Perelli - Chianti Superiore DOCG Riserva "Maestà" 2023


di Carlo Macchi

Siamo nell’aretino e i Perelli sono piccolissimi produttori. Questo Chianti Superiore Riserva, 100% sangiovese, mostra rispetto per una vendemmia complessa con un corpo non esplosivo ma equilibrato, tannini vividi ma eleganti e buona freschezza. 


Una bella scoperta per chi ama le varie voci del sangiovese.

La teoria dei due imbuti: perché il racconto del vino sta fallendo


di Carlo Macchi

Non so come iniziare questo sfogo anche perché il tema è quasi indefinibile o forse è talmente ben definito che ormai è una specie di monolite su cui andiamo ogni giorno a sbattere. Ha cominciato a girarmi in testa passeggiando per le vigne di Greve con Alessandro Masnaghetti e ingurgitando una serie di dati geologici come solo lui sa esporre, poi ha continuato a formarsi leggendo Verticale e le sue attentissime analisi di vini spesso sconosciuti ai più, per poi formarsi definitivamente davanti agli scritti di Paolo De Cristofaro e degli altri bravissimi colleghi che provano a far capire il mondo del vino non fermandosi solo alla visita in azienda dove si elogiano indiscriminatamente le scale di casa, la cantina, la famiglia fino agli avi che hanno combattuto le Guerre d’Indipendenza e naturalmente i vini.



Alla fine mi sono fatto un’idea che può essere rappresentata da due imbuti: come vedete uno è rovesciato e provo a spiegarvi il perché.


A noi giornalisti del vino ormai ci dicono ad ogni pie’ sospinto che abbiamo un difetto (uno solo?...): usiamo troppi termini tecnici per non dire astrusi, che hanno come risultato quello di allontanare le persone, in particolare i giovani, dal vino. In altre parole, la gran massa di termini, di informazioni, di ragionamenti che cercano di far capire i molti perché di un vino, di un territorio, di una storia anche sociale, entrano dalla parte larga dell’imbuto ma subito dopo si ritrovano schiacciate nella parte stretta, quella dalla parte dei consumatori e della loro relativa voglia di ricevere quelle informazioni ormai “compresse” e per molti inutili. Insomma, il nostro modo di fare giornalismo non riesce a passare oltre quella strettoia e così non solo serve a poco ma, dicono, è pure controproducente.


Al contrario, se giriamo l’imbuto dalla parte stretta troviamo i comunicatori moderni, quelli che con una foto, tre parole in croce, un sorriso e magari un paio di tette ben posizionate fanno passare poche informazioni, ma queste riescono ad allargarsi ed arrivare a molte più persone posizionate nella parte larga dell’imbuto. Quindi poche informazioni, speriamo chiare e veritiere, sono meglio di tante, anche vere ma figlie di una conoscenza oggi fuori moda e magari pure noiosa e verbosa.


Cosa possiamo fare noi che continuiamo a vedere un bicchiere di vino come un insieme di storia e di storie, di tecnica, di scelte umane, di commerci, di vita vissuta, di azioni e reazioni e chi più ne ha più ne metta? Possiamo certo cambiare e semplificare il nostro linguaggio, oppure possiamo addirittura tacere e lasciare il campo. 


La domanda che mi faccio però è se veramente le colpe sono tutte nostre o è in atto da tempo un mutamento sociale e storico, magari (speriamo) ciclico come l’andamento delle crisi industriali e economiche, che passa direttamente sopra alle nostre parole e colpisce la società in cui viviamo. Nei giorni scorsi un giovane enologo mi ha confidato di aver chiesto all’intelligenza artificiale di confrontare, in un periodo di tempo abbastanza lungo, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, l’allontanamento dalla fede cristiana e la diminuzione del consumo di vino in Europa: la risposta ha portato allo stesso identico dato che è un -67%, che vi riporto così come mi è stato detto senza, naturalmente, avallarlo ma solo per fare un esempio di quali macrofenomeni possano portare a microfenomeni come la diminuzione del consumo di vino. Quindi da una parte noi giornalisti del vino siamo talmente piccoli di fronte ai problemi della società odierna che quello che facciamo e scriviamo probabilmente incide quanto un moscerino nell’indicare la strada a un elefante. Dall’altra però se tanti moscerini si uniscono l’elefante può scegliere la strada dove ce ne sono meno che gli ronzano nelle orecchie.


Eccomi al dunque: anche se ormai siamo mosche bianche o moscerini neri, abdicare e lasciare il nostro posto servirebbe solo a rendere la conoscenza del mondo del vino più superficiale, meno sentita come importante e se le cose non sono importanti avranno sempre meno motivo di esistere. Da anni sto pensando di scrivere un libro che è impossibile scrivere, cioè la storia del mondo occidentale senza il vino. Come sarebbe stata la nostra storia se l’uomo non avesse trovato e avuto fin dai primordi il vino accanto a sé? Le nostre sorti sarebbero state migliori o peggiori? Sicuramente sarebbero state diverse e credo pure peggiori, ma sono di parte. Il problema non è sul “migliore o peggiore” ma sul fatto che, volenti o nolenti il vino è sempre stato con l’uomo, ne è stato quasi l’ombra, lo ha accompagnato ovunque, in ogni momento storico e sociale e il riuscire a far filtrare, far capire questa “unione millenaria” non può non spingere a trattare una bottiglia di vino con un numero di parole adeguate al ruolo che lei e i miliardi di suoi antenati hanno avuto.
Poi possiamo e dobbiamo usare parole più semplici ma non più semplicistiche e alla fine, se il nostro imbuto le restringerà e rischierà di non farle arrivare a destinazione… almeno ci abbiamo provato.

MenoDodicIGP: Tenuta Cocci Grifoni - Falerio Pecorino "Le Rondini" 2025


di Roberto Giuliani

Da 93 anni sulla breccia, la Tenuta Cocci Grifoni può essere definita una delle cantine d’avanguardia per quanto riguarda la sostenibilità: tutta la produzione è bio e vegan, l’azienda è certificata Equalitas (che rientra in un più ampio progetto che internamente ha il nome di “vandalismo etico”, ovvero fare vino secondo i principi dell’agricoltura onesta), il packaging prevede vetri leggeri e carta certificata FSC, il bilancio di sostenibilità si può richiedere direttamente sul sito aziendale.


Il Pecorino Le Rondini 2025, bevuto ieri al Bistrot Soratte di Sant’Oreste (RI), gode di un piccolo contributo del 15% di trebbiano e mostra una gamma di profumi piacevoli di pera abate, pompelmo, fiori di ginestra ed erbe aromatiche. Bocca fresca, asciutta, sapida, perfetto abbinato a una pizza ai fiori di zucca, alici e stracciatella.

Prezzo medio sul web 10,50 euro

InvecchiatIGP: La Bellanotte - Venezia Giulia Pinot Grigio Ramato "Contelucio" 2015


di Roberto Giuliani

Ditemi quello che volete, sarà pure merito della magnum che consente un invecchiamento più lento, sarà perché il 50% della massa sosta in barrique di secondo e terzo passaggio, ma un rosato di 11 anni che ha ancora grinta, freschezza e un colore tutt’altro che smorto, merita di essere raccontato.
Parliamo de La Bellanotte, azienda di Farra d’Isonzo che il mitico Paolo Benassi conduce e promuove da decenni senza mai perdere entusiasmo. E ha ragione, difficile, almeno in Italia, trovare un pinot grigio rosato di siffatta classe e tenuta.


La cosa che più mi stupisce del Contelucio è come abbia mantenuto lo stesso carattere pur nella sua inevitabile evoluzione, ora la 2015 mostra un colore ancora ramato vivace con un leggero abbraccio verso l’ambrato; il bouquet è intenso e articolato, di frutta esotica matura, arancia candita, ananas disidratato, pompelmo rosa glassato, melata, miele di zagara e tanta altra bontà (spettacolare come si apre e acquista complessità e vitalità con il passare dei minuti).


Ma è al palato che mi lascia senza parole, ancora vivissimo, fresco, godurioso, la parte evoluta e terziaria si fonde magnificamente con quella più viva e trasuda bellezza, un sorso tira l’altro, è davvero pericoloso, soprattutto perché puoi berlo da solo… ed è una magnum! Quando mi capita un vino così non posso fare a meno di farlo assaggiare anche a mia moglie Laura che, dopo averlo sapientemente annusato e sorseggiato mi ha guardato e ha detto senza esitazione: “ma che buono!!”. Se non vi fidate di me, con lei potete stare davvero tranquilli.

Marco Capra - Nebbiolo d’Alba Testanvisca 2022


di Roberto Giuliani

“Testa calda”, “peperino”, questo è l’appellativo che Marco ha dato a suo figlio nel 2012. 


Questo Nebbiolo è perfetto per i suoi 10 anni (avrà mantenuto la testa calda?): fresco e pimpante, fruttatissimo e floreale; il sorso mette allegria, il tannino punzecchia un attimo e poi si gode all’infinito.

La riscossa del Valpolicella Superiore: la scommessa in quota de Le Guaite di Noemi


di Roberto Giuliani

Ho conosciuto Noemi nel maggio scorso, in occasione dell’evento “Nero su Bianco”, organizzato da un drappello di 12 vignaioli della Valle di Mezzane, territorio a est di Verona dove si produce Valpolicella e Soave. Fu un’esperienza molto interessante durante la quale ho avuto modo di assaggiare i vini proposti dalle 12 aziende, in un’atmosfera cordiale dove è emersa chiara la volontà di tutti di rimettere al centro il Valpolicella Superiore, dopo che questo era stato adombrato per molto tempo dal successo dell’Amarone.


L’azienda Le Guaite, il cui nome significa “luogo di osservazione” o “posto di guardia”, viene fondata nel 2002 da Giulietta Dal Bosco, ma le origini risalgono agli anni ’60, quando Carlo Pizzighella e Lina Urbani decidono di acquistare i terreni dove avevano lavorato per anni come mezzadri, poco meno di 4 ettari di un’azienda agricola che non faceva vino ma coltivava piante da frutta: olive, ciliegie, albicocche e uva. Successivamente il figlio Stefano, insieme alle sue sorelle prende sempre più confidenza con il lavoro della terra e la produzione. Per un certo periodo Stefano fa esperienza in altre aziende, ma poi decide di tornare nella sua terra e riprendere le redini di ciò che aveva lasciato diventandone proprietario, nel 1984.


Acquista campi in disuso o mai considerati per la coltivazione di uva e olive e così espande la sua azienda. Nel gennaio del 1990 arrivano le prime novità, Stefano e Giulietta acquistano una proprietà sul monte chiamata Le Guaite e iniziano i lavori per realizzare un vigneto destinato alla produzione dei loro futuri vini, Valpolicella, Amarone e Recioto. Sette anni dopo Stefano acquista un piccolo frantoio per dedicarsi anche alla produzione di olio. Tra il 1999 e il 2001 iniziano le prime prove per la realizzazione del Valpolicella. Arriviamo al 2002, quando nasce Le Guaite, che coincide con la prima annata messa in commercio delle tre tipologie di vino prodotte.


Nel 2006 nasce il Valpolicella Ripasso e il “Solitario” (amandorlato), nel 2008 è la volta del “Thano” IGT rosso veronese, ottenuto da corvina, corvinone e rondinella; nel 2013 incrementa la gamma il “Tisbe”, cabernet sauvignon in purezza che subisce un appassimento nello stile tipico della Valpolicella. Nel 2015 Noemi, figlia di Stefano e Giulietta, dopo avere seguito i genitori per anni sia in vigna che in cantina, passa a condurre l’azienda, che diventa “Le Guaite di Noemi”, il cui nome deriva dall’etichetta che i genitori le avevano dedicato.


Ed eccoci, quindi, al vino che rappresenta la filosofia di Noemi, un Valpolicella Superiore ottenuto da corvina 35%, rondinella 20%, corvinone 35% e altre uve10%, che subisce (sic!) un breve appassimento delle uve. C’è da dire che le vigne si trovano a quasi 500 metri di altitudine, una quota che garantisce ancora una buona escursione termica tra giorno e notte. Siamo su terreni di matrice calcarea e basaltica ma dalle tonalità rosate per la buona presenza di ferro. Le uve, dopo la raccolta, vengono lasciate ad appassire per un mese in fruttaio, subiscono una macerazione a freddo e la fermentazione si svolge con lieviti selezionati a temperatura controllata; la maturazione avviene in barrique di secondo passaggio e dura tra i 36 e i 48 mesi, cui seguono almeno altri tre anni in bottiglia.


Colore rubino con riflessi granata, i profumi puntano fortemente sul frutto maturo, ciliegia, mora, prugna, ribes nero, marasca, ma anche viole macerate, cannella, timo, chiodo di garofano, L’assaggio mette in evidenza gli effetti dell’appassimento ma senza appesantire il sorso grazie ad una freschezza piena, si sente che è un vino “adulto”, ovvero che ha subito un processo evolutivo accurato che lo ha portato a raggiungere un ottimo equilibrio in ogni sua parte. Una visione del Valpolicella Superiore che vuole valorizzare la tipologia rendendola in un certo senso l’alternativa all’Amarone, più bevibile, meno alcolico (14,5%), dal prezzo ancora accessibile (33 euro in cantina).

MenoDodicIGP: Feudo Croce - Chardonnay Puglia IGP 2025


L’avventura salentina della famiglia Tinazzi nasce nei primi anni Duemila, quando Gian Andrea intuisce la profonda vocazione viticola del territorio e dà vita a Feudo Croce, a Carosino, nel cuore della Puglia più vera. In questo territorio, dove il Primitivo domina incontrastato, l’azienda produce anche uno Chardonnay che si smarca con classe da alcuni cliché legati ai bianchi pugliesi: niente sbavature di legno, burro o vaniglia, ma solo tanta piacevolezza. 


L’acciaio ne preserva la fragranza, regalando al naso profumi di agrumi e fiori gialli. In bocca il sorso è snello, dissetante e chiama subito il riassaggio. Un’interpretazione moderna e accessibile che incarna alla perfezione lo spirito della nostra rubrica.

Costo medio sul web circa 9 euro

InvecchiatIGP: I Custodi delle Vigne dell’Etna – Ante 2013


Sull’Etna la viticoltura ha un rapporto particolare con il tempo. Lo si capisce guardando le vigne, i vecchi alberelli, i muretti in pietra lavica e, soprattutto, il lavoro necessario per mantenerli in vita. È dalla volontà di preservare questo patrimonio che nasce il progetto de I Custodi delle Vigne dell’Etna, realtà che ha scelto di recuperare vecchie vigne e pratiche agricole tradizionali in un territorio dove l’abbandono ha rischiato di cancellare una parte importante della storia viticola della Muntagna.


L’idea prende forma nel 2007, quando Mario Paoluzi comincia ad acquistare le prime parcelle sull’Etna, tra cui quelle di Contrada Moganazzi, precedentemente appartenute a Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red che con il progetto Il Cantante aveva contribuito a riportare l’attenzione internazionale sulla viticoltura etnea. È attraverso Hucknall che Paoluzi entra in contatto con Salvo Foti, un incontro destinato a segnare profondamente il percorso dell’azienda. Da quel momento prende forma una scelta precisa: recuperare il patrimonio viticolo etneo senza adattarlo a modelli estranei al territorio, affidandosi anche alla tradizione dei Vigneri e alla conoscenza dell’alberello etneo.


Oggi le vigne dell’azienda si distribuiscono in diverse contrade, per circa 12 ettari complessivi. A Moganazzi, dove si trovano piante ormai mature, sono stati persino eliminati alcuni impianti più giovani per ripristinare il tradizionale sistema a quinconce, legato alla coltivazione ad alberello. A Taverna, intorno ai 750 metri di altitudine, il vigneto guarda verso lo Ionio. A Feudo di Mezzo, invece, si trovano alcune delle testimonianze più preziose di questa viticoltura: viti prefillossera a piede franco, alcune con oltre due secoli di età, protette dai caratteristici muretti e dalle strutture in pietra lavica.


È in questo contesto che si inserisce Ante, Carricante in purezza che ho avuto modo di degustare qualche mese fa durante una verticale organizzata a Contrade dell’Etna 2026. Era un vino che avevo già nel radar, ma metterlo davanti a quattro annate diverse ha cambiato la prospettiva. Il tempo, in questo caso, diventa una chiave di lettura. La 2013 è stata la sorpresa della degustazione. Un’annata difficile, fredda e molto piovosa, arrivata oggi a una fase evolutiva tutt’altro che scontata. Il colore conserva luminosità; al naso il vino si apre lentamente, lasciando emergere note salmastre e agrumate, insieme a una componente minerale e a sfumature evolutive che non ne compromettono affatto la vitalità. Anzi.


In bocca è ancora sorprendentemente teso. Dopo un ingresso più morbido, il sorso prende velocità e si fa nervoso, verticale, quasi tagliente. La freschezza tiene tutto in equilibrio e la chiusura, asciutta e salina, rimane a lungo. È proprio qui che la 2013 racconta qualcosa di interessante sul Carricante e, più in generale, sulla capacità dei vini etnei di attraversare il tempo. L’evoluzione non ha cancellato l’identità del vino, l’ha spostata: meno immediatezza aromatica, più profondità, con quella componente salina e minerale che prende progressivamente il sopravvento.
Non è una bottiglia che impressiona per ricchezza o potenza. La sua forza sta nell’energia, nella precisione e nella capacità di mantenersi viva a distanza di anni. Ed è forse questa la lettura più interessante del lavoro de I Custodi: recuperare una vigna, conservarne la memoria e poi avere la pazienza di aspettare. Perché sull’Etna il tempo non è soltanto quello che passa tra una vendemmia e l’altra. È anche quello che permette a una vecchia bottiglia di tornare a parlare.

Az. Agr. Falisca – Toscana IGT Trebbiano 2024


Il Via della Luna 2024 della famiglia Pizzolato, prodotto a Certaldo, stravolge l'idea del trebbiano toscano neutro e banale. 


Profuma di tè, frutta secca, erbe ed echi fumé. In bocca h un'impronta decisamente sapida, dritta e vibrante. Un vino che non urla, sta lì in silenzio... finché all'improvviso non ti rendi conto di essere già al terzo calice.

Bordeaux, sull’orlo dell’abisso?


Bordeaux sta vivendo una trasformazione che pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Non soltanto per la crisi economica, ma perché a essere messo in discussione è un modello vitivinicolo costruito in secoli di storia, capace di diventare uno dei marchi più potenti del vino mondiale. Il dato più doloroso non è però una quotazione che scende o una campagna en primeur che va male: nel 2025 tre viticoltori bordolesi, Christophe Blanc, Jonathan Mayer e Guillaume Petregne, si sono tolti la vita, in un contesto di forte difficoltà per una parte della viticoltura della Gironda. Non è corretto trasformare queste tragedie in una statistica né stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto con la crisi economica. Ma sarebbe altrettanto difficile ignorare il contesto nel quale sono avvenute: aziende indebitate, difficoltà di vendita, patrimoni familiari che rischiano di dissolversi e, soprattutto, vigne da eliminare. 


La risposta istituzionale a tutto questo è stata anche una delle più radicali possibili: ridurre il parco vitato. Dal 2023, in Gironda, circa 30.000 ettari saranno stati estirpati entro la conclusione dei programmi in corso, dei quali 20.109 con il sostegno dello Stato e del CIVB. Il piano nazionale di arrachage varato nel 2026 ha inoltre raccolto richieste per altri 7.825 ettari nel dipartimento. Le elaborazioni di Gavin Quinney fotografano nel frattempo una perdita di circa 20.000 ettari di vigneto bordolese già sradicati o abbandonati negli ultimi tre anni, pari a circa il 20% della superficie. Numeri diversi perché misurano momenti e perimetri differenti, ma che raccontano tutti la stessa cosa: Bordeaux sta riducendo drasticamente la propria superficie vitata. Per chi guarda i bilanci può essere una misura di riequilibrio necessaria, perché l'offerta è diventata superiore alla domanda. Per chi vive sulla terra, però, la prospettiva è molto diversa. Sacrificare una vigna significa togliere dal terreno qualcosa che spesso è stato piantato dal padre o dal nonno. Significa interrompere una continuità. In molti casi significa anche ammettere che quella terra, coltivata per generazioni, non riesce più a garantire un reddito sufficiente. E il paradosso è che Bordeaux sta riducendo il proprio vigneto proprio mentre anche la produzione è crollata. 


La vendemmia 2025 ha prodotto circa 290,6 milioni di litri, il livello più basso dal 1991, con una resa media di appena 33,6 ettolitri per ettaro. La media produttiva del quinquennio 2021-2025 è stata del 25% inferiore a quella del decennio 2011-2020 e del 38% rispetto alla media 2001-2010. Non è soltanto il mercato, quindi. È anche il clima. Piogge, peronospora, siccità, caldo estremo e maturazioni sempre più difficili stanno modificando le condizioni nelle quali Bordeaux ha costruito la propria fortuna. E il 2026 non sembra voler concedere una vera tregua. La Francia è stimata a 33,9 milioni di ettolitri, uno dei raccolti più bassi degli ultimi trent'anni, dopo un'estate segnata da siccità e ondate di calore. Bordeaux dovrebbe recuperare circa il 10% rispetto al disastroso 2025, arrivando a 3,52 milioni di ettolitri, ma restando comunque l'11% sotto la media 2021-2025.


Il problema, però, non è più soltanto produrre. È vendere
. Ed è qui che la storia diventa più complicata. Per anni Bordeaux ha prodotto per un mondo che sembrava voler comprare sempre di più. La Cina era diventata uno dei grandi motori della domanda internazionale. Il vino rosso rappresentava il cuore dell'offerta. Le grandi annate alimentavano il sistema en primeur. I prezzi crescevano e il prestigio sembrava trasformarsi quasi naturalmente in valore economico. Poi il mondo è cambiato. Il consumo di vino si è ridotto, le nuove generazioni hanno sviluppato abitudini diverse, il rosso ha perso terreno rispetto a bianchi e bollicine e la Cina non è più il motore di crescita che Bordeaux aveva imparato a considerare. I consumatori, poi, sono diventati più prudenti e, soprattutto, hanno iniziato a chiedere una cosa molto semplice: perché dovrei pagare così tanto per questa bottiglia? È una domanda che mette in discussione un intero sistema, quello dell'en primeur, ovvero la vendita anticipata del vino ancora in affinamento, prima dell'imbottigliamento.


La campagna del millesimo 2024 ha mostrato tutte le fragilità di questo modello: prezzi ridotti, domanda debole, négociants poco disponibili ad assumersi altro stock e una quantità di vino già presente sul mercato che rende sempre più difficile giustificare certe quotazioni. La campagna En Primeur del millesimo 2025 ha beneficiato di un'annata considerata di grande potenziale, ma il risultato commerciale è rimasto molto selettivo. Le vendite sono cresciute leggermente rispetto alla debole campagna del 2024, senza però riportare il sistema ai livelli di qualche anno fa. Anche il mercato secondario racconta questo cambiamento: Bordeaux resta la regione dominante per valore, ma il suo peso è molto più basso rispetto agli anni d'oro e solo nel 2026 sono comparsi segnali di una possibile stabilizzazione dopo tre anni consecutivi di contrazione.


La questione, quindi, non è soltanto rilanciare un mercato in difficoltà, ma capire se il modello che ha reso grande Bordeaux sia ancora quello giusto per il vino di domani. E qui arriviamo al punto più delicato: Bordeaux, a mio parere, non deve necessariamente diventare un'altra regione. Deve capire quale Bordeaux vuole essere. Servono vini più leggibili, una politica dei prezzi più realistica, maggiore capacità di raccontare territori e persone e, soprattutto, la disponibilità ad accettare che il prestigio di un nome non basta più. Forse Bordeaux dovrà produrre più bianchi. Forse dovrà valorizzare maggiormente stili più freschi e meno concentrati. Forse dovrà riscoprire una parte della propria storia dimenticata, quando il vino bordolese non coincideva necessariamente con la potenza, l'alcol e la concentrazione.


Bordeaux sta quindi morendo? No, non credo. Ma sta pagando il prezzo della propria grandezza. Ha ancora terroir straordinari, competenze, una rete commerciale unica e un patrimonio di reputazione che nessuna crisi può cancellare in pochi anni. Ma il prestigio, da solo, non basta più. Il mondo del vino è cambiato e Bordeaux dovrà cambiare con lui. Per tornare a vivere dovrà forse fare una cosa che sembrava impossibile: ricominciare.

L’11 ottobre torna Tra Vino e Tramonti: 42 produttori del Lazio incontrano una selezione di vignaioli francesi tra Borgogna, Loira e Roussillon


Il Lazio del vino si mette in dialogo con la Francia. Domenica 11 ottobre 2026, dalle 12 fino al tramonto, torna a Palazzo Tronconi, ad Arce, la quarta edizione di Tra Vino e Tramonti, la manifestazione dedicata al vino artigianale e ai suoi protagonisti. Al centro dell’evento restano i 42 produttori del Lazio, espressione di territori, vitigni e sensibilità differenti, ma accomunati da una filosofia produttiva orientata al rispetto della terra e alla minima interferenza in cantina: agricoltura naturale, biologica o biodinamica, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e un impiego fortemente ridotto, quando non completamente escluso, di pesticidi e altri prodotti di sintesi.


La grande novità dell’edizione 2026 è l’apertura, per la prima volta, a una selezione di vignaioli francesi, provenienti da Borgogna, Valle della Loira e Roussillon.

L’obiettivo non è spostare il centro della manifestazione, che resta saldamente legato al vino del Lazio, ma creare un confronto con territori vitivinicoli già fortemente riconosciuti a livello internazionale. Un dialogo pensato per valorizzare il percorso che il Lazio sta compiendo, mettendone in evidenza identità, qualità e capacità di confrontarsi con realtà affermate senza perdere la propria specificità.

Dodici realtà francesi tra Borgogna, Loira e Roussillon

Saranno presenti personalmente ad Arce Bruno Duchêne e Alice e Olivier De Moor, distribuiti in Italia da Triple A Velier, e Manuel di Vecchi Staraz, distribuito da Merlini Distribuzione. Accanto a loro, il percorso di degustazione internazionale incluso nel biglietto comprenderà i vini di altre importanti realtà francesi, presentate anche attraverso il lavoro dei distributori italiani coinvolti, tra cui Gaja Distribuzione e Les Caves de Pyrene.

I produttori internazionali presenti nel progetto 2026:

- Nicholas Joly
- Bruno Duchêne
- Alice e Olivier De Moor
- Pattes Loup – Thomas Pico
- Olga Raffault
- Thibaud Boudignon
- Taupenot-Merme
- Domaine de la Cadette
- Domaine Derain
- Matassa
- Vinyer de la Ruca

Un itinerario che attraversa territori come Chablis, Vézelay, Côte de Nuits, Côte de Beaune, Chinon, Savennières e Banyuls-sur-Mer, portando ad Arce interpretazioni e sensibilità diverse della viticoltura francese.

Il Lazio resta protagonista

Tra Vino e Tramonti nasce per raccontare il Lazio attraverso chi il vino lo produce. La quarta edizione riunisce 42 realtà vitivinicole regionali, offrendo al pubblico la possibilità di degustare i vini direttamente insieme ai vignaioli e di conoscere territori, vitigni e approcci produttivi differenti.

L’apertura internazionale vuole quindi rappresentare un ulteriore passo nel percorso della manifestazione: non una competizione tra territori, ma un’occasione di confronto e scambio culturale tra produttori che lavorano in contesti diversi, accomunati da una forte relazione con la terra e con il proprio mestiere.

Vino, arte e musica fino al tramonto

La giornata si svilupperà tra degustazioni e performance artistiche e musicali, pensate come parte integrante dell’esperienza e diffuse negli spazi della manifestazione.

Tra gli artisti presenti:

- Rocco Lancia, pittore
- Veronica Fucci, soprano
- Sara Hoen, pittrice
- Ilona Dell’Olio, pittrice e performer
- Juri Corti, pittore
- Giuseppe Verri, scultore

Arte, musica e vino accompagneranno il pubblico durante tutta la giornata, senza sottrarre centralità ai vignaioli e ai banchi di degustazione.

La proposta gastronomica

Anche l’offerta gastronomica sarà parte del racconto della giornata. A Trapizzino, consolidato ambasciatore della tradizione culinaria romana e laziale, sarà affidata una parte centrale della proposta food, affiancata dalla cucina dell’Osteria di Palazzo Tronconi. A completare il percorso, una selezione di crudi e ostriche proposta da Triodinamico, in collaborazione con Corrado Tenace di Oyster Oasis.

Un progetto in crescita

Tra Vino e Tramonti arriva alla quarta edizione dopo un percorso di crescita costante. La precedente edizione ha riunito 34 produttori, registrando oltre 700 presenze e circa 400 bottiglie condivise nel corso della giornata. Nel 2026 il progetto amplia ulteriormente il numero dei vignaioli coinvolti e, per la prima volta, apre il proprio racconto oltre i confini italiani, mantenendo però il Lazio come punto di partenza e centro della manifestazione.

I 42 produttori del Lazio

- Vitivinicola Cioffi
- Il Vinco
- La Torretta
- Cardea
- Colle Formica
- La Visciola
- Damiano Ciolli
- Simone Sandei
- DS Bio
- Simone Pulcini
- Carlo Noro
- Riccardi Reale
- Fra i Monti
- Il Vecchio Poggio
- Il Sambuco
- Palazzo Tronconi
- Nicoletta Loreti
- Abbia Nova
- Marciano
- Andrea Occhipinti
- I Chicchi
- Rinelli Vigneti
- Marco Falcone
- Farina
- Emiliano Fini
- Liane
- Terracanta
- Mattei Wines
- Maria Ernesta Berucci
- Il Carretto
- Migrante
- Le Cerquette
- Marco Tumei
- Cantine Ferracci
- Podere Puelle
- Sete
- Podere Orto
- Aurete
- Giacobbe
- Icaro
- La Femminella
- Donna Vittori

La quarta edizione è supportata da:

Acqua Maniva
Refrigerio

Informazioni

Tra Vino e Tramonti 2026 – IV edizione

Domenica 11 ottobre 2026
Palazzo Tronconi, Arce (FR)
Dalle ore 12:00 al tramonto


Ingresso:

45 euro con prevendita online

50 euro direttamente all’ingresso il giorno dell’evento (fino a esaurimento dei biglietti)

Biglietti:

I biglietti sono disponibili online su Palazzo Tronconi

Organizzazione a cura di:

Palazzo Tronconi e Trapizzino

MenoDodicIGP: Fattoria dei Barbi - Igt Toscana Rosso "Brusco dei Barbi" 2024


di Lorenzo Colombo

Concepito da Giovanni Colombini, nonno di Stefano Cinelli Colombini, nel lontano 1969 voleva essere allora, e lo è ancor’oggi, un vino da potersi bere giovane, però con anche una certa capacità d’invecchiare. Prodotto con Sangiovese più una piccola percentuale di altri vitigni a bacca rossa provenienti da un vigneto posto a 400 metri d’altitudine su suolo argilloso-galestroso, vinificazione ed affinamento avvengono in vasche d’acciaio.


Si presenta con un color tra il rubino ed il granato. Intenso al naso con le note tipiche del vitigno, frutta rossa che ricorda la ciliegia selvatica con accenni di noci fresche. Fresco ed asciutto al palato, con bella trama tannica che nuovamente ci ricorda le noci, vi ritroviamo un bel frutto, buona la sua persistenza con chiusura piacevolmente amaricante.

Nello shop aziendale il suo costo è di 8 euro mentre on-line si trova attorno ai 9 euro

InvecchiatIGP: Nino Negri - Valtellina Superiore Vigneto Fracia 2006


di Lorenzo Colombo

La Vigna Fracia è di proprietà della Nino Negri dall'anno della sua fondazione, ovvero dal 1897. Si tratta di un vigneto di 10 ettari d'estensione, sette dei quali appartengono alla Nino Negri. Situato a un'altitudine compresa tra i 380 e i 500 metri s.l.m. su suolo scistoso e facilmente sfaldabile, composto principalmente da sabbia, ghiaia e limo, è disposto su ripidi (la pendenza arriva al 65%) ma ampi terrazzi sostenuti da muretti a secco. La loro ampiezza ha dato la possibilità di reimpiantare il vigneto dal tradizionale metodo a ritocchino, tipico della Valtellina, al più facilmente gestibile e parzialmente meccanizzabile giropoggio (da Est ad Ovest), con potatura a Guyot, aumentando così anche la densità di ceppi per ettaro. Nonostante si trovi in una zona relativamente più fresca rispetto ad altre, la vegetazione spontanea è quella tipica della valle, ovvero vi si trovano piante da clima mediterraneo.


Questo microclima più freddo fa sì che il ciclo vegetativo del Nebbiolo sia più lungo, conferendo al vino particolari sentori floreali e d'erbe aromatiche in gioventù, che si evolvono durante la vita del vino, il quale gode inoltre di una particolare longevità.


Nel corso degli anni l'etichetta è cambiata ed ora riporta la sottozona Valgella; il vino ha così acquisito il nome di Valtellina Superiore Valgella Vigna Fracia ed è stato inserito nella linea produttiva “Vigne di Montagna”. Attualmente l'affinamento del vino è cambiato, avvenendo principalmente in botti di rovere di medie dimensioni, relegando solamente una piccola percentuale in barriques e terminandolo poi con 18 mesi in bottiglia.

Il vino

La vinificazione è stata effettuata a temperatura controllata in vasche d'acciaio, terminando la fermentazione malolattica in barriques, dove è rimasto per 15 mesi. L'apertura della bottiglia, dopo vent'anni dalla vendemmia, non ha causato particolari problemi: il tappo, come si vede dalla foto, è uscito integro — abbiamo utilizzato il cavatappi a doppia lamella e verme — e solo leggermente colorato dal vino nella sua parte più interna (la bottiglia è sempre stata conservata coricata).


Il vino si presenta con un colore granato profondo con unghia tendente all'aranciato. Dopo i primi minuti nei quali ci appare un poco chiuso, s'apre ampio, complesso ed elegante, con buona intensità olfattiva su note di sottobosco, cuoio e fiori secchi, e poi ancora note balsamiche, di frutta secca e di caffè, prugna secca, pepe e vaniglia.


Intenso e strutturato, con leggeri accenni piccanti, vi cogliamo sentori di cioccolato alla menta uniti a quelli di noci, castagne, pepe e caffè. Chiude piacevolmente amaricante con lunghissima persistenza e tannino integro.

Pileum - Lazio Rosato IGP "Caterina" 2024


di Lorenzo Colombo

Prodotto con uve Cesanese di Affile provenienti dalle colline di Piglio, ad oltre 400 metri d’altitudine su suoli calcarei composti da argille bianche, limo e sabbia. 


E' un rosato dal color tra il salmone ed il ramato e si presenta fresco e sapido, succoso e con sentori di ciliegia e d’erbe aromatiche.

Alla scoperta di Surrau: l'azienda gallurese che punta tutto (o quasi) sul Vermentino


di Lorenzo Colombo

Surrau è un’azienda di recente fondazione — la prima annata sul mercato è la 2005 — creata dalla famiglia Demuro, proprietaria di Sardares, punto di riferimento in Sardegna per quanto riguarda l’edilizia da oltre 60 anni. L’azienda nasce con 5 ettari di vigneti dedicati alla produzione di vini rossi nella vallata del Surrau, in Gallura. Nel corso degli anni è cresciuta costantemente, arrivando a gestire attualmente 70 ettari di vigne suddivise in sette distinte zone del comune d’Arzachena, tutte situate su suoli sabbiosi da disfacimento granitico:
  • Vigneti Surrau: 4 ettari dedicati al Vermentino
  • Vigneti Juannisolu: 15 ettari in corpo unico destinati a Vermentino, Cannonau, Carignano, Bovale e Cabernet
  • Vigneti Spridda: 10 ettari vitati a Vermentino, oltre ad altri 10 ettari di boschi.
  • Vigneti Moro: 6 ettari a Vermentino e Caricagiola.
  • Vigneti Pastura e Vigneti Andrea Gusi: 13 ettari dove si coltivano Vermentino, Cannonau, Cabernet e Syrah.
  • Vigneti Chilvagghja: 16 ettari con Vermentino, Cannonau, Cabernet e Syrah.
Anche la produzione si è evoluta nel tempo, indirizzandosi ora soprattutto verso il Vermentino. Tra la dozzina di etichette prodotte, per un totale di circa 450.000 bottiglie annue, ben cinque sono riservate al Vermentino, che copre poco meno del 90% della produzione totale. Il 70% di queste bottiglie viene venduto in regione, mentre la restante parte è equamente suddivisa tra il resto d’Italia e l’estero.


Abbiamo avuto il piacere di assaggiare alcuni dei vini prodotti presso l’Enoluogo, la casa di Civiltà del Bere a Milano, nel corso di una degustazione condotta da Alessandro Torcoli e Marco Loddo, responsabile commerciale dell’azienda. Ecco le nostre impressioni sui vini assaggiati.

Le Degustazioni

Sciala, Vermentino di Gallura Superiore 2025

I vigneti sono situati tra i 100 e i 150 metri d'altitudine e allevati a Guyot. La vendemmia si effettua verso metà settembre, mentre fermentazione e affinamento si svolgono in vasche d’acciaio, dove il vino sosta per sei mesi prima dell’imbottigliamento. Ne vengono prodotte circa 70.000 bottiglie all'anno, vendute in azienda a 21 euro. Nel bicchiere si presenta di un colore paglierino-verdolino luminoso. Al naso offre una buona intensità, con note minerali, rocciose e sentori d’agrumi e di frutta a polpa bianca fresca, accompagnati da una bella eleganza. È fresco al palato, minerale, sapido e verticale, quasi tagliente e decisamente agrumato, con una lunga persistenza. Un bel vino, anche se ancora leggermente scomposto alla bocca.

Sciala Life Edition, Vermentino di Gallura Superiore 2024

Le uve e la fermentazione sono le stesse dello Sciala. A cambiare è l’affinamento: parte si svolge in Wineglobe (contenitori di vetro da 225 litri) e parte in vasche di cemento ovoidali da 670 litri, dove il vino sosta per 12 mesi, seguito da un riposo in bottiglia di circa sei mesi. Prodotto per la prima volta con l’annata 2023, ha una tiratura limitata a 2.400 bottiglie e un prezzo in azienda di 35 euro. Si mostra con un colore paglierino dorato e una buona intensità olfattiva, arricchita da sentori di frutta a polpa gialla ed erbe mediterranee. Al palato è strutturato, intenso, succoso e sapido, con leggere note piccanti e una buona persistenza.

Montidimola, Vermentino di Gallura Vendemmia Tardiva 2023

Uve Vermentino in purezza provenienti da un singolo vigneto di 3,8 ettari, posto a 70 metri d’altitudine in una zona molto ventosa verso le Bocche di Bonifacio, il che ne causa un germogliamento tardivo. Dopo una macerazione pellicolare di 12-24 ore (in parte a grappolo intero e in parte diraspate) e una pressatura delicata, il mosto fermenta per il 50% in botti di rovere di Slavonia da 35 ettolitri e per l’altra metà in vasche di cemento non vetrificate da 670 litri. Dopo l’assemblaggio l'affinamento prosegue parte negli stessi contenitori di fermentazione e parte in anfore ceramiche per sei mesi; successivamente, dopo un nuovo passaggio di assemblaggio, il vino riposa in bottiglia per almeno 12 mesi. Il prezzo in azienda è di 30 euro. Il colore è oro, intenso e luminoso. Al naso è intenso, caratterizzato da sentori d’arancia matura, pesca gialla, note tropicali e lievi accenni di frutta candita. Al palato è strutturato, sapido, con accenni piccanti di zenzero e una buona persistenza.

Pentima, Cannonau di Sardegna Riserva 2023

Prodotto da uve Cannonau provenienti da vigneti posti tra i 70 e i 120 metri, allevati a cordone speronato, con vendemmia nell’ultima settimana di settembre. La fermentazione avviene — in parte a grappolo intero — in fusti di rovere di Slavonia da 35 ettolitri. L'affinamento si svolge negli stessi contenitori per almeno 12 mesi, seguiti da alcuni mesi di sosta in piccoli contenitori di cemento e da un ulteriore riposo in bottiglia di almeno sei mesi. Vengono prodotte 6.600 bottiglie, vendute tra i 25 e i 30 euro. Il colore è un granato di media intensità. L'olfatto è intenso e svela note di sottobosco, radici e sentori di botaniche da Vermouth. Asciutto al palato, intenso e sapido, presenta accenni piccanti e ritorni di radici, con una buona persistenza.

Surrau, Metodo Classico Dosaggio Zero Blanc de Noirs

Prodotto con uve Cannonau da vigneti posti tra i 50 e i 100 metri d’altitudine e allevati a cordone speronato, con vendemmia a metà agosto. Per la sua produzione viene utilizzato unicamente il mosto fiore (meno della metà del succo ricavato), fermentato in vasche d’acciaio. Nella formazione della cuvée viene impiegato circa il 4% di vino di riserva, mentre la sosta sui lieviti in bottiglia è di almeno 36 mesi. Il prezzo in azienda è di 30 euro. Alla vista offre una bella ed abbondante spuma con bollicine sottili e un colore paglierino. Molto intenso al naso, dove ai sentori di lievito si uniscono note d’agrumi freschi, lime, limone e frutta a polpa bianca. Fresco al palato, sapido, verticale e mediamente strutturato, chiude con discreta persistenza su note leggermente vegetali.