Orsolani - Erbaluce di Caluso Docg “La Rustìa” 2022


di Lorenzo Colombo

La Rustìa significa “arrostita dal sole” in dialetto locale, ad indicare le uve ben mature con le quali una delle aziende storiche del Canavese specializzata nella produzione di Erbaluce produce questo vino.


Il vino è fresco, sapido e verticale e presenta note d’agrumi e sentori d’erbe aromatiche.

Mooiplaas e i vini di Stellenbosch: tra storia, terroir e tradizione sudafricana


di Lorenzo Colombo

Nel 2024, in Sudafrica sono stati prodotti 7.474.000 ettolitri di vino, di cui oltre il 63% bianchi, su una superficie vitata di 86.544 ettari. Il 55% di questi ettari è coltivato con uve a bacca bianca. 11.653 ettari di questa superficie si trovano nel distretto di Stellenbosch, che risulta essere il quarto per estensione vitata dopo Paarl, Robertson e Breedekloof. Contrariamente alla maggior parte delle altre regioni vitivinicole, a Stellenbosch prevalgono i vitigni a bacca nera (64%). Su tutti spicca il Cabernet Sauvignon con 2.292 ettari, seguito da Merlot (1.413 ha), Shiraz (1.351 ha) e Pinotage (1.044 ha). Tra i vitigni a bacca bianca, il più coltivato è il Sauvignon Blanc (1.517 ettari), seguito da Chenin Blanc (1.253 ha) e Chardonnay (949 ha).


Stellenbosch

Stellenbosch è un'Unità Distrettuale situata nella regione geografica del Western Cape e precisamente nella Coastal Region. Fondata nel 1679 da Simon Van der Stel, dista 40 km da Città del Capo e vanta una tradizione vinicola che risale alla fine del XVII secolo. In origine era una zona agricola e dedicata all'allevamento dei bovini; furono gli Inglesi a trasformarla in zona viticola. Presenta notevoli variabilità sia climatiche che pedologiche (di suoli). Il terreno montuoso, le buone precipitazioni, i suoli profondi e ben drenati, uniti alla diversità dei terroir, ne fanno una zona viticola molto ricercata. Il numero in rapida crescita di aziende vinicole e produttori (più di 200) include alcuni dei nomi più famosi del vino del Capo. Nel suo comprensorio si producono ottimi esempi di quasi tutti i vitigni nobili ed è nota soprattutto per la qualità dei suoi blend rossi.


La città di Stellenbosch è anche il centro educativo e di ricerca delle terre del vino. La Stellenbosch University è l'unica università in Sudafrica a offrire una laurea in viticoltura ed enologia e annovera tra i suoi alunni molti dei produttori di vino di maggior successo del paese. Anche la Scuola di Agraria di Elsenburg si trova vicino a Stellenbosch, così come l'Istituto di Viticoltura ed Enologia Nietvoorbij. Questa organizzazione dispone di una delle più moderne cantine sperimentali al mondo e, presso le sue aziende (situate in diversi distretti vitivinicoli), viene intrapresa un'importante ricerca su nuovi vitigni, cloni e portainnesti.


Il distretto di Stellenbosch è stato a sua volta suddiviso in diverse piccole aree viticole tra cui Banghoek, Bottelary, Devon Valley, Jonkershoek Valley, Papegaaiberg, Polkadraai Hills, Simonsberg-Stellenbosch e Vlottenburg. La Strada del Vino di Stellenbosch è la più antica del paese e una delle destinazioni turistiche più popolari del Western Cape.

Mooiplaas

La storia moderna dell'azienda Mooiplaas ha origine nel 1963 con l'acquisto della storica tenuta da parte di Nicolaas Ross, anche se la storia della tenuta risale al 1806. All'interno della proprietà si trova la villa — ora monumento nazionale — che è un notevole esempio di architettura "coloniale olandese del Capo". L'azienda, ora gestita dai fratelli Tielman (agronomo) e Louis (enologo) Roos, dispone di 100 ettari di vigneti situati tra i 135 e i 370 metri d'altitudine su ripidi pendii ricchi di minerali nelle colline Bottelary di Stellenbosch, con vista su Città del Capo. Nel 1995, Mooiplaas ha istituito una Riserva Naturale Privata, dedicando 70 ettari alla conservazione delle specie di Fynbos — vegetazione locale composta da arbusti tipici di questa regione costiera — in via di estinzione.


I vigneti sono situati su suoli di diversa natura. Sono presenti affioramenti e colline composte dall'erosione di materiale vulcanico, principalmente granito. Inoltre, vi sono notevoli differenze nei microclimi che variano anche in base alle diverse altitudini. I vigneti, dell'estensione di circa 100 ettari, vengono coltivati con metodi e tecniche artigianali, un approccio classico rispettoso dell'ambiente e della biodiversità. Il winemaker Louis Roos è conosciuto per essere un purista, che sceglie di utilizzare solo i migliori grappoli dai migliori vigneti, con minime interferenze umane nel processo produttivo. Nella vinificazione utilizza lieviti indigeni, filtrazioni limitate, fermentazioni naturali e maturazioni in piccole botti di legno.

I Vini Degustati

La produzione di Mooiplaas è suddivisa in tre linee: The Collection, Gamma Classica e infine Collezione Mercia, la più importante, dedicata al fondatore Nicolaas Roos e a sua moglie Mercia. Abbiamo potuto degustare i seguenti vini presso la sede dell'importatore italiano, ovvero Pellegrini SpA.

Chenin Blanc Bush Vine Stellenbosch (Gamma Classica)

Le uve provengono dal vigneto Houmoed, che in lingua afrikaans significa "grinta, determinazione e perseveranza". Messo a dimora nel 1972, è situato a 290 metri d'altitudine sulle colline di Bottelary ed è allevato ad alberello (Bush vine). La resa per ettaro è di 34 ettolitri. Dopo la decantazione statica, metà del mosto fermenta con lieviti indigeni e l'altra metà con lieviti selezionati. Dopo l'assemblaggio, il vino rimane per un lungo periodo a contatto con le fecce fini. Di questo vino sono state presentate due annate: l'ultima in commercio (la 2024) e la 2017.


2024 - Colore giallo paglierino di discreta intensità. Buona l'intensità olfattiva: frutta a polpa gialla e frutta tropicale, accenni d'erbe aromatiche, sentori affumicati, leggere note minerali. Intenso e di buona struttura, succoso e morbido, frutta tropicale e accenni piccanti di zenzero, buona la persistenza.


2017 - Giallo dorato luminoso. Fresco e verticale, accenni di fieno e leggere note idrocarburiche. Asciutto, fresco, verticale, minerale, lunga la persistenza su accenni affumicati. Un vino che impressiona per la freschezza e verticalità a otto anni dalla vendemmia.

Houmoed Bush Vine Chenin Blanc Stellenbosch 2022 (Collezione Mercia)

Le uve provengono sempre dal vigneto Houmoed. In questo caso la resa è di 37 ettolitri/ettaro e il 10% delle uve è stato interessato da botrite. Dopo tre ore di macerazione pellicolare, le uve sono state fatte fermentare con diversi ceppi di lieviti e affinato in barriques per 12 mesi. Il 90% delle barriques è di rovere francese e la parte rimanente ungherese; il 20% nuove, il 20% di secondo passaggio e le restanti di 3° e 4° passaggio.


Colore giallo oro luminoso. Mediamente intenso al naso: pesca gialla e albicocca, note boisé e accenni nocciolati. Buona la struttura, succoso, legno appena percepibile, leggere note piccanti. Chiude con buona persistenza, leggermente amaricante su sentori d'erbe officinali.

Chardonnay Stellenbosch 2024 (Gamma Classica)

Il vigneto dal quale provengono le uve per la produzione di questo vino è posto su suoli composti da argille rosse e granito. Pressatura a grappolo intero, fermentazione in barriques usate di rovere francese da 300 litri dove poi il vino sosta per sei mesi sulle fecce fini con periodici batonnages.


Colore paglierino luminoso. Discreta l'intensità olfattiva: fresco, pulito e agrumato, sentori di pesca gialla. Dotato di buona struttura, agrumi maturi, legno dolce, accenni piccanti di zenzero, lunga la persistenza.

Pinotage Stellenbosch 2023 (Gamma Classica)

Il Pinotage è l'unico vitigno prettamente sudafricano. Si tratta di un incrocio di Pinot Nero e Cinsaut (Hermitage), creato dal professor Abraham Perold nel 1925. Messo a dimora nel 1952, dopo sette anni vinse il primo premio al Wine Show di Città del Capo. Questo vitigno unisce le caratteristiche nobili del primo con l'affidabilità del secondo. Può produrre vini complessi e fruttati con l'invecchiamento, ma è spesso piacevolmente bevibile anche da giovane. Il vigneto è situato a 250 metri d'altitudine sulle colline di Bottelary su suolo granitico con esposizione a Est. Il sistema d'allevamento è ad alberello. La fermentazione è stata effettuata in vasche d'acciaio e la maturazione del vino è avvenuta in barriques di rovere francese, il 10% delle quali nuove.


Rubino brillante, intenso e luminoso. Di media intensità olfattiva: frutta rossa fresca, ciliegia e frutti di rovo, leggere note speziate, vanigliate e nocciolate. Fresco e succoso, di media struttura, tannino delicato, buona vena acida, leggeri accenni speziati, lunga la persistenza. Vino dalla piacevole beva, senza essere molto complesso.

Watershed Pinot Noir Stellenbosch 2022 (Collezione Mercia)

Da uve Pinot Nero in purezza provenienti dal vigneto più alto di Mooiplaas, situato a 370 metri d'altitudine. La resa è di 29 ettolitri/ha. L'uva viene diraspata e quindi macerata per 48 ore ad acino intero. La fermentazione si svolge in vasche aperte, dopodiché la massa viene posta in pressa pneumatica. L'affinamento avviene in barriques selezionate da 225 e 300 litri dove il vino sosta per nove mesi.


Il colore è rubino-granato scarico, luminoso. Bel naso, intenso, presenta sentori floreali di fiori rossi e note fruttate di ciliegia e frutti di bosco con leggeri accenni di legno dolce. Fresco, sapido e succoso, delicato e di buona eleganza, bel frutto (ciliegia fresca e lampone), bella vena acida e buona persistenza.

Cabernet Sauvignon Stellenbosch 2022 (Gamma Classica)

90% Cabernet Sauvignon e 10% Petit Verdot provenienti da un vigneto situato a 150 metri d'altitudine su suolo ghiaioso sulle colline di Bottelary. La resa è di 32 ettolitri/ha. Fermentazione con macerazione di 10 giorni, affinamento in barriques da 225 e 300 litri, il 15% delle quali nuove, per 18 mesi.


Colore rubino profondo e luminoso. Buona l'intensità olfattiva, accenni tostati e leggere note vanigliate. Dotato di buona struttura senza essere pesante, succoso, frutta a bacca scura, accenni di cacao, caffè e cioccolato, leggere note piccanti, bella vena acida e lunga persistenza.

Tabakland Cabernet Sauvignon Reserve Stellenbosch 2020 (Collezione Mercia)

Il vigneto Tabakland è stato messo a dimora nel 1992 dove precedentemente si coltivava tabacco. È situato a 150 metri d'altitudine con esposizione a nord-ovest su suolo ghiaioso sulle colline Bottelary di Stellenbosch. Il sistema d'allevamento è a spalliera e la resa è di 34 ettolitri/ha. L'affinamento del vino avviene in barriques di rovere francese, il 42% delle quali nuove e le rimanenti di 3° e 4° passaggio, per una durata di 24 mesi. Dopo aver selezionato unicamente le barriques ritenute migliori, viene imbottigliato senza alcuna stabilizzazione, previa una leggerissima filtrazione. Viene prodotto unicamente in annate considerate eccezionali.


Molto bello il colore: rubino profondo e luminoso. Intenso al naso: frutta a bacca scura, note vanigliate e di tabacco dolce. Dotato di buona struttura, succoso, frutta a bacca scura (prugna, more), accenni di peperone e di legno dolce, bella vena acida e lunga persistenza. 

InvecchiatIGP: Villa di Capezzana Carmignano Doc Riserva 1979


di Stefano Tesi

Lo ammetto: avrei potuto (forse) sorprendervi sciorinando le note del Villa di Capezzana 1925 assaggiato mesi fa alla memorabile degustazione celebrativa del centenario. 1925, avete letto bene. Ma poi ho pensato che raccontare un vino che, di fatto, è imparagonabile e ormai praticamente impossibile da assaggiare da parte di chiunque avrebbe rischiato di trasformare questa rubrica in un esercizio di ostentazione gratuita. E allora ho ripiegato, si fa per dire, su un altro vino della stessa cantina: vecchissimo anch’esso, ma forse ancora miracolosamente reperibile da qualche parte, chissà. E comunque di un’età meno clamorosa del secolo tondo.


Si tratta del Villa di Capezzana 1979 Riserva, all’epoca Carmignano doc, prodotto dal leggendario e compianto Ugo Contini Bonacossi, personalità straordinaria alla quale mi legano tanti ricordi professionali e non solo e che ha costituito, si può dirlo senza tema di smentita, una delle figure più importanti del vino italiano dal dopoguerra ad oggi. Quando questa bottiglia nasceva, Ugo aveva 58 anni (era del 1921, ci ha lasciato nel 2012) e a Capezzana aveva seguito ben 33 vendemmie. Dentro, spiega oggi suo figlio Filippo, ci sono Sangiovese e, forse, un po’ di Colorino, Cabernet e Mammolo.


Del vino colpisce subito il colore, ancora integro, ma è soprattutto il bouquet che scuote per la sua incredibile freschezza e il susseguirsi di note vivaci, pungenti e vinose, con echi di resina e un’eleganza impettita che non tradisce le 46 primavere trascorse, relegando in fondo in fondo gli accenni terziari destinati a affiorare poi, con delicatezza, al palato. Qui, il gentile richiamo ai funghi secchi e al tartufo aleggia etereo e si disperde nella grande profondità del sorso, un insieme di eleganza e di vitalità, un che di sontuoso di cui è impossibile non compiacersi. Per quanto mi riguarda, uno degli assaggi più memorabili di questo 2025 che si avvia alla fine. E l’ennesimo motivo per ricordare con gratitudine Ugo Contini Bonacossi.

Iolei - Cannonau Sardegna Doc 2023


di Stefano Tesi

Gli webinar vinicoli sono un po’ passati di moda, ma è grazie a uno di questi che ho messo il naso nel Cannonau di una giovane azienda di Oliena fatto fatto tutto in acciaio, al contempo austero e fragrante, neghittoso e piacevole


Note di melagrana e geranio al naso, vibrante e agilissimo al palato. Bene!

Ristorante La Sosta a Serre di Rapolano: dove la vera Toscana si ferma a tavola


di Stefano Tesi

Non fatevi scoraggiare dalla bruma incombente sulla piana industriale che conduce alla Valdichiana, nè dall’architettura un po’ anni ’70 del contesto o dalla posizione fin troppo defilata: se passate dal raccordo Siena-Bettolle, siete all’altezza di Serre di Rapolano o dintorni e avvertite quel certo languorino allo stomaco imboccate senza esitare la rampa d’uscita. Dopo un km vi troverete, proprio sulla curva della strada che sale verso il borgo antico - qui una visita pre o postprandiale è consigliatissima, soprattutto all’antica Grancia fortificata, con panorama accecante sulle Crete Senesi - il viale di accesso al Gran Hotel Serre e, quasi nascosto in un basso edificio a parte, al suo ristorante, La Sosta.


Sobrio e curato come chi lo gestisce da sempre, Carlo Pazzaglia (per gli amici Chicco) e sua moglie Barbara, il locale è la classica e confortante sorpresa che si incontra lungo il cammino quando l’appetito chiama. Ci sono stato millanta volte e ognuna è stata una piacevole conferma. La cucina è ovviamente tipica toscana, spogliata però dagli orpelli e dai conformismi tourist-oriented tanto frequenti a queste latitudini, senza rinnegare però certe velate influenze della nativa Umbria, e in ogni piatto denuncia un’attenzione davvero appassionata alle materie prime locali: Chianina, olio extravergine proprio ed ottimo, verdure, formaggi. Chicco è attentissimo e vi segue con una miscela di inappuntabile aplomb professionale e di cortesia sorridente che mettono a proprio agio. La sua spontanea gentilezza, che sembra entrarci poco con la gastronomia in sé, è in questo caso un vero valore aggiunto. Lui c’è quando è necessario, sparisce se non c’è bisogno della sua presenza: virtù non comune tra gli osti. Consiglia e spiega se richiesto, segue con gli occhi, si interessa con discrezione. Ed è sempre disponibile. L’arredo è classico, i tavoli sono ben distanziati, niente frastuoni, niente chiacchiere udibili degli altri avventori nè musiche caciarone (il titolare è un beatlesiano accanito!), cosa sempre più rara al giorno d’oggi, come dicevano in un famoso film.

Carlo e Barbara

Se Chicco è il front-man, è Barbara che, rintanata tra i fornelli, ammannisce portate dal gusto consistente e dalla bontà collaudata, che attingono al classico ricettario regionale, ben districate tra ciò che la spesa quotidiana mette a disposizione della chef. I prima fila la stagionalità, è ovvio. Vietati gli eccessi: al bando tanto le megaporzioni da camionisti e quanto il minimalismo gastrofighetto. L’attenzione è concentrata sui sapori intensi della tradizione e sul loro equilibrio, per sfamare senza rimpinzare (molto più probabile uscire satolli che affamati, però!) e dare il giusto risalto agli ingredienti.

La Tartare

Dunque, tanto per fare degli esempi presi qua e là dalla carta, ecco la tartare, specialità della casa davvero da urlo, talvolta servita spalmata su crostini croccanti (ma in verità quasi crostoni), il coniglio porchettato al finocchio, l’insalata di baccalà all’extravergine, le pappardelle sull’anatra, le suadenti zuppe all’ortolana con le verdure croccanti, i fusilli al pecorino delle Crete. oltre, si capisce, a portate di salumi e formaggi eccellenti, selezionati di persona da Carlo. 

Tagliolini al tartufo

Tra i suoi suggerimenti, da ascoltare sempre, quelli sulle opportunità offerte dai fuori menu, altrimenti dette improvvisate, come quando al ristorante arrivano i panieri di funghi freschi del Casentino (assaggiata di recente un’insalata di ovoli memorabile) e i tartufi bianchi, specialità delle Crete Senesi medesime. La cantina è toscana, naturalmente, con un buon ventaglio di referenze affidabili. Si parcheggia davanti al locale e, vini esclusi, si spendono sui 35 euro.

Ristorante La Sosta
Località Crocevie, 222
Serre di Rapolano (SI)
Tel. +39 0577 704777
serre.hotel@gmail.com

InvecchiatIGP: Terredora - Taurasi DOCG "Pago dei Fusi" 2005


di Luciano Pignataro

Pago dei Fusi è un Taurasi di Terredora che nasce da uve di aglianico coltivate a Pietradefusi, uno dei comuni dell’areale della DOCG, nella parte più bassa per la precisione: i vigneti si trovano infatti sulle dolci colline di argilla rossa che circondano il paese, non lontano dalla sede aziendale, comunque a 400 metri di altitudine. Nell’ambito della riorganizzazione della linea aziendale avviata dalla famiglia Mastroberardino, i fratelli Lucio e Paolo, entrambi enologi, decisero di affiancare questo vino alla loro etichetta più conosciuta, Campore. Ci troviamo davanti a questo bicchiere in un’occasione decisamente particolare: i vent’anni di Vitigno Italia, la rassegna diretta da Maurizio Teti a Napoli, che sta vivendo una nuova fase di espansione con la decisione di traslocare dalla sede di Castel dell’Ovo, spettacolare e pratica, ben servita da treni, bus e aliscafi della Stazione Marittima.


La consueta Anteprima, di solito fissata nell’ultima settimana di novembre, è stata arricchita da una degustazione storica di sette vini campani usciti in commercio nel 2005: quattro bianchi e tre rossi. La scelta è caduta proprio su Pago dei Fusi, affiancato dal Taurasi di Quintodecimo di Luigi Moio e dal Camarato di Villa Matilde, tutti da aglianico in purezza. L’aglianico è un vitigno che non conosce parabole discendenti quando è trattato bene e senza fretta. E il protocollo del Taurasi non è certo una corsa contro il tempo, anzi: molti produttori aspettano anche oltre il necessario prima di metterlo in commercio. In un momento in cui vanno di moda rossi snelli ed eleganti, questa degustazione ci ha in qualche modo riportato con i piedi per terra, ricordandoci l’importanza dei vini strutturati e il loro straordinario fascino con il passare del tempo. La 2005 era la terza edizione di questa etichetta, dopo la calda 2003 e l’eccezionale 2004, osannata da Wine Spectator con un 95; a questa 2005 in degustazione era stato comunque assegnato un 94, cui si aggiungono i 90 punti di Wine Enthusiast.


Statistiche a parte, il punto, quando si apre un Taurasi di vent’anni, non è verificare se ha resistito, ma come è evoluto. E il Pago dei Fusi 2005 si è presentato all’appuntamento con il pubblico degli appassionati in splendida forma: pimpante, fresco, con note di frutta, tabacco, arancia, cenere, fumé, carruba. Un viaggio olfattivo complesso, a cui ha risposto un palato perfettamente allineato, con tannini morbidi ma ancora ficcanti e tanta acidità, in grado di sostenere il sorso fino in fondo, con una chiusura lunga, appagante, precisa. Un vino compatto ma non pesante, perfettamente in linea con lo stile taurasino, mai troppo ammiccante, tipico dei vini montanari. 


La magia del vino sta nella sua capacità di evocare le persone, ricordarci il passato, e il nostro pensiero in sala è andato ovviamente a Lucio Mastroberardino, scomparso prematuramente qualche anno dopo, i cui vini continuano a far parlare di sé quando vengono stappati. Non è un semplice omaggio a chi non è più fra noi, ma il riconoscimento di chi ancora oggi ci racconta la sua visione lungimirante nello scegliere uno stile in perfetto equilibrio contemporaneo, rendendo leggibile la tradizione anche a chi non ha avuto il Taurasi nel biberon. Un grande vino che ha chiuso una degustazione emozionante e memorabile.

Cantele - Fiano Salento IGP "Alticelli" 2015


di Luciano Pignataro

Della serie: bottiglie dimenticate che spuntano all’improvviso. Pensate solo in acciaio per essere bevute subito, economiche, ma capaci di regalare belle sorprese a chi è curioso.


Eccolo qui: il Fiano di Cantele, coltivato nel ventoso Salento. Fresco dopo dieci anni, polposo, fruttato al naso e con un finale lungo.

Federico Graziani - Etna Doc "Profumo di Vulcano" 2022


di Luciano Pignataro

Se i miei calcoli sono giusti, Federico Graziani festeggia il mezzo secolo di vita quest’anno, ma dovremmo moltiplicare la sua età per tutte le vite che ha vissuto da quando lo vidi per la prima volta, giovanissimo, vincere il titolo di Sommelier dell’anno a Sorrento nel 1998. Ha lavorato nei media, poi ha studiato da sommelier anche a livello internazionale, è diventato sommelier praticante in numerosi ristoranti di grido a Milano, infine è stato fulminato dall’Etna, dove ha acquistato una piccola proprietà da un macellaio di Passopisciaro in Contrada Feudo di Mezzo, finendo per diventare un produttore di successo mondiale grazie anche all’incontro con l’incredibile Salvo Foti, il Mago Merlino dei vini siciliani.


Quale occasione migliore per portare il suo Profumo di Vulcano 2022 se non a un pranzo da Nu Trattoria Italiana, ad Acuto in Ciociaria, per abbinarlo ai piatti straordinari di Salvatore Tassa, grande cuoco italiano, o meglio “cuciniere” come ama definirsi lui, stellato da trent’anni? La compagnia lo merita, dei piatti non parliamone nemmeno: fra orto che regala bietole, scarole, cavolfiori e misticanza biodinamica, pasta fresca fatta a mano al momento con grani del territorio, maiale nero dei Monti Lepini allevato allo stato brado… e così via.


L’abbinamento, per essere centrato, deve essere soprattutto ideologico prima ancora che gustativo: deve appartenere alla stessa visione del mondo di chi produce vino e di chi cucina. Sono vite e racconti che si incrociano in un ritorno all’autenticità come unica via di uscita possibile dalla opprimente omologazione plastificata e sotto vuoto. E così, fra un piatto e un bicchiere, si consuma il patto fra la generazione boomer e quella Zeta: memoria ricostruita ma ormai un po’ fatalista da un lato, ribellione energica allo tsunami comunicativo industriale dall’altro.


Tassa cucina pensando al nonno ma con tecniche contemporanee; Federico Graziani guarda al suo piccolo appezzamento vulcanico a 600 metri, da cui nasce il suo vino a base di nerello mascalese, nerello cappuccio, alicante e francisi, partendo dal sapere magico di Foti e arrivando alla sua personale idea di cosa e come comunicare per sfondare. Direi, in ogni caso, unicità e autenticità: gli storytelling lasciamoli ai polli di batteria degli uffici marketing e alle loro improbabili invenzioni.


Prima annata 2009, Profumo di Vulcano punta alla fermentazione spontanea senza controllo della temperatura, con successivi affinamenti in tonneaux di primo e secondo passaggio per una ventina di mesi, prima di altri quattro in bottiglia. In sintesi: due anni, e il 2022 è sicuramente da considerare giovane. Cosa ci stupisce di questo vino? Anzitutto la leggerezza assoluta del naso e del sorso, poi quell’energia misteriosa che non possiamo ridurre al semplice termine “freschezza”: una beva tumultuosa, cangiante. La suggestione del vulcano e del nome stesso del vino ci fa immaginare la lava che vediamo in tv o il pennacchio che si scorge dall’aereo quando voliamo da vulcano a vulcano, dal Vesuvio all’Etna. La nota fumé è indiscutibile, così come l’alternanza fra una lieve sensazione amaricante e una frutta rossa croccante che conduce a un finale lungo, lunghissimo, che resta per molto tempo e invita subito a un nuovo sorso appagante.


Un vino di carattere, insomma, che non si dimentica. Proprio come i piatti del cuciniere che si diverte con il forno a legna e con la brace. Una bellissima esperienza congiunta, che ci lascia ottimisti in un’Italia che annaspa in cerca di soluzioni: soluzioni che ognuno di noi, in realtà, ha davanti al portone di casa.

Brunello di Montalcino 2021: l’annata delle sfaccettature, il racconto delle vigne


Si è chiusa a Montalcino la 34ª edizione di Benvenuto Brunello, l’appuntamento più longevo d’Italia dedicato alle anteprime del Sangiovese, che dal 20 al 24 novembre ha portato al Chiostro di Sant’Agostino 123 cantine e oltre duemila partecipanti tra stampa, operatori e appassionati. La manifestazione, attesa ogni anno perché segna ufficialmente il debutto delle nuove annate, aveva acceso fin da subito i riflettori sul Brunello 2021, sul Brunello Riserva 2020 e sul Rosso di Montalcino 2024, proiettando la denominazione verso un calendario commerciale che si apre, come tradizione, il 1° gennaio. Nei giorni riservati alla stampa – 20, 21 e 22 novembre – erano stati attesi circa cento tra giornalisti e critici, quasi la metà provenienti dall’estero, con una delegazione statunitense particolarmente folta affiancata da operatori di Regno Unito, Canada, Corea del Sud, Paesi Bassi, Austria, Germania, Danimarca e Scandinavia. Un segnale forte per un territorio che, in un momento complesso per il vino italiano, continua a rappresentare uno dei brand più solidi del Made in Italy enologico.


Il doppio format è stato confermato anche quest’anno: dopo le degustazioni tecniche dedicate alla critica, da sabato 22 a lunedì 24 novembre i banchi d’assaggio sono stati consegnati ai produttori per i walk around tasting aperti a operatori, sommelier e appassionati italiani e stranieri. «Benvenuto Brunello è l’evento che evidenzia l’impegno qualitativo della nostra denominazione – aveva ricordato il presidente del Consorzio, Giacomo Bartolommei – ed è un’occasione privilegiata per guardare al futuro e costruire strategie di promozione più incisive a partire dagli Stati Uniti. La presenza di tanti giornalisti internazionali è una vera iniezione di fiducia». E la risposta del pubblico ha confermato le aspettative: presenze qualificate, grande interesse per le masterclass e un forte dinamismo lungo tutto l’arco della manifestazione.


Al centro dell’attenzione, naturalmente, il millesimo 2021 ovvero l’ultima annata che andrà in commercio. Secondo il metodo di valutazione “Brunello Forma”, messo a punto dal Consorzio, l’annata si è presentata come “fragrante”, “definita” e “verticale”: tre parole chiave che ben sintetizzano un profilo aromatico più floreale e fruttato rispetto al passato, con note di ciliegia croccante, pesca, spezie leggere e una freschezza che accompagna la beva senza irrigidire i tannini. L’andamento climatico, segnato da una delle gelate primaverili più dure degli ultimi vent’anni e da un’estate molto secca ma priva di eccessi termici, ha generato vini equilibrati, di ottima precisione estrattiva e con una pulizia aromatica rara. Nonostante le difficoltà della stagione, l’armonia tra alcol, tannino e concentrazione ha sorpreso sia la commissione interna sia il panel internazionale di Master of Wine coinvolti negli assaggi alla cieca.


Concentrandomi, come detto, sui Brunello 2021 – sia nelle versioni “base” sia nella versione “selezione\vigna” – il quadro complessivo restituisce calici dal profilo nitido, sorretti da una componente fruttata precisa e da una tessitura tannica ben rifinita. Il frutto rosso croccante, i richiami floreali e una speziatura discreta ricorrono con costanza, mentre la struttura tende a privilegiare la misura più della forza. Non è un’annata che punta sull’abbondanza, ma sulla pulizia e sulla leggerezza controllata, con un sorso capace di coniugare profondità e scorrevolezza. Nei campioni più convincenti si ritrovano energia, equilibrio e una progressione naturale; altrove compaiono lievi accenni di maturità o una freschezza meno vibrante, elementi coerenti con l’andamento climatico.


Detto ciò, è nelle selezioni da singola vigna che il 2021 mostra talvolta un passo in più: qui il Sangiovese assume toni più intensi e territoriali, con trame più fitte, personalità più marcata e una capacità espressiva che riporta al cuore agricolo di ogni parcella. Sono vini che, pur senza perdere la finezza dell’annata, riescono a scavare più a fondo nel carattere del luogo, offrendo complessità e una prospettiva evolutiva più autorevole. Riassumendo, la 2021 consegna vini generalmente già godibili, ma con una traiettoria evolutiva tutt’altro che scontata. Le differenze tra i vari terroir dell’areale – soprattutto se confrontiamo le espressioni “base” e le selezioni di vigna – non sono un limite: rappresentano semmai la ricchezza delle molte anime che convivono nella denominazione, ciascuna capace di raccontare un volto differente dello stesso territorio. 

Di seguito, con delle brevi note di degustazione, i miei dieci migliori assaggi:

Tiezzi – Brunello di Montalcino Vigna Soccorso 2021: nel calice si apre come un paesaggio dopo la pioggia: profumi nitidi, stratificati, dove la pietra umida dialoga con agrumi scuri e un frutto maturo che sembra scolpito nella luce del colle. Il sorso avanza con passo saldo, naturale, animato da sfumature erbacee eleganti e da una vibrazione gustativa che ne prolunga il respiro. È un Vigna Soccorso che brilla per autenticità, un racconto fedele del suo luogo: tra le interpretazioni più memorabili degli ultimi anni.

Le Potazzine – Brunello di Montalcino 2021: un profilo delicato che unisce profumi floreali chiari a piccoli frutti croccanti e sfumature vegetali tipiche delle zone più alte. Emergono sentori sottili di petali chiari, bacche acidule e note aromatiche che ricordano il sottobosco e spezie morbide. Il sorso avanza con passo deciso ma composto, mostrando un’energia misurata e una qualità tannica cesellata. L’allungo è nitido, arioso, con richiami floreali e sensazioni fresche che ne ampliano la persistenza con grande naturalezza.

Val di Suga – Brunello di Montalcino Vigna del Lago 2021: profilo aromatico luminoso, costruito su sfumature floreali leggere e una speziatura delicata che dà ritmo al naso. Il gusto è immediato e vibrante, con richiami fruttati nitidi e un tocco balsamico che dona profondità senza appesantire. La trama tannica, sottile e precisa, accompagna un finale armonico e gustoso, tra i più equilibrati e coinvolgenti dell’annata.

Sesta di Sopra – Brunello di Montalcino 2021: si apre con un respiro intenso, pieno di luce, dove profumi di fiori chiari, erbe resinose e accenni scuri si rincorrono con naturalezza. Il frutto emerge con tono caldo e avvolgente, ricordando un ricordo antico più che una semplice nota aromatica. Al palato il vino corre agile, saporito, con una vena salina che scolpisce il finale e una materia pulsante, quasi “terrosa” nella sua energia. Una versione autentica, vibrante, che lascia il segno.

Fattoi – Brunello di Montalcino 2021: il vino si presenta con una tensione viva, quasi come una corda pronta a vibrare: il frutto spinge con immediatezza e slancio, mentre la materia è compatta e serrata, richiedendo tempo per aprirsi. Al naso fioriture delicate si alternano a richiami succosi che trascinano il sorso, il quale rivela una trama austera ma misurata, capace di sostenere lo slancio giovanile senza perdere grazia. C’è qui un carattere deciso che non maschera la promessa di crescita: merita attenzione e pazienza, perché col tempo la sua precisione tenderà a dispiegarsi con eleganza.

Giodo – Brunello di Montalcino 2021: un Brunello che porta nel bicchiere la luce calda del versante meridionale, ma con un passo sorprendentemente lieve, quasi sospeso. Il profilo aromatico è mutevole come un riflesso d’acqua: piccoli frutti luminosi, tocchi speziati non invadenti, accenni di terra umida e una vibrazione floreale che affiora pian piano. In bocca procede con slancio naturale, pieno di sapore e vitalità, ma senza alcun senso di pesantezza. La tessitura tannica è soffice e ordinata, come un tessuto fine che accompagna il vino senza mai imprigionarlo. È un vino che conquista senza sforzo, difficile davvero non lasciarsi prendere.

Pietroso – Brunello di Montalcino 2021: profilo olfattivo combina frutti scuri limpidi, fiori minuti e richiami alle erbe di collina, componendo un quadro essenziale ma ricco di sfumature. Il sorso avanza deciso, compatto, sostenuto da una grana tannica vibrante che trova appoggio in una spinta saporita e in un’energia minerale che allunga la coda del vino. È ancora in piena maturazione, ma la chiarezza dell’impianto e la coerenza interna lo collocano già tra le interpretazioni più riuscite del suo versante: un Brunello che unisce rigore e anima, senza mai forzare il passo.

Castello Tricerchi – A.D. 1441 – Brunello di Montalcino 2021: fin dal primo impatto si percepisce che questo vino gioca in un’altra categoria: più arioso, più sottile, quasi sospeso. Il profilo è delicatamente fruttato, attraversato da vibrazioni fresche e da un respiro minerale che ne accentua la nitidezza. In bocca procede con passo trattenuto, come se volesse rivelarsi poco a poco, poi improvvisamente accelera: la struttura si compatta, la profondità emerge e la trama tannica—fine e scolpita con precisione—accompagna un allungo deciso e pulito. Un Brunello di grande compostezza, che affascina per misura e tensione, e che mostra chiaramente quanto potrà crescere con il tempo.

Il Paradiso di Manfredi – Brunello di Montalcino 2021: colpisce subito per un respiro profondo, quasi meditativo, da cui affiorano aromi pieni e ben fusi, tra fragranze scure, tocchi erbacei eleganti e una terra viva che parla di radici. Il frutto emerge con naturalezza, senza mai alzare la voce, sostenuto da un insieme aromatico ricco ma sempre composto. Il sorso scorre con grazia, misurato, con tannini leggeri come pulviscolo e una progressione che unisce delicatezza e forza interna. La chiusura è luminosa, distesa, capace di lasciare un’eco lunga e pulita. Un Brunello di straordinaria finezza espressiva: spontaneo, profondo, irresistibilmente armonico.

Fuligni – Brunello di Montalcino 2021: all’inizio si presenta raccolto, con un profilo serio, costruito su toni di frutto maturo e accenni boschivi, poi lentamente si apre e lascia emergere un soffio più luminoso che ne dilata il respiro. La trama aromatica è ampia, stratificata, e accompagna un sorso energico ma composto, dove la materia è autorevole senza mai risultare pesante. I tannini, finissimi e perfettamente modellati, guidano una progressione profonda, che cresce a ogni assaggio e suggerisce un futuro molto lungo. Un Fuligni solido, aristocratico, che si rivela con calma e promette anni di splendida evoluzione.

Altri ottimi Brunello di Montalcino 2021

San Lorenzo
Canalicchio di Sopra – Vigna Montosoli
Poggio di Sotto
Caprili
Castello Romitorio – Filo di Seta
Rabissi
Sesta di Sopra - Magistra

InvecchiatIGP: Marco Capitoni - Orcia Doc 2005


di Carlo Macchi

Se, per assurdo, Marco Capitoni incontrasse se stesso ad una presentazione dei suoi (loro) vini potrebbe esserci più di un battibecco perché la sua (loro) disarmante onestà intellettuale porterebbe a situazioni del tipo.

Marco 1: “La 2005 è stata una buona annata.”

Marco 2: “Proprio buona-buona no, poi abbiamo fatto troppi interventi in vigna e in cantina”

Marco 1: “In effetti potresti avere ragione, però il vino è venuto bene”

Marco 2: “E’ venuto bene ma poteva venire meglio perché le vigne erano solo al quarto anno.”

Potrei andare avanti così per parecchio ma credo abbiate capito che, rimettendo assieme i due Marco otteniamo una persona di una sincerità disarmante e con una passione ( lo so che il termine è inflazionato ma qui bisogna usarlo) incredibile per il suo lavoro. Il suo lavoro si svolge nella DOC Orcia, cioè in quella terra meravigliosa che sta tra due denominazioni famosissime come il Brunello di Montalcino e il Vino Nobile di Montepulciano. La famiglia di Marco ha sempre avuto la terra e la vigna e Marco ha quindi seguito una strada quasi segnata, sviluppandola però dal punto di vista tecnico in vigna e in cantina e ampliandola.


Oggi Capitoni è una cantina tradizionale che però propone molte innovazioni: è stata una delle prime ad usare gli orci in terracotta ed è sicuramente la prima ad utilizzare una vasca in vetro di un metro cubo per produrre un rosso assolutamente senza solfiti aggiunti che fermenta e matura in assenza assoluta di ossigeno. Quindi è un innovatore ma è anche tradizionalista perché i suoi vini hanno la ruvida e sana tannicità dei vini di questi luoghi, anche quando nel sangiovese si mette un po’ di merlot.


E’ proprio il caso dell’Orcia DOC 2005 (sangiovese 80%, merlot 20%) che ho assaggiato pochi giorni fa in cantina da lui. Vino, come detto sopra, nato da viti di quattro anni e per Marco con troppi interventi enologici in cantina, oggi assenti nel suo affinarsi come viticoltore-produttore. Il vino ha un colore rubino ancora molto vivo e un naso dove il sangiovese si fa sentire in maniera chiara: i profumi terziari partono da leggeri tocchi speziati e arrivano a note di cuoio fresco e di tabacco, con lievi note fruttate e sentori di china. Un naso netto, profondo e giustamente maturo ma assolutamente non in fase discendente. In bocca il vino è equilibrato, con tannini ancora vivi ma dolci e una bella e succosa persistenza.


Un vino che dimostra molte cose: in primo luogo la possibilità di grande invecchiamento dei vini della DOC Orcia, in secondo luogo che i vini di Marco Capitoni vanno attesi, con tranquillità, per anni e infine che il merlot in tante zone della Toscana “chianteggia”, cioè perde alcuni connotati definiti classici e si avvicina molto alle caratteristiche di un buon sangiovese. In definitiva questo 2005 di Marco Capitoni è un vino che mi ha insegnato molto e di questo ringrazio sia Marco 1 che Marco 2.

Fratelli Agnes - Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC Campo del Monte 2023


di Carlo Macchi

La Bonarda per me è frizzante, rotonda ma austera, profuma di frutta rossa, ha buona freschezza ma anche un discreto corpo e soprattutto accompagna in maniera goduriosa dai salumi fino al bollito. 


Questa 2023 dei Fratelli Agnes, ancora giovanissima è perfetta anche perché costa poco più di 10 €.

Bazzini a Canneto Pavese: classicità e guizzi di genio, l'indirizzo sicuro per la grande tradizione dell'Oltrepò


di Carlo Macchi

Canneto Pavese è in alto. In realtà non tanto in alto, nemmeno a 250 metri, ma tanto basta per vedere e sentire dalle prime colline dell’Oltrepò Pavese Broni, Stradella e la Pianura Padana come qualcosa di lontano e di diverso. Il silenzio qui la sera è di quelli che non scherzano e anche di giorno il traffico è un concetto astratto.


Il concreto è l'opposto dell'astratto e se c’è una cosa concreta a Canneto Pavese è Bazzini, osteria dai piatti classici e sostanziosi che fino a pochi anni fa era gestita dall’omonima famiglia. Dieci anni fa però Mariella Mariotti e Riccardo Rezzani prendono in mano il locale e lo trasformano in maniera che potrei definire gattopardesca: cambiare tutto perché nulla cambi. Quindi abbandonano la veste rustica da osteria e, con tanto bianco e tocchi eleganti e sapienti, lo trasformano in un ristorante che però ha nell’anima e nella cucina la sana concretezza della gastronomia locale, con alcuni tocchi che non possono non farvi innamorare. Ve ne dico subito uno: lo zabaione tiepido con sopra del tartufo bianco, un insieme di puro piacere e godimento che raccoglie in sé lo stile del locale: piatti semplici, classici, ben fatti, con qualche guizzo di genio.

Riccardo e Mariella

Ma prima dei piatti, il locale: ti dà l’idea di essere piccolo e raccolto, ma è grande e lo dimostra con la terrazza panoramica, immersa nel verde e da dove veramente la Pianura Padana appare come una terra lontana. Il bianco è il colore dominante, ma macchie di colore e vecchi mobili restaurati danno un tono più soffuso e tranquillizzante. L’apparecchiatura è elegante ma non impegnativa, il servizio è impeccabile con un tocco di familiarità e infatti, dopo pochi minuti che ti sei seduto, ti senti un po’ a casa. Ma veniamo ai piatti, dove la tradizione locale si sposa a idee quasi irriverenti ma centrate, come il baccalà in tempura. Io ho preferito il cotechino caldo, nonché gli ottimi salumi accompagnati da insalata russa e giardiniera. Ottima anche la tartare di manzo.

Cotechino Caldo

Come primi non potete non provare i "bata lavar", ravioli ripieni di brasato e tipici di Canneto Pavese. Come fuori menù c’era una notevole minestra di ceci e ugualmente ottimi si sono dimostrati gli gnocchi di patate arricchiti da tartufo bianco. 

Bata Lavar

Tra i secondi, dopo la cotoletta alla milanese (che mangiai qui per la prima volta più di dieci anni fa e che anche sotto la gestione di Mariella e Riccardo è sempre squisita), potete andare sul sicuro (e sull’abbondante) con il bollito misto e con il coscio di faraona ripieno al forno. Quando sono in carta, non potete perdervi le costolette di agnello fritte: il vecchio Bazzini ordinò praticamente a Mariella e Riccardo di tenerle in menù. Come vedete siamo sulla tradizione, che però è vincente perché le materie prime sono di alto profilo.

Cotoletta

Bollito

Dei dolci vi ho già parlato dello zabaione tiepido, ma la tarte tatin è veramente assolutamente squisita.

Zabaione

La carta dei vini è esclusivamente territoriale ma non per questo ridotta, perché ormai in Oltrepò Pavese, partendo dai Metodo Classico e arrivando ai rossi importanti come il Buttafuoco Storico, si possono trovare molte e ottime soluzioni.
Alla fine avrete mangiato molto bene, magari anche un po’ troppo viste le porzioni e, vini esclusi, andrete a spendere al massimo sui 60 euro, ma con due piatti potete tranquillamente fermarvi a 40.


Adesso vi confido un segreto: da Bazzini ormai ci sono stato sei o sette volte e, pur mangiando benissimo, non avevo mai scritto nulla. Così quest’anno ci sono voluto tornare proprio per rimediare a questa mancanza e mai "rimedio" è stato così gustoso.

InvecchiatIGP: Tenuta San Guido - Sassicaia 1993


di Roberto Giuliani

Non sto certo qui a raccontarvi la storia del Sassicaia, del Marchese Incisa della Rocchetta e di Tenuta San Guido, sono stati spesi fiumi di parole su una realtà e su un vino tanto unico da essersi guadagnato una DOC proprietaria, ovvero “Bolgheri Sassicaia”, come per le grandi eccellenze francesi. Il Sassicaia, la cui prima annata risale al 1968 (presentata tre anni dopo), ancora oggi ottiene quotazioni elevatissime nel giro di pochi anni dalla sua uscita. Ottenuto da Cabernet sauvignon in prevalenza con una quota di Cabernet franc, fa parte del novero dei cosiddetti “Supertuscan” e stimola frequenti dibattiti sulla sua fama, chi lo adora e chi lo considera sopravvalutato.


Personalmente ritengo che sia un vino di elevatissima caratura, che nel tempo ha subito ovvie mutazioni, dovute ai cambi climatici, al rinnovo dei vigneti, a evoluzioni tecnologiche ma senza mai perdere smalto. Come tutti i grandi vini esce alla distanza, pertanto è facile che un’annata nuova, soprattutto se non tra quelle più equilibrate e leggibili, non sia facilmente inquadrabile e trovi dei giudizi contrastanti. Ecco a cosa serve stappare vecchie annate! Il 1993 qui fu un millesimo eccellente, sebbene non abbia raggiunto il livelli di altri come ’78, ’85, ’88, ’90, ’95, ’97, ’04, ’15 ecc.


Proprio per questo ho voluto stapparla, pur potendo sceglierne altre come la ’95, la ’97 e la ’04, mi incuriosiva molto di più saggiare cosa volessero dire 32 anni per il Sassicaia, allora semplice “vino da tavola”. Ebbene, sono ancora a chiedermi come sia possibile che dopo pochi minuti di ossigenazione, questo ’93 si comporti come un giovanotto capace ancora di fare 50 flessioni senza che gli venga il fiato corto!


Sì, perché è questa la sensazione che mi rimanda sia al naso che all’assaggio, devo scavare a fondo per sentire qualche cenno terziario evoluto, nascosto da una patina di freschezza e di frutto ancora integro; e la cosa mi stupisce ancora di più di fronte a una gradazione alcolica oggi introvabile su un vino del genere di 12% vol.!

Quale magia ha consentito a questo rosso incredibile di mantenersi così bene per 32 anni?

Sinceramente non lo so, quello che posso dirvi è che al momento non sta neanche ipotizzando di intraprendere la discesa, è semplicemente una sinfonia perfetta, una delle ragioni per cui dopo tanti anni riesco ancora a provare entusiasmo a scrivere di vino.


Certo, l’esperienza ci insegna che più passa il tempo e più ogni bottiglia è diversa, anche a causa della differente tenuta dei tappi di sughero. Ho un altro esemplare ’93 in cantina, sarà un’ottima occasione per fare anche questa verifica. Intanto questo me lo godo!

Antica Fattoria di Caserotta - Chianti Classico "Ridolfo" 2022


di Roberto Giuliani

A pochi chilometri da San Casciano in Val di Pesa, questo bellissimo agriturismo propone il Chianti Classico Ridolfo, omaggio al Ghirlandaio, dai profumi freschi e floreali, con intarsi di ciliegia e arancia sanguinella.


Gusto fruttato, molto piacevole e sapido, peccato siano meno di mille bottiglie.