Brunello di Montalcino Riserva 2004 Caparzo - Il VINerdì di Garantito IGP

Di Roberto Giuliani

Cena con un'amica a Firenze, cerchi una buona bottiglia toscana, annata giusta.
Tappo ok.

Chiusa, seriosa, aspetti.


Intanto si chiacchiera, si osserva il locale, carino, bella gente.

Riprovi.

Un’altra cosa, profumi vivi, complessi, sapore intenso, generoso, infinito, perfetto per una cena da ricordare.

La sorpresa: Alto Adige Cabernet Riserva Mumelterhof ‘97 Santa Maddalena - Garantito IGP


Se c’è un’annata che ha segnato in modo chiaro e inequivocabile un cambiamento epocale nel mondo del vino quella è sicuramente la 1997. Le ragioni sono molteplici, ma a mio avviso le due più caratterizzanti sono rappresentate dal forte boom mediatico che ebbe quel millesimo come “annata del secolo” – che dette l’avvio ai cosiddetti acquisti “en primeur”, sulla fiducia, ovvero prenotazioni con pagamento anticipato delle annate che usciranno – e da un mutamento climatico che avrebbe condizionato sempre di più la viticoltura del nostro Paese.


Fu un’annata molto calda, in modo prolungato, che portò a vini già pronti, maturi, apprezzabili sin dalla messa in commercio, ma che proprio per questo non era così grande come l’avevano fatta apparire. Questo anche perché ben pochi erano preparati ad affrontarla, era il periodo in cui si lavorava per fare vini concentrati, spinti, opulenti, in molte cantine c’erano concentratori e altri macchinari atti allo scopo, ma quel millesimo non ne aveva bisogno, anzi. Così, con il passare degli anni, assaggi dopo assaggi, si è capito che molti vini non avevano nel dna quella longevità e complessità che ci si aspetta da una grande, anzi grandissima, annata. Fu l’anno in cui le gradazioni alcoliche dei vini salirono in modo evidente, in alcuni casi anche di 1,5 gradi, e da allora, salvo rare eccezioni dovute ad annate particolarmente piovose e difficili come la 2002 o la recente 2014, trovare vini con un’alcolicità più moderata è sempre più difficile.


Ma come sempre è bene fare dei distinguo, ci sono ancora oggi dei 1997 assolutamente vivi, equilibrati, con una struttura non esagerata ma dinamica, ancora in movimento. Uno di questi è sicuramente l’Alto Adige Cabernet Riserva Mumelterhof (ora Mumelter) della Cantina Santa Maddalena (ora Cantina Bolzano). Ogni tanto mi ricordo di avere una cantina, modesta, poche centinaia di bottiglie, ma che a volte può riservare piacevoli sorprese. Debbo dire che sono rimasto impressionato da questo vino, si è conservato benissimo, grazie anche ad un tappo di 5 cm che ha tenuto perfettamente. Premetto che non è uno dei miei vini altoatesini preferiti, amo espressioni meno concentrate e più di territorio, ma devo riconoscere che ha una sua forza e vitalità; il colore è tutt’ora molto fitto, un granato impenetrabile con unghia che accenna al mattonato, ma è veramente un segnale minimo. 

La cosa che mi ha più impressionato è stato il primo impatto olfattivo, mi aspettavo un po’ di riduzione, un profumo chiuso e monolitico, invece sono bastati pochi secondi perché iniziasse già a comunicare in modo limpido, senza remore, note di prugna essiccata, ribes nero e mirtillo in confettura, grafite, cacao, menta, poi ginepro, tabacco, cuoio, pepe nero e liquirizia. Il sorso rivela una freschezza ancora vivissima e una materia per nulla appesantita, nessun cedimento, una fitta balsamicità accompagna le sensazioni senza mollare mai e, cosa non da poco, l’alcol non va oltre i 13 gradi, perfettamente in armonia con tutte le componenti del vino e misura perfetta per sorseggiarlo senza sentirsi invasi da ondate di calore. Peccato che era l’ultima bottiglia rimasta…

Cantina Bolzano
Piazza Gries, 2 / I-39100 Bolzano
Tel. 0471 270909
info@cantinabolzano.com


Benvenuto Brunello 2016: l'annata 2011 tra conferme e qualche sorpresa

Insomma, come è questo Brunello di Montalcino 2011?

Iniziamo dal comunicato ufficiale del 2012 del Consorzio con il quale si attribuiscono all’annata quattro stelle. Tante, infatti, ne sono state assegnate dalla giuria di esperti e produttori che hanno annunciato pubblicamente il loro responso sulla qualità della vendemmia. La decisione di raccogliere le uve 15 giorni prima del previsto ha bilanciato gli effetti dell’ondata di caldo che questa estate aveva colpito il territorio toscano, restituendo anche per il 2011 una vendemmi di alto livello qualitativo. Perciò, stando all’ufficialità, la 2011 è una bella annata anche se non eccellente come la 2010 a cinque stelle.


A volte, si sa, l’eccesso di amore verso una denominazione può determinare anche giudizi un po' affrettati perciò, volendo farmi una reale idea sulla 2011, sono andato preliminarmente a leggere alcuni appunti sparsi di vecchi volponi del giornalismo enoico italiano. 

Tra questi, uno dei miei preferiti, essendo un IGP toscano, è sicuramente Carlo Macchi che su Wine Surf ha così scritto:”Mi ricordo ancora le giornate passate nelle vigne di Montalcino ai primi di settembre del 2011. Nelle migliori delle ipotesi le uve (magari preventivamente sfogliate perché la stagione era stata fino ad allora fresca) erano in molti casi appassite in pianta. Durante la vendemmia, molto anticipata, addirittura alcuni produttori non riuscivano a spingere bene il mosto nelle vasche di fermentazione perché le pompe non avevano liquido (alias mosto) da spingere ma solo bucce e vinaccioli: una tragedia!

E’ chiaro, quindi, che una volta varcata la fatidica entrata della sala stampa del Chiostro Museo di Montalcino, la curiosità di testare con mano (meglio dire papille gustative?) questi sangiovese in purezza era davvero forte visto che, oltre al Rosso di Montalcino 2014, c’era anche la possibilità di testare l’attesissimo Brunello di Montalcino Riserva 2010.


Come al solito, non essendo il sottoscritto un degustatore seriale (dopo 80 campioni di vino la mia bocca arde….), ho scelto di “testare” solo i vignaioli che a me interessavano di più tralasciando, con molto rammarico, qualche new entry e qualche azienda che in passato non mi ha fatto mai impazzire.

Tralasciando per ora le considerazioni relative alla Riserva 2010, devo dire che, in linea generale, la 2011 risulta essere un’annata abbastanza pronta da bere con vini, come scrive sempre il mio amico Macchi, piacevoli, diretti, spesso di buona sapidità, freschezza e caratterizzati da un tannino abbastanza maturo. Ovviamente, non tutti i giornalisti presenti sono sulla stessa lunghezza d’onda: qualche “maligno” infatti ha descritto i Brunello 2011 come dei grandissimi Rossi di Montalcino mentre altri giornalisti, tra cui Speller, hanno insinuato di un “abuso” di acido tartarico che sarebbe stato aggiunto in fase di vinificazione per dare una maggiore spina dorsale ad un prodotto che, visto il caldo, ne sarebbe stato quasi privo.


Tra gli oltre quaranta campioni di Brunello di Montalcino 2011 le mie preferenze sono andate ai seguenti vini:

Tenuta Le Potazzine - Brunello di Montalcino 2011: in attesa della attesissima Riserva 2011 (attenzione, potrebbe dare dipendenza), Gigliola Giannetti ha fatto capire a tutti che anche il suo “base” ha una marcia in più grazie ad un olfatto complesso e vibrante e ad sorso fresco, teso, e di invidiabile progressione.

Fattoi – Brunello di Montalcino 2011: per complessità, piacevolezza ed equilibrio lo reputo senza dubbio il vino dal miglior rapporto q/p della manifestazione. Un’azienda ancora sottovalutata che spero con questa annata abbia il giusto riconoscimento a livello mediatico.

Le Ragnaie – Brunello di Montalcino 2011 Vecchie Vigne: Riccardo Campinoti gioca sempre le sue carte creando grandi sangiovese in sottrazione e dotati di rara eleganza. Notevole il suo Brunello base, superlativa la selezione Fornace ma questo VV per me  ha sempre qualcosa in più in prospettiva.


Podere San Lorenzo – Brunello di Montalcino 2011: intenso, dirompente ma al tempo stesso equilbrato, schietto e diretto come tutti i vini di Luciano Ciolfi.

Il Marroneto - Brunello di Montalcino 2011: ho preferito la “base” al Madonna delle Grazie per via di una maggiore piacevolezza di questa sangiovese davvero succoso ed amico della tavola.

Barbi - Brunello di Montalcino 2011 “Vigna del Fiore”: centralità di aromi fiori rossi, erbe aromatiche e bacche selvatiche. Solida struttura e freschezza da sangiovese al sorso. Chiude sapido e molto coerente.

Le Macioche - Brunello di Montalcino 2011: nuova linfa in azienda anche se la mano di Castelli rimane ben ferma da quasi 20 anni. Deciso e dal tipico olfatto ilcinese dove la ciliegia e la violetta la fanno da padroni. Dinamico ed appagante al sorso. Promette bene.

Corte dei Venti – Brunello di Montalcino 2011: mi era già piaciuto alla cieca durante una degustazione a cui ho presenziato a Roma (link) per cui non posso che confermare la scelta rispetto a questo sangiovese in purezza di eleganza un po’ d’antan.


Salvioni – Brunello di Montalcino 2011: ad oggi sembra un clone caratteriale di Giulio Salvioni ovvero è un sangiovese deciso, irriverente ed esuberante ma, al tempo stesso, profondo e di grande pulizia. Il futuro è dalla sua parte.

Per sapere tutto sulle Riserve 2010 dovete aspettare la prossima settimana. So che non ci dormirete stanotte.....

Le giustificazioni del vino

Tempo fa sul gruppo Facebook EnoRoma è nato un piccolo dibattito circa le delusioni che riceviamo dai vini rispetto ai quali nutriamo grandi aspettative. Spesso ci facciamo "traviare" dal loro blasone e alla fine, soprattutto tra appassionati, si inizia sempre una gara a ricercare mille scuse per alleviare la delusione anche, se non prevalentemente, di tipo economico.


Ma quali sono le principali scuse che vengono utilizzate per giustificare una bevuta da libro horror?

JELLA 

"mah, sarai incappato in una bottiglia "sfigata!!"

NON SARA' COLPA TUA? 

"probabilmente la bottiglia era mal conservata!"

MAGARI NON SARA' COLPA TUA MA....
  
"strano, me lo ricordavo molto diverso...."

CONGIUNTURA TEMPORALE

"probabilmente il vino è in fase di chiusura..."

NON JE STAI SIMPATICO 

"sicuramente non hai trovato il giusto feeling con la bottiglia..."

GIUSTIFICAZIONE BIODINAMICA
 
"quando l'hai stappata che luna c'era?"

 IL TARLO DELL'ESPERTO

 "che esperienza hai con quel tipo di vino?" 

 MA LO SANNO TUTTI!

"questo sono vini che vanno abbinati a tavola e non bevuti da soli..."

 TEMPO AL TEMPO

"sono vini che si devono aspettare nel bicchiere..."

 QUALCUNO C'E' MORTO 

"l'hai bevuto troppo giovane, queste sono bottiglie che vanno aperte almeno dopo 10 anni"
Mi sono dimenticato qualcosa o avete altre "chicche" in aggiunta?

Ottouve 2015, il Gragnano di Salvatore Martusciello - Il VINerdì di Garantito IGP


Prodotto a partire da uve piedirosso, aglianico, sciascinoso, suppezza, castagnara, surbegna, olivella e sauca, è un vino rosso frizzante sincero e diretto il cui DNA fa rima con amicizia e tavole imbandite. Grazie a Pasquale Torrente che me lo ha fatto degustare.


Le Ali di Mercurio abbracciano il progetto Comuni del Vino - Garantito IGP

Poco tempo fa presso l’Hotel Columbus di Roma è stato presentato dall’enologo Vincenzo Mercurio, coadiuvato da Monica Coluccia, il progetto Comuni nel Vino il cui gioco di parole sta ad indicare la volontà di unire piccoli produttori che condividono le stesse passioni ovvero fare il vino e farlo bene nel proprio territorio d’origine.


Concretamente, Comuni nel Vino si pone come ambizioso obiettivo quello di proporre un’idea di zonazione sull’aglianico di Taurasi attraverso il coinvolgimento iniziale di tre aziende appartenenti a tre diversi comuni irpini, fondamentali per la zona dell'Alta Valle del Calore:

Stefania Barbot a Paternopoli
De' Gaeta a Castelvetere sul Calore
RaRo a Montemarano

i produttori assieme

"I vini che ne vengono fuori costituiscono una piacevole fotografia del territorio e del vitigno, e raccontano storie di uomini molto diversi tra loro, accomunati dalla passione per la propria terra. Una passione così forte che li ha coinvolti con il cuore, lo spirito e l’animo, facendoli così sentire a pieno diritto dei veri vignaioli", ha affermato Vincenzo Mercurio durante la presentazione alla stampa del progetto che, da un punto di vista produttivo, mira a dar vita a vini che rientrano nella DOC Irpinia Campi Taurasini e non nella DOCG Taurasi al fine sia di valorizzare una denominazione troppo spesso maltrattata sia di iniziare il percorso con i piedi per terra onde evitare salti in avanti che, almeno in questa fase iniziale, potrebbero essere troppo temerari.

Aglianico

Come scritto in precedenza,  le tre aziende irpine coinvolte, pur facendo parte dello stesso areale di produzione, sono state scelte da Mercurio perché rappresentative di tre terroir diversi pur avendo stessa filosofia sia in vigna, seguendo i dettami del biologico, sia in cantina.

Con Stefania Barbot, ad esempio, siamo a Paternopoli in provincia di Avellino, in uno dei comuni più importanti per la produzione di aglianico di Taurasi. Le vigne sono allocate in uno dei piccoli altopiani di questa parte dell'Alta Valle del fiume Calore, tra i 420 e i 465 metri di altitudine s.l.m., su terreni di tessitura argilloso- calcarea con presenza di sedimenti di origine vulcanica. Punto di appoggio per l'impresa una vecchia struttura di campagna, che si ha in animo di ristrutturare, attorno alla quale si sviluppano i vigneti di aglianico: prima la distesa di ceppi cinquantenni allevati ancora a starsete, sistema di allevamento tipico irpino, poi i nuovi impianti che vedono protagonista il cordone speronato. Tutt'attorno una biodiversità da salvaguardare: olivi, alberi da frutto, orto, piante aromatiche spontanee. Poco distante si trova la nuova cantina, semplice e funzionale, per le operazioni di vinificazione, maturazione e stoccaggio.


De’ Gaeta come azienda è invece partita nel 2009 impiantando circa due ettari di aglianico di Taurasi in una contrada incontaminata a 490 metri di altitudine nel comune di Castelvetere sul Calore, su un terreno abbandonato, ricoperto di sterpaglia e vecchie viti allevate a starsete, in parte recuperate e lasciate a vegliare sul nuovo vigneto. Nel 2012 un secondo impianto: siamo oggi ad un totale di cinque ettari di vigna. Presto saranno conclusi i lavori per una piccola cantina, adeguatamente dimensionata, adiacente al casale che si affaccia sui vigneti e su un panorama che abbraccia il monte Chiusano, incombente alle spalle, e l'intera Alta Valle del fiume Calore.


RaRo, infine, è l'avventura vitivinicola di Raffaele Fabbrocini e Roberto Sanseverino, che in zona Montemarano, in uno dei comuni più vitati della zona di produzione del Taurasi, gestiscono un vigneto di circa tre ettari, impiantato nel 2009, collocato ad una altezza di circa 645 metri di altitudine sul livello del mare, con una esposizione nord- nord est su un terreno argilloso-calcareo. Siamo in località Pastanella in una delle zone più difficili da raggiungere a Montemarano: l'impianto è circondato interamente da bosco e da un piccolo oliveto con cultivar Leccino e Ravece. Difficile fu anche l'opera di acquisizione di tutti gli appezzamenti che costituiscono l'attuale estensione della proprietà.


Durante la degustazione romana, condotta magistralmente da Monica Coluccia, ogni azienda ha presentato due annate (2013 e 2014 in anteprima) di Irpinia Campi Taurasini DOC in modo tale che tutti i presenti avessero modo di valutare differenze ed unicità dei vari aglianico prodotti nei Comuni del Vino.

Stefania Barbot - Irpinia Campi Taurasini “ION” 2013: “ION”, dal greco antico ἴον che significa viola, è un vino che si presenta austero, coeso, con cenni di pepe rosa, amarena ed erbe officinali. Sorso dirompente e dotato di grandi estratti adeguatamente bilanciati da freschezza e sapidità. Pecca leggermente nel finale dove chiude troppo presto. Vinificazione ed affinamento in acciaio.
Stefania Barbot - Irpinia Campi Taurasini “ION” 2014: ancora giovane, ha un olfatto dove iniziano ad emergere sensazioni floreali e di frutta rossa sotto spirito. Al palato è di impatto ma deve ancora trovare la giusta definizione. Uscirà nel mercato tra qualche mese. Sicuramente l’affinamento in bottiglia non gli potrà che fare bene. Vinificazione ed affinamento in acciaio.


De' Gaeta - Irpinia Campi Taurasini 2013: rispetto all’Aglianico pari annata precedente si presenta con un impianto olfattivo decisamente meno irruento dove la componente floreale fa da cornice a sensazioni di mora selvatica, creta, salvia, timo e tabacco. Anche il sorso è più rotondo, compiuto, con tannicità vellutata ed adeguata freschezza a stemperare la struttura comunque imponente del vino. Buona la persistenza sapida nel finale leggermente amaro. Vinificazione con macerazione lunga di 21 giorni in serbatoi di acciaio e tonneau. Maturazione di 12 mesi in acciaio
De' Gaeta - Irpinia Campi Taurasini 2014: anche in questo caso il vino è lungi dall’essere messo in commercio e si presenta con un naso fragrante dove spiccano sensazioni balsamiche e di erbe amare. Assaggio scattante, dinamico e dotato già di buon carattere. Buone previsioni. Vinificazione con macerazione lunga di 21 giorni in serbatoi di acciaio. Maturazione di 12 mesi in acciaio


Raro - Irpinia Campi Taurasini 2013: rispetto ai suoi “colleghi” precedenti è il vino più franco che ho degustato visto che ha una definizione aromatica non troppo complessa che gioca le sue carte su toni di frutti neri di bosco e humus. Sorso ancora ruspante, freschissimo e sfizioso. Come dicono gli stessi vignaioli è il vino dell’amicizia da cui nasce e che genera. Vinificazione ed affinamento in acciaio.
Raro - Irpinia Campi Taurasini 2014: densità fruttata in evidenza e, soprattutto, tanta gioventù che ritroviamo anche all’assaggio dominato da rinvigorente acidità e da un tannino già abbastanza definito e vellutato. Vista l’annata non facile pecca un po’ nella persistenza finale. Da aspettare.


Bodegas Irache, il Cammino di Santiago e quella fontana dove sgorga vino...GRATIS

Una storica canzone dei Castelli Romani, il cui titolo è Nannì ('Na gita a li Castelli), fa così:
Lo vedi, ecco Marino, 
la sagra c'è dell'uva 
fontane che danno vino 
quant'abbondanza c'è
In effetti in queste strofe qualcosa di vero c'è perchè ogni prima domenica di ottobre a Marino, cittadina a pochi passi da Roma, si tiene la storica Sagra dell'Uva di Marino, ideata nel 1925 dal poeta e drammaturgo di origine marinese Leone Ciprelli, dove è tradizione che la seicentesca fontana dei Quattro Mori faccia zampillare il vino bianco dei Castelli Romani al posto dell'acqua.

La fontana dei Quattro Mori - Foto:www.vitalowcost.it
Una sorta di "miracolo" pagano che, purtroppo, avviene solo una volta l'anno. Girovagando per il web, tuttavia, ho scoperto che questa di Marino non è l'unica fontana in giro per il mondo che fornisce il dono di Bacco agli uomini.

Infatti, se vi apprestate ad intraprendere il Cammino di Santiago non potete non passare ad Ayegui, in Navarra, dove la Bodegas Irache ha messo a disposizione una "speciale" fontana, aperta dalle 8.00 alle 20.00, dove i pellegrini posso bere dell'ottimo vino locale che in questa zona pare sia rinomato fin dal 12° secolo. Per dissetarsi e non pensare alle future fatiche del pellegrinaggio basta avere a portata di mano un bicchiere o una borraccia.

Foto:www.elhuevodechocolate.com
Fonte: http://www.irache.com/

Sul sito internet dell'azienda è possibile anche controllare l'andamento delle presenze presso la fontana tramite webcam. Io vado a controllare, non si sa mia scovassi a bere qualche amico di Percorsi di Vino!!

Fonte:http://www.irache.com/

Ah, ovviamente la fontana fornisce anche acqua ma penso che non sia il caso..vero?

Foto:http://diezcontrauno.blogspot.it/

Premio Giulio Gambelli: Sebastian Nasello è l'enologo più "gambelliano" di Italia

Va a SEBASTIAN NASELLO, enologo del Podere Le Ripi di Montalcino (SI), il PREMIO GIULIO GAMBELLI 2016, riconoscimento creato nel 2012 da ASET (Associazione Stampa Enogastroagroalimentare Toscana – www.asettoscana.it) ed IGP (blog network “I Giovani Promettenti”) che premia l’enologo under 35 il cui lavoro abbia saputo incarnare l'idea di vino del grande maestro del Sangiovese: rispetto ed esaltazione delle tipicità di ogni singolo vitigno, delle caratteristiche del territorio e delle peculiarità dell'annata.


La cerimonia di premiazione si è svolta martedì 16 febbraio all'Hotel Villa San Paolo di San Gimignano (SI), nell'ambito dell'Anteprima della Vernaccia di San Gimignano. Nasello, risultato primo dopo la degustazione alla cieca dei vini dei 19 finalisti, ha interrotto un “dominio” che nelle prime tre edizioni aveva visto trionfare sempre enologi piemontesi.

Classe 1987, dopo la laurea in enologia a Pisa, Sebastian arriva nel 2009 a Montalcino, con cui stabilisce da subito un legame forte che dura tuttora. Dopo una breve esperienza a Castelgiocondo, seguita da due anni e mezzo come enologo interno a San Filippo, del 2012 è lo sbarco aPodere Le Ripi di Francesco Illy (dove oggi è anche amministratore delegato): è qui che si afferma, dando vita ad un rapporto umano e professionale giovane ma già ricco di riconoscimenti. “Sono molto felice, anche se non amo troppo la mediaticità. Preferisco che siano i miei vini a parlare. Sono contento di poter restituire qualcosa ad un territorio che mi ha dato tutto”, ha dichiarato il vincitore. “Ci tengo però a sottolineare che questo premio non sarebbe stato possibile se non avessi avuto la fortuna di lavorare in un’azienda speciale, dove un grande proprietario, un bel team e vigneti al posto giusto mi permettono di lavorare ad alto livello: voglio condividere questo momento con loro”.

“La mia idea di vino? Dopo un approccio orientato su altri aspetti, ho scoperto il piacere della semplicità proprio quando sono arrivato a Podere Le Ripi. Credo che un vino debba essere essenziale, diretto, territoriale e con meno artefizi possibili. Purtroppo, per ragioni anagrafiche, non ho avuto la fortuna di assaggiare i vini di Gambelli se non a distanza di diversi anni dalla vendemmia: di essi mi ha colpito proprio la semplicità e la capacità di raccontare il territorio, di esserne l’espressione, e questa è stata una grande ispirazione professionale”.


Oltre alla targa, grazie al contributo di alcune delle aziende di cui Giulio Gambelli è stato amico e consulente (Fattoria di Rodano, Il Colle, Montevertine, Poggio di Sotto, San Donatino, Tenuta di Bibbiano e Tenuta Ormanni) a Nasello è andato anche un assegno da 1500 euro.

“Siamo soddisfatti di quest’edizione – dice il presidente di Aset e membro IGP, Stefano Tesi – che ha riscosso grande interesse sia mediatico che di partecipazione, dopo l’innovazione che ha aperto ai giovani enologi la possibilità di autocandidarsi. Ora la sfida continua: il nostro scopo resta di tenere viva la memoria di Gambelli e del suo lascito professionale. Con il 2016 si è chiuso il “ciclo” dei quattro consorzi-partner (Chianti Classico, Nobile, Brunello e Vernaccia) che hanno ospitato le diverse edizioni, quindi per la prossima si torna nella terra del Gallo Nero. Stiamo infatti già lavorando al premio del 2107, che come sempre verrà presentato al prossimo Vinitaly”.

Cascina 'Tavijn - Ruché di Castagnole Monferrato 2013 - Il VINerdì di Garantito IGP

Di Angelo Peretti


Confesso d’avere un debole per il Ruché “naturale” di Nadia Verrua. Rustico e un po’ selvatico, eppure d’avvincente indole fruttata. Sorrido pesando che somiglia alle siepi di rovi, che sono spinose e paiono inavvicinabili, e invece vi raccogli succose more rosso bluastre che regalano memorie d’estate.


Perché è bello bere i Bordeaux del 1970 - Garantito IGP


Armin Kobler, che ha cantina in Alto Adige e un passato da tecnico del vino, mi ha domandato che cosa io vada cercando quando mi ostino a bere vecchie bottiglie di Bordeaux. Gli ho risposto che rincorro la traccia di una filosofia e di uno stile e di una viticoltura e di un’enologia che non esistono più, travolti dal modernismo più che dalla modernità. Cerco le origini del vino che si beve, che vuole la tavola, che non ha date di scadenza.


Il dialogo è avvenuto durante una delle mie degustazioni di vini d’antan. Nei calici avevamo dei Bordeaux del 1970.
Mi piace bere quei vini. Mi piace trovarli, come spesso accade, perfettamente integri nel colore e nel frutto varietale.
Mi capita di domandarmi sempre se i vini d’oggi saprebbero fare altrettanto. Credo di avere la risposta, ed no. Troppo forzatamente perfettini, i vini che facciamo adesso. Non ce la faranno, in genere, a tenere nel tempo.

Ne ho aperti nove di Bordeaux del 1970, due invece assolutamente spettacolari, e sono questi i vini per cui vale la pena fare queste degustazioni, tre ahimè non a posto (è il prezzo da pagare), buoni gli altri, da bere con piacere.

A Bordeaux quella del 1970 fu la prima vendemmia buona dopo un paio di anni disastrosi. Giugno e luglio furono caldi e secchi, in agosto ecco un succedersi di giornate torride e di temperature più fresche, e venne anche la pioggia al momento giusto. Ancora un’alternanza di caldo e di freddo in settembre. Si attese per la vendemmia, solo che poi ci si accorse che le uve stavano maturando tutte insieme, così le cantine erano piene e ci furono seri problemi con le vinificazioni. Peccato, poteva essere una vendemmia esaltante. Comunque a me i vini del 1970 piacciono. L’assaggio me l’ha confermato anche stavolta. Vediamo com’è andata.

Margaux 1970 Château Ferriere


Colore mostruoso per quanto è giovanissimo e brillante. Profumi terrosi e anche agrumati. Scorza di cedro. Frutto rosso maturo. Poi sale e freschezza. Succoso. Gran bel vino. 92

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1970 Château Cadet-Piola


Nero, denso nel colore, impenetrabile. Però ossidativo, ferroso al naso. Alla distanza ha proprio ceduto. Niente da fare.

Graves 1970 Château La Louviere

Una tonalità stupenda, cristallina. Un vino floreale e giovanile. E che freschezza al palato! Non gli daresti che una manciata d’anni, altro che quarantacinque. Apparentemente esile, in realtà elegantissimo. 94

Montaigne Saint-Émilion 1970 Château St. Jacques Calon


Ancora un rubino brillante, incredibilmente integro. L’appellation è di quelle minori, ma il vino si fa piacere per quella sua rustica tannicità che accompagna il frutto. 86

Montaigne Saint-Émilion 1970 Château Plaisance


Che strani profumi. Tartufo, porcino secco, sottobosco, foglie macerate. Rustico, quasi scorbutico. Non gli difetta certamente il carattere. Succoso e salatissimo. Vorrei averne ancora. 87

Pauillac 1970 Château La Couronne

Tappo, purtroppo.

Margaux 1970 Château Rausan-Segla


Un po’ velato nel colore, nel bicchiere s’è mostrato ritroso. Il frutto è apparso esile, ancorché bello nella sua delicata definizione. Una nota di zenzero aggiunge piccantezza. 84

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1970 Château Soutard

Tappo, purtroppo, anche qui.

Saint-Émilion Grand Cru Classé 1970 Château Larcisse-Doucasse

Menta, erbe officinali. Però poi in bocca è apparso piccolino e un po’ piegato dalle vene ossidative di crema pasticcera. Comunque si beve. 78



Vignaioli Naturali a Roma 2016: quattro vini da non dimenticare

Anche questa edizione 2016 di Vignaioli Naturali a Roma, evento organizzato da Tiziana Gallo, è stata archiviata con notevole soddisfazione, almeno da parte mia, visto il notevole livello qualitativo dei produttori presenti. 

Purtroppo, come spesso mi capita, le poche ore a mia disposizione per girare la fiera non sono bastate a degustare nemmeno la metà dei vini presenti per cui sono consapevole della parzialità dei miei giudizi che, almeno stavolta, hanno voluto dar luce a vini che solitamente non hanno un grande risalto mediatico. 


Tra i bianchi in degustazione quello che mi ha stupito di più per originalità è questo Albariño galiziano chiamato Sesenta e Nove Arrobas 2013. L'Arrobas, così ho letto, è un'antica unità di misura spagnola che corrisponde a circa 14,5 litri e il numero 69, facendo i bene conti, sta a significare che di questo vino sono stati prodotti circa 1000 litri. Altra particolarità: le uve sono state selezionate da tre vigneti antichissimi di albariño di età media di circa 50 anni di cui, mi dicono, uno ancora a piede franco. Minimi interventi in cantina e un affinamento di circa sei mesi sui lieviti hanno generato questo vino estremamente diretto che odora di alghe e calce. Sorso penetrante come una lama e sapido come un chicco di sale. Bella scoperta!



L'altro vino che mi ha lasciato un ricordo indelebile nel cuore è stato il Cornalasca 2013 (grignolino 100%) di Daniele Saccoletto. Il suo colore rosso, quasi trasparente, i suoi profumi di geranio e scorza di arancia uniti ad una schiettezza d'altri tempi me lo ha fatto subito amare al pari dello stesso produttore che, all'interno del fastoso The Westin Excelsior, sembrava un alieno sceso sul pianeta Terra con la sua astronave. 



Il suo grignolino è unico perchè oggi risulta un vino per pochi, troppo demodé in un mondo in cui concentrazione e alcol ancora sembrano essere parametri qualitativi importanti per un grande rosso. 

Aveva ragione, in questo, il grande Veronelli quando scriveva del Grignolino così:"....Vino Testabalorda, anarchico e individualista; rosso chiaro, vivo di trasparenza porporina alla nascita, subito asciutto senza cedimenti ed asprezze, vuole essere bevuto da giovane; uno, due, cinque anni secondo volontà sua (capace, in certe annate, di andare avanti, a dispetto), si fa colore rosso rubino  (se ne ha voglia), si smorza (se ne ha voglia) nell’aristocrazia; solo se ti riconosce amico, per come lo ascolti, per cure che gli dai, svela tutto il bouquet sottile di verde nocciola ed il gusto lieve amarognolo, pacato, e attento, controllato (finalmente) e armonico!”

Le altre due piacevoli conferme, per fortuna, riguardano due vini a base cesanese di Affile (uva autoctona del Lazio) provenienti da territori vicini ma al tempo stesso differenti. 

Il primo è il Cesanese di Olevano Romano "Cirsium" 2012 di Damiano Ciolli che ormai, anno dopo anno, conferma come in questo territorio sia una sorta di faro il cui fascio di luce, ancora oggi, dopo tanti anni, è ancora troppo solitario e non riesce quasi mai ad indirizzare nella giusta direzione le altre imbarcazioni che vagano nella nebbia più fitta.


Ci spostiamo di qualche chilometro e arriviamo in zona Cesanese del Piglio DOCG dove, tra i tanti produttori, operano da qualche anno Rosa e Piero Macciocca de La Visciola. La loro batteria di vini, durante la manifestazione, è quella che più mi ha entusiasmato per qualità generale. Il loro Cesanese del Piglio "Priore" 2013, declinato nei tre Cru chiamati Ju Quarto, Vignali e Mozzatta, ha una eleganza straordinaria e sembra viaggiare tre metri sopra il cielo. Qualcuno un giorno ha scritto che il Cesanese del Piglio ha molti punti in comune con il grande Pinot Nero. Vero se, e solo se, si fa riferimento a questi tre vini con i quali, prima o poi, infinocchierò i miei amici borgognofili. Vincerò la sfida? Vedremo!