L'annata 2019 del Brunello di Montalcino: il mio report da Benvenuto Brunello 2023 con alcuni consigli sugli acquisti!


Centodiciotto cantine e trecentodieci etichette pronte all’assaggio, questi sono i numeri che rimbombano nella mente della mandria di giornalisti, operatori e “winequalcosa” che anche quest’anno, dal 17 al 28 novembre, si sono diretti, speranzosi, presso il Chiostro Sant’Agostino di Montalcino per celebrare la 32^ edizione di Benvenuto Brunello che vede al battesimo nei calici dell’anteprima, il Brunello 2019 e la Riserva 2018 affiancati nei tasting dal Rosso di Montalcino 2022 e dagli altri due vini della denominazione, il Moscadello e il Sant’Antimo.


La grande sala di degustazione del Chiostro mi accoglie alle ore 10 del 17 novembre ancora leggermente assonnato e, mentre cerco di risvegliare le mie papille gustative, mi accorgo che i tavoli sono in buona parte già presi d’assalto da un nugolo di pensierosi giornalisti in avanzata fase di valutazione dell’ultima annata di Brunello. Qualcuno, pensando di farmi un favore, m sussurra in un orecchio le sue dritte mentre altri, invece, declamano le virtù della 2019 ad alta voce con la stessa intonazione di Vittorio Gassman mentre recita la Divina Commedia.


Alt, stop, non vi voglio sentire, non subito e, soprattutto, non fatemi ascoltare le due parole che già girano, sinuose, lungo le pareti del Chiostro ovvero annata e secolo. Per favore, no!

Come sempre, essendo da solo per il mio blog, non riesco a degustare tutti i vini presenti all’Anteprima per cui, visto il poco tempo a disposizione ed avendo un solo fegato, concentro il mio tasting sui Brunello 2019 “base” più, se avanza tempo, nella degustazione di qualche “Selezione” per verificare quale Cru valga davvero la spesa.


Fabrizio Bindocci - Presidente del Consorzio

Per comprendere l’andamento della 2019 non possiamo non partire dai dati ufficiali del Consorzio che, in linea generale e senza fare suddivisioni per zone (areale nord, sud, est ed ovest di Montalcino) ci fornisce indicazioni di una annata sostanzialmente regolare, abbastanza fredda e piovosa a gennaio, con temperature medie, soprattutto nel mese di Luglio ed Agosto, che non hanno raggiunto i picchi calorici della 2017. Tutto ciò ha permesso una lenta ed omogenea maturazione delle uve, ottimale per l’ottenimento di una buona maturità fenolica e tecnologica tanto da meritare, nel rating del Consorzio, ben cinque stelle così come avvenuto con la 2016.



Ah, quindi la 2019 è stata simile alla 2016? Questa la domanda che in molti mi hanno fatto e alla quale ho risposto in maniera negativa perché, a mio parere, la 2016 ha sicuramente qualcosa in più in termini di prontezza, completezza ed altissima qualità media diffusa. In poche parole, se un vignaiolo sbagliava la 2016 poteva anche cambiare mestiere, la 2019 andava comunque affrontata ed interpretata.


In linea generale, prima di descrivere brevemente i vini che mi sono piaciuti di più, ho trovato i Brunello 2019 mediamente molto piacevoli, succosi, abbastanza profondi, con profili aromatici nitidi ed espressivi del territorio di provenienza del sangiovese anche se non sono mancati esempi di Brunello non perfettamente a fuoco causa eccessive astringenze e, soprattutto, cariche alcoliche che, se non supportate da adeguata freschezza, davano vita a vini squilibrati e pesanti. Non è il contesto adatto per approfondire il discorso ma, credo, in futuro la sfida vera per i vignaioli ilcinesi sarà quella di combattere in vigna il cambiamento climatico altrimenti si rischia di “amaronizzare” irrimediabilmente il Brunello.

Fatte queste dovute premesse, la mia Top 10 di Brunello di Montalcino 2019 è la seguente:

Cerbaia – Brunello di Montalcino 2019: piccola azienda di non più di 5 ettari guidata da Elena Pellegrini, romana de Roma, che anche quest’anno ha prodotto un Brunello tutto succo, eleganza ed armonia in grado di scaldare il cuore anche ai palati più esigenti.

Corte dei Venti – Brunello di Montalcino 2019: Clara Monaci e la sua famiglia produce sangiovese da terre rosse ricche di minerali e anche quest’anno il suo Brunello non tradisce per tensione e quella nota ferrosa che rappresenta il marchio di fabbrica di quel fazzoletto di territorio tra Sant’Angelo e Castelnuovo dell’Abbate.

Corte Pavone Loacker – Brunello di Montalcino 2019: sapete quando capisco che la 2019 è una buona annata? Quando, ad esempio, trovo assolutamente centrati e quasi emozionanti vini che negli anni passati avevo scartato in quanto non aderenti al mio gusto personale. Hayo Loacker con questa annata ha fatto centro ma solo sul base, le selezioni invece…..

Fattoi – Brunello di Montalcino 2019: non toccatemi i vini della famiglia Fattoi che, per me, stanno a Montalcino come Una Poltrona per Due sta al Natale. Il loro Brunello annata è tradizionale, emozionante e calibrato. Un sangiovese senza orpelli che scalda il cuore.

Gorelli Giuseppe – Brunello di Montalcino 2019: se dovessi far degustare ad un alieno cosa significa produrre un grande Brunello di Montalcino dal versante nord dell’areale di produzione non avrei dubbi a scegliere questo. Lucente, graffiante, sprezzante di freschezza e infinitamente terso nella sua infinita persistenza sapida. Un vino, che vi anticipo, ha messo d’accordo probabilmente tutta la sala.

Pietroso – Brunello di Montalcino 2019: la piccola realtà condotta da Gianni e Andrea Pignattai, interpreti tradizionalisti di un sangiovese di Montalcino proveniente da tutti e quattro i versanti, anche quest’anno ha prodotto uno dei miei "coup de cœur" dell’Anteprima col suo Brunello di estrema finezza e dall’identità gustativa di notevole aplomb con ritorni agrumati sul finale saporitissimo.

Poggio di Sotto – Brunello di Montalcino 2019: non sarà più quel sangiovese rarefatto e sussurrato di qualche anno fa ma anche in quest’ultima annata la cantina di proprietà di ColleMassari incanta i sensi grazie ad un impianto aromatico accattivante declinato tra il floreale rosso e le spezie orientali ed un palato nobile e di pregevolissima ampiezza.

Salvioni La Cerbaiola – Brunello di Montalcino 2019: equilibrio, godibilità e potenziale evolutivo. Tutto questo è l’ultima annata del Brunello di Montalcino prodotto dalla famiglia Salvioni che rappresenta un totem qualitativo anche quando il suo vino sfiora i 14,5° alcolici. Quando parlavo di maestria nel gestire le componenti morbide e dure nel vino mi riferivo per lo più a questo vino.

Sanlorenzo – Brunello di Montalcino 2019: Luciano Ciolfi è da anni un interprete magistrale del sangiovese piantato nel versante sud-ovest della denominazione e questo suo Brunello 2019 è una sorta di figlio prodigo di quel terroir: carnoso, intenso, profondo, con evidenti tratti ematici e un sapore caldo e avvolgente senza strafare.

Ventolaio – Brunello di Montalcino 2019: tra i vari vini degustati, questo Brunello 2019 è tra quelli più “scuri” ed introversi grazie ad un profilo aromatico delineato da note di ghisa, humus e sbuffi iodati. Il sorso è saporito, austero, ma al tempo stesso intessuto di mirabile maglia tannica intarsiata di vibrante vena sapida.


Dopo più di cento Brunello di Montalcino “base” degustati ho poi iniziato a valutare le selezioni ovvero quelli da uve sangiovese provenienti da singola vigna. Non ce ne erano tantissimi, più o meno la metà dei “base” e, tra i vari, la mia scelta di gusto è andata ai seguenti:

Mastrojanni – Brunello di Montalcino “Vigna Loreto” 2019: tra miei assaggi preferiti volevo mettere già il “base” ma il Vigna Loreto, storico Cru di sangiovese piantato su ciottoli e tufo, che forniscono al vino un quadro olfattivo che sembra un campionario di spezie orientali ed erbe aromatiche di elicrisio e lavanda in cui fanno capolino, senza esserne protagoniste, le sensazioni fruttate di ciliegia e mora matura. Al sorso associa rigore, progressione ed impeccabile freschezza.

Tiezzi – Brunello di Montalcino “Vigna Soccorso” 2019: date ad Enzo Tiezzi (a proposito auguri per gli splendidi 85 anni) un’annata più che buona come questa e da Vigna Soccorso vi tirerà fuori un piccolo grande gioiello di aristocratica eleganza aromatica che conquista il palato si allarga a ventaglio disegnandovi una persistenza salina di mirabile persistenza.

Val di Suga – Brunello di Montalcino “Vigna del Lago” 2019: dei tre Cru aziendali presentati, il Vigna del Lago, vigna storica con esposizione nord che prende il nome dal lago che la circonda, è quello che mi ha rapito il cuore e il palato per la sua essenzialità di frutto, luminosissimo, e per una verve floreale che in altri Brunello non avevo mai percepito così intensa e avvolgente. Sorso armonioso e di raro equilibrio.


Prima di separarmi da questo articolo vorrei fare una ultima considerazione: da qualche tempo Benvenuto Brunello sta “perdendo pezzi” in quanto, anno dopo anno, si stanno sfilando dalla manifestazione molte realtà di grande interesse creando un notevole problema agli operatori che poi sono costretti, per avere un quadro informativo completo, a rincorrere le varie aziende che si sono tirate fuori.
Non conosco bene i motivi di questo "ammutinamento" ma, è fuor di dubbio, che esista un problema nelle modalità di gestione dell’Anteprima, un quesito che spero venga risolto già nella prossima edizione per il bene di tutti noi che amiamo il vino di Montalcino.

InvecchiatIGP: Antigniano - Montefalco Sagrantino “Guado alle Chiavi” 2004


di Lorenzo Colombo

Premettiamo che quello che pubblichiamo oggi nella rubrica settimanale InvecchiatIGP non è certamente un vino indimenticabile, ne scriviamo comunque perché l’abbiamo trovato un vino onesto, ancora perfettamente integro dopo (quasi) vent’anni dalla sua vendemmia. Altro motivo è dato dal fatto che non è stato certamente prodotto da un’azienda di primo piano nel panorama di Montefalco, il vino riporta infatti il nome di Antigniano ma l’azienda produttrice (o per meglio dire imbottigliatrice) è Brogal Vini di Bastia Umbra, come riportato nel retroetichetta.


Ci siamo quindi messi a ricercare informazioni su questo vino sul sito di Brogal Vini, ma quel che appare sullo schermo è un laconico “chiuso definitivamente”. Unici siti sui quali se ne trova l’esistenza sono www.vivino.com - www.wine-searcher.com e www.cellartracker.com . Ne abbiamo inoltre trovato traccia, sempre spulciano sul web, in un vecchio volantino dell’Ipermercato il Gigante, dov’era, nel mese di giugno di quest’anno, in offerta, contato del 50% a 9,95 euro.

Abbiamo così deciso di assaggiarlo, per verificarne la qualità e la tenuta nel tempo.

Ecco la nostra opinione.

Premettiamo che il tappo era integro, senza evidenti segni di colatura, il vino si presenta con un intenso color granato tendente al prugna cotta con unghia che vira verso l’aranciato-mattonato. Non molto intenso al naso, s’apre dopo alcuni minuti con sentori di sottobosco, humus, cuoio, liquirizia, radice di genziana, china, prugna secca, accenni di vaniglia.


Il suo corpo è poco più che medio, il tannino è deciso, asciutto, con ricordi di pellicina di castagne, l’uso del legno è ancora percepibile, si colgono sentori di bastoncino di liquirizia e castagne, vi ritroviamo i sentori di radici, buona infine la sua persistenza. Che dire, in conclusione se non che non si tratta certamente di un grande vino che però ha superato le poche aspettative con le quali l’abbiamo approcciato.

Parvus Ager - Roma Doc Malvasia Puntinata “Eterna” 2022


di Lorenzo Colombo

Detta anche Malvasia del Lazio per la sua principale diffusione in questa regione, le uve per la produzione di questo vino, fresco, morbido e succoso, provengono da un vigneto situato sulla Via Appia, a Marino, su suolo vulcanico. 


Il 10% del mosto fermenta in barriques.


Alla scoperta delle Terre Lariane con i vini dell'azienda La Costa


di Lorenzo Colombo

L’occasione era quella d’assaggiare il Bacca, il nuovo vino prodotto con uva verdese, l’unico vitigno autoctono del territorio lariano, anche se originario dell’alto lago e non della zona del Parco del Curone. Ma, già che c’eravamo, ne abbiamo approfittato per degustare l’intera produzione de La Costa, azienda situata a La Valletta Brianza, nel Parco del Curone.

L’azienda

L’azienda La Costa nasce (quasi per gioco o per meglio dire come hobby) nel 1992, quando Giordano Crippa acquista una vecchia cascina abbandonata da anni e il terreno che la circonda nel Parco del Curone e vi mette a dimora una vigna di Riesling a 400 metri d’altitudine, due anni dopo viene impiantato in località Muneda del Pinot nero. Nel 2000 esce il primo vino, il Solesta prodotto con uve Riesling e poco dopo è seguito dal San Giobbe frutto di Pinot nero.
Nel 2002 viene aperto l’agriturismo presso la Cascina Galbusera nera e nello stesso anno vengono inaugurati gli alloggi nelle Cascina La Costa.
Nel 2008 nascono il Seriz, da uve merlot e syrah ed il Calido, un passito rosso e negli anni seguenti escono altri vini tanto che ora l’azienda produce circa 45.000 bottiglie/anno.

Nello stesso anno, il 2008 nasce Igt Terre Lariane, un’indicazione geografica che si sviluppa su un territorio assai vasto, che comprende quasi duecento comuni delle province di Como e di Lecco. La zona maggiormente vitata e di maggior produzione, è quella situata attorno alla collina di Montevecchia, dove sono situate i due terzi delle aziende, altra zona importante è quella attorno a Domaso, nell’alto lago. L’anno dopo viene fondato, ad opera di sette produttori, il Consorzio Vini Igt Terre Lariane al quale attualmente aderiscono 25 aziende.


Le bottiglie prodotte nel 2022 sono state 186.000 da 29 aziende (17 vinificatori e 12 imbottigliatori- fonte Valoritalia che è l’ente certificatore), 140.000 di queste bottiglie sono prodotte dalle quattro più importanti aziende. Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo aumento nella produzione di Spumanti Metodo Classico realizzati a partire da diversi vitigni, anche non molto convenzionali, al momento però questi vini non possono fregiarsi dell’Igt ma vengono commercializzati come VSQ (Vino Spumante di Qualità) con quest’ultimi sono una settantina le etichette di vino in commercio. La maggior parte dei vini viene vinificata in un’unica cantina, a tal proposito è stata formata una cooperativa, un poco anomala per la verità, ovvero le uve di ciascun socio (sono 24) vengono vinificate separatamente ed i vini prodotti sono commercializzati direttamente da ciascun produttore.


Il disciplinare di produzione permette di realizzare numerose tipologie di vini, bianco (anche frizzante e passito), rosso (anche frizzante, passito e novello), rosato (anche frizzante e novello) a partire da numerosissimi vitigni, sia a bacca bianca che a bacca rossa anche se poi quelli realmente utilizzati non sono moltissimi, i più importanti dei quali sono lo chardonnay ed il merlot.

Il Bacca e l’uva verdese

Iniziamo ovviamente con l’Igt Terre Lariane Bacca 2020. Prodotto con uva verdese, vitigno tipico dell’alto Lario, quasi scomparso dopo l’arrivo della fillossera è stato recuperato tramite un lungo ed appassionato lavoro dal Prof. Leo Miglio che per vent’anni ha gestito un vigneto sperimentale a Domaso, per studiare e recuperare le antiche varietà del Lago di Como. Interessante a tal proposito è il libro da lui scritto - Civiltà del Vino sul Lago di Como - con la prefazione del Prof. Fregoni.


Si tratta di un vitigno a forte vigoria che grazie alla caparbietà del prof. Miglio e all’aiuto del Prof. Fregoni venne iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel novembre 1996 e che poi, quattro anni dopo, venne inserito nel Dictionnaire encyclopédique des cépages col nome di Verdese di Como. Attualmente il suo utilizzo è autorizzato in 11 vini ad Igt della Lombardia.


Fermentazione in vasche d’acciaio con macerazione sulle bucce di 13 giorni, affinamento per un anno in barrique. 580 le bottiglie prodotte Color giallo paglierino intenso, tendente all’oro antico. Mediamente intenso al naso, pulito sentori di mela ed accenni di sidro, di buona eleganza. Fresco e sapido, succoso, discretamente strutturato, leggere note piccanti ed accenni tannici, lunga la sua persistenza. 

I Metodo Classico

Sono due i Metodo Classico prodotti, l’Incrediboll, prodotto con uve riesling e l’Incrediboll Rosé frutto di un blend tra pinot nero e syrah.

Vino Spumante Metodo Classico “Incrediboll” 2019

Prodotto con uve Riesling provenienti dal vigneto Costavecchia, situato in alta collina, a Montevecchia. Fermentazione alcolica in vasche d’acciaio, presa di spuma e sosta in bottiglia sui lieviti per 30 mesi.

Color paglierino luminoso. Naso pulito e di buona intensità dove si colgono sentori di frutta tropicale, accenni di pasticceria, note di miele e di fiori d’acacia. Sapido e dalla decisa effervescenza, di buona struttura, succoso, mela renetta, accenni mielosi, lunga la sua persistenza. Vino molto interessante.

Vino Spumante Metodo Classico “Incrediboll Rosé” (uve dell’annata 2020)

Fermentazione in vasche d’acciaio, presa di spuma e sosta sui lieviti per 18 mesi.
Color rame. Mediamente intenso al naso, note tostate e sentori di tabacco.


Effervescenza molto decisa, sapido, note tostate, chiude leggermente amarognolo.

I vini bianchi

Igt Terre Lariane “Brigante Bianco” 2022

50% chardonnay, 40% manzoni bianco, 10% verdese.
Fermentazione ed affinamento in vasche d’acciaio, messo in bottiglia nel mese di febbraio 2023. Color verdolino-paglierino di media intensità, luminoso Intenso al naso, pulito, frutta a polpa gialla, pesca. 


Discretamente strutturato, frutta a polpa gialla, bella vena acida e buona persistenza. Un vino semplice, pulito e dalla piacevole beva.

Igt Terre Lariane “Solesta” 2020

Prodotto con uve Riesling renano provenienti dal vigneto situato sull’antica piramide terrazzata, luogo di culto per i Celti, antichi abitanti della Brianza.
Fermentazione in vasche d’acciaio, affinamento per 12 mesi in tini d’acacia, sosta in bottiglia per 12 mesi prima della messa in commercio. Color giallo paglierino luminoso con riflessi verdolini. Buona la sua intensità olfattiva, pulito, pesca gialla, note tropicali, ananas, accenni idrocarburici.


Dotato di buona struttura, verticale, sapido, note minerali, asciutto, agrumato, pompelmo, accenni d’idrocarburi, spiccata vena acida, lunga la persistenza.

Il vino rosa

Igt Terre Lariane Rosato 2022

Blend tra merlot, pinot nero e syrah, vinificazione in acciaio con sosta sulle bucce per poche ore, affinamento per cinque mesi in vasche d’acciaio e sosta in bottiglia per due mesi prima della commercializzazione. Color rosa antico, tendente al ramato. 


Buona la sua intensità olfattiva, erbe officinali essiccate, leggere note di piccoli frutti di bosco, tabacco dolce. Discretamente strutturato, sapido e succoso, ciliegia, frutti di bosco maturi, buona vena acida e media persistenza.

I Pinot nero

Igt Terre Lariane Rosso “San Giobbe” 2020

In Brianza San Giobbe era il santo protettore della bachicoltura.
Da uve Pinot nero, vinificazione in vasche d’acciaio e affinamento in tini di rovere e in tonneaux per 12 mesi. Color granato trasparente, non molto intenso. Intenso al naso, tipico, frutto rosso selvatico, note vanigliate.


Mediamente strutturato, succoso, sapido, balsamico, discreta la sua persistenza.

Igt Terre Lariane Rosso San Giobbe “Riserva Muneda” 2019

Prende il nome dalla vigna messa a dimora nel 1994 in località Muneda. Pinot nero in purezza, vinificazione in acciaio con macerazione sulle bucce per 16 giorni, affinamento in tonneaux di primo passaggio. Color granato, molto più intenso rispetto al precedente vino. Intenso al naso, balsamico, vi cogliamo frutto rosso maturo e note floreali. Strutturato, note speziate, pepe, accenni piccanti, lunga la persistenza.

Altri vini rossi

Igt Terre Lariane “Brigante Rosso 2020

Da uve merlot in purezza, fermentazione in vasche d’acciaio ed affinamento per 12 mesi in acciaio ed in botti di grandi dimensioni. Color rubino di discreta intensità. Discretamente intenso al naso, leggere note vanigliate, accenni vegetali.


Di media struttura, succoso, frutti rossi, accenni vegetali, buona la persistenza.

Igt Terre Lariane “Seriz” 2020

Prende il nome dalla pietra presente nei vigneti e utilizzata localmente in passato per le rifiniture di pregio nelle dimore storiche brianzole.


90% merlot e 10% syrah, fermentazione in vasche d’acciaio, affinamento per 12 mesi in barriques sia nuove che usate. Color rubino purpureo, profondo e luminoso.
Buona la sua intensità olfattiva, frutto rosso maturo, note piccanti, speziato, pepato.
Strutturato, note piccanti, pepe, legno dolce, tannino leggermente asciugante, lunga la persistenza.

Ed infine Claudia ci ha aperto un San Giobbe del 2001!

Che dire, un Pinot nero d’oltre vent’anni d’età non certamente concepito per durare così a lungo. Una vera sorpresa, un vino dal naso balsamico, vanigliato, con sentori leggermente selvatici e con note di legno dolce.


Dotato di buon corpo, succoso, elegante, con un bel frutto dolce ancora integro, armonico e dal notevole equilibrio gustativo, lunga la sua persistenza.

InvecchiatIGP: Tenuta Il Corno - Vinsanto del Chianti DOC 2004


di Stefano Tesi

Ho un’età per la quale posso vantarmi (o lamentarmi) di avere una certa memoria storica. E, come accade spesso, il ricordo delle cose lontane risulta assai più vivido di quelle recenti. Parlando di vinsanto, quindi, rammento alla perfezione quelli che in Toscana si facevano fino a quarant’anni fa. C’erano i vinsanti di fattoria, più impegnativi ma comunque agili, vini da commiato e da benvenuto, un po’ da salottino, insomma, le chiavi della vinsantaia dei quali il padrone teneva in tasca come una reliquia, vietando l’accesso perfino alla consorte. E c’erano quelli più ruspanti del contadino, giovani, chiari, un po’ acquosi e acidini, fatti per essere bevuti a veglia nell’aia o dopo cena al tepore del focolare. Delle due categorie ce n’erano di ottimi e di pessimi, ovviamente, e anche in ciò stava il bello.


Le due tipologie erano molto diverse. Ma anche e soprattutto erano diversi i vini tra loro. Ognuno aveva un tratto caratteristico, che prescindeva pure dall’annata e dalla migliore o maggiore qualità e che quasi si identificava col produttore, finendo per esserne una sorta di ritratto, di profilo caratteriale parallelo.
Quasi nessuno dei vinsanti di allora era dolce come quelli di oggi. Più spesso era secco, al massimo abboccato (caso in cui lo si diceva “da donne”, sperando che negli odierni tempi di politicamente corretto nessuno si offenda) e la dolcezza non era a priori un parametro di bontà, ma casomai una precisa caratteristica e a volte un limite.


Poi i gusti si sono evoluti, le mode hanno fatto il loro corso e compiuto il loro effetto, lo zucchero e i cantucci della propaganda hanno prevalso sul resto e quindi oggi nella mente del consumatore medio gli standard del vinsanto sono diventati appunto la dolcezza e l’inzuppabilità.

Niente di male: così va il mondo e, per fortuna, le preferenze personali non sempre sono un’ideologia. Per tutte le ragioni dette finora, in ogni caso, i vinsanti di prima raramente venivano venduti se non localmente e in modeste quantità e comunque rappresentavano una voce irrisoria dei ricavi (nessuno si prendeva la briga o aveva il coraggio di calcolare, invece, i costi). Ancora più di rado venivano invecchiati oltre una certa soglia. E trovare quelli vecchi davvero era una rarità, una curiosità da centellinare in casa, più come esperienza da affabulazione serale che come una semplice, piacevole bevuta.


Tutto questo mi è tornato in mente quando, qualche settimana fa, alla degustazione di vini dolci toscani organizzata dalle Donne del Vino della Toscana alla fattoria del Colle, ho assaggiato il vinsanto 2004 della Tenuta Il Corno, storica azienda dei conti Frova in quel di San Casciano Val di Pesa. Tra i molti, a volte ottimi assaggi, questo si distingueva per una complessità e una personalità fuori dall’ordinario. E non solo in virtù di un’età – quasi vent’anni - abbastanza venerabile anche per un vinsanto. 

So che, per questa sua scarsa conformità al modello, alcuni colleghi non l’hanno apprezzato.

A me invece è piaciuto moltissimo proprio per il suo essere fuori passo.


Al di là del colore ambrato scuro e un po’ velato, mi ha colpito subito il potente, penetrante impatto olfattivo, con una sequenza cangiante e intrigante di caramelle al rabarbaro, china, liquirizia, Caffè Borghetti e toffees che non ti aspetti, capaci di provocare un tuffo nel passato e un immediato effetto madeleine. Tutte articolazioni che, poco a poco, ho ritrovato al palato, e a ondate anche nel retrogusto, con un finale pastoso ma niente affatto stucchevole, lunghissimo e lievemente amaro, suggeritore pure di un uso “da fumo”.


In un’ottica contemporanea si tratta un vinsanto senza dubbio inusuale, ma per questo ricco di una identità che non si dimentica e che riconcilia con l’idea della biodiversità del vinsanto, oggi spesso smarrita in modo troppo frettoloso nel nome di una qualità più tecnica e asettica, ma spesso banalizzante. 
La produttrice, Maria Giulia Frova, ci fa sapere che è prodotto con uve proprie di Trebbiano, Malvasia, San Colombano e Colorino, raccolte la prima settimana di settembre e lasciate sui cannicci fino a dopo Natale. Una volta torchiato, il vino resta in caratelli nel sottotetto della fattoria per cinque anni mantenendo la storica madre aziendale. Quindi avviene il primo assaggio, per valutarne l’ulteriore permanenza in caratello da 7 a 11 anni. Ne fanno mediamente 4mila bottiglie da 0,50 cl in vendita al prezzo di 18 euro l’una. Io ne ho prenotato un cartone, così potrò meditare tutto l’inverno…

La Tosa - Malvasia Colli Piacentini DOC "Sorriso di Cielo" 2022

di Stefano Tesi

Sulla Strada dei vini dei Colli Piacentini capita di imbattersi in questo bianco dalle note macerate e di marcata identità, che in bocca si traduce in lunghezza, profondità e screziatura.
 

Una Malvasia di Candia Aromatica che riflette la complessità del territorio e della doc (14 menzioni e 5 sottozone).


Il Mandanero della Pasticceria Bonci è la mia nuova ossessione golosa


di Stefano Tesi

In vernacolo toscano dicesi “arrivato tra capo e collo” ciò che ti giunge addosso all’improvviso, inaspettato, qualcosa che insomma ti becca colpendoti con una certa violenza, fisica o emotiva, come uno schiaffo secco dato sotto la nuca. Le cose che arrivano tra capo e collo possono ovviamente essere positive o negative.

Questa di cui sto per raccontarvi è positiva.

Premettiamo tre cose. La prima è che non accetto mai in assaggio campioni di vino o altro che non siano stati precedentemente autorizzati dal sottoscritto (cosa che non avviene sempre, anzi…). La seconda è che tantomeno li accetto se sono accompagnati da richieste di recensioni. La terza è che respingo in modo anche brusco le richieste sono petulanti. Poi qualche settimana fa mi arriva un’e-mail che, con modi invece assai carini e niente affatto insistenti, mi chiede proprio la disponibilità ad assaggiare il nuovo dolce di un antico laboratorio di pasticceria del Valdarno che conosco solo di nome: Bonci di Montevarchi (AR), azienda artigianale antica (quest’anno compiono 70 anni) e di ottima reputazione.


Io traccheggio: in generale non amo i dolci e me ne sono sempre occupato poco. Quello in parola dovrei farmelo pure recapitare da un corriere, categoria con la quale come noto ho un rapporto, diciamo così, piuttosto conflittuale. L’ultima volta che mi hanno consegnato qualcosa di edule era una crostata alla frutta, ridotta in poltiglia dopo essere stata sottoposta a prove di schiacciamento meccanico degne della pubblicità degli orologi Timex degli anni ’70.

Alla fine, comunque, mi lascio convincere e dopo qualche traversia il pacco arriva: in ritardo, ma intatto.

Io, sempre un po’ perplesso, lo lascio un paio di giorni a candire sul tavolo di cucina. Si chiama Mandanero, nome di cui ignoravo il significato perché, onde evitare di farmi influenzare, volutamente non ho letto né comunicati, né la brochure inserita nella confezione: una bella scatola di cartone, istoriata, di colore marrone e arancione. Anzi, color mandarino, che ovviamente non è un caso. Apro. Il prodotto è confezionato con cura in un sacco di nylon trasparente. L’aspetto non è particolarmente invitante: un blocco abbastanza squadrato, piuttosto tozzo, di color cioccolata, dalla sommità del quale affiorano grossi canditi.


La cosa che però mi colpisce, prima ancora di aver aperto l’involucro, è la morbidezza del contenuto: preso in mano, il Mandanero è soffice come mai si potrebbe immaginare al solo sguardo. Una morbidezza che tradisce un’ampia alveolatura interna e una sapiente lievitazione, ciò che da un lato ti induce – ovviamente senza ragione – a maneggiarlo con grande attenzione come se si potesse rischiare di romperlo, dall’altro ne mette in rilievo, per contrasto, un peso che non ti aspetti. Aperta la busta, si scopre il primo arcano. Vengo investito da una suadente fragranza di mandarino, anzi di liquore al mandarino, penetrante ed etereo. Un altro punto a favore, penso tra me e me: viste certe mie infelici precedenti esperienze con le cose a base di agrumi, se, anziché fastidio, questo profumo mi dà piacere, la sorpresa è doppia.


Lo tocco e scopro che, al contrario di ciò che pensavo, la superficie non è affatto asciutta: il prodotto è imbevuto, anzi completamente impregnato in uno sciroppo che trasuda riccamente dalla superficie, come un babà, dando una sensazione di stuzzicante freschezza. Sempre più convinto, lo porto alle narici e assieme al profumo del frutto distinguo nettamente quello della cioccolata. Bene, penso sempre più incuriosito. Ormai sono pronto all’assaggio. Il coltello affonda facilmente nel Mandanero, anche se a causa dell’estrema sofficità del preparato occorre fare attenzione a non schiacciarlo.


Appena tagliato il primo spicchio, dall’interno si sprigionano sempre più distinti i sentori di una ricca bagna a base di sciroppo alcolico. L’aspetto è quello atteso: un impasto morbido, alveolatissimo, cedevole, da cui affiorano pezzi di mandarino candito e di cioccolata fondente cremosa. Come un velo, la bagna lo avvolge e lo impregna completamente, senza lasciare asciutta una sola briciola. Ottimo segno.

È il momento del morso, a cui l’aroma di agrumi fa da viatico: il gusto è deciso, ma ammorbidito dalla scioglievolezza prodotta dal cioccolato e dallo sciroppo. Nessuna nota stucchevole, nessuna sensazione appiccicosa. Il candito si sposa perfettamente al cacao e la consistenza dell’alveolatura crea una sorta di architettura interna che consente al boccone di tenersi su, cedendo con dolcezza solo alla pressione delle mandibole.

Il dado è tratto, il ghiaccio è rotto: mezzo chilo di Mandanero sparisce in pochi minuti e il vostro degustatore si fa sorprendere a grattare col coltello lo strato di impasto e di liquore rimasti attaccati alla base di carta.

In sintesi: è buonissimo.

Vinte le diffidenze, posso passare all’esegesi. Scopro così, leggendo la presentazione, che si tratta un lievitato artigianale lavorato a mano e realizzato con materie prime di qualità, partendo dal lievito madre conservato e rigenerato da oltre 60 anni. La lievitazione naturale dura 36 ore, totale assenza di additivi e conservanti. Scopro anche che la Pasticceria Bonci nasce nel 1953 con un piccolo negozio di Montevarchi e con la seconda generazione diventa una delle pasticcerie artigianali più importanti in Italia, con esportazioni in tutto il mondo. Scopro infine che tutti i prodotti Bonci (ne fanno tanti, compresi panforti, torte, cantucci e ovviamente dolci impregnati al liquore, specialità della casa) possono essere acquistati online sul sito aziendale o presso 1200 rivenditori in tutta Italia.


Io, però, il prossimo Mandanero lo comprerò nel negozio aziendale: mi hanno detto che i titolari sono sempre lì, in laboratorio, e mi è parso un buon segno.

BENVENUTO BRUNELLO TORNA DAL 17 NOVEMBRE CON 10 GIORNI DI DEGUSTAZIONI E 119 CANTINE


Centodiciannove cantine e 310 etichette pronte all’assaggio per una dieci giorni di degustazioni che decolla da Montalcino per atterrare anche in nove città internazionali. Sono i numeri della 32^ edizione di Benvenuto Brunello, l’evento capostipite delle anteprime italiane riservato al principe dei vini toscani, in programma dal 17 al 28 novembre. Un format autunnale ormai consolidato, quello organizzato dal Consorzio del vino Brunello di Montalcino, che per il secondo anno consecutivo dal Chiostro Sant’Agostino del borgo medievale vola prima a Londra il 21 novembre e poi in contemporanea a New York, Dallas, Miami, Toronto, Vancouver, Zurigo, Shangai e Tokyo il 28 novembre per celebrare il Brunello Day, appuntamento internazionale che vede più che raddoppiato il numero delle metropoli estere coinvolte. Al battesimo nei calici dell’anteprima, il Brunello 2019 e la Riserva 2018 affiancati nei tasting dal Rosso di Montalcino 2022 e dagli altri due vini della denominazione, il Moscadello e il Sant’Antimo.


Si parte il 17 e il 18 novembre con il consueto weekend – già sold-out – dedicato alla stampa nazionale e internazionale. Sono oltre 70 i giornalisti di settore e non selezionati tra italiani ed esteri provenienti da Stati Uniti, Canada, Corea del Sud, Brasile e Israele mentre Inghilterra, Svezia, Danimarca, Norvegia e Olanda rappresentato il territorio europeo. A questi si aggiungono i circa 20 operatori tra giornalisti, wine expert, buyer e wine educator stranieri individuati dalla speciale attività di incoming in collaborazione con la Vinitaly International Academy. Nel fine settimana inaugurale spazio anche alla presentazione dell’annata agronomica 2023 e all’assegnazione del 32° premio Leccio d’Oro, in programma sabato 18 novembre (Teatro degli Astrusi, ore 11). A seguire, nella stessa giornata, la posa sulla costa del Municipio della tradizionale piastrella celebrativa dedicata alla vendemmia di quest’anno. Domenica 19 novembre è invece la data d’inizio delle degustazioni per gli operatori di settore a cui sono dedicate anche altre 6 giornate (dal 20 al 22 novembre e dal 25 al 27 novembre). Sono poi 6 i Master of Wine, i membri esperti della più autorevole e antica organizzazione mondiale dedicata alla conoscenza e al commercio del vino con sede a Londra, a darsi appuntamento il 20 novembre per la valutazione delle nuove annate, mentre agli enoappassionati è riservato il l’ultimo weekend di novembre (dal 25 al 27). Chiude infine il programma di Benvenuto Brunello il giro intorno al mondo del Brunello Day in calendario lunedì 28 novembre, anticipato dalla data londinese del 21 novembre.


Ufficio stampa Consorzio del Brunello di Montalcino – Ispropress:

Benny Lonardi, 393.4555590 – direzione@ispropress.it

Simone Velasco, 327.9131676 - simovela@ispropress.it

Sara Faroni, 328.6617921 – ufficiostampa@ispropress.it

InvecchiatIGP: I Favati - Taurasi Riserva Terzotratto Etichetta Bianca 2013


di Luciano Pignataro

Il progetto Etichetta Bianca in questa piccola azienda di Cesinali nasce, agli inizi degli anni 2000, con l’arrivo di Vincenzo Mercurio che si è concentrato sull’invecchiamento dei due grandi bianchi irpini e sul Taurasi che diventa riserva. Un salto di qualità che l’azienda, i cui primi documenti risalgono al 1915, pone in essere grazie alla tenace guida di Rosanna Petrozziello. Una piccola azienda, 16 ettari e circa centomila bottiglie, che regalano sempre grandi sensazioni a chi ha la pazienza di aspettare i vini.


Siamo in Irpinia, sulla riva sinistra del fiume Sabato, il corso d’acqua che nasce dal Terminio e che attraversa tutta la provincia ricongiungendosi con il Calore nel Sannio. Poco più di 2500 abitanti in un territorio da sempre vocato all’agricoltura alle porte di Avellino. L’azienda ha le sue proprietà sparse nei territori della docg.


Questo Taurasi 2013 Riserva, fermentazione in acciaio e maturazione in legno piccolo e grande di secondo e terzo passaggio, spunta dalla cantina della braceria La Baita in Valle di Maddaloni e innaffia un bel piatto di vacca vecchia galiziana oggi tanto di moda in Italia. La 2013 ha un andamento climatico abbastanza anomalo, una delle poche estati fresche dello scorso decennio che in Irpinia, territorio freddo, freddissimo, si traduce in un ritardo di circa dieci giorni sulla vendemmia in una annata complessivamente più favorevole alle uve bianche che alle rosse in questo territorio.


Eppure questo 2013 ci colpisce al punto da volerlo proporre in questa rubrica: la cura dimagrante imposta dalle circostanze e il protocollo non aggressivo nel legno pensato da Vincenzo Mercurio regalano un rosso fine e di eleganza, con i tannini levigati dal tempo, ancora molto fresco, ricco di frutta al naso che al palato viene riproposta con un ampliamento dei toni fumè. La pulizia del sorso, che scorre veloce e piacevole, è assoluta, il finale preciso, suadente, lascia il palato pulito. L’abbinamento con le carni alla brace è in questo caso assolutamente perfetto.

Rosanna Petrozziello - Foto: L'Arcante

Complessivamente il vino appare allo zenit, con ulteriori potenzialità evolutive perché tiene molto bene sia al naso che al palato, con una acidità vibrante e rinfrescante che mette in condizione di non sentire affatto l’alcol. Un bellissimo vino, ancora giovane a distanza di dieci anni.  Con l’Aglianico, e con gli irpini, ci vuole la pazienza di saper attendere.

Bonavita - Rosato Terre Siciliane Igp 2022


di Luciano Pignataro

Nerello mascalese, nerello cappuccio e nocera: le tre uve tipiche del territorio di Faro lavorate in acciaio e cemento regalano un rosato di carattere, molto fresco nonostante l’annata siccitosa, con rimandi gradevoli di frutta. 


Sapido, non stucchevole, lunghissimo il finale che invita a ripetere la beva fino a vuotare la bottiglia.

Taormina Gourmet incorona le Donne del Vino della Puglia con una degustazione di 10 vini


di Luciano Pignataro

A parte gli addetti ai lavori e ai grandi appassionati, la Puglia ha ancora una immagine poggiata sui suoi grandi rossi e, soprattutto negli ultimi anni, sul successo straordinario del Primitivo, un vino che in poche stagioni è passato dalle sensazioni di cotto e di ossidato alla potente eleganza fruttata pur nella diversità delle interpretazioni e del confronto fra Gioia del Colle e Manduria.
Una degustazione che ho avuto il piacere di coordinare a Taormina Gourmet, organizzata dalla sezione regionale delle Donne del Vino presieduta da Renata Garofano, ha avuto il merito di accendere i fari sulla poliedricità del sistema vitivinicolo pugliese, una regione che in termini di quantità, con i suoi dieci milioni e passa di ettolitri prodotti è seconda solo al Veneto che ne produce circa un milione in più. Naturalmente sappiamo che quantità non vuol dire qualità ma, soprattutto con le tecnologie moderne e gli studi sul comportamento dei vitigni autoctoni di cui sino a vent’anni fa non c’era quasi tracci, comunque è indice di un patrimonio ampelografico molto vasto a cui attingere. Circostanza questa che, se unita alla proverbiale anarchia italiana, offre non poche chicche e sorprese.


Ed è quanto è avvenuto nella selezione delle dieci etichette operata da Titti Dell’Erbe e Ilaria Oliva, competenti e appassionate sommelier, che ci ha consentito di percorrere i 400 chilometri di questa regione con una visione assolutamente inedita, almeno per me, e sorprendente.
Quale occasione migliore della rubrica Garantito Igp per lasciare una traccia scritta da cui magari poter prendere spunti, o anche semplicemente di conoscere, dieci volti della viticultura pugliese poco noti ai più.

1. Rosé Brut spumante Puglia Igt 2022, Caiaffa Vini

Il vino di Angela Caiaffa, prodotto a Cerignola in provincia di Foggia conferma la vocazione spumantistica di questa regione iniziata nel lontano 1979 ad opera di D’Arapri, unica azienda del Centro Sud dedita esclusivamente alla spumantizzazione. Un vino fresco, complesso, elegante, sapido. Uno Charmat molto ben eseguito.

2. Sumarè 30 Mesi 2019 Rosato Brut Metodo Classico, Tenute Rubino

Altro giro, scendiamo in provincia di Brindisi dove questa grande azienda rappresentata da Romina Leopardi, punta per la spumantizzazione con metodo classico sul Susumaniello con risultati a dir poco sorprendenti, a conferma che se si ragiona liberi da altri riferimenti territoriali, la proposta italiana da vitigni autoctoni regala belle soddisfazioni ai produttori e ai consumatori.

3. Theos Bombino Bianco 2022 Puglia Igp, cantine Merinum

Ci spostiamo adesso sulla punta dello sperone garganico, nella bella Vieste dove Cinzia Quitadamo propone una versione di Bombino sapida, gradevole, assolutamente fresca nonostante l’annata siccitosa. Da spendere subito sui crudi di mare.

4. Castillo Valle d’Itria igp Minutolo 2022, Cantine Cardone

Ecco un vitigno fuoriclasse al quale non si devono porre limiti nell’invecchiamento essendo un semiaromatico. Anche questo bianco di Marianna Cardone è molto fresco nonostante la terribile annata siccitosa, ma gode di ottime escursioni termiche in quello che forse è il miglior territorio pugliese vocato per i bianchi. Con grandi prospettive di invecchiamento.

5. Lumen in Aria, Bianco Ostuni 2021, Villa Agreste

Fatto con uve Impigno 75% e daldo di Francavidda: confesso la mia ignoranza, non le conoscevo. Il bianco di Silvia Scordino rivela una bella personalità e i due anni dalla vendemmia lo hanno completamente equilibrato regalando un sorso piacevole di frutta bianca. Anche questo, come tutti i vini di cui abbiamo parlato, è segnato da una piacevole sapidità.


6. Rosamora Rosato Malvasia Nera 2022 Salento igp, Cantina Paolo Leo

Inizia adesso la batteria dei rosati. Devo dire assolutamente non scontata: nessuna delle tre etichette scelte da Titti e Ilaria è da Negroamaro, ma una lettura in rosa di tre vitigni che in genere consideriamo solo in rosso. Come questa Malvasia Nera di Roberta D’Arpa, che di solito è in blend nella Salice salentino doc e che qui si conferma grande uva. Fresco, tonico, pimpante, un bell’esempio di rosato.

7. Tre Tomoli Rosa, Rosato 2022 Puglia igp Susumaniello

La prima etichetta con cui Flora Saponari è passata dall’altra parte del banchetto, ossia da brava degustratrice e brava produttrice. Un rosato che mi è sempre piaciuto per la eleganza, la sapiditò, la conferma di quanto questa uva sia valida anche quando viene lavorata in proprio.

8. Bisciù, Nero di Troia Rosato 2022 Puglia Igp, Mandwinery

Dopo il Negroamaro è proprio il Nero di Troia il vitigno utilizzato per i rosati pugliesi. In questa esecuzione da manuale voluta da Michela Manduano il rosato esprime tutta la sua poliedricità da vino a tutto pasto capace di coinvolgere tutti indistintamente.

9. Simpotica, Negroamaro 2016 Salento rosso igt, Garofano Vigneti e Cantine

Un rosso importante da uve Negroamaro con saldi di Montepulciano che dopo la fermentazione alcolica ha un affinamento in barrique per circa un anno. A distanza di sette anni il vino di Renata Garofano si presenta fresco, con i tannini ben risolti, in ottimo equilibrio e con una perfetta fusione fra legno e frutto.

10. Elegia, Primitivo di Manduria dop Riserva 2020, Produttori di Manduria

La più grande azienda di primitivo, rappresentata in associazione da Anna Gennari, presenta una etichetta molto famosa. Anche questo rosso viene affinato per un anno in barrique. Emerge con evidenza il carattere potente del Primitivo, tanta frutta, discreta freschezza, un finale lungo e appagante.


Al termine di questo viaggio cosa dire? Semplice: la Puglia ha fatto enormi passi in avanti negli ultimi vent’anni, sicuramente la regione tra le più dinamiche. Le grandi quantità e i luoghi comuni nascondono decine e decine di chicche che questa degustazione voluta e presentata dalla collega Annalucia Galeone è riuscita a mettere in evidenza. C’è ancora tanto da scovare, raccontare, provare e sperimentare in questa magnifica regione meridionale.

InvecchiatIGP: Andrea Arici - Merlot del Sebino IGT 2001


di Carlo Macchi

Voglio raccontarvi una bella storia. Circa 20 anni fa il giovane Andrea decide di produrre il suo primo vino. Le vigne ci sono ma vuole staccarsi un po’ dalla tradizione paterna e così, aiutato dall’ancor più giovane Anna che poi diventerà sua moglie, fa nascere un vero e proprio vin de garage, perché fatto nel garage di casa. Poche barrique, pochissime bottiglie (meno di mille) di un merlot in purezza vendute in qualche locale tra Bergamo e Brescia. L’annata era la 2001 e, vedi i casi della vita, una di quelle bottiglie capita sul tavolo di una grande persona e immenso giornalista, Gianni Mura. Lui l’assaggia, gli piace, si fa dare il numero di telefono di questo ragazzo dal ristoratore che gli ha proposto il vino e gli telefona per chiedergli se potesse andare a Milano per un’intervista.


Quel ragazzo, che di nome fa Andrea e di cognome Arici, prima rimane stupito ma subito dopo dice naturalmente di si. Pensate, la prima intervista con il primo vino fatto e per di più con un giornalista bravo e famoso come Gianni Mura. Andrea, che oggi è uno dei migliori produttori di Franciacorta, sarebbe andato a Milano anche a piedi, ma assieme ad Anna preferiscono prendere l’auto e così vanno, vengono intervistati ed esce, sull’Espresso, il primo articolo scritto su di lui. Andrea è quindi particolarmente attaccato a quel Merlot del 2001, di cui sono rimaste pochissime bottiglie, però ha voluto portarne una per la cena che abbiamo fatto assieme a lui e al gruppo di lettori di Winesurf che avevo “traghettato” in Franciacorta.

Arici con moglie e Carlo Macchi

Lui mette le mani avanti “Stappala ma credo non sarà buona!” La stappo, annuso il tappo che è vecchio ma ancora vivo e lascio la bottiglia così, senza nemmeno assaggiarla anche perché sarebbe stata l’ultima ad essere servita, arrivando dopo una lunga e buonissima serie dei suoi Franciacorta. Alla fine, assaggia di qui, assaggia di là, stavamo quasi per scordarci di berla, in primis Andrea che era quasi pentito di averla portata.


Considerate che era un vino fatto per essere bevuto giovane, messo in barrique (vecchia) perché era il contenitore più economico della misura giusta. Era anche, ripeto, il primo vino di Andrea.
Lo verso nel bicchiere e intanto guardo il colore: un rubino con i giusti anni sulle spalle che però mostra ancora segnali di giovinezza. Il naso è didattico: da una parte qualche sentore vegetale, specie paglia, dall’altro note di tabacco e di erbe officinali. Di ossidazione non c’è traccia, c’è invece una complessità matura che tanti merlot di vaglia vorrebbero avere dopo 22 anni. In bocca non è certo esplosivo ma il tannino è dolce, l’acidità rende il tutto fresco e l’alcol basso mette insieme un’armonia invidiabile. Una notevole bottiglia e stiamo parlando di un Merlot del Sebino del 2001!


Insomma, un risultato ottimo e insperato da Andrea, che confessa le sue paure iniziali dicendo che le due-tre bottiglie aperte in precedenza erano tutte con problemi. Però questa era perfetta e sono convinto che Gianni, ovunque sia, un sorriso sghembo e un po’ ruvido l’ha fatto.

Podere La Cappella - Toscana IGT "Oriana" 2020


di Carlo Macchi

Accattivante e un po’ opulento come l’etichetta di Manzi, questo Vermentino colpisce per la rotonda potenza e per il fatto che nasce in Chianti Classico, dove il vitigno non è di casa. 


Natascia Rossini mi assicura però che se lo fa assaggiare lo vende, sempre. Non ne dubito perché è proprio buono!

E se il Vin Santo si vendesse da McDonald's?


di Carlo Macchi

Una bella degustazione di vini passiti e vin santo per me è sempre attraente, se poi l’organizza la vulcanica Donatella Cinelli Colombini assieme alle Donne del Vino della Toscana l’attrazione è ancora maggiore e se poi è incentrata su 12 vini prodotti da altrettante produttrici come fai a non andarci?


Quindi, accompagnato da una giornata meravigliosa eccomi seduto ad assaggiare, alla Fattoria del Colle a Trequanda, dall’Aleatico al Moscadello, da passiti a base sauvignon-semillon fino al traminer aromatico, con il piatto forte di sette vin santo e un occhio di pernice. Questo il quadro generale, gestito in degustazione da Gianni Fabrizio che ha fatto capire come conoscere la materia porte sempre a fare domande giuste alle persone giuste. Devo proprio ammettere che i vini passiti nell’odierna proposta di vini, spesso di ottima qualità ma un po’ omologata verso l’alto, sono una ventata di meravigliosa diversità e non possono che lasciare indelebili sensazioni. Questo hanno fatto i 12 vini degustati, tutti di ottima fattura, molto diversi tra loro, con sfaccettature particolari e intriganti aromaticità.


Ma assaggiando vini passiti, in particolare Vin Santo, sento sempre a corredo gli stessi discorsi da decine di anni sul fatto che questa specifica tipologia di vino (preso ad esempio da ora in poi per tutti gli altri passiti toscani e italiani) si vende e si consuma sempre meno, anche perché a tavola non ha abbinamenti se non con formaggi a fine pasto, oppure (la scoperta degli ultimi 25-30 anni…) con un paté di fegato o fois gras, meglio se con i crostini neri toscani. Però dopo un Vin Santo cosa bevi?


Questo è un po’ un gatto che si morde la coda perché se è vero che i vini passiti si bevono sempre meno, provare a promuoverli abbinandoli a cibi che si mangiano sempre meno e magari solo in determinate zone porta inevitabilmente al punto di partenza. Per fortuna durante la degustazione alla Fattoria del Colle ho sentito spunti interessanti. Per esempio ci si è domandato cosa vuole veramente il consumatore (passiti molto concentrati o più beverini?) che comunque se ne vende più in azienda che sul mercato, che potrebbe essere (e spesso è) un ottimo regalo specie se venduto in astuccio, che questo settore potrebbe (magari portando i prezzi a valori più alti e reali, nonché proponendo invecchiamenti molto lunghi) toccare il ricchissimo mercato dei collezionisti di vino.


Molte buone idee, ma in questo articolo vorrei cercare di andare oltre e provare a fare alcune proposte forse iconoclaste, forse impossibili da mettere in pratica, ma che potrebbero essere il punto di partenza per dare una reale scossa a questo mercato, piccolo e sempre più asfittico.

Per prima cosa vediamo di mettere in fila alcuni punti

· Il Vin Santo (e qualsiasi altro vino da uve passite) è un vino della tradizione e spesso si parla di tradizione familiare.

· È di nicchia la produzione di ogni singola cantina, specie rispetto agli altri vini aziendali ed è di nicchia anche la produzione globale.

· Quindi è un vino che non ha una massa critica

Ogni produttore propone la sua bottiglia, ognuna di forma diversa, scomponendo quindi “l’atomo Vin Santo” in tanti “protoni o neutroni enoici” e rendendone quasi impossibile la conoscenza e la ricerca per un consumatore. La prima proposta che mi viene da fare è semplicissima: creare e utilizzare una bottiglia unica per il Vin Santo (per il Recioto, per lo Sciacchetrà, etc). Capisco che ogni produttore tenga al suo brand e che mettere d’accordo tante teste sia una cosa quasi impossibile, ma così il Vin Santo avrebbe una visibilità moltiplicata per il numero delle aziende produttrici, cioè decine e decine di volte maggiore.


Mille obiezioni: chi si prende l’incarico? Con quali soldi? Chi gestisce il tutto? Chi sceglie? Queste e mille altre, ma alla fine tutto sbatte sull’individualità che ogni produttore di Vin Santo, ogni famiglia produttrice vuole dare al suo micro-prodotto. Però così non si va da nessuna parte (fermo restando che ci si voglia andare…) e quindi smettiamola di discutere.

Proviamo comunque ad andare oltre.

Il Vin Santo (e tutti gli altri passiti) abbiamo detto è un vino di tradizione spesso familiare. Ogni produttore e ognuno di noi che ha una certa età, quando pensa ad un Vin Santo lo mette assieme a momenti particolari, a ricordi, a pranzi o cene con abbinamenti ipertradizionali. Questo è l’errore che facciamo tutti! Quello di vederlo sempre e comunque legato a matrimoni spesso infelici per il mercato cioè, come detto sopra, con prodotti tradizionali e di nicchia, tipo formaggi erborinati o molto stagionati, paté, crostini etc.

Credit: prodigus.it

Inoltre, questi prodotti, oltre ad essere “da centellinare” non vengono spesso utilizzati dai consumatori giovani o di altri paesi, che però amano altri piatti che, guarda caso, potrebbero essere abbinati benissimo con un vino passito. Vogliamo parlare delle molte varianti speziate-piccanti-dolci-umami della cucina asiatica? Ma soprattutto, scusate, quell’insieme di dolce-salato-hamburgerato-salsato-insalatato-informaggiato-impaninato che è un hamburger delle grandi o piccole catene fast food planetarie, non pensate possa andare bene con un sorso di Vin Santo? Del resto, quando lo mangiamo (anch’io, lo ammetto) ci beviamo assieme una bevanda dolce e allora perché non provarlo con un vino dolce?
Più terra terra, ad un po’ di ristoranti dove l’hamburger viene proposto come prodotto di qualità non si potrebbe consigliare l’abbinamento con un Vin Santo? Oppure alla tanta e variegata cucina fusion o alle tante proposte “stellate” che spesso uniscono gusti e sensazioni diverse e opposte, non si potrebbe avvicinare un Vin Santo? “Però se parti da un Vin Santo, dopo cosa bevi?” Potrebbe essere la prima opposizione. Certo, se uno ingurgita tre-piatti-tre nell’arco di 10 minuti non si può bere altro, ma se uno pranza in tempi normali, dopo 10 minuti la bocca è pronta per un bianco o un rosso o una bollicina.


Inoltre, bisogna smetterla, se si vuole ampliare le possibilità per questi vini, di vederli come abbinamenti canonici. Violante Gardini, la figlia di Donatella, mi ha detto che il loro Vin Santo negli Stati Uniti viene servito e bevuto a 4-5°, praticamente alla stessa temperatura di un vino spumante. Mercati diversi hanno regole diverse, dove un vino dolce potrebbe veramente sfondare, inoltre tanti piatti amati dai giovani (il famoso Big Mac, tanto per fare un nome) sarebbero abbinamento perfetto per tanti Vin Santo. Ma noi continuiamo a parlare di vino da meditazione (e in effetti in questo mondo ci sarebbe tanto su cui meditare…) o di abbinamenti rari, costosi, o difficili da reperire. 40-45 anni fa il Barolo era un vino che non si beveva perché era “da grande occasione” o “da lungo invecchiamento”. Se i barolisti fossero rimasti fermi su queste posizioni oggi la Langa sarebbe molto diversa.


Va bene! Ammetto che molte delle mie proposte sono provocazioni, ma volte a far capire che il futuro del Vin Santo e dei vini passiti italiani è legato più alla cultura gastronomica di paesi lontani che non alla nostra, che la sua possibilità di sviluppo sta nel passare il guado mentale che ci separa dal parlare per abbinamenti “Artusiani” e di vedere anche nel fast food e in generale nei cibi che tante giovani generazioni preferiscono un logico mercato, che attende solo il primo che varcherà queste Colonne d’Ercole.

Credit: Cantina Ravazzi

Insomma, cari produttori di Vin Santo (e di tutti gli altri vini passiti) alzate la testa, guardate oltre la vostra comfort zone e seguite il consiglio di Verdone, quel “Famolo strano” che adesso sembra impossibile ma potrebbe essere veramente l’uovo di Colombo.