InvecchiatIGP: Marchesi Antinori - Solaia 1998 (magnum)


di Luciano Pignataro

Alcuni vini hanno lo stesso destino del Colosseo e degli scavi di Pompei: sono così famosi nel mondo e sempre davanti agli occhi di chi abita vicino da rientrare nella normalità, se non nella banalità. Così, quando ho bevuto il Solaia 1998 grazie alla generosità di un amico a Capodanno, ho pensato: "Cacchio, ma mica una cosa del genere può passare in cavalleria!", e ho dunque deciso di approfittare del mio turno al Garantito IGP per lasciarne almeno una traccia scritta. 


Il Solaia non ha certo bisogno di presentazioni: nato da una costola del Tignanello nell’ormai lontano 1978, ossia nella preistoria della moderna viticoltura italiana, ha assunto una propria personalità con il passare del tempo, anticipando i tempi sia nella scelta dei vitigni sia nel successivo "aggiustamento" con l’affiancamento del Sangiovese al Cabernet Franc e al Cabernet Sauvignon. Emblema della rivoluzione nel cuore del Chianti Classico avviata da Piero Antinori qualche anno prima, si è posizionato subito tra i leader del vino italiano moderno. Come tutte le cose di successo in Italia ha molti estimatori; diciamo che quello che si definisce mainstream italiano e americano non ha mai smesso di premiarlo e di metterlo nelle prime posizioni, al di là delle mode che hanno attraversato il mondo del vino negli ultimi quarant'anni. In questo blend è ovviamente il Cabernet Sauvignon a "tirare la carretta" e a caratterizzare il vino sia sotto l’aspetto materico sia sotto quello olfattivo, ma se cercate il famoso peperone potreste restare delusi, perché uno dei punti di forza di questo rosso è sicuramente quello di avere una personalità ben definita che magari ha fatto scuola, ma che non è facilmente replicabile. Prima di lasciarvi con le mie impressioni, voglio soffermarmi un attimo sull’annata 1998.
 

I più anziani o i giovani studiosi ricorderanno sicuramente che il biennio 1997-1998 è stato quello della "bolla" del vino italiano. Ci si era lasciati alle spalle la raccolta del primo con la definizione giornalistica di "vendemmia del secolo": lo dissero a Bordeaux e lo ripeterono a Montalcino e, alla prova degli anni, i fatti non hanno dato torto a chi si sbilanciò con entusiasmo, dato che i rossi 1997 sono ancora straordinari. Il discorso è un po’ meno ecumenico per il 1998: i commerciali non esitarono a parlare nuovamente di vendemmia del secolo — allora non c’erano i social, ma qualcuno riuscì comunque a ironizzare sulla successione di due vendemmie del secolo (del resto anche la 1999 fu buona, pure per i bianchi) — e ancora ricordo le perplessità di Gino Veronelli che invitava alla prudenza. 


Alla luce delle evoluzioni, la 1998 è stata sicuramente una buona annata, ma inferiore alla precedente, soprattutto rispetto al gusto attuale, poiché pecca spesso di un’eccessiva concentrazione che all’epoca era molto di moda; allora il massimo complimento che si potesse fare a un rosso era definirlo "marmellata". 


Il Solaia 1998, invece, non è stato affatto una marmellata. Oltre ai sentori di frutta viva, al rapporto equilibrato con il legno e ai tannini morbidi, setosi e completamente risolti, al palato ha rivelato un’energia inaspettata: una beva tonica, vivace, scattante e ampia, con una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva e una chiusura lunga e precisa che invitava a ripetere il sorso. Bevuto su un arrosto di carne, ci ha lasciato decisamente soddisfatti. Sicuramente il formato Magnum, che ritengo perfetto per la lunga conservazione, ha favorito questo risultato: un vino che non ha mostrato il minimo segno di stanchezza né cedimenti visivi o palatali. Ed è stata proprio questa sensazione positiva a spingermi a lasciarne traccia nel mare del web.

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