Moët & Chandon e il marketing estivo dello Champagne

Che lo Champagne non se la passi bene lo confermano i dati: le vendite totali di Champagne francese nel 2008 sono state di 322 milioni di bottiglie, registrando un calo del 4,8% rispetto all’anno precedente, mentre nel 2009 le esportazioni hanno subito un forte calo, circa il 9% in meno. Non mi sorprende, pertanto, che qualche Maison francese stia tentando tutte le strade per cercare di invertire il trend negativo. A tutto, però, c’è un limite e questo, dal mio punto di vista, l’ha superato Moët & Chandon, storica casa produttrice di Champagne che sta usando il marketing del vino nella maniera peggiore.

Il motivo di ciò? Eccovene due

Il primo si chiama Moët & Chandon Ice Imperial ed è uno champagne elaborato da Benoît Gouez ((chef de cave di Moët et Chandon dal 2005) per essere bevuto con giaccio o, se volete, « on the rocks ». Sarà distribuito presso i migliori stabilimenti balneari del mondo.
Quindi da ora in poi lo Champagne sarà considerato alla stregua del San Bitter bianco? Non è finita qua.


Sempre per l’estate la stessa Maison lancia le “Summer Bubbles”, palle di Natale dorate che, aprendosi, nascondono frutta secca disidratata che, secondo loro, non aspetta altro che essere messa all’interno dello flute.
E così abbiamo fatto pure la Sangria di lusso…


La Franciacorta e tutto il Trentodoc ringrazia sentitamente!

Bevute mondiali: Germania contro Spagna è anche Lopez de Heredia contro Egon Muller

Spagna contro Germania, David Villa contro Miroslav Klose, passione latina in opposizione all’algidità teutonica, vini rossi mediterranei contrapposti a vini bianchi di grande freschezza.

Spagna e Germania, due mondi diversi tra loro che mi offrono lo spunto per parlare di Lopez De Heredia, storica casa vinicola spagnola, ed Egon Muller, “tetesco” di Mosella i cui vini possono raggiungere alle aste quotazioni incredibili.

Torniamo indietro nel tempo, siamo in Spagna intono alla metà del XIX secolo, Don Rafael López de Heredia y Landeta, un visionario studente di enologia, si innamora perdutamente del territorio di Haro, nella regione della Rioja Alta, dove trova una combinazione di clima e suolo che potrebbe permettere di ottenere grandissimi vini. E’ l’inizio. Nel 1877 inizia la progettazione e la costruzione della cantina che ancora oggi è conosciuta come Lopez de Heredia, un’azienda famigliare che da generazioni sta dando vita a al sogno di Don Rafael.


Oggi l’azienda si estende per oltre 54.000 metri quadrati, i vigneti, veri e propri cru che si chiamano Tondonia, Bosconia, Cubillo e Gravonia, occupano un’estensione di oltre 170 ettari con una produzione media annuale di circa 800.000 chili di uva, che viene vendemmiata anticipatamente, evitando problemi di surmaturazione e garantendo acidità e “equo” tenore alcolico.
Perché amo (e segnalo) questa azienda? Perché per loro l’affinamento del vino è una vera e propria filosofia di vita, i vini rossi e, soprattutto, i vini bianchi sono fatti maturare per tantissimi anni in bottiglia: le annate particolari denominate “Gran Reserva” trascorrono in botte anche nove anni e mezzo e vengono imbottigliate, previa chi
arifica con albume, direttamente dalla botti per poi trascorrere altri 8-10 anni in bottiglia prima di andare in commercio. Avete capito bene, oggi possiamo comprare tranquillamente un Viña Tondonia Tinto Gran Reserva 1991 come se fosse un nostro 2008.


Da uve Tempranillo (75%), Garnacho (15%), Mazuelo e Graciano (restante) nel bicchiere si presenta intenso di profumi mediterranei che vanno dalla frutta di rovo al tabacco da pipa, dal floreale di rosa al minerale più oscuro ed intrigante. Non finiremmo mai di trovare aromi. In bocca sorprende per quella freschezza ricercata in fase di vendemmia e per un’avvolgenza e una profondità che sono proprie solo dei grandissimi vini. Don Rafael aveva visto giusto.



Andiamo in Germania, da Egon Müller, la cui azienda, come la precedente, affonda le origini nel passato visto che Jean-Jacques Koch, il suo bis-bisnonno, acquisì la proprietà Scharzhof, dalla Repubblica Francese nel 1797.
Egon IV, ex studente della Università di scienze applicate Geisenheim e attuale proprietario dell’azienda, ama definirsi un “viticultore servo della vigna”, una frase che riassume le caratteristiche della sua produzione che vieta in maniera assoluta l’uso di erbicidi, insetticidi e fertilizzanti chimici.

Nella Saar l’azienda ha un totale di 16 ettari di vigneto, dei quali 8,3 (su 28 complessivi) nello
Scharzhofberg, incastonato su un suolo di ardesia azzurra e grigia, e 4,5 nel Braune Kupp (posseduto in monopolio), i cui vini vengono imbottigliati con l’etichetta Le Gallais. La vinificazione viene fatta sia in acciaio (per i base aziendali) che in botti grandi (le tradizionali “fuder”, botti da 1000 litri), utilizzando solo lieviti naturali che devono operare, in fase di fermentazione, alla naturale temperatura di cantina, circa 10 gradi, portando avanti la vinificazione anche per molto tempo.


Sempre con un minimo residuo zuccherino, perché bisogna rispettare la tradizione, i vini di Egon Muller, soprattutto gli Auslese e i T.B.A, sono vini dalla grande longevità ed eleganza, purezza cristallina che si concretizza all’interno di una bottiglia di Scharzhofberger Auslese 1971, il cui dono ha lo stesso effetto di un pacco regalo scartato da un bambino a Natale: incredulità mista a gioia irrefrenabile.
Questo Riesling è davvero un marziano atterrato sulla Terra, prendete tutte le sfumature della frutta gialla, declinate ogni specie di spezia orientale e fatevi assorbire dal minerale della sua anima. Il risultato di questa operazione è un vino immenso e profondo, senza se e senza ma. Un’esperienza extra-terrestre che ogni appassionato dovrebbe fare nella sua vita.


Fonti: www.vinealia.org - www.vinoedesign.it - www.enodelirio.it

QR Code, il vino diventa multimediale!

A vederlo sembra un quadrato composto da tanti puntini neri, ma se lo si inquadra con la fotocamera del telefonino, si trasforma e racconta tutto di sé. Si chiama Qr Code ed è l’abbreviazione inglese di «quick response» (risposta rapida), l’erede del “vecchio” codice a barre.

Come scrive Panorama, primo giornale ad aver utilizzato il codice a fini commerciali, il QR Code rappresenta oggi una sorta di trait d’union tra il mondo cartaceo e quello multimediale di internet. Una porta d’accesso a contenuti aggiuntivi
che per la loro natura digitale non troverebbero spazio sulla carta e che invece arrivano, via web, direttamente sullo schermo del telefonino, basta avere un apposito software di lettura e la connessione internet.
Una semplice inquadratura e quei puntini ci sveleranno un mondo fatto di link a siti web, frasi, brevi audio o video.



In Giappone li utilizzano già da dieci anni, addirittura è stata creata una struttura commerciale, la N building, dove per la facciata, per non deturpare l’ambiente con cartelloni vari, è stato usato un codice QR che, con la sua lettura, vi proietterà sul sito che comprende oltre la presentazione del negozio anche tutti i dati e le informazioni dello stesso.


Anche negli Stati Uniti il QR Code è diffuso da molti anni: Ikea, ad esempio, ha stampato il codice su una serie di volantini; basta fotografarlo e si ottiene un coupon di sconto da detrarre alla cassa.
In Europa sta man mano prendendo piede: la Pepsi, in Danimarca, ha ideato affissioni e lattine con il Qr code. Chi lo inquadra ottiene una bibita gratis e le informazioni sui concerti che Pepsi sponsorizza a Copenaghen. Nel Regno, altro paese dove i tag bidimensionali stanno spopolando, l’uscita in dvd del film 28 Weeks later è stata lanciata, fra l’altro, posizionando un tag sul sito web del film e su affissioni outdoor nella città di Londra con l’obiettivo di incrementare la community dei fan del film.
In Italia il Qr Code sta diventando solo oggi diffuso: Panorama, Ciak, La Gazzetta dello Sport ed altri giornali stanno usando il codice che troveremo, tra l’altro, impresso presso gli stand dei Presidi Slow Food al prossimo Salone del Gusto di Torino.

Ovviamente, non potevano mancare le applicazioni per quanto riguarda il vino. Immaginate di essere in un’enoteca o presso il vostro ristorante preferito, puntate il telefono sul codice e potrete avere tutte le informazioni possibili e immaginabili sul vino che state comprando o scegliendo dalla carta dei vini: la storia dell’azienda, le vigne, la cantina, gli abbinamenti e i premi saranno tutte informazioni a portata di clic, così come la possibilità di acquistare on line il vino a prezzi vantaggiosi qualora fosse di particolare gradimento.

Il mondo del vino sta man mano scoprendo l'utilità di questo innovativo codice: Rocca di Frassinello, Nino Negri, l'Azienda Agricola San Giovanni e, soprattutto, Il Mosnel, sono solo alcuni dei produttori che stanno tracciando la via verso un "nuovo" modo di comunicare il vino.

Ce la faranno? Personalmente la cosa non mi dispiace anche se, non essendo un amante del telefonino, trovo la cosa un pò frustrante. Ah, la tecnologia!

P.S.: il QR Code che vedete all'inizio del post dovrebbe essere quello del mio blog. Che mi dite se funziona?

La Banca Solidale del vino: un sogno diventato realtà

Non facciamo gli ottimisti da quattro soldi, il terremoto in Abruzzo di un anno fa ha fatto e sta facendo ancora molti danni, sia materiali sia economici.


In questo anno molto personalità pubbliche e private si sono mosse per dare una mano ai residenti delle zone terremotate per permetter loro di rialzarsi nel più breve tempo possibile, per garantirgli un futuro, un’ancora di salvezza.

Una di queste persone è stata
Antonio Paolini, abruzzese e giornalista enogastronomico, che ha raccolto le grida d’aiuto di decine tra ristoratori e gestori di enoteche e wine bar che vorrebbero riaprire ma non possono, troppo il danno economico subito per via delle tante bottiglie rimaste sotto le macerie.
La sfida Paolini la lancia qualche mese fa chiedendo la solidarietà dei produttori di vino. L’idea è creare una banca solidale del vino. I produttori che aderiranno manderanno 12 bottiglie della loro azienda e un comitato di “saggi” (sommelier, rappresentanti dei commercianti e delle guide dei vini) le distribuirà in base ai bisogni degli esercenti locali.



Bene, il sogno è diventato realtà perché proprio ieri ho letto su vari giornali che sono state raccolte oltre 1700 bottiglie da tantissimi di produttori italiani di vino e due consorzi, il Soave ed il Sagrantino.


Il 7 luglio, alla presenza delle autorità aquilane, di una delegazione del Comune di Teramo, del comandante della Caserma, il generale Fabrizio Lisi, e di alcuni produttori, tra cui il presidente del Consorzio del Soave, Arturo Stocchetti, e la Confraternita del Sagrantino, prenderà il via l'organizzazione della distribuzione.

Paolini ce l’ha fatta, un’altra goccia nel mare si è aggiunta.

Il Barolo Rocche dell’Annunziata 2006 di Mauro Veglio. Modernisti si può!

Durante Radda nel Bicchiere, manifestazione di cui ho parlato qualche settimana fa, si è anche giocato grazie al seminario guidato da Carlo Macchi (direttore di Winesurf) dove, assieme ad altri appassionati, si è cercato di scoprire quali sono le differenze e le similitudini tra il nebbiolo e il sangiovese.


Sei i vini versati alla cieca nel bicchiere, tre grandi Barolo e tre grandi Chianti Classico di Radda erano sottoposti al nostro insindacabile giudizio che, alla fine, ha premiato quasi all’unanimità un grande nebbiolo, il Barolo Rocche dell'Annunziata 2006 di Mauro Veglio che per me, ancora troppo lontano dal Piemonte, era un produttore che non conoscevo.

Figlio di contadini delle Langhe che hanno sempre venduto le loro uve sul mercato dei mediatori e delle grandi aziende commercianti, nel 1992 Mauro Veglio, prese le redini dell’azienda, decide di cambiare rotta seguendo l’esempio dell’amico e vicino di casa Elio Altare e inizia, con una drastica riduzione delle rese per ettaro, a produrre uva da vinificare direttamente nella nuova cantina.



L’azienda attualmente consta di circa 13 ettari, tra La Morra e Monforte d’Alba, e la produzione media annua è di circa 60.000 bottiglie.
Nel vigneto i trattamenti sono ridotti al minimo utilizzando, quando serve, solo zolfo e verderame, o solfato di rame.
Con un vicino come Altare che ha influenzato il modus operandi in cantina, la tradizione lascia il passo all’innovazione: macerazioni brevi a temperatura controllata nei rotofermentatori, nessun uso di lieviti selezionati, affinamento in piccole botticelle di rovere ed imbottigliamento senza ricorso a filtraggi o chiarifiche.
Quattro sono i cru di Barolo prodotti quando l’annata lo consente: Arborina, Gattera e Rocche dell’Annunziata, situati a La Morra, e Castelletto, di proprietà della famiglia della moglie Daniela, nel comune di Manforte d’Alba.

Davanti a me ho il Barolo Rocche dell’Annunziata 2006, l’ultima annata di questo piccolo Cru (0.5 ettari) la cui produzione annua, nelle annate migliori, è di circa 1.800 bottiglie. Alla cieca non avrei mai riconosciuto il produttore, da un “non tradizionalista” che punta sulla bevibilità del vino ti aspetti nel bicchiere un Barolo piuttosto concentrato, rotondo, tutto tranne che “acido”. Errore!
Il vino ha una bella vesta aranciata, trasparente, nulla che faccia capire che si è usato un rotomaceratore per quattro giorni. Il naso è davvero bello, il migliore della giornata, è davvero la quintessenza del nebbiolo con i suoi intensi, eleganti e persistenti aromi di scorza d’arancia, rosa selvatica, erbe, fieno, tabacco da pipa. In bocca l’impronta del produttore si fa sentire nell’ottima bevibilità, qualità surrogata da una struttura dinamica, profonda ed armoniosa. Ottima persistenza.
L’unico difetto? E’ un 2006 e forse è già “troppo” pronto per essere un Barolo. Staremo a vedere in futuro.

Parliamo di pesticidi nel vino?

Appassionato:”Utilizzate prodotti di sintesi in vigna?”
Produttore:”Assolutamente no, pur non essendo un’azienda certificata Bio in vigna usiamo solo rame e zolfo e, in generale, solo prodotti organici. Ripeto, solo se c’è necessità, altrimenti non diamo nulla”.

Quante volte, durante le mie visite in cantina, ho sentito questo ritornello dalla maggior parte dei produttori che, in maniera più o meno convinta, non avevano timore a bollare come diaboliche tutte le pratiche volte ad usare pesticidi all’interno del loro vigneto.


Sono stato sempre fortunato oppure sono state tante le volte che sono stato preso in giro
?


La risposta me la do ogni volta che leggo i risultati delle indagini tese a scoprire cosa mettiamo nel nostro organismo ogni volta che mangiamo e, in questo caso, beviamo un vino.


Il tema non è nuovo. Già nel 2008 se ne occupò la trasmissione Report all’interno della quale Francois Veilleret, esponente di
Pesticides Action Network Europa, attaccò senza mezzi termini la grande produzione francese dichiarando testualmente:Con i nostri colleghi europei abbiamo analizzato qualche decina di bottiglie di vino rosso e abbiamo mostrato che il 100% dei vini che deriva da viticoltura intensiva conteneva residui di pesticidi. In questo vino di Borgogna abbiamo trovato 5 differenti pesticidi. Questi, per esempio, sono possibili cancerogeni, ma anche questo, questo è tossico per la riproduzione e lo sviluppo del feto e questo interferisce con gli ormoni.Questo per la Borgogna. Per il Bordeaux abbiamo trovato una bottiglia contaminata con …uno, due, tre, quattro …9 residui differenti, un cocktail tossico. A livelli a volte molto alti come per questo Bordeaux di alta qualità, c’era un livello di Pirimetanil di 233,8 microgrammi per litro che è 2 mila 333 volte il limite ammesso nell’acqua, nell’acqua da bere, di rubinetto. Più di 2 mila 300 volte, inaccettabile per una sostanza classificata possibile cancerogena
Dopo due anni le cose non sono migliorate, anzi.


L’ultima ricerca pubblicata su Repubblica svela che, per quanto riguarda i prodotti derivati come il vino, su un totale di 1435 campioni, il 2,7% risulta irregolare (era pari a zero lo scorso anno) e ben il 9,3% (+2,8% rispetto al 2008) presenta più residui. In particolare vino e pane sono i prodotti che presentano le principali irregolarità: rispettivamente dell'1,9% e dell'8,8%. Invece, miele e vino presentano il maggior numero di residui.

Tutto qua? No. L’indagine svela che in Friuli Venezia Giulia tre campioni di vino sono risultati contaminati da Procimidone, un fungicida considerato potenzialmente cancerogeno secondo l'Epa, l'agenzia di protezione ambientale degli Stati Uniti, ma non nell'Unione Europea.

Da segnalare, poi, che fino al 30 aprile 2011 alcuni prodotti a base di Rotenone, un insetticida bandito dall'Ue, sono consentiti per l'impiego sulle colture di mela, pera, pesca, ciliegia, vite e patata.

A tutto questo schifo aggiungo una provocazione per i produttori Bio: siete sicuri che il vostro vicino che bombarda il vigneto con tutti i pesticidi del mondo non stia contaminando anche voi?
Purtroppo contro il vento che porta certe sostanze c’è poco da fare. O no?


Ah, dopo tutto questo, la risposta alla prima domanda mi è più chiara!!

Come (mal)trattare un vino!

Tempo fa avevo scritto su Percorsi di Vino che la chiave del vino o clef du vin rappresentava una vera e propria stregoneria che permetteva alla nostra bevanda preferita di ossidare e, quindi, di invecchiare col solo contatto della chiave.
Su Youtube, oggi, è spuntata un'altra caz....ata enologica, una sorta di aeratore del vino che permette a quest'ultimo di ossiginare. Prima di dare giudizi guardate sto video.



Ma che schifo è? Sto tubetto messo dentro il bicchiere o la bottiglia?
Sono sempre dell'idea di aprire, quando è il caso, la bottiglia di vino qualche tempo prima. Questi sono solo aggeggi per farci spendere denaro. O no?