Luigi Moio e il suo Vigna Quintodecimo 2018


di Luciano Pignataro

Gli anniversari sono sempre un momento topico per i bilanci, soprattutto quando siamo in presenza di numeri tondi come il trentennale del Taurasi che coincide con il ventennale di Quintodecimo.
Siamo di fronte ad un vero e proprio gioiello vitivinicolo, con la cantina narrata millemila volte nei dettagli che ho visto nascere sia su carta, quando la disegnò un giovanissimo Luigi Moio in occasione della sua tesi di laurea, sia materialmente quando furono poste le prime pietre quando, assieme a mia moglie, visitai il sito durante una bellissima domenica pomeriggio di tanti anni fa.
Il bilancio di 30 anni è presto fatto, dopo Mastroberardino, intendo sia Antonio che Piero, Luigi Moio è il personaggio che più di tutti ha contribuito alla diffusione del Taurasi in Italia e nel Mondo.


Vigna Quintodecimo nasce proprio attorno alla cantina, è un cru a 450 metri di altezza. Questi i nudi dati tecnici spiegati da Luigi in persona:"il suolo è costituito da rocce argillose espandibili, molto ricche in calcare. la vigna, a 420 metri di altitudine con una pendenza del 25% ed esposizione nord/ovest, è coltivata a controspalliera con potatura a cordone speronato ed ha una densità di impianto di 5.000 ceppi per ettaro”.


Il tema è un altro: il Taurasi di Luigi è in perfetta controtendenza rispetto alla maggioranza delle etichette in circolazione, va in direzione della bevibilità, il tannino setoso e piacevole, lunghissimo al palato. Il suo Taurasi, e anche quello del 2008 di Antoine Gaita, mi hanno letteralmente illuminato da un lato perché sono sulla scia delle etichette di Madtroberardino che non ha mai ceduto alla moda della surmaturazione, della concentrazione e dell’uso smodato del legno.


No, il Vigna Quintodecimo ha come elemento centrale il frutto, il chicco dell’Aglianico, lavorato singolarmente con una pignoleria maniacale in cantina lungo la pista rossa distinta da quella dei bianchi anche sul piano visivo. Ecco, dunque, che Vigna Quintodecimo 2018 è sicuramente un vino che può vivere decine di anni ma che, al tempo stesso, è anche buono da bere subito grazie alla perfetta maturazione dei grappoli. La vera ossessione di Luigi che inizia il suo progetto di vino sempre dalla terra, non appartiene alla schiera degli enologi che correggono i danni fatti in campagna ma che li esaltano. Perfetta maturazione significa nè troppo e né poco, ma, appunto, perfetta. Come un uomo al massimo della sua espressione vitale, anche tenendo conto che ogni età ha il suo fascino. Così è anche per l’uva, dipende sempre cosa si vuole.


Lo scopo di Luigi Moio è stato quello di avere un Taurasi leggibile anche da chi beve Bordeaux, chiaro e cristallino nella sua pulizia, ampio nella sua profondità, lungo e in piena capacità evolutiva nel corso del tempo. Ricordo le stupide polemiche sollevate dai neopauperisti sul prezzo che non tenevano conto che era in realtà il prezzo di un Aoc di Borgogna che pagavano senza fiatare, meno di un Sassicaia che per quanto buonissimo, non ha la storia secolare del Taurasi ma solo un moderno ed efficace storytelling.

A tutto dire, il rapporto qualità prezzo è tutto a favore, ancora oggi, di chi compra e non di chi vende.

A me dispiace sempre aprirne una bottiglia perché sono un po’ tirchio su questo versante, penso sempre che si sia un momento migliore. Ma una comitiva di amici raccolta a Pasquetta a casa, una meravigliosa genovese napoletana (che non è pasta e cipolle), la competenza di chi poteva apprezzarla mi ha spinto allo stappo.
In questo trentennale mi auguro che il Taurasi sia la festa di tutti e questo calice fatto da un amico a cui mi lega un profondo sentimento di stima, non può che esserne l’augurio migliore.

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