Paternoster - Aglianico del Vulture DOC "Don Anselmo" 2005


di Luciano Pignataro

Ci sono vini che ti accompagnano gran parte della vita e il Don Anselmo di Paternoster è uno di questi. L’etichetta nasce nel 1985 per celebrare il fondatore della cantina creata nel 1925: un ventennio glorioso per il Vulture, che ancora non era stato travolto dalla fillossera a differenza di gran parte del territorio europeo. Barile, paesino di origine albanese, divenne un centro molto importante di produzione e commercio di vino. Anselmo Paternoster, reduce di guerra e cavaliere di Vittorio Veneto come tanti ragazzi meridionali nati negli ultimi anni dell’Ottocento, fu mandato a combattere in trincea ed è stato anche il primo ad imbottigliare e a creare un’etichetta commerciale.


L’idea di creare un vino per ricordarlo fu del figlio Giuseppe, primo enologo della Basilicata dopo aver studiato alla scuola di Conegliano. Bere questo vino dunque significa entrare in una storia generazionale, quella dei Paternoster, che ha fatto grande l’Aglianico del Vulture. L’azienda era inizialmente nel cuore di Barile prima di spostarsi appena fuori, all’uscita del raccordo Potenza-Melfi, ed è in questa sede che la visitai la prima volta nel 1993, accolto da Vito. Parliamo di un territorio straordinario, con un vulcano in forte attività sino a 140 mila anni fa, quando l’ultima eruzione fece addirittura collassare la montagna disegnando l’attuale profilo ben visibile dall’Alta Murgia.


Nel 2016 la proprietà è passata alla famiglia Tommasi, ma la continuità è assicurata da Fabio Mecca, quarta generazione Paternoster al lavoro con il vino. La 2005 è considerata un’annata particolarmente fortunata nel Vulture grazie a un andamento climatico sostanzialmente regolare, quasi un ritorno al passato dopo la torrida 2003 – il cui caldo è stato superato solo dall’estate appena trascorsa – e la 2004, eccessivamente fresca. La vendemmia delle uve usate per il Don Anselmo fu infatti completata nella prima settimana di novembre.


Ne abbiamo stappato una bottiglia due anni fa e ci siamo trovati a riprovarla, magnifica e perfetta, a berla di nuovo lo scorso settembre: si tratta di un’edizione speciale che celebra la nascita dell’etichetta. Ancora una volta il Don Anselmo dimostra di allungare il passo man mano che passano gli anni. Non è certo una novità per l’Aglianico, come ben sappiamo, ma aprire queste bottiglie con sicurezza regala sempre una grande soddisfazione. I sentori di frutta corredati da note fumé, spesso tipiche dei vini da suolo vulcanico, si fondono con quelle balsamiche del legno grande usato per l’affinamento. 


Il sorso è tonico, vivo, ancora fresco, lungo, avvolgente, con un finale netto e pulito. Un vino che andrebbe bevuto da solo per goderlo in pieno, capace di ricordare gli amici, il territorio, gli anni che sono passati e l’entusiasmo di un periodo che purtroppo non ha dato quei risultati che si potevano avere in un’area che considero ancora una delle più affascinanti del nostro Mezzogiorno.

Casa d'Ambra - Biancolella Ischia DOC "Tenuta Frassitelli" 2024


di Luciano Pignataro

Due anni sono il tempo di attesa giusto per bere questo storico bianco ischitano, uno dei primi cru della Campania, da uva biancolella. Adesso infatti ha finalmente raggiunto la giusta maturità. 


Agrumato e floreale al naso, sapido e fresco al palato, finale lungo. Perfetto sulla cucina di mare.

Mutiliana - Romagna Sangiovese Modigliana "I Ronchi Sparsi" 2023


di Luciano Pignataro

Puntata a Bologna, impossibile non passare Al Cambio per diversi motivi. Il primo è che sta in via Stalingrado, la città simbolo della disfatta nazista durante la seconda guerra mondiale. Secondo, perché in cucina c’è il giovane Matteo Poggi che, dopo qualche anno trascorso alla Francescana di Massimo Bottura, segue una linea di ricette tradizionali perfettamente e golosamente eseguite. Terzo, perché in sala c’è l’istrionico Piero Pompili, il re dei maître italiani 2.0. Quarto, perché (c’è bisogno di dirlo?) adoro come tutti la tradizione gastronomica grassa, allegra e sfacciata di questa città.


Ma cosa c’entra tutto questo con la mitica rubrica del giovedì? Perché voglio ribadire un consiglio da dare a tutti, esperti e non: la carta dei vini è il vero biglietto da visita di un locale, più dello stesso menu, perché illumina immediatamente la cultura del progetto e rivela se siamo di fronte a qualcuno che orecchia o che ha studiato. Qui l’IA non ti può aiutare, perché per avere i Ronchi Sparsi 2023 devi stare davvero dentro questi temi, non te li puoi inventare. Soprattutto perché è una chicca perfettamente inserita nella carta del locale, decisamente territoriale nell'impronta generale e coerente con il cibo servito.


Così, sulla lasagna sette strati celebrata dal New York Times come una delle dieci ricette italiane da non perdere, abbiamo scelto questo vino pensato da Giorgio Melandri, storico e apprezzato giornalista italiano di enogastronomia, realizzato dall’enologo Francesco Bordini per Mutiliana, il progetto enologico fondato a Modigliana dai due nel 2013 che punta a tutelare il patrimonio autoctono del territorio suddiviso nelle tre valli principali dell'Appennino tosco-romagnolo: Ibola, Tramazzo e Acerreta. In generale, il Sangiovese di questo progetto mi è sempre piaciuto perché si esprime in maniera leggibile, immediata, empatica, non richiede sforzi interpretativi ma solo propensione al godimento quando si sta a tavola.


Ronchi Sparsi, frutto maturo, fresco, assolutamente in forma con una chiusura lunga e appagante, tannini molto ben risolti, è un vino che nasce dalla volontà di recuperare le vigne danneggiate durante la terribile alluvione di tre anni fa. Il protocollo seguito parla di una fermentazione naturale senza lieviti aggiunti, una estrazione prolungata ma non eccessiva e un affinamento in vasche di cemento e poi in bottiglia. Last but not least, il prezzo più che accessibile: siamo sui 20 euro proposti nelle piattaforme, ma difficilmente supera i 23 euro.
Insomma, una bottiglia che si beve, perfettamente adeguata al menu che oltre la lasagna prevedeva il pollo arrosto, ma adatta a qualsiasi piatto, anche di pesce, perché alla fine è bere quello che ci piace su quello che ci piace. Infine l’adagio: quando c’è cultura autentica, non indotta dai social o dalla TV, la ristorazione non può mai andare in crisi.

Vinacria 2026: la Sicilia del vino incontra il mondo


La Sicilia non vuole più essere soltanto una destinazione da scoprire. Vuole essere un luogo da cui partire. È questa la visione con cui nasce la terza edizione di Vinacria Wine Fest, in programma il 15 e 16 novembre 2026 a Radicepura, Giarre.


Dopo le prime due edizioni a Siracusa, Vinacria cambia luogo, scala e prospettiva. Oltre 100 realtà tra produttori siciliani, italiani e internazionali si incontreranno in Sicilia, insieme a Champagne, Spirits e territori d’Oltremare, trasformando il festival in una piattaforma di confronto che parte dall’isola per aprirsi al mondo.

Non un semplice festival che ritorna, ma un progetto che prova a cambiare il modo in cui la Sicilia racconta il proprio vino.

«Per molto tempo abbiamo raccontato la Sicilia come un luogo da raggiungere. Con Vinacria vogliamo iniziare a raccontarla come un luogo da cui partire. Il mondo del vino oggi non ha più confini rigidi: ci sono nuove generazioni, nuovi linguaggi, nuovi territori e nuove comunità che si incontrano. Vogliamo portare tutto questo in Sicilia, senza perdere ciò che ci rende unici. Anzi, mettendo la nostra identità al centro del confronto»

— Giada Capriotti, ideatrice e anima di Vinacria Wine Fest.

Un'evoluzione continua: il concetto di "POP"

  • 2024: Oltre 60 cantine riunite a Siracusa per mettere in dialogo le diverse anime del vino siciliano.

  • 2025: Oltre 80 produttori e l’introduzione del concetto di POP (Popular, Accessibile, Inclusivo, Autentico).

  • 2026: La visione POP diventa direzione progettuale attiva a Radicepura.

Per Vinacria, l'approccio POP significa rendere il vino più vicino: un linguaggio capace di parlare anche a chi non conosce ancora questo mondo, senza rinunciare a qualità, autorevolezza e complessità. Il vino torna a essere cultura, curiosità, convivialità e relazione, integrandosi con gastronomia, turismo, sostenibilità e lifestyle.

La nuova location: Radicepura e la tutela del patrimonio viticolo

La scelta di Radicepura a Giarre rafforza la visione di un vino integrato in un ecosistema fatto di territorio, agricoltura e paesaggio.

Questa edizione vede un forte legame con la ricerca scientifica grazie al patrocinio del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A) dell’Università di Catania, in collaborazione con IRVO e Consorzio Etna DOC, per il recupero dei vitigni autoctoni etnei a rischio di erosione genetica (protagonisti di degustazioni dedicate da microvinificazioni in purezza).

“Il patrocinio del Di3A a VINACRIA 2026 riconosce il valore del festival per la crescita della vitivinicoltura siciliana ed etnea... Un’occasione per valorizzare la biodiversità etnea, rafforzare il dialogo con il mondo produttivo e favorire la crescita professionale delle nuove generazioni”

— Elisabetta Nicolosi, Presidente del Corso di Laurea in Viticoltura, Enologia ed Enomarketing del Di3A.

L'anteprima Stampa: 14 Novembre al Castello San Marco

Il percorso prenderà avvio il 14 novembre presso il Castello San Marco Charming Hotel & Spa (Calatabiano), dimora barocca del 1689 e Main Sponsor dell'iniziativa, che ospiterà l'anteprima stampa:

  • Hub culturale ed enologico: Nel palmento ottocentesco della tenuta si terrà la proiezione del docufilm Moto Perpetuo, dedicato a Marco De Bartoli, abbinato alla degustazione del Vecchio Samperi.

  • Cena esperienziale: Presso il ristorante Giardino di Pietra, firmata dallo chef Giuseppe Bonaccorso.

Il Programma e la Community

Il programma del 15 e 16 novembre prevede masterclass, degustazioni guidate e momenti dedicati a cultura, temi sociali, memoria e nuove generazioni della viticoltura. Vinacria si propone come piazza contemporanea per unire produttori, sommelier, ristoratori, buyer, distributori, giornalisti e wine lover.

«Vorremmo che chi arriva a Vinacria non venisse semplicemente a bere dei vini. Vorremmo che uscisse dalla Sicilia con una storia da raccontare. E per chi vive qui potesse, allo stesso tempo, scoprire il mondo senza dover andare altrove. Questa per noi è l'idea di festival: creare connessioni che continuino anche quando le due giornate sono finite»

— Giada Capriotti

Partner dell'evento

  • Main Partner: Merola Mondo Alberghiero

  • Main Sponsor Anteprima: Castello San Marco Charming Hotel & Spa

  • Partner & Collaboratori: Beviamoci Sud Roma, Paestum Wine Fest, Champagne Chez Moi, Guida Sparkle di Cucina & Vini, Consorzio Etna DOC, Surgiva, Di3A Università di Catania, FDS Property Italia, OTE Energia Rinnovabile, MVM Energia.

INFORMAZIONI UTILI

  • Evento: VINACRIA WINE FEST (3ª Edizione)

  • Date: 15–16 novembre 2026 (Anteprima Stampa: 14 novembre)

  • Luogo: Radicepura – Giarre (CT)

  • Programma completo: vinacriawinefest.it/programma-2026/

MenoDodiciIGP: Bruno Verdi - Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC "Possessione di Vergombera" 2025


di Carlo Macchi

Il nome, Possessione di Vergombera, ha un qualcosa di inquietante ma come metti il bicchiere sotto il naso ti tranquillizzi subito: frutta matura a più non posso e una fine sensazione pepata. In bocca poi la croatina fa sentire i suoi tannini vivaci che vengono ammorbiditi dal classico residuo zuccherino e si uniscono alla vivacità della struttura frizzante del vino per dare soddisfazione al palato. 


Siamo di fronte a una Bonarda 100% croatina che Paolo Verdi, figlio del fondatore, produce nella sua cantina che, guarda caso, è in Via Vergombera a Canneto Pavese. Siamo in Oltrepò e questa Bonarda Frizzante 2025 è uno dei “classici più classici” di questa terra che oggi invece punta molto soprattutto sul Pinot Nero ma che ha nella croatina e nella Bonarda Frizzante un vitigno e un vino imprescindibili per conoscerla.

InvecchiatIGP: Fattoria dei Barbi - Brunello di Montalcino 2002


di Carlo Macchi

Tempo fa ricevetti da Stefano Cinelli Colombini questa bottiglia di Brunello di Montalcino. Guardai l’annata e decisi subito di lasciarla da parte, perché la 2002 è stata forse, anche se da qualche anno ne vediamo di tutti i colori, la peggiore vendemmia di questo millennio. Nel 2002 è piovuto tanto e ha fatto freddo ma quando riesci a portare comunque qualcosa di buono in cantina il sangiovese ti ricompensa.


Il colore è un rubino con belle tonalità granate ma già al naso si capisce che 24 anni e una vendemmia difficilissima sono solo un ricordo coperto da sentori di tabacco, cuoio, note di sottobosco e addirittura ricordi di frutta rossa matura. 


In bocca siamo di fronte a un vino che difficilmente potrà nascere in questi anni caldi e difficili: tannini fini e vivi, pienezza gustativa ma anche e soprattutto eleganza e una lieve freschezza che rende il tutto piacevole e quasi incredibile.

Perelli - Chianti Superiore DOCG Riserva "Maestà" 2023


di Carlo Macchi

Siamo nell’aretino e i Perelli sono piccolissimi produttori. Questo Chianti Superiore Riserva, 100% sangiovese, mostra rispetto per una vendemmia complessa con un corpo non esplosivo ma equilibrato, tannini vividi ma eleganti e buona freschezza. 


Una bella scoperta per chi ama le varie voci del sangiovese.

La teoria dei due imbuti: perché il racconto del vino sta fallendo


di Carlo Macchi

Non so come iniziare questo sfogo anche perché il tema è quasi indefinibile o forse è talmente ben definito che ormai è una specie di monolite su cui andiamo ogni giorno a sbattere. Ha cominciato a girarmi in testa passeggiando per le vigne di Greve con Alessandro Masnaghetti e ingurgitando una serie di dati geologici come solo lui sa esporre, poi ha continuato a formarsi leggendo Verticale e le sue attentissime analisi di vini spesso sconosciuti ai più, per poi formarsi definitivamente davanti agli scritti di Paolo De Cristofaro e degli altri bravissimi colleghi che provano a far capire il mondo del vino non fermandosi solo alla visita in azienda dove si elogiano indiscriminatamente le scale di casa, la cantina, la famiglia fino agli avi che hanno combattuto le Guerre d’Indipendenza e naturalmente i vini.



Alla fine mi sono fatto un’idea che può essere rappresentata da due imbuti: come vedete uno è rovesciato e provo a spiegarvi il perché.


A noi giornalisti del vino ormai ci dicono ad ogni pie’ sospinto che abbiamo un difetto (uno solo?...): usiamo troppi termini tecnici per non dire astrusi, che hanno come risultato quello di allontanare le persone, in particolare i giovani, dal vino. In altre parole, la gran massa di termini, di informazioni, di ragionamenti che cercano di far capire i molti perché di un vino, di un territorio, di una storia anche sociale, entrano dalla parte larga dell’imbuto ma subito dopo si ritrovano schiacciate nella parte stretta, quella dalla parte dei consumatori e della loro relativa voglia di ricevere quelle informazioni ormai “compresse” e per molti inutili. Insomma, il nostro modo di fare giornalismo non riesce a passare oltre quella strettoia e così non solo serve a poco ma, dicono, è pure controproducente.


Al contrario, se giriamo l’imbuto dalla parte stretta troviamo i comunicatori moderni, quelli che con una foto, tre parole in croce, un sorriso e magari un paio di tette ben posizionate fanno passare poche informazioni, ma queste riescono ad allargarsi ed arrivare a molte più persone posizionate nella parte larga dell’imbuto. Quindi poche informazioni, speriamo chiare e veritiere, sono meglio di tante, anche vere ma figlie di una conoscenza oggi fuori moda e magari pure noiosa e verbosa.


Cosa possiamo fare noi che continuiamo a vedere un bicchiere di vino come un insieme di storia e di storie, di tecnica, di scelte umane, di commerci, di vita vissuta, di azioni e reazioni e chi più ne ha più ne metta? Possiamo certo cambiare e semplificare il nostro linguaggio, oppure possiamo addirittura tacere e lasciare il campo. 


La domanda che mi faccio però è se veramente le colpe sono tutte nostre o è in atto da tempo un mutamento sociale e storico, magari (speriamo) ciclico come l’andamento delle crisi industriali e economiche, che passa direttamente sopra alle nostre parole e colpisce la società in cui viviamo. Nei giorni scorsi un giovane enologo mi ha confidato di aver chiesto all’intelligenza artificiale di confrontare, in un periodo di tempo abbastanza lungo, diciamo dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, l’allontanamento dalla fede cristiana e la diminuzione del consumo di vino in Europa: la risposta ha portato allo stesso identico dato che è un -67%, che vi riporto così come mi è stato detto senza, naturalmente, avallarlo ma solo per fare un esempio di quali macrofenomeni possano portare a microfenomeni come la diminuzione del consumo di vino. Quindi da una parte noi giornalisti del vino siamo talmente piccoli di fronte ai problemi della società odierna che quello che facciamo e scriviamo probabilmente incide quanto un moscerino nell’indicare la strada a un elefante. Dall’altra però se tanti moscerini si uniscono l’elefante può scegliere la strada dove ce ne sono meno che gli ronzano nelle orecchie.


Eccomi al dunque: anche se ormai siamo mosche bianche o moscerini neri, abdicare e lasciare il nostro posto servirebbe solo a rendere la conoscenza del mondo del vino più superficiale, meno sentita come importante e se le cose non sono importanti avranno sempre meno motivo di esistere. Da anni sto pensando di scrivere un libro che è impossibile scrivere, cioè la storia del mondo occidentale senza il vino. Come sarebbe stata la nostra storia se l’uomo non avesse trovato e avuto fin dai primordi il vino accanto a sé? Le nostre sorti sarebbero state migliori o peggiori? Sicuramente sarebbero state diverse e credo pure peggiori, ma sono di parte. Il problema non è sul “migliore o peggiore” ma sul fatto che, volenti o nolenti il vino è sempre stato con l’uomo, ne è stato quasi l’ombra, lo ha accompagnato ovunque, in ogni momento storico e sociale e il riuscire a far filtrare, far capire questa “unione millenaria” non può non spingere a trattare una bottiglia di vino con un numero di parole adeguate al ruolo che lei e i miliardi di suoi antenati hanno avuto.
Poi possiamo e dobbiamo usare parole più semplici ma non più semplicistiche e alla fine, se il nostro imbuto le restringerà e rischierà di non farle arrivare a destinazione… almeno ci abbiamo provato.

MenoDodicIGP: Tenuta Cocci Grifoni - Falerio Pecorino "Le Rondini" 2025


di Roberto Giuliani

Da 93 anni sulla breccia, la Tenuta Cocci Grifoni può essere definita una delle cantine d’avanguardia per quanto riguarda la sostenibilità: tutta la produzione è bio e vegan, l’azienda è certificata Equalitas (che rientra in un più ampio progetto che internamente ha il nome di “vandalismo etico”, ovvero fare vino secondo i principi dell’agricoltura onesta), il packaging prevede vetri leggeri e carta certificata FSC, il bilancio di sostenibilità si può richiedere direttamente sul sito aziendale.


Il Pecorino Le Rondini 2025, bevuto ieri al Bistrot Soratte di Sant’Oreste (RI), gode di un piccolo contributo del 15% di trebbiano e mostra una gamma di profumi piacevoli di pera abate, pompelmo, fiori di ginestra ed erbe aromatiche. Bocca fresca, asciutta, sapida, perfetto abbinato a una pizza ai fiori di zucca, alici e stracciatella.

Prezzo medio sul web 10,50 euro

InvecchiatIGP: La Bellanotte - Venezia Giulia Pinot Grigio Ramato "Contelucio" 2015


di Roberto Giuliani

Ditemi quello che volete, sarà pure merito della magnum che consente un invecchiamento più lento, sarà perché il 50% della massa sosta in barrique di secondo e terzo passaggio, ma un rosato di 11 anni che ha ancora grinta, freschezza e un colore tutt’altro che smorto, merita di essere raccontato.
Parliamo de La Bellanotte, azienda di Farra d’Isonzo che il mitico Paolo Benassi conduce e promuove da decenni senza mai perdere entusiasmo. E ha ragione, difficile, almeno in Italia, trovare un pinot grigio rosato di siffatta classe e tenuta.


La cosa che più mi stupisce del Contelucio è come abbia mantenuto lo stesso carattere pur nella sua inevitabile evoluzione, ora la 2015 mostra un colore ancora ramato vivace con un leggero abbraccio verso l’ambrato; il bouquet è intenso e articolato, di frutta esotica matura, arancia candita, ananas disidratato, pompelmo rosa glassato, melata, miele di zagara e tanta altra bontà (spettacolare come si apre e acquista complessità e vitalità con il passare dei minuti).


Ma è al palato che mi lascia senza parole, ancora vivissimo, fresco, godurioso, la parte evoluta e terziaria si fonde magnificamente con quella più viva e trasuda bellezza, un sorso tira l’altro, è davvero pericoloso, soprattutto perché puoi berlo da solo… ed è una magnum! Quando mi capita un vino così non posso fare a meno di farlo assaggiare anche a mia moglie Laura che, dopo averlo sapientemente annusato e sorseggiato mi ha guardato e ha detto senza esitazione: “ma che buono!!”. Se non vi fidate di me, con lei potete stare davvero tranquilli.

Marco Capra - Nebbiolo d’Alba Testanvisca 2022


di Roberto Giuliani

“Testa calda”, “peperino”, questo è l’appellativo che Marco ha dato a suo figlio nel 2012. 


Questo Nebbiolo è perfetto per i suoi 10 anni (avrà mantenuto la testa calda?): fresco e pimpante, fruttatissimo e floreale; il sorso mette allegria, il tannino punzecchia un attimo e poi si gode all’infinito.

La riscossa del Valpolicella Superiore: la scommessa in quota de Le Guaite di Noemi


di Roberto Giuliani

Ho conosciuto Noemi nel maggio scorso, in occasione dell’evento “Nero su Bianco”, organizzato da un drappello di 12 vignaioli della Valle di Mezzane, territorio a est di Verona dove si produce Valpolicella e Soave. Fu un’esperienza molto interessante durante la quale ho avuto modo di assaggiare i vini proposti dalle 12 aziende, in un’atmosfera cordiale dove è emersa chiara la volontà di tutti di rimettere al centro il Valpolicella Superiore, dopo che questo era stato adombrato per molto tempo dal successo dell’Amarone.


L’azienda Le Guaite, il cui nome significa “luogo di osservazione” o “posto di guardia”, viene fondata nel 2002 da Giulietta Dal Bosco, ma le origini risalgono agli anni ’60, quando Carlo Pizzighella e Lina Urbani decidono di acquistare i terreni dove avevano lavorato per anni come mezzadri, poco meno di 4 ettari di un’azienda agricola che non faceva vino ma coltivava piante da frutta: olive, ciliegie, albicocche e uva. Successivamente il figlio Stefano, insieme alle sue sorelle prende sempre più confidenza con il lavoro della terra e la produzione. Per un certo periodo Stefano fa esperienza in altre aziende, ma poi decide di tornare nella sua terra e riprendere le redini di ciò che aveva lasciato diventandone proprietario, nel 1984.


Acquista campi in disuso o mai considerati per la coltivazione di uva e olive e così espande la sua azienda. Nel gennaio del 1990 arrivano le prime novità, Stefano e Giulietta acquistano una proprietà sul monte chiamata Le Guaite e iniziano i lavori per realizzare un vigneto destinato alla produzione dei loro futuri vini, Valpolicella, Amarone e Recioto. Sette anni dopo Stefano acquista un piccolo frantoio per dedicarsi anche alla produzione di olio. Tra il 1999 e il 2001 iniziano le prime prove per la realizzazione del Valpolicella. Arriviamo al 2002, quando nasce Le Guaite, che coincide con la prima annata messa in commercio delle tre tipologie di vino prodotte.


Nel 2006 nasce il Valpolicella Ripasso e il “Solitario” (amandorlato), nel 2008 è la volta del “Thano” IGT rosso veronese, ottenuto da corvina, corvinone e rondinella; nel 2013 incrementa la gamma il “Tisbe”, cabernet sauvignon in purezza che subisce un appassimento nello stile tipico della Valpolicella. Nel 2015 Noemi, figlia di Stefano e Giulietta, dopo avere seguito i genitori per anni sia in vigna che in cantina, passa a condurre l’azienda, che diventa “Le Guaite di Noemi”, il cui nome deriva dall’etichetta che i genitori le avevano dedicato.


Ed eccoci, quindi, al vino che rappresenta la filosofia di Noemi, un Valpolicella Superiore ottenuto da corvina 35%, rondinella 20%, corvinone 35% e altre uve10%, che subisce (sic!) un breve appassimento delle uve. C’è da dire che le vigne si trovano a quasi 500 metri di altitudine, una quota che garantisce ancora una buona escursione termica tra giorno e notte. Siamo su terreni di matrice calcarea e basaltica ma dalle tonalità rosate per la buona presenza di ferro. Le uve, dopo la raccolta, vengono lasciate ad appassire per un mese in fruttaio, subiscono una macerazione a freddo e la fermentazione si svolge con lieviti selezionati a temperatura controllata; la maturazione avviene in barrique di secondo passaggio e dura tra i 36 e i 48 mesi, cui seguono almeno altri tre anni in bottiglia.


Colore rubino con riflessi granata, i profumi puntano fortemente sul frutto maturo, ciliegia, mora, prugna, ribes nero, marasca, ma anche viole macerate, cannella, timo, chiodo di garofano, L’assaggio mette in evidenza gli effetti dell’appassimento ma senza appesantire il sorso grazie ad una freschezza piena, si sente che è un vino “adulto”, ovvero che ha subito un processo evolutivo accurato che lo ha portato a raggiungere un ottimo equilibrio in ogni sua parte. Una visione del Valpolicella Superiore che vuole valorizzare la tipologia rendendola in un certo senso l’alternativa all’Amarone, più bevibile, meno alcolico (14,5%), dal prezzo ancora accessibile (33 euro in cantina).

MenoDodicIGP: Feudo Croce - Chardonnay Puglia IGP 2025


L’avventura salentina della famiglia Tinazzi nasce nei primi anni Duemila, quando Gian Andrea intuisce la profonda vocazione viticola del territorio e dà vita a Feudo Croce, a Carosino, nel cuore della Puglia più vera. In questo territorio, dove il Primitivo domina incontrastato, l’azienda produce anche uno Chardonnay che si smarca con classe da alcuni cliché legati ai bianchi pugliesi: niente sbavature di legno, burro o vaniglia, ma solo tanta piacevolezza. 


L’acciaio ne preserva la fragranza, regalando al naso profumi di agrumi e fiori gialli. In bocca il sorso è snello, dissetante e chiama subito il riassaggio. Un’interpretazione moderna e accessibile che incarna alla perfezione lo spirito della nostra rubrica.

Costo medio sul web circa 9 euro

InvecchiatIGP: I Custodi delle Vigne dell’Etna – Ante 2013


Sull’Etna la viticoltura ha un rapporto particolare con il tempo. Lo si capisce guardando le vigne, i vecchi alberelli, i muretti in pietra lavica e, soprattutto, il lavoro necessario per mantenerli in vita. È dalla volontà di preservare questo patrimonio che nasce il progetto de I Custodi delle Vigne dell’Etna, realtà che ha scelto di recuperare vecchie vigne e pratiche agricole tradizionali in un territorio dove l’abbandono ha rischiato di cancellare una parte importante della storia viticola della Muntagna.


L’idea prende forma nel 2007, quando Mario Paoluzi comincia ad acquistare le prime parcelle sull’Etna, tra cui quelle di Contrada Moganazzi, precedentemente appartenute a Mick Hucknall, il cantante dei Simply Red che con il progetto Il Cantante aveva contribuito a riportare l’attenzione internazionale sulla viticoltura etnea. È attraverso Hucknall che Paoluzi entra in contatto con Salvo Foti, un incontro destinato a segnare profondamente il percorso dell’azienda. Da quel momento prende forma una scelta precisa: recuperare il patrimonio viticolo etneo senza adattarlo a modelli estranei al territorio, affidandosi anche alla tradizione dei Vigneri e alla conoscenza dell’alberello etneo.


Oggi le vigne dell’azienda si distribuiscono in diverse contrade, per circa 12 ettari complessivi. A Moganazzi, dove si trovano piante ormai mature, sono stati persino eliminati alcuni impianti più giovani per ripristinare il tradizionale sistema a quinconce, legato alla coltivazione ad alberello. A Taverna, intorno ai 750 metri di altitudine, il vigneto guarda verso lo Ionio. A Feudo di Mezzo, invece, si trovano alcune delle testimonianze più preziose di questa viticoltura: viti prefillossera a piede franco, alcune con oltre due secoli di età, protette dai caratteristici muretti e dalle strutture in pietra lavica.


È in questo contesto che si inserisce Ante, Carricante in purezza che ho avuto modo di degustare qualche mese fa durante una verticale organizzata a Contrade dell’Etna 2026. Era un vino che avevo già nel radar, ma metterlo davanti a quattro annate diverse ha cambiato la prospettiva. Il tempo, in questo caso, diventa una chiave di lettura. La 2013 è stata la sorpresa della degustazione. Un’annata difficile, fredda e molto piovosa, arrivata oggi a una fase evolutiva tutt’altro che scontata. Il colore conserva luminosità; al naso il vino si apre lentamente, lasciando emergere note salmastre e agrumate, insieme a una componente minerale e a sfumature evolutive che non ne compromettono affatto la vitalità. Anzi.


In bocca è ancora sorprendentemente teso. Dopo un ingresso più morbido, il sorso prende velocità e si fa nervoso, verticale, quasi tagliente. La freschezza tiene tutto in equilibrio e la chiusura, asciutta e salina, rimane a lungo. È proprio qui che la 2013 racconta qualcosa di interessante sul Carricante e, più in generale, sulla capacità dei vini etnei di attraversare il tempo. L’evoluzione non ha cancellato l’identità del vino, l’ha spostata: meno immediatezza aromatica, più profondità, con quella componente salina e minerale che prende progressivamente il sopravvento.
Non è una bottiglia che impressiona per ricchezza o potenza. La sua forza sta nell’energia, nella precisione e nella capacità di mantenersi viva a distanza di anni. Ed è forse questa la lettura più interessante del lavoro de I Custodi: recuperare una vigna, conservarne la memoria e poi avere la pazienza di aspettare. Perché sull’Etna il tempo non è soltanto quello che passa tra una vendemmia e l’altra. È anche quello che permette a una vecchia bottiglia di tornare a parlare.

Az. Agr. Falisca – Toscana IGT Trebbiano 2024


Il Via della Luna 2024 della famiglia Pizzolato, prodotto a Certaldo, stravolge l'idea del trebbiano toscano neutro e banale. 


Profuma di tè, frutta secca, erbe ed echi fumé. In bocca h un'impronta decisamente sapida, dritta e vibrante. Un vino che non urla, sta lì in silenzio... finché all'improvviso non ti rendi conto di essere già al terzo calice.

Bordeaux, sull’orlo dell’abisso?


Bordeaux sta vivendo una trasformazione che pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Non soltanto per la crisi economica, ma perché a essere messo in discussione è un modello vitivinicolo costruito in secoli di storia, capace di diventare uno dei marchi più potenti del vino mondiale. Il dato più doloroso non è però una quotazione che scende o una campagna en primeur che va male: nel 2025 tre viticoltori bordolesi, Christophe Blanc, Jonathan Mayer e Guillaume Petregne, si sono tolti la vita, in un contesto di forte difficoltà per una parte della viticoltura della Gironda. Non è corretto trasformare queste tragedie in una statistica né stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto con la crisi economica. Ma sarebbe altrettanto difficile ignorare il contesto nel quale sono avvenute: aziende indebitate, difficoltà di vendita, patrimoni familiari che rischiano di dissolversi e, soprattutto, vigne da eliminare. 


La risposta istituzionale a tutto questo è stata anche una delle più radicali possibili: ridurre il parco vitato. Dal 2023, in Gironda, circa 30.000 ettari saranno stati estirpati entro la conclusione dei programmi in corso, dei quali 20.109 con il sostegno dello Stato e del CIVB. Il piano nazionale di arrachage varato nel 2026 ha inoltre raccolto richieste per altri 7.825 ettari nel dipartimento. Le elaborazioni di Gavin Quinney fotografano nel frattempo una perdita di circa 20.000 ettari di vigneto bordolese già sradicati o abbandonati negli ultimi tre anni, pari a circa il 20% della superficie. Numeri diversi perché misurano momenti e perimetri differenti, ma che raccontano tutti la stessa cosa: Bordeaux sta riducendo drasticamente la propria superficie vitata. Per chi guarda i bilanci può essere una misura di riequilibrio necessaria, perché l'offerta è diventata superiore alla domanda. Per chi vive sulla terra, però, la prospettiva è molto diversa. Sacrificare una vigna significa togliere dal terreno qualcosa che spesso è stato piantato dal padre o dal nonno. Significa interrompere una continuità. In molti casi significa anche ammettere che quella terra, coltivata per generazioni, non riesce più a garantire un reddito sufficiente. E il paradosso è che Bordeaux sta riducendo il proprio vigneto proprio mentre anche la produzione è crollata. 


La vendemmia 2025 ha prodotto circa 290,6 milioni di litri, il livello più basso dal 1991, con una resa media di appena 33,6 ettolitri per ettaro. La media produttiva del quinquennio 2021-2025 è stata del 25% inferiore a quella del decennio 2011-2020 e del 38% rispetto alla media 2001-2010. Non è soltanto il mercato, quindi. È anche il clima. Piogge, peronospora, siccità, caldo estremo e maturazioni sempre più difficili stanno modificando le condizioni nelle quali Bordeaux ha costruito la propria fortuna. E il 2026 non sembra voler concedere una vera tregua. La Francia è stimata a 33,9 milioni di ettolitri, uno dei raccolti più bassi degli ultimi trent'anni, dopo un'estate segnata da siccità e ondate di calore. Bordeaux dovrebbe recuperare circa il 10% rispetto al disastroso 2025, arrivando a 3,52 milioni di ettolitri, ma restando comunque l'11% sotto la media 2021-2025.


Il problema, però, non è più soltanto produrre. È vendere
. Ed è qui che la storia diventa più complicata. Per anni Bordeaux ha prodotto per un mondo che sembrava voler comprare sempre di più. La Cina era diventata uno dei grandi motori della domanda internazionale. Il vino rosso rappresentava il cuore dell'offerta. Le grandi annate alimentavano il sistema en primeur. I prezzi crescevano e il prestigio sembrava trasformarsi quasi naturalmente in valore economico. Poi il mondo è cambiato. Il consumo di vino si è ridotto, le nuove generazioni hanno sviluppato abitudini diverse, il rosso ha perso terreno rispetto a bianchi e bollicine e la Cina non è più il motore di crescita che Bordeaux aveva imparato a considerare. I consumatori, poi, sono diventati più prudenti e, soprattutto, hanno iniziato a chiedere una cosa molto semplice: perché dovrei pagare così tanto per questa bottiglia? È una domanda che mette in discussione un intero sistema, quello dell'en primeur, ovvero la vendita anticipata del vino ancora in affinamento, prima dell'imbottigliamento.


La campagna del millesimo 2024 ha mostrato tutte le fragilità di questo modello: prezzi ridotti, domanda debole, négociants poco disponibili ad assumersi altro stock e una quantità di vino già presente sul mercato che rende sempre più difficile giustificare certe quotazioni. La campagna En Primeur del millesimo 2025 ha beneficiato di un'annata considerata di grande potenziale, ma il risultato commerciale è rimasto molto selettivo. Le vendite sono cresciute leggermente rispetto alla debole campagna del 2024, senza però riportare il sistema ai livelli di qualche anno fa. Anche il mercato secondario racconta questo cambiamento: Bordeaux resta la regione dominante per valore, ma il suo peso è molto più basso rispetto agli anni d'oro e solo nel 2026 sono comparsi segnali di una possibile stabilizzazione dopo tre anni consecutivi di contrazione.


La questione, quindi, non è soltanto rilanciare un mercato in difficoltà, ma capire se il modello che ha reso grande Bordeaux sia ancora quello giusto per il vino di domani. E qui arriviamo al punto più delicato: Bordeaux, a mio parere, non deve necessariamente diventare un'altra regione. Deve capire quale Bordeaux vuole essere. Servono vini più leggibili, una politica dei prezzi più realistica, maggiore capacità di raccontare territori e persone e, soprattutto, la disponibilità ad accettare che il prestigio di un nome non basta più. Forse Bordeaux dovrà produrre più bianchi. Forse dovrà valorizzare maggiormente stili più freschi e meno concentrati. Forse dovrà riscoprire una parte della propria storia dimenticata, quando il vino bordolese non coincideva necessariamente con la potenza, l'alcol e la concentrazione.


Bordeaux sta quindi morendo? No, non credo. Ma sta pagando il prezzo della propria grandezza. Ha ancora terroir straordinari, competenze, una rete commerciale unica e un patrimonio di reputazione che nessuna crisi può cancellare in pochi anni. Ma il prestigio, da solo, non basta più. Il mondo del vino è cambiato e Bordeaux dovrà cambiare con lui. Per tornare a vivere dovrà forse fare una cosa che sembrava impossibile: ricominciare.

L’11 ottobre torna Tra Vino e Tramonti: 42 produttori del Lazio incontrano una selezione di vignaioli francesi tra Borgogna, Loira e Roussillon


Il Lazio del vino si mette in dialogo con la Francia. Domenica 11 ottobre 2026, dalle 12 fino al tramonto, torna a Palazzo Tronconi, ad Arce, la quarta edizione di Tra Vino e Tramonti, la manifestazione dedicata al vino artigianale e ai suoi protagonisti. Al centro dell’evento restano i 42 produttori del Lazio, espressione di territori, vitigni e sensibilità differenti, ma accomunati da una filosofia produttiva orientata al rispetto della terra e alla minima interferenza in cantina: agricoltura naturale, biologica o biodinamica, fermentazioni spontanee con lieviti indigeni e un impiego fortemente ridotto, quando non completamente escluso, di pesticidi e altri prodotti di sintesi.


La grande novità dell’edizione 2026 è l’apertura, per la prima volta, a una selezione di vignaioli francesi, provenienti da Borgogna, Valle della Loira e Roussillon.

L’obiettivo non è spostare il centro della manifestazione, che resta saldamente legato al vino del Lazio, ma creare un confronto con territori vitivinicoli già fortemente riconosciuti a livello internazionale. Un dialogo pensato per valorizzare il percorso che il Lazio sta compiendo, mettendone in evidenza identità, qualità e capacità di confrontarsi con realtà affermate senza perdere la propria specificità.

Dodici realtà francesi tra Borgogna, Loira e Roussillon

Saranno presenti personalmente ad Arce Bruno Duchêne e Alice e Olivier De Moor, distribuiti in Italia da Triple A Velier, e Manuel di Vecchi Staraz, distribuito da Merlini Distribuzione. Accanto a loro, il percorso di degustazione internazionale incluso nel biglietto comprenderà i vini di altre importanti realtà francesi, presentate anche attraverso il lavoro dei distributori italiani coinvolti, tra cui Gaja Distribuzione e Les Caves de Pyrene.

I produttori internazionali presenti nel progetto 2026:

- Nicholas Joly
- Bruno Duchêne
- Alice e Olivier De Moor
- Pattes Loup – Thomas Pico
- Olga Raffault
- Thibaud Boudignon
- Taupenot-Merme
- Domaine de la Cadette
- Domaine Derain
- Matassa
- Vinyer de la Ruca

Un itinerario che attraversa territori come Chablis, Vézelay, Côte de Nuits, Côte de Beaune, Chinon, Savennières e Banyuls-sur-Mer, portando ad Arce interpretazioni e sensibilità diverse della viticoltura francese.

Il Lazio resta protagonista

Tra Vino e Tramonti nasce per raccontare il Lazio attraverso chi il vino lo produce. La quarta edizione riunisce 42 realtà vitivinicole regionali, offrendo al pubblico la possibilità di degustare i vini direttamente insieme ai vignaioli e di conoscere territori, vitigni e approcci produttivi differenti.

L’apertura internazionale vuole quindi rappresentare un ulteriore passo nel percorso della manifestazione: non una competizione tra territori, ma un’occasione di confronto e scambio culturale tra produttori che lavorano in contesti diversi, accomunati da una forte relazione con la terra e con il proprio mestiere.

Vino, arte e musica fino al tramonto

La giornata si svilupperà tra degustazioni e performance artistiche e musicali, pensate come parte integrante dell’esperienza e diffuse negli spazi della manifestazione.

Tra gli artisti presenti:

- Rocco Lancia, pittore
- Veronica Fucci, soprano
- Sara Hoen, pittrice
- Ilona Dell’Olio, pittrice e performer
- Juri Corti, pittore
- Giuseppe Verri, scultore

Arte, musica e vino accompagneranno il pubblico durante tutta la giornata, senza sottrarre centralità ai vignaioli e ai banchi di degustazione.

La proposta gastronomica

Anche l’offerta gastronomica sarà parte del racconto della giornata. A Trapizzino, consolidato ambasciatore della tradizione culinaria romana e laziale, sarà affidata una parte centrale della proposta food, affiancata dalla cucina dell’Osteria di Palazzo Tronconi. A completare il percorso, una selezione di crudi e ostriche proposta da Triodinamico, in collaborazione con Corrado Tenace di Oyster Oasis.

Un progetto in crescita

Tra Vino e Tramonti arriva alla quarta edizione dopo un percorso di crescita costante. La precedente edizione ha riunito 34 produttori, registrando oltre 700 presenze e circa 400 bottiglie condivise nel corso della giornata. Nel 2026 il progetto amplia ulteriormente il numero dei vignaioli coinvolti e, per la prima volta, apre il proprio racconto oltre i confini italiani, mantenendo però il Lazio come punto di partenza e centro della manifestazione.

I 42 produttori del Lazio

- Vitivinicola Cioffi
- Il Vinco
- La Torretta
- Cardea
- Colle Formica
- La Visciola
- Damiano Ciolli
- Simone Sandei
- DS Bio
- Simone Pulcini
- Carlo Noro
- Riccardi Reale
- Fra i Monti
- Il Vecchio Poggio
- Il Sambuco
- Palazzo Tronconi
- Nicoletta Loreti
- Abbia Nova
- Marciano
- Andrea Occhipinti
- I Chicchi
- Rinelli Vigneti
- Marco Falcone
- Farina
- Emiliano Fini
- Liane
- Terracanta
- Mattei Wines
- Maria Ernesta Berucci
- Il Carretto
- Migrante
- Le Cerquette
- Marco Tumei
- Cantine Ferracci
- Podere Puelle
- Sete
- Podere Orto
- Aurete
- Giacobbe
- Icaro
- La Femminella
- Donna Vittori

La quarta edizione è supportata da:

Acqua Maniva
Refrigerio

Informazioni

Tra Vino e Tramonti 2026 – IV edizione

Domenica 11 ottobre 2026
Palazzo Tronconi, Arce (FR)
Dalle ore 12:00 al tramonto


Ingresso:

45 euro con prevendita online

50 euro direttamente all’ingresso il giorno dell’evento (fino a esaurimento dei biglietti)

Biglietti:

I biglietti sono disponibili online su Palazzo Tronconi

Organizzazione a cura di:

Palazzo Tronconi e Trapizzino

MenoDodicIGP: Fattoria dei Barbi - Igt Toscana Rosso "Brusco dei Barbi" 2024


di Lorenzo Colombo

Concepito da Giovanni Colombini, nonno di Stefano Cinelli Colombini, nel lontano 1969 voleva essere allora, e lo è ancor’oggi, un vino da potersi bere giovane, però con anche una certa capacità d’invecchiare. Prodotto con Sangiovese più una piccola percentuale di altri vitigni a bacca rossa provenienti da un vigneto posto a 400 metri d’altitudine su suolo argilloso-galestroso, vinificazione ed affinamento avvengono in vasche d’acciaio.


Si presenta con un color tra il rubino ed il granato. Intenso al naso con le note tipiche del vitigno, frutta rossa che ricorda la ciliegia selvatica con accenni di noci fresche. Fresco ed asciutto al palato, con bella trama tannica che nuovamente ci ricorda le noci, vi ritroviamo un bel frutto, buona la sua persistenza con chiusura piacevolmente amaricante.

Nello shop aziendale il suo costo è di 8 euro mentre on-line si trova attorno ai 9 euro

InvecchiatIGP: Nino Negri - Valtellina Superiore Vigneto Fracia 2006


di Lorenzo Colombo

La Vigna Fracia è di proprietà della Nino Negri dall'anno della sua fondazione, ovvero dal 1897. Si tratta di un vigneto di 10 ettari d'estensione, sette dei quali appartengono alla Nino Negri. Situato a un'altitudine compresa tra i 380 e i 500 metri s.l.m. su suolo scistoso e facilmente sfaldabile, composto principalmente da sabbia, ghiaia e limo, è disposto su ripidi (la pendenza arriva al 65%) ma ampi terrazzi sostenuti da muretti a secco. La loro ampiezza ha dato la possibilità di reimpiantare il vigneto dal tradizionale metodo a ritocchino, tipico della Valtellina, al più facilmente gestibile e parzialmente meccanizzabile giropoggio (da Est ad Ovest), con potatura a Guyot, aumentando così anche la densità di ceppi per ettaro. Nonostante si trovi in una zona relativamente più fresca rispetto ad altre, la vegetazione spontanea è quella tipica della valle, ovvero vi si trovano piante da clima mediterraneo.


Questo microclima più freddo fa sì che il ciclo vegetativo del Nebbiolo sia più lungo, conferendo al vino particolari sentori floreali e d'erbe aromatiche in gioventù, che si evolvono durante la vita del vino, il quale gode inoltre di una particolare longevità.


Nel corso degli anni l'etichetta è cambiata ed ora riporta la sottozona Valgella; il vino ha così acquisito il nome di Valtellina Superiore Valgella Vigna Fracia ed è stato inserito nella linea produttiva “Vigne di Montagna”. Attualmente l'affinamento del vino è cambiato, avvenendo principalmente in botti di rovere di medie dimensioni, relegando solamente una piccola percentuale in barriques e terminandolo poi con 18 mesi in bottiglia.

Il vino

La vinificazione è stata effettuata a temperatura controllata in vasche d'acciaio, terminando la fermentazione malolattica in barriques, dove è rimasto per 15 mesi. L'apertura della bottiglia, dopo vent'anni dalla vendemmia, non ha causato particolari problemi: il tappo, come si vede dalla foto, è uscito integro — abbiamo utilizzato il cavatappi a doppia lamella e verme — e solo leggermente colorato dal vino nella sua parte più interna (la bottiglia è sempre stata conservata coricata).


Il vino si presenta con un colore granato profondo con unghia tendente all'aranciato. Dopo i primi minuti nei quali ci appare un poco chiuso, s'apre ampio, complesso ed elegante, con buona intensità olfattiva su note di sottobosco, cuoio e fiori secchi, e poi ancora note balsamiche, di frutta secca e di caffè, prugna secca, pepe e vaniglia.


Intenso e strutturato, con leggeri accenni piccanti, vi cogliamo sentori di cioccolato alla menta uniti a quelli di noci, castagne, pepe e caffè. Chiude piacevolmente amaricante con lunghissima persistenza e tannino integro.