Intervista a Fabio Mecca: “Il vino è come il sangue: non ammette finzioni


Venti anni di carriera, venti cantine nel portafoglio e un’idea di vino che non accetta compromessi. Ho incontrato Fabio Mecca a Roma, in occasione della giornata speciale organizzata dalla FIS per celebrare i suoi vent’anni da enologo – un traguardo importante che arriva dopo il prestigioso premio già ricevuto sul palco di Beviamoci Sud. Ma dietro i festeggiamenti e il prestigio di oggi, c'è una storia fatta di terra, sacrifici e riscatto. 


Quella che segue non è la solita intervista tecnica, ma il racconto senza filtri di un uomo che ha dovuto perdere tutto per ritrovare il proprio cognome e la propria libertà.

Fabio, partiamo dalle origini. C’è chi sceglie questo mestiere per studio, chi per moda. Tu sembri nato direttamente tra i serbatoi.

Sono del 1982 e sono cresciuto a Barile, nel cuore del Vulture. La mia scuola elementare era letteralmente di fronte alla cantina di famiglia, la Paternoster. Ricordo che passavo le ore con la testa girata verso la finestra: non guardavo la lavagna, contavo i camion di uva che arrivavano. Per me il tempo non si misurava in ore, ma in carichi di Aglianico. Appena suonava la campanella, correvo dentro. I miei nonni abitavano sopra la cantina; io studiavo in ufficio tra i campioni e poi passavo il resto del tempo con gli operai e i tecnici. È stato il mio parco giochi, la mia scuola di vita.

Tuo padre però voleva un futuro diverso per te.

Mio padre è un medico, una persona solida. Mi chiese un solo regalo: la maturità classica. Gliel'ho data, ma il secondo dopo il diploma ero già su un treno per Conegliano Veneto. Non avevo dubbi. Lì ho studiato, ma la verità è che sui libri davo solo un nome scientifico a cose che avevo già visto fare mille volte da mio bisnonno Anselmo e da mio nonno Giuseppe. Ero un privilegiato perché sapevo già cosa volevo fare, ma ancora non potevo immaginare quanto la strada sarebbe stata in salita.

Torni in Basilicata con la laurea in tasca, ma qualcosa si rompe.

Tornare nell'azienda di famiglia è stato l'inizio del mio vero apprendistato, ma anche della mia crisi. Ero giovane, avevo le mie idee e la mia figura si sovrapponeva inevitabilmente a quella di mio zio. C’è stato uno scontro di visioni. Ho capito che se volevo dimostrare quanto valessi davvero, dovevo smettere di essere "il nipote di" o "il figlio di". Per orgoglio, e per un bisogno quasi fisico di indipendenza, me ne sono andato. Ho lasciato le sicurezze per l'ignoto.

E sei finito da Roberto Cipresso

È stata l’università del mondo. Roberto in quel periodo era una figura quasi mitologica, un enologo capace di spaziare dal Brunello di Montalcino ai progetti in Argentina. Entrare nella sua orbita significava smettere di guardare solo il proprio campanile e iniziare a ragionare su scala globale. Per me, che venivo dalla dimensione protetta di Barile, è stato uno shock culturale e tecnico pazzesco. Mi ha dato una fiducia enorme: ero diventato il suo braccio destro per tutto il Centro-Sud Italia. Gestivo cantine, prendevo decisioni, firmavo progetti. Mi sentivo arrivato, o quasi. Ma è proprio quando pensi di aver toccato il cielo con un dito che il terreno ti frana sotto i piedi.

Poi arriva quel Vinitaly che ha cambiato tutto. Raccontaci quel momento difficile, senza filtri.

Il Vinitaly è una bolla: adrenalina, contatti, calici che girano. Durante i giorni della fiera ci fu un malinteso, o forse semplicemente si era esaurito un ciclo. Roberto vide qualcosa che non gli piacque, o forse interpretò male un mio contatto con un'azienda. Non ci fu una discussione immediata. La batosta arrivò la sera, nel silenzio surreale del post-fiera. Alle dieci e mezza mi squilla il telefono. Poche parole, gelide: «Fabio, da oggi la nostra collaborazione finisce qui». Senza preavviso, senza un confronto. Mi è crollato il mondo addosso. Non era solo un licenziamento, era la cancellazione istantanea dell’identità professionale che avevo costruito con tanta fatica. Ero appena diventato papà, mio figlio aveva pochi mesi, e mi sono ritrovato per strada.

Come si riparte da zero?

Avevo due strade: piangermi addosso o usare quella bruciante sensazione di ingiustizia come carburante. Ho scelto la seconda. Quella rottura traumatica è stata la mia fortuna, perché mi ha costretto a diventare "Fabio Mecca" e non più l’ombra di qualcun altro. Ma il prezzo è stato altissimo. Ho vissuto mesi difficili, fatti di viaggi al limite della sussistenza. Ho iniziato a propormi con totale umiltà, accettando consulenze da 100 euro al mese in aziende a 300 chilometri di distanza. Spendevo più di gasolio di quello che guadagnavo. Ricordo trasferte in cui non avevo letteralmente i soldi per mangiare: bevevo l'acqua dei rubinetti nei bagni pubblici per non spendere quegli ultimi euro che servivano a casa per la spesa. Ho dormito in macchina, ho preso porte in faccia da chi fino al giorno prima mi osannava solo perché ero l'assistente del maestro. Ma ogni "no" diventava benzina. Sapevo che se avessi resistito, la mia idea di vino sarebbe emersa.

E come è emersa?

In quegli anni di fame ho imparato a leggere la terra in modo brutale, diretto. Senza budget e senza paracadute, dovevo far parlare i vini. E i vini hanno iniziato a urlare. Ho capito di avercela fatta quando quelle stesse aziende che mi avevano voltato le spalle hanno ricominciato a cercarmi; non perché fossi il braccio destro di qualcun altro, ma perché volevano la mia testa, il mio approccio. La mia vera rinascita è stata riappropriarmi del mio cognome, ma stavolta con una consapevolezza che nessuno avrebbe più potuto scalfirmi. Oggi, quando entro in una cantina nuova, non porto sul tavolo solo la laurea: porto quella fame, quella rabbia trasformata in precisione tecnica e, soprattutto, la capacità di ascoltare un territorio.

Oggi, finalmente, sei un professionista affermato, fai consulenza ad oltre 20 cantine. Come selezioni le persone con cui lavorare?

Guardo gli occhi delle persone. Può sembrare una frase fatta, ma è l'unica cosa che conta. Io aiuto il produttore a realizzare ciò che desidera, ma a una condizione invalicabile: non si tradisce il vitigno. Oggi il mercato chiede a gran voce vini "agili", spesso piallati, rassicuranti e standardizzati. Se un produttore viene da me e mi dice: «Fabio, fammi un Aglianico dolce, rendimelo piacione perché così lo vendo più facilmente», io mi rifiuto. Dico di no. Non è superbia o rigidità, è dignità professionale. Se accettassi, sarei un esecutore di marketing, non un enologo.

È una presa di posizione netta in un mondo in cui il tecnico viene spesso visto come un "correttore" della natura a uso e consumo del cliente.

Esatto. In passato la figura dell'enologo è stata troppo interventista, quasi muscolare. Si pensava che più la firma del tecnico fosse riconoscibile nel calice, più il vino fosse fatto bene. Per me è l'esatto opposto: se bevo un vino e ci riconosco subito la mano dell'enologo, abbiamo fallito entrambi. L'enologo deve essere un conservatore. Il mio compito è proteggere l'integrità di quello che la vigna ha espresso nell'annata, difenderlo dalle deviazioni e dalle ossidazioni, ma senza mai piallarne l'anima e il carattere. Se manca questo rigore etico, se non si ha il coraggio di dire chiaramente al produttore che la terra non può essere manipolata a piacimento, allora stiamo solo vendendo bottiglie. Non stiamo facendo cultura, stiamo facendo commercio. Quando firmo una bottiglia, io metto la mia faccia su quella verità terrena, non su un compromesso commerciale.

Fammi un esempio per comprendere meglio….

L'Aglianico è il banco di prova perfetto. È un vitigno ostico, fiero, scorbutico, con una maturazione fenolica complessa che non ammette la minima distrazione. Molti errori del passato nascevano dal vendemmiare guardando solo il grado zuccherino, ottenendo tannini verdi e taglienti. Bisogna avere il coraggio di aspettare la perfetta maturazione dei polifenoli, accettando anche timbri alcolici importanti pur di avere una trama tannica nobile. Oggi molte aziende lo stanno snaturando per renderlo rassicurante e immediato. Io non ci sto. Guardiamo a cosa ha fatto Marco Caprai con il Sagrantino di Montefalco: ha mantenuto intatta la sua natura fiera e l'ha protetta, imponendola al mondo. L'Aglianico deve fare lo stesso percorso. Il vino deve essere lo specchio della verità, e la verità a volte sa essere dura. Non esiste e non esisterà mai un grande Aglianico senza il suo tannino.

Fabio, si parla spesso di aree "sotto il radar" capaci di stupire nel prossimo futuro. Qual è la tua geografia del potenziale inespresso?

Guarda, ci sono zone rimaste a lungo nell'ombra o che sono state penalizzate da letture troppo industriali e commerciali, ma che oggi vibrano di una fame di riscatto pazzesca.

Partendo dalla Campania, scommetterei senza esitazione sulla Terra di Lavoro nel Casertano. È un territorio che, nonostante la presenza storicizzata di alcuni grandi nomi, si trova ancora un passo indietro rispetto alle sue reali e immense potenzialità; ha un disperato bisogno di uscire definitivamente dall'oscurità. 

Scendendo in Puglia, guardo con enorme interesse al Tavoliere alto, nella zona di Troia. Parliamo di una terra particolarissima, con una 'crosta' del suolo importante e tenace che regala ai vini una spina dorsale e un carattere unici, a patto di saper assecondare la vigna senza forzature. 

In Basilicata, la mia terra, vedo margini di crescita enormi in due areali specifici: l’Alta Val d’Agri e la zona del Grottino di Roccanova. Sono terre dalla vocazione agronomica altissima che devono però ancora trovare una loro 'performance' stilistica collettiva, definita e, soprattutto, costante nel tempo. 

Arrivando in Calabria, più che di confini geografici mi piace parlare di vitigni. Penso a bianchi straordinari come il Pecorello o il Montonico Bianco: varietà che possiedono una motivazione agronomica specifica e una profondità espressiva tale da meritare un percorso serio di valorizzazione, lontano dalle mode internazionali. 

Infine, spostandoci sulle isole, in Sardegna cito la forza espressiva del Sulcis, un territorio di una potenza e di una solarità impressionanti. E concludo con la Sicilia, dove mi affascina la parabola di Alcamo. Per decenni è stata una terra identificata con i grandi numeri e le produzioni di massa; oggi, invece, stiamo assistendo a una splendida rinascita artigianale, quasi sartoriale. Lì si può fare un lavoro monumentale sui vini bianchi, riportando la purezza del vitigno al centro del calice, senza ricorrere a scorciatoie tecnologiche.

Per chiudere questa nostra chiacchierata: cos'è per te il vino oggi?

Il vino non deve essere un anestetico rassicurante. Il vino deve emozionare, deve scuotere e, a volte, ha persino il dovere di disturbare. Deve avere il coraggio ancestrale di mostrarsi imperfetto, se quell’imperfezione è la voce autentica dell'annata e del territorio. La mia idea di vino è speculare alla mia vita: deve avere carattere, spigoli e non deve mai avere paura di dire la verità. Il vino è come il sangue: non ammette finzioni. Quando firmo una bottiglia, so perfettamente che dentro quel liquido ci sono anche l'acqua del rubinetto di quei bagni pubblici e tutti i chilometri che ho macinato a stomaco vuoto. È esattamente lì, in quel punto esatto in cui la fatica incontra la terra, che risiede l'anima e il senso profondo di quel miracolo chiamato vino.

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