Buon 2026 con Cantina del Tufaio - Tufaio Brut Pas Dosé 2022


di Roberto Giuliani

A Zagarolo, ridente località a sud-est di Roma, il vino si fa da tanto tempo, ma la località venne alla ribalta a livello nazionale nel 1973 grazie al film “Ultimo tango a Zagarol” con Franco Franchi, parodia dell’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci che l’anno prima fece tanto scalpore, interpretato da Marlon Brando e Maria Schneider. Da allora ne è passata di acqua (e vino) sotto i ponti e una delle realtà che ha indubbiamente dato lustro a questo comune di origine medievale, è Cantina del Tufaio, forte di una tradizione viticola familiare che risale alla fine dell’800.


Qui il vino si forgia alle pendici di quello che un tempo era il Grande Vulcano Laziale, tra i Monti Prenestini e i Castelli Romani; le colate piroclastiche che si sono succedute fino a 20mila anni fa, hanno lasciato un chiaro segno nei terreni dell’azienda, fortemente scuri, dove il tufo la fa da padrone (i Loreti nel 1881 costruirono il casale e scavarono una grotta tutt’ora esistente e ancora utilizzata per conservare il vino). Fino all’inizio degli anni ’80 dello scorso secolo, si faceva vino per la famiglia e per soddisfare le richieste locali, la quantità era prioritaria, si sfruttava la vite al massimo.

Claudio e Nicoletta Loreti

Dal 1981 Claudio Loreti e la moglie Maria decidono di fare un salto di qualità e iniziare a ridurre le rese, passando dai 300 agli attuali 75 quintali per ettaro (per alcuni vini anche meno), una scelta che allora poteva ancora apparire folle e che i contadini del posto non erano in grado di comprendere. Erano tempi in cui regnava la “Romanella”, un vino frizzante dolce che non mancava mai nelle osterie e nelle cosiddette “fraschette”; Claudio, invece, decise di tentare la strada della spumantizzazione metodo classico, iniziò a studiare e sperimentare, nel 1983 riuscì a realizzare il suo primo spumante, solo 120 bottiglie, 36 mesi di sosta sui lieviti nella grotta di tufo alla temperatura di 12/14°, remuage manuale su pupitre per circa un mese e sboccatura à la volée. Il risultato fu incoraggiante.


Negli anni successivi continuò a sperimentare, utilizzò anno dopo anno le uve che riteneva più soddisfacenti, come chardonnay, malvasia, bombino bianco, pinot bianco, sauvignon. Oggi la scelta è andata su pinot bianco e trebbiano giallo, quest’ultima sta dando risultati davvero eccellenti, non è escluso che nei prossimi anni, quando le viti avranno raggiunto piena maturità, che il Tufaio Brut Pas Dosé possa essere prodotto solo con il trebbiano giallo. L’annata 2022 ha goduto di una sosta sui lieviti di oltre 24 mesi, la sboccatura risale a poche settimane fa.
Infatti sin dai profumi si percepisce tutta la sua gioventù, ma è già evidente la forte qualità di questo prodotto che ha fatto scuola in gran parte del Lazio: gli agrumi gialli e le nuances floreali albergano allegramente, ora c’è un’albicocca appena accennata, l’acacia, il biancospino, il pompelmo, la pesca, precursori di uno sviluppo futuro ben più ampio e complesso.


L’assaggio è una ventata di freschezza, la carbonica punzecchia le papille esaltando le note fruttate, la vena sapida conferisce al sorso notevole dinamica, il finale apre le porte a crosta di pane e pan di Spagna. Un eccellente esempio di spumante laziale, che ha le qualità per evolvere molto bene per parecchi anni, ma consiglio a tutti di acquistarlo ora, perché finirà molto, molto presto!

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