Un grande bianco, una grande tavola: il Fiano di Villa Diamante tra memoria e futuro


di Luciano Pignataro

Bevo questo straordinario bianco nell’ultima cena dell’anno da Mimmo De Gregorio, allo Stuzzichino di Sant’Agata sui Due Golfi, insieme a una bella compagnia. Mimmo è uno di quei ristoratori che si è "alfabetizzato" sul vino a partire dagli anni ’90, non appena la trattoria di famiglia venne aperta dai genitori.

Allora entrare in questo mondo significava fare scoperte e, soprattutto, riuscire a guardarsi attorno alla ricerca dei prodotti; questa dote, unita a un’empatia che non esita a manifestare anche sui social, ha fatto fare il salto di qualità a questo luogo dove si mangia la cucina di papà Paolo, arzillo ultraottantenne. Insomma, un posto che è piaciuto a Stefano Tesi ma che sicuramente piacerebbe a tutti i Giovani Promettenti per la sua autenticità. Mimmo ha curato i vini, creato una buona cantina e da lui si trovano etichette sempre interessanti. Su una cernia cotta semplicemente al sale, il mio dito punta alla bottiglia di Villa Diamante. Un’etichetta da vigne vecchie — in realtà di poco superiori ai quarant’anni — che ci emoziona perché sappiamo che sono state piantate e curate da Antoine Gaita. Antoine è stato un uomo che ci ha regalato, prima di andarsene troppo presto, alcuni dei bianchi italiani più straordinari, giocando sul Fiano e sulla sua memoria olfattiva di figlio di emigranti nel Belgio francofono.

Quando diciamo che qualcuno è andato via "troppo presto", vogliamo essere precisi e non nasconderci dietro una frase di rito in omaggio a chi ci ha lasciato. Ad occhio e croce, Antoine avrebbe avuto almeno le dieci vendemmie che ci separano dalla sua scomparsa e, statisticamente parlando, almeno le prossime dieci a dir poco, dato che è morto a soli 60 anni. Sicuramente ci avrebbe regalato altri capolavori e, un po’ come Luigi Tecce, avrebbe attraversato le "mode da reel" che oggi imperversano con la tipica cocciutaggine dei vigneron di montagna, senza farsi condizionare da nessuno e trovandosi, così, sempre davanti agli altri.

Rimangono memorabili i suoi capolavori, ancora integri, come la 1998 (sua seconda vendemmia etichettata), la stratosferica 2005, la 2008 e ancora la 2012, perfetta oggi come allora. Senza dimenticare le tre annate di Taurasi e un Greco. I vini di Antoine parlavano di autenticità e di carattere: sono sicuramente suoi i migliori Fiano usciti dal difficile areale di Montefredane. Ecco, il complimento che mi sento di fare alla figlia Serena e alla mamma Diamante è che questo Fiano sembra fatto da lui. A partire dal fatto che non è DOCG, tanto per citare la polemica da cui nacque il Clos d’Haut, che ha anticipato il gusto dei vini naturali degli ultimi anni senza mai tradire la purezza del vitigno.

Così è questo Vigne Vecchie La Congregazione, che nasce da una particella del primo vigneto dell’azienda fondata nel 1996 e che quest’anno festeggia i primi trent’anni. Un vino che gioca sulla freschezza olfattiva fatta di agrumi, macchia mediterranea, brevi note di frutta esotica e un principio di nota fumé, a cui fa da contraltare una bella cremosità palatale e una spinta eccezionale che si conclude con un sorso pulito, preciso, amarognolo.

Non vi è dubbio che questa bottiglia potrà viaggiare nel tempo: ha tutte le carte in regola per allearsi con gli anni che passano e sfruttarli per aumentare la propria complessità. Che l’opera di Antoine continui con Serena, che nel frattempo ha studiato Enologia, è la prova che forse non tutto è perduto. Il costo sul web oscilla fra i 70 e gli 80 euro e li vale tutti. Direi addirittura che è un vino da investimento: affettivo prima ancora che economico e, per questo, decisamente più prezioso e longevo.

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