Intervista a Fabio Mecca: “Il vino è come il sangue: non ammette finzioni


Venti anni di carriera, venti cantine nel portafoglio e un’idea di vino che non accetta compromessi. Ho incontrato Fabio Mecca a Roma, in occasione della giornata speciale organizzata dalla FIS per celebrare i suoi vent’anni da enologo – un traguardo importante che arriva dopo il prestigioso premio già ricevuto sul palco di Beviamoci Sud. Ma dietro i festeggiamenti e il prestigio di oggi, c'è una storia fatta di terra, sacrifici e riscatto. 


Quella che segue non è la solita intervista tecnica, ma il racconto senza filtri di un uomo che ha dovuto perdere tutto per ritrovare il proprio cognome e la propria libertà.

Fabio, partiamo dalle origini. C’è chi sceglie questo mestiere per studio, chi per moda. Tu sembri nato direttamente tra i serbatoi.

Sono del 1982 e sono cresciuto a Barile, nel cuore del Vulture. La mia scuola elementare era letteralmente di fronte alla cantina di famiglia, la Paternoster. Ricordo che passavo le ore con la testa girata verso la finestra: non guardavo la lavagna, contavo i camion di uva che arrivavano. Per me il tempo non si misurava in ore, ma in carichi di Aglianico. Appena suonava la campanella, correvo dentro. I miei nonni abitavano sopra la cantina; io studiavo in ufficio tra i campioni e poi passavo il resto del tempo con gli operai e i tecnici. È stato il mio parco giochi, la mia scuola di vita.

Tuo padre però voleva un futuro diverso per te.

Mio padre è un medico, una persona solida. Mi chiese un solo regalo: la maturità classica. Gliel'ho data, ma il secondo dopo il diploma ero già su un treno per Conegliano Veneto. Non avevo dubbi. Lì ho studiato, ma la verità è che sui libri davo solo un nome scientifico a cose che avevo già visto fare mille volte da mio bisnonno Anselmo e da mio nonno Giuseppe. Ero un privilegiato perché sapevo già cosa volevo fare, ma ancora non potevo immaginare quanto la strada sarebbe stata in salita.

Torni in Basilicata con la laurea in tasca, ma qualcosa si rompe.

Tornare nell'azienda di famiglia è stato l'inizio del mio vero apprendistato, ma anche della mia crisi. Ero giovane, avevo le mie idee e la mia figura si sovrapponeva inevitabilmente a quella di mio zio. C’è stato uno scontro di visioni. Ho capito che se volevo dimostrare quanto valessi davvero, dovevo smettere di essere "il nipote di" o "il figlio di". Per orgoglio, e per un bisogno quasi fisico di indipendenza, me ne sono andato. Ho lasciato le sicurezze per l'ignoto.

E sei finito da Roberto Cipresso

È stata l’università del mondo. Roberto in quel periodo era una figura quasi mitologica, un enologo capace di spaziare dal Brunello di Montalcino ai progetti in Argentina. Entrare nella sua orbita significava smettere di guardare solo il proprio campanile e iniziare a ragionare su scala globale. Per me, che venivo dalla dimensione protetta di Barile, è stato uno shock culturale e tecnico pazzesco. Mi ha dato una fiducia enorme: ero diventato il suo braccio destro per tutto il Centro-Sud Italia. Gestivo cantine, prendevo decisioni, firmavo progetti. Mi sentivo arrivato, o quasi. Ma è proprio quando pensi di aver toccato il cielo con un dito che il terreno ti frana sotto i piedi.

Poi arriva quel Vinitaly che ha cambiato tutto. Raccontaci quel momento difficile, senza filtri.

Il Vinitaly è una bolla: adrenalina, contatti, calici che girano. Durante i giorni della fiera ci fu un malinteso, o forse semplicemente si era esaurito un ciclo. Roberto vide qualcosa che non gli piacque, o forse interpretò male un mio contatto con un'azienda. Non ci fu una discussione immediata. La batosta arrivò la sera, nel silenzio surreale del post-fiera. Alle dieci e mezza mi squilla il telefono. Poche parole, gelide: «Fabio, da oggi la nostra collaborazione finisce qui». Senza preavviso, senza un confronto. Mi è crollato il mondo addosso. Non era solo un licenziamento, era la cancellazione istantanea dell’identità professionale che avevo costruito con tanta fatica. Ero appena diventato papà, mio figlio aveva pochi mesi, e mi sono ritrovato per strada.

Come si riparte da zero?

Avevo due strade: piangermi addosso o usare quella bruciante sensazione di ingiustizia come carburante. Ho scelto la seconda. Quella rottura traumatica è stata la mia fortuna, perché mi ha costretto a diventare "Fabio Mecca" e non più l’ombra di qualcun altro. Ma il prezzo è stato altissimo. Ho vissuto mesi difficili, fatti di viaggi al limite della sussistenza. Ho iniziato a propormi con totale umiltà, accettando consulenze da 100 euro al mese in aziende a 300 chilometri di distanza. Spendevo più di gasolio di quello che guadagnavo. Ricordo trasferte in cui non avevo letteralmente i soldi per mangiare: bevevo l'acqua dei rubinetti nei bagni pubblici per non spendere quegli ultimi euro che servivano a casa per la spesa. Ho dormito in macchina, ho preso porte in faccia da chi fino al giorno prima mi osannava solo perché ero l'assistente del maestro. Ma ogni "no" diventava benzina. Sapevo che se avessi resistito, la mia idea di vino sarebbe emersa.

E come è emersa?

In quegli anni di fame ho imparato a leggere la terra in modo brutale, diretto. Senza budget e senza paracadute, dovevo far parlare i vini. E i vini hanno iniziato a urlare. Ho capito di avercela fatta quando quelle stesse aziende che mi avevano voltato le spalle hanno ricominciato a cercarmi; non perché fossi il braccio destro di qualcun altro, ma perché volevano la mia testa, il mio approccio. La mia vera rinascita è stata riappropriarmi del mio cognome, ma stavolta con una consapevolezza che nessuno avrebbe più potuto scalfirmi. Oggi, quando entro in una cantina nuova, non porto sul tavolo solo la laurea: porto quella fame, quella rabbia trasformata in precisione tecnica e, soprattutto, la capacità di ascoltare un territorio.

Oggi, finalmente, sei un professionista affermato, fai consulenza ad oltre 20 cantine. Come selezioni le persone con cui lavorare?

Guardo gli occhi delle persone. Può sembrare una frase fatta, ma è l'unica cosa che conta. Io aiuto il produttore a realizzare ciò che desidera, ma a una condizione invalicabile: non si tradisce il vitigno. Oggi il mercato chiede a gran voce vini "agili", spesso piallati, rassicuranti e standardizzati. Se un produttore viene da me e mi dice: «Fabio, fammi un Aglianico dolce, rendimelo piacione perché così lo vendo più facilmente», io mi rifiuto. Dico di no. Non è superbia o rigidità, è dignità professionale. Se accettassi, sarei un esecutore di marketing, non un enologo.

È una presa di posizione netta in un mondo in cui il tecnico viene spesso visto come un "correttore" della natura a uso e consumo del cliente.

Esatto. In passato la figura dell'enologo è stata troppo interventista, quasi muscolare. Si pensava che più la firma del tecnico fosse riconoscibile nel calice, più il vino fosse fatto bene. Per me è l'esatto opposto: se bevo un vino e ci riconosco subito la mano dell'enologo, abbiamo fallito entrambi. L'enologo deve essere un conservatore. Il mio compito è proteggere l'integrità di quello che la vigna ha espresso nell'annata, difenderlo dalle deviazioni e dalle ossidazioni, ma senza mai piallarne l'anima e il carattere. Se manca questo rigore etico, se non si ha il coraggio di dire chiaramente al produttore che la terra non può essere manipolata a piacimento, allora stiamo solo vendendo bottiglie. Non stiamo facendo cultura, stiamo facendo commercio. Quando firmo una bottiglia, io metto la mia faccia su quella verità terrena, non su un compromesso commerciale.

Fammi un esempio per comprendere meglio….

L'Aglianico è il banco di prova perfetto. È un vitigno ostico, fiero, scorbutico, con una maturazione fenolica complessa che non ammette la minima distrazione. Molti errori del passato nascevano dal vendemmiare guardando solo il grado zuccherino, ottenendo tannini verdi e taglienti. Bisogna avere il coraggio di aspettare la perfetta maturazione dei polifenoli, accettando anche timbri alcolici importanti pur di avere una trama tannica nobile. Oggi molte aziende lo stanno snaturando per renderlo rassicurante e immediato. Io non ci sto. Guardiamo a cosa ha fatto Marco Caprai con il Sagrantino di Montefalco: ha mantenuto intatta la sua natura fiera e l'ha protetta, imponendola al mondo. L'Aglianico deve fare lo stesso percorso. Il vino deve essere lo specchio della verità, e la verità a volte sa essere dura. Non esiste e non esisterà mai un grande Aglianico senza il suo tannino.

Fabio, si parla spesso di aree "sotto il radar" capaci di stupire nel prossimo futuro. Qual è la tua geografia del potenziale inespresso?

Guarda, ci sono zone rimaste a lungo nell'ombra o che sono state penalizzate da letture troppo industriali e commerciali, ma che oggi vibrano di una fame di riscatto pazzesca.

Partendo dalla Campania, scommetterei senza esitazione sulla Terra di Lavoro nel Casertano. È un territorio che, nonostante la presenza storicizzata di alcuni grandi nomi, si trova ancora un passo indietro rispetto alle sue reali e immense potenzialità; ha un disperato bisogno di uscire definitivamente dall'oscurità. 

Scendendo in Puglia, guardo con enorme interesse al Tavoliere alto, nella zona di Troia. Parliamo di una terra particolarissima, con una 'crosta' del suolo importante e tenace che regala ai vini una spina dorsale e un carattere unici, a patto di saper assecondare la vigna senza forzature. 

In Basilicata, la mia terra, vedo margini di crescita enormi in due areali specifici: l’Alta Val d’Agri e la zona del Grottino di Roccanova. Sono terre dalla vocazione agronomica altissima che devono però ancora trovare una loro 'performance' stilistica collettiva, definita e, soprattutto, costante nel tempo. 

Arrivando in Calabria, più che di confini geografici mi piace parlare di vitigni. Penso a bianchi straordinari come il Pecorello o il Montonico Bianco: varietà che possiedono una motivazione agronomica specifica e una profondità espressiva tale da meritare un percorso serio di valorizzazione, lontano dalle mode internazionali. 

Infine, spostandoci sulle isole, in Sardegna cito la forza espressiva del Sulcis, un territorio di una potenza e di una solarità impressionanti. E concludo con la Sicilia, dove mi affascina la parabola di Alcamo. Per decenni è stata una terra identificata con i grandi numeri e le produzioni di massa; oggi, invece, stiamo assistendo a una splendida rinascita artigianale, quasi sartoriale. Lì si può fare un lavoro monumentale sui vini bianchi, riportando la purezza del vitigno al centro del calice, senza ricorrere a scorciatoie tecnologiche.

Per chiudere questa nostra chiacchierata: cos'è per te il vino oggi?

Il vino non deve essere un anestetico rassicurante. Il vino deve emozionare, deve scuotere e, a volte, ha persino il dovere di disturbare. Deve avere il coraggio ancestrale di mostrarsi imperfetto, se quell’imperfezione è la voce autentica dell'annata e del territorio. La mia idea di vino è speculare alla mia vita: deve avere carattere, spigoli e non deve mai avere paura di dire la verità. Il vino è come il sangue: non ammette finzioni. Quando firmo una bottiglia, so perfettamente che dentro quel liquido ci sono anche l'acqua del rubinetto di quei bagni pubblici e tutti i chilometri che ho macinato a stomaco vuoto. È esattamente lì, in quel punto esatto in cui la fatica incontra la terra, che risiede l'anima e il senso profondo di quel miracolo chiamato vino.

MenoDodicIGP: Campania Aglianico IGP “XIV”


di Luciano Pignataro

Un Aglianico prodotto da chi poppava Aglianico. E’ il XIV, nome scelto dalla passione per la cabala che vede questo numero ripetersi in più di una occasione, a cominciare dai 14 filari da cui nasce a Taurasi. Lo propone Giacomo Pastore, scout taurasino e profondo conoscitore di questo vitigno, presente nel catalogo della cantina realizzata con la moglie Flora Tranfaglia. 


Un rosso fresco, solo acciaio, 4000 mila bottiglie da bere sui robusti piatti della tradizione irpina. Da stappare subito, senza rimpianti, sulla maccaronara al sugo o sui mugliatielli di agnello, in allegria insieme agli amici.

Prezzo medio sul web: 11 euro

InvecchiatIGP: Terre del Principe - Casavecchia Centomoggia Igt Terre del Volturno 2003


di Luciano Pignataro

Mi sono ritrovato a stappare questa bottiglia dopo ben 23 anni dalla vendemmia nel modo ideale: a tavola con cari amici in un ristorante di campagna. L’avevo scovata per caso rovistando nei cassetti e, quando mi è capitata tra le mani, ho pensato che avesse aspettato fin troppo a lungo e che non ci fosse alcun motivo per conservarla ancora.


Si tratta di un rosso prodotto dall’azienda Terre del Principe di Castel Campagnano, situata proprio ai confini tra le province di Caserta e Benevento, in un territorio segnato dal corso del Volturno. La cantina, fondata nel 2003 da Manuela Piancastelli, giornalista, e dal marito Peppe Mancini, avvocato, ha cessato la propria attività vent’anni dopo, nel 2023. Una scelta serena, che ha consegnato alla storia del territorio il profilo di tre vitigni: il Pallagrello Bianco, il Pallagrello Nero e, appunto, il Casavecchia. Ed è proprio questo il vitigno che nel 2003 fece il suo esordio con Terre del Principe, ottenendo da subito ottimi risultati di pubblico e di critica.

Marina e Peppe

Prima di scrivere questi appunti ho riletto quanto avevo pubblicato su questa bottiglia nel 2004, 2016 e 2018, seguendone con costanza l’evoluzione; se volete, potete ripassare i vecchi assaggi qui. Senza entrare nei particolari, rivedendo quelle note che navigano nel web ormai da anni, mi ha colpito l’aver centrato perfettamente la previsione sulla longevità del vino. Non perché io sia particolarmente bravo, ma per aver rilevato, nel corso delle diverse bevute, i parametri fondamentali che ne erano la premessa: freschezza, integrità del frutto e portamento generale della beva con il passare del tempo.


La longevità non è di per sé un valore assoluto, per il vino come per le persone: a 80 anni puoi ritrovarti a correre la maratona oppure in carrozzina. Ma quando l’età, oltre a raccontare una storia come in questo caso, riesce a regalare ancora emozione, allora ne è valsa la pena. L’uva proveniva da vigneti a Monticelli (in Castel Campagnano) e Martini (in Castel di Sasso), nell’Alto Casertano. Il protocollo fu deciso da Luigi Moio ed era figlio del suo tempo: una fase di transizione in cui il legno nuovo iniziava a fare spazio, nella comunicazione come nella produzione, anche a quello usato. Per questo il Centomoggia, dopo la fermentazione in acciaio e una macerazione di una dozzina di giorni, affinava un anno in legno e un altro anno in bottiglia.


Bene, arriviamo al punto. Il tappo ormai si sbriciolava, quindi abbiamo dovuto filtrare il vino in una brocca usando un passino, poiché non c’era altra scelta. Non abbiamo seguito rituali particolari: lo abbiamo lasciato giusto cinque minuti a respirare e poi lo abbiamo versato nei bicchieri, dove ha sostato per la prima parte della cena.


Il giudizio di una persona non esperta potrebbe sintetizzare perfettamente questo articolo: buono! Tre elementi ci portano a questa conclusione: anzitutto la pulizia del naso – con note di frutto, tabacco, carruba e un leggero fumé, facilmente percepibili una volta svanita la nota iniziale di ridotto. In secondo luogo l’acidità, ovvero la sensazione di una freschezza ancora viva, dotata di energia. Infine la beva morbida, ancora di buon corpo nonostante qualche residuo rimasto sul fondo. Nel calice, il vino ha così mostrato un colore rosso rubino meno intenso, ma senza scivolare nel granato.


Questa esperienza ci conferma le potenzialità di quest'uva, capace di raccontarci una storia d’amore e di passione durata vent’anni, che ha fatto epoca sul territorio e tra gli appassionati.

Librandi - Cirò Rosso Classico Superiore Riserva DOC "Duca Sanfelice" 2021


di Luciano Pignataro

Questa etichetta storica viaggia verso i 40 anni non delude mai. Se cercate un rosso da bere sul pesce, eccolo: magari su una cernia al forno a due passi dallo Jonio. Una bella annata anche in Calabria. 


Gaglioppo in purezza, vivo, fresco, tannini risolti, persistente. Ottimo rapporto qualità-prezzo.

Il tempo e il Sangiovese: la verticale di Ruello racconta il nuovo corso del Chianti Classico


di Luciano Pignataro

Luigi Frascino è un imprenditore affermato nel settore della finanza che ha deciso, nel 2017, di creare un'azienda vitivinicola. Non è il primo e non sarà l’ultimo caso di investimenti in questo comparto da parte di persone che, dopo aver avuto successo in altri campi, scelgono a un certo punto di dedicarsi alla produzione di vino.


Alcuni commettono l’errore di andare di fretta; altri, invece, comprendono la necessità di dare tempo al tempo e di avviare un progetto che solo nel lungo periodo, e con continui aggiustamenti, potrà far rientrare l’investimento e, magari, produrre margini di guadagno. Da questo approccio dipende la selezione dei diversi progetti sul mercato: alcuni investitori, stanchi di aspettare, ne escono cercando di vendere e recuperare il capitale; altri, al contrario, ne fanno una questione di orgoglio e di passione.


Luigi Frascino – napoletano trapiantato a Verona, dove ha acquisito il ristorante Da Ruggiero a pochi passi dall’ingresso Cangrande, ben noto a tutto il mondo del vino – nel 2016 ha deciso di produrre nel Chianti, nel cuore della denominazione, a Castelnuovo Berardenga. L’azienda, che oggi si estende su 22 ettari di cui 11 vitati, è stata costruita in tre fasi da tre proprietari diversi ed è entrata in produzione con il Ruello nel 2019. Nel corso di questi anni sono stati recuperati tre ettari di vecchi vigneti di circa 60 anni, mentre gli altri otto sono frutto di nuovi impianti. Siamo a 400 metri di altitudine e le ricerche documentali attestano l’esistenza di un’attività vitivinicola già nella seconda metà dell’800.


Perché investire proprio qui? Luigi Frascino ha studiato Economia a Siena ed è rimasto legato a questo territorio sia dal punto di vista lavorativo sia, ovviamente, affettivo. Ha avuto così l’ambizione, dieci anni fa, di produrre un Chianti Classico da uve sangiovese in purezza, avvalendosi della consulenza di Riccardo Cotarella. Insieme hanno presentato la prima verticale di Ruello Chianti Classico DOCG. Il vino viene prodotto da circa due ettari di vigneto a quasi 400 metri d'altezza, su suoli composti da galestro e argilliti. Dopo la vinificazione, viene elevato per 28 mesi in tonneaux e riposa per altri 9 mesi in bottiglia prima di essere commercializzato.

La verticale ha riguardato le annate dal 2019 al 2023.

Le considerazioni generali hanno evidenziato, anzitutto, il filo conduttore che lega le cinque etichette: eleganza, pulizia, frutto maturo e croccante, uniti a un'ottima acidità e a tannini molto ben risolti che ne garantiscono la longevità. L’alcol si attesta intorno ai 14,5 gradi. Si tratta sicuramente di vini che promettono un’ulteriore, interessante evoluzione, ma che risultano piacevolissimi da bere anche subito.

Ve le elenco di seguito, in ordine di mia preferenza.

Chianti Classico Ruello 2021: il rosso perfetto e più performante, facilitato da una annata di tutto rispetto. Qui mi ha colpito la maturità del sangiovese e soprattutto l’equilibrio olfattivo e gustativo.

Chianti Classico Ruello 2019: giusto una spanna sotto il precedente, all’inizio era proprio quella che ho preferito. Si sente in questo caso la vendemmia decisamente favorevole, la ricordiamo tutti bene perché è quella che ha preceduto il Covid.

Chianti Classico Ruello 2023: appena imbottigliato, è senz’altro destinato ad un lunghissimo percorsi di vita, prevale ovviamente l’acidità e la freschezza del frutto a bacca rossa.

Chianti Classico Ruello 2022: annata un po’ controversa, ma ben risolta. Appena un po’ più sottile rispetto alle tre che l’anno preceduta, ma ben interpretata alla fine con un sorso equilibrato e appagante.

Chianti Classico Ruello 2020: ottima complessità, al naso nette le note di ciliegie e frutti rossi.

Le cinque annate sono una bella interpretazione del Sangiovese, un vitigno che non è facile da gestire ma che regala fortissime emozioni. La produzione oscilla a seconda della raccolta, in ogni caso non oltre le 4500 bottiglie.

MenoDodicIGP: Le Muraglie - Custoza Superiore DOC "Remì" 2023 


di Carlo Macchi

Il Custoza non è un vino, è un caso: tra denominazioni bianche rigorosamente da monovitigno è quella che usa uno storico blend: confina con vini piacioni, rotondi e di grande successo ma i Custoza sono fini e eleganti.


Un vino così controcorrente va conosciuto! Come va conosciuta Le Muraglie, l’azienda di Valeggio sul Mincio che produce il Custoza Superiore Remì, un blend di Garganega, Trebbiano, Trebbianello e Manzoni Bianco. Vino pieno, piacevole, con fini note di fiori, di erbe officinali e un tocco di legno. Proposto ad un prezzo così conveniente che stimola sia la visita che l’acquisto.

Prezzo medio sul web 11 Euro

InvecchiatIGP: Ferrucci - Sangiovese di Romagna DOC Superiore Riserva "Domus Caia" 2001


di Carlo Macchi

Per un chiantigiano come me rendere omaggio a un Sangiovese di Romagna non è cosa di tutti i giorni, ma il Domus Caia di Stefano Ferrucci è un vino che pur nascendo in una zona ben precisa è patrimonio di tutti perché rappresenta una visione, la voglia di andare sempre avanti, di tracciare nuove strade e di farlo con un rigore e un’attenzione quasi maniacale.


Stefano Ferrucci, che purtroppo ci ha lasciati da diversi anni, poteva tranquillamente albergare in un film di Fellini, in realtà viveva a Castel Bolognese ed è stato forse il primo che, negli anni settanta del secolo scorso, ha iniziato a rivoluzionare la viticoltura romagnola. Rese più basse con diradamenti in primis ma forse l’idea più rivoluzionaria e l’obiettivo più difficile fu quello di fare un vino con del sangiovese passito. Fece varie prove ma fino al 1982 il Domus caia rimase ancorato in cantina, per poi nascere, fiorire e arrivare fino a noi.


Parlare oggi di un rosso importante da sangiovese passito in Romagna può far sorridere ma pensate che alla fine degli anni ’70 giungere a gradazioni attorno agli 11° era quasi un miracolo e l’appassimento portava con sé anche il concetto di qualità delle uve, che allora in Romagna non era proprio scontato. Inoltre, mano a mano che ci si avvicinava al nuovo secolo il concetto di vino di qualità stava cambiando e proprio a cavallo del millennio erano di moda vini opulenti, corposi, concentrati e questo portò il Domus Caia ancora più agli onori della cronaca.


Il Domus Caia del 2001 è forse il “non plus ultra” di questa tendenza all’opulenza, grazie ad un’annata sicuramente tra le migliori tre del nuovo secolo, che gli ha conferito anche un equilibrio e una profondità forse unica. Ho ritrovato la bottiglia in cantina e non nascondo di essermi anche emozionato, perché mi ha ricordato un momento particolare della mia vita, quando non proprio come Stefano ferrucci ma quasi, lanciai un progetto che allora era abbastanza visionario, cioè una guida ai vini da vitigni autoctoni. Di acqua sotto i ponti da allora ne è passata ma forse è meglio parlare di vino, in particolare di questa bottiglia che nasce in vigneti a circa 200 metri e le cui uve vengono raccolte in cassette e poi messe ad appassire per una trentina di giorni. Poi fermentazione in vasche di cemento, passaggio in tonneaux per 12 mesi, imbottigliamento e lungo affinamento in bottiglia.


"Spoilero” per un attimo il risultato del vino solo per dire che se questo fosse stato come il tappo non avrei scritto niente. Infatti non solo non sono riuscito a toglierlo ma si è sbriciolato tanto che ho dovuto filtrare più volte il vino. Magari questa permanenza all’aria prima di essere assaggiato gli ha fatto pure bene perché appena messo nel bicchiere era perfetto!  


Colore rubino vivace con lieve unghia granata, al naso sembrava quasi fatto ieri perché le note di frutta matura, ciliegia e mora in particolare, erano nette pur mescolandosi a sentori di china e di rabarbaro. In bocca la potenza era notevole ma il vino aveva anche e freschezza e dinamicità, con tannini succosi e dolci guidavano la danza, una lunga e piacevolissima danza.


Ero di fronte ad un vino che non solo non dimostrava 25 anni ma aveva tutte le carte in regole (l’appassimento certo aiuta) per andare avanti per molti anni. Ma c’era di più, il Domus Caia 2001 è stato figlio di un particolare momento, quello dei vini superconcentrati, che però, se stappati oggi mostrano spesso miseramente la corda perché schiacciati da legni e da tannini estratti da uve non equilibrate. Il Domus Caia invece ha freschezza perché ha equilibrio e fare un sangiovese equilibrato, con l’appassimento che l’ha portato a quasi 15° non è stato certo facile ma, quando riesce così bene bisogna togliersi il cappello.

Sclavia - Terre del Volturno IGP "Granito" 2024


di Carlo Macchi

Casavecchia! Chi lo conosce alzi la mano e nel Casertano la alzeranno tutti. Uva rossa tannica che la DOC ha inutilmente appesantito con due anni di legno. 


Ma Sclavia ha trovato la soluzione: niente legno, freschezza aromatica, tannino vivace, corpo dinamico, piacevolissimo. L’Epifania del Casavecchia.

Il mare negli occhi, il vulcano nel calice: l'anima dei Campi Flegrei secondo La Sibilla


di Carlo Macchi

Li chiamavano “Campi ardenti” e Goethe li descrisse come terra di “macerie d'inconcepibile opulenza, smozzicate, sinistre; acque ribollenti, crepacci esalanti zolfo" e ancora “sotto il cielo più puro… il terreno più infido" Oggi, molte cose sono cambiate e nel “terreno più infido” dei Campi Flegrei nascono forse i vini più puri della Campania, quelli che in modo indiscutibile raccontano due vitigni spesso sottovalutati, la falanghina e il piedirosso.


Mentre con Vincenzo di Meo siamo in auto e andiamo verso La Sibilla, cantina che si trova nel cuore dei Campi Flegrei, di infido trovo soltanto il traffico, che in pochi minuti può passare dallo “scorrevole andante” al “bloccato costante”, specie se è una domenica di sole come questa. Ma anche lui ci lascia tranquilli e arriviamo in una delle aziende con le vigne più panoramiche che conosco, vigneti che affondano le radici in un terreno sabbioso e vulcanico, però affacciato sul mare. Mare a destra e mare a sinistra mentre giriamo per le vigne con sopra quel cielo più puro e a fianco quel mare azzurro che ti fa venire voglia di buttarti, anche se l’acqua sarà alla stessa temperatura di servizio delle Falanghina che, molto più intelligentemente, andiamo a degustare.


Vincenzo, che insieme a tutta la famiglia (padre, madre, due fratelli) porta avanti l’azienda è enologo e rivendica con fermezza il suo titolo: “Il vino si fa per il 70% in vigna e per il 30% in cantina e a quel 30% ci penso io”. In tempi in cui pare che il vino nasca da solo e meno fai in cantina meglio è questa affermazione è, per fortuna, controcorrente, anche perché i suoi/loro prodotti sono controcorrente, nel senso che toccano due punti cari ai grandi vini ma difficili da ottenere: essere buoni subito e meglio dopo anni. Questo se lo dici di un Barolo o di un Fiano di Avellino non fa scalpore, ma quando ti trovi davanti a falanghina e piedirosso, per definizione (sbagliata) vini da bere giovani, fa un certo effetto.


Ma l’effetto lascia spazio alla sorpresa quando, dopo aver assaggiato annate giovani come la 2025 (appena imbottigliata) e la 2024 ti avventuri 13 anni indietro con la Cruna Del Lago 2013, una falanghina in purezza da vigne vecchie di oltre 60 anni che accanto a profumi di miele e melone punta su note di erbe officinali, minerali e di idrocarburo. In bocca è sapida, elegante, profonda, di grande persistenza. Insomma, un grande vino, come lo è il nipote del 2013, più puntato su toni fruttati ma con la stessa fermezza e profondità al palato. Un vino dove quel 30% di cantina Vincenzo vuole sottolinearlo, dato che il vino nasce da tre vendemmia scalari (anche a distanza di un mese) che servono per ottenere sia freschezza che profumi. Ma non finisce qui perché dopo la fermentazione (a temperature diverse, più bassa per la parte che deve dare acidità, più alta per quella che esalta i profumi e il corpo) in acciaio le fecce vanno in barrique e ci rimangono, regolarmente smosse, per dei mesi. Poi vengono rimesse nella massa e tolte solo prima dell’imbottigliamento. Il risultato è veramente notevole. 


Come è notevole sui Piedirosso, in particolare sul Vigna Madre 2023, che è un’esplosioni di profumi floreali, speziati e fruttati: si passa dalla rosa alla fragola con sempre un sottofondo pepato che fa solo venire voglia di assaggiarlo. E in bocca trovi tannini vivi ma dolci, corpo, rotondità e enorme piacevolezza. Una Falanghina che dimostra quanto detto sopra: buona subito e sicuramente ottima tra 8-10 anni.


Per chiudere il cerchio Vincenzo ci fa assaggiare l’ultimo nato, un metodo classico blanc de noirs, cioè da piedirosso che, nonostante l’inesperienza spumantistica, ti colpisce per aromi floreali finissimi e corpo importante. Forse 18 mesi sui lieviti sono pochi ma si sta pensando di allungare i tempi. A proposito di tempo: siamo arrivati con il sole e con quello ripartiamo dopo un pranzo dove le bottiglie sul tavolo rischiavano di non farti vedere il mare davanti. Così le spostavamo spesso e già che eravamo li, versavamo un po’ del contenuto nei bicchieri ma solo, credetemi, per fare spazio sul tavolo.

1701 Franciacorta, la biodinamica come atto di libertà


C’è una Franciacorta che guarda avanti riscoprendo radici antiche, e poi c’è 1701 Franciacorta, che quelle radici le abita davvero, dentro un vigneto murato dell’XI secolo, il Brolo, da cui tutto prende nome e senso: una data, 1701, che non è marketing ma memoria liquida di una delle prime vinificazioni di questo angolo di Lombardia. Qui, a Cazzago San Martino, nel cuore dell’anfiteatro morenico affacciato sul Lago d’Iseo, la vite cresce su suoli di sabbia e limo, profondi e vitali, modellati dai ghiacciai e accarezzati da un microclima mitigato dall’acqua, condizioni ideali per generare quella tensione minerale che è la firma più autentica del territorio. Ma 1701 Franciacorta non è solo geografia: è una storia recente che affonda in un passato lungo oltre tre secoli, rinata nel 2012 grazie alla visione di Silvia e Federico Stefini che, insieme a un gruppo di amici, rilevano la storica tenuta della famiglia Conti Bettoni Cazzago e decidono di cambiare paradigma, scegliendo la via più radicale e coerente, quella della biodinamica.


I vigneti si distribuiscono tra Cazzago San Martino e Gussago, due anime vicine ma profondamente diverse: da un lato i suoli morenici, profondi e generosi, che danno vini di struttura, energia e pienezza; dall’altro le colline calcaree e più alte, dove altitudine ed escursioni termiche scolpiscono vini tesi, verticali, di maggiore finezza. Due identità complementari che si riflettono in una lettura sfaccettata del territorio. Divisi tra circa 10 ettari di Chardonnay e 3 di Pinot Nero, questi appezzamenti diventano un mosaico di parcelle e identità, lavorate secondo i principi della biodinamica, scelta certificata biologica nel 2015 e consacrata nel 2016 con la certificazione Demeter: la vigna è un organismo vivente, un sistema complesso in cui suolo, pianta e uomo dialogano continuamente, e solo preservando questo equilibrio si può arrivare a un frutto autentico. È da qui che nasce tutto, perché in cantina si interviene il meno possibile: fermentazioni spontanee con lieviti indigeni, nessuna chiarifica o filtrazione, solforosa ridotta al minimo, e una scelta radicale che segna lo stile, quella del dosaggio zero, senza aggiunte in sboccatura, per lasciare che il vino si racconti senza maschere.


La gamma dei Franciacorta segue questa filosofia rigorosa: il Brut Nature è l’ingresso diretto e manifesto nel mondo 1701, essenziale, fragrante e verticale; ai millesimati Satèn, Rosé, Dosaggio Zero Riserva e Blanc de Noirs – spetta il compito di raccontare con precisione i diversi terroir e le sfumature dei vigneti, interpretazioni eleganti, minerali e vibranti, dove struttura e finezza convivono in equilibrio. 


Accanto a queste linee principali si collocano vini più sperimentali e coraggiosi: LSD – Lieviti Solo Domestici, rifermentato esclusivamente con lieviti indigeni, senza zuccheri o lieviti aggiunti, e le Special Edition, micro‑vinificazioni e tirature uniche che raccontano biodiversità, tempo e curiosità enologica, estensioni creative della filosofia 1701. 


Se dovessi scegliere un vino della loro gamma non avrei dubbi e prenderei ad esempio il loro Brut Nature che al naso si esprime con agrumi freschi, frutto bianco croccante e cenni di crosta di pane, mentre il sorso è salino, teso e vibrante, accompagnato da una bollicina fine che accompagna la progressione asciutta e dinamica. È qui che si coglie il senso più autentico del lavoro di 1701: non costruire vini perfetti, ma vini veri, capaci di restituire senza filtri il dialogo continuo tra terra, clima e visione, radici profonde che permettono una libertà autentica di pensiero e di espressione nel bicchiere.

MenoDodicIGP: Gracciano della Seta - Rosso di Montepulciano 2024


di Roberto Giuliani

Non è così scontato trovare un ottimo Rosso di Montepulciano a meno di 12 euro, parliamo di Gracciano della Seta, una delle aziende di riferimento del territorio poliziano. In verità io l’ho bevuto in una trattoria che si trova al Lago del Turano nel comune di Colle di Tora (RI), costava 16 euro e, quindi, ero certo che sul web sarebbe stato inferiore.
 

Beh, ne vale la pena: tanto floreale (rosa, viola) e con un frutto fresco e generoso che ti coglie sia al naso che al gusto, una purezza stilistica invidiabile e un’alcolicità ferma a quota 13. Pura beatitudine enoica!

Prezzo medio sul web 9,80 euro

InvecchiatIGP: Tiziano Mazzoni - Ghemme dei Mazzoni DOCG 2010


di Roberto Giuliani

Il nebbiolo in Alto Piemonte - qui siamo a Cavaglio d’Agogna nelle Colline Novaresi – parla un linguaggio proprio, dove l’eleganza regna sovrana. Tiziano Mazzoni proviene da una famiglia che in questo Comune risiede da ben sette secoli, ma solo alla fine degli anni ’90 ha intrapreso la strada di produrre vino in proprio. Chi lo conosce sa che è persona schiva ma, una volta entrati in amicizia, diventa molto disponibile, capace di scherzare e stare in compagnia, il suo sguardo rivela un animo umile e profondo. 


I suoi vini, a mio avviso, lo rispecchiano perfettamente, compreso questo Ghemme 2010, dai profumi davvero affascinanti, di fiori essiccati, tabacco, prugna, leggero cuoio, sottobosco ma senza arrivare ai funghi, agli accenti più evoluti, mantiene un’aria fresca e in continua progressione man mano che si ossigena. Dopo meno di un minuto arrivano le erbe aromatiche, sfumature di china e liquirizia.


Il sorso è incredibilmente cremoso, il tannino puro velluto, una vena balsamica fresca spazza via qualsiasi possibile stanchezza, il bello è che non manca di spinta, carattere, continua a trasmettere sensazioni in continuo movimento, del nebbiolo ha tutta l’eleganza nordica e una persistenza quasi infinita. Ne ha ancora tanta di strada davanti, ma perché aspettare di fronte a tanto ben di Dio?

Il Sabato del Vignaiolo 2026: una giornata con 30 vignaioli indipendenti del Lazio


Sabato 9 maggio 2026, dalle ore 11:00 alle 19:00, l’azienda Riserva della Cascina sulla Via Appia Antica ospiterà l’edizione laziale del Sabato del Vignaiolo, la manifestazione annuale promossa dalla FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti – che in tutta Italia apre le porte delle cantine artigianali e porta i vignaioli indipendenti a incontrare direttamente il pubblico. Nato come appuntamento diffuso sul territorio nazionale, il Sabato del Vignaiolo è diventato nel tempo uno degli eventi più attesi nel panorama enologico italiano: una giornata in cui il vino si racconta senza filtri, attraverso la voce di chi lo produce dalla vigna alla bottiglia. 


L’edizione laziale 2026 riunirà circa trenta cantine della regione, tutte aderenti alla FIVI, in un unico luogo d’eccezione. La location: dove la storia incontra la vigna L’azienda Riserva della Cascina si trova all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica, a pochi chilometri dal centro di Roma. È un luogo dove il paesaggio agricolo convive con la memoria storica di una delle strade più antiche del mondo: un contesto che restituisce al vino la sua dimensione più autentica, quella del territorio, della terra, del lavoro manuale. Scegliere l’Appia Antica come cornice per il Sabato del Vignaiolo significa collocare il vino artigianale laziale in un paesaggio che ne è parte integrante: un atto di narrazione, oltre che di degustazione. Non solo degustazione Il Sabato del Vignaiolo non è una fiera e non è un salone: è una giornata in cui i vignaioli raccontano in prima persona il proprio lavoro. 


I visitatori potranno assaggiare i vini di circa trenta produttori laziali, dalle denominazioni più note — Frascati, Cesanese del Piglio e di Olevano Romano, la Tuscia e i Castelli Romani — fino ai vitigni autoctoni meno conosciuti che rappresentano la biodiversità enologica della regione. Ogni banco è presidiato direttamente dal vignaiolo o dalla vignaiola: nessun intermediario, nessuna scheda tecnica al posto di una conversazione. Il formato favorisce un rapporto diretto e informale, adatto sia a chi il vino lo conosce bene sia a chi si avvicina per la prima volta al mondo della viticoltura indipendente. I territori del Lazio in un calice Le cantine partecipanti arrivano da tutta la regione: dalle colline dei Castelli Romani alla Tuscia viterbese, dalla Ciociaria alle terre pontine, dall’alto Lazio fino alla Valle del Tevere. Una geografia vinicola vasta e diversificata, spesso poco raccontata, che il Sabato del Vignaiolo porta per un giorno al centro dell’attenzione. L’evento è organizzato dal Consorzio dei Vignaioli del Lazio per conto di FIVI Lazio. 

Tutte le info pratiche su: https://www.consorziovignaiolilazio.it

Annesanti - Bianco dell’Umbria IGT "Acqua della Serpa" 2021


di Roberto Giuliani

Grechetto, trebbiano, malvasia, pecorino e altre uve autoctone da vigne di oltre 50 anni. Sosta dieci mesi in anfore di terracotta e rivela una freschezza e una intensità fuori dal comune. 


Sa di gelsomino, cedro, lime e un cuore sapido, intenso, solare, perfetto per una grigliata di crostacei.

Cantine 366 - Erbaluce di Caluso Spumante "Scelte di Vite" 2021


di Roberto Giuliani

Caluso sta all’erbaluce come Barolo sta al nebbiolo. Questo piccolo comune del Canavese è il cuore di una DOCG che ne coinvolge altri 31 nella provincia di Torino, uno in quella di Vercelli e 3 in quella di Biella. L’Erbaluce è un vitigno che si è particolarmente adattato al terreno sabbioso e ciottoloso delle colline moreniche canavesane, grazie al quale rivela anche un’ottima acidità, non a caso è molto adatto alla produzione di passiti e spumanti.


L’azienda Cantine 366 nasce ad Agliè nel 2013 per volontà di Francesco, Ezio e Fabrizio, tutti e tre canavesani e tutti e tre nati nel ’66 (da qui la scelta numerica della Cantina), che hanno voluto recuperare vecchi vigneti abbandonati dai tanti contadini che scelsero una strada meno faticosa e più redditizia presso la Olivetti.
Scelte di Vite è l’emblema del progetto che hanno intrapreso i tre coetanei, recuperando alcuni vecchi vigneti nel comune di Bairo e riportandoli a nuovo splendore. 


Questo Erbaluce di Caluso Spumante, nella versione 2021 ha sostato sui propri lieviti per 36 mesi. Ha colore giallo paglierino intenso e brillante, perlage finissimo e un bouquet davvero gradevole ed elegante che richiama note di acacia, agrumi, pesca gialla, susina, un pregevole impianto floreale e note di pasticceria secca, biscotto, pane sfornato. L’assaggio è delizioso, freschezza e frutto vivo, succoso, con l’agrume che sembra accarezzato da pennellate di miele. Un sorso tira l’altro e rischi di finirlo prima di arrivare a fine pasto…

MenoDodicIGP: Girlan - Vigneti delle Dolomiti Rosso IGT Vernatsch "448 s.l.m." 2025


Oggi, con il sottoscritto, parte una nuova rubrica che noi Giovani Promettenti (IGP) abbiamo chiamato MenododicIGP dedicata ai vini che costano al pubblico (siti web) meno di 12 euro. C’è chi li definisce popolari, chi quotidiani; per noi sono solo vini sinceri, capaci di accompagnare la tavola con autenticità, dimostrando che il valore non sta nel prezzo ma nelle emozioni che sanno trasmettere senza rinunciare alla territorialità. E proprio da qui partiamo, con un’etichetta che interpreta al meglio questa filosofia.


La Schiava “
Vernatsch 448 s.l.m.” 2025 di Girlan, storica cooperativa alto atesina, è il rosso che rimette al centro il piacere semplice del bere. Leggera, fresca, profuma di ciliegia e piccoli frutti, con un tocco floreale che la rende immediata e invitante. Il sorso è agile e scorrevole, mai stancante: un vino accessibile, diretto, che rende piacevole ogni occasione e che, sfortunatamente, finisce sempre troppo in fretta!

Prezzo medio sul web: 9 euro

InvecchiatIGP: Marotti Campi – Lacrima di Morro d’Alba DOC “Rubico” 2004


Esistono bottiglie che non si limitano a essere buone: fanno domande. Il Rubico 2004 di Marotti Campi è una di queste, e la domanda che pone riguarda un vitigno intero — il Lacrima di Morro d'Alba DOC — e il pregiudizio silenzioso che lo accompagna, quello di essere un vino dell'immediato, bello e fragrante ma poco incline a invecchiare con dignità.


Per capire come sia possibile che un'etichetta del genere rimetta in discussione questa lettura, vale la pena partire da chi la produce. I Marotti sono a Morro d'Alba dalla metà dell'Ottocento: non una startup del vino naturale, non un progetto di ritorno alla terra, ma una famiglia che conosce questi suoli argillosi da generazioni. Oggi l'azienda conta circa 50 ettari e dalla fine degli anni '90 — con la costruzione della nuova cantina — ha scommesso con decisione sulla qualità degli autoctoni marchigiani, cercando un equilibrio tra identità territoriale e precisione espressiva che non sempre il mercato sa apprezzare subito.

Lorenzo Marotti Campi

Il Lacrima, in questo contesto, non è mai stato un ripiego. È un vitigno raro, confinato in un areale ristretto della provincia di Ancona, plasmato da suoli argillosi e dalla vicinanza del mare: uno dei pochissimi rossi aromatici italiani, con quella firma olfattiva di rosa, viola e spezie che lo rende immediatamente riconoscibile. Ed è proprio questa seduzione immediata a condannarlo, nell'immaginario comune, a una dimensione di gioventù — come se la bellezza esplicita escludesse la profondità.


Il Rubico nasce da uve Lacrima in purezza, vinificate prevalentemente in acciaio per preservarne la fragranza. Un vino pensato, nelle intenzioni, per essere bevuto presto. Vent'anni dopo, quella intenzione racconta solo metà della storia. 
Il colore è ancora rubino, percorso da riflessi granato che suggeriscono evoluzione senza cedimento. Al naso la centralità floreale si è ritirata per lasciare spazio a qualcosa di più oscuro e interessante: cola, radici, liquirizia, tamarindo, erbe officinali, una balsamicità che ricorda gli amari. 
Non è un vino che ha perso il filo — è un vino che ha cambiato discorso mantenendo la stessa voce. In bocca si muove con una leggerezza quasi ingannevole, sorretto da un'acidità integra e da tannini che il tempo ha levigato completamente: gioca di tensione più che di massa, e chiude lungo, speziato, pulito, con una vitalità che non ti aspetti.


È qui che il Lacrima di Morro d'Alba rivela qualcosa che raramente gli viene riconosciuto: la capacità di attraversare il tempo senza dissolversi, di trasformarsi senza tradirsi. Una faccia nascosta di un vitigno che il mercato ha frettolosamente catalogato, e che bottiglie come questa continuano, pazientemente, a smentire.

Tomei – IGT Lazio Cesanese Veniero 2024


Il Cesanese 2024 di Tomei vibra di terra e memoria, espressione di una visione biodinamica autentica. 


Profuma di frutti rossi maturi, macchia mediterranea e leggere spezie. Al sorso è dinamico, fresco, con trama tannica viva e un finale sapido. Un vino che emoziona con misura e profondità.

Greco di Tufo, zonazione o racconto? Il progetto di Cantine di Marzo


All’interno dell’areale del Greco di Tufo DOCG, dove il terroir è sempre stato più evocato che realmente sezionato, Cantine di Marzo porta avanti da qualche anno un progetto che prova ad alzare l’asticella: leggere il territorio per frammenti, per vigne, per differenze misurabili. Non solo racconto, ma dati—geologici, climatici, biochimici—messi in relazione con il profilo dei vini grazie al lavoro di Mariano e Vincenzo Mercurio, nel tentativo di costruire una zonazione interna alla denominazione e verificare se un vitigno fortemente identitario come il Greco di Tufo sia davvero capace di restituire sfumature territoriali leggibili e costanti nel tempo.


La traduzione pratica di questo lavoro si concentra su tre vigne—Ortale, Serrone e Laure—tra Santa Lucia e San Paolo di Tufo, in un contesto dove la variabilità dei suoli, tra argille, calcari, sabbie e componenti vulcaniche con la presenza storica di zolfo, offre basi concrete per una differenziazione. Ma è quando si passa dalla teoria alla verifica diretta, anche su più annate, che il progetto acquista spessore. 




Una mini verticale sulle annate 2023, 2022 e 2021 delle tre etichette restituisce infatti una chiave di lettura più nitida: Ortale emerge come il cru della profondità, capace di esprimere vini già relativamente equilibrati in gioventù ma soprattutto stratificati, dove la componente minerale si allunga nel tempo fino a sfiorare, nell’annata 2021, suggestioni idrocarburiche. Laure, complice anche l’esposizione, cambia completamente registro e si muove su un asse più teso: vini diretti, verticali, quasi nordici per impostazione, giocati più sulla linea acido-minerale che sulla larghezza. Serrone, al contrario, si colloca su un versante più caldo e avvolgente, offrendo interpretazioni rotonde, speziate, con richiami alla frutta tropicale e un carattere decisamente più mediterraneo.

Famiglia Di Somma

La sensazione, mettendo in fila le tre vigne anche nel tempo, è quella di una progressione coerente—profondità, verticalità, ampiezza—più che di una frattura netta tra i diversi terroir, con l’ulteriore evidenza che è proprio nel tempo che questi bianchi trovano la loro misura migliore: si distendono, acquistano proporzione, integrano le spinte acide e minerali e guadagnano complessità, fino a esprimere, nelle annate più mature, una statura che li avvicina con decisione alla categoria dei grandi vini. Ed è forse qui che il progetto va letto con maggiore lucidità: le differenze esistono, sono riconoscibili e, cosa non scontata, tendono a ripetersi nelle diverse annate, ma si muovono ancora su un piano di sfumature, non di contrasti radicali. Un esito che, in realtà, è perfettamente coerente con la natura del Greco, vitigno che mantiene una forte impronta varietale e tende a uniformare, almeno in parte, le variazioni del suolo.

Vincenzo Mercurio

In questo contesto, il peso storico di Cantine di Marzo non è un dettaglio secondario. Fondata nel 1647, la cantina è una delle realtà più antiche e rappresentative dell’areale, profondamente legata alla storia di Tufo e alla presenza delle miniere di zolfo che hanno segnato non solo l’economia locale ma anche l’identità dei vini. È una storia che dà solidità al progetto e lo sottrae, almeno in parte, al rischio di apparire come una semplice operazione di posizionamento.


Resta però una zonazione interna, non codificata a livello di denominazione, e quindi inevitabilmente ancora in fase di costruzione anche dal punto di vista della comunicazione: più che per una mancanza di contenuti, per l’assenza, almeno allo stato attuale, di una restituzione organica e condivisa—che metta a sistema mappe, dati e linguaggio oltre i confini aziendali. Ma più di tutto conta la tenuta nel tempo: la capacità di rendere queste differenze non solo percepibili, ma riconoscibili e ripetibili vendemmia dopo vendemmia. La direzione è interessante, e per certi versi necessaria, in un territorio che vuole smettere di essere letto come blocco unico. Ma la zonazione, perché non resti un esercizio di stile, deve diventare prima di tutto esperienza concreta, qualcosa che nel bicchiere si impone senza bisogno di spiegazioni. È lì che questo progetto si gioca la sua partita, molto più che nelle intenzioni.