavoli e sedie colorati e un ambiente accogliente con due sale interne e una parte all’aperto.
Nata 9 anni fa, oggi è gestita da un gruppo di soci: Fabiana, Angelo, Luca, Antonio, Francesca e Jennifer, in cucina è Angelo Ricci a dettare le regole, proviene dalla stellata Trota di Rivodutri, non gli mancano quindi inventiva e ottima capacità di lavorare le diverse materie prime. La cucina di Antonio è un connubio di tradizione, fantasia e idee originali, ma sempre tenendo conto della tipologia di locale in cui si lavora.
Ho avuto modo di apprezzare come antipasto il “pacchetto con prosciutto e fichi”, fatto con pasta fillo, prosciutto, fichi, mandorle e riduzione di vino rosso, croccante al punto giusto e dai sapori molto equilibrati.

Ben eseguiti gli spaghetti con polpo, un piatto composto da pochi ingredienti ma tutti di ottima qualità, a partire dal pomodoro utilizzato, condito con prezzemolo aglio e spuma al vino bianco.

Il menu offre varie possibilità, si può puntare al pesce oppure ai piatti di terra, io ho optato per il “Persico Reale del Lago di Bolsena in crosta di zucchine” (con albume d’uovo, aglio, aceto e menta) accompagnato da coulis di zucchine alla scapece, portata gustosa e ben dosata nei vari ingredienti.

Anche il “Baccalà alla piazzaiola” si è rivelato un piatto ben congegnato, salato al punto giusto e condito con un sugo di pomodoro fresco piacevolissimo.

Infine, fra i vari dolci proposti, ho apprezzato la “Crostata con marmellata di visciole e scaglie di mandorle” e la “Crostata con crema di ricotta”. Da sottolineare che la filosofia aziendale è quella di valorizzare prima di tutto le materie prime del territorio e di puntare ad una qualità sempre alta, non a caso si possono trovare numerosi prodotti presidi Slow Food.

La carta dei vini è adeguata, con ampio spazio alle aziende locali e regionali, per poi concedersi un excursus sulle altre regioni italiane. La scelta è caduta sull’ottimo grechetto “Poggio Triale” 2015 di Tenuta La Pazzaglia di Castiglione in Teverina, da tempo passata di proprietà alla famiglia Verdecchia.

Prezzi più che corretti, sia dei vini che dei piatti, si può mangiare con una trentina di euro a testa vino escluso.
Osteria Tredici Gradi

Piazza Don Mario Gargiuli, 11 Viterbo
Tel. 0761 305596

Chiuso il lunedì in inverno, la domenica in estate; aperto a pranzo e a cena

Campania: i tre Bicchieri 2017 del Gambero Rosso

Bellezza e imprevedibilità. Sono le due carte del vino campano. In primo luogo, il vigneto regionale ci conduce su alcuni tra i siti più spettacolari dello stivale: la Costiera, le isole, le pendici di vulcani spenti, i monti picentini, parchi naturali a strapiombo sul mare come il Cilento. Su un territorio così frastagliato s’innesta un patrimonio ampelografico impareggiabile rilanciato da un numero di cantine di piccole e medie dimensioni in continuo aumento.

Trent’anni fa le cantine recensite nella prima edizione della Guida erano 8, quest’anno sono 106. La Campania del vino è difficile da contestualizzare, anche per la mancanza di un lavoro promozionale organico, ma è forse la regione che più di altre riserva il gusto della scoperta, dove più c’è da capire, raccontare e valorizzare. È fonte di vini autentici, espressivi, dall’imprevedibile evoluzione aromatica, saporiti, d’indole squisitamente mediterranea. In una parola, gastronomici. Il tutto a prezzi molto competitivi.
Tirando le somme, le degustazioni di quest’anno confermano uno scarto evidente: il livello dei bianchi è elevatissimo, con punte di eccellenza di livello internazionale, decisamente meno convincente la qualità media dei rossi per via di una gestione dei legni non sempre felice.
Partiamo dalle novità, ben quattro aziende centrano per la prima volta il massimo riconoscimento. Raffaele Moccia, l’artigiano dei Campi Flegrei, porta il Piedirosso nel circuito dei Tre Bicchieri; Ettore Sammarco, alla soglia degli 80 anni, piazza il colpo grosso con un vino che racconta una vigna terrazzata con vista da urlo su Ravello e ‘o mare; Maura Sarno vede premiata la sua tenacia con un Fiano di Avellino luminoso e ben ritmato; infine Mario Basco, alias Cacciagalli, si propone tra i più ispirati vignaioli regionali, con un vino contemporaneo, figlio di una viticoltura sana e tecniche di vinificazione ragionate e mai invasive: il suo Zagreo è tra i più goduriosi bianchi macerati d’Italia.
In totale sono 22 Tre Bicchieri. La vendemmia 2015 sorride al Fiano di Avellino, ben sei Tre Bicchieri, meno al Greco di Tufo, con alcuni campioni già molto pronti e meno taglienti del solito. Annata di luce e grande definizione per i vini della Costiera Amalfitana, con tanti vini piazzati in finale; buone notizie anche dal casertano e dal Sannio, distretto tra i più vitali e dal rapporto qualità prezzo più che attraente sul terreno dei bianchi. Nota a margine per il Taurasi, denominazione in chiaroscuro, di certo non supportata da millesimi poco felici, ma che evidenzia spesso scelte di cantina poco comprensibili. A mettere il carico sul profilo autentico e tutt’altro che lineare del panorama regionale, i nostri punteggi premiano di frequente i vini base, ribaltando le gerarchie aziendali.

Alois Caiatì 2014
Campi Flegrei Piedirosso 2015 Agnanum
Costa d'Amalfi Furore Bianco 2015 Cuomo
Costa d'Amalfi Ravello Bianco V. Grotta Piana 2015 Sammarco
Falanghina del Sannio Biancuzita 2014 Torre a Oriente
Falanghina del Sannio Janare 2015 Guardiense
Falanghina del Sannio Svelato 2015 Terre Stregate
Falanghina del Sannio Taburno 2015 Fontanavecchia
Fiano di Avellino 2015 Colli di Lapio
Fiano di Avellino 2015 Sarno 1860
Fiano di Avellino 2014 Picariello
Fiano di Avellino 2014 Rocca del Principe
Fiano di Avellino Pietramara 2015 Favati
Fiano di Avellino V. della Congregazione 2015 Villa Diamante
Greco di Tufo 2015 Pietracupa
Greco di Tufo V. Cicogna 2015 Ferrara
Montevetrano 2014 Montevetrano
Paestum Bianco 2015 San Giovanni
Sabbie di Sopra il Bosco 2014 Nanni Copè
Taurasi Coste 2011 Contrade di Taurasi
Trentenare 2015 San Salvatore

Zagreo 2015 I Cacciagalli

Calabria: i tre bicchieri Gambero Rosso 2017

Non è facile riassumere quello che è successo in un anno in una regione enologicamente così complessa e varia come la Calabria. Sicuramente dal punto di vista qualitativo si continua a crescere anche se, come testimonia l’istantanea annuale delle nostre degustazioni, i vini premiati non aumentano. Il gap tra le aziende leader e le altre continua a diminuire e anche abbastanza velocemente. Si è passati, infatti, dall’immobilismo di venti anni fa a un fermento che in pochi anni ha fatto crescere esponenzialmente il numero delle cantine che operano in Calabria e che ha portato anche le aziende storiche a mettersi al passo con i tempi, rivedendo strategie produttive e commerciali.

Così in quest’ultimo decennio molte cantine hanno incrementato la loro dotazione di vigneti, costruito nuove e moderne cantine, hanno ripreso a fare ricerca sui vitigni autoctoni e a lavorare sul territorio, e iniziato collaborazioni con enologi di fama mondiale. Allo stesso tempo è molto cresciuta l’attenzione nei confronti dell’ambiente e della sostenibilità, tanto che le aziende in regime di agricoltura biologica o biodinamica non si contano più sulle dita di una mano. E se le grandi aziende, soprattutto quelle del cirotano, si distinguono per la qualità dei loro vini, accanto a loro sta venendo fuori una nouvelle vague di giovani vignaioli che privilegiando l’approccio completamente naturale con la vite e il vino hanno già raggiunto dei risultati molto incoraggianti per il futuro. Da segnalare infine che qualcosa si sta muovendo anche nella provincia di Reggio Calabria, dove un paio di nuove aziende hanno inviato i loro vini alle nostre selezioni. Anche a Saracena stanno venendo fuori altri bravi produttori: a noi è molto piaciuto il Moscato Passito ’14 delle Cantine Diana. Infine lo spazio tiranno ci ha impedito anche quest’anno di segnalare diverse cantine meritevoli di una scheda, come Chimento, Criserà, Malena, La Pizzuta del Principe, Le Moire, Masseria Falvo, Scala e Zito.

Gravello 2014 Librandi
Grisara 2015 Ceraudo
Masino 2014 iGreco

Terroir Marche si presenta a Roma

I vignaioli di Terroir Marche, finalmente, sono sbarcati a Roma e all'interno del The Corner, il nuovo ristorante gestito da Marco Martini, hanno presentato alla stampa e al pubblico di appassionati della Capitale i principi e le idealità condivise da questo Consorzio che ad oggi conta ben 13 cantine associate per circa 118 ettari di vigneto. 


Foto: Primapaginaonline.it

Cosa accomuna questi piccoli grandi vignaioli è presto detto:

Il territorio e l’origine

Pensiamo che i prodotti agro-alimentari non siano merci come le altre. Sono prodotti che vedono la luce sulla e nella Terra. Per questo invochiamo il principio dell’origine, cioè del legame assoluto col territorio. Questo è il solo principio valido nell’identificare un prodotto agricolo poiché ne valorizza il territorio e le genti che vi abitano e che hanno contribuito alla evoluzione di una determinata qualità/specie. 
I territori e le varietà autoctone sono beni comuni.
Tale legame col territorio, però, non deve assolutamente essere interpretato come una difesa di localismi politici e identitari frutto dell’attaccamento conservatore alle radici, ma al contrario come un percorso per costruire una agricoltura cosmopolita, che leghi insieme le produzioni e le culture di tutto il mondo nella diversità dell’origine.

La terra e la sua difesa 

Vogliamo un nuovo rapporto con la terra. Quella stessa terra che un tempo era fonte di stenti e povertà, oggi può proporre una nuova visione dell’ambiente e dei rapporti sociali. Gli agricoltori devono porsi come difensori, e non sfruttatori, dei territori e delle terre. In questo senso l’agricoltura riveste un ruolo fondamentale come presidio ambientale.
In questo contesto, e non come semplice marchio commerciale, si colloca la nostra visione di agricoltura organica, biologica o bio-dinamica. 
Questa idea di agricoltura come presidio del territorio ci porta, conseguentemente, a sostenere tutte le forme di lotta delle comunità locali contro le grandi devastazioni ambientali.

Le relazioni sociali e produttive 

Condividiamo un’idea etica e solidale di economia. Un’idea che pone al centro l’uomo e la natura e per cui l’economia sia un mezzo e non il fine. Siamo convinti che il progresso si misuri secondo variabili che sono anche culturali e sociali; che un vino - ad esempio - non sia solo una merce con un determinato prezzo ma il risultato di una storia complessa, che vede il dispiegarsi continuo dei rapporti fra vignaioli, territori, stagioni, comunità locali. 
Pensiamo che vadano sviluppate tutte le forme possibili di economia e di distribuzione alternative che promuovono una visione umana del commercio, come i Gruppi di Acquisto Solidali, i mercati contadini locali, itineranti o biologici, le botteghe del commercio equo, la vendita diretta, la produzione per famiglie su prenotazione ed in generale tutte le forme che relazionano direttamente produttori e consumatori "critici", visti come co-produttori. Allo stesso tempo invochiamo l’agricoltura contadina (nelle sue molteplici forme di azienda famigliare, di piccola cooperativa, di piccola azienda a conduzione diretta) per la sua intrinseca capacità di esprimersi secondo relazioni produttive differenti da quelle della grande azienda industriale, incentrate sul conto/terzismo, sul lavoro precario e sul lavoro in nero, sullo sfruttamento, sulla rendita.

La tracciabilità dei prodotti e del prezzo

Il rapporto fra produttori e consumatori oltre che diretto deve essere trasparente. Per questo noi vogliamo certificare direttamente come lavoriamo la terra, quali sono i nostri rapporti con il lavoro ed il capitale, come trasformiamo i prodotti della terra e il prezzo di cantina a cui vendiamo gli stessi.

Rivendicare la terra, rivendicare la vita. 

Rivendicare la terra significa per noi rivendicare la vita, riappropriarci certamente del valore economico, ma riappropriarci anche di un intero mondo di relazioni, di tradizioni e di sentimenti, divenendo una comunità organizzata e diffusa che abbia coscienza che si è giunti ai limiti dell’irreversibilità dell’insensatezza globale.  Le prossime generazioni si troveranno costrette a produrre prevalentemente per riparare i danni delle produzioni precedenti.  Non abbiamo nulla contro la tecnologia e la scienza. Ciò che critichiamo è la riduzione della vita a macchina, la sostituzione di ogni elemento della vita con un prodotto di sintesi da laboratorio. Per questo ci batteremo contro gli Organismi Geneticamente Modificati. Gli Ogm costituiscono oggi la più grande minaccia alla sensibilità planetaria. Contro di essi non c’è tempo da perdere né alcuna possibilità di mediazione. 
La ricerca, la sperimentazione, le legislazioni permissive, l’uso degli Ogm costituiscono un crimine contro la terra e contro l’umanità. Occorre fare di tutto perché ciò non accada.


Durante la serata Giampaolo Gravina ha condotto un interessante laboratorio di degustazione dove sono stati presentati tredici vini rappresentativi dei vignaioli di Terroir Marche. Io, umilmente, ho preso qualche appunto che spero possa servirvi da stimolo per futuri approfondimenti e/o acquisti!


Peruzzi - Verdicchio Metodo Classico Dosaggio Zero 2011: Liana Peruzzi, dal 1998, produce solo spumante metodo classico usando il verdicchio proveniente dal suo vigneto di circa due ettari coltivato secondo il regime biologico. Questo spumante matura 40 mesi sui lieviti e si fa apprezzare per un perlage setoso e per una sapidità a tratti irriverente che invita continuamente alla beva. Bellissima scoperta!


Valturio - Tamerice 2015l'azienda nasce nel 2002 sul progetto ambizioso di riportare il Montefeltro, regione di confine a cavallo di Marche, Toscana e Romagna, alla produzione di vino di alto livello. Dal sapiente uvaggio di moscato, incrocio Manzoni e viognier, nasce questo vino dall'anima estroversa e gioviale la cui aromaticità dona carattere senza alcun eccesso.


Paolini & Stanford Winery - B54 2015: Raffaele e Dwight sono i due soci fondatori di questa cantina dal respiro internazionale specializzata sui vini rossi ma che, come in questo caso, non disdegna di fare delle prove anche sui bianchi. Questo vino, ad esempio, è un incrocio Bruni al 100% (incrocio per impollinazione di verdicchio di Jesi e sauvignon blanc) che si fa apprezzare per un corredo aromatico composto da fiori gialli e frutta matura e per un sorso estremamente salino con finale quasi "acciugoso". 


La Marca di San Michele - Capovolto 2015: da una delle aziende simbolo di Terroir Marche, essendo tra i suoi soci fondatori, nasce questo vino che da anni è un inno alla territorialità di Cupramontana anche in una annata, come la 2015, decisamente calda e difficile da gestire sia in vigneto che in cantina. Vino bandiera!




La Distesa - Terre Silvate 2015: altra azienda fondamentale per il Consorzio grazie all'estro di Corrado Dottori che pur condividendo con La Marche di San Michele lo stesso territorio, dà vita come sempre ad un verdicchio molto più "estremo" o, per dirlo alla Gravina, scarsamente civilizzato che sicuramente non passa inosservato per personalità e dinamismo. Una volta bevuto lo si ricorderà per sempre, parola mia!

Col di Corte - Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore "Vigneto di Tobia" 2015 : questa azienda giovanissima, con vigneti tra Montecarotto ed Ostra, produce due Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico di cui questo, derivante da una unica parcella, rappresenta la versione più rappresentativa. All'olfattiva conquista per finezza agrumata e floreale mentre alla gustativa è assolutamente coerente ed armonico donando un finale di assoluta purezza sapida. Bellissima scoperta!



Di Giulia - Il Grottesco 2013: Giulia Fiorentini gestisce tre ettari di vigneto a Cupramontana e questo verdicchio, fuori dalla DOC, mi ricorda molto il vino di Dottori per il suo essere ribelle e poco avvezzo ad essere inquadrato nonostante il suo respiro agrumato e la sua chiusura asciugante e "buccioso". Sono sicuro che Giulia stia ancora cercando la sua strada ma se questa è la direzione sono sicuro che la meta non è lontana.

PievaltaVerdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore 2013: altra azienda fondatrice del Consorzio e altro Verdicchio di assoluto valore grazie ad un delizioso equilibrio tra l'aspetto mediterraneo del vino e quello della freschezza ben ben si fondono donando una persistenza solida e territoriale di qualità sopraffina.

La Valle del Sole - Pecorino 2014: situata nella valle di Offida, questo piccola azienda marchigiana, che è anche agriturismo, ha creduto da sempre nel biologico e nella riscoperta delle uve locali del territorio Piceno come questo pecorino in purezza che si fa ricordare per il suo carattere molto "minimal" che rende la beva di grande piacevolezza nonostante manchino i soliti acuti aromatici a cui spesso siamo abituati quando degustiamo questa tipologia di vino.



Pantaleone - Onirocep 2013: il nome del vino è un piccolo gioco visto che se lo leggete al contrario vi riporterà al nome del vitigno che, tempo fa, non poteva essere menzionato in etichetta in quanto l'azienda non si trovava in zona DOC. Oggi, invece, Nazzareno Pantaloni e le figlie Federica e Francesca si trovano in zona Doc Faleria (la denominazione è stata allargata territorialmente) e producono a Colonnata Alta, sulle montagne vicino ad Ascoli Piceno, dove il panorama, caratterizzato da calanchi, sembra essere più adatto alla coltivazione di Müller-Thurgau o pinot bianco. Questo pecorino, di converso, è algido e verticale ed è assolutamente dirompente per bontà e territorialità.



Fiorano - Giulia Erminia 2014: questo pecorino in purezza, che fermenta e affina per 12 in tonneau di rovere francese, durante la degustazione è risultato estremamente giovane con ancora del legno da digerire. Più interessante è invece il Donna Orgilla la cui vinificazione in acciaio preserva tutte le caratteristiche del vitigno dotato in questo caso di notevole spessore agrumato e minerale.

Aurora - Fiobbo 2014: da molto tempo il Fiobbo rappresenta un punto di riferimento per chi cerca un pecorino elegante ma al tempo stesso slegato dagli senza eccessi aromatici a cui spesso siamo abituati bevendo questa tipologia di vino. L'annata 2014, con il suo clima freddo e piovoso, regala un pecorino dal passo decisamente lento che dovrà sicuramente dialogare col tempo per potersi esprimere ai massimi livelli. Intendiamoci: io lo amo anche ora questo vino!!

Vigneti Vallorani - Avora 2010: Rocco Vallorani chiude la degustazione di Terroir Marche con un grande ma poco conosciuto Falerio DOP, prodotto in tiratura limitata di 6660 bottiglie marchiate e registrate a mano, il cui uvaggio è composto da un sapiente mix di uve locale come passerina e pecorino (proveniente da vigneti di circa 25 anni) e trebbiano (vigneti di circa 45 anni). Sei anni di affinamenti in bottiglia regalano a questo vino una complessità inaspettata che giocata su note olfattive di fieno, camomilla, ginestra essiccata, agrume candito e tanta sapidità che ritrovo anche al sorso dove l'armonia di fondo è costantemente incalzata senza posa da una spinta acida e sapida che terminano in una persistenza salmastra di grande impatto. Grandissimo vino e grandissima sorpresa finale. Grazie Rocco!


Foto: almavinocuatre.blogspot.com