InvecchiatIGP: Alois - IGP Campania Falanghina "Caulino" 2018


di Luciano Pignataro

Credo ci siano pochi bianchi in Italia la cui percezione si sia radicalmente modificata nel corso degli anni come la Falanghina. Presente in tutte e cinque le province campane, richiede però una precisazione ancora sconosciuta ai più: la Falanghina dei Campi Flegrei non ha nulla in comune con quella del Sannio; si tratta, in pratica, di due uve diverse che condividono lo stesso nome. 


La prima è diffusa soprattutto tra Napoli e Pozzuoli: da giovane è fresca e profumata, ma alcune interpretazioni di giovani produttori hanno dimostrato che può evolvere nel tempo in maniera molto interessante. L’altro biotipo ha origine a Bonea, un paesino in provincia di Benevento. Qui, alcuni appassionati guidati dall’ingegner Leonardo Mustilli — seguendo le tracce dell’agronomo ottocentesco Frojo — ne prelevarono le marze e la vinificarono in purezza, imbottigliandola per la prima volta nel 1979.


Questo secondo biotipo (sarebbe più corretto usare il termine vitigno) si è poi diffuso per vicinanza territoriale: a nord verso il Molise, dove è diventato il bianco principale; a est verso la Daunia e la Capitanata in Puglia; e infine nelle vicine province di Caserta e Avellino. Solo la provincia di Salerno è rimasta quasi estranea a questa diffusione. Numerose etichette hanno confermato la poliedricità di questo vitigno: d'annata, spumantizzato (sia Martinotti che Metodo Classico) o passito. La sua arma vincente è la freschezza. Molti produttori hanno iniziato ad allungare i tempi dell'uscita commerciale con risultati molto interessanti, ricalcando quanto già avvenuto per gli altri due pilastri del "tridente bianco" campano: il Fiano e il Greco.


Questa premessa è necessaria per spiegare cosa mi abbia spinto a parlare del Caulino 2018 di Alois. Siamo nell'Alto Casertano, terra a vocazione "rossista" (Casavecchia e Pallagrello Nero) dove, tra i bianchi, regna solitamente il Pallagrello Bianco. Mai pensata per essere consumata dopo otto anni, abbiamo ritrovato questa Falanghina in una splendida occasione conviviale: i festeggiamenti per i 90 anni di Michele Alois, fondatore dell’azienda ed erede di una storica famiglia di imprenditori della seta a San Leucio, che nel 1999 produsse le prime etichette. Oggi in azienda lavorano i figli Massimo e Gianfranco con il nipote Michele, mentre in cantina operano i giovani enologi Giovanni Piccirillo e Alessandro Fiorillo, formatisi in Francia.


Il Caulino 2018 è stato servito come aperitivo durante la festa organizzata da Mimmo De Gregorio, patròn dello Stuzzichino a Sant’Agata sui Due Golfi, alla presenza di molti protagonisti della ristorazione della Penisola Sorrentina. Lavorato in acciaio, come la maggior parte dei bianchi campani, e messo in commercio l’anno successivo alla vendemmia, il Caulino si è presentato a questo appuntamento con una freschezza olfattiva e palatale disarmante. Mostra ancora sentori agrumati nitidi con uno sbuffo di note fumé; un naso complesso e cangiante, mentre il sorso conquista immediatamente la bocca grazie a una vivacità incredibile. È un vino ancora energico, vivo, sapido e freschissimo, dal finale lungo e preciso.


Insomma, un vino importante che dimostra, ancora una volta, sia le potenzialità di questo territorio purissimo, sia quelle del vitigno bianco principe della Campania. Un risultato su cui si può lavorare per ottenere traguardi straordinari, anche commerciali: basta crederci.

Castellare di Castellina - Chianti Classico "Torre Alta" 2023


di Luciano Pignataro

Bevo la prima annata di questo Chianti Classico su un pollo alla cacciatora, vero e saporito perchè ha camminato.

L'abbinamento è perfetto 
grazie a tannini morbidi e risolti, la freschezza del frutto molto ben fuso con il legno grande, naso ricco di frutta, al palato vivace, giovanile, chiusura lunga e precisa.

Sopra i tetti di Roma riapre Etere: il salotto sospeso di Palazzo Ripetta


Con l’arrivo della bella stagione, Roma ritrova i suoi colori più accesi tra tramonti che tolgono il respiro, giardini che tornano a fiorire e un’aria nuova e leggera che avvolge la città. In questo scenario, Palazzo Ripetta, hotel cinque stelle lusso affiliato a Relais & Châteaux, ha riaperto dal 1° aprile le porte di Etere, il rooftop situato sopra lo storico palazzo nel cuore della Capitale che reinterpreta i canoni dell’estetica italiana attraverso un’eleganza autentica e discreta. Molto più di una terrazza panoramica, Etere è un salotto a cielo aperto sospeso sopra i tetti dove il ritmo frenetico cittadino si allontana per lasciare spazio a un’atmosfera intima e raccolta che invita a rallentare e a osservare cupole e scorci senza tempo da una prospettiva privilegiata. 


La bellezza di questo luogo si svela con naturalezza attraverso dettagli curati, luci soffuse e una musica di sottofondo che trasforma ogni momento in un’esperienza sensoriale dedicata a una clientela internazionale alla ricerca di un’eccellenza autentica. Seguendo il mutare delle stagioni, dal 1° aprile ai primi di giugno la terrazza accoglie gli ospiti già dalle 16.00 per una pausa pomeridiana, mentre da giugno a fine agosto l'apertura si sposta dalle 18.00 fino alla mezzanotte per l'aperitivo sui tetti, tornando poi a privilegiare il tea time da settembre. La proposta enologica nasce da una selezione attenta di oltre 200 etichette che guarda con particolare interesse alle produzioni biologiche e biodinamiche, espressione di vitigni interpretati con sensibilità contemporanea. 


A questa filosofia si ispira la cucina agile e spontanea dello chef Christian Spalvieri, che privilegia ingredienti stagionali con una marcata presenza vegetale e delicati richiami marini per accompagnare il ritmo conviviale del momento. L’esperienza è completata da una carta di cocktail equilibrati dove la miscelazione dialoga con i vini in modo naturale, confermando Etere come la risposta romana a chi cerca un’eleganza rilassata dove l’heritage architettonico incontra lo spirito cosmopolita della città contemporanea.

Angelo Silano: il "cruista" che difende il vino con la cultura e il territorio


di Luciano Pignataro

Quando sento criminalizzare il vino da nutrizionisti e "professorini" in cerca di like sui social, penso a persone come Angelo e Rosy Silano e mi riprendo. No, la vita reale non è solo un palcoscenico popolato da "morti di fama", ma un’opportunità per compiere scelte radicali di impegno e passione. Per farlo, è necessario un progetto coerente, oltre a un impegno senza risparmio: sembrano parole di rito, ma possiamo riassumere il tutto con un neologismo coniato dallo stesso Angelo per autodefinirsi e che, per fortuna, non ha radici anglofone ma francesi: "Sono un cruista". Per i meno esperti, diciamo che si potrebbe tradurre così: un produttore di etichette realizzate esclusivamente con uve ottenute dalla stessa vigna; un concetto che in Francia si sintetizza, appunto, con il termine cru.


Agronomo ed enologo laureato al Dipartimento di Agraria di Portici, classe 1984, dopo aver maturato diverse esperienze in Veneto e in Francia, Angelo è tornato nella sua Lapio, in provincia di Avellino. Ha iniziato offrendo consulenze agronomiche in Campania e successivamente, nel 2011, ha avviato la propria produzione sui terreni di famiglia, lanciando il marchio "Feudo Apiano", sostituito definitivamente nel 2019 dall’attuale denominazione. Nel 2016 il progetto ha preso forma con l’acquisto di un casale del 1929 nella frazione San Nicola, che da qualche mese è diventato la sua "casa-cantina": è qui che siamo andati a trovarlo un paio di settimane fa.


Casa, saletta di degustazione, spazio per le botti grandi in legno, l'area riservata alla vinificazione in acciaio, una stanza per l'accoglienza e, infine, una costruzione separata destinata esclusivamente alla produzione di Metodo Classico: la Casa delle Bolle. Sin qui tutto bello, anzi bellissimo: è la forza del mondo del vino rimettere in ordine le campagne italiane e trattenere i giovani nei piccoli borghi, costantemente alle prese con il calo demografico. Ma il motivo di questo articolo è che non siamo in presenza solo di una bella ristrutturazione e di buoni vini, bensì di un progetto organico che non obbedisce a mere logiche commerciali o, meglio, che anticipa le nuove tendenze per rispondere adeguatamente — con rigore produttivo e cultura — all'offensiva delle multinazionali contro il mondo del vino.

Due sono i pilastri che differenziano questa cantina.

Il primo è l’equilibrio, realizzato e non solo dichiarato, tra la natura e le vigne. Un dato su tutti: su 15 ettari di proprietà, sei sono vitati, altrettanti sono destinati alla produzione di olio d'oliva e il resto è bosco. Per dare un senso compiuto alla certificazione biologica, ogni vigneto è infatti circondato dal bosco, che ha la funzione di preservare il terreno da agenti contaminanti e garantire un microsistema in grado di far fronte ai cambiamenti climatici. Siamo a 500 metri d’altitudine, con forti escursioni termiche che rendono il Fiano un prodotto eccezionale; il terreno presenta marne argilloso-calcaree e lapilli vulcanici risalenti all'eruzione flegrea che sconvolse il Sud oltre 50.000 anni fa.


Il secondo punto è l'esatta corrispondenza tra ogni vino e la vigna da cui prende il nome. Un approccio che affianca il lavoro di Angelo a quello, simile, di Laura De Vito. Il tema, dunque, non è produrre "il vino più buono del mondo", ma vini che esprimano la diversità e che siano ben caratterizzati. Lapio è zona di frontiera tra due DOCG irpine di pregio: il Fiano di Avellino, bianco di valore assoluto a livello internazionale, e l'Aglianico per il Taurasi. Questi elementi rendono questo viticoltore una figura di grande interesse anche per chi ha già "visto tutto". Non è solo poesia, intendiamoci: per realizzare l'obiettivo della sostenibilità, l'azienda produce autonomamente l'energia elettrica e l'acqua calda necessarie, utilizza materiali biodegradabili e bottiglie che pesano meno di mezzo chilo.


Dal Vigneto San Nicola, caratterizzato da un suolo molto variegato, nascono due cru: il Vigna San Nicola e un "cru del cru", il Santonicola, proveniente da una piccola porzione specifica della vigna. Una parcella è inoltre dedicata al vino Agiulia, che porta il nome della figlia di Angelo e Rosy. Si tratta di vini sapidi, ricchi di energia, freschi, con note agrumate e floreali al naso, dal sorso lungo e piacevole. Il Santonicola appare più morbido e pronto.


C’è poi il cru Vigna Arianello, in un'altra contrada di Lapio, con viti di circa 60 anni ancora a piede franco. In questo caso spicca la mineralità, un accenno di note fumé, ancora agrumi e un sorso lunghissimo con una chiusura precisa. Questa batteria di tre vini, lavorata solo in acciaio senza svolgere la malolattica, viene messa in commercio dopo oltre un anno dalla vendemmia. Attualmente siamo alla 2024.


Rientrano nella produzione anche lo spumante Metodo Classico 7 Filari, il Roseto (Irpinia Aglianico DOP) e il Taurasi nell'unica versione Riserva. La gestione delle fermentazioni spontanee e una leggera macerazione dei bianchi con sosta sulle fecce completano la filosofia produttiva di Angelo Silano. Che dire, vi consigliamo un salto a Lapio per farvi conquistare dalla visione di Angelo: può sembrare quasi ideologica ma, in realtà, mette la scienza enologica al servizio dell'espressione più pura possibile di questa uva straordinaria.

InvecchiatIGP: Teruzzi - Terre di Tufi 2013


di Carlo Macchi

Fare un giro da Teruzzi a San Gimignano è come fare un bagno di umiltà e di conoscenza . Non siamo di fronte all’azienda boutique, a quello che conosce le viti per nome, magari biologico o meglio biodinamico. Questa è una cantina, guidata da Alessio Gragnoli e che fa parte del Gruppo Terra Moretti, che non si vergogna a far vedere i vigneti diserbati con glifosato, però con una semina di favino alta quasi un metro. Non si vergognano nemmeno e a fare, quando serve, trattamenti sistemici, però per i trattamenti usano modernissimi atomizzatori con recupero del prodotto e macchinari in vigna e in cantina di alto profilo.


Magari non c’è la poesia bucolica nelle loro vigne, ma troviamo sicuramente concretezza e organizzazione. Organizzazione che permette di fare le potature ( circa 100 ettari!!) solo con il personale aziendale ben istruito e utilizzare le squadre solo per alcune lavorazione in verde. Insomma, siamo quasi all’opposto dello storytelling che oggi va per la maggiore, però poi assaggi i vini e capisci che a questa cantina, che di certo non innalza al cielo dei ditirambo enoici, ti devi inchinare perché ti trovi davanti la schietta bontà dei loro prodotti. Sia quelli oggi in commercio che quelli con diversi anni sulle spalle.


Il Terre di Tufi 2013 è forse l’esempio massimo della loro meravigliosa concretezza. Siamo di fronte ad un vino che ha fatto la storia di San Gimignano e del bianco toscano. Agli inizi degli anni ’80 nasce da un’intuizione di Enrico Teruzzi, che vede oltre il panorama asfittico di quegli anni creando un vino che allora poteva essere definito “di cantina” ma che negli anni è divenuto di “vigna e cantina”. All’inizio il colore era bianco carta, fermentava in acciaio e poi passava in legno per presentarsi sul mercato con caratteristiche agli antipodi dei vini che allora si producevano a San Gimignano. Fu un grandissimo successo sin da subito e quella bottiglia lunga e stretta con un’etichetta poco più grande di un francobollo diventò un’icona per San Gimignano e la Toscana. 


Purtroppo oggi Terre Moretti ha voluto cambiare bottiglia e questo è per me un errore madornale e una mancanza di rispetto alla storia di questo vino. Dopo aver assaggiato qualche annata recente (molto buone), stappando la 2013 Alessio mi porta in un altro mondo. Ricordiamoci che la 2013 è stata un’annata fresca, forse una delle ultime senza anticipi di maturazione che ormai sono all’ordine del giorno, ma allora venne catalogata come annata difficile e di valore non certo alto: oggi però le si riconosce una tenuta e una longevità (soprattutto per i rossi) notevole. l’uvaggio del Terre di Tufi varia leggermente a seconda delle annate, questo 2013 è vernaccia di San Gimignano 50%, trebbiano 20%, sauvignon 15% e il rimanente chardonnay e incrocio manzoni. Ha fermentato parte in acciaio e parte in tonneaux e poi è rimasto per 8-9 mesi, sempre “diviso”, per affinarsi. Dopo l’assemblaggio ancora un po’ di acciaio e poi bottiglia per 4-6 mesi e infine in commercio.


Il colore è dorato brillante, giovanissimo. Il naso è un fine mix tra frutta bianca, agrumi, erbe officinali e menta, con il legno che apporta solo tocchi leggerissimi. In bocca è di una freschezza e potenza stupefacente: ancora nervoso, pieno, estremamente sapido e succoso, lunghissimo. Un gran vino ancora con tanta strada davanti che dimostra come la Toscana sia perfetta anche per i bianchi e che a San Gimignano si possono (vorrei quasi dire si devono) fare dei vini da lungo e lunghissimo invecchiamento.

Thomas Pichler - Sudtirol Sauvignon Neun Monde 2023


di Carlo Macchi

Da vigne nel comune di Caldaro attorno ai 500 metri (zone di Puiten e Barleit, quest’ultima una delle 86 UGA Altoatesine) nasce questo Sauvignon con profumi ampi di agrumi e frutta bianca e un corpo potente e pieno. 


L’annata è tra quelle buone e pure il vino è buono, e lo sarà anche tra 5-6 anni.

“Langhe DOC, un territorio in evoluzione”: una manifestazione che mancava


di Carlo Macchi

Il 96 non è un numero presente nella tombola o nella Smorfia ma per quanto riguarda la denominazione Langhe DOC è basilare. 96 sono infatti i comuni in provincia di Cuneo, tra Langhe e Roero, in cui si può produrre, dal 1994, del Langhe DOC. Il Langhe DOC in realtà non è solo un vino ma un insieme di vini/vitigni che creano quello che io da tempo chiamo “l’arcipelago Langhe DOC”. Stiamo parlando di oltre 20 tipologie di uve/vini che vanno dal bianco al rosso, al novello, fino al passito, arrivando a produrre oltre 23 milioni di bottiglie, cioè praticamente quanto producono i due “giganti” di Langa, Barolo e Barbaresco, messi assieme. Ma in un arcipelago ci sono isole più grandi e più piccole e cosi nel grande territorio del Langhe Doc troviamo il Langhe Merlot che non arriva a 10.000 bottiglie e il Langhe Nebbiolo che ne fa quasi 12 milioni.


Nel mezzo troviamo bianchi come Arneis Favorita, Nascetta, Chardonnay e rossi come Barbera, Dolcetto, Freisa, Cabernet Sauvignon. Una mare di vitigni in un territorio vasto e molto diverso per terreni, climi, altezze che ci vorrebbero diverse lezioni universitarie per presentarlo. Quindi passo oltre e cerco di riportarvi cosa mi hanno dato le due giornate sui Langhe DOC ben organizzate dal Consorzio di Tutela Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe, Dogliani.


Due giornate impegnative che ci hanno visto degustare ben 170 vini: più di 70 campioni da vari vitigni bianchi e rossi il primo giorno e quasi 100 Langhe Nebbiolo il secondo. L’abbiamo potuto fare anche grazie al perfetto servizio dei sommelier AIS, che ci hanno veramente seguito con una premura, una competenza e un’organizzazione di altissimo profilo. Nonostante le due sessioni di assaggio impegnative credo che il format debba essere visto in maniera più che positiva, specie se ampliato almeno di un giorno. Questo permetterebbe tempi più allargati per gli assaggi, anche con l’aumento (diciamo che 70-75 assaggi al giorno è più che sufficiente) del numero dei campioni. Quindi una manifestazione che nel suo anno zero si dimostra centrata e importante per mettere a fuoco quegli “angoli” che i due grandi vini di Langa nascondono un po’.


Veniamo ai vini con una premessa. Nella denominazione Langhe alcune sue tipologie rappresentano la DOC più importante per quel preciso vitigno/vino in quel territorio (Esempio Langhe Rosso e Langhe Bianco, Langhe Nascetta (etc.) mentre altre possono essere viste, anche se ci sono molti ettari iscritti alla DOC, come una “denominazione a caduta”. L’esempio più eclatante è il Langhe Nebbiolo che ha circa 1300 Ha iscritti all’albo ma può avvalersi anche del “declassamento” di partite di Barolo o Barbaresco. Prendendo atto dei due modi di essere per le varie tipologie di Langhe DOC la realtà dei fatti è che un prodotto “anche declassato” come il Langhe Nebbiolo è in realtà oggi un vino a sé stante, con un mercato che tira e che va avanti da solo (facendo pure concorrenza interna al Barolo e al Barbaresco) mentre molte altre tipologie devono appoggiarsi al marchio aziendale o ad associazioni più o meno radicate sul territorio per avere visibilità. Questo per dire che oltre alle diversità di terreni, esposizioni, climi e altezze, i vini Langhe Doc hanno anche differenze commerciali e di visibilità notevoli.

Ma ora tocca ai vini: abbiamo degustato sia tra i bianchi che tra i rossi soprattutto annate giovani (2025/2024 per i bianchi e 2024/2023 per i rossi) con qualche vino di annate più vecchie ma non troppo (massimo 2021).

Neanche a farlo apposta le diversità riportate sopra si ritrovano, in qualche caso addirittura accentuate, nei vini: tra i bianchi in particolare Sauvignon e Chardonnay spiccano per diversità assolute dovute non solo ai suoli etc. ma anche e soprattutto al ruolo a cui l’azienda li destina: bianchi importanti da invecchiamento con legno e corpo, bianchi semplici più giocati sulla freschezza per un consumo veloce. In questa forbice ci perdiamo un po’ ma la qualità è quasi sempre buona. I vitigni autoctoni come Favorita e Arneis, pur non spiccando per complessità e profondità sono comunque piacevoli, anche se la Favorita spesso si presenta troppo leggerina e semplice. Sulla Nascetta ritroviamo diversità importanti, che non giocano certo a favore di una sua chiara riconoscibilità, specie per un vino con così pochi produttori. Chiudo con i riesling, che dimostrano come il territorio langarolo possa essere adatto anche a uve nate e cresciute molto lontane da qui. Ho trovato prodotti che sviluppano le loro classiche caratteristiche in tempi giustamente lunghi e in più mostrano anche un corpo e una freschezza che spesso non troviamo in Alto Adige o addirittura in alcuni vini delle zone classiche all’estero.


Se comunque tra i bianchi troviamo vini che sono sul territorio ben radicati o si sono adattati bene, sul fronte dei rossi accanto ai classici autoctoni Barbera, Freisa e Dolcetto incontriamo alcuni internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot e Pinot Nero di cui, scusate la franchezza, se ne potrebbe pure fare a meno. Specie le ultime due uve portano a vini che ricordano solo alla lontana il vitigno di provenienza e non esprimono quelle caratteristiche per cui sono famosi nel mondo. Forse possono dare una mano in uvaggi nei Langhe Rosso (in particolare il Cabernet Sauvignon) ma non mi sembra che, con tutta la buona volontà, siano uve da piantare nei 96 comuni della DOC.


Arriviamo al Langhe Nebbiolo, sicuramente l’attore più importante del gruppo. L’assaggio di quasi 100 campioni è stato basilare per avere un punto di vista preciso su due annate molto diverse tra loro e di cui aspettiamo, sia adesso che tra un annetto, i “fratelli maggiori” Barolo e Barbaresco: 2024 e 2023 I Langhe Nebbiolo 2024 confermano quello che sapevamo e che purtroppo ho potuto constatare di persona durante la vendemmia 2024 in Langa: siamo di fronte ad un’annata difficile, che le ripetute piogge durante la vendemmia hanno reso problematica: i Langhe Nebbiolo 2024 hanno profumi freschi e floreali (frutto poco) di buona gamma ma è al palato il problema: corpi esili e in qualche caso tannini verdi e pungenti. In generale possono essere al massimo rossi piacevoli ma non andiamo oltre. Altro discorso per i 2023, vini più decisi e armonici ,nasi più giocati sul frutto, buon uso del legno e tannini importanti e classicamente “pesanti”. Annata adesso godibilissima e dal buon invecchiamento: diciamo che manterrà bene le sue caratteristiche di freschezza fino al 2028-2029 per poi dare ancora soddisfazioni per altri due-tre anni.

InvecchiatIGP: Castello di Monsanto - Chianti Classico Riserva "Il Poggio" 1982


di Roberto Giuliani

Reduce da Terre di Toscana - la splendida kermesse ideata da L’Acquabuona e curata nei minimi dettagli dall’instancabile Fernando Pardini - che da 15 edizioni tiene banco in Versilia e precisamente a Lido di Camaiore, ho approfittato di una delle due giornate in cui da alcuni anni un folto numero dei produttori partecipanti propone una o due vecchie annate dei loro vini.


Un’occasione ghiotta in cui ho potuto saggiare alcune meraviglie come il sorprendente Rosso di Montalcino 2006 di Sesti, un vino che ti fa sciogliere in un brodo di giuggiole al primo sorso, o come il Chianti Rufina Riserva Bucerchiale 1981 di Selvapiana per il quale sto ancora versando lacrime di gratitudine per avermi aperto le porte a una “condizione di felicità piena, perfetta e costante, caratterizzata da un senso di appagamento supremo, serenità interiore e assenza di sofferenza”, in poche parole “beatitudine”. E ce n’erano molti altri, ma il nostro Invecchiato IGP concede spazio a un solo vino per volta, pertanto ho dovuto sceglierne uno, devo dire senza penare tanto, visto che si trattava del monumentale Chianti Classico Riserva Il Poggio 1982 di Castello di Monsanto.


La storia di questa straordinaria azienda prende il via nel 1961, quando Aldo Bianchi si innamora perdutamente di Castello di Monsanto e decide di acquistarlo. Il figlio Fabrizio ne comprende subito il valore e le potenzialità, grazie anche ai ripetuti assaggi di alcune bottiglie che si trovavano nella cantina. Erano tempi lontani, non si parlava di ecosistema o ecosostenibilità, eppure quella vista spettacolare su San Gimignano, l’Amiata e le Alpi Apuane, ebbe un impatto forte su Fabrizio, che con la moglie Giuliana credette da subito in un progetto imprenditoriale che potesse raccontare la meraviglia di quei luoghi attraverso una grande espressione di Chianti Classico. Oggi è la figlia Laura a portare avanti gli stessi principi con altrettanta determinazione.


Ogni volta che assaggio Il Poggio, oggi Chianti Classico Gran Selezione, sento uno stacco netto da tutti gli altri vini della stessa denominazione, e ogni volta ne rimango incantato. Così è stato lunedì 23 marzo a Terre di Toscana, con questo 1982, quando i profumi iniziali di arancia candita, fumo, polvere da sparo, grafite, hanno progressivamente lasciato spazio a un nuovo respiro dove emergeva incredibilmente un impianto floreale di rara bellezza. A noi purtroppo non succede di ringiovanire, a lui sì, solo con l’aiuto di un po’ di ossigeno, spazzando via qualunque cenno ossidativo o terziario, in nome di una vitale bellezza che si traduce in estasi per chi ha avuto la fortuna di bere quel sorso d’arte vinicola con 44 anni portati da Dio! Amen

La Crotta di Vegneron - Vallée d’Aoste Fumin Esprit Follet 2020


di Roberto Giuliani

Di solito in Valle trovo rossi eleganti, giocati sulla freschezza e non sulla potenza. Qui è diverso, questo “Spirito Folletto” ha una profondità e una verve sopra la media, frutta e spezie si rincorrono in un corpo solido ma in perfetto equilibrio. 


La persistenza è notevole, inutile resistergli.

La Casaccia di Franceschi - Rosso di Montalcino 2024


di Roberto Giuliani

Di quest’azienda fondata da Leopoldo Franceschi e oggi governata con i figli Flavia e Federico, conoscevo il Brunello di Montalcino e la versione Riserva, mentre del Rosso di Montalcino ero digiuno, semplicemente perché non era stato ancora prodotto. Le impressioni positive che avevo avuto l’anno scorso del Brunello 2021 mi hanno spinto a cogliere al balzo la notizia che Podere La Casaccia aveva finalmente realizzato anche questo Rosso, uscendo con l’annata 2024.


Un’azienda che possiamo annoverare tra le “medio-piccole” nel territorio ilcinese, con i suoi 15 ettari vitati, ma proprio per questo gestiti con estrema attenzione, in un contesto condiviso con ulivi e tartufaia. Il Rosso di Montalcino nasce da un vigneto impiantato nel 2007, lavorato in biologico su terreno formato da sedimenti marini pliocenici con presenza di conchiglie fossili a ricordarci l’origine marina della zona; siamo a 370 metri di altitudine nei pressi del borgo di Sant’Angelo in Colle.
In cantina, dopo la vendemmia che si svolge a ottobre in due fasi distinte (prima i grappoli maturi e dopo 10-15 giorni la restante parte), un lettore ottico consentirà una selezione accurata degli acini migliori. La fermentazione è spontanea senza aggiunta di lieviti selezionati e si svolge per circa 20 giorni a temperatura controllata in vasche di acciaio inox da 50 e 70 ettolitri, dove successivamente avviene anche la fermentazione malolattica. Il vino ottenuto viene trasferito in botti di rovere dove sosta un anno.


Colore rubino di perfetta trasparenza, bouquet davvero invitante, arioso, un misto di viole, ciliegie, fragoline di bosco, riverberi balsamici in un contesto che emana freschezza. L’assaggio mette in risalto questa spinta fresca, addirittura a tratti agrumata, affiorano anche note di erbe aromatiche, timo in primis, sensazioni quasi ematiche, la trama tannica è in perfetta sintonia con la materia, non disturba; è un vino palpabile, fisico, soprattutto fortemente godibile senza per questo perdere in personalità, prodotto in soli 3500 esemplari, pertanto affrettatevi a richiederlo!

Roberto Giacobbo e quel sogno chiamato Torreclava


“Torreclava” è il nome del vino realizzato da Roberto Giacobbo, giornalista, autore televisivo e scrittore, una delle figure più riconoscibili della televisione italiana grazie ai programmi dedicati ai segreti dell’archeologia, della scienza e delle civiltà antiche. Il grande successo televisivo arriva nei primi anni Duemila con il programma Voyager – Ai confini della conoscenza, trasmesso su Rai 2. Dopo molti anni trascorsi in Rai, nel 2018 decide di intraprendere una nuova esperienza professionale passando a Mediaset. Qui dà vita al programma Freedom – Oltre il confine, che prosegue il percorso di divulgazione iniziato con Voyager e continua a esplorare enigmi storici e scientifici. Curiosità innata e instancabile sete di conoscenza lo spingono a varcare le porte di un nuovo settore: quello enologico, realizzando così il suo sogno: produrre un vino buono.


Siamo nelle campagne di Orta Nova, nel cuore della pianura del Tavoliere. Qui la terra è generosa ma pretende rispetto, dedizione, pazienza. Lo sa bene la famiglia Faretra, che da anni porta avanti, con estrema dedizione, la coltivazione della terra seguendo una rigida lavorazione dei terreni in regime biologico. L’unione tra Cataldo Faretra e Giovanna Giacobbo, figlia di Roberto, ha spinto l’azienda “Terre di Maria”, nome scelto in onore della mamma di Cataldo, Maria Pasquariello, a puntare non più solo sulla vendita delle uve, ma a imbottigliare il proprio vino.


C’è un momento preciso, nelle campagne della Capitanata, in cui il sole sembra fermarsi sui filari e il vento porta con sé il profumo della terra appena lavorata. È in quel silenzio, tra vigne che raccontano storie antiche, che prende forma il sogno di Roberto Giacobbo e del suo vino Torreclava. Tra le varietà coltivate in questo specifico angolo della Puglia e nelle “Terre di Maria” spiccano quelle che da sempre caratterizzano questa porzione di territorio: il Nero di Troia, fiero e intenso, e il Primitivo, caldo e avvolgente, il Susumaniello, raro e sorprendente. Uve che crescono sotto un sole forte, accarezzate dal vento che arriva dall’Adriatico.


Terre di Maria non nasce solo per produrre bottiglie. Nasce per custodire un’identità. E quando il primo vino esce dalla botte, il momento è quasi solenne. Il colore è profondo, il profumo racconta di frutta matura e terra calda. Nel bicchiere non c’è solo vino: c’è il lavoro di un anno intero, ma anche il coraggio di credere in qualcosa insieme. Due famiglie, una terra, un sogno condiviso.


Il sogno di Roberto Giacobbo oggi continua a crescere. Vendemmia dopo vendemmia, bottiglia dopo bottiglia. Con la stessa promessa che lo ha fatto nascere: fare un vino buono, vero, capace di emozionare chi lo beve. Perché alcuni vini non nascono soltanto dalla vite. Nascono dalle persone. Il vino Torreclava, un Primitivo al 100%, nasce dalla volontà di Roberto, il quale ha sfruttato la sua piccola anomalia nell’ipersensibilità genetica al gusto per realizzare un vino di grande qualità. Giacobbo dice del suo vino: “Lo bevo con immensa gioia, sapendo di avere un vino sano che la sera ti regala allegria e la mattina dopo lo ami”.


La terra pugliese ha completamente conquistato Roberto Giacobbo, che nonostante abbia girato tutto il mondo riconosce nella Puglia una grande garanzia nella qualità del suo cibo e dei suoi vini, la definisce “una terra magica”, spesso sfruttata e che invece deve essere sempre più rivalutata e valorizzata perché ha una grande storia di qualità.

InvecchiatIGP: Sankt Pauls - Südtiroler Weißburgunder Riserva DOC Sanctissimus 2015


Sankt Pauls è un mosaico di 190 famiglie che da oltre un secolo curano 185 ettari di vigneto nell’Oltradige, trasformando il lavoro cooperativo in una vera “grammatica del vino”. Nel borgo di San Paolo, dominato dalla cupola a cipolla del Duomo, la viticoltura non segue mode passeggere, ma le plasma con rigore e pazienza, facendo dialogare tradizione e visione contemporanea. I vigneti si arrampicano dai 300 ai 700 metri, dove l’aria sottile incontra i venti freddi della Mendola e le correnti calde che salgono dal Lago di Garda, mentre argille, porfidi vulcanici e depositi calcarei creano un terreno complesso e vibrante. Questo terroir verticale conferisce ai vini tensione, precisione e personalità, che oggi, sotto la guida di Philipp Zublasing, si esprimono in freschezza, pulizia e beva elegante, senza sacrificare struttura o identità.


Il simbolo indiscusso di questo territorio, ovviamente, è il Pinot Bianco, vitigno che in questa zona ha trovato una vera e propria terra promessa. Se il Kalkberg colpisce per la sua mineralità gessosa e per quella mela gialla croccante che invita al sorso continuo, è nel Sanctissimus Riserva – degustato nell’annata 2015 – che la visione dell’azienda raggiunge le sue vette più alte. Nato da viti centenarie che affondano le radici sotto la chiesa di Missiano — probabilmente il vigneto più antico della regione — e affinato con rara sensibilità tra anfore di argilla e grandi botti di rovere, questo vino si offre come un’esperienza quasi mistica.


Il naso è un racconto che si apre con lentezza e rispetto: inizialmente pietra focaia, terra bagnata, poi il frutto prende forma, con mele renette mature, pera Williams, scorza di agrume candito. Con l’ossigenazione emergono fiori secchi, camomilla, miele di montagna, una speziatura dolce appena accennata e un ricordo di nocciola tostata, chiara firma di un legno nobile, mai invasivo, perfettamente integrato. Il profilo aromatico è profondo, stratificato, privo di qualsiasi compiacimento.


In bocca il Sanctissimus mostra tutta la sua statura. L’attacco è ampio, sostenuto da una freschezza sorprendente per l’annata. La materia è piena, avvolgente, ma sempre guidata da una spina acida precisa, quasi scolpita, che dà ritmo e profondità al sorso. La sapida impronta minerale, cifra dei grandi bianchi altoatesini, accompagna il vino verso un finale lunghissimo, con un’eco salina e lievemente affumicata che resta impressa nella memoria.


Un Pinot Bianco che non cerca consenso immediato, ma ascolto. E lo ripaga, sorso dopo sorso.

Ventiventi – Lambrusco di Modena Doc La.Vie


Un sorso di La. Vie è un tuffo nella spensieratezza emiliana. Questo Lambrusco di Sorbara di Ventiventi danza nel calice con una spuma vivace e profumi di melagrana e pepe rosa. 


In bocca è un'esplosione di gioia, fresco e salino: la prova che l'eleganza può essere pop. Un vino che sa di vita e passione.

Sarà Syrah: il futuro di Cortona passa da qui


Ci sono territori che impiegano secoli per trovare il proprio vitigno simbolo e altri che, quasi per intuizione, riescono a costruire un’identità nel giro di pochi decenni. Cortona appartiene alla seconda categoria. Qui, tra le colline che guardano la Val di Chiana e le prime ondulazioni dell’Appennino, la Syrah ha rapidamente superato il ruolo di semplice varietà coltivata, diventando il linguaggio con cui il territorio racconta sé stesso: un legame così forte da rappresentare oggi la parte più significativa della produzione della denominazione Cortona DOC.


Un risultato tutt’altro che scontato se si pensa che fino alla seconda metà del Novecento la viticoltura locale era molto diversa: il paesaggio agricolo era dominato da colture miste e soprattutto da uve bianche, in particolare il Trebbiano, base dei vini quotidiani e del tradizionale Vin Santo. Storicamente la Syrah arriva a Cortona quasi in punta di piedi. Le origini della sua presenza non sono del tutto documentate, ma una delle ricostruzioni più accreditate racconta che il vitigno sia giunto in Toscana nei primi anni del Novecento grazie al conte di Montecarlo di Lucca, di ritorno da un viaggio in Francia. Da lì alcune barbatelle iniziarono a circolare in raccolte private e vigneti sperimentali, passando dal territorio aretino fino ad arrivare nel cortonese. Le prime testimonianze concrete della Syrah utilizzata per produrre vini di qualità risalgono però agli anni Sessanta, quando alcune aziende locali individuarono vecchi ceppi nei propri vigneti e decisero di studiarne il potenziale.


All’inizio degli anni Settanta, con il supporto del professor Attilio Scienza e dell’Università degli Studi di Milano, furono avviate ricerche sui suoli e sul clima della zona che portarono alla realizzazione di un vigneto sperimentale con diversi cloni del vitigno. Fu proprio in quegli anni che emerse la sorprendente affinità tra il clima delle colline cortonesi e quello della Valle del Rodano, patria storica di questa varietà. Da quelle intuizioni, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, prese forma il percorso che avrebbe cambiato il destino enologico di Cortona. Tra i pionieri di questa nuova stagione c’è Tenimenti d'Alessandro, tra i primi a intuire il potenziale della Syrah in queste colline e a lavorarla con convinzione, dimostrando quanto il vitigno potesse esprimere qui un carattere originale. Nel giro di pochi anni altri produttori seguirono la stessa strada: realtà come La Braccesca, la tenuta cortonese dei Marchesi Antinori, insieme a vignaioli come Fabrizio Dionisio e, soprattutto, Stefano Amerighi, hanno contribuito a definire uno stile sempre più identitario, capace di unire maturità mediterranea, profondità aromatica ed eleganza tannica.


È proprio questo percorso ad aver plasmato la personalità contemporanea della Syrah di Cortona; un’identità che ho potuto approfondire pochi giorni fa a Sarà Syrah, l’anteprima ufficiale inserita nel contesto di Chianina e Syrah, l'evento ormai diventato un appuntamento fisso per operatori e stampa, ideale per tastare il polso alle nuove annate e alle diverse interpretazioni del territorio, arricchite per l'occasione da un proficuo confronto con espressioni della Syrah provenienti da altri areali, sia nazionali che internazionali.


Tra i vini che mi hanno colpito di più c’è il Cortona DOC Syrah Spazzanido 2025 prodotto da Baldetti. Un Syrah che gioca tutto sull’equilibrio e sulla bevibilità: profumi floreali nitidi, richiami di piccoli frutti rossi e una speziatura leggera che accompagna il sorso. Il risultato è un vino scorrevole e piacevole, di quelli che si finiscono quasi senza accorgersene, capace di raccontare il lato più immediato e conviviale del Syrah di Cortona.

Più scuro e introspettivo il Cortona DOC Syrah Klanis 2022 di Tenuta Montecchiesi, che gioca su registri più profondi e materici. Il profilo è segnato da note terrose e sanguigne, quasi ferrose, che richiamano la terra da cui proviene, mentre il frutto resta in sottofondo, compatto e maturo. Un Syrah che guarda alla struttura e alla personalità, capace di restare a lungo nel calice.

Sorprende per schiettezza il Cortona DOC Syrah Castore 2024 di Chiara Vinciarelli. È il tipo di vino che restituisce il lato più quotidiano e autentico del Syrah: diretto, gustoso, immediato, con un frutto croccante e una trama agile che invita subito al secondo sorso. Un rosso da tavola nel senso più nobile del termine, di quelli che accompagnano senza sforzo una cena tra amici.

Di tutt’altra caratura il Cortona DOC Syrah Castagnino 2025 di Fabrizio Dionisio, che si presenta con un profilo decisamente più ambizioso. Qui il Syrah mostra tutta la sua classe: profumi intensi di frutto scuro e spezie, una trama tannica fitta ma elegante e un sorso dinamico che si allunga con decisione nel finale. Coniuga potenza e precisione con estrema naturalezza.

Tra i campioni degustati, però, uno svetta per personalità: il Cortona DOC Syrah Apice 2022 di Stefano Amerighi. Un vero fuoriclasse della categoria, capace di coniugare profondità aromatica, energia e precisione. Il frutto è scuro e vibrante, la speziatura elegante, il sorso teso e stratificato. Un Syrah che racconta con grande intensità la vocazione di queste colline.

Colpisce anche il Cortona DOC Syrah Particella 134 2021 di Cantina Faralli, ultima annata attualmente in commercio. Nonostante i suoi cinque anni mostra ancora un’energia sorprendente: il vino è graffiante ma allo stesso tempo armonioso, con un frutto speziato ben definito e una progressione gustativa che resta viva e dinamica fino al finale.

A chiudere la degustazione uno sguardo al futuro con l’IGT Toscana Be You 2024 di Cantina Canaio. Qui Syrah e Viognier convivono nello stesso vino dando vita ad un vino luminoso e freschissimo, un esperimento interessante che potrebbe indicare, e forse lo farà, una possibile evoluzione stilistica per la denominazione.

InvecchiatIGP: Piaggia - Carmignano DOCG "Il Sasso" 2008


di Lorenzo Colombo

Situata a Poggio a Caiano l’azienda Piaggia è stata fondata a metà degli anni Settanta da Mauro Vannucci che ha acquistato alcuni terreni in località Piaggia. Nel 1991 esce il primo Piaggia Carmignano Riserva e dopo aver coinvolto la figlia Silvia l’azienda si ingrandisce arrivando a gestire circa 25 ettari, 15 dei quali a vigneto suddivisi in diverse parcelle: Vigna Piaggia, Vigna Il Sasso, Vigna Viti dell’Erta, Vigna Poggio de’ Colli e Vigna Pietranera La produzione annuale s’aggira sulle 120.000 bottiglie, 45.000 delle quali sono di Carmignano Il Sasso.


Il disciplinare di produzione del Carmignano è piuttosto aperto in quanto a vitigni utilizzabili, posta l’obbligatorietà del Sangiovese per un minimo del 50% e dei Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon, sia da soli che congiuntamente, per una percentuale variabile dal l0 al 20%, possono essere utilizzati molti altri vitigni in percentuali diverse, ovvero per un massimo del 20% per il Canaiolo nero, e per il 10% per quanto riguarda le uve a bacca bianca, Trebbiano toscano, Canaiolo bianco e Malvasia del Chianti, sia da sole che congiuntamente. Si possono inoltre utilizzare, per un massimo del 10%, altri vitigni a bacca rossa idonei alla coltivazione nell’ambito della Regione Toscana. Va da sé che le caratteristiche dei vari vini possano cambiare anche in maniera abbastanza evidente.


Il Sasso Carmignano DOCG nasce da una selezione dell'omonimo vigneto, posto a S. Cristina a Mezzana, la sua composizione prevede i seguenti vitigni, senza che sulla scheda tecnica del vino vengano specificate le loro percentuali: Sangiovese 70%, Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc 20%, Merlot 10%. Il vigneto è situato a 250 metri d’altitudine su suolo di medio impasto con presenza d’argilla e di galestro, l’esposizione è Sud-Ovest ed il sistema d’allevamento è a guyot con densità d’impianto di 6.250 ceppi/ettaro. Le diverse uve vengono vinificate in piccoli contenitori tramite l’utilizzo di lieviti indigeni con una macerazione di circa 20 giorni, il vino viene quindi traferito in barriques dove avviene la fermentazione malolattica e dove quindi s’affina per circa 12 mesi.


Il colore è granato di buona intensità con unghia che inizia a tendere all’aranciato. Intenso ed elegante al naso, pulito, ampio, con sentori di frutta a bacca scura matura ancora ben evidenti nonostante l’età del vino, leggere note tendono alla confettura di prugna, balsamico e mentolato, presenta note di spezie dolci, vaniglia, accenni di cuoio e d’olive in salamoia. Dotato di buona struttura, intenso, succoso, con tannino vellutato e bell’equilibrio complessivo, sentori di cioccolato amaro, chiude con lunghissima la persistenza su leggere e piacevoli accenni vegetali che gli donano freschezza. Un vino da considerarsi ai vertici, non solo della sua tipologia.

A Mano - Igt Susumaniello Rosato Salento “Imprint” 2024


di Lorenzo Colombo

Questo vino nasce da un incontro tra un winemaker californiano ed una friulana dopo una visita ai vigneti pugliesi nel 1998.


Il suo colore è rosa confetto, sia al naso che alla bocca emergono sentori di piccoli frutti di bosco e note d’agrumi

Calatroni Vini - Perorossino 2018


di Lorenzo Colombo

La Calatroni Vini è stata fondata nel 1964 ed è attualmente gestita dalla terza generazione, i fratelli Cristiano e Stefano Calatroni. Situata in Località Casa Grande, nel comune di Montecalvo Versiggia, l’azienda dispone di 28 ettari vitati per una produzione annuale che s’aggira sulle 180.000 bottiglie. Due le linee produttive, la Calatroni Metodo Classico, riservata per l’appunto alla produzione di Oltrepò Pavese Metodo Classico da Pinot nero, composta da cinque etichette per un totale di corca 100.000 bottiglie e la Mon Carul, composta da sette etichette.


Il vino che andiamo ad assaggiare appartiene alla linea Mon Carul, marchio creato da Stefano Calatroni per identificare i vini prodotti dai vitigni autoctoni e alloctoni più diffusi in Oltrepò Pavese, vi troviamo infatti sia croatina, barbera, uva rara e moradella come pure gli internazionali riesling renano, riesling italico e pinot nero. Mon Carul è il nome dialettale di Montecalvo Versiggia ed è composto da due sinonimi: la parola romana mons (monte) e car (termine con cui gli antichi Liguri chiamavano il monte).


Per poter meglio spiegare questo vino diventa indispensabile richiamare quanto riportato sul sito aziendale: “Il Perorossino prende il nome dalle foglie del pero situato nel mezzo dell’appezzamento, che si tingono di rosso in tempo di vendemmia. Fu nonno Luigi a impiantare questo vigneto poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, mentre era ancora mezzadro. Non potendo mettere a dimora varietà pregiate a causa delle ristrettezze economiche, il nonno scelse vitigni autoctoni all’epoca considerati di minor valore. Oggi quei vitigni, prodotti con rese bassissime da piante di 70 anni, arricchiscono l’uvaggio del Perorossino, dandogli un carattere unico”.


Il vigneto, che ha un’età media di 70 anni, è situato a 420 metri d’altitudine su suolo argilloso con esposizione Est, Sud-Est ed è condotto a Guyot con densità d’impianto di 4.000-4.500 ceppi/ettaro. Le uve vengono raccolte tra la fine di settembre e l’inizio d’ottobre, la fermentazione si svolge in vasche d’acciaio con una macerazione di circa tre settimane, sempre in acciaio il vino s’affina per oltre un anno.


Il suo colore è granato profondo con unghia che inizia a presentare leggeri riflessi aranciati. Intenso al naso, ampio ed elegante, dove oltre al frutto ancora ben presente, ovvero prugna secca e ciliegia matura, con accenni di confettura, vi si colgono sentori terziari che rimandano al sottobosco ed alle radici, leggeri accenni speziati di vaniglia e pepe rosa, nota alcolica leggermente in evidenza.
Dotato di buona struttura con tannino deciso ma vellutato, vi si ritrovano le note di prugna e ciliegia matura, sentori di liquirizia e cioccolato, lunghissima la sua persistenza. Un vino dalla notevole qualità.