Oltre il pregiudizio: come l’Amarone e il Recioto di Tedeschi hanno vinto la sfida della contemporaneità


di Stefano Tesi

Mi sono di recente imbarcato, con alcuni cari amici, in una dissertazione filosofica di difficile soluzione: esiste il caso o esiste anche il Caso, insomma quella coincidenza che, spesso corroborata da altre coincidenze sospette, ti fa pensare che in ciò che accade non c’entri solo in caso, quello con la “c” minuscola? Il più cinico dei commensali ha liquidato la questione con un parolone: apofenia, ossia la sindrome che colpisce chi crede di vedere cose e segnali che non ci sono. Più possibilisti gli altri. Passa qualche giorno e, con altri amici, ci imbarchiamo in un’altra dissertazione, meno filosofica ma non meno insidiosa: i vini dolci e il loro mercato sono davvero in una crisi irreversibile? O, carsicamente, sono destinati a risorgere quando, per qualche motivo, il consumatore tornerà a chiedere certe bevute?


Le due dissertazioni, sempre per caso (o Caso?) hanno finito per convergere quando, per le recenti festività, a casa mi si è presentato un ulteriore amico, estraneo ai precedenti, con in mano un duplice omaggio: un Amarone della Valpolicella DOCG Classico Riserva Capitel Monte Olmi 2018 e un Recioto della Valpolicella DOCG Classico Capitel Fontana 2021, ambedue di Tedeschi, nome storico della Valpolicella.


Combinazione (appunto!), erano vini che già conoscevo, per averli assaggiati e annotati appena qualche mese fa, in occasione di un pranzo istituzionale. Un segno del destino o un ulteriore, banale episodio di potenziale apofenia? Un po’ per non deludere l’ospite e, soprattutto, perché non mi sento affatto apofenico, ho optato per la prima ipotesi e ho allegramente stappati tutto, al cospetto di un ottimo rollè di maiale e di un bel vassoio di pecorino parecchio stagionato. 
Al termine, ho potuto così maturare una doppia sensazione: che da un lato, nell’aria c’è qualcosa che potrebbe far presagire un’inversione di tendenza riguardo al declino dei vini dolci e che, dall’altro, anche in me c’è la tendenza a rivalutare ciò pareva essere poco nelle mie corde.


Comincio dal secondo vino, che è quello che mi ha sorpreso di più o che forse rammentavo meno. Ricordavo un colore intenso e bouquet ricco, variamente screziato, ma delicato e pulito. Tale e quale l’ho ritrovato, ma con l’aggiunta di piacevoli note floreali, note fruttate pungenti, un accenno appena balsamico e un impatto olfattivo generale che, in bocca, si riflette in un sorso asciutto, compostissimo, di grande eleganza e di nessuna stucchevolezza, con buona pace dei quasi 73 grammi/litro segnati, ho verificato dopo, negli appunti. Insomma un gran bel vino che non solo mi ha riconciliato con la tipologia, ma - a riprova - è finito presto, al pari dell’impegnativo formaggio che avevo messo in abbinamento.


Avevo un bel ricordo anche dell’Amarone Capitel Monte Olmi, a dire la verità, ma lo rammentavo meglio del Recioto e quindi sono andato più sul sicuro. Anche in questo caso, belle conferme: ho ritrovato il vino pieno di nerbo che avevo già assaggiato, elegante e sostenuto da un frutto rosso dolce e rotondo, ma netto e preciso, con una struttura importante al palato, diretto e in qualche modo agile, dove lunghezza e profondità vanno di pari passo senza annoiare. Un vino di bella identità tipologica e tuttavia ricondotto sui binari di una contemporaneità (brutta parola, ma si fa per capirsi) destinata a piacere pure a me, che sull’Amarone sono sempre un po’ prevenuto.

InvecchiatIGP: Marchesi Antinori - Solaia 1998 (magnum)


di Luciano Pignataro

Alcuni vini hanno lo stesso destino del Colosseo e degli scavi di Pompei: sono così famosi nel mondo e sempre davanti agli occhi di chi abita vicino da rientrare nella normalità, se non nella banalità. Così, quando ho bevuto il Solaia 1998 grazie alla generosità di un amico a Capodanno, ho pensato: "Cacchio, ma mica una cosa del genere può passare in cavalleria!", e ho dunque deciso di approfittare del mio turno al Garantito IGP per lasciarne almeno una traccia scritta. 


Il Solaia non ha certo bisogno di presentazioni: nato da una costola del Tignanello nell’ormai lontano 1978, ossia nella preistoria della moderna viticoltura italiana, ha assunto una propria personalità con il passare del tempo, anticipando i tempi sia nella scelta dei vitigni sia nel successivo "aggiustamento" con l’affiancamento del Sangiovese al Cabernet Franc e al Cabernet Sauvignon. Emblema della rivoluzione nel cuore del Chianti Classico avviata da Piero Antinori qualche anno prima, si è posizionato subito tra i leader del vino italiano moderno. Come tutte le cose di successo in Italia ha molti estimatori; diciamo che quello che si definisce mainstream italiano e americano non ha mai smesso di premiarlo e di metterlo nelle prime posizioni, al di là delle mode che hanno attraversato il mondo del vino negli ultimi quarant'anni. In questo blend è ovviamente il Cabernet Sauvignon a "tirare la carretta" e a caratterizzare il vino sia sotto l’aspetto materico sia sotto quello olfattivo, ma se cercate il famoso peperone potreste restare delusi, perché uno dei punti di forza di questo rosso è sicuramente quello di avere una personalità ben definita che magari ha fatto scuola, ma che non è facilmente replicabile. Prima di lasciarvi con le mie impressioni, voglio soffermarmi un attimo sull’annata 1998.
 

I più anziani o i giovani studiosi ricorderanno sicuramente che il biennio 1997-1998 è stato quello della "bolla" del vino italiano. Ci si era lasciati alle spalle la raccolta del primo con la definizione giornalistica di "vendemmia del secolo": lo dissero a Bordeaux e lo ripeterono a Montalcino e, alla prova degli anni, i fatti non hanno dato torto a chi si sbilanciò con entusiasmo, dato che i rossi 1997 sono ancora straordinari. Il discorso è un po’ meno ecumenico per il 1998: i commerciali non esitarono a parlare nuovamente di vendemmia del secolo — allora non c’erano i social, ma qualcuno riuscì comunque a ironizzare sulla successione di due vendemmie del secolo (del resto anche la 1999 fu buona, pure per i bianchi) — e ancora ricordo le perplessità di Gino Veronelli che invitava alla prudenza. 


Alla luce delle evoluzioni, la 1998 è stata sicuramente una buona annata, ma inferiore alla precedente, soprattutto rispetto al gusto attuale, poiché pecca spesso di un’eccessiva concentrazione che all’epoca era molto di moda; allora il massimo complimento che si potesse fare a un rosso era definirlo "marmellata". 


Il Solaia 1998, invece, non è stato affatto una marmellata. Oltre ai sentori di frutta viva, al rapporto equilibrato con il legno e ai tannini morbidi, setosi e completamente risolti, al palato ha rivelato un’energia inaspettata: una beva tonica, vivace, scattante e ampia, con una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva e una chiusura lunga e precisa che invitava a ripetere il sorso. Bevuto su un arrosto di carne, ci ha lasciato decisamente soddisfatti. Sicuramente il formato Magnum, che ritengo perfetto per la lunga conservazione, ha favorito questo risultato: un vino che non ha mostrato il minimo segno di stanchezza né cedimenti visivi o palatali. Ed è stata proprio questa sensazione positiva a spingermi a lasciarne traccia nel mare del web.

Castello di Meleto - Chianti Classico Gran Selezione "Vina Poggioarso" 2020


di Luciano Pignataro

Un Chianti Classico sta sempre bene nei pranzi natalizi. Ero curioso di assaggiare questa annata "ecumenica" che ha fatto incetta di premi della critica.


Si tratta di un Cru di Sangiovese a bassa resa, maturato in botti grandi, che si presenta in perfetta forma: note di frutta ben bilanciate dall'uso sapiente del legno, un palato fresco, tannini risolti e una chiusura lunga e piacevole.

Un grande bianco, una grande tavola: il Fiano di Villa Diamante tra memoria e futuro


di Luciano Pignataro

Bevo questo straordinario bianco nell’ultima cena dell’anno da Mimmo De Gregorio, allo Stuzzichino di Sant’Agata sui Due Golfi, insieme a una bella compagnia. Mimmo è uno di quei ristoratori che si è "alfabetizzato" sul vino a partire dagli anni ’90, non appena la trattoria di famiglia venne aperta dai genitori.


Allora entrare in questo mondo significava fare scoperte e, soprattutto, riuscire a guardarsi attorno alla ricerca dei prodotti; questa dote, unita a un’empatia che non esita a manifestare anche sui social, ha fatto fare il salto di qualità a questo luogo dove si mangia la cucina di papà Paolo, arzillo ultraottantenne. Insomma, un posto che è piaciuto a Stefano Tesi ma che sicuramente piacerebbe a tutti i Giovani Promettenti per la sua autenticità. Mimmo ha curato i vini, creato una buona cantina e da lui si trovano etichette sempre interessanti. Su una cernia cotta semplicemente al sale, il mio dito punta alla bottiglia di Villa Diamante. Un’etichetta da vigne vecchie — in realtà di poco superiori ai quarant’anni — che ci emoziona perché sappiamo che sono state piantate e curate da Antoine Gaita. Antoine è stato un uomo che ci ha regalato, prima di andarsene troppo presto, alcuni dei bianchi italiani più straordinari, giocando sul Fiano e sulla sua memoria olfattiva di figlio di emigranti nel Belgio francofono.


Quando diciamo che qualcuno è andato via "troppo presto", vogliamo essere precisi e non nasconderci dietro una frase di rito in omaggio a chi ci ha lasciato. Ad occhio e croce, Antoine avrebbe avuto almeno le dieci vendemmie che ci separano dalla sua scomparsa e, statisticamente parlando, almeno le prossime dieci a dir poco, dato che è morto a soli 60 anni. Sicuramente ci avrebbe regalato altri capolavori e, un po’ come Luigi Tecce, avrebbe attraversato le "mode da reel" che oggi imperversano con la tipica cocciutaggine dei vigneron di montagna, senza farsi condizionare da nessuno e trovandosi, così, sempre davanti agli altri.


Rimangono memorabili i suoi capolavori, ancora integri, come la 1998 (sua seconda vendemmia etichettata), la stratosferica 2005, la 2008 e ancora la 2012, perfetta oggi come allora. Senza dimenticare le tre annate di Taurasi e un Greco. I vini di Antoine parlavano di autenticità e di carattere: sono sicuramente suoi i migliori Fiano usciti dal difficile areale di Montefredane. Ecco, il complimento che mi sento di fare alla figlia Serena e alla mamma Diamante è che questo Fiano sembra fatto da lui. A partire dal fatto che non è DOCG, tanto per citare la polemica da cui nacque il Clos d’Haut, che ha anticipato il gusto dei vini naturali degli ultimi anni senza mai tradire la purezza del vitigno.


Così è questo Vigne Vecchie La Congregazione, che nasce da una particella del primo vigneto dell’azienda fondata nel 1996 e che quest’anno festeggia i primi trent’anni. Un vino che gioca sulla freschezza olfattiva fatta di agrumi, macchia mediterranea, brevi note di frutta esotica e un principio di nota fumé, a cui fa da contraltare una bella cremosità palatale e una spinta eccezionale che si conclude con un sorso pulito, preciso, amarognolo. Non vi è dubbio che questa bottiglia potrà viaggiare nel tempo: ha tutte le carte in regola per allearsi con gli anni che passano e sfruttarli per aumentare la propria complessità. Che l’opera di Antoine continui con Serena, che nel frattempo ha studiato Enologia, è la prova che forse non tutto è perduto. Il costo sul web oscilla fra i 70 e gli 80 euro e li vale tutti. Direi addirittura che è un vino da investimento: affettivo prima ancora che economico e, per questo, decisamente più prezioso e longevo.

InvecchiatIGP: Bruno Bulgarini - Lugana DOC 2010


di Carlo Macchi

Si parla di un vino fatto da uve Turbiana (un clone di trebbiano? Un cugino del verdicchio o del friulano?) ben 16 anni fa, quando il Lugana era già di moda ma la sua cavalcata era agli inizi. Sono andato a riguardare cosa scrissi sulla vendemmia 2010, non certo tra le migliori di quegli anni, e ho trovato un giudizio generale positivo. Accanto a nasi ancora un po’ chiusi per i troppo recenti imbottigliamenti, dicevo: "Una buona freschezza si associa spessissimo a potenza e bella grassezza, con una conduzione di bocca che ti fa entrare fin da subito in confidenza con questi vini. A dare una mano talvolta ci sono alcuni grammi di zucchero residuo, ma neanche più di tanto".


Con questo bagaglio alle spalle stappo questo Lugana base (quello del 2024 costa poco più di 10 euro) e subito noto un tappo praticamente perfetto. Il colore è un giallo dorato brillante e vivace, per niente intenso, e anche questo depone a favore della condizione del vino che, ricordo, si proponeva per essere consumato (come quasi tutti i Lugana) nell’arco dell’anno successivo alla vendemmia.


Il naso non è certamente chiuso come nei giovani Lugana assaggiati nel 2011, anzi: le note di idrocarburo sono immediate e importanti, associate anche a lievi sentori agrumati e speziati. Inoltre, non ci sono segnali maturi ma solo una logica evoluzione. Se ci penso bene, non credo di aver mai assaggiato un Lugana di 16 anni e quindi il suo naso è una vera e propria scoperta: mi ricorda alcuni importanti Verdicchio dei Castelli di Jesi e dei "giovani-ma-non-troppo" Timorasso. Ricordi a parte, è una vera e positiva sorpresa.


Anche in bocca il vino è giovanissimo e unisce quella freschezza e grassezza di cui parlavo 15 anni fa. Indubbiamente qualche grammo di zucchero residuo c’è, ma la chiusura non è morbida, bensì ancora nervosa ed estremamente piacevole. Non mi aspettavo certamente che fosse in questa splendida forma e mi fa pensare che forse l’attuale posizionamento del Lugana potrebbe anche essere rivisitato, magari non proponendo Riserve dove il legno marca forse per sempre, ma semplicemente con vini ben fatti che, come questo di Bulgarini, hanno visto solo acciaio. I grammi di zucchero residuo sono indubbiamente un vantaggio, ma se il vino non avesse avuto una sua struttura adesso sarebbe semplicemente dolcino e moscio, mentre invece è fresco e vibrante. Questo depone a favore sia della bravura del produttore che delle caratteristiche di invecchiamento, oggi poco considerate, della Turbiana. Ultima cosa: sin da allora il Lugana si propone con bottiglie spesso inutilmente pesanti e la nostra lotta contro questo modo poco intelligente di inquinare vede questa denominazione tra quelle più "inquisite". Per questo ci fa piacere dire che la bottiglia del Lugana 2010 di Bruno Bulgarini pesa esattamente 550 grammi, cioè rientra nei nostri parametri per una bottiglia leggera.


Insomma, assaggiando questo Lugana 2010 mi è sembrato di rifare velocemente la storia degli ultimi 15 anni di questo vino e di capire che la sua attuale fortuna potrebbe anche crescere se gli si lasciasse il tempo di esprimersi. Magari non 16 anni come questo, ma ci sono aziende importanti in zona che propongono lo stesso vino messo in commercio dopo 5 anni di bottiglia: la strada sembrerebbe già tracciata. Ultimissima nota: una frase strausata è "grande successo di critica e di pubblico", ma in questo caso è verissima perché la bottiglia, dopo l’assaggio, l’ho portata in tavola e mia moglie e mio figlio (con il mio aiuto, naturalmente) l’hanno finita in un battibaleno.

Biondelli - Franciacorta Extra Brut Riserva "Premiere Dame" 2016


di Carlo Macchi

Chardonnay, dieci anni e sboccato da quasi 16 mesi: sono cose che si sentono al naso nei bellissimi toni di pasticceria e frutto e in bocca nella cremosa bollicina che accompagna un corpo equilibrato. 


Oramai in Franciacorta conviene andare alla scoperta di nuovi nomi e Biondelli è uno di questi.

Assyrtiko Skytali: cronaca di una verticale magistrale tra ‘rotonde durezze’ e note di macchia mediterranea


di Carlo Macchi

Nell’indimenticabile film Amici Miei, il genio viene definito come fantasia, intuizione, decisione e velocità d'esecuzione. È una pellicola eccezionale, proprio come lo sono tanti "amici miei" in carne e ossa. Uno in particolare si chiama Haris Papandreou e, in quanto a decisione – specie quando si parla di vini greci – non è secondo a nessuno. Tramite lui ho conosciuto, purtroppo solo per "interposta bottiglia", un uomo che avrei voluto avere tra i miei amici: si chiamava Haridimos Hatzidakis. Le sue intuizioni su un vitigno oggi celebre come l’Assyrtiko fanno ormai parte della storia di questo bianco di Santorini.


Sul fronte della fantasia, cosa dire di un veneto come Gianmaria Garbin? In pieno Chianti Classico, a Panzano – dove il mondo accorre per assaggiare i grandi rossi locali – Gianmaria ha incentrato la sua visione del vino su etichette provenienti da ogni angolo del globo, con una predilezione straordinaria per i bianchi. I tre quarti del genio li abbiamo così messi in tavola (in tutti i sensi), ma "purtroppo" mancherà sempre la velocità d'esecuzione: la verticale dal 2016 al 2023 dell’Assyrtiko Skytali – etichetta principe di Hatzidakis – svolta all’Enoteca Baldi a Panzano, è stata tra le più lente e goduriose degli ultimi anni.


Ma andiamo con calma. Haridimos, un vulcano d’uomo in un’isola vulcanica, è stato tra i primi a produrre seriamente l'Assyrtiko. Purtroppo ci ha lasciati nel 2017, lasciando come testamento una cantina che, in quel momento difficile, aveva una sola vasca di vino piena: la vendemmia 2016. La moglie e i figli, decidendo di non vendere l’azienda ma di proseguire il cammino del padre (nonostante alcuni importanti conferitori avessero smesso di fornirgli le uve), seguirono le sue ultime volontà. Il vino di quella vasca fece un anno in acciaio e uno in bottiglia prima della commercializzazione: nacque così il primo Skytali, nome che in greco significa “il testimone”, a simboleggiare sia il legame con il padre che il passaggio di consegne.


Lo Skytali nasce dalle poche uve raccolte dalle vigne di Santorini (tra proprietà, affitti e acquisti selezionati) e matura 12 mesi in acciaio e altrettanti in bottiglia. È un vino che trae la sua essenza dal suolo di un’isola che, oltre 3.600 anni fa, subì un’eruzione vulcanica paragonabile, secondo i ricercatori, alla detonazione di milioni di bombe atomiche. Neanche a farlo apposta, lo Skytali è una vera "bomba" e le poche bottiglie assaggiate in passato lo confermavano. La verticale offerta da Haris all’Enoteca Baldi (dove d’estate è possibile trovare l'Assyrtiko di Hatzidakis anche al calice) è partita dalla 2016 Magnum Skytali Barrel (unica annata passata in legno) per attraversare le annate 2017, 2018, 2019, 2020, 2021, 2022 fino alla 2023. È stata una conferma e, al contempo, una sorpresa.


Conferma, perché tutti i campioni hanno ribadito caratteristiche eccelse. Sorpresa, perché restando nel bicchiere per oltre tre ore, questi vini si sono evoluti e trasformati continuamente, mostrando una complessità riservata solo ai grandissimi. La tanto decantata mineralità, pur presente e fondamentale nel sostenere il sorso, non è l'unico elemento: è accompagnata da un corpo e una freschezza che dominano con eleganza senza mai risultare invadenti.


Al naso i sentori sono profondamente minerali, ma affiancati da agrumi, note floreali, spezie ed erbe aromatiche. Quando un vino possiede lo stimma della grandezza, basta poco per percepirne le sfumature: nel 2021 si avverte chiaramente il cambio della mano enologica, pur restando invariata la tecnica. Il vino vira verso note più floreali e speziate, con una mineralità più sottile che probabilmente emergerà con vigore tra 7-8 anni. Ho percepito rosmarino e salvia nel 2021, china e pomodoro nel 2020: aromi rari in un bianco. Merito anche del "servizio da rosso": Gianmaria ce li ha serviti freschi ma non freddi, e il clima non propriamente estivo ha aiutato a mantenerli sui 15-16°C per tutta la degustazione.


Potrei scrivere un’accurata descrizione per ogni annata, ma trattandosi di bottiglie ormai quasi introvabili, rischierei solo di alimentare rimpianti. Vi basti sapere che l’Assyrtiko, per fare un paragone, è una sorta di Greco di Tufo che possiede la pienezza del Verdicchio e la tensione acida del Riesling (e talvolta entrambe). Lo Skytali aggiunge una finezza aromatica e quelle che amo definire "rotonde durezze", un carattere unico e inimitabile.


È stata una grande esperienza, resa tale dai compagni di viaggio (produttori chiantigiani, colleghi e rivenditori) e soprattutto da Gianmaria. L’Enoteca Baldi è un luogo che merita assolutamente una visita: non soffermatevi solo sulle etichette famose, ma esplorate i suoi frigo, dove quelle che chiamo "bottiglie primarie di zone secondarie del mondo" raccontano la vera passione e la costante ricerca del titolare. Insomma, gli "amici miei" mi hanno fatto un regalo straordinario: una degustazione unica che ricorderò per moltissimo tempo.

InvecchiatIGP: Bartolo Mascarello - Barolo 2000


di Roberto Giuliani

Il buon Bartolo aveva 74 anni quando fu raccolta l’uva nel 2000; la figlia Maria Teresa era già impegnata a dargli man forte, ma l’ultima parola spettava sempre a lui. Famose le sue etichette contro Berlusconi e la moda della barrique che negli anni ’90 dilagava e aveva trasformato il volto del Barolo, quelle etichette (“No barrique no Berlusconi”) gli costarono non pochi problemi, nonostante a Predappio possiamo trovarne un’infinità con il volto di Mussolini, e non solo, senza che nessuno dica una parola. Il “vecchio” Bartolo, che non si vergognava affatto di un simile aggettivo accanto al proprio nome ma, anzi, ne andava fiero, era uomo di sani principi e grande cultura, se non era in vigna lo trovavi molto probabilmente davanti alla scrivania a buttare giù le sue riflessioni o disegnare le future etichette.


Non aveva un buon rapporto con i giornalisti del vino, non erano vignaioli, non sapevano nulla o quasi di quel mondo, salvo rare eccezioni. Non amava le guide e la loro inesorabile puntualità nel dare giudizi e voti; come diceva il buon Eduardo “gli esami non finiscono mai”.

Questo Barolo 2000, l’ultimo a mia disposizione purtroppo, è dunque ancora segnato dalla sua presenza, certamente più mentale che fisica, ma comunque importante. So già che 25 anni non sono nulla, anche da un’annata giudicata fin troppo bene a quel tempo, “buona ma certamente impegnativa” scrissi nel 2004 quando fu presentata ad Alba Wines Exhibition, evento meraviglioso che faceva scuola in tutta Italia, ma con Bartolo non ho alcun timore di trovarmi nel calice il meglio possibile da quelle vigne sparse tra le Langhe, perché per lui la migliore espressione di Barolo si otteneva così, non da singolo cru ma pescando dalle diverse zone e terreni, affinché ciascuna vigna portasse il proprio contributo.

Bartolo Mascarello

Insomma eccolo qui, ancora granato vivo, luminoso, tradizionalmente lento e progressivo nel donarsi, dopo qualche minuto si lancia con determinazione ma anche con una certa grazia, riesce ancora a regalare viole e ciliegie, liquirizia e note boschive, nessun cedimento terziario importante, “no funghi no goudron” potrei dire, c’è ancora tanto frutto e una speziatura fine di cannella e cardamomo.


Lo assaggio, la curiosità è tanta e… che mordente! Ancora freschissimo, pieno di energia, qui la speziatura emerge con decisione rivelando anche sfumature pepate, e il tannino non molla, è lì a ricordarci che il nebbiolo, quello vero, non fa concessioni, deve tenere alto il morale e ricordarci che il vino è destinato al cibo, non alle guide, che a tavola quel nerbo serve moltissimo soprattutto con il brasato, compagno ideale di questo magnifico, infinito Barolo.

Ci manchi Bartolo, ci mancano le tue sagge riflessioni su quest’epoca dove anche il vino è diventato business, marketing, un po’ anche per colpa nostra…

Chartron et Trébuchet - Crémant de Bourgogne Pierre Bleue Extra-Brut


di Roberto Giuliani

Le aziende che fanno parte del gruppo Grand Chais de France di Famille Helfrich sono numerose, questa ha più di 40 anni di vita con vigne tra Mersault e Puligny-Montrachet. 


Il Crémant Pierre Bleue profuma di agrumi e crosta di pane, in bocca pasticceria corredata di piena freschezza e beva dinamica.

Buon 2026 con Cantina del Tufaio - Tufaio Brut Pas Dosé 2022


di Roberto Giuliani

A Zagarolo, ridente località a sud-est di Roma, il vino si fa da tanto tempo, ma la località venne alla ribalta a livello nazionale nel 1973 grazie al film “Ultimo tango a Zagarol” con Franco Franchi, parodia dell’Ultimo tango a Parigi di Bertolucci che l’anno prima fece tanto scalpore, interpretato da Marlon Brando e Maria Schneider. Da allora ne è passata di acqua (e vino) sotto i ponti e una delle realtà che ha indubbiamente dato lustro a questo comune di origine medievale, è Cantina del Tufaio, forte di una tradizione viticola familiare che risale alla fine dell’800.


Qui il vino si forgia alle pendici di quello che un tempo era il Grande Vulcano Laziale, tra i Monti Prenestini e i Castelli Romani; le colate piroclastiche che si sono succedute fino a 20mila anni fa, hanno lasciato un chiaro segno nei terreni dell’azienda, fortemente scuri, dove il tufo la fa da padrone (i Loreti nel 1881 costruirono il casale e scavarono una grotta tutt’ora esistente e ancora utilizzata per conservare il vino). Fino all’inizio degli anni ’80 dello scorso secolo, si faceva vino per la famiglia e per soddisfare le richieste locali, la quantità era prioritaria, si sfruttava la vite al massimo.

Claudio e Nicoletta Loreti

Dal 1981 Claudio Loreti e la moglie Maria decidono di fare un salto di qualità e iniziare a ridurre le rese, passando dai 300 agli attuali 75 quintali per ettaro (per alcuni vini anche meno), una scelta che allora poteva ancora apparire folle e che i contadini del posto non erano in grado di comprendere. Erano tempi in cui regnava la “Romanella”, un vino frizzante dolce che non mancava mai nelle osterie e nelle cosiddette “fraschette”; Claudio, invece, decise di tentare la strada della spumantizzazione metodo classico, iniziò a studiare e sperimentare, nel 1983 riuscì a realizzare il suo primo spumante, solo 120 bottiglie, 36 mesi di sosta sui lieviti nella grotta di tufo alla temperatura di 12/14°, remuage manuale su pupitre per circa un mese e sboccatura à la volée. Il risultato fu incoraggiante.


Negli anni successivi continuò a sperimentare, utilizzò anno dopo anno le uve che riteneva più soddisfacenti, come chardonnay, malvasia, bombino bianco, pinot bianco, sauvignon. Oggi la scelta è andata su pinot bianco e trebbiano giallo, quest’ultima sta dando risultati davvero eccellenti, non è escluso che nei prossimi anni, quando le viti avranno raggiunto piena maturità, che il Tufaio Brut Pas Dosé possa essere prodotto solo con il trebbiano giallo. L’annata 2022 ha goduto di una sosta sui lieviti di oltre 24 mesi, la sboccatura risale a poche settimane fa.
Infatti sin dai profumi si percepisce tutta la sua gioventù, ma è già evidente la forte qualità di questo prodotto che ha fatto scuola in gran parte del Lazio: gli agrumi gialli e le nuances floreali albergano allegramente, ora c’è un’albicocca appena accennata, l’acacia, il biancospino, il pompelmo, la pesca, precursori di uno sviluppo futuro ben più ampio e complesso.


L’assaggio è una ventata di freschezza, la carbonica punzecchia le papille esaltando le note fruttate, la vena sapida conferisce al sorso notevole dinamica, il finale apre le porte a crosta di pane e pan di Spagna. Un eccellente esempio di spumante laziale, che ha le qualità per evolvere molto bene per parecchi anni, ma consiglio a tutti di acquistarlo ora, perché finirà molto, molto presto!