InvecchiatIGP: Cantina di Venosa - Terre di Orazio Dry Muscat 2024


di Stefano Tesi

Ho estratto dalle profondità più recondite della mia cantina, dove non solo non ricordavo, ma proprio non pensavo di averlo, questo vino vecchissimo e secchissimo, dolce assai però per il ricordo che mi evoca di "enozingarate" d’altri tempi, giornalisticamente parlando e non.


Mi sono subito chiesto se prodotti come questi si facciano ancora e se, allora, si immaginava che essi sarebbero potuti durare fino ad oggi. Poi scopro che in effetti la gloriosa Cantina di Venosa questo Dry Muscat, ossia un Moscato bianco vinificato secco, lo fa tuttora. E che, incredibilmente, le note in retroetichetta sono le medesime, dopo oltre vent’anni. All’epoca, se non ricordo male, ne tiravano centinaia di migliaia di bottiglie ed era un vino inusuale, fatto un po’ per stupire e un po’ per spiazzare. Così almeno mi fu presentato. Lo raccomandavano per smorzare il dolciastro dei crostacei e le spezie della cucina mediterranea, forte – e qui copio spudoratamente da un’antica recensione del compare Luciano Pignataro recuperata in rete – di un invidiabile rapporto qualità/prezzo.


Il rapporto di oggi non lo so giudicare, ma non c’è dubbio che, al netto di una componente anagrafica inevitabile ma non spiacevole, dopo più di quattro lustri passati nel buio toscano il Dry Muscat esca sorprendente come allora: estratto il tappo Nomacorc, si svela infatti di un colore ambrato opaco, mentre il naso per piglio e asciuttezza ricorda certi sherry molto britannici, secchi al punto di essere quasi spigolosi, con remoti richiami di datteri e di fichi secchi, che al naso rilasciano una vaga punta mentolata e di frutta appassita. Anche in bocca il vino è austero, brusco, neghittoso, impettito, perfino abrasivo a tratti e davvero si fa immaginare bevuto non tanto in un pacioso fine pasto, ma piuttosto nelle more onirico-goliardiche di un’abbondante cena in riva al mare, o anche a corredo di un aperitivo al tramonto, purché di tono e di contesto molto, ma molto maschile.


Bisogna ammettere che, dopo un moto di stupore, il sorso conquista e invoglia il bis. Chissà come, lo immagino pure nel bicchierino di cristallo spesso di un pensoso Bettino Ricasoli. O in quello, parimenti pensoso e pure un po’ accidioso, del mio bisnonno. Forse perché ambedue erano asciutti, segaligni e severi come i vinsanti secchi e pallidi delle loro fattorie. O come questo Moscato fatto sulle colline vulcaniche di Venosa, che dopo oltre un quinto di secolo torna a trovarci e a farci fantasticare.

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