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Grazie a tutti
Andrea
Zymè e la ricerca dell'autoctono dimenticato
Da team di consulenza ad azienda agricola, il passaggio che ha portato Celestino Gaspari,
vignaiolo della Valpolicella, e Francesco Parisi a produrre il LORO vino non è così banale, ci vuole sempre un briciolo di sana pazzia per mettersi in proprio in un mondo dove la concorrenza è tanta e a volte anche sleale. L’azienda agricola Zymè, dal greco lievito, nasce ufficialmente nel 2003 ed oggi conta una superficie di 16 ettari di cui 15 a vigneto (sia di proprietà, sia in collaborazione con altri vignaioli locali) e 1 ad oliveto, una parte collocata nella zona orientale di Verona (Val d'Illasi, Lavagno e S. Martino Buon Albergo) mentre la cantina, una ex cava arenaria del XV° secolo, risiede a San Pietro In Cariano. 
vignaiolo della Valpolicella, e Francesco Parisi a produrre il LORO vino non è così banale, ci vuole sempre un briciolo di sana pazzia per mettersi in proprio in un mondo dove la concorrenza è tanta e a volte anche sleale. L’azienda agricola Zymè, dal greco lievito, nasce ufficialmente nel 2003 ed oggi conta una superficie di 16 ettari di cui 15 a vigneto (sia di proprietà, sia in collaborazione con altri vignaioli locali) e 1 ad oliveto, una parte collocata nella zona orientale di Verona (Val d'Illasi, Lavagno e S. Martino Buon Albergo) mentre la cantina, una ex cava arenaria del XV° secolo, risiede a San Pietro In Cariano. 
Zymè, un marchio a metà strada tra modernità e tradizione, con un’unica grande passione: la ricerca dell’espressione territoriale pura attraverso la ricerca dell’autoctono, una filosofia aziendale che si concretizza nella produzione di vini unici, di personalità, a volte estremi. Zymè è sicuramente la riscoperta dell’Oseleta, vitigno autoctone veronese che viene utilizzato sia per produrre vino in purezza, sia per dar vita al loro Amarone.
L’OZ, Oseleta al 100%, è il primo di questi v
ini originali in quanto nasce da un vitigno “dimenticato” in Valpolicella e che mai si era vinificato in purezza dato il suo carattere rustico, selvatico. Questo patrimonio enologico è stato ripreso e riportato in auge da Celestino Gaspari che ne ha fatto un vino di grande espressione aromatica, inizialmente ritroso al naso, dopo qualche minuto si apre in tutta la sua potenza dove la frutta nera gioco un ruolo principale insieme ad una timida nota balsamica di fondo.
In bocca è tutt’altro che ruspante, il vino ha un bellissimo equilibrio e tanta polpa. Non conosco le valutazioni di Luca Maroni su questo vino ma secondo me ci si fa le flebo.
L’altro vino innovativo e per certi versi estremo è l’Harlequin, l’Arlecchino dei vini, multiforme e poliedrico così com’è il costume della popolare maschera italiana, fatto di cento stoffe e cento colori, come la terra, le stagioni, uniche ed irripetibile ma pure sempre riconducibili alla tradizione del territorio veronese.
L’Harlequin nasce da più varietà di uve provenienti da un’area vasta e diversificata. A determinare la scelta è un solo concetto: la qualità. Raccolte a mano grappolo per gra
ppolo, vengono riposte in plateaux da un minimo di cinque giorni a un massimo di quaranta, in ambiente naturale, senza ausilio di macchine per la ventilazione forzata o per deumidificazione. Pigiate tutte insieme senza diraspatura, sono fermentate in vasca di cemento con lievito indigeno, senza ricorrere a alcuna bioteconologia, per quindici -venti giorni.
Follature, delestages e soprattutto vista-udito-olfatto dell’uomo sono la chiave per una buona fermentazione. L’occhio, l’orecchio, il naso ti raccontano tanto del vino, se lo sai ascoltare. Si procede poi alla svinatura e alla decantazione per circa dieci giorni. Poi lo si fa entrare in barriques nuove da 225 litri. Lì riposa per almeno trenta mesi, senza alcun travaso. Viene imbottigliato senza effettuare chiarifica.
Quindi rimane in cantina per almeno sei mesi per poi essere successivamente commercializzato ed arrivare nei nostri bicchieri come questo 2003, ultimo millesimo di un vino affascinante fin dai profumi, penetranti come una lama nel burro ed intensi come solo una tempesta aromatica sa colpire. Ampio di marmellata di visciole, ciliegia sotto spirito, a volte percepisco anche la frutta bianca matura, poi escono il cioccolato, l’incenso, le spezie nere, le erbe aromatiche, un fresco balsamico, la carruba, la vaniglia, e poi…e poi.
La bocca conferma senza esitazioni il naso, tutto è incredibilmente fresco, elegante ed equilibrato e, soprattutto, di persistenza infinita. Un vino che difficilmente si abbina in cucina, lo considero più da meditazione, e che proverei a tenere in cantina per altri dieci anni per vedere come evolve.
A breve provo la sfida: Harlequin Vs Kurni.
L’OZ, Oseleta al 100%, è il primo di questi v
ini originali in quanto nasce da un vitigno “dimenticato” in Valpolicella e che mai si era vinificato in purezza dato il suo carattere rustico, selvatico. Questo patrimonio enologico è stato ripreso e riportato in auge da Celestino Gaspari che ne ha fatto un vino di grande espressione aromatica, inizialmente ritroso al naso, dopo qualche minuto si apre in tutta la sua potenza dove la frutta nera gioco un ruolo principale insieme ad una timida nota balsamica di fondo.In bocca è tutt’altro che ruspante, il vino ha un bellissimo equilibrio e tanta polpa. Non conosco le valutazioni di Luca Maroni su questo vino ma secondo me ci si fa le flebo.
L’altro vino innovativo e per certi versi estremo è l’Harlequin, l’Arlecchino dei vini, multiforme e poliedrico così com’è il costume della popolare maschera italiana, fatto di cento stoffe e cento colori, come la terra, le stagioni, uniche ed irripetibile ma pure sempre riconducibili alla tradizione del territorio veronese.
L’Harlequin nasce da più varietà di uve provenienti da un’area vasta e diversificata. A determinare la scelta è un solo concetto: la qualità. Raccolte a mano grappolo per gra
ppolo, vengono riposte in plateaux da un minimo di cinque giorni a un massimo di quaranta, in ambiente naturale, senza ausilio di macchine per la ventilazione forzata o per deumidificazione. Pigiate tutte insieme senza diraspatura, sono fermentate in vasca di cemento con lievito indigeno, senza ricorrere a alcuna bioteconologia, per quindici -venti giorni.Follature, delestages e soprattutto vista-udito-olfatto dell’uomo sono la chiave per una buona fermentazione. L’occhio, l’orecchio, il naso ti raccontano tanto del vino, se lo sai ascoltare. Si procede poi alla svinatura e alla decantazione per circa dieci giorni. Poi lo si fa entrare in barriques nuove da 225 litri. Lì riposa per almeno trenta mesi, senza alcun travaso. Viene imbottigliato senza effettuare chiarifica.
Quindi rimane in cantina per almeno sei mesi per poi essere successivamente commercializzato ed arrivare nei nostri bicchieri come questo 2003, ultimo millesimo di un vino affascinante fin dai profumi, penetranti come una lama nel burro ed intensi come solo una tempesta aromatica sa colpire. Ampio di marmellata di visciole, ciliegia sotto spirito, a volte percepisco anche la frutta bianca matura, poi escono il cioccolato, l’incenso, le spezie nere, le erbe aromatiche, un fresco balsamico, la carruba, la vaniglia, e poi…e poi.
La bocca conferma senza esitazioni il naso, tutto è incredibilmente fresco, elegante ed equilibrato e, soprattutto, di persistenza infinita. Un vino che difficilmente si abbina in cucina, lo considero più da meditazione, e che proverei a tenere in cantina per altri dieci anni per vedere come evolve.
A breve provo la sfida: Harlequin Vs Kurni.
A Suvereto da Tua Rita in compagnia di Stefano Frascolla
Suvereto, nel cuore della Val Cornia, rappresenta il centro del mondo per Rita Tua e Virgilio Bisti che, nel 1984, acquisirono pochi ettari di terreno con l’obiettivo di creare, anzitutto, un buon vino per se stessi. La passione, la consapevolezza di produrre da subito un gran vino hanno p
ortato i proprietari a guardare avanti, oltre il Trebbiano e il Sangiovese, impiantando nel 1988 le prime barbatelle di Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay, Riesling e Traminer, che vanno a «popolare» impianti fitti (8-9.000 ceppi per ettaro) e bassi, dove le potature corte e i diradamenti diverranno prassi consolidate pressoché sconosciute fino ad allora in zona.
Attualmente l’azienda conta un’estensione di circa 22 ettari totali di proprietà di cui 18 a vigneto che oggi può contare, oltre alle uve citate in precedenze, anche Syrah e Cabernet Franc.
Stefano Frascolla, genero di Rita e Virgilio e vero deus ex machina dell’azienda, ci accoglie in cantina con i suoi grandi occhi chiari, l’ambiente è subito familiare, rurale, nulla a che vedere con le mie fantasie che pensavano a Tua Rita come ad un’azienda fredda, manageriale, dove tutto è marketing e pubbliche relazioni. Scordatevi tutto questo, da queste parti, malgrado i tanti punti Parker e il via vai di giornalisti internazionali, si sono manten
uti ben saldi i piedi per terra perché il contatto umano e il rispetto per il territorio sono valori da difendere a prescindere da ogni politica commerciale.
Tua Rita, un mix tra tradizione ed innovazione, soprattutto in vigna dove gli impianti a cordone speronato vanno tra i 5000 ceppi per le vigne più vecchie, fino ad arrivare agli oltre 8000 per quelli di nuova realizzazione, con produzioni però bassissime specie per i vini più importanti che si aggirano appena intorno ai 30 – 35 quintali per ettaro. I terreni sono un misto di argilla e limo con presenza di scheletro piccolo. Stefano Frascolla dopo averci fatto fare breve giro in cantina di vinificazione, molto semplice e con la presenza di tini di legno troncoconici, ci fa accomodare presso la cantina di maturazione, 700 mq interrati di grande fascino dove riposano ed evolvono tutti i vini aziendali, un vero patrimonio dell’umanità mi
verrebbe da dire. E’ ora di bere, valuteremo le annate 2007 e 2008 (principalmente da botte), due millesimi che, lo anticipo subito, hanno caratteristiche molto diverse le cui differenze saranno facilmente leggibili durante la degustazione. Arriva il “semplice” Rosso dei Notri 2008 (sangiovese 50%, merlot 10%, syrah 15%, cabernet sauvignon 20%, petit verdot 5%), prodotto base che amo sempre valutare in quanto penso che proprio questi vini, diretti e senza fronzoli, diano spesso un’idea abbastanza netta della filosofia produttiva fornendo anche importanti segnali su cosa mi aspetterà a breve nel bicchiere. Un rosso molto interessante, tanta frutta rossa, balsamicità, un tocco vegetale per un vino decisamente equilibrato e dalla grande beva. Ottimo inizio.
Perlato del Bosco 2007 (sangiovese 60%, cabernet sauvignon 40%): si sale di intensità, complessità, l’orchestra comincia a formarsi, rispetto al Rosso dei Notri, entrano in gioco le spezie nere, la grafite, vino più scuro, profondo e di bella persistenza.
Giusto dei Notri 2007 (cabernet sauvignon 60%, merlot 30%, cabernet franc 10%): entriamo in punta di piedi nell’olimpo, ormai Tua Rita non è solo Redigaffi, questo taglio bordolese rappresenta una validissima alternativa al vino più amato (una volta) da Parker. L’annata 2007 è si caratterizza per la sua freschezza ed eleganza, i vini sono tutt’altro che concentrati e ciò lo
possiamo notare subito dal naso dove le note di rosa, sottobosco, ginepro, piccoli fruttini rossi non vanno ad appesantire un quadro aromatico che rimane molto vellutato. Possente l’apparato gustativo dove troviamo solo freschezza, integrità ed equilibrio.
Giusto dei Notri 2008 (da botte): annata completamente diversa rispetto alla 2007, all’eleganza, che rimane sempre, si aggiunge la potenza, la verticalità, il frutto è nero come nere ed intense sono le sensazioni di terra, china, grafite, cassis, peperone. Ricchissimo il palato, regala rotondità a 360°. Da seguire attentamente nel tempo.
Syrah 2007: l’equilibrio dell’annata regala un vino di classe, le note floreali, fruttate e speziate regalano solo pennellate aromatiche vellutate mentre in bocca il vino stupisce per la sua espansione al palato e per la sua bella spina acida. Lunga persistenza su note leggermente boisè.
Syrah 2008 (da botte): un mostro, nel senso buono della parola. Appena Stefan
o ci porta il vino la carica aromatica del syrah ci fa compiere un salto spaziale catapultandoci nel bel mezzo della macchia mediterranea. Siamo inebriati completamente dalle note di ginepro, alloro, rosmarino, menta, rabarbaro, china. Bocca intensa, succosa, un vino che non ti lascia mai. Superbo.
Redigaffi 2007 (merlot 100%): altro piccolo mostro di goduria, eleganza e freschezza si sommano esaltando gli aromi di bacche selvatiche, prugna, ferro, viola, goudron e fresche note balsamiche. Bocca guidata dalla freschezza, avvolgente, voluttuosa, con un tannino ben presente a bilanciare la morbidezza del vino. Finale interminabile come la nostra goduria.
Redigaffi 2008 (da botte): il vino è ancora abbastanza chiuso, in fasce, anche se la lettura è quella di un vino ancora più complesso, muscolare, dirompente ora nella sua carica di frutta nera e ricordi di sottobosco. Al gusto percepiamo che il vino è ancora in assestamento ma, quando ogni pezzetto andrà al suo posto, saremo di fronte all’ennesimo capolavoro firmato Tua Rita.
Prossimo appuntamento con Tua Rita? L’8 maggio con gli amici del forum del Gambero Rosso, ne vedremo delle belle..
Stefano Frascolla, genero di Rita e Virgilio e vero deus ex machina dell’azienda, ci accoglie in cantina con i suoi grandi occhi chiari, l’ambiente è subito familiare, rurale, nulla a che vedere con le mie fantasie che pensavano a Tua Rita come ad un’azienda fredda, manageriale, dove tutto è marketing e pubbliche relazioni. Scordatevi tutto questo, da queste parti, malgrado i tanti punti Parker e il via vai di giornalisti internazionali, si sono manten
Tua Rita, un mix tra tradizione ed innovazione, soprattutto in vigna dove gli impianti a cordone speronato vanno tra i 5000 ceppi per le vigne più vecchie, fino ad arrivare agli oltre 8000 per quelli di nuova realizzazione, con produzioni però bassissime specie per i vini più importanti che si aggirano appena intorno ai 30 – 35 quintali per ettaro. I terreni sono un misto di argilla e limo con presenza di scheletro piccolo. Stefano Frascolla dopo averci fatto fare breve giro in cantina di vinificazione, molto semplice e con la presenza di tini di legno troncoconici, ci fa accomodare presso la cantina di maturazione, 700 mq interrati di grande fascino dove riposano ed evolvono tutti i vini aziendali, un vero patrimonio dell’umanità mi
Perlato del Bosco 2007 (sangiovese 60%, cabernet sauvignon 40%): si sale di intensità, complessità, l’orchestra comincia a formarsi, rispetto al Rosso dei Notri, entrano in gioco le spezie nere, la grafite, vino più scuro, profondo e di bella persistenza.
Giusto dei Notri 2007 (cabernet sauvignon 60%, merlot 30%, cabernet franc 10%): entriamo in punta di piedi nell’olimpo, ormai Tua Rita non è solo Redigaffi, questo taglio bordolese rappresenta una validissima alternativa al vino più amato (una volta) da Parker. L’annata 2007 è si caratterizza per la sua freschezza ed eleganza, i vini sono tutt’altro che concentrati e ciò lo
Giusto dei Notri 2008 (da botte): annata completamente diversa rispetto alla 2007, all’eleganza, che rimane sempre, si aggiunge la potenza, la verticalità, il frutto è nero come nere ed intense sono le sensazioni di terra, china, grafite, cassis, peperone. Ricchissimo il palato, regala rotondità a 360°. Da seguire attentamente nel tempo.
Syrah 2007: l’equilibrio dell’annata regala un vino di classe, le note floreali, fruttate e speziate regalano solo pennellate aromatiche vellutate mentre in bocca il vino stupisce per la sua espansione al palato e per la sua bella spina acida. Lunga persistenza su note leggermente boisè.
Syrah 2008 (da botte): un mostro, nel senso buono della parola. Appena Stefan
Redigaffi 2007 (merlot 100%): altro piccolo mostro di goduria, eleganza e freschezza si sommano esaltando gli aromi di bacche selvatiche, prugna, ferro, viola, goudron e fresche note balsamiche. Bocca guidata dalla freschezza, avvolgente, voluttuosa, con un tannino ben presente a bilanciare la morbidezza del vino. Finale interminabile come la nostra goduria.
Redigaffi 2008 (da botte): il vino è ancora abbastanza chiuso, in fasce, anche se la lettura è quella di un vino ancora più complesso, muscolare, dirompente ora nella sua carica di frutta nera e ricordi di sottobosco. Al gusto percepiamo che il vino è ancora in assestamento ma, quando ogni pezzetto andrà al suo posto, saremo di fronte all’ennesimo capolavoro firmato Tua Rita.
Prossimo appuntamento con Tua Rita? L’8 maggio con gli amici del forum del Gambero Rosso, ne vedremo delle belle..
Ca' Del Bosco - La Cuvèe Annamaria Clementi in una splendida verticale storica
Il Franciacorta Cuvée Annamaria Clementi di Cà del Bosco sicuramente è uno dei rari
spumanti italiani che possono contrastare l’eleganza e la complessità degli champagne francesi. Durante l’ultimo Roma Vino Excellence Maurizio Zanella e Ian d’Agata hanno condotto una verticale storica di otto grandi annate di questo Franciacorta vinificato solo dai migliori cru di Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero e solo nelle grandi annate. L’Annamaria Clementi è il frutto dell’assemblaggio dei migliori vini base, di almeno 10 partite diverse, che danno vita ad una cuvée che rimane in affinamento sui lieviti per circa sette anni.
spumanti italiani che possono contrastare l’eleganza e la complessità degli champagne francesi. Durante l’ultimo Roma Vino Excellence Maurizio Zanella e Ian d’Agata hanno condotto una verticale storica di otto grandi annate di questo Franciacorta vinificato solo dai migliori cru di Chardonnay, Pinot Bianco e Pinot Nero e solo nelle grandi annate. L’Annamaria Clementi è il frutto dell’assemblaggio dei migliori vini base, di almeno 10 partite diverse, che danno vita ad una cuvée che rimane in affinamento sui lieviti per circa sette anni.2001: da un’annata importante in Franciacorta ne deriva un vino di grande eleganza e personalità che porge i suoi aromi in maniera delicata ma inesorabile. Bella la nota floreale e di frutta matura, non c’è alcuna sensazione di burro, vaniglia e crosta di pane. Bocca di grandissimo equilibrio e persistenza. Diventerà grande.
1998: l’annata relativamente calda si sente già al naso con un sensazioni di confettura di frutta gialla (mela e pera), agrumi leggermente canditi, leggere note tostate. Sicuramente meno floreale e leggiadro del 2001 anche in bocca dopo c’è più struttura a scapito di una acidità un po’ latente nel finale.
1995: il vino comincia a maturare, nette ora si fanno le sensazioni di fieno, spezie gialle orientali a corollario di una nota surmatura (c’è chi la chiamerebbe morbida) che lo rende meno elegante della precedente annata. Sento stranamente il legno. Fino ad ora l’annata me
no convincente.1993: grandissima annata in Franciacorta. Naso caleidoscopico dove giocano le note agrumate, di fiori gialli, mango, litchi, miele, un insieme di aromi che sembrano tradire il lungo affinamento (5 anni e 6 mesi). Bocca di grande eleganza, piacevole grazie all’equilibrio tra le note sapido-fresche del vino e le note morbide tipiche del Franciacorta invecchiato. Da bere e ribere senza soluzione di continuità.
1990: ancora un’annata calda e ancora un vino dai toni aromatici morbidi, al naso si avverte una note di caramella al miele Ambrosoli davvero intensa, poi arriva la frutta matura e una avvolgente nota tostata. Bocca molto armonica, calda, persistente, un Franciacorta che gioca tutte le sue carte sulla morbidezza.
1988: questa annata, così come le successive, sono state sboccate apposta per questa verticale.
Naso fine, elegante, per nulla gridato, la frutta matura è declinata in tutte le sue più eleganti versioni e trovo, finalmente, una nota minerale che aggiunge complessità al quadro olfattivo. In bocca trovo corpo, equilibrio, struttura senza che nulla venga ceduto ad una possibile ossidazione. Piacevolissimo.1984: sarò stato sfigato io ma ho beccato tre bottiglie, e dico tre, tappate. Ce ne era una quarta che non mi è arrivata che mi dicono di ottima fattura. Sì, vabbè, però…..
1979: seconda grande annata dopo la mitica ’78. Naso di grande complessità, si percepiscono nette le note di mela renetta, miele di castagno, frutta secca, spezie e un eco minerale di grande eleganza. In bocca grande sapidità, avvolgenza, persistenza. Con un guizzo di freschezza in più avrei gridato al miracolo gettandomi ai piedi di Zanella. Rimane, comunque, un grandissimo Franciacorta, il migliore della batteria se paragonato alla sua età. Lo Champagne è avvisato!
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Grazie a tutti
Andrea
Non capisco certi vini...
Si parla tantissimo di rinascita per alcune tipologie di vino italiano, soprattutto si legge in vari blog di un nuovo corso per il lambrusco, simbolo enologico storico di una Regione che per troppo tempo è rimasto ai margini della qualità organolettica.
Si dibatte molto anche di rinascita del Frascati laziale, in alcuni precedenti post di Percorsi di V
ino ho seguito il dibattito, anche politico, che sta alimentando nuove speranze per quello che spesso viene definito il vino di Roma, il più amato e il più odiato.
Si parla tanto e si produce lo stesso tanto, troppo, perché se vado in giro per i vari siti internet si trovano dei veri obrobri, bottiglie che contengono qualcosa di inaccettabile (anche se potabile, lo dico subito) che male, malissimo fa a tutto quel movimento di rinascita qualitativa di cui parlavo prima.
Come si può a produrre, e questo lo chiedo anche al legislatore che lo permette, e vendere ancora oggi il Lambrusco di Puglia? No, dico, il Lambrusco, simbolo della Emilia Romagna, prodotto in Pugli
a? E venduto poi nei classici boccioni di vetro da due litri? Bella la foto, il classico pranzetto pugliese a base di Lambrusco e salame…
E che dire dei boccioni di Castelli Romani bianco color bianco carta?
Ripeto, vini assolutamente bevibili, ci mancherebbe, però mi chiedo a chi giova tutto questo: forse alla casalinga che compra questi prodotti per fare al marito l’ennesima scaloppina al vino? Ma lo sa questa persona che le stesse caratteristiche del vino, che lascio a voi immaginare, se le ritrova nel piatto?
Posso pensare anche che questi prodotti, dal punto di vista del marketing, siano orientati ai tanti muratori rumeni che ogni sera stanziano sotto la mia casa ubriacandosi con questi vini a basso costo. Parlate con le cassiere dei tanti discount di alimentari….
Tutto questo, in generale, non giova certamente al consumatore, sempre più confuso, indifeso e capace, dall’alto della sua inesperienza, di fare di tutta un’erba un fascio andando a penalizzare soprattutto i vignaioli seri.
Scusate lo sfogo ma certe cose, certe bottiglie, mi fanno venire la rabbia….
Si dibatte molto anche di rinascita del Frascati laziale, in alcuni precedenti post di Percorsi di V
ino ho seguito il dibattito, anche politico, che sta alimentando nuove speranze per quello che spesso viene definito il vino di Roma, il più amato e il più odiato.Si parla tanto e si produce lo stesso tanto, troppo, perché se vado in giro per i vari siti internet si trovano dei veri obrobri, bottiglie che contengono qualcosa di inaccettabile (anche se potabile, lo dico subito) che male, malissimo fa a tutto quel movimento di rinascita qualitativa di cui parlavo prima.
Come si può a produrre, e questo lo chiedo anche al legislatore che lo permette, e vendere ancora oggi il Lambrusco di Puglia? No, dico, il Lambrusco, simbolo della Emilia Romagna, prodotto in Pugli
a? E venduto poi nei classici boccioni di vetro da due litri? Bella la foto, il classico pranzetto pugliese a base di Lambrusco e salame…E che dire dei boccioni di Castelli Romani bianco color bianco carta?
Ripeto, vini assolutamente bevibili, ci mancherebbe, però mi chiedo a chi giova tutto questo: forse alla casalinga che compra questi prodotti per fare al marito l’ennesima scaloppina al vino? Ma lo sa questa persona che le stesse caratteristiche del vino, che lascio a voi immaginare, se le ritrova nel piatto?
Posso pensare anche che questi prodotti, dal punto di vista del marketing, siano orientati ai tanti muratori rumeni che ogni sera stanziano sotto la mia casa ubriacandosi con questi vini a basso costo. Parlate con le cassiere dei tanti discount di alimentari….
Tutto questo, in generale, non giova certamente al consumatore, sempre più confuso, indifeso e capace, dall’alto della sua inesperienza, di fare di tutta un’erba un fascio andando a penalizzare soprattutto i vignaioli seri.
Scusate lo sfogo ma certe cose, certe bottiglie, mi fanno venire la rabbia….
Jacopo Cossater organizza il Vinix Live di Perugia
Sabato 6 marzo, all'interno di ExEliografica, a Perugia, si terrà un appuntamento imperdibile per
tutti gli appassionati di vino.
tutti gli appassionati di vino.Vinix Live!, evento itinerante e momento di incontro tra appassionati e produttori nato in rete sul social network dedicato al vino Vinix, farà infatti tappa a Perugia e vedrà protagoniste alcune delle più rappresentative cantine della regione.
Un banco d'assaggio quindi, durante il quale oltre a conoscere i produttori presenti ed assaggiare il loro vini sarà possibile - in via eccezionale e per il solo giorno dell'evento - acquistare le bottiglie ad un prezzo vicino al sorgente, il prezzo cioè normalmente riservato agli operatori.
Tra le cantine presenti Paolo Bea, Milziade Antano, Antonelli da Montefalco, Collecapretta dallo spoletini, Palazzone da Orvieto, Roccafiore da Todi, Lungarotti da Torgiano e la Cantina La Spina dalla zona dei Colli Perugini. Ospite gastronomico il Frantoio Trampetti, da Trevi.
Tutti i dettagli della manifestazione, il programma ed i produttori presenti sulla pagina di Vinix dedicata all'evento.
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