Matilde Piluso, la voce di una Calabria che non chiede più permesso


A venticinque anni è entrata nella lista dei cento Under 30 di Forbes Italia, ma prima ancora è diventata uno dei volti simbolo di una nuova generazione di produttori che sta cambiando il racconto del vino calabrese. Matilde Piluso non ama la retorica del riscatto. Preferisce parlare di consapevolezza, di identità ritrovata e di una Calabria che non ha più bisogno di inseguire modelli esterni per affermare il proprio valore. Insieme alla famiglia guida Tenuta del Travale, una minuscola realtà vitivinicola di Rovito, sulle colline della Presila cosentina, dove appena due ettari di vigne terrazzate coltivate a Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio hanno contribuito a riscrivere la percezione del vino calabrese contemporaneo.


Una sorta di "cantina de garage" calabrese, nata dalla convinzione che il piccolo possa essere sinonimo di eccellenza, dove la cura maniacale del dettaglio, l'artigianalità e una forte visione culturale precedono qualsiasi logica di crescita quantitativa. In questa conversazione Matilde racconta il recupero identitario del Nerello in Calabria, il ruolo delle nuove generazioni, il rapporto tra comunicazione e produzione, le sfide del vino contemporaneo e ciò che il vino calabrese dovrebbe finalmente smettere di temere: il confronto con gli altri grandi territori italiani.

Tenuta del Travale nasce dal recupero di un fondo abbandonato nel 1993 e dal successivo reimpianto del 2007 con Nerello Mascalese e Cappuccio, fino a diventare oggi una microazienda familiare fondata su una visione molto precisa di “piccolo è bello”, artigianalità e forte identità culturale oltre che agricola. Cosa vi ha spinto, all'origine, a intraprendere questo percorso e come si è trasformata nel tempo quella scelta iniziale?

C’è sempre stato un legame profondo con la terra nella mia famiglia. Mio padre è sommelier per passione e mio nonno era agronomo. Mia madre, poi, possiede una particolare sensibilità e una naturale inclinazione alla cura e alla bellezza delle cose. Io ho avuto la fortuna di ereditare quella che fu una felice intuizione, certamente coraggiosa e, per certi versi, visionaria. I miei genitori scelsero infatti di dedicare due dei cinque ettari della Tenuta alla coltivazione del Nerello Mascalese e del Nerello Cappuccio: due vitigni autoctoni calabresi che, nel 2007, erano pressoché scomparsi dalla regione e generalmente associati ad altri contesti produttivi. Oggi quella scelta trova una sua piena legittimazione: il Nerello è finalmente riconosciuto come figlio di questi luoghi e viene coltivato in diverse aree della Calabria.

La scelta di puntare sul Nerello Mascalese in Calabria è molto precisa e non scontata. Il Nerello Mascalese porta con sé un immaginario fortemente etneo. In Calabria avete mai avuto la sensazione di doverne continuamente affermare la legittimità territoriale?

Sì, in un certo senso sì. È stata una forma di riemersione e di riappropriazione identitaria. In Calabria si era persa la memoria di un vitigno che, in realtà, da sempre le appartiene. Il territorio è particolarmente congeniale a queste uve, che richiedono condizioni molto precise. Ma non si è mai trattato di una battaglia: il Nerello prodotto sull’Etna rappresenta semplicemente una diversa declinazione del vitigno, inevitabile conseguenza di differenti condizioni pedoclimatiche.

Tenuta del Travale è quasi una “cantina de garage”, con produzioni molto limitate e un approccio artigianale radicale. Hai mai avuto paura che il successo e i riconoscimenti possano snaturare questa dimensione intima?

No, anzi. All’inizio, considerata la realtà enologica del tempo, i riconoscimenti avevano quasi una funzione politica: dimostravano che la Calabria esisteva e che poteva esprimere eccellenza e qualità. Oggi, naturalmente, il dialogo è cambiato. La Calabria è diventata un nuovo centro e non più una periferia. Non è più una terra che chiede riscatto, ma una terra che ha acquisito consapevolezza. La dimensione intima dell’azienda, però, non ha mai subito condizionamenti. Siamo nati piccoli per restare tali, anche per ragioni produttive. La cura è maniacale, l’attenzione alla qualità quasi ossessiva e l’approccio produttivo è profondamente zero-interventista. Conosciamo ogni pianta e ogni grappolo. Per noi il piccolo è bello, perché soltanto dimensioni contenute consentono di mantenere quella coerenza e quell’integrità necessarie quando si afferma di produrre vini di qualità.

La vostra azienda contribuisce oggi a delineare una nuova immagine della Calabria del vino, più colta e consapevole, in cui il “piccolo è bello” diventa anche una scelta identitaria. Vi sentite più interpreti di un territorio già dato o coautori della sua nuova identità?

I territori non si scoprono: si interpretano. Ci piace pensare di aver contribuito a valorizzare potenzialità inespresse ma certamente preesistenti. La Calabria, non a caso, era l’antica Enotria.

In una recente intervista al Gambero Rosso hai detto che la Calabria del vino non è più una “Cenerentola”. Quali fattori, secondo te, hanno determinato questo riscatto?

L’innalzamento qualitativo degli standard produttivi, sia in termini di competenze sia di applicazione concreta da parte dei produttori, accompagnato da una crescente sensibilità istituzionale verso il comparto.

Visto che la Calabria del vino sta diventando sempre più un territorio “di moda”, non temi che, come accaduto ad altri territori emergenti italiani, questa attenzione possa portare anche a una perdita di autenticità e spontaneità?

Non credo che lo sviluppo turistico, culturale e sociale di una regione possa essere confuso con la contaminazione. L’autenticità di un luogo può essere preservata anche quando quel luogo diventa desiderabile. Se è vero che nessun uomo è un’isola, non possiamo rischiare di annegare nell’isolamento. La Calabria merita di essere scoperta e, con essa, i suoi prodotti, che rappresentano un unicum. Di più, la Calabria possiede gli anticorpi culturali e socio-ambientali necessari per non ridursi a una semplice meta modaiola e continuare a essere un luogo di sostanza.

Tenuta del Travale - Famiglia Ciardullo al completo

Tu appartieni a una generazione che sa produrre vino ma anche comunicarlo. Oggi, secondo te, è più difficile fare bene il vino o raccontarlo bene?

Nessuna di queste due dimensioni può vivere senza l’altra. Fortunatamente, essendo un’azienda familiare, non esistono rigidi formalismi. Non lavoriamo per compartimenti stagni, ma secondo inclinazioni naturali. Mia sorella Carlotta segue maggiormente la parte produttiva, io quella commerciale. Nessuna delle due, però, è estranea al lavoro dell’altra. Produzione e comunicazione devono vivere in una continuità profonda. Fare vino è un’opera complessa; raccontarlo lo è altrettanto. Un racconto credibile, però, nasce sempre e soltanto da una presenza reale in vigna.

Questa forte presenza di giovani produttori e comunicatori sta davvero cambiando il sistema vino o rischia di entrare dentro schemi già esistenti?

Ogni nuova generazione che si avvicina a settori tradizionali porta inevitabilmente elementi di novità. È il risultato di un passaggio storico, di una diversa sensibilità e, talvolta, di una maggiore attenzione verso le mutate esigenze imprenditoriali e culturali del nostro tempo.

Negli ultimi anni il vino sembra oscillare tra lusso e crisi identitaria: dealcolati, mode passeggere, consumo più veloce. Secondo te cosa cercano oggi i giovani nel vino?

Se è vero quanto detto finora, è anche vero che esistono dinamiche sociali immutabili che da sempre influenzano il mercato. Seguire una moda, paradossalmente, mentre omologa, restituisce al tempo stesso l’illusione di essere speciali e di appartenere a una nicchia, che spesso finisce per essere profondamente banalizzata. È un meccanismo antico e, per certi aspetti, inevitabile. Allo stesso tempo esistono giovani consapevoli e poco sensibili alle tendenze del momento. Ho avuto la fortuna di incontrare persone giovani, estremamente competenti e professionali, che osservano il presente senza sterili contrapposizioni, guardano al passato e ne traducono il significato per il futuro. Esiste poi una verità semplice e ineludibile: il vino, che sia dealcolato, naturale o coltivato sulla luna, o è buono oppure non lo è. E questo, in fondo, lo sanno tutti, anche i modaioli.

Se oggi dovessi criticare apertamente il mondo del vino italiano, qual è la cosa che trovi più vecchia, autoreferenziale o distante dalla realtà?

Critico soprattutto una visione esclusivamente commerciale, orientata al guadagno immediato e poco incline all’investimento sul lungo periodo. Critico gli assolutismi, la mancanza di tolleranza, l’ottusità e le interferenze. Ma sarebbe ingiusto attribuire questi limiti soltanto al mondo del vino: appartengono, in misura diversa, a ogni ambito umano.


Ti senti più vignaiola, imprenditrice o interprete culturale del territorio? E quale di questi ruoli pesa di più oggi?

Mi sento estremamente fortunata, perché mi è stata data la possibilità di vivere contemporaneamente più ruoli.

Essere allo stesso tempo avvocato e vignaiola significa muoversi tra due linguaggi molto diversi: uno normativo e uno agricolo. In che modo queste due identità si contaminano nel tuo modo di fare vino?

Il diritto è ovunque: dallo scontrino del bar fino all’udienza in tribunale. La sua conoscenza educa alla realtà e insegna a muoversi nel mondo con maggiore consapevolezza. In questo settore, come in ogni altro ambito della vita, la formazione giuridica mi è stata di grande aiuto.

Ti è mai capitato di sentirti sottovalutata o messa alla prova più per il tuo essere giovane donna che per le tue scelte produttive?

Sarebbe tanto falso quanto incoerente sostenere che le donne operino oggi in condizioni di assoluta parità. Devo però riconoscere di aver avuto la fortuna di confrontarmi quasi sempre con persone lontane da queste mentalità. Il mondo del vino è un mondo reale, con tutte le sue inevitabili contraddizioni. Allo stesso tempo, però, è popolato da persone che possiedono qualcosa in più. Forse è il rapporto con la terra e con la natura, che inevitabilmente educa a una particolare sensibilità. Qualunque sia la ragione, resta un ambiente nel quale ho incontrato molta umanità.

Nel racconto mediatico del vino, le donne vengono ancora spesso associate a sensibilità, estetica e comunicazione. Ti riconosci in questa lettura o la trovi limitante?

Questa lettura può diventare limitante e il rischio è che, talvolta, siano le stesse donne a interiorizzarla. Siamo molto più di questo. Personalmente non farei una distinzione basata sul genere: essere una persona perbene, oppure no, è ciò che fa davvero la differenza.


Domanda impertinente: per crescere davvero, qual è la prima cosa che dovrebbe perdere il vino calabrese? E cosa invece non dovrebbe mai perdere?

Dovrebbe perdere il timore del paragone e acquisire piena consapevolezza delle proprie potenzialità. Non dovrebbe mai perdere l’orgoglio della propria appartenenza territoriale.

Qual è la domanda sul vino calabrese che sei stanca di sentirti fare?

«Eccellente. Non sembra un vino calabrese».

Ciavolich, dove la memoria diventa vino: il progetto Fosso Cancelli racconta l'anima di Loreto Aprutino


Tra le colline di Loreto Aprutino, dove le brezze dell'Adriatico incontrano quelle del Gran Sasso, si snoda una delle storie più antiche del vino abruzzese: quella della famiglia Ciavolich, la cui vicenda attraversa oltre cinque secoli mantenendo intatto il legame con la terra e con una viticoltura profondamente identitaria.


Le radici affondano nel XVI secolo, quando i Ciavolich — mercanti di lana di origine bulgara — si stabiliscono a Miglianico, ancora lontani dal mondo del vino che entrerà nella loro storia solo qualche secolo più tardi. Nel 1853 Francesco Ciavolich costruisce, davanti al palazzo di famiglia, la prima cantina destinata alla vinificazione delle uve provenienti dai terreni circostanti. Alla fine dell'Ottocento il matrimonio tra il figlio Giuseppe Ciavolich ed Ernestina Vicini, appartenente a una storica famiglia di Loreto Aprutino, crea definitivamente il legame con uno dei territori più vocati dell'Abruzzo dove, dopo diversi passaggi ereditari, si consoliderà il patrimonio agricolo e viticolo dell'azienda. Un'eredità oggi raccolta e reinterpretata da Chiara Ciavolich, che ha scelto di non considerare la storia familiare come un peso da conservare, ma come un punto di partenza per costruire una visione contemporanea senza mai interrompere il dialogo con il passato.


Il progetto produttivo si fonda su un approccio rigoroso e profondamente identitario, dove ricerca e sostenibilità convivono con la volontà di preservare un patrimonio agricolo costruito nel tempo. La proprietà si estende su circa 48 ettari, dei quali 35 dedicati alla vite, mentre il resto è occupato da oliveti e seminativi, in un equilibrio ancora fortemente legato al paesaggio rurale abruzzese. I vigneti alternano la tradizionale pergola abruzzese agli impianti a spalliera e comprendono vecchie parcelle che l'azienda sta recuperando attraverso un attento lavoro di valorizzazione del patrimonio genetico originario. Montepulciano, Trebbiano d'Abruzzo e Pecorino rappresentano il cuore della produzione, varietà interpretate con l'obiettivo di restituire nel bicchiere la personalità di Loreto Aprutino.


Dal 2004 si vinificano esclusivamente uve provenienti dai propri vigneti utilizzando acciaio, cemento, legno e terracotta, materiali scelti non per seguire un'impostazione precostituita, ma in funzione delle caratteristiche dell'annata e dell'espressione del singolo vino. L'obiettivo è accompagnare la materia senza sovrapporsi ad essa, lasciando che ogni vendemmia possa raccontare con autenticità il luogo da cui nasce.


È proprio da questa ricerca di autenticità, dove memoria e futuro convivono, che nasce Fosso Cancelli, il progetto più intimo e personale di Chiara Ciavolich. La sua origine coincide con un momento di svolta nella storia aziendale: nel 2007 la produzione lascia la storica ma ormai inadeguata cantina del Riccio di Ortona, costruita dal padre negli anni Sessanta, per trasferirsi definitivamente nel cuore di Loreto Aprutino. Una scelta necessaria per il futuro della cantina, ma profondamente legata anche alla sfera emotiva. Quelle mura custodivano infatti una parte importante della storia familiare: i pomeriggi trascorsi accanto alle vasche di fermentazione, il profumo del mosto, i rumori e le atmosfere di una cantina dove il vino prendeva forma seguendo ritmi antichi.


Da quel distacco nasce il desiderio di conservare non un luogo, ma la sua anima. Chiara decide così di racchiudere in bottiglia la memoria di quel periodo, dando vita insieme all'enologo Romano D'Amario a un vero e proprio "vino fotografia". Le migliori partite delle annate 2007 e 2008 vengono selezionate e lasciate fermentare spontaneamente in cemento, secondo una pratica che richiama la tradizione delle antiche cantine abruzzesi. Nasce così un vino capace di custodire non soltanto un'annata, ma un frammento di storia familiare.


Quel percorso prende forma compiuta nel 2015 con la nascita del primo Fosso Cancelli Montepulciano d'Abruzzo 2007. L'etichetta raffigura la tenuta racchiusa tra il Fosso Cancelli e il fosso Pallonero, quasi a delimitare un piccolo universo agricolo e sentimentale. Da allora Fosso Cancelli diventa il luogo in cui la memoria si trasforma in ricerca: fermentazioni spontanee, lieviti indigeni, affinamenti in cemento, grandi botti e anfore, sempre con l'obiettivo di lasciare che il territorio si esprima con la minima mediazione possibile. Non una semplice collezione di etichette, ma il cuore della visione di Chiara Ciavolich, pensato per interpretare ogni vendemmia nella sua irripetibile unicità.


Per capire davvero il senso di questo lavoro, però, serve il bicchiere. Abbiamo degustato le ultime annate delle etichette che compongono questa collezione di vini identitari, ognuna capace di restituire una diversa sfumatura del volto di Loreto Aprutino.

Fosso Cancelli Trebbiano d'Abruzzo 2024

Annata estrema, segnata da un inverno mite e povero di precipitazioni seguito da una lunga fase siccitosa, il 2024 ha rappresentato un banco di prova per le vigne abruzzesi. A fare la differenza sono stati i vecchi impianti del 1974, la profondità degli apparati radicali e la capacità dei suoli di trattenere e restituire acqua nei momenti più difficili.


Nel calice si presenta luminoso, con un profilo olfattivo ancora in evoluzione che richiama agrumi maturi, fiori di campo, erbe mediterranee e una sottile impronta minerale. Il sorso è ampio e composto, quasi austero nella sua struttura, ma attraversato da una vibrante tensione sapida che ne accompagna la progressione. La materia è importante, sostenuta da una trama fresca e precisa che allunga la beva e lascia emergere una personalità profonda. Un Trebbiano d’Abruzzo autentico e territoriale, dove concentrazione e freschezza convivono in armonia, restituendo nel bicchiere la voce delle vigne storiche di Loreto Aprutino e la filosofia di Ciavolich: accompagnare la materia, senza mai sovrastarla.

Fosso Cancelli Pecorino 2022

Il 2022 è stata un'annata caratterizzata da una lunga fase siccitosa, mitigata dalla capacità dei suoli di Loreto Aprutino di conservare e restituire gradualmente acqua alle piante. Le piogge di settembre hanno completato la maturazione delle uve, preservando equilibrio tra ricchezza aromatica e freschezza. Interpretazione rigorosa di una delle varietà simbolo dell'Abruzzo, il Pecorino Fosso Cancelli nasce da fermentazioni in anfora, acciaio e botti di rovere di Slavonia, con un affinamento sulle fecce fini che ne amplifica profondità e complessità senza alterarne la purezza varietale.


Al naso richiama agrumi maturi, frutta gialla croccante, fiori spontanei ed erbe aromatiche, con una sottile impronta minerale. Il sorso è ampio e dinamico, sostenuto da una spinta sapida che accompagna la progressione fino a un finale lungo e preciso. Un bianco di carattere, capace di unire tensione e materia e di raccontare con eleganza il profilo territoriale di questo angolo incantato di Abruzzo.

Fosso Cancelli Cerasuolo d'Abruzzo 2023

Annata difficile e avara di produzione, il 2023 ha premiato le vecchie pergole di Montepulciano che hanno saputo preservare equilibrio e integrità delle uve. Al naso si apre con note di melograno, ciliegia matura e arancia sanguinella, accompagnate da richiami di erbe officinali e da una sfumatura quasi balsamica che ne amplifica la complessità. Il sorso è pieno, avvolgente, generoso, sostenuto da una trama sapida che accompagna la progressione gustativa senza mai appesantirla. La ricchezza estrattiva dell’annata emerge con chiarezza, ma trova equilibrio in una vena fresca che mantiene il vino dinamico e vitale.


È un Cerasuolo che supera l’idea di semplice immediatezza, mostrando una profondità capace di restituire l’anima del Montepulciano anche nella sua veste più luminosa. Un vino di materia ed equilibrio, con una struttura capace di accompagnarlo nel tempo e rivelare nuove sfumature durante il suo percorso evolutivo in bottiglia.

Fosso Cancelli Montepulciano d'Abruzzo 2020

Il 2020 si è distinto per un andamento climatico equilibrato, con un'estate calda ma priva di eccessi che ha favorito maturazioni progressive e complete. La profondità dei suoli e il naturale equilibrio della pergola abruzzese hanno contribuito a preservare freschezza, struttura e complessità aromatica, elementi che ritroviamo nel Fosso Cancelli Montepulciano d'Abruzzo, prodotto dai vigneti più antichi della tenuta (1965) e vinificato secondo la tradizione della fermentazione in cemento. Un'etichetta che più di ogni altra sintetizza la filosofia del progetto Fosso Cancelli, dove memoria, territorio e artigianalità trovano il loro punto d'incontro.


Il profilo aromatico alterna amarena, prugna, sottobosco, resina mediterranea e liquirizia, con sfumature terrose che ne amplificano la complessità. Il sorso è profondo e articolato, sostenuto da tannini maturi e da un equilibrio esemplare tra struttura e freschezza. Lungo, sapido e persistente, racconta con grande autenticità il volto più classico e affascinante del Montepulciano di Loreto Aprutino.

MenoDodicIGP: Vincenti Agostino - Soave Terralunga 2025


di Lorenzo Colombo

Etichetta prodotta dalla Cantina Vicentini da oltre 25 anni, frutto di un blend tra Garganega e, in misura minore, Trebbiano di Soave provenienti da vigneti situati a Colognola al Colle. Paglierino con leggeri riflessi oro-verde. 


Buona l’intensità olfattiva, cogliamo sentori d’erbe officinali fresche, accenni d’agrumi, di frutta a polpa bianca e di mandorle. Fresco al palato, sapido, agrumato, di media struttura, con un bel frutto e leggere e piacevoli note mandorlate sul fin di bocca.


Due altre cose abbiamo apprezzato al di là della qualità del vino, l’utilizzo del tappo a vite e l’etichetta che, seppur leggermente infantile ci è piaciuta molto. 

9,5 euro il suo prezzo sul Web

InvecchiatIGP: Villa Russiz - Collio Sauvignon De la Tour 2004


di Lorenzo Colombo

Non ci sembrava molto adatto al clima di questi giorni scegliere un vino rosso per la rubrica del sabato InvecchiatIGP, ci siamo così rivolti al quella parte di cantina dove riposano le vecchie bottiglie di vini bianchi ed abbiamo pescato questo famoso Sauvignon del Collio con oltre vent’anni sulle spalle, prodotto da Villa Russiz, una storica azienda del Collio, fondata nel 1868 dal Conte Theodore de La Tour.


L’azienda fa parte delle proprietà dell’Istituto Adele Cerruti, una nobildonna che dopo la Prima Guerra Mondiale fondò un orfanotrofio in quella che fu la dimora del Conte de La Tour e della di lui moglie Elvine von Zahoni che, rimasta vedova, rientrò in Austria. I proventi dell’azienda servono a finanziare la scuola convitto per bambini di famiglie disagiate. L’azienda dispone di 45 ettari di vigneti per una produzione annuale di 250.000 bottiglie. Villa Russiz è stata diretta per lunghi anni dall’enologo Gianni Menotti, succeduto nella conduzione al padre Edino nel 1988, a lui si debbono molti vini di quell’epoca e la valorizzazione del Sauvignon, è lui infatti il padre del Sauvignon de La Tour.


Il Sauvignon De la Tour viene prodotto con uve provenienti dalla collina adiacente alla tenuta, situata a Capriva del Friuli, l’esposizione è Sud-Est ed il suolo è costituito dalla tipica ponca, il sistema d’allevamento è alla Cappuccina, un guyot doppio capovolto e la densità d’impianto è di 5.500 ceppi/ha. La vendemmia s’effettua solitamente nella seconda metà del mese di settembre e la vinificazione avviene in vasche d’acciaio dove il rimane sulle fecce fini per lunghi mesi.


Se in questo vino ci s’aspettasse di trovare le caratteristiche note olfattive e gusto-olfattive di un tipico sauvignon, che fosse di stile prettamente vegetale o di quella tipologia dove le note tropicali e di pompelmo emergono prettamente, abbiamo sbagliato vino.


Gli oltre vent’anni dalla sua vendemmia si sentono tutti, il vino ha perso la sua irruenza giovanile divenendo più pacato, complesso, con sentori terziari. Bellissimo il suo colore oro luminoso. Intenso al naso dove le note ossidative che si colgono al primo impatto si confondono poi con le note vanigliate e di nocciole tostate, fiori secchi ed uva essiccata, accenni di datteri, miele amaro. Dotato di buona struttura, sapido e succoso, con nota alcolica ancora in evidenza, sentori di frutta disidratata, vaniglia, accenni piccanti, buona la persistenza.

Ai Galli - Lison Classico 2024


di Lorenzo Colombo

Un’espressione diversa del vitigno Tocai la possiamo trovare in questa piccola Docg situata a cavallo tra Veneto e Friuli-Venezia Giulia.



Color paglierino con riflessi verdolini. Accenni affumicati ed erbe aromatiche essiccate al naso. Buona struttura, accenni nocciolati, succoso, buona la persistenza.

23 anni di vino in sei calici: la nostra verticale di Cavariola


di Lorenzo Colombo

Dovevamo concludere un lungo periodo della nostra vita nel mondo del vino ringraziando coloro che ci avevano supportato in quell’avventura durata ben 23 anni: cosa c'era di meglio se non gratificarli con una verticale di vecchie annate?


Cercando nella nostra cantina un vino che si prestasse a quest’occasione, e del quale avessimo un discreto numero d’annate, abbiamo optato per il Cavariola, che abbiamo sempre considerato uno dei più grandi vini rossi dell’Oltrepò Pavese. Prodotto da Paolo Verdi dell’azienda Bruno Verdi — situata a Canneto Pavese, nella frazione di Vergomberra (che dà il nome a un ottimo Metodo Classico) — il Cavariola, il cui nome corretto è Oltrepò Pavese Rosso Riserva Cavariola, è ottenuto con il classico uvaggio oltrepadano. La Croatina costituisce il vitigno principale con poco più del 50%, il Barbera occupa circa un quarto della composizione, mentre Ughetta e Uva Rara si dividono il resto più o meno in parti uguali.

Paolo Verdi

Prodotto per la prima volta nel 1985 (la bottiglia più vecchia ancora in nostro possesso è dell’annata 1989) con uve provenienti da un piccolo vigneto terrazzato posto su un ripido pendio chiamato per l'appunto Cavariola, è situato nel comune di Broni e suddiviso in quattro parcelle messe a dimora in epoche diverse. Dapprima in affitto, il vigneto è stato acquistato da Paolo Verdi nel 1990 e, ampliato nel corso degli anni, si sviluppa attualmente su 1,5 ettari. Il suolo è principalmente composto da limo con una buona presenza di calcare. Le viti più vecchie vantano un’ottantina d’anni d’età, mentre i successivi impianti risalgono al 1990, 2003 e 2006; il sistema d’allevamento è a Guyot, con una densità d’impianto di 5.500 ceppi per ettaro.


La vinificazione attuale prevede la fermentazione in tonneaux con follature manuali e una macerazione di 25 giorni. L’affinamento si effettua in barrique per 22 mesi; il vino viene quindi assemblato in vasche di cemento dove sosta per otto mesi, ai quali ne seguono altrettanti di riposo in bottiglia.


Iniziamo la nostra degustazione con un vino abbastanza giovane, ovvero quello dell’annata 2020, in modo da far capire le caratteristiche di questo prodotto nel momento in cui la maggior parte degli acquirenti solitamente lo consuma. Il suo colore è rubino intenso, profondo e luminoso. Al naso, molto elegante, si colgono sentori di frutto rosso maturo e note speziate di spezie dolci e cioccolato. Fresco in bocca, strutturato e con una nota alcolica piuttosto pronunciata, presenta un bellissimo frutto unito a note speziate e leggermente piccanti. Elegantissimo e pronto per essere colto nel suo momento di massimo splendore.


Procediamo poi con la nostra degustazione partendo dal vino più vetusto, ovvero quello dell’annata 1990. L’età si coglie già alla vista: il suo colore tende infatti al mattonato con un unghia aranciata. Al naso percepiamo sentori di caffè, vermouth e radici. Un poco vuoto in bocca, dove si colgono le note evolutive che sfociano in sentori di sottobosco e radici, con qualche accenno leggermente ossidativo. Il vino è comunque ancora vivo e perfettamente bevibile, soprattutto se pensiamo che ha ben 36 anni d’età.


Un salto di sette anni ci porta all’annata 1997 e qui le cose cambiano completamente, soprattutto alla vista e all’olfatto. Il vino ha infatti un bel color granato di buona profondità. Intenso al naso, presenta sentori d’erbe aromatiche essiccate e un frutto ancora ben presente. In bocca lo troviamo un poco vuoto, con una trama tannica ancora ben percepibile; discreta la sua persistenza. Si tratta del vino che abbiamo meno apprezzato, frutto di un’annata che in quasi tutta Italia fu considerata memorabile, ma che poi col tempo ha mostrato i suoi limiti.


Passiamo quindi all’annata 1998, che ci dona un vino dal color granato, profondo e luminoso. Mediamente intenso al naso, elegantissimo, balsamico. Buona la sua struttura, il tannino è ancora deciso e i sentori spaziano dal balsamico alle radici, fino al bastoncino di liquirizia; lunga la sua persistenza.


Il vino dell’annata 2000 si presenta con un color granato di buona intensità. Molto elegante al naso, con note balsamiche e accenni di confettura di ciliegie. Asciutto in bocca, con una trama tannica importante, sentori di radici e buona persistenza.


Chiudiamo infine con il vino dell’annata 2002, dal bellissimo e impressionante color rubino luminoso. Bel naso, balsamico, bel frutto, con sentori di ciliegia sotto spirito e di Mon Chéri. Asciutto, con una trama tannica decisa, presenta sentori di radici e chiude con una lunga persistenza su note di bastoncino di liquirizia. È il vino che abbiamo preferito tra quelli datati, e dire che proviene da un’annata considerata decisamente minore, compromessa in buona parte d’Italia da una notevole piovosità. Un’ulteriore riprova che prevedere il futuro di un vino basandosi solo sull’andamento climatico dell’annata è, quasi sempre, un tirare a indovinare.

Dove la terra si fa luce e pazienza: Ca' del Magro 2023 di Monte del Frà


Sulle colline moreniche del Custoza la terra custodisce una storia geologica antica, fatta di ghiacciai che si ritirano, di ciottoli levigati dall’acqua e di un suolo vivo, sospeso tra la precisione della ghiaia e la profondità dell'argilla. Qui lo sguardo scivola morbido verso l’orizzonte del Lago di Garda ed è qui che, quasi settant'anni fa, è iniziato il viaggio di Monte del Frà.


Fondata nel 1958 da Massimo Bonomo, l'azienda ha saputo trasformare una radice agricola in una visione vitivinicola d'eccellenza. Oggi, guidata con complicità e lungimiranza dalla seconda e terza generazione della famiglia – con Claudio ed Eligio affiancati da Marica, Massimo e Silvia – Monte del Frà rappresenta un modello contemporaneo di sartorialità enologica. Una realtà che, pur parlando a 68 Paesi nel mondo, non ha mai spostato di un millimetro il proprio centro emotivo dal Custoza.


La promessa silenziosa di questa realtà è racchiusa nel concetto di passare sulla terra leggeri, un impegno che si traduce ogni giorno tra i filari in una gestione integrata e consapevole, dal diserbo meccanico allo sfalcio alternato per tutelare la fauna, fino a un sistema a microgoccia che abbatte di oltre il 70% l'uso delle risorse idriche. Ma la vera cifra stilistica della famiglia Bonomo risiede nella gestione del tempo: in un mercato che corre a perdifiato, Monte del Frà rivendica con orgoglio il diritto all'attesa e all'ascolto, una filosofia che modella anche l'attuale e profondo piano di ristrutturazione della sede storica di Sommacampagna. Concepito come un vero rifugio dell'anima per il vino e certificato CasaClima Wine, questo progetto vedrà la conclusione della sua prima fase entro la fine del 2026, inaugurando nuovi caveaux e cantine di microvinificazione pensate proprio per accogliere i cru aziendali e lasciarli maturare senza forzature.


Il manifesto liquido di questa visione è senza dubbio il Custoza Superiore DOC Ca' del Magro 2023, nato da un'intuizione felice e da un blend millimetrico di Garganega, Trebbiano Toscano, Cortese e Incrocio Manzoni allevati a Guyot. Con le sue vigne vecchie di oltre trent'anni, questo cru applica alla perfezione il principio del less is more: è il vigneto stesso a parlare, protetto da una criomacerazione prefermentativa e da un lungo affinamento sur lies condotto tra acciaio e cemento da ottobre a maggio, a cui seguono almeno sei mesi di sosta in bottiglia. Nel calice, l'annata 2023 si rivela di buona precisione identitaria, presentandosi con un colore giallo paglierino intenso impreziosito da leggeri riflessi dorati. 


Al naso l'impatto è di grande intensità e complessità: note floreali di camomilla e petali bianchi si intrecciano a una ricca trama fruttata di mela matura, lychees, pera, albicocca e pesca gialla, fino a toccare sfumature esotiche di mango e una piacevole vibrazione speziata di zenzero su uno sfondo nitidamente minerale. In bocca il vino svela la sua vera nobiltà attraverso un sorso asciutto, sapido e di ottimo corpo, dove la spinta acida dialoga perfettamente con una struttura avvolgente, allungandosi in una persistenza retrolfattiva profonda e pulita. 


Il Ca' del Magro 2023 non cerca scorciatoie o facili consensi immediati; è un bianco d'ordine, di luce e di pazienza, dotato di una straordinaria capacità di invecchiamento che dimostra in modo inequivocabile come il Custoza sappia nobilitarsi con lo scorrere del tempo, abitando gli anni con assoluta, intramontabile grazia.

MenoDodicIGP: Vernatsch "Sunnenberg" 2024


di Stefano Tesi

Sarà stato il fascino di trovarsi all’imbocco della strada che porta su, fino al mitico Castel Juval di Reinhold Messner, sarà stata l’aria frizzante della Val Venosta, oppure il companatico a base di speck e mostarda a chilometro zero "spelluzzicato" col pane croccante all’aperto, seduti su una roccia, ascoltando il frusciare del vento, ma questa Schiava semplice, senza troppe pretese, scarica, fragrante e allegra, agile in bocca e nel portafogli, bevuta bella fresca, ha fatto del tutto il suo dovere: era esattamente ciò che ci voleva alla fine del lungo viaggio, per togliersi la sete senza tanti pensieri. 


Comprata con animo lieve alla Bottega dei Contadini venostani, proprio sulla statale, è un vino porta con sé l’aroma di una convivialità giocosa. Sono certo che gli ospiti del maso, sulle alture sopra Castelbello, ne tracannano parecchie bottiglie. Difficile biasimarli.

Prezzo in vendita diretta: 11,20 euro

InvecchiatIGP: Castello La Leccia - Chianti Classico 2009


di Stefano Tesi

Se la memoria non m’inganna (e se m’ingannasse portate pazienza), l’annata 2009 in Chianti Classico fu dai più giudicata buona, ma non eccezionale. Mai fidarsi, però, dei giudizi a caldo e della propria memoria. E mai dimenticare che ciò che è vero in generale può non essere vero in particolare, con buona pace dell’IA che tutti vanamente consultano quando sono a corto di idee, argomenti e ricordi. Ho assistito in diretta alla stappatura di questo sontuoso 2009: il tappo era integro e viva la curiosità dei commensali. Al netto di ciò, devo però ammettere che non mi aspettavo tanta sostanza da un Gallo Nero “base”, come a volte si usa dire.


Siamo a Castellina, con altitudini che variano dai 300 ai 500 metri e vigneti esposti a sud e a sud ovest, su terreni argillosi e ricchi di calcare e galestro. Nulla è dato sapere sui sistemi di vinificazione dell’epoca, quando l’azienda, già biologica, era ancora di proprietà della famiglia Daddi, che l’aveva acquistata negli anni ’20 del ‘900 e che l’ha in seguito ceduta agli svizzeri Sonderegger, attuali titolari della medesima e della bellissima villa-castello trasformata in resort (gli appassionati non si perdano, come minimo, i giardini monumentali e vedute che arrivano fino a Radicofani). Si sa solo, come riporta il sito aziendale, che il vino fu prodotto la prima volta (si intende imbottigliato, suppongo) nel 1950. Sangiovese 100% oggi come, forse, allora.


Ciò che sorprende non è solo il colore, ancora integro, con appena qualche accenno caldo, ma la freschezza che affiora al primo approccio. Una freschezza viva, suadente, elegante, che al naso regala quegli accenni balsamici perfino pungenti che invogliano a tuffare ripetutamente il naso nel bicchiere, accompagnata dai giusti accenni di frutto e a un’intensità penetrante di ciliegia matura ma non troppo, capace di donare subito al vino un tratto aristocratico. L’ottima musica continua al palato, con un’ampiezza e una trama tannica che si distende in note quasi piccanti e in un ritorno di freschezza quantomai rassicurante. Coda finale lunga e sapida, setosa, per un sorso.


In sintesi, uno di quegli assaggi che ti riconciliano con tante cose. Prima di tutto col fatto che nulla è imprevedibile e che non è così difficile prevenire la noia. Poi con la consapevolezza che i tempi lunghi, quando c’è la base, portano sempre a saggezza e solidità Grazie al direttore Guido Orzalesi per aver riesumato questa bottiglia a suo modo didattica.

Lehengut - Gegenwind Souvignier Gris 2022


di Stefano Tesi

Dal nome sembra il titolo un brano kraut-rock, se lo assaggi bendato somiglia a un Pinot Nero e te lo puoi bere a tutto pasto. Invece è un gran bianco da uve piwi di Souvignier Gris. 


Lo fa Thomas Plack, un allampanato vignaiolo di Colsano, in Val Venosta, per la verità non nuovo a piccole perle enoiche.

Dalla crisi al rilancio: come la famiglia Contini custodisce l’anima solenne della Vernaccia di Oristano


di Stefano Tesi

Ci sono numeri che, a volte, parlano meglio di tutto. Ma che assumono un senso compiuto solo quando anche l’occhio e gli altri sensi hanno avuto la loro parte, contribuendo al superamento di quelle che Aldous Huxley (oppure Jim Morrison, se preferite) avrebbe definito le porte della percezione. Non c’è bisogno però di scomodare la mescalina e i suoi effetti per raccontare del fascino spigoloso, antico e a tratti solenne della Vernaccia di Oristano, la prima Doc sarda (fu riconosciuta nel 1971). Basta e avanza, a coglierne l’eterea complessità, calarsi nel sistema degli stagni di Oristano e nel corollario di vigne, borghi, nuraghi che li circondano. Annusare l’aria, scrutare i grandi spazi. Approfondire con le persone giuste, siano essi i pescatori di cefali, i produttori di bottarga, gli archeologi che scavano o – si capisce - i vignaioli. E alla fine immergersi nel su murruai, l’inconfondibile insieme di sensazioni odorose tendenti all’incenso (il termine, non a caso, sembra derivare da mirra) che sono il frutto del lunghissimo invecchiamento e si sprigionano quando versi nel bicchiere la Vernaccia appena stappata.


Non si tratta del resto, lo sanno tutti, di un vino facile. Al contrario, la Vernaccia di Oristano è un vino impegnativo, che nasce da un vitigno autoctono e primordiale: va capito e collocato nel proprio contesto. La congiuntura inoltre non l’aiuta. Soffre, come altri, il poco felice momento dei vini ossidativi, sebbene per fortuna sembrino non mancare i sintomi di un’inversione di tendenza. Un motivo in più per andare in missione in quel di Cabras, alle porte (appunto) degli stagni e nella quiete di un contesto quasi sospeso tra terra, cielo e mare.


I numeri di cui si diceva all’inizio ce li sciorina - passeggiando per le sale della nuova cantina, tra cimeli e vecchie botti piene di Vernaccia, si capisce - direttamente il presidente della Doc, Mauro Contini. Che è pure presidente, e contitolare col cugino Alessandro, vicepresidente, dell’ultracentenaria azienda di famiglia, Contini 1898: “Negli anni ’80 eravamo trentasei produttori a coltivare e vinificare quest’uva assolutamente nostrale, dalla storia millenaria. Oggi siamo solo in sette, sei dei quali associati al Consorzio. Stiamo tentando il rilancio, ma veniamo da un trentennio lungo e sofferto, durante il quale il nostro vino ha davvero rischiato di scomparire a causa della crisi nata dall’abbandono dei vigneti conseguente al crollo dell’interesse del consumatore e della caduta delle vendite del successivo decennio”. 


Il baratro, insomma è stato vicino. La Vernaccia di Oristano DOC, spiega, è coltivata in 18 comuni nei dintorni della città. Il disciplinare impone, in tutte le quattro tipologie previste, almeno l’85% di uve Vernaccia. Dopo la pressatura, il vino viene fatto maturare in botti scolme del 20%, in condizioni ossidative, sotto l’azione di una pellicola di lievito, il flor.


Ciò che ne deriva è sintetizzato negli assaggi decritti qui sotto, capaci di regalarmi momenti di puro godimento alternati qualche riflessione.

Flor, Vernaccia di Oristano doc 2020

Di colore ambrato, al naso è diretto, asciutto, profondo, con note di elicriso e di macchia mediterranea. La medesima pulizia e asciuttezza, unite a un finale amarognolo, si avvertono al palato e danno al sorso equilibrio e profondità.


Antico Gregori Vernaccia di Oristano riserva 1991

Meno di tremila bottiglie per questo vino che per disciplinare contiene l’85% dell’annata dichiarata e attinge il resto a botti del 1970, del 1975 e in piccola percentuale da una botte dei primi del ‘900. Di colore ambrato chiaro, luminoso, all’olfatto è vivo e cangiante: all’iniziale nota di miele si sovrappongono un’onda di incenso e poi una lunga scia di sensazioni balsamiche, after eight, nocciola e croccante. In bocca è secco e profondo, quasi severo, con un retrogusto screziato che riporta alle sensazioni olfattive.


Antico Gregori 1976

E’ la prima annata di questa etichetta, prodotta con l’aggiunta di circa il 15% di annate più vecchie (pratica all’epoca consentita dal disciplinare). Gli oltre 40 anni di botte donano al vino un ambrato un po’ più scuro e un insieme di profumi penetrante e progressivo fatto di sottobosco, cuoio grasso e una cangiante coda balsamica. A palato mantiene l’aura di grande vecchio, severo e asciutto, ma con una patina di gentilezza che ne accresce la lunghezza e la soavità.


Fin qui il godimento.

Le riflessioni sono semplici. Il consumo di vino in sé ha vita breve, dura un attimo. Ciò che dà al sorso dignità e valore sono la curiosità che accompagna chi beve e i pensieri da essa generati. In questa prospettiva, la Vernaccia di Oristano sembra aleggiare sugli stagni e le canne palustri, come un’aura. E gli stagni, migliaia di ettari tra i fiume Tirso e il Tirreno, di cose da raccontare ne hanno parecchie.

MenoDodicIGP: Castello Monaci - Negroamaro Salento IGT "Kreso" 2024


di Luciano Pignataro

In questa rubrica dove proponiamo belle bevute e meno di 12 euro non poteva mancare un rosato. E quando entriamo in questa tipologia per molti versi ancora in cerca di autore in Italia non possiamo che usare il Negroamaro come stazione di partenza. Siamo a Salice Salentino, riferimento in questo territorio battuto dai venti dei due mari e l’idea per questa estate calda e torrida è quella di bere un bicchiere di Kreos della Castello Monaci che vanta oltre 200 ettari ed è parte integrante del mondo Giv. 


Anche per il rosato la nostra raccomandazione è aspettare almeno un anno prima di stapparlo. Proverete piacevoli sensazioni di frutta, fragole soprattutto. Ma quello che è assolutamente gratificante è il sorso: sapido con un finale piacevolmente amaro, soprattutto freschissimo e pimpante. Il Kreos è l’unico rosato aziendale e lo consigliamo su tutto quello che mangerete nei prossimi due mesi.

Prezzo medio web: 11 euro

InvecchiatIGP: R. López de Heredia - Rioja Blanco Gran Reserva DOCa "Viña Tondonia" 2004


di Luciano Pignataro

La mia passione per i vini bianchi invecchiati aumenta di intensità con il passare degli anni. Sarà una questione di gusto, di eleganza visiva, di luminosità del bicchiere, di ricerca continua di qualcosa che non sia scontato. Quindi, quando ho trovato questa bottiglia nella carta dei vini di Deessa – il bistellato spagnolo firmato da Quique Dacosta al Mandarin Oriental Ritz di Madrid – non ho esitato a puntare il dito, nonostante costasse da sola più dei due menu degustazione, perché le vere emozioni non hanno prezzo. Ho seguito l’istinto senza angosciarmi inutilmente, in quanto un vino bianco invecchiato ti apre la possibilità a un ventaglio di abbinamenti sicuramente maggiore di quanto non possa fare un rosso. Così, non conoscendo cosa riservasse il menu preparato dal giovane Domenico Vildacci – salernitano di 29 anni, a bottega dal grande cuoco spagnolo da moltissimi anni – ho puntato tutto su questa straordinaria bottiglia.


Quando la Roja iniziò a emergere nel panorama mondiale il modello, come del resto è avvenuto per l’Italia, era Bordeaux; proprio per questo motivo questa azienda del Barrio de la Estación per molti anni è rimasta sottotraccia, pur essendo sempre molto apprezzata dai veri intenditori (per curiosità, questa 2004 ebbe i 100/100 di Parker). La ricerca di questi vini di Tondonia negli ultimi anni è diventata spasmodica: il rosato è una sorta di Gronchi rosa persino per i collezionisti spagnoli. I motivi sono tre: la coerenza mantenuta con costanza oltre le mode, la rarità e, soprattutto, il fatto che nessun'altra storica cantina della Rioja ha prodotto con continuità vini bianchi sottoposti a periodi di affinamento così lunghi.


Nel caso di questo Gran Reserva – appena diecimila bottiglie – il vino, prodotto da uve viura (o macabeo) con un 15% di malvasia, ha trascorso oltre dieci anni in botti di rovere americano, dopo aver sostato inizialmente in grandi tini di legno. È stato imbottigliato nel 2018 e ha poi riposato per qualche altro anno prima di essere immesso sul mercato.


L’annata 2004 è stata particolarmente favorevole ed il vino è di quelli che davvero ti lasciano senza fiato. Non va bevuto freddo, ma semplicemente fresco, per permettere alle prime note agrumate e di cera d’api di conquistare subito il naso. Ma quello che colpisce ed entusiasma è la capacità di mutare nel corso dei minuti, coprendo un ventaglio che va dalle note balsamiche a dolci note di tostatura, fino a un fumé che esalta il frutto..


Ben presto, come accade con i grandi vini, ti prende la mente e ti costringe a pensare al bicchiere per tutto il resto della serata; alla tenera età di 69 anni ho finalmente compreso perché Marchesi non amava alcun abbinamento con i suoi piatti se non con l’acqua (senza gas, ovviamente). Quando il vino è straordinario non c’è piatto che tenga e il cibo, anche se eccellente come quello che ci ha servito una sala straordinaria, allegra e giovanile, è stato il co-protagonista dell’esperienza, come si dice adesso.


La definitiva consacrazione arriva quando inizi a berlo: allora scopri un'energia giovanile in un vino di oltre vent’anni che raramente si può trovare. La promessa di frutta è mantenuta, la sapidità non ti fa mai stancare e ti spinge a cercare continuamente il sorso successivo; il finale è un crescendo rossiniano che resta nella memoria molto a lungo. Anche adesso che ne sto scrivendo, mi sembra di averlo appena bevuto. Un grandissimo vino che dimostra fin dove si possono spingere le potenzialità di un bianco quando si segue la coerenza e non ci si lascia travolgere dalle mode. Perché il segreto per essere desiderato da tutti è non dover piacere a tutti.

Temperatura consigliata: condividerlo!